L’Italia è un Paese dove la memoria evapora in fretta: la gente fatica persino a ricordare il giorno prima. Un Paese senza storia viva.
Lo si capisce quando un ministro arriva a dire spudoratamente che, se un’idea di Licio Gelli era “giusta”, non ci sarebbe nulla di strano nel seguirla. Parole pronunciate dal Guardasigilli Carlo Nordio, nel rispondere a chi ha ricordato che la riforma della giustizia assomiglia parecchio al progetto scritto dalla loggia P2.
Come se il nome non pesasse. Come se dietro quel nome non ci fosse un archivio di sangue, colpi di stato, bancarotte pilotate, depistaggi e relazioni oscene che hanno attraversato la Repubblica come una febbre gialla.
Gelli e la sua rete Massona sono entrati praticamente in tutto le porcherie architettate da un élite cospirativa: servizi segreti, ministeri, giornali, banche, televisioni, Guardia di Finanza, Esercito, Polizia e Carabinieri. Uomini piazzati nei punti chiave. Un elenco di 962 nomi che, nel 1981, fece tremare i palazzi. E non perché qualcuno scoprì un complotto; ma perché quel complotto era già in corso da anni.
Dietro c’era il “Piano di rinascita democratica”: addomesticare l’Italia, spingere verso un sistema bipolare rigido, limitare la stampa, ridisegnare i poteri delle Camere, rimettere la magistratura sotto controllo. Tutto nero su bianco. Un’agenda politica pronta all’uso. E poi gli episodi. Uno dopo l’altro, come una catena.
Il caso Moro.
Durante i 55 giorni, i vertici dei servizi erano occupati da iscritti alla loggia. C’è chi sostiene che il “venerabile” abbia agito per impedire la liberazione di Moro [traduzione a scanso di equivoci: “impedire che lo Stato trattasse con le BR”, ndr].
La strage di Bologna.
Ottantacinque morti. Nel 1994 Gelli è condannato per aver depistato le indagini: confonde le acque, sposta piste, protegge interessi. Una inchiesta più recente della Procura Generale di Bologna ipotizza che Gelli, insieme ad altri, sia tra i mandanti-finanziatori della strage. Ma Gelli deceduto, non può essere processato per queste nuove accuse.
Il Banco Ambrosiano.
Una bancarotta che travolge tutto. Gelli condannato per frode. L’ombra sulla morte di Roberto Calvi, trovato impiccato a Londra. Una scia di denaro, ricatti e poteri paralleli che si muove tra Roma, Milano, Londra e Città del Vaticano.
Tangentopoli.
Spunta il “conto protezione”: soldi dal Banco Ambrosiano al PSI. Un altro tassello, un’altra vena scoperta del sistema.
E mentre tutto questo accadeva, il capo della loggia faceva quello che fanno gli uomini abituati a muoversi fuori dalla legge: scappava.
La fuga.
Arrestato in Svizzera nel 1982, rinchiuso a Champ-Dollon, evade, guarda un po’, un anno dopo. Riappare in Sudamerica, tra Venezuela e Argentina. Si consegna di nuovo, ricompare a Ginevra, viene estradato, rimesso in libertà provvisoria. Un filo spezzato e riallacciato cento volte, sempre con una facilità che dice più di mille sentenze.
La dittatura argentina.
E qui si apre un capitolo che da solo basterebbe a raccontare un’epoca. Rapporti stretti con Roberto Eduardo Viola e con l’ammiraglio Emilio Massera, uno degli uomini chiave della giunta militare fascista. Trentamila desaparecidos, torture sistematiche, volti cancellati per sempre. In quel contesto, Gelli riceve lettere di encomio. Gli argentini gli concedono persino un passaporto diplomatico.
Un italiano che ottiene protezione da una delle dittature più sanguinarie del Novecento. Un dettaglio che basterebbe a riportare alla realtà chiunque non sia deciso a dimenticare.
E invece, oggi, nel 2025, si può parlare di Licio Gelli come di un signore qualsiasi dotato di “opinioni”. Si può dire che, se una sua idea era “giusta”, allora non c’è nulla di cui preoccuparsi.
Succede perché l’Italia non ricorda.
Succede perché il passato dura 24 ore.
Succede perché ci si abitua a tutto, anche all’orrore, se nessuno lo racconta più.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/11/2025
17/11/2025
Piersanti Mattarella, Ustica, stazione di Bologna... “Ha stato Gheddafi!”
