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24/08/2026

Sulla morte di Hind Rajab. Israele mente fingendo di “cercare la verità”

Storicamente, Israele non ha mai accusato un singolo soldato delle IDF di aver ucciso un palestinese a Gaza durante i suoi attacchi su larga scala, intensificatisi dal 2008.

L’esercito israeliano è tornato alla ribalta mercoledì, dopo aver ammesso per la prima volta di aver sparato contro il veicolo in cui la piccola Hind Rajab, di 5 anni, è stata brutalmente assassinata nel gennaio del 2024. Tuttavia, questa “ammissione” è presentata in modo disonesto ed è una chiara manovra di pubbliche relazioni orchestrata da Israele per insabbiare le proprie azioni.

L’omicidio di Hind Rajab per mano dell’esercito israeliano è uno dei Crimini di Guerra più eclatanti commessi durante il Genocidio di Gaza, tanto da essere diventato il soggetto di un pluripremiato docudrama, “La Voce di Hind Rajab”. Le registrazioni audio della giovane ragazza, diffuse dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, che cercava disperatamente di esercitare pressioni internazionali su Israele affinché consentisse ai propri operatori di salvarla, sono diventate virali e hanno commosso milioni di persone in tutto il mondo.

Israele ne è ben consapevole e ha quindi scelto di avviare un’indagine penale sull’accaduto, al fine di dare l’impressione di assumersi le proprie responsabilità.

Si tratta di uno dei cinque episodi che il “Meccanismo di accertamento e valutazione dei fatti dello Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane” afferma di aver indagato, tre dei quali non sono stati approfonditi ulteriormente, assolvendo le proprie forze da ogni colpa:

– L’uccisione dei sette operatori umanitari di World Central Kitchen (Centro di Vettovagliamento Mondiale) nell’aprile del 2024, mentre operavano a Deir al-Balah. Le vittime erano cittadini australiani, britannici, palestinesi, polacchi e con doppia cittadinanza americana e canadese, presi di mira a bordo di tre veicoli chiaramente identificabili. Alcuni dei sopravvissuti hanno tentato la fuga a bordo di altri veicoli e sono stati colpiti ripetutamente da mitragliatrici.

– L’attacco di carri armati del febbraio 2024 contro un centro di accoglienza di Medici Senza Frontiere a Khan Younis, che ha causato la morte di due dipendenti e il ferimento di altri. Nonostante fosse noto che il luogo ospitasse una base di Medici Senza Frontiere, gli israeliani hanno semplicemente affermato di non esserne a conoscenza; non hanno mai presentato alcuna prova di aver colpito un obiettivo militare.

– L’attacco del novembre 2023 contro un convoglio di Medici Senza Frontiere chiaramente identificabile a Gaza, che ha causato la morte di altri due dipendenti. Si trattava di un convoglio che stava evacuando 137 civili e che aveva coordinato l’operazione con l’esercito israeliano, fermandosi persino per ore a un posto di blocco affollato per ottenere il via libera da Israele.

Un altro episodio su cui Israele afferma di aver avviato un’inchiesta penale è il massacro di 15 paramedici e soccorritori palestinesi a Tel al-Sultan, Rafah. Il 23 marzo 2025, quando si persero i primi contatti con gli operatori di emergenza, l’ufficio stampa di Gaza credette che il gruppo fosse stato rapito e si appellò alla comunità internazionale. Israele si rifiutò di riconoscere l’accaduto.

Verso la fine del mese, dopo il ritiro delle forze israeliane dalla zona, venne scoperta una fossa comune senza nome, contenente i corpi dei 15 paramedici, soccorritori e autisti di ambulanze. Secondo le prime ricostruzioni, il gruppo fu giustiziato a distanza ravvicinata, uno ad uno, prima che gli israeliani seppellissero i corpi e le ambulanze per eliminare le prove.

La difesa iniziale di Israele, alla fine di marzo, sostenne che una serie di veicoli senza contrassegni si erano diretti verso di loro con i fari spenti e senza segnali di emergenza, spingendo le forze israeliane ad aprire il fuoco per autodifesa. Questa versione dei fatti è stata successivamente contraddetta da prove video emerse ad aprile che mostravano il contrario, spingendo le Forze di Difesa Israeliane a cambiare versione e ad affermare di aver scambiato le luci di emergenza per una minaccia.

Alla fine di aprile del 2025, l’esercito israeliano ha concluso, a seguito di un’indagine interna, che l’incidente poteva essere attribuito a “errori professionali” e “incomprensioni operative”. In seguito, gli israeliani hanno nuovamente cambiato versione, affermando, senza alcuna prova, che sei delle vittime avevano legami con il gruppo armato Jihad Islamica Palestinese.

Ora stanno adottando una versione diversa, basata sulla loro ultima cosiddetta indagine, secondo cui “gli spari esplosi durante l’incidente sollevano un ragionevole sospetto di condotta criminale”. Indagini indipendenti, tra cui una condotta da Forensic Architecture, hanno dimostrato che le forze israeliane hanno sparato almeno 900 proiettili ed eseguito esecuzioni a distanza ravvicinata.

Mettere a tacere la voce di Hind Rajab

Diversi organi di stampa hanno riportato che Israele ha avviato un’indagine penale interna sull’uccisione di Hind Rajab e ha ammesso di aver sparato contro il veicolo in cui è stata uccisa, insieme a sei membri della sua famiglia. Tuttavia, l’indagine interna israeliana ha appena tratto un’altra conclusione che mira a insabbiare l’intero evento, proteggendo i suoi soldati anziché assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

“I risultati dell’indagine indicano che le truppe delle Forze di Difesa Israeliane hanno sparato contro un veicolo che si stava avvicinando”, è quanto afferma ora l’esercito israeliano a seguito della sua ultima indagine.

“A seguito della revisione dei risultati e a causa di apparenti mancanze nel coordinamento degli spostamenti dell’ambulanza della Mezzaluna Rossa Palestinese, è stato deciso di avviare un’indagine penale sull’incidente da parte della Divisione Investigativa Criminale della Polizia Militare”.

Si tenga presente che questa è esattamente la stessa scusa usata per coprire le esecuzioni di 15 soccorritori e paramedici nel Massacro di Rafah; ora affermano che saranno oggetto di un’indagine penale. Si tratta di una scusa che presuppone che le forze israeliane abbiano semplicemente agito per autodifesa, sparando contro ciò che interpretavano come una minaccia.

Inoltre, nell’incidente sono stati colpiti due veicoli, non uno. Due paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese sono stati uccisi in seguito a un doppio colpo sparato contro la loro ambulanza.

Numerose indagini forensi e satellitari indipendenti sono state condotte sui dettagli dell’incidente, tra cui una del Washington Post e un’altra di Forensic Architecture in collaborazione con EarShot e Fault Lines, che hanno dimostrato che le forze israeliane hanno sparato 335 proiettili contro la Kia Picanto in cui Hind Rajab e sei membri della sua famiglia sono stati uccisi.

Le prove dimostrano anche che era impossibile che il veicolo si fosse diretto a Sud, come affermato dai militari israeliani, seguendo le istruzioni impartite alla popolazione locale quel giorno, poiché le strade che portavano a Sud dalla loro posizione erano tutte bloccate. Le indagini hanno inoltre concluso che l’auto è stata colpita da una distanza sufficientemente ravvicinata da permettere ai soldati israeliani di vedere i civili innocenti che si erano rifugiati al suo interno.

I colpi israeliani hanno penetrato il veicolo anche dal lato destro. Anche se gli israeliani continuano ad affermare che l’auto si stesse dirigendo verso di loro, presumibilmente guidata da una bambina terrorizzata di 5 anni, è chiaro che il veicolo non è stato colpito frontalmente, il che significa che non rappresentava una minaccia.

Detto questo, gli operatori della Mezzaluna Rossa di stanza a Ramallah hanno trascorso circa tre ore al telefono con la piccola Hind, cercando disperatamente di ottenere il permesso israeliano per soccorrerla. A quel punto, la vicenda era diventata un incidente internazionale.

