Sono letteralmente scioccato. Ho appena finito di ascoltare su Radio Popolare di Milano una buona ora di sconcertante monologo di Miguel Gotor in cui lo “storico”, nonché esponente del Partito Democratico, ha illustrato le funamboliche teorie complottiste contenute nel suo ultimo libro intitolato “L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna (1979-1980)”.
Peraltro, il giornalista in studio non lo ha mai interrotto con delle domande in grado di chiarire i tanti salti logici del discorso di Gotor, che ha esposto il suo teorema senza mai essere disturbato.
In breve, Gotor, partendo dall’assassinio del presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella (che indica come “l’erede politico di Aldo Moro”), traccia una linea tra le “stratificazioni del potere italiano” soffermandosi sugli «ibridi connubi» tra neofascismo, massoneria occulta, mafia, “apparati deviati dello Stato” e... udite, udite, la Libia di Gheddafi!
Gotor indica delle relazioni organiche tra l’omicidio Mattarella e le stragi di Ustica e di Bologna e mette tutto in relazione alla decisione degli Stati Uniti e della NATO di installare in Sicilia i missili Cruise contro la Libia e contro l’Unione Sovietica.
Non che non vi possa essere stata qualche relazione tra queste cose, ma la spiegazione che da Gotor è rigorosamente (e paradossalmente) monocausale: Gelli ha organizzato tutto ma su mandato di Gheddafi che era in combutta con i neofascisti italiani per via del comune “antisemistismo” e del suo peso specifico, politico e finanziario, nel quadro della così detta “prima Repubblica”.
Ovviamente sui rapporti di Gelli con gli USA ed i milioni di dollari affluiti sul suo conto svizzero nemmeno una parola. Eppure è ormai di pubblico dominio il fatto che Licio Gelli fosse di casa negli Stati Uniti. Come è stradocumentato che, tra gli iscritti alla P2 c’era il capo della stazione CIA di Roma, Randolph Stone, ai cui ordini era il capo servizi segreti italiani.
Altrettanto acclarato il rapporto tra il servizio segreto USA e quello militare italiano (prima Sifar, poi Sid) nel quadro della pianificazione segreta di “Stay Behind” (Gladio) che era nata, in funzione anticomunista, nel 1956, da un accordo tra CIA e SIFAR.
Anche il servizio segreto civile italiano (l’Ufficio affari riservati) aveva stretti legami con gli amerikani. A capo di quell’ufficio era Federico Umberto D’Amato che, nelle sentenze di primo grado e d’appello della Corte d’Assise di Bologna, confermate poi dalla Corte di Cassazione, è indicato come uno dei 4 mandanti, organizzatori o finanziatori della strage alla stazione di Bologna del 1980 insieme a Licio Gelli, Umberto Ortolani e Mario Tedeschi iscritto alla P2. D’Amato era in costanti rapporti con Gelli ma, soprattutto, era un uomo della CIA ed aveva anche un filo diretto con l’FBI.
Ma di tutto ciò, nel teorema nuovo di zecca di Gotor, non c’è alcun accenno perché il collante che terrebbe tutto insieme – assassinio di Piersanti Mattarella, strage di Ustica, strage di Bologna – è soltanto Gheddafi, “antisemita”, “salvatore della Fiat” e “finanziatore dei neofascisti italiani”.
Mohammar Gheddafi, il quale, ovviamente, non potrà replicare alcunché né difendersi perché, dopo essere scampato miracolosamente alla morte in seguito al bombardamento USA del 1986 – che ne uccise la figlia di soli 15 mesi – è stato poi assassinato brutalmente nel 2011 dai “ribelli” finanziati da Francia e Stati Uniti.
Ci sarebbe da ridere se non fosse che stiamo parlando di due stragi che hanno causato 166 morti (più oltre 200 feriti) e dell’assassinio dell’allora Presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella. Insomma, se credevate che il repertorio dietrologico e complottardo sulla recente storia d’Italia ne avesse già sparate di tutti i colori, sappiate che è un filone che non finirà mai di stupirci.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/11/2025
13/03/2025
Ustica: archiviazione della verità?
La recente notizia della richiesta di archiviazione, da parte della Procura di Roma, dell’inchiesta sulla strage di Ustica, ha riposto di nuovo l’attenzione sulla necessità di fare piena luce su un vero e proprio episodio di guerra che si è consumato nei cieli italiani la notte del 27 giugno del 1980 e che costò la vita ad 81 persone.
Secondo quanto riportato dal quotidiano L’Avvenire: “Secondo la ricostruzione fatta dalla Procura, nella sua richiesta di archiviazione contro ignoti, si esclude che ad abbattere il DC-9 sia stata una bomba nascosta a bordo e anche la pista dell’attentato terroristico. Gli inquirenti non sarebbero riusciti neppure a identificare i responsabili, nonché la nazionalità dei caccia in assetto da guerra che quella sera erano presenti nei cieli di Ustica e che potrebbero aver provocato l’abbattimento dell’aereo di linea partito da Bologna e diretto a Palermo. Da quanto è emerso ci sarebbe stata poca trasparenza nella collaborazione fornita dai Paesi ai quali l’Italia si è rivolta, con informazioni incomplete, non riscontrabili e in alcuni casi addirittura fuorvianti”.
Insomma è continuato un modus operandi, da parte degli “eredi” dei probabili responsabili politici della strage, imperniato sull’occultamento ed il depistaggio degli elementi fondamentali per potere appurare la verità giudiziaria che non ha permesso di fare breccia in quel “muro di gomma” costruito negli anni.
Continua il quotidiano: “Nel dettaglio, come è stato chiarito nelle ultime ore, al vaglio del gip ci sono due richieste di archiviazione. La prima riguarda il fascicolo aperto nel 2008 dopo le dichiarazioni dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che sostenne di essere stato informato dai servizi segreti italiani sul fatto che erano stati i francesi a lanciare il missile che abbatté il DC-9”.
Una tesi che è stata ripresa da Giuliano Amato, ai primi di settembre del 2023 e che aveva rimesso al centro del cono di luce dei media la strage.
“Il secondo” riporta L’Avvenire “è quello avviato nel 2022 dopo un esposto presentato dall’Associazione per la verità su Ustica. In entrambi i casi, come ricostruito, per i pm lo scenario resta comunque quello della battaglia aerea ed è stata esclusa la pista della bomba esplosa a bordo”.
Insomma la pista più attendibile, non ha trovato prove per essere confutata, ma allo stesso tempo le indagini non hanno portato all’individuazione dei responsabili non per scarsa volontà soggettiva ma per scarsa collaborazione, per usare un eufemismo.
La vicenda che sembrava potesse riaprirsi dopo l’intervista di Giuliano Amato su La Repubblica alla fine dell’estate del 2023, i cui contenuti sono stati confermati poi dall’ex presidente del consiglio in una successiva conferenza stampa è stata poi riposta di nuovo nell’armadio della vergogna dei tanti episodi di “guerra a bassa intensità” che ha conosciuto il nostro paese dalla strage di Piazza Fontana alla Banda della Uno Bianca.
Come Rete dei Comunisti abbiamo co-organizzato, in tre città, la mobilitazione “Stato Francese, assassino NATO” nel settembre del 2023 e promosso un momento di ulteriore approfondimento – alla fine ottobre di quell’anno – che si è svolto proprio a Bologna, sede del Museo dedicato a quella strage.
Una iniziativa in cui abbiamo, tra l’altro, approfondito il probabile ruolo della NATO e delle forze francesi nell’abbattimento del volo civile il 27 giugno 1980 sulla scorta di inchieste giornalistiche e puntuali ricostruzioni storiche.
La richiesta di archiviazione arriva come atto finale di una lunga operazione di insabbiamento e depistaggio che ha attraversato governi di ogni colore, servendo sempre gli interessi delle potenze imperialiste che dominano la scena politica italiana.
La Procura, impotente, di fronte alla scarsa volontà politica di esercitare una qualche forma di pressione sui propria alleati, ha deciso di chiudere il caso, gettando la spugna.
Ma la verità storica e politica è sotto gli occhi di tutti: la strage di Ustica non è stata un incidente, e le forze armate francesi e statunitensi sanno bene cosa accadde quella notte. Il problema non è la mancanza di prove, ma la volontà di nasconderle, e la complicità italiane dello “Stato Profondo” che volle tenere tutto nascosto dalla sera stessa della Strage.
Una volontà di nascondere e depistare che portò ad accelerare anche i preparativi per la strage del 2 agosto dello stesso anno da parte dei mandanti dell’attentato alla stazione ferroviaria di Bologna, come è stato confermato in ambito giudiziario.
L’associazione delle vittime della strage non ci sta. La sua presidente Bonfietti – secondo quanto riporta il Fatto Quotidiano – vuole “che la diplomazia e il governo chiedano conto ai paesi amici ed alleati quale era l’azione criminosa che stavano conducendo quella notte e perché ancora dopo 45 anni non riescono a rivelare la paternità di coloro che hanno abbattuto un aereo civile in tempo di pace”.
Continua: “Vogliamo poter scrivere, per un problema di dignità nazionale, anche l’ultimo pezzo di storia della vicenda. Hanno abbattuto un aereo civile, chi è stato? Voglio poterlo scrivere”.
Archiviare significa esplicitamente sotterrare la possibilità di individuare ufficialmente i responsabili e riconoscere che la NATO ha sacrificato 81 civili in una battaglia aerea mai dichiarata in un contesto di militarizzazione del Mediterraneo. Questa decisione non è solo un colpo alla giustizia, ma un’ulteriore legittimazione dell’impunità con cui gli apparati militari occidentali possono operare, oggi come ieri, senza rendere conto a nessuno.
Oggi come nel 1980, l’Italia è un avamposto militare dell’imperialismo occidentale, complice attiva delle strategie di guerra portate avanti da USA, UE e NATO. Non solo esegue gli ordini, ma si presta direttamente a partecipare o coprire i peggiori crimini dell’alleanza atlantica. La sua adesione alle politiche NATO ed europee non è una costrizione, ma una scelta politica, funzionale agli interessi di un blocco di potere servo di due padroni.
Le guerre di ieri e di oggi hanno la stessa matrice: l’imperialismo occidentale che impone la sua legge con ogni mezzo, anche sacrificando vite innocenti.
Con il progetto di Difesa Comune Europea, finanziato con miliardi di euro, l’UE non si limita più a essere un pilastro della NATO, ma intende strutturarsi come blocco militare autonomo, pronto a intervenire con ancora più aggressività nelle aree di interesse strategico.
L’archiviazione della strage di Ustica si collega direttamente a questa traiettoria: il silenzio di ieri sugli eccidi della NATO – da Piazza Fontana in poi – è funzionale alla legittimazione delle nuove avventure militari di oggi. La lotta per la verità sulla strage di Ustica non si chiude con questa richiesta di archiviazione: resta un nodo politico e storico che deve essere affrontato con l’arma della memoria, dell’inchiesta indipendente e della mobilitazione contro la NATO, l’UE e il loro nuovo progetto di guerra permanente.
Fonte
Secondo quanto riportato dal quotidiano L’Avvenire: “Secondo la ricostruzione fatta dalla Procura, nella sua richiesta di archiviazione contro ignoti, si esclude che ad abbattere il DC-9 sia stata una bomba nascosta a bordo e anche la pista dell’attentato terroristico. Gli inquirenti non sarebbero riusciti neppure a identificare i responsabili, nonché la nazionalità dei caccia in assetto da guerra che quella sera erano presenti nei cieli di Ustica e che potrebbero aver provocato l’abbattimento dell’aereo di linea partito da Bologna e diretto a Palermo. Da quanto è emerso ci sarebbe stata poca trasparenza nella collaborazione fornita dai Paesi ai quali l’Italia si è rivolta, con informazioni incomplete, non riscontrabili e in alcuni casi addirittura fuorvianti”.
Insomma è continuato un modus operandi, da parte degli “eredi” dei probabili responsabili politici della strage, imperniato sull’occultamento ed il depistaggio degli elementi fondamentali per potere appurare la verità giudiziaria che non ha permesso di fare breccia in quel “muro di gomma” costruito negli anni.
Continua il quotidiano: “Nel dettaglio, come è stato chiarito nelle ultime ore, al vaglio del gip ci sono due richieste di archiviazione. La prima riguarda il fascicolo aperto nel 2008 dopo le dichiarazioni dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che sostenne di essere stato informato dai servizi segreti italiani sul fatto che erano stati i francesi a lanciare il missile che abbatté il DC-9”.
Una tesi che è stata ripresa da Giuliano Amato, ai primi di settembre del 2023 e che aveva rimesso al centro del cono di luce dei media la strage.
“Il secondo” riporta L’Avvenire “è quello avviato nel 2022 dopo un esposto presentato dall’Associazione per la verità su Ustica. In entrambi i casi, come ricostruito, per i pm lo scenario resta comunque quello della battaglia aerea ed è stata esclusa la pista della bomba esplosa a bordo”.
Insomma la pista più attendibile, non ha trovato prove per essere confutata, ma allo stesso tempo le indagini non hanno portato all’individuazione dei responsabili non per scarsa volontà soggettiva ma per scarsa collaborazione, per usare un eufemismo.
La vicenda che sembrava potesse riaprirsi dopo l’intervista di Giuliano Amato su La Repubblica alla fine dell’estate del 2023, i cui contenuti sono stati confermati poi dall’ex presidente del consiglio in una successiva conferenza stampa è stata poi riposta di nuovo nell’armadio della vergogna dei tanti episodi di “guerra a bassa intensità” che ha conosciuto il nostro paese dalla strage di Piazza Fontana alla Banda della Uno Bianca.
Come Rete dei Comunisti abbiamo co-organizzato, in tre città, la mobilitazione “Stato Francese, assassino NATO” nel settembre del 2023 e promosso un momento di ulteriore approfondimento – alla fine ottobre di quell’anno – che si è svolto proprio a Bologna, sede del Museo dedicato a quella strage.
Una iniziativa in cui abbiamo, tra l’altro, approfondito il probabile ruolo della NATO e delle forze francesi nell’abbattimento del volo civile il 27 giugno 1980 sulla scorta di inchieste giornalistiche e puntuali ricostruzioni storiche.
La richiesta di archiviazione arriva come atto finale di una lunga operazione di insabbiamento e depistaggio che ha attraversato governi di ogni colore, servendo sempre gli interessi delle potenze imperialiste che dominano la scena politica italiana.
La Procura, impotente, di fronte alla scarsa volontà politica di esercitare una qualche forma di pressione sui propria alleati, ha deciso di chiudere il caso, gettando la spugna.
Ma la verità storica e politica è sotto gli occhi di tutti: la strage di Ustica non è stata un incidente, e le forze armate francesi e statunitensi sanno bene cosa accadde quella notte. Il problema non è la mancanza di prove, ma la volontà di nasconderle, e la complicità italiane dello “Stato Profondo” che volle tenere tutto nascosto dalla sera stessa della Strage.
Una volontà di nascondere e depistare che portò ad accelerare anche i preparativi per la strage del 2 agosto dello stesso anno da parte dei mandanti dell’attentato alla stazione ferroviaria di Bologna, come è stato confermato in ambito giudiziario.
L’associazione delle vittime della strage non ci sta. La sua presidente Bonfietti – secondo quanto riporta il Fatto Quotidiano – vuole “che la diplomazia e il governo chiedano conto ai paesi amici ed alleati quale era l’azione criminosa che stavano conducendo quella notte e perché ancora dopo 45 anni non riescono a rivelare la paternità di coloro che hanno abbattuto un aereo civile in tempo di pace”.
Continua: “Vogliamo poter scrivere, per un problema di dignità nazionale, anche l’ultimo pezzo di storia della vicenda. Hanno abbattuto un aereo civile, chi è stato? Voglio poterlo scrivere”.
Archiviare significa esplicitamente sotterrare la possibilità di individuare ufficialmente i responsabili e riconoscere che la NATO ha sacrificato 81 civili in una battaglia aerea mai dichiarata in un contesto di militarizzazione del Mediterraneo. Questa decisione non è solo un colpo alla giustizia, ma un’ulteriore legittimazione dell’impunità con cui gli apparati militari occidentali possono operare, oggi come ieri, senza rendere conto a nessuno.
Oggi come nel 1980, l’Italia è un avamposto militare dell’imperialismo occidentale, complice attiva delle strategie di guerra portate avanti da USA, UE e NATO. Non solo esegue gli ordini, ma si presta direttamente a partecipare o coprire i peggiori crimini dell’alleanza atlantica. La sua adesione alle politiche NATO ed europee non è una costrizione, ma una scelta politica, funzionale agli interessi di un blocco di potere servo di due padroni.
Le guerre di ieri e di oggi hanno la stessa matrice: l’imperialismo occidentale che impone la sua legge con ogni mezzo, anche sacrificando vite innocenti.
Con il progetto di Difesa Comune Europea, finanziato con miliardi di euro, l’UE non si limita più a essere un pilastro della NATO, ma intende strutturarsi come blocco militare autonomo, pronto a intervenire con ancora più aggressività nelle aree di interesse strategico.
