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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/05/2021

La passione di Renzi per i servizi segreti

La passione di Renzi per le relazioni “particolari” con il mondo dei servizi segreti, è tornata in auge per il servizio di Report sul suo incontro in un autogrill con un noto dirigente dei servizi di intelligence dalla carriera piuttosto movimentata.

Replicando alle domande di Sigfrido Ranucci, Renzi ha detto un paio di cose che meritano qualche domande e, da parte sua, qualche risposta. Anzi, non sarebbe male se qualche interrogazione parlamentare chiedesse conto al senatore Renzi di questa sua particolare passione.

Il leader di Italia Viva ha affermato: “Io sulle nomine dei servizi non ho mai messo bocca da un giorno specifico, che è il giorno 4 dicembre 2016”, ossia dal giorno delle sue dimissioni da premier dopo la sconfitta nel referendum costituzionale.

In realtà a gennaio del 2021 nella lettera pubblica inviata all’allora premier Conte, Renzi scriveva: “L’intelligence appartiene a tutti, non è la struttura privata di qualcuno: per questo Ti chiediamo di indicare un nome autorevole per gestire questo settore. Io mi sono avvalso della collaborazione istituzionale di Minniti, Monti ha lavorato con De Gennaro, Berlusconi con Letta: tu non puoi lavorare con te stesso anche in questo settore”.

In una intervista al Corriere della Sera, proprio sul tema della nomina alla delega di Palazzo Chigi sui servizi segreti Renzi ha affermato: “La situazione internazionale richiederebbe ben altra professionalità rispetto a chi invia la geolocalizzazione degli incontri segreti in Libia come ha fatto per mera visibilità il portavoce di Palazzo Chigi o passerelle mediatiche quando si liberano – con metodi notoriamente non convenzionali – ostaggi provati da lunghe prigionie”.

Insomma nelle settimane di tiro al bersaglio contro Conte e il suo governo, Renzi ha sempre tirato dentro la questione di chi avrebbe dovuto controllare i servizi segreti per conto di Palazzo Chigi.

È bene ricordare che quando Renzi era Presidente del Consiglio, il progetto di metterci un suo amico – quel Carrai con le mani in pasta nelle società di cybersicurezza ed ottime relazioni nel Mossad israeliano – vide proprio i vertici dei servizi segreti insorgere per sbarrargli la strada.

Ma nella trasmissione Report Renzi ha detto testualmente anche un’altra cosa, piuttosto inquietante e che meriterebbe una risposta pubblica:

“Marco Mancini è uno dei dirigenti dei servizi segreti con cui ho avuto incontri riservati. Penso di averlo visto anche all’autogrill, quindi figuriamoci. Se lei fa riferimento al fatto che io l’ho incontrato nel mese di dicembre all’Autogrill, assolutamente sì, l’ho incontrato qui”, ha detto Renzi intervenendo nella trasmissione e indicando il suo studio da senatore a Palazzo Giustiniani, “come ho incontrato tanti altri dirigenti”.

La nostra domanda è semplice: perché mai un uomo politico che dal 2016 non ha incarichi di governo dovrebbe incontrare tanti dirigenti dei servizi segreti nel suo studio da senatore o in altri luoghi riservati?

Sarebbe interessante a questo punto verificare il via via di “barbe finte” nello studio di Renzi a Palazzo Giustiniani. E non dovrebbe essere neanche troppo difficile, visto che è uno dei luoghi istituzionali più discretamente ma intensamente controllato di cui si abbia conoscenza.

Ma ci ha colpito anche l’interlocutore dell’incontro galeotto di Renzi all’autogrill di Fiano. Si tratta infatti di Marco Mancini, dirigente dei servizi segreti e con almeno due incidenti di percorso noti nella sua carriera in cui è stato salvato dall’imposizione del segreto di Stato.

La foto pubblica di Mancini più nota è quella che lo vede accogliere all’aeroporto la giornalista Giuliana Sgrena, ferita e di ritorno in Italia dopo il suo sequestro in Iraq che costò la vita al dirigente dei servizi segreti Nicola Calipari (ucciso da un marines statunitense ad un check point).