Per 12 giorni, a partire dal 29 gennaio 2024, Hind Rajab è stata ufficialmente considerata “dispersa” e presunta morta, fino al 10 febbraio, quando il suo corpicino è stato ritrovato nel quartiere di Tal al-Hawa, crivellato di proiettili.

Quando Israele è stato finalmente costretto ad affrontare la questione, ha affermato che le sue forze non erano nemmeno di stanza nella zona e che non erano in corso operazioni militari in quel momento. Ha persino avviato un’indagine interna, che ha prodotto la stessa scusa con una formulazione diversa.

Questa versione dei fatti è rimasta più o meno invariata per circa due anni e mezzo, con funzionari e militari israeliani che periodicamente apportavano piccole modifiche alle loro affermazioni, nonostante le prove che emergevano a smentirle. Israele ha persino tentato di attribuire la responsabilità degli omicidi ai combattenti palestinesi, un’altra tattica utilizzata innumerevoli volte per giustificare i propri Crimini di Guerra.

Storicamente, Israele non ha mai incriminato un singolo soldato israeliano per l’uccisione di un palestinese a Gaza durante le sue offensive su larga scala nel territorio, iniziate nel 2008.

La condanna più severa mai inflitta a un soldato israeliano per la sua condotta a Gaza è stata quella di un membro della Brigata Givati ​​nel 2009, durante quella che Tel Aviv ha definito “Operazione Piombo Fuso”, che ha ricevuto una pena di 7 mesi e mezzo di reclusione. Non per aver ucciso, violentato o torturato palestinesi, bensì per aver rubato una carta di credito.

Fonte

25/05/2026

La farsa del giornalismo investigativo “liberale” israeliano

Una recente inchiesta sull’uccisione di tre ostaggi da parte di soldati israeliani evidenzia come persino i programmi di informazione critici facciano parte di un’architettura di negazione pubblica.

Due settimane fa, il programma investigativo HaMakor del Canale 13 israeliano ha trasmesso un servizio di 60 minuti sull’uccisione, avvenuta nel dicembre 2023, di tre ostaggi israeliani, Yotam Haim, Alon Shamriz e Samer Al-Talalka, fucilati da soldati israeliani a Shuja’iya, nella parte orientale della città di Gaza, dopo essere usciti da un nascondiglio con una bandiera bianca.

Anche senza conoscere i dettagli più specifici, una cosa avrebbe dovuto essere chiara fin dall’inizio: quando dei soldati sparano dall’interno di edifici contro tre uomini a torso nudo che sventolano una bandiera bianca, uccidendone due, poi inseguono il terzo, lo costringono a uscire allo scoperto e lo uccidono a colpi d’arma da fuoco, il problema non è semplicemente di “scambio di persona”.

Il problema è che i soldati israeliani sparano abitualmente a persone innocenti. Bisognerebbe essere straordinariamente ingenui per credere che, nell’unico caso in cui ciò è accaduto, le vittime fossero semplicemente israeliani.

Eppure HaMakor ha accuratamente evitato questa conclusione. Non ha nemmeno preso in considerazione la questione, rifiutandosi di riportare ciò che io e altri avevamo già notato in tempo reale: che il comandante del battaglione presente sul posto, il Tenente Colonnello Dan Luria, aveva precedentemente supervisionato un altro incidente sulla spiaggia di Zikim a Gaza, in cui dei palestinesi che si erano arresi e non rappresentavano una minaccia erano stati uccisi, e in seguito aveva posato orgogliosamente accanto ai loro corpi.

Solo uno dei genitori degli ostaggi, il padre di Alon Shamriz, ha sollevato in diretta il collegamento tra i due episodi. Ma i produttori, sfidando quello che dovrebbe essere l’istinto più elementare del giornalismo investigativo, non hanno approfondito la questione.

HaMakor non ha nemmeno affrontato seriamente la testimonianza della madre di Yotam Haim, Iris, che ha rivelato che i soldati che hanno ucciso suo figlio avevano agito con l’ordine di sparare a vista a ogni uomo, indipendentemente dall’età: un ordine ovviamente illegale e che, a giudicare da decine di altri episodi a Gaza, probabilmente non era un caso isolato. Ma invece di indagare se tali ordini fossero prassi comune, HaMakor ha nuovamente limitato l’accusa alla voce di Haim, passando oltre.

Guardando il servizio, mi sono chiesto: se uno dei programmi televisivi investigativi più rispettati di Israele poteva affrontare solo tiepidamente l’uccisione di israeliani innocenti, come aveva trattato l’uccisione di palestinesi innocenti a Gaza?

Ho iniziato ad analizzare i programmi di HaMakor e Uvda, i due principali programmi investigativi della televisione commerciale israeliana che, insieme ai loro conduttori Raviv Drucker e Ilana Dayan, sono ampiamente considerati i portabandiera del giornalismo liberale israeliano.

Negli ultimi due anni e mezzo, i due programmi hanno trasmesso 45 inchieste sugli ostaggi israeliani, la maggior parte delle quali incentrate su narrazioni di eroismo; 11 episodi sul fallimento militare del 7 ottobre; 12 sulla gestione interna della guerra in Israele; e quattro sulla guerra in Libano e Iran.

Il numero di inchieste dedicate ai palestinesi innocenti uccisi dall’esercito israeliano è stato pari a zero. L’omissione è così totale che gli spettatori potrebbero essere perdonati se pensassero che le uniche vittime innocenti dell’esercito israeliano in questa guerra siano israeliani.

A parte l’uccisione degli ostaggi a Shuja’iya, l’unica altra volta in cui uno dei due programmi ha esaminato seriamente l’uccisione di un civile innocente da parte delle forze israeliane è stata la sparatoria contro Yuval Castleman sul luogo di un attentato terroristico a Gerusalemme, anche in questo caso, una vittima israeliana.

Lo stesso schema si è ripresentato nella copertura degli abusi nelle carceri israeliane. Più di 100 palestinesi sono morti sotto la custodia delle forze di sicurezza israeliane dall’inizio della guerra, e le organizzazioni israeliane per i diritti umani B’Tselem e Medici per i Diritti Umani-Israele hanno documentato chiari segni di abusi.

Eppure HaMakor ha scelto di affrontare il tema dei maltrattamenti legati alla detenzione solo una volta: nel caso di Ori Elmakayes, un adolescente israeliano ingiustamente sospettato di aver passato informazioni al nemico, che non ha subito danni fisici durante una breve detenzione.

Non si tratta di una mancanza di competenza giornalistica. Raviv Drucker e Ilana Dayan sono tra i migliori giornalisti in Israele. Entrambi sono sopravvissuti per anni nei principali media israeliani, mentre la società diventava sempre più violenta e sempre meno disposta a guardarsi allo specchio. Forse questa sopravvivenza è dipesa proprio dalla capacità di percepire e interiorizzare ciò che si può dire e ciò che deve rimanere inespresso.

Il risultato è una scelta editoriale consapevole che oscilla, a tratti, tra il grottesco e l’assurdo: la guerra può essere criticata, ma non dalla prospettiva delle sue vittime palestinesi. Le mancanze dell’esercito possono essere oggetto di indagine, ma principalmente nella misura in cui hanno danneggiato gli israeliani.

Ecco perché la questione non è solo ciò che questo tipo di antigiornalismo si rifiuta di mostrare, ma anche ciò che questo rifiuto ha provocato nella società israeliana stessa. Mentre decine di migliaia di innocenti uomini, donne e bambini palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane a Gaza, i principali giornalisti investigativi israeliani hanno abbandonato una delle responsabilità più basilari del giornalismo: costringere la società a confrontarsi con ciò che viene fatto in suo nome.