L’archiviazione della strage di Ustica si collega direttamente a questa traiettoria: il silenzio di ieri sugli eccidi della NATO – da Piazza Fontana in poi – è funzionale alla legittimazione delle nuove avventure militari di oggi. La lotta per la verità sulla strage di Ustica non si chiude con questa richiesta di archiviazione: resta un nodo politico e storico che deve essere affrontato con l’arma della memoria, dell’inchiesta indipendente e della mobilitazione contro la NATO, l’UE e il loro nuovo progetto di guerra permanente.
Fonte
13/07/2024
Strage di Montagna Longa: perché non vogliono riaprire le indagini?
Il 5 maggio 1972 il volo Alitalia 112, con un DC-8 di linea partito dall’aeroporto di Roma-Fiumicino e diretto all’aeroporto di Palermo-Punta Raisi, si concludeva in prossimità dell’atterraggio schiantandosi contro la Montagna Longa, tra il territorio di Cinisi ed il territorio di Carini, alle porte di Palermo. A bordo 108 passeggeri e 7 membri dell’equipaggio, tutti morti.
“Errore del pilota”?
Le successive indagini si conclusero con la sentenza del tribunale di Catania che incolpava i piloti di non aver seguito le linee guida dei controllori di volo durante le fasi dell’atterraggio. Insomma, un incidente causato da un “errore del pilota”? L’Associazione Nazionale Piloti Aviazione Commerciale (ANPAC) si schierò dalla parte dei piloti, rifiutando la possibilità di un loro errore per la lunga esperienza che avevano.
“Il DC-8 fu colpito da proiettili esplosi a terra da fascisti e mafiosi”
Maria Eleonora Fais, sorella di Angela, morta nella strage, dopo molti anni, è riuscita a recuperare il rapporto dell’allora vicecapo della polizia Giuseppe Peri secondo il quale l’aereo fu colpito da proiettili esplosi da terra. Peri nel rapporto attribuiva la responsabilità a dei neofascisti che agivano in collaborazione con alcuni mafiosi. Questo “attentato terroristico” si è verificato tre giorni prima delle elezioni politiche e avrebbe avuto lo scopo di spostare a destra l’asse politico nazionale.
La pista NATO
A marzo 2012 un altro parente delle vittime, un generale dei Carabinieri che nella strage perse il fratello, chiese alla Procura di Catania di riaprire l’inchiesta sul 5 maggio 1972.
Il generale sosteneva l’esistenza di un nesso tra un’esercitazione NATO, con consistente traffico aereo, e una foto scattata all’indomani dell’incidente, con tre presunti fori d’entrata di proiettile sull’ala dell’aereo.
“La presenza di esplosivo a bordo DC-8”
Un anno fa i familiari della strage di Montagna Longa hanno richiesto la riapertura delle indagini e hanno lanciato un appello al presidente Mattarella. In una nota firmata da Ernesto Valvo, presidente dell’Associazione familiari delle vittime di Montagna Longa, si legge, tra l’altro: “La magistratura ha recentemente respinto la richiesta di riapertura delle indagini da noi presentata, scaturita dalla meticolosa relazione del professor Rosario Marretta, che ipotizza la presenza di esplosivo a bordo del DC-8 schiantatosi misteriosamente il 5 maggio 1972. Senza contare che mai si è fatta luce sul mancato funzionamento della scatola nera e sulla scomparsa del tracciato radar”.
Da Montagna Longa a Ustica
Montagna Longa come Ustica, due aerei inghiottiti dalla morte con tutto il loro carico umano. Due aerei civili che hanno subito la stessa sorte sorvolando lo stesso tratto di mare colmo di segreti orrendi. Due stragi che hanno in comune anche il silenzio dei radar e la scomparsa dei tracciati precedenti “l’incidente”. Ma la strage di Montagna Longa ha un contesto storico e politico assai diverso dalla strage di Ustica: la strategia della tensione, le stragi fasciste, Gladio...
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“Errore del pilota”?
Le successive indagini si conclusero con la sentenza del tribunale di Catania che incolpava i piloti di non aver seguito le linee guida dei controllori di volo durante le fasi dell’atterraggio. Insomma, un incidente causato da un “errore del pilota”? L’Associazione Nazionale Piloti Aviazione Commerciale (ANPAC) si schierò dalla parte dei piloti, rifiutando la possibilità di un loro errore per la lunga esperienza che avevano.
“Il DC-8 fu colpito da proiettili esplosi a terra da fascisti e mafiosi”
Maria Eleonora Fais, sorella di Angela, morta nella strage, dopo molti anni, è riuscita a recuperare il rapporto dell’allora vicecapo della polizia Giuseppe Peri secondo il quale l’aereo fu colpito da proiettili esplosi da terra. Peri nel rapporto attribuiva la responsabilità a dei neofascisti che agivano in collaborazione con alcuni mafiosi. Questo “attentato terroristico” si è verificato tre giorni prima delle elezioni politiche e avrebbe avuto lo scopo di spostare a destra l’asse politico nazionale.
La pista NATO
A marzo 2012 un altro parente delle vittime, un generale dei Carabinieri che nella strage perse il fratello, chiese alla Procura di Catania di riaprire l’inchiesta sul 5 maggio 1972.
Il generale sosteneva l’esistenza di un nesso tra un’esercitazione NATO, con consistente traffico aereo, e una foto scattata all’indomani dell’incidente, con tre presunti fori d’entrata di proiettile sull’ala dell’aereo.
“La presenza di esplosivo a bordo DC-8”
Un anno fa i familiari della strage di Montagna Longa hanno richiesto la riapertura delle indagini e hanno lanciato un appello al presidente Mattarella. In una nota firmata da Ernesto Valvo, presidente dell’Associazione familiari delle vittime di Montagna Longa, si legge, tra l’altro: “La magistratura ha recentemente respinto la richiesta di riapertura delle indagini da noi presentata, scaturita dalla meticolosa relazione del professor Rosario Marretta, che ipotizza la presenza di esplosivo a bordo del DC-8 schiantatosi misteriosamente il 5 maggio 1972. Senza contare che mai si è fatta luce sul mancato funzionamento della scatola nera e sulla scomparsa del tracciato radar”.
Da Montagna Longa a Ustica
Montagna Longa come Ustica, due aerei inghiottiti dalla morte con tutto il loro carico umano. Due aerei civili che hanno subito la stessa sorte sorvolando lo stesso tratto di mare colmo di segreti orrendi. Due stragi che hanno in comune anche il silenzio dei radar e la scomparsa dei tracciati precedenti “l’incidente”. Ma la strage di Montagna Longa ha un contesto storico e politico assai diverso dalla strage di Ustica: la strategia della tensione, le stragi fasciste, Gladio...
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17/09/2023
Torino - La linea di sangue degli “incidenti aerei” militari
Un aereo delle pattuglia acrobatica dell’aeronautica militare è precipitato ieri pomeriggio, in fase di decollo, all’aeroporto di Caselle durante una esercitazione alla vigilia dello show aeronautico previsto a Vercelli per oggi.
La caduta dell’aereo ha provocato un’esplosione di fiamme che ha colpito un auto in transito sulla strada intorno all’aeroporto. Una bambina di 5 anni ha perso la vita mentre il fratellino di 12 anni, è ricoverato per alcune gravi ustioni, così come i loro genitori finiti in ospedale per i danni causati dalle fiamme.
Anche il pilota del velivolo schiantatasi al suolo è rimasto ferito dalle fiamme. La prima ipotesi avanzata sull’incidente sembra quella di un bird strike, ovvero un’avaria causata dall’impatto con uno stormo di uccelli. Nelle prossime ore si indagherà più a fondo sulle ragioni dell’accaduto.
Il 2023 aveva già visto i piloti delle Frecce Tricolori colpite da un lutto. Nell'aprile scorso, in un incidente aereo, è morto il capitano dell’Aeronautica militare Alessio Ghersi assegnato alla Pattuglia acrobatica nazionale dal 2018.
Ma dopo quanto avvenuto ieri a Caselle, a molti è tornata subito alla memoria la strage di Ramstein, il 28 agosto 1988, quando l’airshow nella base Nato tedesca si trasformò in una strage.
Tre aerei delle Frecce Tricolori si scontrarono in volo, i rottami finirono tra gli spettatori provocando 70 morti e 346 feriti.
Due anni dopo, il 6 dicembre 1990 ci fu la strage alla scuola di Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna, quando un MB-326 in avaria si schiantò sull'aula della seconda A dell’Istituto Tecnico Salvemini provocando un incendio. Undici studenti e un’insegnante rimasero uccisi, fiamme e macerie fecero anche 88 feriti.
Ma l’elenco dei morti su aerei militari è lungo. Il 23 novembre 2009 durante un volo di addestramento, della 46/a Brigata aerea dell’Aeronautica di stanza Pisa, un C-130 precipitò poco dopo il decollo. Cinque le vittime: il comandante, due allievi pilota e due addetti al carico.
Il 19 agosto 2014 due Tornado impegnati in una missione di addestramento si scontrarono nel cielo sopra Ascoli Piceno. Nella collisione morirono i quattro piloti dei due equipaggi.
Il 24 settembre 2017 a Terracina, durante un airshow dell’Aeronautica, un Eurofighter si schiantò in mare durante un’esibizione di volo acrobatico, non ci fu niente da fare per il pilota.
In alcuni casi la morte dei piloti ha suscitato anche molti sospetti, soprattutto nel caso di piloti e ufficiali dell’Aeronautica coinvolti come testimoni sulla strage di Ustica.
È il caso di Sandro Marcucci e Silvio Lorenzini che, prossimi alla convocazione per testimoniare, il 2 febbraio 1992, sorvolando le apuane morirono entrambi precipitando con il loro Piper. Ma anche degli ufficiali piloti Ivo Nutarelli e Mario Naldini, vittime dell’incidente aereo a Ramstein del 1988 in Germania. Con loro morì anche il capitano Giorgio Alessio.
Secondo i legali di uno dei due piloti e il pool di periti che hanno lavorato al caso Ramstein, quello non fu un errore umano come ha certificato frettolosamente un indagine militare.
C’è un filo che tiene unite 2 tragedie (Ustica e Ramstein) e che passa da dall’Aeroporto militare di Grosseto e dal centro radar di Poggio Ballone. Il 27 Giugno 1980, la sera della strage, Nutarelli e Naldini si erano alzati in volo dall’Aeroporto di Grosseto per una ricognizione sull’anomalo traffico nei cieli italiani. Chiamati a testimoniare, non hanno mai potuto farlo.
Fonte
La caduta dell’aereo ha provocato un’esplosione di fiamme che ha colpito un auto in transito sulla strada intorno all’aeroporto. Una bambina di 5 anni ha perso la vita mentre il fratellino di 12 anni, è ricoverato per alcune gravi ustioni, così come i loro genitori finiti in ospedale per i danni causati dalle fiamme.
Anche il pilota del velivolo schiantatasi al suolo è rimasto ferito dalle fiamme. La prima ipotesi avanzata sull’incidente sembra quella di un bird strike, ovvero un’avaria causata dall’impatto con uno stormo di uccelli. Nelle prossime ore si indagherà più a fondo sulle ragioni dell’accaduto.
Il 2023 aveva già visto i piloti delle Frecce Tricolori colpite da un lutto. Nell'aprile scorso, in un incidente aereo, è morto il capitano dell’Aeronautica militare Alessio Ghersi assegnato alla Pattuglia acrobatica nazionale dal 2018.
Ma dopo quanto avvenuto ieri a Caselle, a molti è tornata subito alla memoria la strage di Ramstein, il 28 agosto 1988, quando l’airshow nella base Nato tedesca si trasformò in una strage.
Tre aerei delle Frecce Tricolori si scontrarono in volo, i rottami finirono tra gli spettatori provocando 70 morti e 346 feriti.
Due anni dopo, il 6 dicembre 1990 ci fu la strage alla scuola di Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna, quando un MB-326 in avaria si schiantò sull'aula della seconda A dell’Istituto Tecnico Salvemini provocando un incendio. Undici studenti e un’insegnante rimasero uccisi, fiamme e macerie fecero anche 88 feriti.
Ma l’elenco dei morti su aerei militari è lungo. Il 23 novembre 2009 durante un volo di addestramento, della 46/a Brigata aerea dell’Aeronautica di stanza Pisa, un C-130 precipitò poco dopo il decollo. Cinque le vittime: il comandante, due allievi pilota e due addetti al carico.
Il 19 agosto 2014 due Tornado impegnati in una missione di addestramento si scontrarono nel cielo sopra Ascoli Piceno. Nella collisione morirono i quattro piloti dei due equipaggi.
Il 24 settembre 2017 a Terracina, durante un airshow dell’Aeronautica, un Eurofighter si schiantò in mare durante un’esibizione di volo acrobatico, non ci fu niente da fare per il pilota.
In alcuni casi la morte dei piloti ha suscitato anche molti sospetti, soprattutto nel caso di piloti e ufficiali dell’Aeronautica coinvolti come testimoni sulla strage di Ustica.
È il caso di Sandro Marcucci e Silvio Lorenzini che, prossimi alla convocazione per testimoniare, il 2 febbraio 1992, sorvolando le apuane morirono entrambi precipitando con il loro Piper. Ma anche degli ufficiali piloti Ivo Nutarelli e Mario Naldini, vittime dell’incidente aereo a Ramstein del 1988 in Germania. Con loro morì anche il capitano Giorgio Alessio.
Secondo i legali di uno dei due piloti e il pool di periti che hanno lavorato al caso Ramstein, quello non fu un errore umano come ha certificato frettolosamente un indagine militare.
C’è un filo che tiene unite 2 tragedie (Ustica e Ramstein) e che passa da dall’Aeroporto militare di Grosseto e dal centro radar di Poggio Ballone. Il 27 Giugno 1980, la sera della strage, Nutarelli e Naldini si erano alzati in volo dall’Aeroporto di Grosseto per una ricognizione sull’anomalo traffico nei cieli italiani. Chiamati a testimoniare, non hanno mai potuto farlo.
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06/09/2023
Strage di Ustica. Amato ribadisce la sua tesi. Oggi manifestazioni in diverse città
“La ragione dell’intervista sulla strage di Ustica, che ci crediate o no, è che una persona di 85 anni comincia a pensare che ha davanti poco tempo e si chiede se c’è qualcosa di utile che può ancora fare, qualcosa di incompiuto che può provare a completare”.
Giuliano Amato ha spiegato così, in una conferenza nella sede della stampa estera, le motivazioni che lo hanno spinto a rilasciare una lunga intervista sulla strage di Ustica al quotidiano La Repubblica. “Sono un uomo di 85 anni. Avevo cominciato a pensare che questa ricerca, a cui queste famiglie non rinunciano, sta per arrivare a un tempo in cui diventa irrealizzabile, perché si muore. Ecco. L’ho fatto per il peso della mia età”.
Le parole di Amato sembrano così rispondere anche alla domanda sul perché “proprio ora o solo ora” un ex Presidente del Consiglio ed ex Presidente della Corte Costituzionale abbia deciso di sollevare consapevolmente l’attenzione su una delle stragi di Stato che costellano la storia recente del nostro paese.
Quella di Amato su La Repubblica è stata una intervista “mirata” e specifica sulla vicenda, quasi liberatoria, che dopo 43 anni di insabbiamenti, depistaggi, silenzi, ha rimesso sul piatto una strage di Stato con 81 morti e che precedeva di poco più di un mese un’altra strage – quella alla stazione di Bologna – che provocò altri 85 morti.
Una intervista che ha smascherato le complicità internazionali nella strage (Francia, Nato), la “fellonia” dei generali italiani (più fedeli alla Nato che alla Costituzione), la negazione e la complicità per insabbiare un atto di guerra nei cieli italiani e contro cittadini di un paese “alleato”. Comunque nei cieli italiani “avvenne un atto di guerra in territorio italiano e cos’altro è sparare un missile contro un aereo?” ha affermato Amato.
“Dopo aver letto tutto quello che è stato scritto, non ho ritrattato niente” ha detto Giuliano Amato alla stampa estera replicando alle strumentalizzazione dei giornali della destra sulle sue dichiarazioni dei giorni scorsi sulla strage di Ustica. “Non ho mai detto che stavo dando la verità” sulla tragedia, aggiunge. “Ho detto che portavo avanti una delle ipotesi, specificando che io non avevo alcuna verità da offrire, e che il mio scopo era quello di provocare un avvicinamento alla verità”.
“Non ho detto a Macron di chiedere scusa, ma che sono scemo? Ho chiesto di occuparsi della cosa”, ha poi aggiunto. “Ho trovato singolare che in questi giorni sia stato detto che la politica con Ustica non c’entra. La politica può ancora fare molto, se vuole, perché la vicenda di Ustica sia chiarita”.