I guai pubblici di Mancini iniziano poco dopo. Al processo di Milano per il sequestro dell’imam Abu Omar – un caso di sequestro illegale di un presunto terrorista islamico nelle strade di Milano che vide accusati 26 agenti della Cia e alcuni dirigenti dei servizi segreti italiani –il pm Spataro chiese una condanna a 10 anni per Mancini. La sentenza di primo grado (4 novembre 2009) deciderà invece il non luogo a procedere, invocando il segreto di Stato, per il capo del Sismi Niccolò Pollari e per il dirigente del Sismi Marco Mancini. In appello (15 dicembre 2010) viene confermato il proscioglimento per segreto di Stato dei due dirigenti dei servizi segreti italiani.

Ma in Cassazione (19 settembre 2012) il proscioglimento viene annullato, perché il segreto di Stato non può mai coprire un fatto-reato. Così si arriva ad nuovo processo d’appello (13 febbraio 2013) che condanna Mancini a 9 anni di reclusione e Pollari a 10.

Il segreto di Stato sul caso Abu Omar sarà confermato da tutti i governi che si succedono dal 2009 in poi (Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi), aprendo conflitti d’attribuzione tra i vari poteri dello Stato, anche ricorrendo alla Corte Costituzionale contro i pm e giudici dei processi per il sequestro di Abu Omar. Quindi i dirigenti dei servizi segreti processati e condannati si salvano.

Ma per Marco Mancini le disavventure giudiziarie non sono affatto finite. Il 12 dicembre 2006, viene arrestato con l’accusa di essere coinvolto nei dossieraggi illegali realizzati dalla struttura di security della Pirelli-Telecom Italia, diretta da Giuliano Tavaroli, un collega di Mancini ai tempi dell’antiterrorismo. Secondo i pm, i due avevano messo in piedi una sorta di servizio segreto parallelo, pubblico-privato, che spiava e raccoglieva materiale riservato su centinaia di persone, imprenditori, politici, calciatori.

All’udienza preliminare (ottobre 2009), Mancini invoca di nuovo il segreto di Stato sui rapporti tra Sismi e Telecom. Il gup accoglie la sua richiesta e lo proscioglie, in parte per non aver commesso il fatto, in parte dichiarando di non doversi procedere per segreto di Stato. La Cassazione nel 2013 conferma le motivazioni del proscioglimento, ma in questo modo conferma che dentro la vicenda dello spionaggio Telecom a danno di cittadini agivano anche “interessi dello Stato”.

La vicenda della joint venture spionistica tra Telecom e servizi segreti, vedrà il 13 febbraio del 2013, la Corte d’Assise di Milano condannare l’ex collaboratore del Sisde, Marco Bernardini, a 7 anni e mezzo di reclusione, l’ex investigatore privato Emanuele Cipriani a 5 anni e mezzo, il giornalista Guglielmo Sasinini a 3 anni e mezzo. Gli altri protagonisti della vicenda se l’erano invece cavata giocandosi la causa in proprio. Il capo del security della Telecom Giuliano Tavaroli aveva patteggiato 4 anni e 6 mesi. Mentre l’ex numero due del Sismi, Marco Mancini come abbiamo visto se l’era cavata grazie al “segreto di Stato”.

Sullo sfondo della vicenda dello spionaggio/dossieraggio tramite le utenze Telecom, si apre però una partita strategica: quella del cyberspionaggio e della cybersicurezza. Su questo capitolo vengono ormai stanziati finanziamenti rilevanti e, se andate a vedere, il tema della cybersecurity è ormai prevalente e dominante anche nella relazione annuale che i servizi segreti consegnano al Parlamento. Sulla destinazione dei fondi e sulle gerarchie di comando e controllo del settore si consumano, dentro i servizi segreti e tra i terminali politici delle varie componenti, scontri durissimi e assai poco visibili all’opinione pubblica e allo stesso Parlamento.

Lo stesso Copasir (il comitato di controllo parlamentare sui servizi) sembra più impegnato a fungere da ring per schermaglie parlamentari che a istituzione chiamata proprio a rendere trasparenti e costituzionali attività necessariamente riservate per natura della loro dimensione operativa, ma che devono comunque corrispondere agli assetti democratici di una repubblica costituzionale.

E forse questa mission è l’unica che non interessa veramente a Renzi, che appare appassionato al mondo delle “barbe finte” perché da lì pervengono informazioni riservate e utili alle sue ambizioni politiche.

Ormai sono in tanti a chiedersi come possa essere così influente e potente il leader di un partito piccolissimo. E non c’è solo la spregiudicatezza personale che lo rende inviso alla gran parte del paese. Insomma, almeno in Senato qualche domanda a Renzi su questa sua particolare passione andrebbe posta.