Ignorare la Storia

Dopo aver visto il servizio di HaMakor sugli ostaggi, non riuscivo a togliermi dalla testa il pensiero di cosa sarebbe potuto accadere se episodi simili a Gaza avessero ricevuto lo stesso trattamento dalla televisione israeliana anni prima. Forse gli ordini di uccidere innocenti sarebbero cessati? Forse alcuni soldati si sarebbero rifiutati di eseguirli? O forse gli ostaggi stessi avrebbero evitato i soldati, sapendo che avrebbero potuto ucciderli anziché salvarli?

Il 4 gennaio 2009, durante il conflitto di tre settimane noto in Israele come Operazione Piombo Fuso, i bombardamenti israeliani colpirono la casa della famiglia Abu Hajjaj a Sud di Gaza. In risposta alle istruzioni dell’esercito israeliano, circa 30 membri della famiglia, di cui 20 bambini, lasciarono il quartiere sventolando bandiere bianche. Mentre attraversavano un campo agricolo aperto, un carro armato israeliano aprì il fuoco. Majda Abu Hajjaj, 37 anni, morì sul colpo; sua madre, Raya Abu Hajjaj, 64 anni, rimase ferita e morì poco dopo. I corpi delle due donne rimasero nel campo per due giorni, fino alla fine dei combattimenti.

Nove giorni dopo, nel villaggio di Khuza’a, nel Sud di Gaza, decine di residenti si radunarono nel cortile della casa di Osama Al-Najjar dopo che i soldati avevano ordinato loro di uscire a coppie. Le prime due a uscire furono Rawhiyya e Yasmin Al-Najjar, sventolando bandiere bianche. Dopo aver superato diverse case, un soldato a circa 40 metri di distanza aprì il fuoco. Rawhiyya fu uccisa da un colpo preciso alla testa.

Tre anni dopo, il soldato coinvolto fu condannato a 45 giorni di reclusione nella sua base di servizio. Incidenti di questo tipo si ripeterono con tale frequenza durante quel conflitto che è difficile non sospettare una politica sistematica.

L’uccisione di palestinesi innocenti con bandiere bianche non fu un caso isolato durante l’Operazione Piombo Fuso. Durante l’Operazione Margine Protettivo nel 2014, i soldati fecero irruzione nella casa di Muhammad Tawfiq Muhammad Qudayh, sempre a Khuza’a. Qudayh uscì dal seminterrato con una bandiera bianca in mano, insieme ai suoi due figli, per informare i soldati che la sua famiglia si era rifugiata al piano inferiore. I soldati lo uccisero sul colpo. (Dopo l’evacuazione degli abitanti, il villaggio fu raso al suolo, un’anticipazione di ciò che l’esercito israeliano avrebbe poi fatto a gran parte di Gaza dopo il 7 ottobre 2023).

Anni dopo, il caso fu archiviato in silenzio. L’investigatore della polizia militare incaricato del caso avrebbe poi scritto un’opera teatrale sull’insabbiamento, intitolata “A parte questo, non è successo niente”.

In tutti questi casi, le vittime erano chiaramente identificate come civili con bandiere bianche e non rappresentavano una minaccia. I soldati che le uccisero non erano in pericolo immediato e potrebbero benissimo aver agito in base allo stesso tipo di ordini illegali descritti in seguito da Iris Haim.

Non sono mai mancate le prove: indagini della polizia militare, testimonianze oculari, soldati che documentavano i propri crimini e li pubblicavano sui social media e, in alcuni casi, investigatori che in seguito parlavano pubblicamente di insabbiamenti sistematici all’interno dell’esercito.

Drucker, lui stesso ex investigatore militare, dovrebbe conoscere questo sistema meglio di chiunque altro. Eppure i programmi televisivi investigativi israeliani non hanno mostrato praticamente alcun interesse.

Durante l’ultima guerra di Gaza, testate giornalistiche israeliane indipendenti e organi di informazione di tutto il mondo hanno pubblicato numerose inchieste sulle uccisioni di massa di civili a Gaza. La documentazione è ormai ampia: i servizi di +972 Magazine e Local Call sull’uso dell’intelligenza artificiale da parte dell’esercito israeliano per colpire obiettivi di massa; l’inchiesta del New York Times sull’attacco del 31 ottobre 2023 al campo profughi di Jabalia che ha ucciso almeno 126 civili, tra cui 68 bambini, e la sua inchiesta visiva sui ripetuti attacchi israeliani contro le cosiddette “zone sicure” di Gaza; La ricostruzione di Forensic Architecture dell’uccisione della piccola Hind Rajab, di 6 anni, e dei paramedici inviati a soccorrerla; l’inchiesta sull’uccisione e la sepoltura di 15 operatori umanitari palestinesi; l’inchiesta di Reuters sull’uccisione di cinque giornalisti all’Ospedale Nasser; l’inchiesta della BBC sui bambini colpiti alla testa o al petto; e molte altre.

Nel complesso, queste indagini rappresentano solo una frazione degli incidenti che hanno ucciso decine di migliaia di palestinesi innocenti a Gaza, tra cui circa 20.000 bambini. Eppure, la maggior parte di questi eventi è stata a malapena presa in considerazione dai principali media israeliani.

Quando le indagini straniere sono diventate impossibili da ignorare, i media israeliani hanno generalmente dato più spazio alle smentite dei portavoce militari e dei funzionari della stampa governativa che alle prove stesse. In ogni caso, le notizie provenienti dall’estero non erano affatto necessarie per stabilire cosa stesse accadendo: gli stessi soldati israeliani hanno caricato centinaia di video che documentavano crimini di guerra, sicuri che, in Israele, tali atti sarebbero stati accolti con ammirazione piuttosto che con punizione.

Una base morale per distogliere lo sguardo

I principali media israeliani, non le emittenti apertamente propagandistiche come Canale 14, ma la stampa istituzionale, sono diventati uno degli esempi più lampanti, in qualsiasi cosiddetta democrazia, di gestione dell’informazione in tempo di guerra fusa con la creazione attiva del consenso pubblico. Non si è trattato semplicemente di “ignorare” ciò che accade a Gaza, il che, sebbene inaccettabile, offrirebbe almeno ai comuni israeliani una plausibile negabilità. La copertura mediatica è stata in effetti implacabile. Ma non è una copertura della realtà.

I corrispondenti militari recitano quasi alla lettera i comunicati del portavoce dell’esercito: le morti di civili sono “bugie di Hamas”; se vengono uccisi dei civili, significa che venivano usati come scudi umani dai terroristi di Hamas; “in ogni casa c’è una pistola”; ogni quartiere distrutto era una necessità militare.

L’esercito annuncia quanti “terroristi” ha “eliminato” in un dato giorno, quasi mai quanti civili sono stati uccisi al loro fianco. Al massimo, c’è un’espressione di rammarico, di solito quando i morti hanno passaporti stranieri.

I corrispondenti arabi sono praticamente scomparsi dagli schermi televisivi israeliani durante il primo anno di guerra, perché la loro stessa presenza in studio interrompeva la Disumanizzazione su cui si basava la copertura. L’eccezione è stata l’opinionista “orgogliosamente arabo-israeliano” Yoseph Haddad, il cui pieno sostegno alla guerra ha permesso alle emittenti di preservare l’apparenza di diversità, eliminando al contempo quasi ogni altra voce palestinese.

Nel frattempo, commentatori come Almog Boker del Canale 12 e Moria Asraf del Canale 13 sono diventati figure centrali proprio per la loro ossessiva ripetizione del consenso secondo cui “non ci sono innocenti a Gaza”.

Negli studi televisivi si susseguono infinite discussioni su come condurre la guerra, ma quasi nessuna sulla moralità della guerra stessa, con la sua distruzione senza precedenti di vite civili. I giornalisti dibattono sulla carenza di bombe di fabbricazione israeliana; guai a chiedersi se il problema non sia la produzione insufficiente, ma un desiderio eccessivo di bombardare la popolazione civile.

