La recente notizia della richiesta di archiviazione, da parte della Procura di Roma, dell’inchiesta sulla strage di Ustica, ha riposto di nuovo l’attenzione sulla necessità di fare piena luce su un vero e proprio episodio di guerra che si è consumato nei cieli italiani la notte del 27 giugno del 1980 e che costò la vita ad 81 persone.
Secondo quanto riportato dal quotidiano L’Avvenire: “Secondo la ricostruzione fatta dalla Procura, nella sua richiesta di archiviazione contro ignoti, si esclude che ad abbattere il DC-9 sia stata una bomba nascosta a bordo e anche la pista dell’attentato terroristico. Gli inquirenti non sarebbero riusciti neppure a identificare i responsabili, nonché la nazionalità dei caccia in assetto da guerra che quella sera erano presenti nei cieli di Ustica e che potrebbero aver provocato l’abbattimento dell’aereo di linea partito da Bologna e diretto a Palermo. Da quanto è emerso ci sarebbe stata poca trasparenza nella collaborazione fornita dai Paesi ai quali l’Italia si è rivolta, con informazioni incomplete, non riscontrabili e in alcuni casi addirittura fuorvianti”.
Insomma è continuato un modus operandi, da parte degli “eredi” dei probabili responsabili politici della strage, imperniato sull’occultamento ed il depistaggio degli elementi fondamentali per potere appurare la verità giudiziaria che non ha permesso di fare breccia in quel “muro di gomma” costruito negli anni.
Continua il quotidiano: “Nel dettaglio, come è stato chiarito nelle ultime ore, al vaglio del gip ci sono due richieste di archiviazione. La prima riguarda il fascicolo aperto nel 2008 dopo le dichiarazioni dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che sostenne di essere stato informato dai servizi segreti italiani sul fatto che erano stati i francesi a lanciare il missile che abbatté il DC-9”.
Una tesi che è stata ripresa da Giuliano Amato, ai primi di settembre del 2023 e che aveva rimesso al centro del cono di luce dei media la strage.
“Il secondo” riporta L’Avvenire “è quello avviato nel 2022 dopo un esposto presentato dall’Associazione per la verità su Ustica. In entrambi i casi, come ricostruito, per i pm lo scenario resta comunque quello della battaglia aerea ed è stata esclusa la pista della bomba esplosa a bordo”.
Insomma la pista più attendibile, non ha trovato prove per essere confutata, ma allo stesso tempo le indagini non hanno portato all’individuazione dei responsabili non per scarsa volontà soggettiva ma per scarsa collaborazione, per usare un eufemismo.
La vicenda che sembrava potesse riaprirsi dopo l’intervista di Giuliano Amato su La Repubblica alla fine dell’estate del 2023, i cui contenuti sono stati confermati poi dall’ex presidente del consiglio in una successiva conferenza stampa è stata poi riposta di nuovo nell’armadio della vergogna dei tanti episodi di “guerra a bassa intensità” che ha conosciuto il nostro paese dalla strage di Piazza Fontana alla Banda della Uno Bianca.
Come Rete dei Comunisti abbiamo co-organizzato, in tre città, la mobilitazione “Stato Francese, assassino NATO” nel settembre del 2023 e promosso un momento di ulteriore approfondimento – alla fine ottobre di quell’anno – che si è svolto proprio a Bologna, sede del Museo dedicato a quella strage.
Una iniziativa in cui abbiamo, tra l’altro, approfondito il probabile ruolo della NATO e delle forze francesi nell’abbattimento del volo civile il 27 giugno 1980 sulla scorta di inchieste giornalistiche e puntuali ricostruzioni storiche.
La richiesta di archiviazione arriva come atto finale di una lunga operazione di insabbiamento e depistaggio che ha attraversato governi di ogni colore, servendo sempre gli interessi delle potenze imperialiste che dominano la scena politica italiana.
La Procura, impotente, di fronte alla scarsa volontà politica di esercitare una qualche forma di pressione sui propria alleati, ha deciso di chiudere il caso, gettando la spugna.
Ma la verità storica e politica è sotto gli occhi di tutti: la strage di Ustica non è stata un incidente, e le forze armate francesi e statunitensi sanno bene cosa accadde quella notte. Il problema non è la mancanza di prove, ma la volontà di nasconderle, e la complicità italiane dello “Stato Profondo” che volle tenere tutto nascosto dalla sera stessa della Strage.
Una volontà di nascondere e depistare che portò ad accelerare anche i preparativi per la strage del 2 agosto dello stesso anno da parte dei mandanti dell’attentato alla stazione ferroviaria di Bologna, come è stato confermato in ambito giudiziario.
L’associazione delle vittime della strage non ci sta. La sua presidente Bonfietti – secondo quanto riporta il Fatto Quotidiano – vuole “che la diplomazia e il governo chiedano conto ai paesi amici ed alleati quale era l’azione criminosa che stavano conducendo quella notte e perché ancora dopo 45 anni non riescono a rivelare la paternità di coloro che hanno abbattuto un aereo civile in tempo di pace”.
Continua: “Vogliamo poter scrivere, per un problema di dignità nazionale, anche l’ultimo pezzo di storia della vicenda. Hanno abbattuto un aereo civile, chi è stato? Voglio poterlo scrivere”.
Archiviare significa esplicitamente sotterrare la possibilità di individuare ufficialmente i responsabili e riconoscere che la NATO ha sacrificato 81 civili in una battaglia aerea mai dichiarata in un contesto di militarizzazione del Mediterraneo. Questa decisione non è solo un colpo alla giustizia, ma un’ulteriore legittimazione dell’impunità con cui gli apparati militari occidentali possono operare, oggi come ieri, senza rendere conto a nessuno.
Oggi come nel 1980, l’Italia è un avamposto militare dell’imperialismo occidentale, complice attiva delle strategie di guerra portate avanti da USA, UE e NATO. Non solo esegue gli ordini, ma si presta direttamente a partecipare o coprire i peggiori crimini dell’alleanza atlantica. La sua adesione alle politiche NATO ed europee non è una costrizione, ma una scelta politica, funzionale agli interessi di un blocco di potere servo di due padroni.
Le guerre di ieri e di oggi hanno la stessa matrice: l’imperialismo occidentale che impone la sua legge con ogni mezzo, anche sacrificando vite innocenti.
Con il progetto di Difesa Comune Europea, finanziato con miliardi di euro, l’UE non si limita più a essere un pilastro della NATO, ma intende strutturarsi come blocco militare autonomo, pronto a intervenire con ancora più aggressività nelle aree di interesse strategico.