Amato ha spiegato di essere “molto amico della Francia. L’unica mia questione aperta con la Francia è la testata piantata da Zidane nel petto di Materazzi. Al giovane presidente Macron, che aveva due anni all’epoca, mi rivolgo quindi da amico invitandolo a liberarci dalla questione Solenzara”. Il riferimento di Giuliano Amato, è alla base militare francese in Corsica, da dove sarebbe decollato il caccia che lanciò il missile che colpì il DC-9 dell’Itavia sui cieli di Ustica la notte del 27 giugno 1980.
“Chi ha scritto che la mia intervista è fonte di attriti con la Francia – ha aggiunto – ha voluto creare un attrito, ha voluto dire una cosa non vera, che è una cosa che spesso in politica si fa ma non risponde alla verità”.
Ma un serio problema con la Francia (ma anche con i comandi Nato aggiungiamo noi) c’è di sicuro, anche perché tra l’Italia e la Francia è stato firmato poco più di un anno fa il Trattato del Quirinale, un impegnativo trattato bilaterale che dovrebbe rendere Roma e Parigi “alleati di ferro”.
Con lo slogan “Stato francese assassino NATO” oggi si terranno in Italia manifestazioni sotto l’ambasciata e il consolato francese a Roma e Milano ma anche davanti al museo della strage di Ustica a Bologna. “Amato ammette a distanza di 40 anni una verità che in realtà è ben presente nel corpo della storia negata del nostro Paese, quella che passa dallo stragismo, dalla repressione delle opposizioni e dall’asservimento della politica all’imperialismo euroatlantico” scrive in un comunicato la coalizione di organizzazioni e associazioni che ha convocato le manifestazioni di oggi. “Contro i crimini dello Stato francese, le guerre della Nato e il silenzio complice dello Stato italiano, chiamiamo alla mobilitazione”.
Fonte
Giuliano Amato ha spiegato così, in una conferenza nella sede della stampa estera, le motivazioni che lo hanno spinto a rilasciare una lunga intervista sulla strage di Ustica al quotidiano La Repubblica. “Sono un uomo di 85 anni. Avevo cominciato a pensare che questa ricerca, a cui queste famiglie non rinunciano, sta per arrivare a un tempo in cui diventa irrealizzabile, perché si muore. Ecco. L’ho fatto per il peso della mia età”.
Le parole di Amato sembrano così rispondere anche alla domanda sul perché “proprio ora o solo ora” un ex Presidente del Consiglio ed ex Presidente della Corte Costituzionale abbia deciso di sollevare consapevolmente l’attenzione su una delle stragi di Stato che costellano la storia recente del nostro paese.
Quella di Amato su La Repubblica è stata una intervista “mirata” e specifica sulla vicenda, quasi liberatoria, che dopo 43 anni di insabbiamenti, depistaggi, silenzi, ha rimesso sul piatto una strage di Stato con 81 morti e che precedeva di poco più di un mese un’altra strage – quella alla stazione di Bologna – che provocò altri 85 morti.
Una intervista che ha smascherato le complicità internazionali nella strage (Francia, Nato), la “fellonia” dei generali italiani (più fedeli alla Nato che alla Costituzione), la negazione e la complicità per insabbiare un atto di guerra nei cieli italiani e contro cittadini di un paese “alleato”. Comunque nei cieli italiani “avvenne un atto di guerra in territorio italiano e cos’altro è sparare un missile contro un aereo?” ha affermato Amato.
“Dopo aver letto tutto quello che è stato scritto, non ho ritrattato niente” ha detto Giuliano Amato alla stampa estera replicando alle strumentalizzazione dei giornali della destra sulle sue dichiarazioni dei giorni scorsi sulla strage di Ustica. “Non ho mai detto che stavo dando la verità” sulla tragedia, aggiunge. “Ho detto che portavo avanti una delle ipotesi, specificando che io non avevo alcuna verità da offrire, e che il mio scopo era quello di provocare un avvicinamento alla verità”.
“Non ho detto a Macron di chiedere scusa, ma che sono scemo? Ho chiesto di occuparsi della cosa”, ha poi aggiunto. “Ho trovato singolare che in questi giorni sia stato detto che la politica con Ustica non c’entra. La politica può ancora fare molto, se vuole, perché la vicenda di Ustica sia chiarita”.
Amato ha spiegato di essere “molto amico della Francia. L’unica mia questione aperta con la Francia è la testata piantata da Zidane nel petto di Materazzi. Al giovane presidente Macron, che aveva due anni all’epoca, mi rivolgo quindi da amico invitandolo a liberarci dalla questione Solenzara”. Il riferimento di Giuliano Amato, è alla base militare francese in Corsica, da dove sarebbe decollato il caccia che lanciò il missile che colpì il DC-9 dell’Itavia sui cieli di Ustica la notte del 27 giugno 1980.
“Chi ha scritto che la mia intervista è fonte di attriti con la Francia – ha aggiunto – ha voluto creare un attrito, ha voluto dire una cosa non vera, che è una cosa che spesso in politica si fa ma non risponde alla verità”.
Ma un serio problema con la Francia (ma anche con i comandi Nato aggiungiamo noi) c’è di sicuro, anche perché tra l’Italia e la Francia è stato firmato poco più di un anno fa il Trattato del Quirinale, un impegnativo trattato bilaterale che dovrebbe rendere Roma e Parigi “alleati di ferro”.
Con lo slogan “Stato francese assassino NATO” oggi si terranno in Italia manifestazioni sotto l’ambasciata e il consolato francese a Roma e Milano ma anche davanti al museo della strage di Ustica a Bologna. “Amato ammette a distanza di 40 anni una verità che in realtà è ben presente nel corpo della storia negata del nostro Paese, quella che passa dallo stragismo, dalla repressione delle opposizioni e dall’asservimento della politica all’imperialismo euroatlantico” scrive in un comunicato la coalizione di organizzazioni e associazioni che ha convocato le manifestazioni di oggi. “Contro i crimini dello Stato francese, le guerre della Nato e il silenzio complice dello Stato italiano, chiamiamo alla mobilitazione”.
Fonte
04/09/2023
Ustica, le memorie di Amato
Le dichiarazioni di Giuliano Amato sulla strage di Ustica appaiono, per quanto tardive, utili a rinfrescare la memoria di un Paese che di assenza di memoria patisce endemicamente. Ci si può interrogare - è sempre bene farlo - sul perché oggi Amato decida di dire cose di una gravità estrema. Cose fino ad oggi sostenute solo da Francesco Cossiga, ex Presidente della Repubblica, ex ministro dell’Interno e, fuori curriculum, riferimento politico di Gladio, la rete Stay-Behind anticomunista, operativa in Italia dal dopoguerra in funzione sovversiva. Una sorta di legione irregolare della NATO, destinata a sostenere militarmente il famoso “Fattore K”, cioè il divieto di accesso al PCI al governo del Paese. E, sempre a proposito di memoria, Amato ricorderà di essere stato il Presidente del Consiglio nel 1992 e per 305 giorni. Sarà che non trovò il tempo per chiedere la verità al suo omologo francese?
Quanto avvenne a Ustica è ormai noto. La sera del 27 Giugno 1980, l’aereo Itavia copriva la rotta Bologna-Palermo e partì con due ore di ritardo rispetto all’orario schedulato. Scomparve dai radar di Ciampino e Licola intorno alle 20,00, mentre era in discesa per atterrare all’aeroporto palermitano di Punta Raisi, dove non arrivò mai. Ci sono state diverse versioni sull’accaduto, ma quelle fornita dal presidente Cossiga, che parla di un missile francese, è certamente la più veritiera, peraltro corrispondente a quella fornita dagli stessi libici pur se mai in forma aperta.
Il DC-9 dell’Itavia non era, ovviamente, un obiettivo per nessuno. Il volo Itavia fu vittima di un’azione di guerra destinata all’eliminazione fisica di un Capo di Stato straniero. L’obiettivo, appunto, era Gheddafi, che quella notte sorvolava in direzione opposta la stessa tratta dell’aereo Itavia, per recarsi a Belgrado in occasione di un vertice dei Paesi Non Allineati. L’aereo dell’Itavia si trovò sulla linea di fuoco del combattimento aereo. Tra chi? Tra due velivoli francesi, decollati dalla portaerei Clemenceau, di stanza nel Mediterraneo e i due Mig libici di scorta all’aereo presidenziale di Muammar Gheddafi. I servizi di sicurezza libici erano stati avvertiti all’ultimo momento, presumibilmente dai sovietici, dell’agguato. Avevano invertito immediatamente verso Malta la rotta dell’aereo presidenziale con Gheddafi a bordo e mandarono due dei quattro Mig di scorta ad impegnare i Mirage per evitare che inseguissero l’aereo con il leader libico. Uno dei due Mig libici venne ritrovato sulla Sila, abbattuto nello scontro con i francesi, l’altro, presumibilmente, si trova nei fondali dello Jonio.
I killer designati dalla Nato erano i velivoli francesi con l’appoggio degli americani. L’operazione era un obiettivo primario degli Usa (ci riprovarono bombardando Tripoli e la casa di Gheddafi nel 1986) e venne condivisa con la Francia. La Libia era il suo maggior nemico in Africa, dove Gheddafi spingeva per l’emancipazione dalla protezione francese i paesi della Franceafrique. La Francia voleva eliminare Gheddafi e rafforzare il suo ruolo nel Nord Africa, voleva prendersi la Libia, cacciare l’ENI e dare alla Total il petrolio libico, il migliore del mondo per componenti minerali. Gli riuscirà diversi anni dopo, quando Sarkozy ordinò di uccidere il leader libico nell’insurrezione guidata dalle tribù libiche agli ordini di Parigi e Washington.
La domanda di fondo è sostanzialmente una: l’Italia, intesa come intelligence e vertice politico-militare, era al corrente di quanto in programma? O venne tenuta all’oscuro per evitare che i buoni rapporti di Roma con Tripoli potessero determinare un sabotaggio del piano criminale? Certo, il modello operativo consueto della Nato prevede sempre il coinvolgimento attivo del paese-membro di maggiore prossimità territoriale nelle operazioni. Difficile dunque che la Nato potesse pensare ad un’azione di guerra nelle nostre acque territoriali senza consultarci. Difficile, ma non impossibile.
I vertici politici del governo italiano furono probabilmente ignorati nella costruzione dell’attentato. Probabilmente si ritenne che informare gli italiani avrebbe potuto mettere a rischio la riuscita dell’operazione, dal momento che Roma non aveva nessun interesse nella fine di Gheddafi. Non solo i rapporti erano improntati alla reciproca convenienza, ma l’incertezza che sarebbe seguita alla sua uccisione avrebbe messo fortemente a rischio il rapporto privilegiato tra Eni e Libia e, più in generale, avrebbe prodotto un disordine infinito in tutto il Maghreb ed avrebbe consegnato parte del Nord Africa al fondamentalismo islamico, contro il quale Gheddafi si scontrò violentemente.
Peraltro incideva la storia di relazioni positive tra l’Italia e buona parte del Medio Oriente (libici, palestinesi e libanesi in particolare) che hanno sempre garantito gli interessi italiani, non senza irritare profondamente l’asse Washington-Tel Aviv. Dal caso Mattei alla vicenda di Argo 16, l’aereo dei servizi segreti italiani esploso sul cielo di Marghera nel 1973 (vendetta degli israeliani in risposta alla liberazione dei palestinesi accusati di voler programmare un attentato a Roma contro la compagnia israeliana EL AL) sono numerosi gli avvenimenti che hanno caratterizzato la differenza tra Italia e USA nella politica verso il Medio Oriente.
Nell'ambito di questo scontro ci furono i reciproci atti di sfida sulla gestione dei detenuti palestinesi con Stati Uniti e Israele. Il più eclatante si registrò a Sigonella, dove il governo Craxi-Andreotti schierò i VAM dell’aereonautica militare contro la Delta Force statunitense che pensava di togliere con la forza dalle mani del governo italiano Abu Abbas, capo del commando che sequestrò l’Achille Lauro dove venne ucciso il cittadino americano Leo Klingoffer. Lo scontro tra Roma e Washington divenne una dimostrazione eclatante di come le strategie occidentali raramente coincidevano con quelle italiane nell'area, quando l'Italia era un Paese che rispettava gli accordi che prendeva con i partner mediorientali.
Ma questo non esclude affatto la responsabilità dei vertici militari italiani nella gestione delle indagini successive a quanto accaduto nel cielo di Ustica. Ci si riferisce allo sbarramento offerto ad ogni ricerca della verità. La clausola della “doppia obbedienza” (al governo italiano e alla Nato), ha determinato un ruolo attivo della nostra aeronautica militare nell’insabbiamento delle responsabilità nell’operazione, attraverso il “muro di gomma” alzato negli anni successivi. Un muro fatto di bugie, depistaggi e dimenticanze, incidenti mortali strani ad alcuni testimoni di quella notte. Il tutto destinato all’occultamento della verità ai propri vertici politici e alla nazione.
In sostanza si può dire che nell’abbattimento del volo IH870 del 27 Giugno 1980 si trovano numerosi tasselli del mosaico che ha caratterizzato in negativo la storia del nostro Paese. La servitù militare nei confronti della Nato, l’uso della forza da parte dei nostri alleati contro il ruolo dell’Italia in Medio Oriente, la doppia obbedienza dei nostri vertici militari e l’opera di depistaggio e disinformazione operata dai nostri servizi segreti civili e militari, sono stati elementi decisivi. La rinuncia ad ogni elemento di sovranità nazionale e la gelosa custodia del segreto che si vorrebbe di Stato ma che in realtà riguarda spesso le attività dei settori deviati della nostra sicurezza nazionale e la copertura delle azioni d’intelligence occidentale con le connivenze italiane, sono alcuni dei tasselli del puzzle italiano, che da Mattei fino a Calipari raccontano la verità nascosta di un'alleanza a senso unico.
Che la Francia sia colpevole dell’abbattimento dell’aereo Itavia sui cieli di Ustica non vi sono dubbi e francamente che il governo italiano, che con Parigi ha un contenzioso aperto su diversi temi, tragga beneficio da queste dichiarazioni importa poco. L’Italia è schierata contro la Francia proprio perché agli ordini degli USA, che hanno deciso di ridurre al minimo il ruolo della Francia dopo aver ridotto al lumicino quello della Germania. La fine dell’Unione Europea, che poggiava sull’asse Berlino-Parigi e che in qualche modo interferiva con le pretese di egemonia solitaria ed assoluta degli USA, è linea politica che Roma segue senza discutere, per obbedienza a Washington e per convenienza diretta.
È quindi ridicolo chiedere informazioni a NATO e Francia che tanto conosciamo perfettamente. Non bisogna invece dimenticare altri “dettagli” di non poco conto: che il segreto NATO apposto all’operazione, resta per volontà degli Stati Uniti e che i depistaggi, la disinformazione e le menzogne offerte dai vertici militari italiani sono ben più gravi. Rappresentano un tradimento alla patria, una violazione del dettato costituzionale, una manifestazione di un vertice che, con la scusa della doppia obbedienza, risulta eterodiretto dall’estero, cioè dagli USA.
Non c’è nessuna norma o regolamento che impedisca allo Stato maggiore della Difesa di dire la verità alla propria nazione, al proprio governo e ad i suoi cittadini, in primo luogo alle vittime. Il governo italiano ponga pure con fermezza sul tavolo della Nato e su quello del Quay D’Orsay la questione Ustica: dispone dei mezzi per ottenere la verità, conosce le leve da azionare per sollecitarla ed è in grado di determinare con esattezza la differenza che separa l’alleanza dal fuoco amico. Se vuole farlo. Se non ha paura di sentir smascherare le coperture utilizzate negli anni a venire per nascondere la verità.
Sarebbe bene quindi che, oltre che una richiesta di delucidazioni a Parigi, si dia anche un ultimatum all’intero vertice militare italiano affinché dica la verità e che questa sia messa come condizione necessaria per il mantenimento del ruolo. In difetto, non solo dovrebbero essere cacciati dai ranghi delle forze armate senza nemmeno il diritto alla pensione, ma dovrebbero aprirsi procedimenti giudiziari per intralcio alla giustizia e complicità in strage. Il resto è fuffa di fine estate.
Fonte
Quanto avvenne a Ustica è ormai noto. La sera del 27 Giugno 1980, l’aereo Itavia copriva la rotta Bologna-Palermo e partì con due ore di ritardo rispetto all’orario schedulato. Scomparve dai radar di Ciampino e Licola intorno alle 20,00, mentre era in discesa per atterrare all’aeroporto palermitano di Punta Raisi, dove non arrivò mai. Ci sono state diverse versioni sull’accaduto, ma quelle fornita dal presidente Cossiga, che parla di un missile francese, è certamente la più veritiera, peraltro corrispondente a quella fornita dagli stessi libici pur se mai in forma aperta.