A volte, la logica che sostiene questo sistema emerge apertamente. Nel gennaio 2024, Roi Yanovsky, responsabile delle inchieste del Canale 13, mentre prestava servizio come riservista, un fatto che lo avrebbe indubbiamente reso un “obiettivo legittimo” se fosse stato palestinese, scrisse che “l’ideologia di Hamas è presente in quasi tutte le case” della Striscia. “Hamas a Gaza è come Messi in Argentina”, ha dichiarato, prima di chiedere retoricamente perché i genitori di Gaza dovrebbero mandare i loro figli in asili che “servono da infrastruttura terroristica”.

Sostenendo la solita argomentazione secondo cui la popolazione stessa è complice, Yanovsky ha fornito la base morale che permette agli israeliani di distogliere lo sguardo dai crimini perpetrati in loro nome a Gaza.

Un anno dopo, in seguito alla protesta organizzata dagli attivisti del movimento Standing Together (Restare Uniti) davanti agli studi di Canale 12 nel centro di Israele contro l’indifferenza dei media alla sofferenza di Gaza, una messaggistica WhatsApp di Canale 12 trapelata ha smascherato la stessa logica in modo ancora più esplicito.

“Con tutto il dovuto rispetto per il nostro dovere giornalistico”, ha scritto il caporedattore Ron Yaron, “quando si ascolta la storia delle donne israeliane sopravvissute alla prigionia, è alquanto difficile entrare in sintonia con il messaggio di questa protesta”.

Lo scambio di battute dimostra che ciò che appare sulla televisione israeliana non è il risultato di un’omissione accidentale, ma di una precisa ideologia editoriale. Le dittature impongono il silenzio attraverso il terrore e la censura; Israele lo ottiene in gran parte attraverso il consenso sociale, riprodotto da dirigenti, redattori, amministratori delegati e commentatori di spicco.

Nulla di tutto ciò è iniziato il 7 ottobre. Per decenni, i media israeliani hanno minimizzato l’uccisione di palestinesi presentandola come tragici “incidenti”, alimentando al contempo il mito dell’“esercito più morale del mondo”. Anche nelle guerre precedenti si era cercato di preservare questa facciata: per anni, Canale 12 ha trasmesso un filmato di un pilota dell’aeronautica israeliana che interrompeva un attacco aereo dopo aver “avvistato un bambino”, rafforzando il messaggio che l’esercito israeliano non uccide intenzionalmente i bambini.

Quella è sempre stata una menzogna bella e buona. Ma almeno allora, molti sentivano ancora il bisogno di insabbiarla. Ora non è più così.

Rendere accettabile lo sterminio di massa

Ma programmi come HaMakor e Uvda svolgono un ruolo ancora più importante presso il pubblico liberale israeliano. Slogan apertamente Genocidi come “non ci sono innocenti a Gaza” sono troppo volgari per un pubblico colto e liberale; potrebbero persino suscitare disgusto. Né è probabile che questo pubblico si rivolga ai social media, che considera privi di fonti e inaffidabili. Il pubblico liberale richiede un meccanismo di negazione più sofisticato, che pretenda di condurre un’indagine critica pur evitando accuratamente le conclusioni che tale indagine richiede.

Questo è il ruolo che Drucker e Dayan sono arrivati ​​a ricoprire. Drucker continua a produrre inchieste acute sulla corruzione di figure molto odiate come il Ministro dei Trasporti Miri Regev.

La settimana scorsa, ha di fatto crocifisso coloro che diffondevano disinformazione, tra cui il membro della Knesset (Parlamento) Tsega Melaku, riguardo all’incidente con omissione di soccorso del maggio 2023, che causò la tragica morte del piccolo Rafael Adana di 4 anni e scatenò proteste di massa contro la gestione del caso da parte del sistema giudiziario (un atteggiamento che non avrebbe mai adottato, ad esempio, nei confronti degli ufficiali dell’esercito che diffusero menzogne ​​sulla decapitazione di neonati durante l’attentato del 7 ottobre, affermazioni poi riprese a pappagallo dal Presidente statunitense Biden).

Anche Dayan ha pronunciato sinceri monologhi liberali, mettendo in guardia contro la minaccia che la riforma giudiziaria rappresenta per la democrazia israeliana. Entrambi hanno dimostrato grande coraggio nei confronti del governo e ben maggiore codardia verso l’esercito israeliano e il proprio pubblico.

È fondamentale notare che il loro dissenso “di sinistra” viene sempre presentato come “un’opinione”, mai come il prodotto di un’inchiesta giornalistica su Gaza. Il motivo è chiaro: l’opinione di un uomo o di una donna, per quanto influente, non obbliga il pubblico a un esame morale. Gli spettatori possono semplicemente avere un’opinione opposta, che viene considerata altrettanto legittima. Di fatto, questo disaccordo superficiale contribuisce a sostenere l’illusione che Israele sia una democrazia normale e dinamica, anche mentre il suo esercito uccide decine di migliaia di bambini.

Un’inchiesta condotta dai giornalisti israeliani più stimati, che dimostrasse che l’esercito aveva sistematicamente ucciso civili, o quantomeno operato secondo regole di ingaggio permissive nei loro confronti, infrangerebbe uno dei presupposti più basilari del “buon senso” della società israeliana: che il suo esercito sia il più morale del mondo. Ma è proprio lì che è stata tracciata la linea di demarcazione della legittimità, con la penna dell’autocensura.

Questo lavoro è stato affidato a giornalisti stranieri, permettendo al governo israeliano e ai suoi organi di stampa di liquidare i risultati come propaganda anti-israeliana (o antisemita).

Non affermo che Drucker o Dayan cerchino consapevolmente questi risultati, né sottovaluto le pressioni a cui sono sottoposti in una società che considera una lieve critica un tradimento e pretende che chi la esprime paghi un prezzo personale molto alto. Ma in questo caso le intenzioni sono secondarie rispetto alle conseguenze.

Questa architettura della negazione, che permette al pubblico liberale di sapere e non sapere contemporaneamente, è una architettura che conosco bene dai tempi in cui vivevo e facevo ricerche in Argentina sotto la giunta militare-civile di destra (alla quale Israele forniva un sostanziale supporto militare e diplomatico). Lì, i giornalisti temevano i generali e le Ford Falcon (una vettura prodotta in Argentina tra il 1960 e il 1991) verdi, e la società continuava a funzionare “normalmente” anche mentre 30.000 persone venivano fatte “scomparire”.

In Israele nel 2026, i giornalisti temono il crollo degli ascolti, le folle sui social e di essere etichettati come “traditori” o “sostenitori del terrorismo” sui canali di destra, o peggio, dal proprio pubblico.

I media liberali sono di fatto diventati ostaggi volontari degli impulsi più oscuri dei loro spettatori. Invece di costringerli a guardare la realtà in faccia, li nutrono esattamente con ciò che sono disposti a consumare: un’altra storia di eroismo, un altro fallimento tecnico dell’esercito, un’altra tragedia, a patto che le vittime siano israeliane. E tutto ciò evitando accuratamente di spiegare il motivo della tragedia e alimentando il mito secondo cui tali tragedie accadrebbero “per errore”.

Non si tratta di censura nel senso classico del termine. È qualcosa di meno diretto e, per certi versi, più efficace: un sistema condiviso di confini che determina in anticipo cosa può essere conosciuto. Gli israeliani possono vedere le immagini dei bambini che muoiono a Gaza sulla CNN o sui social media, proprio come gli argentini un tempo videro le madri degli scomparsi riunite in Plaza de Mayo. Ma i media locali proteggono gli spettatori dalle implicazioni di ciò che vedono, impedendo che quelle immagini diventino un’accusa morale contro la società che le ha prodotte.

In questo contesto, vale la pena ricordare un articolo scritto durante gli anni della dittatura dal padre di Ilana Dayan, Mordechai Dayan. In: “Nessuno è perseguitato a causa della sua ebraicità”, sosteneva che gli ebrei, pur essendo fortemente sovra rappresentati tra i desaparecidos argentini, non erano stati presi di mira semplicemente a causa della loro identità ebraica, sottintendendo, in sostanza, che dovevano aver “fatto qualcosa”. E se avevano fatto qualcosa, non era richiesta alcuna empatia.