L’archiviazione della strage di Ustica si collega direttamente a questa traiettoria: il silenzio di ieri sugli eccidi della NATO – da Piazza Fontana in poi – è funzionale alla legittimazione delle nuove avventure militari di oggi. La lotta per la verità sulla strage di Ustica non si chiude con questa richiesta di archiviazione: resta un nodo politico e storico che deve essere affrontato con l’arma della memoria, dell’inchiesta indipendente e della mobilitazione contro la NATO, l’UE e il loro nuovo progetto di guerra permanente.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/03/2025
04/09/2023
Ustica, le memorie di Amato
Le dichiarazioni di Giuliano Amato sulla strage di Ustica appaiono, per quanto tardive, utili a rinfrescare la memoria di un Paese che di assenza di memoria patisce endemicamente. Ci si può interrogare - è sempre bene farlo - sul perché oggi Amato decida di dire cose di una gravità estrema. Cose fino ad oggi sostenute solo da Francesco Cossiga, ex Presidente della Repubblica, ex ministro dell’Interno e, fuori curriculum, riferimento politico di Gladio, la rete Stay-Behind anticomunista, operativa in Italia dal dopoguerra in funzione sovversiva. Una sorta di legione irregolare della NATO, destinata a sostenere militarmente il famoso “Fattore K”, cioè il divieto di accesso al PCI al governo del Paese. E, sempre a proposito di memoria, Amato ricorderà di essere stato il Presidente del Consiglio nel 1992 e per 305 giorni. Sarà che non trovò il tempo per chiedere la verità al suo omologo francese?
Quanto avvenne a Ustica è ormai noto. La sera del 27 Giugno 1980, l’aereo Itavia copriva la rotta Bologna-Palermo e partì con due ore di ritardo rispetto all’orario schedulato. Scomparve dai radar di Ciampino e Licola intorno alle 20,00, mentre era in discesa per atterrare all’aeroporto palermitano di Punta Raisi, dove non arrivò mai. Ci sono state diverse versioni sull’accaduto, ma quelle fornita dal presidente Cossiga, che parla di un missile francese, è certamente la più veritiera, peraltro corrispondente a quella fornita dagli stessi libici pur se mai in forma aperta.
Il DC-9 dell’Itavia non era, ovviamente, un obiettivo per nessuno. Il volo Itavia fu vittima di un’azione di guerra destinata all’eliminazione fisica di un Capo di Stato straniero. L’obiettivo, appunto, era Gheddafi, che quella notte sorvolava in direzione opposta la stessa tratta dell’aereo Itavia, per recarsi a Belgrado in occasione di un vertice dei Paesi Non Allineati. L’aereo dell’Itavia si trovò sulla linea di fuoco del combattimento aereo. Tra chi? Tra due velivoli francesi, decollati dalla portaerei Clemenceau, di stanza nel Mediterraneo e i due Mig libici di scorta all’aereo presidenziale di Muammar Gheddafi. I servizi di sicurezza libici erano stati avvertiti all’ultimo momento, presumibilmente dai sovietici, dell’agguato. Avevano invertito immediatamente verso Malta la rotta dell’aereo presidenziale con Gheddafi a bordo e mandarono due dei quattro Mig di scorta ad impegnare i Mirage per evitare che inseguissero l’aereo con il leader libico. Uno dei due Mig libici venne ritrovato sulla Sila, abbattuto nello scontro con i francesi, l’altro, presumibilmente, si trova nei fondali dello Jonio.
I killer designati dalla Nato erano i velivoli francesi con l’appoggio degli americani. L’operazione era un obiettivo primario degli Usa (ci riprovarono bombardando Tripoli e la casa di Gheddafi nel 1986) e venne condivisa con la Francia. La Libia era il suo maggior nemico in Africa, dove Gheddafi spingeva per l’emancipazione dalla protezione francese i paesi della Franceafrique. La Francia voleva eliminare Gheddafi e rafforzare il suo ruolo nel Nord Africa, voleva prendersi la Libia, cacciare l’ENI e dare alla Total il petrolio libico, il migliore del mondo per componenti minerali. Gli riuscirà diversi anni dopo, quando Sarkozy ordinò di uccidere il leader libico nell’insurrezione guidata dalle tribù libiche agli ordini di Parigi e Washington.
La domanda di fondo è sostanzialmente una: l’Italia, intesa come intelligence e vertice politico-militare, era al corrente di quanto in programma? O venne tenuta all’oscuro per evitare che i buoni rapporti di Roma con Tripoli potessero determinare un sabotaggio del piano criminale? Certo, il modello operativo consueto della Nato prevede sempre il coinvolgimento attivo del paese-membro di maggiore prossimità territoriale nelle operazioni. Difficile dunque che la Nato potesse pensare ad un’azione di guerra nelle nostre acque territoriali senza consultarci. Difficile, ma non impossibile.
I vertici politici del governo italiano furono probabilmente ignorati nella costruzione dell’attentato. Probabilmente si ritenne che informare gli italiani avrebbe potuto mettere a rischio la riuscita dell’operazione, dal momento che Roma non aveva nessun interesse nella fine di Gheddafi. Non solo i rapporti erano improntati alla reciproca convenienza, ma l’incertezza che sarebbe seguita alla sua uccisione avrebbe messo fortemente a rischio il rapporto privilegiato tra Eni e Libia e, più in generale, avrebbe prodotto un disordine infinito in tutto il Maghreb ed avrebbe consegnato parte del Nord Africa al fondamentalismo islamico, contro il quale Gheddafi si scontrò violentemente.
Peraltro incideva la storia di relazioni positive tra l’Italia e buona parte del Medio Oriente (libici, palestinesi e libanesi in particolare) che hanno sempre garantito gli interessi italiani, non senza irritare profondamente l’asse Washington-Tel Aviv. Dal caso Mattei alla vicenda di Argo 16, l’aereo dei servizi segreti italiani esploso sul cielo di Marghera nel 1973 (vendetta degli israeliani in risposta alla liberazione dei palestinesi accusati di voler programmare un attentato a Roma contro la compagnia israeliana EL AL) sono numerosi gli avvenimenti che hanno caratterizzato la differenza tra Italia e USA nella politica verso il Medio Oriente.