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23/08/2020

Strage di Ustica. Rimane ancora il segreto di Stato

Sembra incredibile ma nonostante siano passati 40 anni dalla Strage di Ustica, quando venne abbattuto un Douglas DC-9 della compagnia Itavia nei cieli italiani, è stato rinnovato il segreto di stato sui documenti del Sismi che provenivano da Beirut e che racconterebbero le attività italiane in quell’area.

Il governo ha prorogato il segreto di Stato per altri 9 anni perchè “la verità farebbe male” ed è “a rischio la sicurezza nazionale”. A renderlo noto è il quotidiano La Stampa dove si racconta della risposta ottenuta alla richiesta di Giuliana Cavazza, la figlia di una delle vittime della strage del 27 giugno 1980. Cavazza chiedeva di poter avere il carteggio del colonnello Stefano Giovannone, responsabile dei servizi segreti italiani che operò in Libano dal 1973 al 1982. Ma i servizi segreti sono intenzionati a mantenere il segreto quantomeno fino al 2029.

Secondo Rosario Priore, uno dei magistrati che indagò sulla strage, la sera del 27 giugno 1980 ben ventuno aerei militari di diverse nazionalità sfrecciavano sui cieli italiani “in una guerra non dichiarata”. Il Dc 9 della compagna Itavia decollato da Bologna non arrivò mai a Palermo, con 69 adulti e 12 bambini a bordo che morirono nell’abbattimento sui cieli di Ustica. Da uno di quegli aerei militari partì con ogni probabilità il missile che colpì il volo civile dell’Itavia, nella cui scia si celava – fuori dai radar – il bersaglio mancato.

Trentacinque giorni dopo la strage di Ustica, sempre a Bologna, esplodeva la bomba alla stazione facendo decine di morti e centinaia di feriti. Un altro episodio di quella “guerra non dichiarata” che chiama in causa diverse potenze “alleate dell’Italia” e sulla quale la verità “farebbe male” e “metterebbe a rischio la sicurezza nazionale”, ancora oggi.

Anche obiettivamente, appare fin troppo chiaro che “a mettere a rischio la sicurezza nazionale” 40 anni dopo la strage non può certo essere la pista palestinese sulla quale insistono strumentalmente in tanti. Né quella su leader arabi ormai deceduti e con i loro paesi devastati dall’intervento militare occidentale (dall’Iraq alla Libia alla Siria). Infine i palestinesi oggi sono debolissimi sul piano politico e diplomatico.

Sono dunque ben altre le relazioni internazionali ancora vigenti e vincolanti che impediscono di accedere alla verità sulla strage di Ustica, vogliamo parlare di Francia, Stati Uniti, Israele? È di questo e su questo che si ha paura di far sapere la verità. È come far sapere all’opinione pubblica di aver convissuto con l’assassino per quaranta anni.

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02/08/2020

Perché il segreto sulle scelte del governo in pandemia?

In democrazia dovrebbe essere un obbligo rendere chiari i passaggi che portano il Governo a compiere determinate scelte. Ora, il governo Conte ha deciso di tenere segreti i documenti del Comitato Tecnico Scientifico, cioè di quell’organismo che lo ha supportato nelle decisioni da prendere sulla pandemia. Perché?

Anche il meno “complottista” degli umani, come in fondo sono io, di fronte a questa scelta storce il naso e non può fare a meno di porsi almeno un quesito: cosa contengono di così scabroso quei documenti?

Non aiuta a fugare i dubbi la decisione del Governo di ricorrere al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar di rendere pubblici quei documenti (su istanza presentata dalla Fondazione Einaudi). Anzi, le formule contenute nel ricorso aprono a ulteriori dubbi.

Il motivo di secretare quei documenti, si legge nel ricorso, discende dal fatto che i decreti legge che hanno imposto le decisioni (tra cui, non dimentichiamolo, la limitazione di alcuni diritti costituzionali) sono stati il «frutto di attività ampiamente discrezionali ed espressione di scelte politiche del governo».

Al di là dell’ovvia considerazione che tutte le scelte politiche sono “discrezionali”, io ne deduco che le indicazioni dei tecnici e degli scienziati confliggevano – o comunque non supportavano del tutto – con le scelte del governo.

Non mi piace teorizzare sul nulla, dunque non tento neppure una spiegazione. Mi permetto però una chiosa: in una democrazia sostanziale, dove il cittadino è chiamato a partecipare e non solo a votare, il punto debole di un governo è ciò che nasconde: più un governo occulta, più sono legittimi i dubbi dei cittadini sul suo operato.