L’articolo fu diffuso dalle ambasciate della dittatura in tutta l’America Latina perché il suo messaggio era esattamente ciò di cui il Regime aveva bisogno per legittimarsi: che le sue vittime non erano affatto vittime, ma persone che si erano attirate il proprio destino, e certamente non a causa dell’antisemitismo.

Lo scopo di tali scritti era quello di colmare il divario tra la realtà e l’informazione, di fornire al pubblico un linguaggio attraverso il quale le sparizioni di massa potessero essere viste e al tempo stesso minimizzate. Questo è il ruolo che i principali media israeliani si sono autoassegnati nel contesto di Gaza, esercitato attraverso il silenzio: trasformare l’uccisione di massa di civili in una storia accettabile per l’opinione pubblica.

Ma se la dittatura argentina ha dovuto coltivare attivamente un clima in cui “chiunque non sia con noi è contro la patria”, un clima che ha rapidamente reso superflua la presenza di un soldato in ogni redazione, in Israele non sono state necessarie campagne simili né scagnozzi della giunta. Questo riflesso era già radicato nel DNA dei media israeliani ben prima dell’inizio della guerra.

La decisione consapevole dei principali canali televisivi israeliani di cancellare dallo schermo qualsiasi traccia della sofferenza umana nella Striscia di Gaza ha prodotto un profondo distacco morale e psicologico dalla realtà nella società israeliana.

Mentre gran parte del mondo guarda immagini di quartieri residenziali devastati, civili affamati e bambini mutilati, gli israeliani vivono in una serra televisiva di eroismo, strategie militari e preoccupazione per ostaggi e soldati. Non sorprende, quindi, che l’israeliano medio non capisca davvero perché “il mondo intero sia contro di noi”.

Al di là di questa ignoranza pratica, l’assenza di copertura mediatica ha un effetto psicologico devastante: accelera l’intorpidimento morale che rende accettabili forme di guerra sempre più estreme. Una volta che il civile palestinese viene cancellato dai riflettori e ridotto a un fantasma senza nome, termini come “vittoria totale”, “radere al suolo i quartieri” e persino “fame forzata” diventano concetti astratti, spogliati di qualsiasi costo umano o morale.

Col tempo, gli stessi meccanismi che normalizzano l’indifferenza alla sofferenza palestinese corrodono il tessuto pseudodemocratico di Israele. Una società addestrata a ignorare il disastro umanitario oltre il confine troverà sempre più difficile affrontare la repressione politica, gli attacchi ai diritti civili e il silenziamento delle voci critiche in patria. Proteggendo l’opinione pubblica da una verità scomoda, i media israeliani non solo vengono meno al loro dovere, ma accelerano il crollo dello stesso pubblico che affermano di servire.

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13/03/2025

Ustica: archiviazione della verità?

La recente notizia della richiesta di archiviazione, da parte della Procura di Roma, dell’inchiesta sulla strage di Ustica, ha riposto di nuovo l’attenzione sulla necessità di fare piena luce su un vero e proprio episodio di guerra che si è consumato nei cieli italiani la notte del 27 giugno del 1980 e che costò la vita ad 81 persone.

Secondo quanto riportato dal quotidiano L’Avvenire: “Secondo la ricostruzione fatta dalla Procura, nella sua richiesta di archiviazione contro ignoti, si esclude che ad abbattere il DC-9 sia stata una bomba nascosta a bordo e anche la pista dell’attentato terroristico. Gli inquirenti non sarebbero riusciti neppure a identificare i responsabili, nonché la nazionalità dei caccia in assetto da guerra che quella sera erano presenti nei cieli di Ustica e che potrebbero aver provocato l’abbattimento dell’aereo di linea partito da Bologna e diretto a Palermo. Da quanto è emerso ci sarebbe stata poca trasparenza nella collaborazione fornita dai Paesi ai quali l’Italia si è rivolta, con informazioni incomplete, non riscontrabili e in alcuni casi addirittura fuorvianti”.

Insomma è continuato un modus operandi, da parte degli “eredi” dei probabili responsabili politici della strage, imperniato sull’occultamento ed il depistaggio degli elementi fondamentali per potere appurare la verità giudiziaria che non ha permesso di fare breccia in quel “muro di gomma” costruito negli anni.

Continua il quotidiano: “Nel dettaglio, come è stato chiarito nelle ultime ore, al vaglio del gip ci sono due richieste di archiviazione. La prima riguarda il fascicolo aperto nel 2008 dopo le dichiarazioni dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che sostenne di essere stato informato dai servizi segreti italiani sul fatto che erano stati i francesi a lanciare il missile che abbatté il DC-9”.

Una tesi che è stata ripresa da Giuliano Amato, ai primi di settembre del 2023 e che aveva rimesso al centro del cono di luce dei media la strage.

“Il secondo” riporta L’Avvenire “è quello avviato nel 2022 dopo un esposto presentato dall’Associazione per la verità su Ustica. In entrambi i casi, come ricostruito, per i pm lo scenario resta comunque quello della battaglia aerea ed è stata esclusa la pista della bomba esplosa a bordo”.

Insomma la pista più attendibile, non ha trovato prove per essere confutata, ma allo stesso tempo le indagini non hanno portato all’individuazione dei responsabili non per scarsa volontà soggettiva ma per scarsa collaborazione, per usare un eufemismo.

La vicenda che sembrava potesse riaprirsi dopo l’intervista di Giuliano Amato su La Repubblica alla fine dell’estate del 2023, i cui contenuti sono stati confermati poi dall’ex presidente del consiglio in una successiva conferenza stampa è stata poi riposta di nuovo nell’armadio della vergogna dei tanti episodi di “guerra a bassa intensità” che ha conosciuto il nostro paese dalla strage di Piazza Fontana alla Banda della Uno Bianca.

Come Rete dei Comunisti abbiamo co-organizzato, in tre città, la mobilitazione “Stato Francese, assassino NATO” nel settembre del 2023 e promosso un momento di ulteriore approfondimento – alla fine ottobre di quell’anno – che si è svolto proprio a Bologna, sede del Museo dedicato a quella strage.

Una iniziativa in cui abbiamo, tra l’altro, approfondito il probabile ruolo della NATO e delle forze francesi nell’abbattimento del volo civile il 27 giugno 1980 sulla scorta di inchieste giornalistiche e puntuali ricostruzioni storiche.

La richiesta di archiviazione arriva come atto finale di una lunga operazione di insabbiamento e depistaggio che ha attraversato governi di ogni colore, servendo sempre gli interessi delle potenze imperialiste che dominano la scena politica italiana.

La Procura, impotente, di fronte alla scarsa volontà politica di esercitare una qualche forma di pressione sui propria alleati, ha deciso di chiudere il caso, gettando la spugna.

Ma la verità storica e politica è sotto gli occhi di tutti: la strage di Ustica non è stata un incidente, e le forze armate francesi e statunitensi sanno bene cosa accadde quella notte. Il problema non è la mancanza di prove, ma la volontà di nasconderle, e la complicità italiane dello “Stato Profondo” che volle tenere tutto nascosto dalla sera stessa della Strage.

Una volontà di nascondere e depistare che portò ad accelerare anche i preparativi per la strage del 2 agosto dello stesso anno da parte dei mandanti dell’attentato alla stazione ferroviaria di Bologna, come è stato confermato in ambito giudiziario.

L’associazione delle vittime della strage non ci sta. La sua presidente Bonfietti – secondo quanto riporta il Fatto Quotidiano – vuole “che la diplomazia e il governo chiedano conto ai paesi amici ed alleati quale era l’azione criminosa che stavano conducendo quella notte e perché ancora dopo 45 anni non riescono a rivelare la paternità di coloro che hanno abbattuto un aereo civile in tempo di pace”.