Sono letteralmente scioccato. Ho appena finito di ascoltare su Radio Popolare di Milano una buona ora di sconcertante monologo di Miguel Gotor in cui lo “storico”, nonché esponente del Partito Democratico, ha illustrato le funamboliche teorie complottiste contenute nel suo ultimo libro intitolato “L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna (1979-1980)”.
Peraltro, il giornalista in studio non lo ha mai interrotto con delle domande in grado di chiarire i tanti salti logici del discorso di Gotor, che ha esposto il suo teorema senza mai essere disturbato.
In breve, Gotor, partendo dall’assassinio del presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella (che indica come “l’erede politico di Aldo Moro”), traccia una linea tra le “stratificazioni del potere italiano” soffermandosi sugli «ibridi connubi» tra neofascismo, massoneria occulta, mafia, “apparati deviati dello Stato” e... udite, udite, la Libia di Gheddafi!
Gotor indica delle relazioni organiche tra l’omicidio Mattarella e le stragi di Ustica e di Bologna e mette tutto in relazione alla decisione degli Stati Uniti e della NATO di installare in Sicilia i missili Cruise contro la Libia e contro l’Unione Sovietica.
Non che non vi possa essere stata qualche relazione tra queste cose, ma la spiegazione che da Gotor è rigorosamente (e paradossalmente) monocausale: Gelli ha organizzato tutto ma su mandato di Gheddafi che era in combutta con i neofascisti italiani per via del comune “antisemistismo” e del suo peso specifico, politico e finanziario, nel quadro della così detta “prima Repubblica”.
Ovviamente sui rapporti di Gelli con gli USA ed i milioni di dollari affluiti sul suo conto svizzero nemmeno una parola. Eppure è ormai di pubblico dominio il fatto che Licio Gelli fosse di casa negli Stati Uniti. Come è stradocumentato che, tra gli iscritti alla P2 c’era il capo della stazione CIA di Roma, Randolph Stone, ai cui ordini era il capo servizi segreti italiani.
Altrettanto acclarato il rapporto tra il servizio segreto USA e quello militare italiano (prima Sifar, poi Sid) nel quadro della pianificazione segreta di “Stay Behind” (Gladio) che era nata, in funzione anticomunista, nel 1956, da un accordo tra CIA e SIFAR.
Anche il servizio segreto civile italiano (l’Ufficio affari riservati) aveva stretti legami con gli amerikani. A capo di quell’ufficio era Federico Umberto D’Amato che, nelle sentenze di primo grado e d’appello della Corte d’Assise di Bologna, confermate poi dalla Corte di Cassazione, è indicato come uno dei 4 mandanti, organizzatori o finanziatori della strage alla stazione di Bologna del 1980 insieme a Licio Gelli, Umberto Ortolani e Mario Tedeschi iscritto alla P2. D’Amato era in costanti rapporti con Gelli ma, soprattutto, era un uomo della CIA ed aveva anche un filo diretto con l’FBI.
Ma di tutto ciò, nel teorema nuovo di zecca di Gotor, non c’è alcun accenno perché il collante che terrebbe tutto insieme – assassinio di Piersanti Mattarella, strage di Ustica, strage di Bologna – è soltanto Gheddafi, “antisemita”, “salvatore della Fiat” e “finanziatore dei neofascisti italiani”.
Mohammar Gheddafi, il quale, ovviamente, non potrà replicare alcunché né difendersi perché, dopo essere scampato miracolosamente alla morte in seguito al bombardamento USA del 1986 – che ne uccise la figlia di soli 15 mesi – è stato poi assassinato brutalmente nel 2011 dai “ribelli” finanziati da Francia e Stati Uniti.
Ci sarebbe da ridere se non fosse che stiamo parlando di due stragi che hanno causato 166 morti (più oltre 200 feriti) e dell’assassinio dell’allora Presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella. Insomma, se credevate che il repertorio dietrologico e complottardo sulla recente storia d’Italia ne avesse già sparate di tutti i colori, sappiate che è un filone che non finirà mai di stupirci.
Fonte
Peraltro, il giornalista in studio non lo ha mai interrotto con delle domande in grado di chiarire i tanti salti logici del discorso di Gotor, che ha esposto il suo teorema senza mai essere disturbato.