Nell'ambito di questo scontro ci furono i reciproci atti di sfida sulla gestione dei detenuti palestinesi con Stati Uniti e Israele. Il più eclatante si registrò a Sigonella, dove il governo Craxi-Andreotti schierò i VAM dell’aereonautica militare contro la Delta Force statunitense che pensava di togliere con la forza dalle mani del governo italiano Abu Abbas, capo del commando che sequestrò l’Achille Lauro dove venne ucciso il cittadino americano Leo Klingoffer. Lo scontro tra Roma e Washington divenne una dimostrazione eclatante di come le strategie occidentali raramente coincidevano con quelle italiane nell'area, quando l'Italia era un Paese che rispettava gli accordi che prendeva con i partner mediorientali.
Ma questo non esclude affatto la responsabilità dei vertici militari italiani nella gestione delle indagini successive a quanto accaduto nel cielo di Ustica. Ci si riferisce allo sbarramento offerto ad ogni ricerca della verità. La clausola della “doppia obbedienza” (al governo italiano e alla Nato), ha determinato un ruolo attivo della nostra aeronautica militare nell’insabbiamento delle responsabilità nell’operazione, attraverso il “muro di gomma” alzato negli anni successivi. Un muro fatto di bugie, depistaggi e dimenticanze, incidenti mortali strani ad alcuni testimoni di quella notte. Il tutto destinato all’occultamento della verità ai propri vertici politici e alla nazione.
In sostanza si può dire che nell’abbattimento del volo IH870 del 27 Giugno 1980 si trovano numerosi tasselli del mosaico che ha caratterizzato in negativo la storia del nostro Paese. La servitù militare nei confronti della Nato, l’uso della forza da parte dei nostri alleati contro il ruolo dell’Italia in Medio Oriente, la doppia obbedienza dei nostri vertici militari e l’opera di depistaggio e disinformazione operata dai nostri servizi segreti civili e militari, sono stati elementi decisivi. La rinuncia ad ogni elemento di sovranità nazionale e la gelosa custodia del segreto che si vorrebbe di Stato ma che in realtà riguarda spesso le attività dei settori deviati della nostra sicurezza nazionale e la copertura delle azioni d’intelligence occidentale con le connivenze italiane, sono alcuni dei tasselli del puzzle italiano, che da Mattei fino a Calipari raccontano la verità nascosta di un'alleanza a senso unico.
Che la Francia sia colpevole dell’abbattimento dell’aereo Itavia sui cieli di Ustica non vi sono dubbi e francamente che il governo italiano, che con Parigi ha un contenzioso aperto su diversi temi, tragga beneficio da queste dichiarazioni importa poco. L’Italia è schierata contro la Francia proprio perché agli ordini degli USA, che hanno deciso di ridurre al minimo il ruolo della Francia dopo aver ridotto al lumicino quello della Germania. La fine dell’Unione Europea, che poggiava sull’asse Berlino-Parigi e che in qualche modo interferiva con le pretese di egemonia solitaria ed assoluta degli USA, è linea politica che Roma segue senza discutere, per obbedienza a Washington e per convenienza diretta.
È quindi ridicolo chiedere informazioni a NATO e Francia che tanto conosciamo perfettamente. Non bisogna invece dimenticare altri “dettagli” di non poco conto: che il segreto NATO apposto all’operazione, resta per volontà degli Stati Uniti e che i depistaggi, la disinformazione e le menzogne offerte dai vertici militari italiani sono ben più gravi. Rappresentano un tradimento alla patria, una violazione del dettato costituzionale, una manifestazione di un vertice che, con la scusa della doppia obbedienza, risulta eterodiretto dall’estero, cioè dagli USA.
Non c’è nessuna norma o regolamento che impedisca allo Stato maggiore della Difesa di dire la verità alla propria nazione, al proprio governo e ad i suoi cittadini, in primo luogo alle vittime. Il governo italiano ponga pure con fermezza sul tavolo della Nato e su quello del Quay D’Orsay la questione Ustica: dispone dei mezzi per ottenere la verità, conosce le leve da azionare per sollecitarla ed è in grado di determinare con esattezza la differenza che separa l’alleanza dal fuoco amico. Se vuole farlo. Se non ha paura di sentir smascherare le coperture utilizzate negli anni a venire per nascondere la verità.
Sarebbe bene quindi che, oltre che una richiesta di delucidazioni a Parigi, si dia anche un ultimatum all’intero vertice militare italiano affinché dica la verità e che questa sia messa come condizione necessaria per il mantenimento del ruolo. In difetto, non solo dovrebbero essere cacciati dai ranghi delle forze armate senza nemmeno il diritto alla pensione, ma dovrebbero aprirsi procedimenti giudiziari per intralcio alla giustizia e complicità in strage. Il resto è fuffa di fine estate.
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Quanto avvenne a Ustica è ormai noto. La sera del 27 Giugno 1980, l’aereo Itavia copriva la rotta Bologna-Palermo e partì con due ore di ritardo rispetto all’orario schedulato. Scomparve dai radar di Ciampino e Licola intorno alle 20,00, mentre era in discesa per atterrare all’aeroporto palermitano di Punta Raisi, dove non arrivò mai. Ci sono state diverse versioni sull’accaduto, ma quelle fornita dal presidente Cossiga, che parla di un missile francese, è certamente la più veritiera, peraltro corrispondente a quella fornita dagli stessi libici pur se mai in forma aperta.
Il DC-9 dell’Itavia non era, ovviamente, un obiettivo per nessuno. Il volo Itavia fu vittima di un’azione di guerra destinata all’eliminazione fisica di un Capo di Stato straniero. L’obiettivo, appunto, era Gheddafi, che quella notte sorvolava in direzione opposta la stessa tratta dell’aereo Itavia, per recarsi a Belgrado in occasione di un vertice dei Paesi Non Allineati. L’aereo dell’Itavia si trovò sulla linea di fuoco del combattimento aereo. Tra chi? Tra due velivoli francesi, decollati dalla portaerei Clemenceau, di stanza nel Mediterraneo e i due Mig libici di scorta all’aereo presidenziale di Muammar Gheddafi. I servizi di sicurezza libici erano stati avvertiti all’ultimo momento, presumibilmente dai sovietici, dell’agguato. Avevano invertito immediatamente verso Malta la rotta dell’aereo presidenziale con Gheddafi a bordo e mandarono due dei quattro Mig di scorta ad impegnare i Mirage per evitare che inseguissero l’aereo con il leader libico. Uno dei due Mig libici venne ritrovato sulla Sila, abbattuto nello scontro con i francesi, l’altro, presumibilmente, si trova nei fondali dello Jonio.