Continua: “Vogliamo poter scrivere, per un problema di dignità nazionale, anche l’ultimo pezzo di storia della vicenda. Hanno abbattuto un aereo civile, chi è stato? Voglio poterlo scrivere”.

Archiviare significa esplicitamente sotterrare la possibilità di individuare ufficialmente i responsabili e riconoscere che la NATO ha sacrificato 81 civili in una battaglia aerea mai dichiarata in un contesto di militarizzazione del Mediterraneo. Questa decisione non è solo un colpo alla giustizia, ma un’ulteriore legittimazione dell’impunità con cui gli apparati militari occidentali possono operare, oggi come ieri, senza rendere conto a nessuno.

Oggi come nel 1980, l’Italia è un avamposto militare dell’imperialismo occidentale, complice attiva delle strategie di guerra portate avanti da USA, UE e NATO. Non solo esegue gli ordini, ma si presta direttamente a partecipare o coprire i peggiori crimini dell’alleanza atlantica. La sua adesione alle politiche NATO ed europee non è una costrizione, ma una scelta politica, funzionale agli interessi di un blocco di potere servo di due padroni.

Le guerre di ieri e di oggi hanno la stessa matrice: l’imperialismo occidentale che impone la sua legge con ogni mezzo, anche sacrificando vite innocenti.

Con il progetto di Difesa Comune Europea, finanziato con miliardi di euro, l’UE non si limita più a essere un pilastro della NATO, ma intende strutturarsi come blocco militare autonomo, pronto a intervenire con ancora più aggressività nelle aree di interesse strategico.

L’archiviazione della strage di Ustica si collega direttamente a questa traiettoria: il silenzio di ieri sugli eccidi della NATO – da Piazza Fontana in poi – è funzionale alla legittimazione delle nuove avventure militari di oggi. La lotta per la verità sulla strage di Ustica non si chiude con questa richiesta di archiviazione: resta un nodo politico e storico che deve essere affrontato con l’arma della memoria, dell’inchiesta indipendente e della mobilitazione contro la NATO, l’UE e il loro nuovo progetto di guerra permanente.

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26/10/2024

L’attentato dimenticato: che fine hanno fatto le indagini sul gasdotto NordStream?

Nonostante la lotta contro il terrorismo internazionale sia considerata priorità assoluta dai paesi occidentali, la distruzione dei gasdotti Nord Stream ad opera di ignoti sembra essere finita in un punto morto, grazie alla mancanza di slancio (per usare un eufemismo) delle procure europee. Visibilmente imbarazzate, le autorità politiche e giudiziarie di vari paesi europei cercano di sviare la questione, e per una buona ragione: dopo due anni di indagini, le piste conducono non al Cremlino, ma a Kiev, Washington e Varsavia.

Il 26 settembre 2022 una serie di esplosioni hanno gravemente danneggiato il gasdotto Nord Stream, che collega la Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico. Questi eventi hanno causato delle perdite importanti nel gasdotto, sia nel Nord Stream 1 (che già era stato chiuso da Mosca) sia nel Nord Stream 2 (mai entrato in funzione a causa delle sanzioni). Le autorità hanno presto sospettato che le esplosioni fossero state causate da un atto di sabotaggio deliberato, sebbene l’origine e i responsabili non siano mai stati definitivamente accertati.

Le esplosioni del Nord Stream hanno avuto un impatto significativo sui paesi europei, sia in termini di sicurezza energetica sia di strategia geopolitica ed economica. L’interruzione del Nord Stream ha aggravato la crisi energetica in Europa, causando una volatilità estrema nei prezzi del gas naturale. Nel 2022, i prezzi hanno raggiunto livelli record, esercitando una pressione inedita sulle famiglie e sulle imprese.

A sua volta, la crisi energetica ha costretto alcuni settori industriali ad affrontare costi operativi elevati, mettendo a rischio la competitività delle industrie europee sul mercato globale. Alcuni paesi, come la Germania e la Francia, hanno dovuto fornire sostegni mirati per evitare che le industrie ad alta intensità energetica riducessero la produzione o trasferissero le attività all’estero.

Quello che è stato senza dubbio il più grande atto di sabotaggio della storia europea dal secondo dopoguerra, combinato con un dramma ambientale, avrebbe dovuto scatenare la furia investigativa delle autorità. Invece, due anni dopo, le indagini ufficiali si caratterizzano per una strana discrezione e un chiaro imbarazzo a percorrere le piste investigative fino in fondo. Ad oggi, non ci sono stati né arresti, né interrogatori, né accuse contro i presunti autori.

All’inizio di giugno, un mandato di arresto europeo è stato emesso dal procuratore generale contro un cittadino ucraino residente in Polonia di nome Volodymyr Zhuravlov. Secondo I media tedeschi, Zhuravlov sarebbe una figura chiave del caso, e sarebbe connesso all’imbarcazione “Andromeda”, il veicolo utilizzato probabilmente dai sabotatori per installare gli esplosivi sui gasdotti.

Varsavia, tuttavia, ha rifiutato di fermare il sospettato (così come previsto dalla legge), che è riuscito a fuggire in Ucraina senza essere perseguito. Rispetto a questa vicenda, il primo ministro Donald Tusk, campione dei liberali europei, ha dichiarato questo il 17 agosto su X: “A tutti gli iniziatori e i mecenati di Nord Stream: l’unica cosa che dovete fare è chiedere scusa e stare zitti”.

Subito dopo le esplosioni, le autorità giudiziarie svedesi e danesi hanno ipotizzato un sabotaggio deliberato, poiché il gasdotto era altamente resistente e situato in una zona del Mar Baltico sotto stretta sorveglianza. Successivamente, hanno improvvisamente chiuso le indagini, senza pubblicare risultati.

Non appena l’attentato fu commesso, gli Stati Uniti annunciarono l’avvio di indagini, rese ancora più promettenti dal fatto che i loro servizi di intelligence coprono interamente il Mar Baltico; ma non hanno comunicato nulla. Parallelamente, gli occidentali hanno sistematicamente rifiutato l’offerta di Mosca di partecipare all’indagine.

Le autorità tedesche continuano a condurre le proprie ricerche, ma in risposta a integgorazioni parlamentari, il governo risponde che ogni divulgazione di informazioni metterebbe in pericolo il “bene dello Stato”. In altre parole, che sarebbero compromessi paesi o servizi segreti alleati.

Giornalisti d’inchiesta e deputati del Bundestag affermano all’unisono che le loro richieste incontrano un muro di silenzio. Holger Stark, del settimanale Die Zeit, ha parlato di “pressioni brutali su tutte le autorità affinché non parlino con nessun giornalista”. Intervistato da Le Monde Diplomatique, il deputato socialdemocratico Ralf Stegner ritiene “molto sorprendente” che un crimine così grave, commesso in uno dei mari più sorvegliati al mondo, abbia generato così poche informazioni due anni dopo i fatti. Il suo collega Andrej Hunko, dell’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW), parla di un “disinteresse provocatorio per il chiarimento” di questo misfatto.

Le indagini sulle esplosioni del Nord Stream hanno prodotto varie ipotesi sui possibili responsabili, senza però giungere a conclusioni definitive. Innanzitutto, i russi stessi. La Russia che avrebbe potuto (secondo queste teorie) sabotare il proprio gasdotto per aumentare la pressione politica sull’Europa o creare confusione nel blocco occidentale. Questa ipotesi è stata accolta con scetticismo da diversi esperti, poiché avrebbe comportato un costo economico significativo per Mosca, proprietaria di una parte considerevole del gasdotto.

Dal canto loro, le autorità giudiziarie tedesche e svedesi hanno ripetuto più volte di non avere alcuna indicazione di un coinvolgimento russo. Lo stesso ha affermato il direttore della CIA, William Burns, difficilmente sospettabile di favorire Mosca, così come il Washington Post al termine di una lunga inchiesta.