C’è sempre la possibilità, certo, che al Governo non interessi la partecipazione, ma solo il consenso elettorale. Per ciò, la trasparenza non serve: basta la propaganda.

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12/05/2015

L’apertura degli archivi disposta da Renzi: come volevasi dimostrare...

Ricordate un anno fa? In piena campagna elettorale, Renzi annuncia la fine del segreto di Stato sui fascicoli riguardanti le stragi, da inviare subito all’Archivio Centrale dello Stato. Tripudio! Ci voleva Renzi per rottamare il segreto di Stato!

Umilmente feci notare che si trattava di una “sciocchezza col botto”, che Renzi era il solito venditore di fumo e che non sarebbe venuto fuori un ragno dal buco. Ricordo il commento ostile di alcuni colleghi storici, convinti della straordinarietà dell’evento; uno di essi giunse a chiedere alla mail della Sissco (società dei contemporaneisti di cui faccio parte) di escludermi perché avevo fatto un volgare e gratuito attacco al Presidente del Consiglio. Ma lasciamo perdere.

Sabato 9 maggio, Repubblica ha dedicato le pagine centrali al bilancio dell’operazione. I numeri non mancano: i carabinieri hanno inviato 100 buste (con migliaia e migliaia di pagine di cui ben 5.000 dedicate alla strage di Piazza della Loggia), l’Aviazione militare ben 325 buste su Ustica, mentre ancora stentano i ministeri degli Esteri e dell’Interno. Solo che i familiari delle vittime, che hanno incontrato alcuni responsabili di archivi di polizia e dei servizi ai quali hanno esternato la loro cocente delusione, per i ritardi e, soprattutto, per la scarsezza di dati nuovi. E, infatti, non si legge una sola notizia fresca. La carta non manca, ma siamo sicuri che serva a qualcosa oltre che incartar le patate?

Facciamo un esempio: le 5.000 pagine sulla strage di Brescia; non ho avuto modo di vederle, ma sono pronto a scommettere che per il 95% sono atti inviati o cercati da Massimo Giraudo, già in possesso della Procura bresciana e in gran parte già consultabili presso la Casa della Memoria di Brescia che, per la modica cifra di 25 euro, vi dà 3 cd con tutti gli atti del processo, comprese le carte di cui stiamo parlando.

Quanto ad Ustica, ricordo che il fascicolo processuale consta di oltre 600 buste nelle quali, a mio modesto avviso, c’è già quasi tutto quello che l’Aviazione ha consegnato oggi. E, diciamo la verità, non potrebbe essere diversamente, perché se saltasse fuori oggi un documento d’epoca, non consegnato a suo tempo alla Autorità Giudiziaria, sarebbero dolori, perché giustamente la Procura procederebbe immediatamente per l’omissione compiuta a suo tempo. L’unica è che si tratti di qualcosa di recente, ma, allora, avrebbe dovuto essere inviata agli organi di Polizia Giudiziaria per attivare l’azione penale.

Il mio amico Paolo Bolognesi (che da anni ed anni si dedica con generosità alla battaglia della verità sulla strage di Bologna) giunge a sospettare che ci sia “una struttura, o meglio una sovrastruttura, che impedisce di arrivare alla verità”. Non so se questa struttura esista, ma messa così sembra che qualcuno abbia tarpato le ali al nobile disegno renziano di far luce sulle stragi. Caro Paolo, le cose non stanno così: non credo che ci sia la struttura che tu immagini, il punto è che questa operazione, per le sue modalità, era destinata al fallimento sin dall’inizio ed, anzi, non aveva affatto lo scopo reale di far luce, ma solo quello di fare rèclame a Renzi. Era solo un cinico spot elettorale.

Togliamoci dalla testa una illusione: che prima o poi salterà fuori una bella relazione di servizio intitolata “Adesso vi spiego come è andata veramente alla Stazione di Bologna il 2 agosto 1980”: quel documento non è mai stato scritto né nessun funzionario lo scriverebbe mai. La verità è nascosta in cento piccole note da raccogliere e mettere insieme.