In breve, Gotor, partendo dall’assassinio del presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella (che indica come “l’erede politico di Aldo Moro”), traccia una linea tra le “stratificazioni del potere italiano” soffermandosi sugli «ibridi connubi» tra neofascismo, massoneria occulta, mafia, “apparati deviati dello Stato” e... udite, udite, la Libia di Gheddafi!
Gotor indica delle relazioni organiche tra l’omicidio Mattarella e le stragi di Ustica e di Bologna e mette tutto in relazione alla decisione degli Stati Uniti e della NATO di installare in Sicilia i missili Cruise contro la Libia e contro l’Unione Sovietica.
Non che non vi possa essere stata qualche relazione tra queste cose, ma la spiegazione che da Gotor è rigorosamente (e paradossalmente) monocausale: Gelli ha organizzato tutto ma su mandato di Gheddafi che era in combutta con i neofascisti italiani per via del comune “antisemistismo” e del suo peso specifico, politico e finanziario, nel quadro della così detta “prima Repubblica”.
Ovviamente sui rapporti di Gelli con gli USA ed i milioni di dollari affluiti sul suo conto svizzero nemmeno una parola. Eppure è ormai di pubblico dominio il fatto che Licio Gelli fosse di casa negli Stati Uniti. Come è stradocumentato che, tra gli iscritti alla P2 c’era il capo della stazione CIA di Roma, Randolph Stone, ai cui ordini era il capo servizi segreti italiani.
Altrettanto acclarato il rapporto tra il servizio segreto USA e quello militare italiano (prima Sifar, poi Sid) nel quadro della pianificazione segreta di “Stay Behind” (Gladio) che era nata, in funzione anticomunista, nel 1956, da un accordo tra CIA e SIFAR.
Anche il servizio segreto civile italiano (l’Ufficio affari riservati) aveva stretti legami con gli amerikani. A capo di quell’ufficio era Federico Umberto D’Amato che, nelle sentenze di primo grado e d’appello della Corte d’Assise di Bologna, confermate poi dalla Corte di Cassazione, è indicato come uno dei 4 mandanti, organizzatori o finanziatori della strage alla stazione di Bologna del 1980 insieme a Licio Gelli, Umberto Ortolani e Mario Tedeschi iscritto alla P2. D’Amato era in costanti rapporti con Gelli ma, soprattutto, era un uomo della CIA ed aveva anche un filo diretto con l’FBI.
Ma di tutto ciò, nel teorema nuovo di zecca di Gotor, non c’è alcun accenno perché il collante che terrebbe tutto insieme – assassinio di Piersanti Mattarella, strage di Ustica, strage di Bologna – è soltanto Gheddafi, “antisemita”, “salvatore della Fiat” e “finanziatore dei neofascisti italiani”.
Mohammar Gheddafi, il quale, ovviamente, non potrà replicare alcunché né difendersi perché, dopo essere scampato miracolosamente alla morte in seguito al bombardamento USA del 1986 – che ne uccise la figlia di soli 15 mesi – è stato poi assassinato brutalmente nel 2011 dai “ribelli” finanziati da Francia e Stati Uniti.
Ci sarebbe da ridere se non fosse che stiamo parlando di due stragi che hanno causato 166 morti (più oltre 200 feriti) e dell’assassinio dell’allora Presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella. Insomma, se credevate che il repertorio dietrologico e complottardo sulla recente storia d’Italia ne avesse già sparate di tutti i colori, sappiate che è un filone che non finirà mai di stupirci.
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11/07/2024
Strage di Bologna. Confermata condanna a Bellini. La mano fu fascista, la mente lo Stato
Dopo la conferma dell’ergastolo a Gilberto Cavallini di quasi un anno fa, la Corte d’Assise d’Appello di Bologna ha confermato l’ergastolo di primo grado anche a Paolo Bellini per i fatti del 2 agosto 1980, quando una bomba distrusse la sala d’attesa della stazione di Bologna causando 85 morti e oltre 200 feriti.
La peggiore strage del periodo della strategia della tensione arriva dunque, dopo oltre quarant’anni, ad una verità giudiziaria ormai appurata e incontrovertibile, nonostante decenni di depistaggi e insabbiamenti: la mano della strage fu senza alcun dubbio fascista, ma ad armarla non fu il supposto “spontaneismo” dei NAR, ma i soldi della P2 sottratti al Banco Ambrosiano e la volontà politica dei vertici dei servizi segreti.