I killer designati dalla Nato erano i velivoli francesi con l’appoggio degli americani. L’operazione era un obiettivo primario degli Usa (ci riprovarono bombardando Tripoli e la casa di Gheddafi nel 1986) e venne condivisa con la Francia. La Libia era il suo maggior nemico in Africa, dove Gheddafi spingeva per l’emancipazione dalla protezione francese i paesi della Franceafrique. La Francia voleva eliminare Gheddafi e rafforzare il suo ruolo nel Nord Africa, voleva prendersi la Libia, cacciare l’ENI e dare alla Total il petrolio libico, il migliore del mondo per componenti minerali. Gli riuscirà diversi anni dopo, quando Sarkozy ordinò di uccidere il leader libico nell’insurrezione guidata dalle tribù libiche agli ordini di Parigi e Washington.
La domanda di fondo è sostanzialmente una: l’Italia, intesa come intelligence e vertice politico-militare, era al corrente di quanto in programma? O venne tenuta all’oscuro per evitare che i buoni rapporti di Roma con Tripoli potessero determinare un sabotaggio del piano criminale? Certo, il modello operativo consueto della Nato prevede sempre il coinvolgimento attivo del paese-membro di maggiore prossimità territoriale nelle operazioni. Difficile dunque che la Nato potesse pensare ad un’azione di guerra nelle nostre acque territoriali senza consultarci. Difficile, ma non impossibile.
I vertici politici del governo italiano furono probabilmente ignorati nella costruzione dell’attentato. Probabilmente si ritenne che informare gli italiani avrebbe potuto mettere a rischio la riuscita dell’operazione, dal momento che Roma non aveva nessun interesse nella fine di Gheddafi. Non solo i rapporti erano improntati alla reciproca convenienza, ma l’incertezza che sarebbe seguita alla sua uccisione avrebbe messo fortemente a rischio il rapporto privilegiato tra Eni e Libia e, più in generale, avrebbe prodotto un disordine infinito in tutto il Maghreb ed avrebbe consegnato parte del Nord Africa al fondamentalismo islamico, contro il quale Gheddafi si scontrò violentemente.
Peraltro incideva la storia di relazioni positive tra l’Italia e buona parte del Medio Oriente (libici, palestinesi e libanesi in particolare) che hanno sempre garantito gli interessi italiani, non senza irritare profondamente l’asse Washington-Tel Aviv. Dal caso Mattei alla vicenda di Argo 16, l’aereo dei servizi segreti italiani esploso sul cielo di Marghera nel 1973 (vendetta degli israeliani in risposta alla liberazione dei palestinesi accusati di voler programmare un attentato a Roma contro la compagnia israeliana EL AL) sono numerosi gli avvenimenti che hanno caratterizzato la differenza tra Italia e USA nella politica verso il Medio Oriente.
Nell'ambito di questo scontro ci furono i reciproci atti di sfida sulla gestione dei detenuti palestinesi con Stati Uniti e Israele. Il più eclatante si registrò a Sigonella, dove il governo Craxi-Andreotti schierò i VAM dell’aereonautica militare contro la Delta Force statunitense che pensava di togliere con la forza dalle mani del governo italiano Abu Abbas, capo del commando che sequestrò l’Achille Lauro dove venne ucciso il cittadino americano Leo Klingoffer. Lo scontro tra Roma e Washington divenne una dimostrazione eclatante di come le strategie occidentali raramente coincidevano con quelle italiane nell'area, quando l'Italia era un Paese che rispettava gli accordi che prendeva con i partner mediorientali.
Ma questo non esclude affatto la responsabilità dei vertici militari italiani nella gestione delle indagini successive a quanto accaduto nel cielo di Ustica. Ci si riferisce allo sbarramento offerto ad ogni ricerca della verità. La clausola della “doppia obbedienza” (al governo italiano e alla Nato), ha determinato un ruolo attivo della nostra aeronautica militare nell’insabbiamento delle responsabilità nell’operazione, attraverso il “muro di gomma” alzato negli anni successivi. Un muro fatto di bugie, depistaggi e dimenticanze, incidenti mortali strani ad alcuni testimoni di quella notte. Il tutto destinato all’occultamento della verità ai propri vertici politici e alla nazione.
In sostanza si può dire che nell’abbattimento del volo IH870 del 27 Giugno 1980 si trovano numerosi tasselli del mosaico che ha caratterizzato in negativo la storia del nostro Paese. La servitù militare nei confronti della Nato, l’uso della forza da parte dei nostri alleati contro il ruolo dell’Italia in Medio Oriente, la doppia obbedienza dei nostri vertici militari e l’opera di depistaggio e disinformazione operata dai nostri servizi segreti civili e militari, sono stati elementi decisivi. La rinuncia ad ogni elemento di sovranità nazionale e la gelosa custodia del segreto che si vorrebbe di Stato ma che in realtà riguarda spesso le attività dei settori deviati della nostra sicurezza nazionale e la copertura delle azioni d’intelligence occidentale con le connivenze italiane, sono alcuni dei tasselli del puzzle italiano, che da Mattei fino a Calipari raccontano la verità nascosta di un'alleanza a senso unico.
Che la Francia sia colpevole dell’abbattimento dell’aereo Itavia sui cieli di Ustica non vi sono dubbi e francamente che il governo italiano, che con Parigi ha un contenzioso aperto su diversi temi, tragga beneficio da queste dichiarazioni importa poco. L’Italia è schierata contro la Francia proprio perché agli ordini degli USA, che hanno deciso di ridurre al minimo il ruolo della Francia dopo aver ridotto al lumicino quello della Germania. La fine dell’Unione Europea, che poggiava sull’asse Berlino-Parigi e che in qualche modo interferiva con le pretese di egemonia solitaria ed assoluta degli USA, è linea politica che Roma segue senza discutere, per obbedienza a Washington e per convenienza diretta.
È quindi ridicolo chiedere informazioni a NATO e Francia che tanto conosciamo perfettamente. Non bisogna invece dimenticare altri “dettagli” di non poco conto: che il segreto NATO apposto all’operazione, resta per volontà degli Stati Uniti e che i depistaggi, la disinformazione e le menzogne offerte dai vertici militari italiani sono ben più gravi. Rappresentano un tradimento alla patria, una violazione del dettato costituzionale, una manifestazione di un vertice che, con la scusa della doppia obbedienza, risulta eterodiretto dall’estero, cioè dagli USA.