Il DC-9 dell’Itavia non era, ovviamente, un obiettivo per nessuno. Il volo Itavia fu vittima di un’azione di guerra destinata all’eliminazione fisica di un Capo di Stato straniero. L’obiettivo, appunto, era Gheddafi, che quella notte sorvolava in direzione opposta la stessa tratta dell’aereo Itavia, per recarsi a Belgrado in occasione di un vertice dei Paesi Non Allineati. L’aereo dell’Itavia si trovò sulla linea di fuoco del combattimento aereo. Tra chi? Tra due velivoli francesi, decollati dalla portaerei Clemenceau, di stanza nel Mediterraneo e i due Mig libici di scorta all’aereo presidenziale di Muammar Gheddafi. I servizi di sicurezza libici erano stati avvertiti all’ultimo momento, presumibilmente dai sovietici, dell’agguato. Avevano invertito immediatamente verso Malta la rotta dell’aereo presidenziale con Gheddafi a bordo e mandarono due dei quattro Mig di scorta ad impegnare i Mirage per evitare che inseguissero l’aereo con il leader libico. Uno dei due Mig libici venne ritrovato sulla Sila, abbattuto nello scontro con i francesi, l’altro, presumibilmente, si trova nei fondali dello Jonio.
I killer designati dalla Nato erano i velivoli francesi con l’appoggio degli americani. L’operazione era un obiettivo primario degli Usa (ci riprovarono bombardando Tripoli e la casa di Gheddafi nel 1986) e venne condivisa con la Francia. La Libia era il suo maggior nemico in Africa, dove Gheddafi spingeva per l’emancipazione dalla protezione francese i paesi della Franceafrique. La Francia voleva eliminare Gheddafi e rafforzare il suo ruolo nel Nord Africa, voleva prendersi la Libia, cacciare l’ENI e dare alla Total il petrolio libico, il migliore del mondo per componenti minerali. Gli riuscirà diversi anni dopo, quando Sarkozy ordinò di uccidere il leader libico nell’insurrezione guidata dalle tribù libiche agli ordini di Parigi e Washington.
La domanda di fondo è sostanzialmente una: l’Italia, intesa come intelligence e vertice politico-militare, era al corrente di quanto in programma? O venne tenuta all’oscuro per evitare che i buoni rapporti di Roma con Tripoli potessero determinare un sabotaggio del piano criminale? Certo, il modello operativo consueto della Nato prevede sempre il coinvolgimento attivo del paese-membro di maggiore prossimità territoriale nelle operazioni. Difficile dunque che la Nato potesse pensare ad un’azione di guerra nelle nostre acque territoriali senza consultarci. Difficile, ma non impossibile.
I vertici politici del governo italiano furono probabilmente ignorati nella costruzione dell’attentato. Probabilmente si ritenne che informare gli italiani avrebbe potuto mettere a rischio la riuscita dell’operazione, dal momento che Roma non aveva nessun interesse nella fine di Gheddafi. Non solo i rapporti erano improntati alla reciproca convenienza, ma l’incertezza che sarebbe seguita alla sua uccisione avrebbe messo fortemente a rischio il rapporto privilegiato tra Eni e Libia e, più in generale, avrebbe prodotto un disordine infinito in tutto il Maghreb ed avrebbe consegnato parte del Nord Africa al fondamentalismo islamico, contro il quale Gheddafi si scontrò violentemente.
Peraltro incideva la storia di relazioni positive tra l’Italia e buona parte del Medio Oriente (libici, palestinesi e libanesi in particolare) che hanno sempre garantito gli interessi italiani, non senza irritare profondamente l’asse Washington-Tel Aviv. Dal caso Mattei alla vicenda di Argo 16, l’aereo dei servizi segreti italiani esploso sul cielo di Marghera nel 1973 (vendetta degli israeliani in risposta alla liberazione dei palestinesi accusati di voler programmare un attentato a Roma contro la compagnia israeliana EL AL) sono numerosi gli avvenimenti che hanno caratterizzato la differenza tra Italia e USA nella politica verso il Medio Oriente.
Nell'ambito di questo scontro ci furono i reciproci atti di sfida sulla gestione dei detenuti palestinesi con Stati Uniti e Israele. Il più eclatante si registrò a Sigonella, dove il governo Craxi-Andreotti schierò i VAM dell’aereonautica militare contro la Delta Force statunitense che pensava di togliere con la forza dalle mani del governo italiano Abu Abbas, capo del commando che sequestrò l’Achille Lauro dove venne ucciso il cittadino americano Leo Klingoffer. Lo scontro tra Roma e Washington divenne una dimostrazione eclatante di come le strategie occidentali raramente coincidevano con quelle italiane nell'area, quando l'Italia era un Paese che rispettava gli accordi che prendeva con i partner mediorientali.
Ma questo non esclude affatto la responsabilità dei vertici militari italiani nella gestione delle indagini successive a quanto accaduto nel cielo di Ustica. Ci si riferisce allo sbarramento offerto ad ogni ricerca della verità. La clausola della “doppia obbedienza” (al governo italiano e alla Nato), ha determinato un ruolo attivo della nostra aeronautica militare nell’insabbiamento delle responsabilità nell’operazione, attraverso il “muro di gomma” alzato negli anni successivi. Un muro fatto di bugie, depistaggi e dimenticanze, incidenti mortali strani ad alcuni testimoni di quella notte. Il tutto destinato all’occultamento della verità ai propri vertici politici e alla nazione.
In sostanza si può dire che nell’abbattimento del volo IH870 del 27 Giugno 1980 si trovano numerosi tasselli del mosaico che ha caratterizzato in negativo la storia del nostro Paese. La servitù militare nei confronti della Nato, l’uso della forza da parte dei nostri alleati contro il ruolo dell’Italia in Medio Oriente, la doppia obbedienza dei nostri vertici militari e l’opera di depistaggio e disinformazione operata dai nostri servizi segreti civili e militari, sono stati elementi decisivi. La rinuncia ad ogni elemento di sovranità nazionale e la gelosa custodia del segreto che si vorrebbe di Stato ma che in realtà riguarda spesso le attività dei settori deviati della nostra sicurezza nazionale e la copertura delle azioni d’intelligence occidentale con le connivenze italiane, sono alcuni dei tasselli del puzzle italiano, che da Mattei fino a Calipari raccontano la verità nascosta di un'alleanza a senso unico.
Che la Francia sia colpevole dell’abbattimento dell’aereo Itavia sui cieli di Ustica non vi sono dubbi e francamente che il governo italiano, che con Parigi ha un contenzioso aperto su diversi temi, tragga beneficio da queste dichiarazioni importa poco. L’Italia è schierata contro la Francia proprio perché agli ordini degli USA, che hanno deciso di ridurre al minimo il ruolo della Francia dopo aver ridotto al lumicino quello della Germania. La fine dell’Unione Europea, che poggiava sull’asse Berlino-Parigi e che in qualche modo interferiva con le pretese di egemonia solitaria ed assoluta degli USA, è linea politica che Roma segue senza discutere, per obbedienza a Washington e per convenienza diretta.
È quindi ridicolo chiedere informazioni a NATO e Francia che tanto conosciamo perfettamente. Non bisogna invece dimenticare altri “dettagli” di non poco conto: che il segreto NATO apposto all’operazione, resta per volontà degli Stati Uniti e che i depistaggi, la disinformazione e le menzogne offerte dai vertici militari italiani sono ben più gravi. Rappresentano un tradimento alla patria, una violazione del dettato costituzionale, una manifestazione di un vertice che, con la scusa della doppia obbedienza, risulta eterodiretto dall’estero, cioè dagli USA.
Non c’è nessuna norma o regolamento che impedisca allo Stato maggiore della Difesa di dire la verità alla propria nazione, al proprio governo e ad i suoi cittadini, in primo luogo alle vittime. Il governo italiano ponga pure con fermezza sul tavolo della Nato e su quello del Quay D’Orsay la questione Ustica: dispone dei mezzi per ottenere la verità, conosce le leve da azionare per sollecitarla ed è in grado di determinare con esattezza la differenza che separa l’alleanza dal fuoco amico. Se vuole farlo. Se non ha paura di sentir smascherare le coperture utilizzate negli anni a venire per nascondere la verità.
Sarebbe bene quindi che, oltre che una richiesta di delucidazioni a Parigi, si dia anche un ultimatum all’intero vertice militare italiano affinché dica la verità e che questa sia messa come condizione necessaria per il mantenimento del ruolo. In difetto, non solo dovrebbero essere cacciati dai ranghi delle forze armate senza nemmeno il diritto alla pensione, ma dovrebbero aprirsi procedimenti giudiziari per intralcio alla giustizia e complicità in strage. Il resto è fuffa di fine estate.
Fonte
03/09/2023
Il paese che ha tollerato Ustica
La strage di Ustica fu causata da un missile francese sparato contro un Mig libico nella convinzione che a bordo ci fosse Gheddafi. Il tutto nel corso di una “esercitazione Nato” organizzata apposta per far sembrare, successivamente, che quell’omicidio di un capo di stato, organizzato “scientificamente” ai piani alti del Pentagono e dell’Eliseo, fosse soltanto un “fortunato incidente”.
Di questa rivelazione dovremmo ringraziare Giuliano Amato, il “dottor sottile” che faceva parte del gotha del Partito Socialista Italiano ai tempi di Craxi, Martelli, Signorile, De Michelis, Cicchitto, & co., poi diventato a sua volta presidente del consiglio, (tutti ricordano soprattutto il suo “prelievo forzoso” dai conti correnti per “entrare in Europa”), presidente di varie authority “indipendenti” (!) e infine membro e presidente della Corte Costituzionale.
Dovremmo ringraziarlo, insomma, se non fosse proprio quel Giuliano Amato lì, l’uomo di cui ogni azione risponde a interessi precisi e quasi sempre più d’uno.
Inutile, secondo noi, provare a rispondere alla domanda che tutti si fanno: “perché parlare proprio o soltanto ora di Ustica, visto che sapeva molto già all’epoca dei fatti o poco dopo?”
L’intervista a Repubblica è monotematica, quindi l’intenzione di sollevare questo macigno ora è esplicita. Oltretutto quel giornale, insieme al Corriere, è il campione della fedeltà atlantica senza se e senza ma, fino a coprirsi di ridicolo con i suoi servizi sulla guerra in Ucraina o qualsiasi altro evento che coinvolga la Nato.
Quel giornale, per di più, è anche tra i fautori sfegatati di un rapporto privilegiato – in Europa – con la Francia di Macron, in nome di un “centrismo” neoliberista che faccia da argine moderato soprattutto alla sinistra di Mélénchon.
Le ipotesi di risposta sarebbero insomma molte e fra loro in esplicita contraddizione. Anzi, autocontraddittorie ognuna da sola.
L’unica risposta che possiamo escludere è quella di una “crisi di coscienza”. Curriculum personale e storia d’Italia ci hanno insegnato ad abundantiam che gli uomini di potere, in questo paese, in genere non ne hanno.
Andiamo perciò a vedere cosa ci ha detto, Amato, con quell’intervista.
L’areo dell’Itavia è stato abbattuto da un missile francese. Grazie, ma lo sapevamo già. Lo aveva sommessamente detto Francesco Cossiga – presidente del Consiglio nei giorni di Ustica – ci era arrivata l’inchiesta della magistratura (fermandosi solo sulla soglia della “proprietà” del missile: francese o statunitense?).
L’esercitazione Nato di quei giorni era solo un “contorno” messo in piedi apposta soltanto per uccidere Gheddafi. Anche questo, diciamocelo, lo sospettavamo con grossi margini di sicurezza. Ma va bene saperlo per certo...
I generali dell’aeronautica sentiti anche da lui, negli anni successivi – quando l’inchiesta sulla strage ciclicamente tornava ad occupare il centro della scena per qualche giorno – hanno sempre mentito e depistato, suggerendo di volta in volta la tesi del “cedimento strutturale” o della “bomba a bordo”, piazzata ovviamente da anonimi “terroristi”.
Grazie, ma anche questo lo sapevamo da qualche decina di anni. La struttura militare italiana – è bene ricordarlo ai tanti che in questi giorni si esaltano per il film “Il comandante” – rispetta una catena di comando che porta al Pentagono, non a Palazzo Chigi.
È così dal 1945, vale anche per “i servizi”. Tant’è vero che le indagini della migliore magistratura – pochi davvero, bisogna dire – per le stragi di Brescia e Piazza Fontana si sono dovute fermare davanti ai cancelli piombati del comando Nato di Verona, da cui dipendeva Carlo Digilio, “l’artificiere” che fabbricava gli ordigni “adatti”.
Vero può essere – come aggiunge stamattina Luigi Zanda, all’epoca portavoce di Cossiga – che furono “i servizi” e non Craxi ad avvertire Gheddafi dell’attacco sui cieli di Ustica. Craxi lo fece sei anni dopo quando gli Usa bombardarono la sua casa a Bengasi uccidendone una figlioletta adottiva.
A quel tempo, bisogna ricordare, nonostante la sudditanza agli Usa, i governi democristiani conservavano un margine di autonomia, usato soprattutto per i rapporti con il Medio Oriente e il Nordafrica. Magari solo per i notevoli interessi petroliferi, o per evitare che si scaricassero anche qui molte delle tensioni militari della lunga guerra “arabo/israeliana”.
Ma, appunto, esisteva il margine per qualche “doppio gioco”, non certo per una autonomia strategica. E ogni errore si pagava caro, come aveva sperimentato proprio Craxi dopo l’episodio di Sigonella. E Amato lo sa bene…
In conclusione, insomma, Amato ci ha detto quel che sapevamo già. Dov’è lo scandalo?
Dalle reazioni di classe politica e media di regime, infatti, sembra che chissà quali “rivelazioni” ci siano state consegnate.
Gioca in effetti negativamente “il contesto” in cui ci viene ricordato che l’Italia – insieme a tutta l’Europa inserita nella Nato – è un paese a sovranità limitata.
Siamo nel pieno, o all’inizio, di una guerra guerreggiata (“non fredda”, insomma) in cui si sprecano le giustificazioni/argomentazioni propagandistiche tipo “democrazie contro autocrazie”, “libertà contro dittature”, “diritti umani contro repressione”.
Una propaganda in cui le formazioni neonaziste vengono angelicate se “sono dalla nostra parte” (il battaglione ucraino Azov è solo l’esempio più noto), e quelle antifasciste maledette con “delibere ufficiali” di quell’ente inutile che è il Parlamento Europeo (l’unico al mondo privo di potere legislativo).
Sapere – per bocca di un habituè delle cariche più importanti – che siamo una formazione senza autonomia, senza sovranità, senza potere di scelta, in cui “il voto popolare” non sposta (e non deve farlo mai) assolutamente nulla, potrebbe aprire crisi di consenso più vaste di quelle già in atto (quasi due terzi della popolazione è contraria alla guerra).
Sapere che “i nostri” – la Nato – sono un’organizzazione di assassini pronti a tutto pur di eliminare chi intralcia i loro “interessi strategici” in qualsiasi parte del mondo, può minare la fiducia beota verso i “campioni della democrazia liberale”.
Sapere che i nostri comandi militari obbediscono a questi assassini più che alla Costituzione, può minare la “percezione di sicurezza” e il rispetto che dovrebbero invece emanare.
Sapere che la nostra sovranità popolare è stata espropriata da decenni a favore di altre potenze e/o “dei mercati” toglie buona parte delle argomentazioni contro “il sovranismo”, rivelandole per quel che sono: un’apologia del servilismo neocoloniale. In cui la colonia siamo noi, sia chiaro...
Si comprende bene, quindi, come e perché persino la campionessa del presunto “sovranismo nazionalista” – l’attuale presidente del consiglio – si mostri estremamente prudente e “rispettosa” delle prerogative dei “nostri alleati”.
Con gli Usa si abbassa sempre la testa. Con la Francia si può (fingere di) litigare se non estrada una decina di esuli ultra-settantenni, ma certo non si chiede conto di 81 vittime innocenti.
Uscire dalla Nato, rompere l’Unione Europea. Per sopravvivere, quanto meno.
Fonte
Di questa rivelazione dovremmo ringraziare Giuliano Amato, il “dottor sottile” che faceva parte del gotha del Partito Socialista Italiano ai tempi di Craxi, Martelli, Signorile, De Michelis, Cicchitto, & co., poi diventato a sua volta presidente del consiglio, (tutti ricordano soprattutto il suo “prelievo forzoso” dai conti correnti per “entrare in Europa”), presidente di varie authority “indipendenti” (!) e infine membro e presidente della Corte Costituzionale.
Dovremmo ringraziarlo, insomma, se non fosse proprio quel Giuliano Amato lì, l’uomo di cui ogni azione risponde a interessi precisi e quasi sempre più d’uno.
Inutile, secondo noi, provare a rispondere alla domanda che tutti si fanno: “perché parlare proprio o soltanto ora di Ustica, visto che sapeva molto già all’epoca dei fatti o poco dopo?”
L’intervista a Repubblica è monotematica, quindi l’intenzione di sollevare questo macigno ora è esplicita. Oltretutto quel giornale, insieme al Corriere, è il campione della fedeltà atlantica senza se e senza ma, fino a coprirsi di ridicolo con i suoi servizi sulla guerra in Ucraina o qualsiasi altro evento che coinvolga la Nato.