Infatti se le condanne di Cavallini e Bellini in quanto esecutori materiali danno la cifra di come non solo i NAR, ma tutta la galassia dell’eversione fascista fosse in qualche modo coinvolta o consapevole di ciò che accadde, non meno importante è aver finalmente dato volti e nomi agli ispiratori politici, ai mandanti, ai finanziatori e agli organizzatori della strage, pur se non più processabili in quanto ormai tutti deceduti ma questo, si sa, è nel pieno stile della giustizia borghese del nostro Paese.
In particolare sono stati ritenuti in via definitiva responsabili di questi capi d’imputazione Licio Gelli e l’ex capo dell’ufficio affari riservati del Viminale Federico Umberto D’Amato, insieme all’imprenditore Umberto Ortolani e all’allora direttore del quotidiano Il Borghese Mario Tedeschi il quale, inoltre, col suo giornale organizzava (spesso in accordo con D’Amato stesso) campagne di depistaggio o diffamazione, a seconda delle necessità del momento; tutti risultarono poi iscritti alla P2.
Questa sentenza è dunque l’ennesima conferma di come sia esistita una parte della società italiana (ben al di là di qualche “trama” o “servizio deviato”) fatta di alti funzionari dello stato ma anche di politici, imprenditori e giornalisti spesso passati indenni nei loro ruoli dal fascismo alla democrazia, che per tutta la Prima Repubblica ha lavorato per la destabilizzazione dell’impianto costituzionale e per imporre una svolta autoritaria ed impedire qualsiasi cambiamento in senso progressivo della società italiana fino ad auspicare “l’instaurazione di uno Stato autoritario, nell’ambito del quale fosse sostanzialmente impedito l’accesso alla politica delle masse” (dalla sentenza di condanna a Cavallini).
Diventa per noi dunque essenziale rilanciare, come ogni anno, la più forte e viva partecipazione al corteo che commemora la strage del 2 agosto, per una memoria che rimanga viva e militante al di là delle sentenze dei tribunali e di verità giudiziarie che sappiamo per certe da anni.
Fonte
La peggiore strage del periodo della strategia della tensione arriva dunque, dopo oltre quarant’anni, ad una verità giudiziaria ormai appurata e incontrovertibile, nonostante decenni di depistaggi e insabbiamenti: la mano della strage fu senza alcun dubbio fascista, ma ad armarla non fu il supposto “spontaneismo” dei NAR, ma i soldi della P2 sottratti al Banco Ambrosiano e la volontà politica dei vertici dei servizi segreti.
Infatti se le condanne di Cavallini e Bellini in quanto esecutori materiali danno la cifra di come non solo i NAR, ma tutta la galassia dell’eversione fascista fosse in qualche modo coinvolta o consapevole di ciò che accadde, non meno importante è aver finalmente dato volti e nomi agli ispiratori politici, ai mandanti, ai finanziatori e agli organizzatori della strage, pur se non più processabili in quanto ormai tutti deceduti ma questo, si sa, è nel pieno stile della giustizia borghese del nostro Paese.
In particolare sono stati ritenuti in via definitiva responsabili di questi capi d’imputazione Licio Gelli e l’ex capo dell’ufficio affari riservati del Viminale Federico Umberto D’Amato, insieme all’imprenditore Umberto Ortolani e all’allora direttore del quotidiano Il Borghese Mario Tedeschi il quale, inoltre, col suo giornale organizzava (spesso in accordo con D’Amato stesso) campagne di depistaggio o diffamazione, a seconda delle necessità del momento; tutti risultarono poi iscritti alla P2.
Questa sentenza è dunque l’ennesima conferma di come sia esistita una parte della società italiana (ben al di là di qualche “trama” o “servizio deviato”) fatta di alti funzionari dello stato ma anche di politici, imprenditori e giornalisti spesso passati indenni nei loro ruoli dal fascismo alla democrazia, che per tutta la Prima Repubblica ha lavorato per la destabilizzazione dell’impianto costituzionale e per imporre una svolta autoritaria ed impedire qualsiasi cambiamento in senso progressivo della società italiana fino ad auspicare “l’instaurazione di uno Stato autoritario, nell’ambito del quale fosse sostanzialmente impedito l’accesso alla politica delle masse” (dalla sentenza di condanna a Cavallini).