Non c’è nessuna norma o regolamento che impedisca allo Stato maggiore della Difesa di dire la verità alla propria nazione, al proprio governo e ad i suoi cittadini, in primo luogo alle vittime. Il governo italiano ponga pure con fermezza sul tavolo della Nato e su quello del Quay D’Orsay la questione Ustica: dispone dei mezzi per ottenere la verità, conosce le leve da azionare per sollecitarla ed è in grado di determinare con esattezza la differenza che separa l’alleanza dal fuoco amico. Se vuole farlo. Se non ha paura di sentir smascherare le coperture utilizzate negli anni a venire per nascondere la verità.
Sarebbe bene quindi che, oltre che una richiesta di delucidazioni a Parigi, si dia anche un ultimatum all’intero vertice militare italiano affinché dica la verità e che questa sia messa come condizione necessaria per il mantenimento del ruolo. In difetto, non solo dovrebbero essere cacciati dai ranghi delle forze armate senza nemmeno il diritto alla pensione, ma dovrebbero aprirsi procedimenti giudiziari per intralcio alla giustizia e complicità in strage. Il resto è fuffa di fine estate.
Fonte
03/09/2023
Il paese che ha tollerato Ustica
La strage di Ustica fu causata da un missile francese sparato contro un Mig libico nella convinzione che a bordo ci fosse Gheddafi. Il tutto nel corso di una “esercitazione Nato” organizzata apposta per far sembrare, successivamente, che quell’omicidio di un capo di stato, organizzato “scientificamente” ai piani alti del Pentagono e dell’Eliseo, fosse soltanto un “fortunato incidente”.
Di questa rivelazione dovremmo ringraziare Giuliano Amato, il “dottor sottile” che faceva parte del gotha del Partito Socialista Italiano ai tempi di Craxi, Martelli, Signorile, De Michelis, Cicchitto, & co., poi diventato a sua volta presidente del consiglio, (tutti ricordano soprattutto il suo “prelievo forzoso” dai conti correnti per “entrare in Europa”), presidente di varie authority “indipendenti” (!) e infine membro e presidente della Corte Costituzionale.
Dovremmo ringraziarlo, insomma, se non fosse proprio quel Giuliano Amato lì, l’uomo di cui ogni azione risponde a interessi precisi e quasi sempre più d’uno.
Inutile, secondo noi, provare a rispondere alla domanda che tutti si fanno: “perché parlare proprio o soltanto ora di Ustica, visto che sapeva molto già all’epoca dei fatti o poco dopo?”
L’intervista a Repubblica è monotematica, quindi l’intenzione di sollevare questo macigno ora è esplicita. Oltretutto quel giornale, insieme al Corriere, è il campione della fedeltà atlantica senza se e senza ma, fino a coprirsi di ridicolo con i suoi servizi sulla guerra in Ucraina o qualsiasi altro evento che coinvolga la Nato.
Quel giornale, per di più, è anche tra i fautori sfegatati di un rapporto privilegiato – in Europa – con la Francia di Macron, in nome di un “centrismo” neoliberista che faccia da argine moderato soprattutto alla sinistra di Mélénchon.
Le ipotesi di risposta sarebbero insomma molte e fra loro in esplicita contraddizione. Anzi, autocontraddittorie ognuna da sola.
L’unica risposta che possiamo escludere è quella di una “crisi di coscienza”. Curriculum personale e storia d’Italia ci hanno insegnato ad abundantiam che gli uomini di potere, in questo paese, in genere non ne hanno.
Andiamo perciò a vedere cosa ci ha detto, Amato, con quell’intervista.
L’areo dell’Itavia è stato abbattuto da un missile francese. Grazie, ma lo sapevamo già. Lo aveva sommessamente detto Francesco Cossiga – presidente del Consiglio nei giorni di Ustica – ci era arrivata l’inchiesta della magistratura (fermandosi solo sulla soglia della “proprietà” del missile: francese o statunitense?).
L’esercitazione Nato di quei giorni era solo un “contorno” messo in piedi apposta soltanto per uccidere Gheddafi. Anche questo, diciamocelo, lo sospettavamo con grossi margini di sicurezza. Ma va bene saperlo per certo...
I generali dell’aeronautica sentiti anche da lui, negli anni successivi – quando l’inchiesta sulla strage ciclicamente tornava ad occupare il centro della scena per qualche giorno – hanno sempre mentito e depistato, suggerendo di volta in volta la tesi del “cedimento strutturale” o della “bomba a bordo”, piazzata ovviamente da anonimi “terroristi”.
Grazie, ma anche questo lo sapevamo da qualche decina di anni. La struttura militare italiana – è bene ricordarlo ai tanti che in questi giorni si esaltano per il film “Il comandante” – rispetta una catena di comando che porta al Pentagono, non a Palazzo Chigi.
È così dal 1945, vale anche per “i servizi”. Tant’è vero che le indagini della migliore magistratura – pochi davvero, bisogna dire – per le stragi di Brescia e Piazza Fontana si sono dovute fermare davanti ai cancelli piombati del comando Nato di Verona, da cui dipendeva Carlo Digilio, “l’artificiere” che fabbricava gli ordigni “adatti”.
Vero può essere – come aggiunge stamattina Luigi Zanda, all’epoca portavoce di Cossiga – che furono “i servizi” e non Craxi ad avvertire Gheddafi dell’attacco sui cieli di Ustica. Craxi lo fece sei anni dopo quando gli Usa bombardarono la sua casa a Bengasi uccidendone una figlioletta adottiva.
A quel tempo, bisogna ricordare, nonostante la sudditanza agli Usa, i governi democristiani conservavano un margine di autonomia, usato soprattutto per i rapporti con il Medio Oriente e il Nordafrica. Magari solo per i notevoli interessi petroliferi, o per evitare che si scaricassero anche qui molte delle tensioni militari della lunga guerra “arabo/israeliana”.
Ma, appunto, esisteva il margine per qualche “doppio gioco”, non certo per una autonomia strategica. E ogni errore si pagava caro, come aveva sperimentato proprio Craxi dopo l’episodio di Sigonella. E Amato lo sa bene…
In conclusione, insomma, Amato ci ha detto quel che sapevamo già. Dov’è lo scandalo?
Dalle reazioni di classe politica e media di regime, infatti, sembra che chissà quali “rivelazioni” ci siano state consegnate.