Tra i motivi misteriosi che avrebbero spinto la Russia a distruggere un’infrastruttura costosa che detiene al 51%, l’argomento secondo cui Mosca avrebbe voluto evitare penali in caso di interruzione delle forniture non convince molto: dato il contesto delle sanzioni e degli asset russi confiscati, probabilmente avrebbe semplicemente rifiutato di pagare.

La seconda teoria è stata lanciata l’8 febbraio 2023, quando il giornalista Seymour Hersh, ha pubblicato un’inchiesta che suggerisce un possibile coinvolgimento degli Stati Uniti e della Norvegia, in base a una fonte anonima. Hersh afferma che l’operazione sarebbe stata coordinata dall’amministrazione Biden per interrompere la dipendenza energetica europea dalla Russia. Questa teoria è stata ripresa da alcuni media, ma non ha ricevuto conferme ufficiali, e numerosi esperti hanno messo in discussione la validità delle fonti utilizzate da Hersh.

Un mese dopo, il 7 marzo, il New York Times avanzava una terza ipotesi basata su testimonianze anonime “di funzionari americani che hanno valutato informazioni dei servizi di intelligence”: il sabotaggio non sarebbe stato commesso dai servizi americani, ma da un “gruppo filo-ucraino”. L’inchiesta ha suggerito che questi sabotatori potrebbero aver operato in modo autonomo, senza il coinvolgimento diretto del governo di Kiev.

Le prove principali a sostegno di questa teoria includono il noleggio della barca Andromeda in Germania da parte di un gruppo di persone con documenti ucraini, oltre al coinvolgimento sospetto di Volodymyr Zhuravlov. Poco dopo, un consorzio di media tedeschi guidato da Die Zeit approfondisce, basandosi su informazioni provenienti anche dal procuratore generale federale: gli articoli identificano una barca a vela noleggiata dai sabotatori.

Da allora, le pubblicazioni dei media si sono focalizzate praticamente soltanto su questa versione: la barca Andromeda è stata noleggiata in Germania e utilizzata per trasportare attrezzature subacquee e esplosivi. Le indagini hanno trovato residui esplosivi a bordo, ma non ci sono prove concrete su chi abbia realmente orchestrato l’attacco. Questo sistema di operazioni autonome consentirebbe al governo ucraino di mantenere le mani pulite, evitando così responsabilità dirette.

Il talento degli organizzatori o la volontà dell’Europa di rimanere all’oscuro si riflettono nel fatto che le tracce dei presunti responsabili si dissolvono nell’incertezza. Secondo fonti del Washington Post, i passaporti falsi utilizzati dai sabotatori sarebbero stati creati dai servizi segreti ucraini.

Le autorità tedesche non hanno richiesto assistenza giudiziaria ai loro omologhi ucraini, e addirittura secondo alcune ricostruzioni avrebbero facilitato la fuga di uno dei sospetti, non inserendo il suo nome nel registro Schengen. Un rapporto della CIA citato dal Washington Post indica che i mandanti dell’attentato sarebbero l’agente ucraino Roman Chervinsky e l’ex comandante delle forze armate, Valeri Zaloujny, attuale ambasciatore a Londra.

Dietro l’ombra dei servizi ucraini, però potrebbe celarsi quella dello zio Sam. Secondo un articolo del Washington Post del 6 giugno 2023, infatti, la CIA era a conoscenza di un piano ucraino per sabotare i gasdotti già nel giugno 2022 e avrebbe informato alcuni paesi europei, tra cui la Germania.

Nonostante ciò, i governi occidentali avrebbero omesso di rivelare al pubblico che l’Ucraina era un principale sospettato nel sabotaggio. Alcuni funzionari americani hanno suggerito che la CIA tentò di dissuadere l’Ucraina, mentre altri esperti ipotizzano un possibile coinvolgimento attivo degli Stati Uniti nella pianificazione dell’attacco, con manovre NATO usate come copertura.

L’attentato al Nord Stream rimane un caso irrisolto, con molti parlamentari che chiedono un’inchiesta indipendente, magari sotto l’egida dell’ONU. Tuttavia, una proposta di risoluzione da parte di Russia, Cina e Brasile non ha ottenuto il supporto degli Stati Uniti e dei loro alleati. Germania e Svezia hanno rifiutato una commissione d’inchiesta per non compromettere le indagini in corso. La paura di implicazioni geopolitiche ha alimentato questo gioco a nascondino attorno a un episodio di grande rilevanza internazionale.

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29/04/2023

Seppellita dalla Cassazione la trattativa tra Stato e mafia

Il colpo di spugna alla fine è arrivato e la sentenza che condannava uomini dello stato, politici e mafiosi per la trattativa Stato-mafia del 1993 viene così definitivamente seppellita.

I giudici della Corte di Cassazione hanno infatti annullato senza rinvio la sentenza pronunciata dalla Corte d’Appello di Palermo il 23 settembre 2021.

Sono stati così definitivamente assolti dalla sesta sezione penale della Corte di Cassazione “per non aver commesso il fatto” gli ex ufficiali del Ros dei Carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, il boss mafioso Leoluca Bagarella e il medico Antonio Cinà.

L’indagine per la trattativa tra Stato e mafia nel 1993 nasce nel 1996, quando il pentito di mafia Giovanni Brusca (oggi libero), disse di averne sentito parlare da Totò Riina, all’epoca degli attentati mortali a Falcone e Borsellino. Nel frattempo arrivarono le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Ciancimino junior dichiarò di aver fatto da tramite tra il padre e il Ros dei Carabinieri per giungere ad un “accordo con lo Stato” per fare cessare la strategia stragista di Cosa Nostra e arrivare alla consegna dei latitanti.

La prima udienza del processo ebbe luogo il 29 ottobre 2012, nell’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo. Sul banco degli imputati cinque membri di Cosa Nostra, cioè Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà, e cinque rappresentanti delle istituzioni, cioè il generale Antonio Subranni, il generale Mario Mori, il colonnello Giuseppe De Donno e l’ex senatore Marcello dell’Utri, per il reato di violenza a Corpo politico, amministrativo o giudiziario. Massimo Ciancimino è invece imputato per concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti di Giovanni De Gennaro, mentre Nicola Mancino per falsa testimonianza. La posizione dell’ex ministro Calogero Mannino viene invece stralciata. E l’ex politico verrà assolto sia in primo che in secondo grado.

Il verdetto di primo grado vide condannati a 12 anni di carcere, oltre a Dell’Utri, i generali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni e il boss Antonino Cinà; a 28 anni Leoluca Bagarella, la pena più pesante.

Otto anni al colonnello Giuseppe De Donno. Stessa pena per Massimo Ciancimino, accusato di calunnia nei confronti dell’allora capo della polizia Gianni De Gennaro, mentre fu assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Prescrizione per Giovanni Brusca. Assolto l’ex ministro Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza.

La sentenza d’appello, giunge il 23 settembre del 2021 e ribalta il verdetto. Dopo tre giorni di camera di consiglio, nell’aula bunker di Palermo, la Corte manda assolto Dell’Utri, “per non avere commesso il fatto” e gli ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, “perchè il fatto non costituisce reato”. Pena leggermente ridotta a 27 anni al boss Leoluca Bagarella; ma vengono confermati solo i 12 anni al medico mafioso Antonino Cina’, fedelissimo di Bernardo Provenzano.

Il momento più critico del processo fu quando nell’inchiesta finirono anche 4 intercettazioni telefoniche tra l’ex ministro Mancino e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che però vennero distrutte per decisione della Corte Costituzionale. Vennero intercettate varie telefonate tra Loris D’Ambrosio, l’allora consigliere giuridico del presidente Napolitano, e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, telefonate che hanno portato al conflitto istituzionale tra il Quirinale e la Procura di Palermo. Loris D’Ambrosio, ex magistrato e consigliere del Quirinale morì improvvisamente d’infarto nel 2012 dopo aver dichiarato di aver ascoltato “indicibili accordi”.