Quel giornale, per di più, è anche tra i fautori sfegatati di un rapporto privilegiato – in Europa – con la Francia di Macron, in nome di un “centrismo” neoliberista che faccia da argine moderato soprattutto alla sinistra di Mélénchon.
Le ipotesi di risposta sarebbero insomma molte e fra loro in esplicita contraddizione. Anzi, autocontraddittorie ognuna da sola.
L’unica risposta che possiamo escludere è quella di una “crisi di coscienza”. Curriculum personale e storia d’Italia ci hanno insegnato ad abundantiam che gli uomini di potere, in questo paese, in genere non ne hanno.
Andiamo perciò a vedere cosa ci ha detto, Amato, con quell’intervista.
L’areo dell’Itavia è stato abbattuto da un missile francese. Grazie, ma lo sapevamo già. Lo aveva sommessamente detto Francesco Cossiga – presidente del Consiglio nei giorni di Ustica – ci era arrivata l’inchiesta della magistratura (fermandosi solo sulla soglia della “proprietà” del missile: francese o statunitense?).
L’esercitazione Nato di quei giorni era solo un “contorno” messo in piedi apposta soltanto per uccidere Gheddafi. Anche questo, diciamocelo, lo sospettavamo con grossi margini di sicurezza. Ma va bene saperlo per certo...
I generali dell’aeronautica sentiti anche da lui, negli anni successivi – quando l’inchiesta sulla strage ciclicamente tornava ad occupare il centro della scena per qualche giorno – hanno sempre mentito e depistato, suggerendo di volta in volta la tesi del “cedimento strutturale” o della “bomba a bordo”, piazzata ovviamente da anonimi “terroristi”.
Grazie, ma anche questo lo sapevamo da qualche decina di anni. La struttura militare italiana – è bene ricordarlo ai tanti che in questi giorni si esaltano per il film “Il comandante” – rispetta una catena di comando che porta al Pentagono, non a Palazzo Chigi.
È così dal 1945, vale anche per “i servizi”. Tant’è vero che le indagini della migliore magistratura – pochi davvero, bisogna dire – per le stragi di Brescia e Piazza Fontana si sono dovute fermare davanti ai cancelli piombati del comando Nato di Verona, da cui dipendeva Carlo Digilio, “l’artificiere” che fabbricava gli ordigni “adatti”.
Vero può essere – come aggiunge stamattina Luigi Zanda, all’epoca portavoce di Cossiga – che furono “i servizi” e non Craxi ad avvertire Gheddafi dell’attacco sui cieli di Ustica. Craxi lo fece sei anni dopo quando gli Usa bombardarono la sua casa a Bengasi uccidendone una figlioletta adottiva.
A quel tempo, bisogna ricordare, nonostante la sudditanza agli Usa, i governi democristiani conservavano un margine di autonomia, usato soprattutto per i rapporti con il Medio Oriente e il Nordafrica. Magari solo per i notevoli interessi petroliferi, o per evitare che si scaricassero anche qui molte delle tensioni militari della lunga guerra “arabo/israeliana”.
Ma, appunto, esisteva il margine per qualche “doppio gioco”, non certo per una autonomia strategica. E ogni errore si pagava caro, come aveva sperimentato proprio Craxi dopo l’episodio di Sigonella. E Amato lo sa bene…
In conclusione, insomma, Amato ci ha detto quel che sapevamo già. Dov’è lo scandalo?
Dalle reazioni di classe politica e media di regime, infatti, sembra che chissà quali “rivelazioni” ci siano state consegnate.
Gioca in effetti negativamente “il contesto” in cui ci viene ricordato che l’Italia – insieme a tutta l’Europa inserita nella Nato – è un paese a sovranità limitata.
Siamo nel pieno, o all’inizio, di una guerra guerreggiata (“non fredda”, insomma) in cui si sprecano le giustificazioni/argomentazioni propagandistiche tipo “democrazie contro autocrazie”, “libertà contro dittature”, “diritti umani contro repressione”.
Una propaganda in cui le formazioni neonaziste vengono angelicate se “sono dalla nostra parte” (il battaglione ucraino Azov è solo l’esempio più noto), e quelle antifasciste maledette con “delibere ufficiali” di quell’ente inutile che è il Parlamento Europeo (l’unico al mondo privo di potere legislativo).
Sapere – per bocca di un habituè delle cariche più importanti – che siamo una formazione senza autonomia, senza sovranità, senza potere di scelta, in cui “il voto popolare” non sposta (e non deve farlo mai) assolutamente nulla, potrebbe aprire crisi di consenso più vaste di quelle già in atto (quasi due terzi della popolazione è contraria alla guerra).
Sapere che “i nostri” – la Nato – sono un’organizzazione di assassini pronti a tutto pur di eliminare chi intralcia i loro “interessi strategici” in qualsiasi parte del mondo, può minare la fiducia beota verso i “campioni della democrazia liberale”.
Sapere che i nostri comandi militari obbediscono a questi assassini più che alla Costituzione, può minare la “percezione di sicurezza” e il rispetto che dovrebbero invece emanare.
Sapere che la nostra sovranità popolare è stata espropriata da decenni a favore di altre potenze e/o “dei mercati” toglie buona parte delle argomentazioni contro “il sovranismo”, rivelandole per quel che sono: un’apologia del servilismo neocoloniale. In cui la colonia siamo noi, sia chiaro...
Si comprende bene, quindi, come e perché persino la campionessa del presunto “sovranismo nazionalista” – l’attuale presidente del consiglio – si mostri estremamente prudente e “rispettosa” delle prerogative dei “nostri alleati”.
Con gli Usa si abbassa sempre la testa. Con la Francia si può (fingere di) litigare se non estrada una decina di esuli ultra-settantenni, ma certo non si chiede conto di 81 vittime innocenti.
Uscire dalla Nato, rompere l’Unione Europea. Per sopravvivere, quanto meno.
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02/09/2023
Strage di Ustica - Il DC-9 Itavia abbattuto da un missile francese diretto contro Gheddafi
Parole come pietre oltre quaranta anni dopo la strage di Ustica, quando un DC-9 dell’Itavia venne abbattuto sui cieli di Ustica.
In una intervista a La Repubblica, l’ex presidente della Corte costituzionale – nonché ex presidente del Consiglio e tante altre cose – Giuliano Amato ha parlato della strage di Ustica del 27 giugno 1980 nella quale morirono 81 persone, spiegando che il DC-9 dell’Itavia fu abbattuto da un missile francese.
“Si voleva fare la pelle a Gheddafi, in volo su un Mig della sua aviazione – ha proseguito – e il piano prevedeva di simulare una esercitazione della Nato, con molti aerei in azione, nel corso della quale sarebbe dovuto partire un missile contro il leader libico: l’esercitazione era una messa in scena che avrebbe permesso di spacciare l’attentato come incidente involontario”.
Secondo Amato le cose andarono diversamente da quanto progettato dai francesi: “Gheddafi fu avvertito del pericolo da Craxi e non salì sul suo aereo. E il missile sganciato contro il Mig libico finì per colpire il DC-9 dell’Itavia che si inabissò con dentro ottantuno innocenti. L’ipotesi più accreditata è che quel missile sia stato lanciato da un caccia francese partito da una portaerei al largo della costa meridionale della Corsica o dalla base militare di Solenzara, quella sera molto trafficata – ha aggiunto – la Francia su questo non ha mai fatto luce”.
Amato sottolinea le reticenze dei francesi: “Mi chiedo perché un giovane presidente come Macron, anche anagraficamente estraneo alla tragedia di Ustica, non voglia togliere l’onta che pesa sulla Francia – ha dichiarato – e può toglierla solo in due modi: o dimostrando che questa tesi è infondata oppure, una volta verificata la sua fondatezza, porgendo le scuse più profonde all’Italia e alle famiglie delle vittime in nome del suo governo. Il protratto silenzio non mi pare una soluzione”, ha concluso Amato.
Ma ce n’è anche per la struttura militare italiana, che in quel caso come in decine di altri tra obbedienza alla Costituzione (e al giuramento prestato) e obbedienza alla Nato ha sempre preferito la seconda, tranne qualche rara eccezione.
Chissà perché, nulla di tutto ciò ci sorprende minimamente. Ma di questo torneremo a parlare prestissimo.
Fonte
In una intervista a La Repubblica, l’ex presidente della Corte costituzionale – nonché ex presidente del Consiglio e tante altre cose – Giuliano Amato ha parlato della strage di Ustica del 27 giugno 1980 nella quale morirono 81 persone, spiegando che il DC-9 dell’Itavia fu abbattuto da un missile francese.
“Si voleva fare la pelle a Gheddafi, in volo su un Mig della sua aviazione – ha proseguito – e il piano prevedeva di simulare una esercitazione della Nato, con molti aerei in azione, nel corso della quale sarebbe dovuto partire un missile contro il leader libico: l’esercitazione era una messa in scena che avrebbe permesso di spacciare l’attentato come incidente involontario”.
Secondo Amato le cose andarono diversamente da quanto progettato dai francesi: “Gheddafi fu avvertito del pericolo da Craxi e non salì sul suo aereo. E il missile sganciato contro il Mig libico finì per colpire il DC-9 dell’Itavia che si inabissò con dentro ottantuno innocenti. L’ipotesi più accreditata è che quel missile sia stato lanciato da un caccia francese partito da una portaerei al largo della costa meridionale della Corsica o dalla base militare di Solenzara, quella sera molto trafficata – ha aggiunto – la Francia su questo non ha mai fatto luce”.
Amato sottolinea le reticenze dei francesi: “Mi chiedo perché un giovane presidente come Macron, anche anagraficamente estraneo alla tragedia di Ustica, non voglia togliere l’onta che pesa sulla Francia – ha dichiarato – e può toglierla solo in due modi: o dimostrando che questa tesi è infondata oppure, una volta verificata la sua fondatezza, porgendo le scuse più profonde all’Italia e alle famiglie delle vittime in nome del suo governo. Il protratto silenzio non mi pare una soluzione”, ha concluso Amato.
Ma ce n’è anche per la struttura militare italiana, che in quel caso come in decine di altri tra obbedienza alla Costituzione (e al giuramento prestato) e obbedienza alla Nato ha sempre preferito la seconda, tranne qualche rara eccezione.
Chissà perché, nulla di tutto ciò ci sorprende minimamente. Ma di questo torneremo a parlare prestissimo.
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23/08/2020
Strage di Ustica. Rimane ancora il segreto di Stato
Sembra incredibile ma nonostante siano passati 40 anni dalla Strage di Ustica, quando venne abbattuto un Douglas DC-9 della compagnia Itavia nei cieli italiani, è stato rinnovato il segreto di stato sui documenti del Sismi che provenivano da Beirut e che racconterebbero le attività italiane in quell’area.
Il governo ha prorogato il segreto di Stato per altri 9 anni perchè “la verità farebbe male” ed è “a rischio la sicurezza nazionale”. A renderlo noto è il quotidiano La Stampa dove si racconta della risposta ottenuta alla richiesta di Giuliana Cavazza, la figlia di una delle vittime della strage del 27 giugno 1980. Cavazza chiedeva di poter avere il carteggio del colonnello Stefano Giovannone, responsabile dei servizi segreti italiani che operò in Libano dal 1973 al 1982. Ma i servizi segreti sono intenzionati a mantenere il segreto quantomeno fino al 2029.
Secondo Rosario Priore, uno dei magistrati che indagò sulla strage, la sera del 27 giugno 1980 ben ventuno aerei militari di diverse nazionalità sfrecciavano sui cieli italiani “in una guerra non dichiarata”. Il Dc 9 della compagna Itavia decollato da Bologna non arrivò mai a Palermo, con 69 adulti e 12 bambini a bordo che morirono nell’abbattimento sui cieli di Ustica. Da uno di quegli aerei militari partì con ogni probabilità il missile che colpì il volo civile dell’Itavia, nella cui scia si celava – fuori dai radar – il bersaglio mancato.
Trentacinque giorni dopo la strage di Ustica, sempre a Bologna, esplodeva la bomba alla stazione facendo decine di morti e centinaia di feriti. Un altro episodio di quella “guerra non dichiarata” che chiama in causa diverse potenze “alleate dell’Italia” e sulla quale la verità “farebbe male” e “metterebbe a rischio la sicurezza nazionale”, ancora oggi.
Anche obiettivamente, appare fin troppo chiaro che “a mettere a rischio la sicurezza nazionale” 40 anni dopo la strage non può certo essere la pista palestinese sulla quale insistono strumentalmente in tanti. Né quella su leader arabi ormai deceduti e con i loro paesi devastati dall’intervento militare occidentale (dall’Iraq alla Libia alla Siria). Infine i palestinesi oggi sono debolissimi sul piano politico e diplomatico.
Sono dunque ben altre le relazioni internazionali ancora vigenti e vincolanti che impediscono di accedere alla verità sulla strage di Ustica, vogliamo parlare di Francia, Stati Uniti, Israele? È di questo e su questo che si ha paura di far sapere la verità. È come far sapere all’opinione pubblica di aver convissuto con l’assassino per quaranta anni.
Fonte
Il governo ha prorogato il segreto di Stato per altri 9 anni perchè “la verità farebbe male” ed è “a rischio la sicurezza nazionale”. A renderlo noto è il quotidiano La Stampa dove si racconta della risposta ottenuta alla richiesta di Giuliana Cavazza, la figlia di una delle vittime della strage del 27 giugno 1980. Cavazza chiedeva di poter avere il carteggio del colonnello Stefano Giovannone, responsabile dei servizi segreti italiani che operò in Libano dal 1973 al 1982. Ma i servizi segreti sono intenzionati a mantenere il segreto quantomeno fino al 2029.
Secondo Rosario Priore, uno dei magistrati che indagò sulla strage, la sera del 27 giugno 1980 ben ventuno aerei militari di diverse nazionalità sfrecciavano sui cieli italiani “in una guerra non dichiarata”. Il Dc 9 della compagna Itavia decollato da Bologna non arrivò mai a Palermo, con 69 adulti e 12 bambini a bordo che morirono nell’abbattimento sui cieli di Ustica. Da uno di quegli aerei militari partì con ogni probabilità il missile che colpì il volo civile dell’Itavia, nella cui scia si celava – fuori dai radar – il bersaglio mancato.
Trentacinque giorni dopo la strage di Ustica, sempre a Bologna, esplodeva la bomba alla stazione facendo decine di morti e centinaia di feriti. Un altro episodio di quella “guerra non dichiarata” che chiama in causa diverse potenze “alleate dell’Italia” e sulla quale la verità “farebbe male” e “metterebbe a rischio la sicurezza nazionale”, ancora oggi.
Anche obiettivamente, appare fin troppo chiaro che “a mettere a rischio la sicurezza nazionale” 40 anni dopo la strage non può certo essere la pista palestinese sulla quale insistono strumentalmente in tanti. Né quella su leader arabi ormai deceduti e con i loro paesi devastati dall’intervento militare occidentale (dall’Iraq alla Libia alla Siria). Infine i palestinesi oggi sono debolissimi sul piano politico e diplomatico.
Sono dunque ben altre le relazioni internazionali ancora vigenti e vincolanti che impediscono di accedere alla verità sulla strage di Ustica, vogliamo parlare di Francia, Stati Uniti, Israele? È di questo e su questo che si ha paura di far sapere la verità. È come far sapere all’opinione pubblica di aver convissuto con l’assassino per quaranta anni.
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02/08/2020
I materiali esplosivi della strage di Bologna
La strage di Bologna del 2 agosto 1980, avvenuta alle 10:25 presso la Stazione Centrale, provocò la morte di 85 persone, ne ferì o mutilò oltre 200 e, secondo la sentenza di primo grado emessa l’11 luglio 1988, fu causata da una carica esplodente, collocata nella sala d’aspetto di seconda classe, probabilmente all’interno di una borsa-valigia.
Di preciso, non sappiamo se oltre alla bomba collocata nella sala d’aspetto di seconda classe ce ne fosse un’altra, esplosa per “contagio”, nelle vicinanze.
Possiamo, ad ogni modo, cercare di conoscere quali fossero i materiali esplosivi che provocarono quella colossale tragedia senza dover credere che si tratti di una scelta bizzarra. L’argomento è di per sé ostico ma affrontarlo ci permetterà di capire qualcosa in più a livello politico e storico.
Mentre si potrebbero fare tante discussioni – per lo più indiziarie come purtroppo succede in Italia – sugli esecutori, sui mandanti, sulle motivazioni o sulla presunta “involontarietà” della strage in questione, non c’è davvero molto da discutere sulla composizione dei materiali esplosivi che la provocarono.
Per questo motivo, l’attenzione è qui concentrata sull’“arma del delitto”, l’unico punto rispetto al quale ci dovrebbero essere minori possibilità di errore.