Gioca in effetti negativamente “il contesto” in cui ci viene ricordato che l’Italia – insieme a tutta l’Europa inserita nella Nato – è un paese a sovranità limitata.
Siamo nel pieno, o all’inizio, di una guerra guerreggiata (“non fredda”, insomma) in cui si sprecano le giustificazioni/argomentazioni propagandistiche tipo “democrazie contro autocrazie”, “libertà contro dittature”, “diritti umani contro repressione”.
Una propaganda in cui le formazioni neonaziste vengono angelicate se “sono dalla nostra parte” (il battaglione ucraino Azov è solo l’esempio più noto), e quelle antifasciste maledette con “delibere ufficiali” di quell’ente inutile che è il Parlamento Europeo (l’unico al mondo privo di potere legislativo).
Sapere – per bocca di un habituè delle cariche più importanti – che siamo una formazione senza autonomia, senza sovranità, senza potere di scelta, in cui “il voto popolare” non sposta (e non deve farlo mai) assolutamente nulla, potrebbe aprire crisi di consenso più vaste di quelle già in atto (quasi due terzi della popolazione è contraria alla guerra).
Sapere che “i nostri” – la Nato – sono un’organizzazione di assassini pronti a tutto pur di eliminare chi intralcia i loro “interessi strategici” in qualsiasi parte del mondo, può minare la fiducia beota verso i “campioni della democrazia liberale”.
Sapere che i nostri comandi militari obbediscono a questi assassini più che alla Costituzione, può minare la “percezione di sicurezza” e il rispetto che dovrebbero invece emanare.
Sapere che la nostra sovranità popolare è stata espropriata da decenni a favore di altre potenze e/o “dei mercati” toglie buona parte delle argomentazioni contro “il sovranismo”, rivelandole per quel che sono: un’apologia del servilismo neocoloniale. In cui la colonia siamo noi, sia chiaro...
Si comprende bene, quindi, come e perché persino la campionessa del presunto “sovranismo nazionalista” – l’attuale presidente del consiglio – si mostri estremamente prudente e “rispettosa” delle prerogative dei “nostri alleati”.
Con gli Usa si abbassa sempre la testa. Con la Francia si può (fingere di) litigare se non estrada una decina di esuli ultra-settantenni, ma certo non si chiede conto di 81 vittime innocenti.
Uscire dalla Nato, rompere l’Unione Europea. Per sopravvivere, quanto meno.
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Di questa rivelazione dovremmo ringraziare Giuliano Amato, il “dottor sottile” che faceva parte del gotha del Partito Socialista Italiano ai tempi di Craxi, Martelli, Signorile, De Michelis, Cicchitto, & co., poi diventato a sua volta presidente del consiglio, (tutti ricordano soprattutto il suo “prelievo forzoso” dai conti correnti per “entrare in Europa”), presidente di varie authority “indipendenti” (!) e infine membro e presidente della Corte Costituzionale.
Dovremmo ringraziarlo, insomma, se non fosse proprio quel Giuliano Amato lì, l’uomo di cui ogni azione risponde a interessi precisi e quasi sempre più d’uno.
Inutile, secondo noi, provare a rispondere alla domanda che tutti si fanno: “perché parlare proprio o soltanto ora di Ustica, visto che sapeva molto già all’epoca dei fatti o poco dopo?”
L’intervista a Repubblica è monotematica, quindi l’intenzione di sollevare questo macigno ora è esplicita. Oltretutto quel giornale, insieme al Corriere, è il campione della fedeltà atlantica senza se e senza ma, fino a coprirsi di ridicolo con i suoi servizi sulla guerra in Ucraina o qualsiasi altro evento che coinvolga la Nato.
Quel giornale, per di più, è anche tra i fautori sfegatati di un rapporto privilegiato – in Europa – con la Francia di Macron, in nome di un “centrismo” neoliberista che faccia da argine moderato soprattutto alla sinistra di Mélénchon.
Le ipotesi di risposta sarebbero insomma molte e fra loro in esplicita contraddizione. Anzi, autocontraddittorie ognuna da sola.
L’unica risposta che possiamo escludere è quella di una “crisi di coscienza”. Curriculum personale e storia d’Italia ci hanno insegnato ad abundantiam che gli uomini di potere, in questo paese, in genere non ne hanno.
Andiamo perciò a vedere cosa ci ha detto, Amato, con quell’intervista.
L’areo dell’Itavia è stato abbattuto da un missile francese. Grazie, ma lo sapevamo già. Lo aveva sommessamente detto Francesco Cossiga – presidente del Consiglio nei giorni di Ustica – ci era arrivata l’inchiesta della magistratura (fermandosi solo sulla soglia della “proprietà” del missile: francese o statunitense?).
L’esercitazione Nato di quei giorni era solo un “contorno” messo in piedi apposta soltanto per uccidere Gheddafi. Anche questo, diciamocelo, lo sospettavamo con grossi margini di sicurezza. Ma va bene saperlo per certo...
I generali dell’aeronautica sentiti anche da lui, negli anni successivi – quando l’inchiesta sulla strage ciclicamente tornava ad occupare il centro della scena per qualche giorno – hanno sempre mentito e depistato, suggerendo di volta in volta la tesi del “cedimento strutturale” o della “bomba a bordo”, piazzata ovviamente da anonimi “terroristi”.
Grazie, ma anche questo lo sapevamo da qualche decina di anni. La struttura militare italiana – è bene ricordarlo ai tanti che in questi giorni si esaltano per il film “Il comandante” – rispetta una catena di comando che porta al Pentagono, non a Palazzo Chigi.
È così dal 1945, vale anche per “i servizi”. Tant’è vero che le indagini della migliore magistratura – pochi davvero, bisogna dire – per le stragi di Brescia e Piazza Fontana si sono dovute fermare davanti ai cancelli piombati del comando Nato di Verona, da cui dipendeva Carlo Digilio, “l’artificiere” che fabbricava gli ordigni “adatti”.
Vero può essere – come aggiunge stamattina Luigi Zanda, all’epoca portavoce di Cossiga – che furono “i servizi” e non Craxi ad avvertire Gheddafi dell’attacco sui cieli di Ustica. Craxi lo fece sei anni dopo quando gli Usa bombardarono la sua casa a Bengasi uccidendone una figlioletta adottiva.
