La strage di Ustica fu causata da un missile francese sparato contro un Mig libico nella convinzione che a bordo ci fosse Gheddafi. Il tutto nel corso di una “esercitazione Nato” organizzata apposta per far sembrare, successivamente, che quell’omicidio di un capo di stato, organizzato “scientificamente” ai piani alti del Pentagono e dell’Eliseo, fosse soltanto un “fortunato incidente”.
Di questa rivelazione dovremmo ringraziare Giuliano Amato, il “dottor sottile” che faceva parte del gotha del Partito Socialista Italiano ai tempi di Craxi, Martelli, Signorile, De Michelis, Cicchitto, & co., poi diventato a sua volta presidente del consiglio, (tutti ricordano soprattutto il suo “prelievo forzoso” dai conti correnti per “entrare in Europa”), presidente di varie authority “indipendenti” (!) e infine membro e presidente della Corte Costituzionale.
Dovremmo ringraziarlo, insomma, se non fosse proprio quel Giuliano Amato lì, l’uomo di cui ogni azione risponde a interessi precisi e quasi sempre più d’uno.
Inutile, secondo noi, provare a rispondere alla domanda che tutti si fanno: “perché parlare proprio o soltanto ora di Ustica, visto che sapeva molto già all’epoca dei fatti o poco dopo?”
L’intervista a Repubblica è monotematica, quindi l’intenzione di sollevare questo macigno ora è esplicita. Oltretutto quel giornale, insieme al Corriere, è il campione della fedeltà atlantica senza se e senza ma, fino a coprirsi di ridicolo con i suoi servizi sulla guerra in Ucraina o qualsiasi altro evento che coinvolga la Nato.
Quel giornale, per di più, è anche tra i fautori sfegatati di un rapporto privilegiato – in Europa – con la Francia di Macron, in nome di un “centrismo” neoliberista che faccia da argine moderato soprattutto alla sinistra di Mélénchon.
Le ipotesi di risposta sarebbero insomma molte e fra loro in esplicita contraddizione. Anzi, autocontraddittorie ognuna da sola.
L’unica risposta che possiamo escludere è quella di una “crisi di coscienza”. Curriculum personale e storia d’Italia ci hanno insegnato ad abundantiam che gli uomini di potere, in questo paese, in genere non ne hanno.
Andiamo perciò a vedere cosa ci ha detto, Amato, con quell’intervista.
L’areo dell’Itavia è stato abbattuto da un missile francese. Grazie, ma lo sapevamo già. Lo aveva sommessamente detto Francesco Cossiga – presidente del Consiglio nei giorni di Ustica – ci era arrivata l’inchiesta della magistratura (fermandosi solo sulla soglia della “proprietà” del missile: francese o statunitense?).
L’esercitazione Nato di quei giorni era solo un “contorno” messo in piedi apposta soltanto per uccidere Gheddafi. Anche questo, diciamocelo, lo sospettavamo con grossi margini di sicurezza. Ma va bene saperlo per certo...
I generali dell’aeronautica sentiti anche da lui, negli anni successivi – quando l’inchiesta sulla strage ciclicamente tornava ad occupare il centro della scena per qualche giorno – hanno sempre mentito e depistato, suggerendo di volta in volta la tesi del “cedimento strutturale” o della “bomba a bordo”, piazzata ovviamente da anonimi “terroristi”.
Grazie, ma anche questo lo sapevamo da qualche decina di anni. La struttura militare italiana – è bene ricordarlo ai tanti che in questi giorni si esaltano per il film “Il comandante” – rispetta una catena di comando che porta al Pentagono, non a Palazzo Chigi.
È così dal 1945, vale anche per “i servizi”. Tant’è vero che le indagini della migliore magistratura – pochi davvero, bisogna dire – per le stragi di Brescia e Piazza Fontana si sono dovute fermare davanti ai cancelli piombati del comando Nato di Verona, da cui dipendeva Carlo Digilio, “l’artificiere” che fabbricava gli ordigni “adatti”.
Vero può essere – come aggiunge stamattina Luigi Zanda, all’epoca portavoce di Cossiga – che furono “i servizi” e non Craxi ad avvertire Gheddafi dell’attacco sui cieli di Ustica. Craxi lo fece sei anni dopo quando gli Usa bombardarono la sua casa a Bengasi uccidendone una figlioletta adottiva.
A quel tempo, bisogna ricordare, nonostante la sudditanza agli Usa, i governi democristiani conservavano un margine di autonomia, usato soprattutto per i rapporti con il Medio Oriente e il Nordafrica. Magari solo per i notevoli interessi petroliferi, o per evitare che si scaricassero anche qui molte delle tensioni militari della lunga guerra “arabo/israeliana”.
Ma, appunto, esisteva il margine per qualche “doppio gioco”, non certo per una autonomia strategica. E ogni errore si pagava caro, come aveva sperimentato proprio Craxi dopo l’episodio di Sigonella. E Amato lo sa bene…
In conclusione, insomma, Amato ci ha detto quel che sapevamo già. Dov’è lo scandalo?
Dalle reazioni di classe politica e media di regime, infatti, sembra che chissà quali “rivelazioni” ci siano state consegnate.
Gioca in effetti negativamente “il contesto” in cui ci viene ricordato che l’Italia – insieme a tutta l’Europa inserita nella Nato – è un paese a sovranità limitata.
Siamo nel pieno, o all’inizio, di una guerra guerreggiata (“non fredda”, insomma) in cui si sprecano le giustificazioni/argomentazioni propagandistiche tipo “democrazie contro autocrazie”, “libertà contro dittature”, “diritti umani contro repressione”.
Una propaganda in cui le formazioni neonaziste vengono angelicate se “sono dalla nostra parte” (il battaglione ucraino Azov è solo l’esempio più noto), e quelle antifasciste maledette con “delibere ufficiali” di quell’ente inutile che è il Parlamento Europeo (l’unico al mondo privo di potere legislativo).
Sapere – per bocca di un habituè delle cariche più importanti – che siamo una formazione senza autonomia, senza sovranità, senza potere di scelta, in cui “il voto popolare” non sposta (e non deve farlo mai) assolutamente nulla, potrebbe aprire crisi di consenso più vaste di quelle già in atto (quasi due terzi della popolazione è contraria alla guerra).
Sapere che “i nostri” – la Nato – sono un’organizzazione di assassini pronti a tutto pur di eliminare chi intralcia i loro “interessi strategici” in qualsiasi parte del mondo, può minare la fiducia beota verso i “campioni della democrazia liberale”.
Sapere che i nostri comandi militari obbediscono a questi assassini più che alla Costituzione, può minare la “percezione di sicurezza” e il rispetto che dovrebbero invece emanare.
Sapere che la nostra sovranità popolare è stata espropriata da decenni a favore di altre potenze e/o “dei mercati” toglie buona parte delle argomentazioni contro “il sovranismo”, rivelandole per quel che sono: un’apologia del servilismo neocoloniale. In cui la colonia siamo noi, sia chiaro...
Si comprende bene, quindi, come e perché persino la campionessa del presunto “sovranismo nazionalista” – l’attuale presidente del consiglio – si mostri estremamente prudente e “rispettosa” delle prerogative dei “nostri alleati”.
Con gli Usa si abbassa sempre la testa. Con la Francia si può (fingere di) litigare se non estrada una decina di esuli ultra-settantenni, ma certo non si chiede conto di 81 vittime innocenti.
Uscire dalla Nato, rompere l’Unione Europea. Per sopravvivere, quanto meno.
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