L’odore del tritolo e la necessaria presenza anche del T4
Prima delle perizie ufficiali, il maresciallo artificiere dell’esercito Salvatore Scrofani (“Un esplosivo molto facile da fabbricare”, Stampa Sera, 4 agosto 1980) e l’esperto Francesco Ricci (“Una bimba di 8 anni è l’ultima vittima”, Secolo d’Italia, 5 Agosto 1980) affermarono che l’esplosione sarebbe stata causata da un ordigno a base di nitrato ammonico, un materiale facilmente reperibile, di costo relativamente basso e di solito usato nelle cave.
Scrofani e Ricci pensavano che, in tale ipotesi, fra i materiali esplosivi ci fosse soprattutto il tritolo (TNT) e, considerando la circostanza per cui solo 100 chili circa di tritolo avrebbero potuto provocare una strage così catastrofica, ipotizzarono che fosse basato sul nitrato ammonico. E secondo Scrofani avrebbe dovuto pesare almeno 40 chili.
In effetti, diversi testimoni parlarono del tritolo: “Dice un ferroviere, appena sceso dalle macerie: «Subito dopo lo scoppiò si sentiva il classico odore della polvere da sparo». Un volontario, Antonio Teora, accorso in stazione appena saputo dell’esplosione, dice che anche lui e altri hanno sentito «l’odore di tritolo»” (“Si fruga con le pale e con le mani nella nube di polvere, tra le grida”, di Gian Pietro Testa, l’Unità, 3 agosto 1980).
Altre persone esperte in materia, pur avendo saputo che l’odore del tritolo era stato sentito da svariati testimoni, ritenevano invece che fra i materiali esplosivi della strage di Bologna ci fosse anche una significativa presenza di T4 (RDX), un materiale assai più potente della nitroglicerina e della pentrite, e più facilmente trasportabile.
Sul T4, che nell’Italia del 1980 non era di facile reperibilità, una valutazione pubblicata in un articolo del quotidiano La Stampa parlava della sua possibile provenienza dalla Francia, dove “lo si trova con dovizia al mercato clandestino perché è usato diffusamente per certi lavori in cava, oltre che dall’esercito” (“Forse si è usato il T4, l’esplosivo impiegato contro De Gaulle” di Gianni Bisio, La Stampa, martedì 5 agosto 1980).
Nel medesimo articolo, da quanto riporta il giornalista Gianni Bisio, due periti del tribunale di Torino, il prof. Aurelio Ghio e il dott. Ennio Mariotti, affermarono che “i reperti, accuratamente analizzati (anche chimicamente) potranno dire molto. Si potranno trovare tracce di clorati, perclorati o nitroderivati e stabilire subito la «famiglia» cui appartiene l’esplosivo usato. Il prof. Ghio fa osservare che anche sui finestrini dei vagoni dell’«Adria Express», investiti dallo scoppio, potrebbero esserci delle «microtracce» indicative.”
Infine, sempre nel medesimo pezzo, l’autore chiese al professor Ghio se una valigia carica di esplosivo potesse scoppiare anche per cause accidentali e l’esperto rispose che tale eventualità sarebbe “tecnicamente possibile e le spiegazioni sono diverse: carenza di precauzioni, difetto nel «timer», nel detonatore chimico”.
A quel punto, anche nella pur debole ipotesi che l’esplosione si fosse verificata per motivi accidentali, qualcuno avanzò l’ipotesi che i materiali esplosivi provenissero da un furto in “qualche santabarbara della Nato o di un reparto specializzato militare italiano” (“Il micidiale «T4» già usato dai fascisti a Peteano”, l’Unità, giovedì 7 agosto 1980).
Prima delle perizie ufficiali, diverse persone quindi parlarono di T4 (RDX) e tritolo (TNT) come i materiali esplosivi più importanti che avevano provocato la strage alla stazione di Bologna.
Intanto, stante un apposito incarico ricevuto dal capo della Procura di Bologna Ugo Sisti, già dal 4 agosto Bruno Spampinato, della direzione di artiglieria di Firenze e del Sismi, e il vicequestore aggiunto dott. Errico Marino, dirigente del centro regionale di polizia scientifica di Bologna, iniziarono a svolgere i rilevamenti sull’esplosione.
Ad essi, che già avevano indagato sulla strage (con 12 morti) avvenuta nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 sul treno Italicus, mentre quest’ultimo transitava presso San Benedetto Val di Sambro (Bo), in un secondo momento si aggiunsero altri due periti.
La perizia depositata il 23 dicembre 1980
Il 23 dicembre 1980 fu depositata una relazione di perizia chimico-esplosivistica il cui contenuto venne poi ripreso dalla sentenza di primo grado emessa in data 11 luglio 1988.
“L’innesco della carica, composta da Kg. 20-25 di esplosivo gelatinato di tipo commerciale (costituenti principali: nitroglicerina, nitroglicol, nitrato ammonico, solfato di bario, Tritolo e T4 e, verosimilmente, nitrato sodico), era molto probabilmente costituito da un temporizzatore artigianale-terroristico di natura chimica. I citati componenti e le modalità di esecuzione consentono di escludere la mancanza di dolo, ovvero la accidentalità del fatto.” (sentenza di primo grado emessa l’11 Luglio 1988; cfr. verbale di deposito in PA, V1, C1, p21. formulati il 2 agosto ed il 16 settembre precedenti).
Tale perizia ebbe però dei limiti abbastanza chiari.
La carica esplosiva della strage alla stazione ferroviaria di Bologna, oltre a sbriciolare la sala d’aspetto di seconda classe e a sfondare quella di prima classe, aveva sventrato un ristorante e due vagoni del treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea, fermo sul primo binario.
“È passato un quarto d’ora appena dall’esplosione. La palazzina, a fianco del corpo centrale della stazione, dove c’erano le sale d’aspetto di prima e seconda classe e l’entrata ai sottopassaggi, è ora un buco, attraverso il quale si vedono i treni fermi sui binari. Si vede la tettoia di ferro del primo binario completamente squarciata e sotto quella tettoia le carrozze 611 e 612 di prima classe dell’Adria Express, il convoglio straordinario n. 13534 che era in partenza e che la deflagrazione ha investito in pieno.” (“All’improvviso un boato terrificante e ho visto la stazione saltare in aria”, Gian Pietro Testa, l’Unità, 3 agosto 1980).
Stante quello scenario, così come aveva sollecitato il perito del Tribunale di Torino Aurelio Ghio (“Forse si è usato il T4, l’esplosivo impiegato contro De Gaulle” di Gianni Bisio, La Stampa, martedì 5 agosto 1980), le autorità competenti avrebbero dovuto fare in modo che si cercassero subito tutte le eventuali “microtracce” dei materiali esplosivi anche nella tettoia squarciata del primo binario e nelle carrozze 611 e 622 dell’Adria Express.
Si mossero invece in modo molto diverso. Almeno a livello ufficiale, prelevarono solo dei residui di materiale inesploso ritrovato nel terriccio del cratere e su alcuni reperti raccolti nelle vicinanze del luogo dell’attentato.
Elusero i criteri stabilititi dall’esplosivistica giudiziaria rispetto ai casi di esplosioni “concentrate”, i quali prevedono di setacciare in tempi relativamente rapidi l’area anche nel raggio di diverse decine di metri dagli epicentri acclarati.
Per questo motivo, non prelevarono in tempi ragionevoli tutte le possibili “microtracce” di materiali esplosivi presenti sulle carrozze e sui carrelli del treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea.
Secondo la sentenza emessa in data 11 Luglio 1988, le “microtracce” di esplosivo presenti sulle carrozze e sui carrelli del treno Adria Express furono prelevate solo il 19 settembre 1980 e, a rigor di logica, erano di quantità senza dubbio inferiore rispetto a quelle che si sarebbero potute trovare nei giorni successivi alla strage.
Mentre rispetto alla strage di Brescia del 1974 i periti fecero dei rilevamenti solo dopo che qualcuno aveva ben lavato la piazza in cui, ad una manifestazione antifascista, morirono 8 persone e ne rimasero ferite altre 102, per la strage di Bologna i periti cercarono delle “microtracce” sulle carrozze e sui carrelli del treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea 48 giorni dopo la strage stessa!
Dal 2 agosto al 19 settembre 1980, in quasi sette settimane, la situazione meteorologica bolognese cambiò diverse volte ma, senza dubbio, come possiamo verificare grazie ad una semplice ricerca su Internet, le giornate peggiori furono il 16 agosto con 12 mm di pioggia, il 28 agosto con 4 mm, il 6 settembre con 7 mm e il 10 settembre con 16 mm.
In quel contesto, insomma, la pioggia eliminò diverse “microtracce” ma non certo il comportamento del tutto sbagliato di chi avrebbe dovuto fare in modo congruo i rilevamenti sui materiali esplosivi che avevano causato la strage alla stazione di Bologna.
I primi periti dissero di aver individuato i più probabili costituenti della carica esplosiva (“nitroglicerina, nitroglicol, nitrato ammonico, solfato di bario, Tritolo e T4 e, verosimilmente, nitrato sodico”) ma, stante l’eccessivo ritardo nei prelievi delle microtracce e visto che tale circostanza non poteva che condizionare i risultati della perizia stessa, ritennero che la strage di Bologna sarebbe stata provocata dall’esplosione di una bomba costituita da “gelatinato di tipo commerciale”, un esplosivo da cava, rubato o acquistato sul mercato clandestino, che contiene solo una piccola percentuale di tritolo e di T4.
L’operazione “terrore sui treni”
La perizia depositata il 23 dicembre 1980 doveva essere segreta e conosciuta solo dai magistrati di competenza, ma il colonnello Ignazio Spampinato diede al suo superiore Federico Mannucci Benincasa, capogruppo del Sismi di Firenze, e – tramite questi – a Giuseppe Santovito, direttore del Sismi, notizie e proprie valutazioni sui materiali esplosivi della strage di Bologna.
Poco dopo, il 9 gennaio 1981, ci fu un incontro a Parigi fra il direttore del Sismi Giuseppe Santovito, l’agente segreto e faccendiere italiano Francesco Pazienza, Michael Ledeen (uomo della Cia, giornalista e scrittore, cittadino statunitense e israeliano, neocon, sostenitore del repubblicano Reagan nonché grande amico del democristiano Francesco Cossiga) e i servizi segreti militari francesi.
Da quel giorno, il signor Pietro Musumeci del Sismi si sentì legittimato a organizzare l’operazione “terrore sui treni”. Quest’ultima, messa in scena il 13 gennaio 1981 alla stazione ferroviaria centrale di Bologna, precisamente sul convoglio Taranto-Milano, consisteva nel far trovare proprio lì un mitra MAB, un fucile automatico da caccia, due biglietti aerei Milano-Monaco e Milano-Parigi, oggetti personali di due estremisti di destra, un francese e un tedesco, chiamati Raphael Legrand e Martin Dimitris (vedasi: Carlo Lucarelli, Nuovi misteri d’Italia. I casi di Blu Notte, Torino, Einaudi, 2004), connessioni a decine e decine di persone, per la maggior parte straniere e neofasciste ma perfino diverse di estrema sinistra come quelle collegate all’Eta, e degli esplosivi.
Fra questi ultimi c’erano due barattoli contenenti gelatinato del tipo stabilizzato con solfato di bario, cioè “un esplosivo per impieghi civili”, e sei barattoli contenenti del Compound B, “un esplosivo di impiego militare” costituito molto probabilmente da “materiale di recupero dalla scaricamento di munizioni” (perizia chimico-esplosivistica comparativa).
Con l’operazione “terrore sui treni”, il Sismi decise di mettere in pratica una strategia del caos che di fatto, in particolare dopo le contraddizioni emerse fra i paesi dell’Alleanza Atlantica a causa della strage di Ustica del 27 giugno 1980, quando un’azione bellica (probabilmente di un paese difensore dei “valori” dell’Occidente) abbatté a Ustica l’aereo civile DC 9 dell’Itavia partito da Bologna e diretto a Palermo, ebbe il significato di suggellare una rinnovata unità fra il Sismi italiano, lo Sdece francese e, tramite Michael Ledeen, i servizi segreti statunitensi e, logicamente, anche quelli israeliani.
Tutti questi servizi segreti avallarono una falsa pista internazionale (per lo più contro i neofascisti) per diversi motivi:
- alimentare il caos sulle indagini relative alla strage di Bologna;
- attutire le precedenti contraddizioni fra di loro;
- far dimenticare quasi del tutto la strage di Ustica;
- non far sapere nulla del fallito golpe in Libia del 6 agosto 1980 per eliminare il regime di Gheddafi, considerato nemico assoluto soprattutto da paesi come la Francia, la Gran Bretagna e Israele e da reazionari italiani residenti in territorio libico come Aldo Del Re, personaggio in contatto con Roberto Rinani, a sua volta fedele collaboratore di quel Massimiliano Fachini di cui riparleremo in seguito;
- e, last but not least, chiudere gli occhi di fronte alle azioni del 1980 del terrorismo di Stato francese nel territorio italiano:
1) attentati del 14 agosto dei servizi segreti francesi ai ripetitori radio posti sul monte Capanna sull’isola d’Elba e che risultavano appartenere ad alcune società dell’Eni, al servizio antincendi della Regione Toscana, alla Banca d’Italia, ai Vigili del fuoco, alla Guardia di finanza e ad alcune radio locali della provincia di Livorno e di una emittente;
2) attentato del 28 ottobre a suon di esplosivi collocati da “uomini rana” dei servizi segreti francesi contro la nave militare libica «Dat Assawari» che si trovava a Genova per lavori di ristrutturazione.
In questo quadro, sulla base delle informazioni date dal perito Ignazio Spampinato a Federico Mannucci Benincasa, il Sismi usò degli esplosivi compatibili rispetto a quelli che avevano provocato la strage del 2 agosto 1980 nella stazione bolognese. Agì di certo in modo donchisciottesco, tanto da essere scoperto facilmente dalla magistratura, ma quasi nessuno ha mai riflettuto a sufficienza sul significato “segreto” dell’operazione “terrore sui treni” a livello politico.
Quasi nessuno ha mai davvero capito a sufficienza che ogni depistaggio sulle stragi è la prosecuzione dello stragismo con altri mezzi!
La perizia chimico-esplosivistica comparativa del 7 dicembre 1981
Una successiva perizia chimico-esplosivistica, quella depositata il 7 dicembre 1981, fece un’analisi comparativa fra i materiali esplosivi considerati responsabili della strage di Bologna e quelli rinvenuti nella stessa città il 13 gennaio 1981 sul convoglio ferroviario Taranto-Milano.
La sentenza emessa l’11 luglio 1988 ne recepì le considerazioni secondo cui l’esplosivo gelatinato, stabilizzato con solfato di bario, possedeva molti punti di contatto, per caratteristiche di composizione qualitativa, con quello da ritenersi utilizzato a Bologna il 2 agosto 1980, mentre una piccola quantità di Compound B (miscela di tritolo e T4) potrebbe “essere entrata nella composizione della carica esplosiva impiegata per la strage del 2 agosto 1980” (sentenza di primo grado emessa l’11 luglio 1988).
La perizia depositata il 22 aprile 1990
Un paio di anni dopo la sentenza di primo grado, nel corso del primo processo di Appello, ci fu un’altra perizia che modificò la valutazione su quali fossero le caratteristiche della carica esplosiva usata per la strage del 2 agosto 1980.
La perizia fatta eseguire dal tribunale di Bologna e depositata il 22 aprile 1990 affermava che la strage sarebbe stata causata dalla deflagrazione di una bomba composta da 18 chili di gelatinato per usi civili e da 5 chili di Compound B (vedasi pagina 27 di Stragi e mandanti. La strage di Bologna: alla ricerca dei mandanti, a cura di Paolo Bolognesi e Roberto Scardova, 2012, editore Aliberti).
Nella sentenza del primo processo di Appello del 18 luglio 1990 i neofascisti dei Nar Valerio Fioravanti e Francesca Mambro furono assolti dal reato di strage, ma anche lì si affermava che “una piccola quantità di Compound B”, cioè della miscela di tritolo e T4, potrebbe “essere entrata nella composizione della carica esplosiva impiegata per la strage del 2 agosto 1980”.
Si ricordò inoltre che fra i materiali esplosivi c’era senza dubbio il T4 ma circa il suo uso nella miscela esplosiva “i periti avevano proposto due ipotesi: 1) che con esso fosse stato confezionato un detonatore secondario; 2) che il T4 fosse entrato nella miscela esplosiva, frammisto al tritolo, componente principale. In tale ultima ipotesi, il tritolo sarebbe provenuto da recupero, cioè da sconfezionamento di cariche esplosive.” (sentenza II^ Corte di Assise di Appello di Bologna, 18 luglio 1990).
Inoltre, secondo la perizia del 22 aprile 1990, il T4 era costoso e di solito non entrava a far parte di esplosivi per impieghi civili.