A quel tempo, bisogna ricordare, nonostante la sudditanza agli Usa, i governi democristiani conservavano un margine di autonomia, usato soprattutto per i rapporti con il Medio Oriente e il Nordafrica. Magari solo per i notevoli interessi petroliferi, o per evitare che si scaricassero anche qui molte delle tensioni militari della lunga guerra “arabo/israeliana”.
Ma, appunto, esisteva il margine per qualche “doppio gioco”, non certo per una autonomia strategica. E ogni errore si pagava caro, come aveva sperimentato proprio Craxi dopo l’episodio di Sigonella. E Amato lo sa bene…
In conclusione, insomma, Amato ci ha detto quel che sapevamo già. Dov’è lo scandalo?
Dalle reazioni di classe politica e media di regime, infatti, sembra che chissà quali “rivelazioni” ci siano state consegnate.
Gioca in effetti negativamente “il contesto” in cui ci viene ricordato che l’Italia – insieme a tutta l’Europa inserita nella Nato – è un paese a sovranità limitata.
Siamo nel pieno, o all’inizio, di una guerra guerreggiata (“non fredda”, insomma) in cui si sprecano le giustificazioni/argomentazioni propagandistiche tipo “democrazie contro autocrazie”, “libertà contro dittature”, “diritti umani contro repressione”.
Una propaganda in cui le formazioni neonaziste vengono angelicate se “sono dalla nostra parte” (il battaglione ucraino Azov è solo l’esempio più noto), e quelle antifasciste maledette con “delibere ufficiali” di quell’ente inutile che è il Parlamento Europeo (l’unico al mondo privo di potere legislativo).
Sapere – per bocca di un habituè delle cariche più importanti – che siamo una formazione senza autonomia, senza sovranità, senza potere di scelta, in cui “il voto popolare” non sposta (e non deve farlo mai) assolutamente nulla, potrebbe aprire crisi di consenso più vaste di quelle già in atto (quasi due terzi della popolazione è contraria alla guerra).
Sapere che “i nostri” – la Nato – sono un’organizzazione di assassini pronti a tutto pur di eliminare chi intralcia i loro “interessi strategici” in qualsiasi parte del mondo, può minare la fiducia beota verso i “campioni della democrazia liberale”.
Sapere che i nostri comandi militari obbediscono a questi assassini più che alla Costituzione, può minare la “percezione di sicurezza” e il rispetto che dovrebbero invece emanare.
Sapere che la nostra sovranità popolare è stata espropriata da decenni a favore di altre potenze e/o “dei mercati” toglie buona parte delle argomentazioni contro “il sovranismo”, rivelandole per quel che sono: un’apologia del servilismo neocoloniale. In cui la colonia siamo noi, sia chiaro...
Si comprende bene, quindi, come e perché persino la campionessa del presunto “sovranismo nazionalista” – l’attuale presidente del consiglio – si mostri estremamente prudente e “rispettosa” delle prerogative dei “nostri alleati”.
Con gli Usa si abbassa sempre la testa. Con la Francia si può (fingere di) litigare se non estrada una decina di esuli ultra-settantenni, ma certo non si chiede conto di 81 vittime innocenti.
Uscire dalla Nato, rompere l’Unione Europea. Per sopravvivere, quanto meno.
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02/09/2023
Strage di Ustica - Il DC-9 Itavia abbattuto da un missile francese diretto contro Gheddafi
Parole come pietre oltre quaranta anni dopo la strage di Ustica, quando un DC-9 dell’Itavia venne abbattuto sui cieli di Ustica.
In una intervista a La Repubblica, l’ex presidente della Corte costituzionale – nonché ex presidente del Consiglio e tante altre cose – Giuliano Amato ha parlato della strage di Ustica del 27 giugno 1980 nella quale morirono 81 persone, spiegando che il DC-9 dell’Itavia fu abbattuto da un missile francese.
“Si voleva fare la pelle a Gheddafi, in volo su un Mig della sua aviazione – ha proseguito – e il piano prevedeva di simulare una esercitazione della Nato, con molti aerei in azione, nel corso della quale sarebbe dovuto partire un missile contro il leader libico: l’esercitazione era una messa in scena che avrebbe permesso di spacciare l’attentato come incidente involontario”.
Secondo Amato le cose andarono diversamente da quanto progettato dai francesi: “Gheddafi fu avvertito del pericolo da Craxi e non salì sul suo aereo. E il missile sganciato contro il Mig libico finì per colpire il DC-9 dell’Itavia che si inabissò con dentro ottantuno innocenti. L’ipotesi più accreditata è che quel missile sia stato lanciato da un caccia francese partito da una portaerei al largo della costa meridionale della Corsica o dalla base militare di Solenzara, quella sera molto trafficata – ha aggiunto – la Francia su questo non ha mai fatto luce”.
Amato sottolinea le reticenze dei francesi: “Mi chiedo perché un giovane presidente come Macron, anche anagraficamente estraneo alla tragedia di Ustica, non voglia togliere l’onta che pesa sulla Francia – ha dichiarato – e può toglierla solo in due modi: o dimostrando che questa tesi è infondata oppure, una volta verificata la sua fondatezza, porgendo le scuse più profonde all’Italia e alle famiglie delle vittime in nome del suo governo. Il protratto silenzio non mi pare una soluzione”, ha concluso Amato.
Ma ce n’è anche per la struttura militare italiana, che in quel caso come in decine di altri tra obbedienza alla Costituzione (e al giuramento prestato) e obbedienza alla Nato ha sempre preferito la seconda, tranne qualche rara eccezione.
Chissà perché, nulla di tutto ciò ci sorprende minimamente. Ma di questo torneremo a parlare prestissimo.
Fonte
In una intervista a La Repubblica, l’ex presidente della Corte costituzionale – nonché ex presidente del Consiglio e tante altre cose – Giuliano Amato ha parlato della strage di Ustica del 27 giugno 1980 nella quale morirono 81 persone, spiegando che il DC-9 dell’Itavia fu abbattuto da un missile francese.
“Si voleva fare la pelle a Gheddafi, in volo su un Mig della sua aviazione – ha proseguito – e il piano prevedeva di simulare una esercitazione della Nato, con molti aerei in azione, nel corso della quale sarebbe dovuto partire un missile contro il leader libico: l’esercitazione era una messa in scena che avrebbe permesso di spacciare l’attentato come incidente involontario”.