La cattura dell’ultimo boss della vecchia mafia, Matteo Messina Denaro ormai in fin di vita, si porterà nella tomba anche l’ultimo testimone di quella stagione.

Adesso la Corte di Cassazione non solo ha assolto tutti gli imputati ma ha anche decretato che la Trattativa Stato-mafia non c’è mai stata, quindi inutile parlarne. Ancora una volta la verità giudiziaria stride con la verità storica e politica.

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25/04/2023

25 aprile, quando l’antifascismo è cultura

Nel film Un giorno da leoni (1961), di Nanni Loy – che racconta un fatto realmente accaduto, la distruzione del ponte “Sette Luci” sulla linea ferroviaria Roma-Formia sul quale transitava un convoglio nazista, effettuata dopo l’8 settembre del ’43 da un commando partigiano – alla fine, i tedeschi cercano di insabbiare la presenza dei partigiani attribuendo l’attentato agli americani, smentendo così la possibilità che possano esistere degli italiani (i partigiani appunto) che combattono contro di loro.

Le recenti dichiarazioni del presidente del Senato La Russa non sono altro che la punta di diamante di una serie di dichiarazioni fatte da vari esponenti del governo con lo stesso scopo delle notizie diffuse dai tedeschi nel film dopo l’attentato al ponte: smentire la presenza dell’antifascismo nella storia e anche ai giorni nostri. Quando il presidente, in merito alle celebrazioni del 25 aprile, dice che l’antifascismo non è contemplato dalla Costituzione e che, “per fare contenti tutti”, se ne andrà a Praga a onorare Jan Palach, martire della resistenza all’Unione Sovietica, sta compiendo una grande opera di insabbiamento (qui). Cerca di sviare il discorso dal nucleo di questo stesso discorso: se parliamo di antifascismo e di 25 aprile, cosa c’entra Jan Palach? Perché mai dovrebbe festeggiare il 25 aprile a Praga? Per fare contento chi? Il 25 aprile è una festa strettamente legata all’Italia e alla liberazione dalla dittatura del nazifascismo.

Ebbene, queste dichiarazioni fanno parte di una subdola operazione di normalizzazione del neofascismo attuata per mezzo di frasi e di azioni. Come ha scritto acutamente Francisco Soriano in un bell’articolo, la normalizzazione del neofascismo è passata anche dalla CGIL, quando la premier Meloni è stata invitata al congresso nazionale del sindacato. E poi attraverso tante frasi dette così, alla c. di cane, da persone che rappresentano le istituzioni. Ne ricordiamo alcune: alla fine di marzo la premier ha detto che alle Fosse Ardeatine “335 italiani sono stati massacrati solo perché italiani” (qui) quando sappiamo storicamente che è stata la feroce risposta all’attentato partigiano di via Rasella. Anche nella frase della premier, come nelle dichiarazioni tedesche nel film Un giorno da leoni, spariscono completamente i partigiani. Tra l’altro, lo stesso La Russa ha dichiarato che ad essere uccisi, in via Rasella, non erano nazisti delle SS ma una “banda musicale di semi-pensionati” (qui). Da questa dichiarazione, a sparire, sono invece l’efferatezza e la stessa presenza dei soldati nazisti. A gennaio, il ministro della Cultura (!) Sangiuliano ha detto che “Dante è stato il fondatore del pensiero di destra in Italia” (qui), frase veramente incommentabile. Il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida, pochi giorni fa, ha detto che “non possiamo arrenderci all’idea della sostituzione etnica” (qui), in relazione alla presenza degli immigrati in Italia.

In un paese che non fosse l’Italia, forse, la gente sarebbe scesa in piazza, indignata contro la sciatteria, il qualunquismo e l’ignoranza di queste dichiarazioni che non sono state fatte da pensionati al bar, ma da esponenti del governo. L’uso delle parole, delle frasi effettuato da questi stessi esponenti mira a creare un grande vuoto di qualunquismo, a insabbiare, a fare sparire, a normalizzare. A dire, “cosa vuoi che sia stato il fascismo”, una cosa normale e magari anche bella. I partigiani non sono esistiti e neppure i nazisti. L’antifascismo non è un valore. Questo qualunquismo che arriva dall’alto fa tanti danni in basso, fra le giovani generazioni che non riescono più a capire dove sta il male, ma recepiscono soltanto la “banalità del male”. Si tratta di una grande opera di appiattimento culturale che sta arrivando dall’alto, su un terreno già ben preparato da anni di “riflusso”, di disimpegno e di berlusconismo galoppante. Ne è un esempio la circolare di una scuola di Aulla che invita i giovani a dibattere sull’opportunità di festeggiare ancora il 25 aprile (qui). Certo, perché c’è libertà di opinione. Ma questa libertà sbandierata dal potere, è una falsa libertà: è un invito a mettere in discussione la nostra stessa cultura e i valori di questa cultura, come l’antifascismo o le azioni partigiane, in nome di uno squallido qualunquismo e di uno squallido appiattimento culturale. Riscopriamo questa cultura, anche nelle scuole, rileggiamo Fenoglio, Pavese, Vittorini, Calvino, Pasolini, le lettere dei condannati a morte della Resistenza, guardiamo e riguardiamo classici del cinema come Roma città aperta o lo stesso Un giorno da leoni. Ascoltiamo e riascoltiamo le canzoni popolari legate alla lotta partigiana e le riprese recenti in chiave rock, punk, pop. L’antifascismo è cultura ed una potente arma contro l’ignoranza del potere e, nella fattispecie, di questo potere.

Buon 25 aprile oggi, domani, dopodomani, sempre.

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14/10/2021

Covid-19 - In Italia una Commissione d’inchiesta, ma solo sulla Cina?

Sono arrivate quasi a 3mila le firme raccolte dai rappresentanti dei familiari delle vittime del Covid in Italia in cui si chiede una vera Commissione d’inchiesta parlamentare sulla gestione della pandemia in Italia.

Il motivo è che alcuni emendamenti approvati da quasi tutti i partiti intendono circoscrivere l’ambito d’indagine della Commissione solo alla Cina e al periodo prima della dichiarazione di emergenza sanitaria, diffusa dall’Oms il 30 gennaio 2020.

Il pool di legali impegnati nella causa davanti al Tribunale Civile di Roma contro Governo e Regione Lombardia, ritengono che ‘tagliare fuori’ il periodo post 30 gennaio e l’Italia dall’ambito dei lavori della Commissione “rappresenta uno schiaffo morale indecente agli italiani” e significherebbe “non approfondire il ruolo delle scelte dei politici italiani nella gestione della pandemia”.

Inoltre, non occuparsi dell’Oms “porterebbe a non svolgere indagini sulla rimozione del rapporto firmato dall’ex funzionario dell’Organizzazione Francesco Zambon in cui, stando a quanto accertato dalla Procura di Bergamo, venne postdatato il piano pandemico per farlo apparire aggiornato“.

Tra l’altro la denuncia dei familiari delle vittime ha trovato riscontro anche in un documentato articolo del quotidiano britannico The Guardian.

“L’8 luglio 2021 – si legge nella ricostruzione del ‘lancio’ della petizione – il giorno stesso della prima udienza del procedimento civile, parlamentari bergamaschi e bresciani riducevano l’attività della Commissione, limitando l’indagine sia temporalmente che geograficamente.

Nell’interesse di chi vengono proposti questi emendamenti? Certo non nell’interesse degli italiani che vogliono avere chiarezza. È un passo fondamentale per costruire una risposta migliore alle prossime pandemie”
.

La raccolta firme lanciata dai familiari delle vittime di Covid è quindi finalizzata a far sì che la “Commissione torni a essere e ad avere lo scopo originario perché solo così a tutti gli italiani verrà garantito il diritto di conoscere la verità su quanto è successo e perché la strage non si ripeta più”.

A supporto delle loro tesi, i rappresentanti delle vittime portano anche una serie di documenti del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) che mostrano come i primi casi di Covid-19 registrati in 16 paesi europei abbiano avuto origine dall’Italia.

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