E, se qualcosa di interessante c’è da trovare (e sono convinto che ci sia) non si trova nel fascicolo principale dedicato all’evento (“Strage di Piazza Fontana”, “Rapimento ed uccisione dell’on Moro” “Disastro aereo di Ustica”) che sono stati visti e rivoltati cento volte dall’Autorità giudiziaria e dalle Commissioni parlamentari di inchiesta, per cui non c’è niente che già non sia risaputo, ma nel fascicolo personale del personaggio marginalissimo o dell’episodio del tutto secondario che però ha un nesso con quello principale. Facciamo un esempio: uno smilzo “discendente” del fascicolo principale “Ordine nuovo”, dedicato alla sua sezione di Mantova, può contenere cose più interessanti di intere buste su Piazza Fontana.

Ma questo richiede che non si declassifichino tanto i fascicoli principali sulle stragi (cosa perfettamente inutile), quanto l’intero archivio e con criteri temporali (questo anno rendiamo consultabile tutto sino al 1967, l’anno prossimo sino al 1970, e così via), in modo da poter scavare in profondità. E ci sono molti problemi tecnici di cui abbiamo parlato altre volte (la declassifica degli enti originatori, il problema dei fascicoli permanenti, il diritto alla privacy, il problema degli organi costituzionali protetti ecc.).

Se si vuol fare sul serio occorre procedere con sistematicità, magari non rapidissimamente, ma organicamente. Ma a Renzi, al solito, non interessa il merito dei problemi, ma solo il cinico calcolo elettorale.

Il guaio è che gli imbecilli che ci abboccano sono proprio tanti.

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23/04/2014

Segreti di Stato. “Renzi se la sente di fare sul serio o è solo fumo?”

“Si tratta di falsità, accettabili soltanto se si vuol dire che nel passato non è stato fatto nulla. Sette anni fa venne approvata una riforma dell’intelligence che fissava la decadenza del segreto di Stato ogni 5 anni. Decadenza vincolata al varo di 8 regolamenti attuativi, mai realizzati. La legge inoltre riguardava tutti gli episodi controversi, mentre l’iniziativa preannunciata da Renzi concerne soltanto i fatti di strage. La sua promessa è un bluff.”

E' piuttosto perentorio il giudizio dello storico Aldo Giannuli, uno di quelli che nei segreti di Stato sulle stragi ci ha messo il naso più di tanti altri, ricostruendo in molte pubblicazioni le pagine più nere della storia recente della Repubblica Italiana. “Il vero problema non tocca il segreto di Stato opposto dai governi nei confronti della magistratura per i casi di strage e di eversione dell’ordine democratico.” prosegue Giannuli “Quei documenti, acquisiti ai fascicoli processuali, sono già pubblici. E se venisse alla luce materiale inedito, vorrebbe dire che all’epoca non fu visionato dall’autorità giudiziaria. Fatto gravissimo e di rilevanza penale”.

Ma lo scetticismo e le puntualizzazioni di Giannuli  sull'annuncio di Renzi non sono le sole. Anche Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna e oggi deputato del Pd afferma che: “Per illuminare tutte le zone grigie non basta togliere il segreto di Stato, ma bisogna aprire tutti gli archivi militari, dei Carabinieri e della Farnesina”. Sulla materia appare esplicita anche Daria Bonfietti, presidente dell’associazione familiari delle vittime di Ustica: “Credo che sia solo uno slogan vecchio. Per la maggior parte delle stragi delle quali parliamo non sono mai stati apposti segreti di Stato”.

Quanto affermato da Giannuli, Bolognesi e Bonfietti mette sulla graticola quella che sembra somigliare all'ennesima boutade elettorale di Renzi su una materia delicata e dolorosa come le stragi di Stato. Su una cosa tutti sembrano convergere, e noi con loro: la desecretazione di questi documenti – in molti casi già visionati dai magistrati – non servirà ad appurare la verità giudiziaria ma solo quella storica, per quella politica arrivare ad una sintesi condivisa appare assai più arduo. Sulla verità giudiziaria per le stragi di Stato c'è ormai una lapide pesante come un macigno, in molti casi sono sopravvenuti i decessi di molti protagonisti e responsabili e molti dei pochi documenti “compromettenti” sono stati distrutti da tempo.

La ricostruzione della verità politica sui fatti appare poi difficilmente scollegabile dalle responsabilità successive, quando ministri degli Interni del centro-sinistra (Napolitano) o Presidenti del Consiglio (D'Alema, Prodi) non fecero praticamente nulla – in tempi ancora utili – per procedere alla desecretazione degli archivi di Guardia di Finanza (che sembra essere quello più “ciccioso”) Carabinieri o Servizi Segreti sulle stragi. La conferma viene oggi dal tentativo di depotenziamento del processo di Palermo sulla trattativa tra Stato e mafia. Una conferma in più che la tesi del “Doppio Stato” non regge alla prova dei fatti.