Secondo Amato le cose andarono diversamente da quanto progettato dai francesi: “Gheddafi fu avvertito del pericolo da Craxi e non salì sul suo aereo. E il missile sganciato contro il Mig libico finì per colpire il DC-9 dell’Itavia che si inabissò con dentro ottantuno innocenti. L’ipotesi più accreditata è che quel missile sia stato lanciato da un caccia francese partito da una portaerei al largo della costa meridionale della Corsica o dalla base militare di Solenzara, quella sera molto trafficata – ha aggiunto – la Francia su questo non ha mai fatto luce”.
Amato sottolinea le reticenze dei francesi: “Mi chiedo perché un giovane presidente come Macron, anche anagraficamente estraneo alla tragedia di Ustica, non voglia togliere l’onta che pesa sulla Francia – ha dichiarato – e può toglierla solo in due modi: o dimostrando che questa tesi è infondata oppure, una volta verificata la sua fondatezza, porgendo le scuse più profonde all’Italia e alle famiglie delle vittime in nome del suo governo. Il protratto silenzio non mi pare una soluzione”, ha concluso Amato.
Ma ce n’è anche per la struttura militare italiana, che in quel caso come in decine di altri tra obbedienza alla Costituzione (e al giuramento prestato) e obbedienza alla Nato ha sempre preferito la seconda, tranne qualche rara eccezione.
Chissà perché, nulla di tutto ciò ci sorprende minimamente. Ma di questo torneremo a parlare prestissimo.
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23/08/2020
Strage di Ustica. Rimane ancora il segreto di Stato
Sembra incredibile ma nonostante siano passati 40 anni dalla Strage di Ustica, quando venne abbattuto un Douglas DC-9 della compagnia Itavia nei cieli italiani, è stato rinnovato il segreto di stato sui documenti del Sismi che provenivano da Beirut e che racconterebbero le attività italiane in quell’area.
Il governo ha prorogato il segreto di Stato per altri 9 anni perchè “la verità farebbe male” ed è “a rischio la sicurezza nazionale”. A renderlo noto è il quotidiano La Stampa dove si racconta della risposta ottenuta alla richiesta di Giuliana Cavazza, la figlia di una delle vittime della strage del 27 giugno 1980. Cavazza chiedeva di poter avere il carteggio del colonnello Stefano Giovannone, responsabile dei servizi segreti italiani che operò in Libano dal 1973 al 1982. Ma i servizi segreti sono intenzionati a mantenere il segreto quantomeno fino al 2029.
Secondo Rosario Priore, uno dei magistrati che indagò sulla strage, la sera del 27 giugno 1980 ben ventuno aerei militari di diverse nazionalità sfrecciavano sui cieli italiani “in una guerra non dichiarata”. Il Dc 9 della compagna Itavia decollato da Bologna non arrivò mai a Palermo, con 69 adulti e 12 bambini a bordo che morirono nell’abbattimento sui cieli di Ustica. Da uno di quegli aerei militari partì con ogni probabilità il missile che colpì il volo civile dell’Itavia, nella cui scia si celava – fuori dai radar – il bersaglio mancato.
Trentacinque giorni dopo la strage di Ustica, sempre a Bologna, esplodeva la bomba alla stazione facendo decine di morti e centinaia di feriti. Un altro episodio di quella “guerra non dichiarata” che chiama in causa diverse potenze “alleate dell’Italia” e sulla quale la verità “farebbe male” e “metterebbe a rischio la sicurezza nazionale”, ancora oggi.
Anche obiettivamente, appare fin troppo chiaro che “a mettere a rischio la sicurezza nazionale” 40 anni dopo la strage non può certo essere la pista palestinese sulla quale insistono strumentalmente in tanti. Né quella su leader arabi ormai deceduti e con i loro paesi devastati dall’intervento militare occidentale (dall’Iraq alla Libia alla Siria). Infine i palestinesi oggi sono debolissimi sul piano politico e diplomatico.
Sono dunque ben altre le relazioni internazionali ancora vigenti e vincolanti che impediscono di accedere alla verità sulla strage di Ustica, vogliamo parlare di Francia, Stati Uniti, Israele? È di questo e su questo che si ha paura di far sapere la verità. È come far sapere all’opinione pubblica di aver convissuto con l’assassino per quaranta anni.
Fonte
Il governo ha prorogato il segreto di Stato per altri 9 anni perchè “la verità farebbe male” ed è “a rischio la sicurezza nazionale”. A renderlo noto è il quotidiano La Stampa dove si racconta della risposta ottenuta alla richiesta di Giuliana Cavazza, la figlia di una delle vittime della strage del 27 giugno 1980. Cavazza chiedeva di poter avere il carteggio del colonnello Stefano Giovannone, responsabile dei servizi segreti italiani che operò in Libano dal 1973 al 1982. Ma i servizi segreti sono intenzionati a mantenere il segreto quantomeno fino al 2029.
Secondo Rosario Priore, uno dei magistrati che indagò sulla strage, la sera del 27 giugno 1980 ben ventuno aerei militari di diverse nazionalità sfrecciavano sui cieli italiani “in una guerra non dichiarata”. Il Dc 9 della compagna Itavia decollato da Bologna non arrivò mai a Palermo, con 69 adulti e 12 bambini a bordo che morirono nell’abbattimento sui cieli di Ustica. Da uno di quegli aerei militari partì con ogni probabilità il missile che colpì il volo civile dell’Itavia, nella cui scia si celava – fuori dai radar – il bersaglio mancato.
Trentacinque giorni dopo la strage di Ustica, sempre a Bologna, esplodeva la bomba alla stazione facendo decine di morti e centinaia di feriti. Un altro episodio di quella “guerra non dichiarata” che chiama in causa diverse potenze “alleate dell’Italia” e sulla quale la verità “farebbe male” e “metterebbe a rischio la sicurezza nazionale”, ancora oggi.
Anche obiettivamente, appare fin troppo chiaro che “a mettere a rischio la sicurezza nazionale” 40 anni dopo la strage non può certo essere la pista palestinese sulla quale insistono strumentalmente in tanti. Né quella su leader arabi ormai deceduti e con i loro paesi devastati dall’intervento militare occidentale (dall’Iraq alla Libia alla Siria). Infine i palestinesi oggi sono debolissimi sul piano politico e diplomatico.
Sono dunque ben altre le relazioni internazionali ancora vigenti e vincolanti che impediscono di accedere alla verità sulla strage di Ustica, vogliamo parlare di Francia, Stati Uniti, Israele? È di questo e su questo che si ha paura di far sapere la verità. È come far sapere all’opinione pubblica di aver convissuto con l’assassino per quaranta anni.
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