Capitolo su T4 e Compound B della sentenza del secondo processo di Appello del 1994
Nella sentenza del secondo processo di appello del 1994 un intero capitolo si riferiva espressamente al T4 e al Compound B.
“(...) la Corte osserva che la presenza del T4 nell’ordigno scoppiato alla stazione di Bologna non è minimamente in discussione.”
Ipotizzava però, contestando i periti, che la miscela esplodente non fosse costituita da gelatinato commerciale arricchito da T4 ma, attraverso un confezionamento artigianale, “da un esplosivo contenente gelatinato e Compound B miscelati in proporzioni 2:1.” (Sentenza del secondo Processo d’Appello, 16 maggio 1994).
Sulla base di questo ragionamento, la sentenza del processo d’appello puntò il dito contro Massimiliano Fachini, ma i giudici non trovarono allora prove sufficienti per condannarlo:
“Il suddetto valore, conseguentemente, sarebbe tale da fornire un elemento di compatibilità con la provenienza dal Fachini dell’esplosivo della stazione. Il dato processuale ricavabile – è bene precisarlo, a scanso di equivoci – è, allo stato, soltanto teorico, posto che agli atti manca la necessaria verifica peritale.”
(Sentenza del secondo Processo d’Appello, 16 maggio 1994).
Nel 1994 non fu stabilito con certezza se la carica esplosiva fosse stata prodotta da un’industria per scopi militari, da un’industria per scopi civili – ad esempio per la produzione di esplosivi da cava – oppure in modo artigianale, ipotesi quest’ultima poi considerata come quella più probabile.
Si capì che non poteva essere ritenuta esaustiva la perizia depositata il 23 dicembre 1980 secondo cui la carica esplosiva sarebbe risultata costituita da “gelatinato di tipo commerciale”.
Si giunse alla conclusione che la carica esplosiva era composta sia da gelatinato sia da tritolo e T4, ma sulle proporzioni fra il primo e i secondi vi furono diverse interpretazioni da parte della difesa, dell’accusa e dei giudici.
Al tempo stesso ci furono diverse interpretazioni sulla presenza del Compound B nei materiali esplosivi della strage.
Compound B nella sentenza della Cassazione del 23 novembre 1995
Nella sentenza della Cassazione del 23 novembre 1995 si affermò esplicitamente che disporre di residuati bellici contenenti Compound B significava poter da essi estrarre notevoli quantità di quel particolare tipo di esplosivo che era stato impiegato alla Stazione di Bologna.
“... Massimiliano Fachini era stato coinvolto in altri procedimenti penali, perché accusato di avere partecipato ad alcuni attentati dinamitardi verificatisi nel 1978-1979 e 1980, nonché di disporre, sul lago di Garda, di un deposito di residuati bellici: quest’ultima accusa veniva ricollegata al fatto che nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, le forze anglo-americane avevano fatto largo uso del “compound B”, una miscela di tritolo e T4, sicché disporre di residuati bellici significava poter da essi estrarre, in gran quantità, quel particolare tipo di esplosivo, che, per il suo alto potere distruttivo e frantumante, era stato impiegato alla stazione di Bologna ma che era difficile reperire sul mercato.” (sentenza della Cassazione del 23-11-1995 relativa al processo sulla strage di Bologna)
Massimiliano Fachini, inizialmente considerato il possibile armiere degli stragisti di Bologna, alla fine fu assolto perché da una parte era stato nel frattempo scagionato dalle accuse di aver partecipato ad alcuni attentati dinamitardi verificatisi negli anni 1978-1979-1980 e dall’altra parte perché non solo lui, ma svariate altre persone reazionarie ed atlantizzate del Triveneto disponevano, sul lago di Garda, di un deposito di residuati bellici.
Le sentenze definitive – quella del 1995 contro Valerio Fioravanti e Francesca Mambro e quella del 2003 contro Luigi Ciavardini, un militante dei Nar che nel 1980 era addirittura minorenne – giunsero ad ipotizzare che l’ordigno della strage di Bologna potrebbe essere stato preso a Roma e portato a Venezia dalla coppia Fioravanti-Mambro prima di farlo giungere a Bologna.
Lasciavano inoltre intendere che i Nar avrebbero avuto un’autonoma capacità di reperimento di materiali esplosivi, ma non riuscirono a dimostrare che fra questi ultimi vi fosse il Compound B.
Proprio su questo punto fecero leva svariati sostenitori dell’innocenza dei Nar rispetto alla strage di Bologna. Ecco, ad esempio, cosa scriveva Luca Telese:
“(...) cosa avevano a che vedere i colpi di pistola e le bombe srcm (di quelle trafugate da Fioravanti durante il suo servizio militare) dell’Esquilino con l’esplosivo devastante (una miscela di 5 chili di tritolo e T4 detta «Compound b», potenziata da 18 chili di nitroglicerina a uso civile) utilizzato dai terroristi alla stazione di Bologna? Nulla. Dal punto di vista militare era come paragonare una fionda a una bomba atomica” (pagina 50 di “Giusva”, di Andrea Colombo, Francesco Patierno, Nicola Rao, Luca Telese; casa editrice Sperling & Kupfer, 2011; il passo citato è tratto da “Negli occhi dei Nar” di Luca Telese).
Mentre però Luca Telese parlava di presenza del Compound B nell’esplosivo della strage di Bologna, qualche altro giornalista pensava che i Nar sarebbero stati innocenti anche nel caso in cui l’ordigno in questione fosse stato del “gelatinato di tipo commerciale”.
L’ipotesi del gelatinato di tipo commerciale
In realtà l’ipotesi del “gelatinato di tipo commerciale” (che paradossalmente ed erroneamente viene citata nella sentenza definitiva di condanna contro Luigi Ciavardini) sembrava in perfetta sintonia rispetto alle indagini che fecero gli inquirenti nell’ottobre 1980, al tempo delle accuse contro Francesco Furlotti, il neofascista romano detto «Chicco» e considerato da alcuni “pentiti” come un esperto di esplosivi.
“Viene fatta dagli inquirenti l’ipotesi che l’esplosivo sia stato rubato in una cava di Tivoli. Un’indicazione in questo senso sarebbe emersa dopo gli interrogatori di Marco Mario Massimi, camerata quarantenne detenuto a Regina Coeli” (“Strage di Bologna ruolo di un aristocratico nero. Interrogato in carcere Francesco Furlotti. Su di lui pesa l’accusa di aver confezionato la bomba micidiale. Comunicazioni giudiziarie per Freda, Tuti e Bonazzi”, Vincenzo Tessandori, La Stampa, 29.10.1980).
Le specifiche accuse contro Francesco Furlotti erano però prive di fondamento e lui fu poi scagionato.
L’ipotesi del gelatinato di tipo commerciale avrebbe però potuto essere facilmente usata per accusare i fratelli Cristiano e Valerio Fioravanti, entrambi neofascisti dei Nar.
A Roma “(...) tra fine ottobre e novembre 1978 sono compiuti tre attentati contro sezioni del Psi. Cristiano (Fioravanti; n.d.r.) racconterà: «Ricordo, in particolare, un attentato ad una sezione socialista, quella di Testaccio che fallì per difetto di esplosivo, ma che avrebbe potuto avere gravi conseguenze; (…) la bomba non esplose perché la polvere era umida. Se fosse esplosa avrebbe potuto uccidere o ferire molte persone». Quanto al «procacciamento di esplosivo posso solo dire che gli attentati fatti dal nostro gruppo (tre al Psi, uno al Pci-zona Alberone) furono fatti con esplosivo procurato nei seguenti modi: con balistite granulare ricavata da proiettili di contraerea pescati in più riprese nell’estate e inverno 1979 a Ponza su un relitto di nave americana. Mio fratello provvedeva a predisporlo ed a preparare l’ordigno che esplodeva con semplice miccia. A pescarlo provvedevamo io, mio fratello (Valerio Fioravanti; n.d.r.), Alibrandi e Tiraboschi. Per altri attentati (Acea, Centrale del latte) usammo il tritolo acquistato da Alibrandi. Per gli attentati a due sezioni di Autonomia Operaia utilizzammo esplosivo procurato presso una cava di Civitavecchia»” (nota 62, pagine 81-82, “Guerrieri 1975/1982. Storie di una generazione in nero”, Ugo Maria Tassinari, Immaginapoli 2005).
Negli attentati alle due sezioni di Autonomia Operaia i Nar utilizzazono dell’esplosivo “procurato” presso una cava di Civitavecchia, cioè del gelatinato di tipo commerciale.
In seguito, e stiamo già verso la fine del mese di luglio del 1980, a Milano ci fu un altro attentato con l’utilizzo di esplosivi.
“La notte del 30 luglio, poco prima delle 2, esplode un’auto imbottita con 14 chili di esplosivo davanti a Palazzo Marino. Si è conclusa da qualche minuto una lunga seduta del consiglio comunale milanese. Alcuni frammenti raggiungono i tetti circostanti. Le indagini saranno indirizzate da alcuni “pentiti” contro una delle batterie che fanno capo a Giuliani. L’ordigno disintegra una 132, rubata ad Anzio sette giorni prima. Nei pressi è ritrovato un tubo di piombo e una tanica con 8 chili di esplosivo da cava (…). Sarebbero stati Silvio Pompei e Benito Allatta – con materiali forniti dal loro leader su mandato di Cavallini – a rifornire gli autori materiali, presunti avanguardisti milanesi” (pagina 179, “Guerrieri 1975/1982. Storie di una generazione in nero”, Ugo Maria Tassinari, Immaginapoli 2005).
In questo caso, l’esplosivo non deflagrato era costituito da 8 chili di gelatinato di tipo commerciale, probabilmente anch’esso rubato in una cava.
Tritolo (TNT) e T4 (RDX) in altri attentati
Dato però, come abbiamo accennato fin dall’inizio, che fra i materiali esplosivi della strage di Bologna avrebbero dovuto esserci delle significative quantità di TNT e T4, è opportuno rammentare alcune altre vicende.
Nella strage avvenuta il 31 maggio 1972 a Peteano (Gorizia), che provocò la morte di tre carabinieri e il ferimento di altri due e di cui nel 1984 iniziò ad essere reo confesso il neofascista Vincenzo Vinciguerra, senza dubbio venne usato il T4 e non certo il Semtex H, lo stesso tipo di esplosivo sequestrato nei primissimi anni ’80 in diversi depositi di armi delle Brigate rosse, come vanamente cercò di far credere nel 1982, con un vero e proprio tentativo di depistaggio, l’esperto balistico Marco Morin.
Nel settembre 1984 fu ordinata una nuova perizia, curata dai periti Brandimarte, Marino e Monitoro, che giunse alla conclusione secondo cui «l’esplosivo impiegato per l’attentato di Peteano era costituito da comune esplosivo da mina, potenziato, probabilmente nella zona di innescamento, con una aliquota di esplosivo al T4» (Salvi, La strategia delle stragi: dalla sentenza della Corte d’Assise per la strage di Peteano, Editori Riuniti, Roma 1989, p. 253.)
A ciò bisogna aggiungere che “TNT e T4 furono ritrovati come residuo fra i reperti di numerosi attentati “minori” compiuti in quel periodo, come ad esempio quello in danno al periodico Il Borghese del 30 gennaio 1975, e altri attentati alle linee ferroviarie” (27 aprile 2012 liberoreporter – su Bologna e esplosivo).
Ricordando l’attentato al periodico Il Borghese del 30 gennaio 1975, come se fosse stato opera dell’estrema sinistra, i giornalisti di “libero reporter” caddero in un clamoroso errore.
“Nel gennaio 1975 sono compiuti a Roma attentati dinamitardi allo studio dell’avvocato di Soccorso rosso, Edoardo Di Giovanni (e autore con Marco Ligini del bestseller La strage di Stato), all’abitazione del giornalista Willy de Luca e presso la redazione del Borghese. Nell’inverno-primavera 1975 il Fulas colpisce anche la concessionaria Fiat di Catania, il catasto di Reggio Calabria, la redazione dell’Ora di Palermo. Alcuni attentati sono eseguiti in simultanea.” (nota 27, pagina 39, “Guerrieri 1975/1982. Storie di una generazione in nero”, Ugo Maria Tassinari, Immaginapoli 2005).
Il Fulas (Fronte unitario di lotta al sistema), che fra l’altro fece l’attentato al periodico Il Borghese, era un’organizzazione clandestina neofascista e non certo un’organizzazione clandestina comunista o anarchica.
Ovviamente il fatto che nel decennio precedente al 1980 alcuni gruppi neofascisti abbiano compiuto degli attentati dinamitardi usando il T4 o il tritolo insieme al T4 non significa affatto che quegli specifici gruppi siano stati responsabili di qualche strage.
In altre parole, nell’Italia degli anni ‘70 molti neofascisti, come Pierluigi Concutelli, non erano stragisti; d’altra parte, esistevano alcuni neofascisti atlantizzati che divennero agenti dei servizi segreti, infiltrati nella destra e come minimo collusi con gli stragisti.
L’assoluzione di Massimiliano Fachini
Massimiliano Fachini, uno di quei neofascisti atlantizzati, era imputato per la strage di Bologna ma fu assolto il 16 maggio 1994 dalla Corte d’assise d’appello e dalla Corte di Cassazione il 23 novembre 1995 perché ancora non si sapeva che lui fosse una delle poche persone in grado di disporre anche dei residuati bellici situati nei laghetti di Mantova (sentenza-ordinanza del giudice istruttore Guido Salvini del 1998) e neppure che fosse ben conosciuto dal “pentito” Carlo Digilio, anche se quest’ultimo – nelle confessioni rilasciate nella seconda metà degli anni '90, quando dichiarò di aver agito per conto del Comando delle forze terrestri alleate per il Sud Europa (FTASE) della NATO di Verona e si proclamò responsabile anche del preventivo controllo dell’ordigno esplosivo che a Milano provocò la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 – fece finta di non conoscerlo.
La sentenza della Corte d’Appello di Bologna del 13.12.2004 contro Luigi Ciavardini
Nella sentenza d’appello di condanna per Ciavardini, il quale essendo stato minorenne al tempo della strage di Bologna ebbe un processo a parte, si dice che il gruppo di Valerio Fioravanti aveva la disponibilità di “ingenti quantità di armi, munizioni ed esplosivo, anche del tipo di quello (T4 e nitrato sodico) che, secondo la perizia esperita nell’ambito delle indagini per la strage di Bologna (f. 3237), sarebbe stato usato in quella operazione criminale” (pagina 32 Sentenza Ciavardini, Corte d’Appello di Bologna, 13.12.2004).
Qui la sentenza lascia intendere che fra i materiali esplosivi della strage di Bologna c’erano, fra l’altro, il T4 e il nitrato sodico. Poi entra maggiormente nel merito e, sulla base delle “perizie espletate al fine di accertare le modalità dello scoppio ed il tipo di esplosivo e di congegno utilizzati”, dichiara con certezza che “il quantitativo di esplosivo del tipo gelatinato, tra cui si annoverano anche tritolo e T4”, si aggirava tra i 20 e i 25 Kg; era molto potente “per l’alta velocità di detonazione e per il grande volume di gas capace di generare”; era racchiuso in una valigia; non poteva esplodere con un congegno a distanza “per l’impossibilità del segnale di attraversare ostacoli di scarsa permeabilità, come pareti, convogli ferroviari ed altro, né un congegno di tipo meccanico, attesa l’assenza di residui di fili e sistemi di alimentazione idonei ad erogare una congrua quantità di energia” e poteva esplodere con “un congegno di tipo chimico che richiedeva un’attivazione in loco dello stesso”.
La sentenza inoltre precisa “che la bomba fu collocata sul tavolinetto porta-bagagli posto all’interno della sala d’aspetto di seconda classe, situato all’angolo posto a destra rispetto all’ingresso del locale, e non già abbandonata a contatto diretto con il pavimento”.
Afferma per altro “che il posizionamento sul tavolinetto posto all’angolo della costruzione si è rivelato di particolare importanza per l’intensità distruttiva della carica esplosiva, in quanto la collocazione a ridosso di muri abbastanza robusti ha convogliato gran parte dell’energia distruttiva in una direzione abbastanza concentrata ( v. perizia f. 3227)”.
Conclude dichiarando “che la scelta dei componenti dell’esplosivo e le modalità di esecuzione dell’attivazione della bomba portano ad escludere l’ipotesi di innesco fortuito della carica dovuta ad urti, riscaldamento, instabilità chimica della miscela, autocombustione, effetti di correnti vaganti o di campi magnetici (f. 3236).”
(pag. 147-148-149 Sentenza Ciavardini, Corte d’Appello di Bologna, 13.12.2004)
Perizia depositata il 27 giugno 2019 al processo a Gilberto Cavallini
Sedici anni dopo la sentenza contro Luigi Ciavardini, cioè nel 2020, anche l’ex militante dei Nar Gilberto Cavallini è stato condannato per la strage di Bologna. Qui non entriamo nel merito della sufficienza o meno delle prove d’accusa contro gli ex Nar, anche se indubbiamente i processi su base indiziaria sono sempre di per sé molto discutibili. Qui si sta cercando di capire meglio come andarono le cose e si vuole, per il momento, concentrare l’attenzione sulle perizie esplosivistiche.