Quello che storici, ricercatori e giornalisti adesso potrebbero avere a disposizione sarà materiale parziale e ripulito, utile per una tesi di laurea o qualche libro ma inservibile per ripristinare verità e giustizia nella e sulla storia del nostro paese. Certo meglio così che niente, ma vendere il fumo spacciandolo per arrosto e un'altra scala di valori.

Qui di seguito una nota di Aldo Giannuli dal suo blog aldogiannuli.it 

Squilli di trombe, rulli di tamburo: Renzi cancella il segreto di Stato sulle stragi. Era ora! Solo che si tratta di chiacchiere perché:

a- già da una ventina di anni, il segreto di Stato non è opponibile alla magistratura che procede per reati di strage o eversione dell’ordine democratico;

b- di conseguenza, la magistratura, sia direttamente che tramite agenti di pg e periti, ha abbondantemente esaminato gli archivi dei servizi e dei corpi di polizia, acquisendo valanghe di documenti che sono finiti nei fascicoli processuali;

c- anche le commissioni parlamentari che si sono succedute, sul caso Moro, sulle stragi, sul caso Mitrokhin hanno acquisito molta documentazione in merito (anche se poi è finita negli scatoloni di deposito e non in archivi pubblici);

d- una larghissima parte della documentazione finita nei fascicoli processuali e nelle commissioni di inchiesta è stata resa consultabile dalla “Casa della Memoria di Brescia”, dove chiunque può accedere, e …dalla Regione Toscana (strano che Renzi non lo sappia);

e- già a suo tempo, la documentazione acquisita dai magistrati è stata consultata da giornalisti che l’hanno avuta dagli avvocati delle parti ed è finita in migliaia di articoli;

f- diversi consulenti parlamentari e giudiziari (a cominciare dal più importante, Giuseppe De Lutiis a finire al sottoscritto) hanno successivamente utilizzato abbondantemente quella documentazione per i loro libri.

Per cui, siamo alla “quinta spremitura” di queste olive: ci esce solo la morga, robaccia. Vice versa, restano ancora da risolvere i problemi degli archivi inarrivabili e per i quali occorrerebbe far qualcosa per renderli accessibili:

-quello della Presidenza della Repubblica che ha sempre rifiutato ogni accesso, per quanto minimo, alla magistratura in nome dell’immunità Presidenziale;

-quello dell’Arma dei Carabinieri (alludiamo all’archivio informativo, non a quello amministrativo) che non si capisce dove stia;

-quelli delle segreterie di sicurezza dei vari enti e dei relativi uffici Uspa che sono protetti dal segreto Nato.

Per cui, se Renzi vuol davvero fare qualcosa di nuovo sulla strada della fine dei segreti della Repubblica, può:

-invitare il Capo dello Stato a valutare l’opportunità di rendere accessibile il proprio archivio oltre le carte del Protocollo attualmente visibili;

-chiedere all’Arma dei carabinieri un rapporto ufficiale sulla sistemazione dei propri archivi informativi;

-porre in sede Nato la questione del superamento del segreto dopo un congruo periodo di segretazione. Per esempio, poco dopo la “rivoluzione dei garofani” in Portogallo, la Nato avocò a sé tutto il materiale della e sulla Aginter Presse: possiamo vederlo?

Ma soprattutto, se il Presidente del Consiglio vuol fare sul serio è bene che si ricordi che il suo ente è in ritardo di anni su precisi impegni presi. Nel 2007, per far digerire quell’orrore di legge di “riforma” sui servizi, venne inserito un complicato sistema che avrebbe dovuto assicurare la decadenza automatica della classifica di segretezza dopo un certo periodo; premessa necessaria per poter inviare i documenti agli archivi di Stato (non solo quelli sulle stragi ma tutti). Però occorreva prima fare i regolamenti attuativi: stiamo ancora aspettando questi regolamenti dopo sette anni. Poi il governo Monti promise che entro il 2012 avrebbe comunicato l’elenco dei vari archivi esistenti con le diverse sedi dei depositi (cosa che non è stato mai possibile avere). E stiamo aspettando ancora anche questo elenco.

Se la sente Renzi di fare sul serio o è solo fumo elettorale?

Fonte