Ebbene, la perizia depositata il 27 giugno 2019 aveva il non piccolo limite di dover andare oltre la circostanza per cui nel 2006, al termine di una fase processuale, fu deciso di eliminare ogni reperto raccolto al tempo della strage.
Per tale motivo e affinché la loro perizia fosse almeno degna di questo nome, i periti nominati nel 2018, Adolfo Gregori e Danilo Coppe, ritennero inizialmente di avere cinque possibilità per la ricerca di nuovi reperti da analizzare: “1. realizzare nuovi carotaggi nell’area del cratere (…); 2. cercare oggetti possibilmente presenti nella ex sala d’attesa di 2° classe; 3. cercare fra i ricordi delle vittime consegnati ai loro familiari senza sottoporli ad analisi; 4. cercare fra le macerie stoccate, all’epoca, in un’area militare nel Bolognese; 5. cercare reperti autoptici conservati a diverso titolo.” (pag. 11).
Per ottemperare al punto 1, i periti avrebbero dovuto acquisire la documentazione tecnica dei lavori ma ciò non divenne possibile in quanto l’impresa che aveva preso in appalto “i lavori di ripristino della sala d’attesa di 2° classe, la Edilterra, fallì negli anni successivi. Il loro archivio tecnico, confluì in un’impresa cooperativa che a sua volta è fallita” (pag. 11).
Rispetto al punto 2, “l’unico oggetto presente nella sala d’attesa o in sua prossimità, prima dell’esplosione, era un vecchio cartellone pubblicitario dell’Ente del turismo locale. Questo cartellone fu raccolto da un ferroviere e conservato per decenni in un ufficio” fino al momento in cui quell’uomo dovette andare in pensione, allorché lo consegnò “all’Associazione dei familiari delle vittime che lo mise sotto vetro e ricollocò nella nuova sala d’attesa.” (pag. 12).
I periti fecero quindi delle ricerche sui campioni prelevati dal pannello fotografico che in origine, il 2 agosto 1980, si trovava nella sala d’attesa della stazione di Bologna e analizzarono i tamponi ottenuti dai lavaggi della superficie del pannello e riscontrarono che il Tritolo era presente in tre quadranti su venti (pag. 61).
Per ottemperare al punto 3, i periti ricevettero l’aiuto dell’Associazione delle vittime del 2 agosto 1980 e in particolare riuscirono a recuperare: “a) una chitarra appartenuta a Davide Caprioli; b) una borsa in tela appartenuta a Sala Vincenzina; c) un borsone sportivo in tela con attrezzi sub e ginnici appartenuti a Lugli Umberto; d) un portafoglio con tessera appartenuti a Bonora Argeo; e) una borsetta vuota appartenuta a Marangon Maria Angela.” (pag. 12)
I periti acquisirono dai parenti delle vittime un totale di 28 campioni (pagine 63 e 64) dalle cui analisi è stata evidenziata la presenza di tracce di Tritolo o TNT (12 campioni), RDX o T4 (11 campioni), HMX od ottogene (4 campioni), DNT (3 campioni) e PETN o pentrite (1 campione).
In relazione al punto 4 recuperarono 16 campioni (polvere in busta, porzione di cemento, due parti di ceramiche e il resto costituito da parti di laterizi) dal deposito presso la Caserma di “Prati di Caprara” dalle cui analisi (pagine 64 e 65) è stata messa in rilievo la presenza di tracce di Tritolo o TNT (14 campioni), di RDX o T4 (7 campioni), di DNT – H (8 campioni), di PETN o pentrite (7 campioni), di MC (3 campioni), di HMX od ottogene (2 campioni) e di EC (un campione).
Recuperarono una decina di reperti dall’archivio del RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche) di Roma (Indagine tecnica 605/80 dalle cui analisi (pag. 67) è stata riscontrata la presenza di tracce di Tritolo o TNT (6 campioni), di DNT – H (6 campioni), di PETN o pentrite (4 campioni), di RDX o T4 (3 campioni), di HMX od ottogene (3 campioni).
Recuperarono due campioni presso l’Archivio di Stato all’interno del Volume nr. 94 dalle cui analisi (pag. 68) è stato possibile trovare tracce di HMX od ottogene (2 campioni), di Tritolo o TNT (un campione), di RDX o T4 (un campione), di EC (un campione), di MC (un campione).
Inoltre fecero una ricerca su quattro campioni dei capelli recuperati dai resti della vittima della strage di Bologna Maria Fresu (o a lei attribuiti) dalle cui analisi (pag. 69) è stata evidenziata la presenza di tracce di NG o Nitroglicerina (un campione), di Tritolo o TNT (un campione), di RDX o T4 (un campione) e di PETN o pentrite (un campione).
Infine confrontarono 10 campioni di cariche esplosive: 1) Tritolo carica da ½ libra (seconda guerra mondiale); 2) Tritolo da carica supplementare (seconda guerra mondiale); 3) Tritolo da mina CS42/3 (seconda guerra mondiale), composto da Tritolo e Pentrite; 4) Tritolo da mina tedesca da 311 gr. (seconda guerra mondiale), 5) Compound B carica cava 1944 (razzo antitank – seconda guerra mondiale), composto da Tritolo, RDX (T4) e HMX od ottogene; 6) Compound B 100 libre (bomba d’aereo seconda guerra mondiale), composto da Tritolo, RDX (T4) e HMX; 7) Tritolo Italia gr 200 (seconda guerra mondiale); 8) Tetritolo da blocco da demolizione M2 (seconda guerra mondiale), composto da Tritolo e Tetrile; 9) Balistite USA Cal. 20 – 1943, composto da Nitroglicerina (NG) e Etilcentralite (EC); 10) Compound B prodotto dopo la seconda guerra mondiale, da razzi anticarro, composto da Tritolo e RDX (T4) (vedasi tabella di pag. 71).
Grazie a tale confronto, “le analisi hanno confermato che nei Compound B (campioni 5 e 6) della WWII (seconda guerra mondiale, n.d.r.) è effettivamente presente una percentuale (non determinata) di HMX. Invece il Compound B post bellico (Campione 10) non contiene alcuna traccia di HMX. Le altre cariche esplosive hanno mostrato una composizione in linea con i dati attesi, ad eccezione della carica nr.3 nella quale è stata riscontrata la presenza, non attesa, di pentrite. Si tratterebbe di Pentolite, esplosivo a base di Pentrite e Tritolo, che ha comunque un aspetto non distinguibile dal Tritolo solidificato”. (pag. 71)
Conclusioni pubblicate nella perizia depositata il 27 giugno 2019
Sui reperti in esame, in sintesi, i periti Adolfo Gregori e Danilo Coppe riscontrarono la presenza delle seguenti tipologie di esplosivi: TNT o tritolo sulla maggior parte dei campioni positivi; RDX o T4 su gran parte dei campioni positivi; HMX od ottogene sui campioni con alti valori di positività all’RDX; PETN o pentrite su molti campioni; NG o Nitroglicerina su 4 campioni. Inoltre registrarono la presenza di cariche di lancio sui campioni Etilcentralite (4 campioni) e Akardite (un campione).
Il TNT o tritolo e il RDX o T4 “appaiono essere presenti in quantità mediamente superiori alle altre componenti, e tali da poter ritenere, anche a distanza di circa 40 anni dall’evento, che potessero costituire la parte preponderante della carica esplosiva. (...)
Sembra plausibile ritenere che la nitroglicerina rinvenuta su alcuni campioni (...) possa provenire dalla presenza di residui incombusti delle cariche di lancio, la cui nitrocellulosa, sulla quale la nitroglicerina è adsorbita, può aver trattenuto e preservato la NG dall’evaporazione. (...)
Le tracce di esplosivo HMX sono quasi sempre presenti a livelli inferiori (almeno un ordine di grandezza) rispetto all’RDX (…).” (pag.72)
Coloro che fecero la prima perizia chimico-esplosivistica “in alcuni casi non hanno cercato gli stabilizzanti delle cariche di lancio, o laddove le hanno cercate, non sono stati in grado di rilevarle per la scarsa sensibilità delle metodiche analitiche impiegate all’epoca (TLC).
La mancanza di questo dato conoscitivo e l’errore di valutazione sulla presenza del solfato di bario ha indotto il primo collegio peritale a considerare come unica ipotesi plausibile quella dell’impiego di una gelatina civile fortificata con TNT e T4”. (pag. 73)
Questi risultati analitici, pubblicati nella perizia depositata il 27 giugno 2019, cioè quasi 40 anni dopo la strage di Bologna, sono abbastanza significativi.
Escludono che i materiali esplosivi della strage di Bologna fossero costituiti solo ed esclusivamente da “gelatinato commerciale”; dimostrano che le percentuali di HMX od ottogene variabili tra il 5% e il 10% erano presenti nell’RDX (T4) impiegato durante la seconda guerra mondiale; infine eliminano le ipotesi fantapolitiche – come quelle avanzate da Paolo Cucchiarelli in “Ustica&Bologna. Attacco all’Italia” (2020, La nave di Teseo editore, Milano) – secondo cui fra i materiali esplosivi ci sarebbero stati dei prodotti successivi alla seconda guerra mondiale come il C4 e il Semtex H (composto per il 41,2% da RDX e per il 40,9% da pentrite) a disposizione dei palestinesi dell’OLP, delle italiane Br e di molti gruppi della sinistra rivoluzionaria dell’Europa occidentale.
Questi dati hanno di conseguenza indotto i periti a ritenere che le tracce di HMX od ottogene rilevate provengano dall’RDX o T4 “recuperato da ordigni bellici, e presente nella carica esplosa alla stazione di Bologna” (pag. 72).
“Visti i risultati delle analisi che danno per certa la sostanziale presenza di Compound B, è evidente che si è trattato comunque di esplosivo detonante che necessita inevitabilmente di un detonatore. Di detonatori nel 1980 ne esistevano solo di due tipi commerciali in circolazione: a fuoco ed elettrici. Poi era possibile realizzare detonatori “home made” con entrambe le peculiarità di quelli commerciali” (pag. 137).
“(...) In questo caso, anche il più imprudente fra gli attentatori, era uso a inserire fra la sorgente di elettricità (in questo caso una batteria) ed il detonatore, una “sicura di trasporto”.
Fra le macerie di Prati di Caprara, è stato rinvenuto un interruttore” (pag. 140).
I periti, a quest’ultimo proposito, così commentarono: “Dispositivi simili risultano essere stati presenti nell’ordigno destinato a Tina Anselmi e anche a quello trasportato dalla Christa Margot Fröhlich quando arrestata a Fiumicino” (pag. 141).
In aula però, a luglio del 2019, il perito Danilo Coppe ha visionato una foto a colori che fa parte di alcuni verbali sul sequestro di esplosivo del 29 ottobre 1982 alla Frohlich (all’epoca militante della nuova sinistra della Germania Occidentale e poi assolta in Francia da ogni accusa relativa alla sua eventuale partecipazione all’organizzazione diretta dal venezuelano Carlos) infine ha dichiarato che “potrebbe trattarsi di una placca, piuttosto che di un interruttore“. Di conseguenza, “del paragone con l’esplosivo utilizzato dalla Fröhlich mi prendo la responsabilità, ma se dovessi riscrivere la relazione non lo rifarei“.
A parte questo errore, riconosciuto come tale dallo stesso perito Danilo Coppe di fronte ai giudici, e al di là della scarsa conoscenza della storia della Prima Repubblica italiana e delle sue numerose stragi, testimoniata dal vano tentativo di cercare paragoni con attentati avvenuti in Francia nel 1983, la relazione tecnica esplosivistica da lui elaborata assieme a Adolfo Gregori risulta essere comunque la più attendibile fra quelle ufficiali e la più logica stante quell’odore di tritolo (TNT) e la necessaria presenza anche del T4 (RDX) di cui alcuni parlarono subito dopo la strage del 2 agosto 1980.
A questo punto, al di là dell’esistenza o meno di un timer – che secondo i periti potrebbe essere stato di tipo meccanico – e dei suoi eventuali difetti o danneggiamenti che avrebbero potuto “determinare un’esplosione prematura/accidentale dell’ordigno” (pag. 157), ci sono sufficienti prove oggettive per capire quali fossero i materiali esplosivi recuperati da ordigni bellici del secondo conflitto mondiale che, in un’unica bomba (come ritengono i periti) o addirittura in due (come ritiene Paolo Cucchiarelli in “Ustica&Bologna. Attacco all’Italia”), costituivano i materiali esplosivi della strage di Bologna del 2 agosto 1980.
“Dai risultati analitici e dalla disamina delle perizie precedenti il presente collegio peritale sostiene che l’ordigno esploso il 2 agosto 1980 alla Stazione di Bologna era costituito essenzialmente da Tritolite e/o Compound B (TNT + RDX o T4) di sicura provenienza da scaricamento di ordigni bellici (seconda guerra mondiale) e da una quantità apprezzabile di cariche di lancio (che giustifica la presenza di Nitroglicerina e degli stabilizzanti rinvenuti).
Pentrite e Tetrile rinvenuti in alcuni campioni possono essere riconducibili alla presenza dei booster relativi agli ordigni stessi. I booster che in varie deposizioni degli indagati dell’epoca (Calore, Aleandri) vengono menzionati come utili per la detonazione di esplosivi sordi, come l’ANFO, e definiti come “preinnesco” o “innesco secondario”.
Inoltre, non si può escludere completamente la presenza di una percentuale di gelatinato (civile o militare) a base di nitroglicerina”. (pag. 157)
Di conseguenza, la principale domanda a cui si dovrebbe rispondere è la seguente: dato che l’esame dei materiali esplosivi dimostra la totale infondatezza della pista palestinese o rossa rispetto alla strage di Bologna, chi erano – nell’Italia del 1980 – coloro che, oltre ad avere ampia disponibilità di gelatinato a base di nitroglicerina, erano esperti nello svuotare degli ordigni bellici residuati della seconda guerra mondiale?
Prendendo in considerazione soprattutto la sentenza-ordinanza del giudice istruttore Guido Salvini del Tribunale civile e penale di Milano del 3 febbraio 1998, sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, con cui si fa chiarezza su tante e successive vicende della storia italiana, l’ipotesi più probabile è che fossero personaggi reazionari atlantizzati e statalizzati, da parecchio tempo in stretti e organici rapporti con i servizi segreti, come Massimiliano Fachini e Carlo Digilio.
Massimiliano Fachini, nato a Tirana il 6 agosto 1942 e morto a Grisignano di Zocco il 3 febbraio 2000, già nel novembre 1972 – secondo l’ex dirigente del gruppo neofascista Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie – collaborò con i carabinieri e il SID (sigla del servizio segreto militare di quel periodo) procurando i materiali esplosivi della “provocazione di Camerino”, laddove e allorché furono fatti rinvenire armi ed esplosivi assieme a materiale cifrato e a 604 moduli di documenti in bianco da attribuire ad esponenti di gruppi di sinistra (prosciolti dalla corte di Assise di Macerata solo il 7 dicembre 1977), moduli che il neofascista atlantizzato Guelfo Osmani – in contatto con l’onnipresente capo del controspionaggio di Firenze, colonnello Federico Mannucci Benincasa – diede all’allora tenente dei carabinieri D’Ovidio e che facevano parte di uno stock di 4.700 moduli rubati al Comune di Roma il 14 maggio 1972, uno dei quali – intestato a Enrico Vailati – fu rinvenuto a Sergio Picciafuoco, uomo che si trovava nella stazione di Bologna il 2 agosto 1980 durante l’esplosione della bomba tanto da esserne ferito e che in seguito, grazie anche all’aiuto ricevuto in carcere da Francesco Pazienza, fu assolto nel processo di cui era imputato per quella carneficina.
Carlo Digilio, nato a Roma il 7 maggio 1937, fra il 17 dicembre 1981 e il 28 gennaio 1982 partecipò alla caccia alle Br che avevano rapito il generale statunitense James Lee Dozier, comandante delle Forze terrestri alleate per il Sud Europa (FTASE) della Nato, perché da molti anni era un mercenario della Nato.
In seguito fuggì all’estero grazie all’appoggio dei servizi segreti. Tornato in Italia si “pentì” solo rispetto ai reati per cui c’era la prescrizione. Non confermò l’ultimo alibi di cui parlarono alcuni dei Nar accusati e poi condannati in maniera definitiva per la strage di Bologna, forse anche perché un alibi garantito da uno stragista ha ben poco valore e lo avrebbe messo in ulteriori guai giudiziari. Infine morì a Bergamo nel 2005.
Curiosamente cessò di vivere il 12 dicembre, nell’anniversario della strage di piazza Fontana del 1969, proprio quella strage avvenuta a Milano nella Banca dell’Agricoltura a causa della deflagrazione di una bomba da lui stesso controllata in modo preventivo.
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