Diventa per noi dunque essenziale rilanciare, come ogni anno, la più forte e viva partecipazione al corteo che commemora la strage del 2 agosto, per una memoria che rimanga viva e militante al di là delle sentenze dei tribunali e di verità giudiziarie che sappiamo per certe da anni.
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03/08/2021
Strage di Bologna. Licio Gelli voleva l’Italia di oggi
Licio Gelli, fascista della repubblica di Salò, imprenditore di successo, affarista e massone, uomo di tanti intrighi e trame ai danni della nostra democrazia, è stato riconosciuto come il mandante e l’organizzatore della strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. La più sanguinosa della storia repubblicana. Una strage fascista e di stato come tutte quelle che hanno colpito il nostro paese.
Ma cosa voleva davvero il criminale fascista Licio Gelli? Non la restaurazione del fascismo, ma un regime autoritario liberale e liberista. Nel “Piano di rinascita democratica” della Loggia P2, cui erano iscritti imprenditori, politici, burocrati, generali, giornalisti, da Silvio Berlusconi a Carlo Alberto Dalla Chiesa a Maurizio Costanzo; in quel piano erano definiti gli obiettivi di fondo per il nostro paese.
L’Italia avrebbe dovuto avere un Parlamento molto più ridotto, di cinquecento seicento persone al massimo tra Camera e Senato. Il governo avrebbe dovuto contare molto più delle Camere, sulla base del principio che conta chi comanda. Le alternanze di governo avrebbero dovuto essere tra forze liberal democratiche e forze conservatrici, togliendo dal campo politico i comunisti e ogni sinistra anti-sistema e sdoganando i fascisti. La magistratura avrebbe dovuto essere posta sotto il controllo del potere politico.
Avrebbero dovuto essere aboliti la scala mobile sui salari e l’articolo 18, ridotto il peso dei contratti nazionali, cambiato il sistema pensionistico. Avrebbe dovuto essere esteso il sistema privato, dall’industria, alle banche, ai servizi pubblici, alla scuola, alla sanità. E poi l’Italia avrebbe dovuto essere il più fedele ed entusiasta alleato degli Stati Uniti, un paese fanatico della NATO.
Licio Gelli avrebbe voluto una restaurazione padronale, moderata e euro-atlantica, nell’Italia che negli anni settanta stava per la prima volta attuando i principi sociali, civili e democratici proclamati nella Costituzione antifascista e fino ad allora negati. Per questo da Piazza Fontana in poi Licio Gelli e altri come lui organizzarono le stragi. Con esse pensavano di ottenere subito quella restaurazione padronale ed autoritaria cui aspiravano.
Invece ci volle molto più tempo, ma, a quarantuno anni dalla strage di Bologna, dobbiamo ammettere che gran parte del programma della Loggia P2 è stato realizzato e che il sistema politico e sociale dell’Italia di oggi somiglia molto a quello che voleva il criminale fascista Licio Gelli.
Fonte
Ma cosa voleva davvero il criminale fascista Licio Gelli? Non la restaurazione del fascismo, ma un regime autoritario liberale e liberista. Nel “Piano di rinascita democratica” della Loggia P2, cui erano iscritti imprenditori, politici, burocrati, generali, giornalisti, da Silvio Berlusconi a Carlo Alberto Dalla Chiesa a Maurizio Costanzo; in quel piano erano definiti gli obiettivi di fondo per il nostro paese.
L’Italia avrebbe dovuto avere un Parlamento molto più ridotto, di cinquecento seicento persone al massimo tra Camera e Senato. Il governo avrebbe dovuto contare molto più delle Camere, sulla base del principio che conta chi comanda. Le alternanze di governo avrebbero dovuto essere tra forze liberal democratiche e forze conservatrici, togliendo dal campo politico i comunisti e ogni sinistra anti-sistema e sdoganando i fascisti. La magistratura avrebbe dovuto essere posta sotto il controllo del potere politico.
Avrebbero dovuto essere aboliti la scala mobile sui salari e l’articolo 18, ridotto il peso dei contratti nazionali, cambiato il sistema pensionistico. Avrebbe dovuto essere esteso il sistema privato, dall’industria, alle banche, ai servizi pubblici, alla scuola, alla sanità. E poi l’Italia avrebbe dovuto essere il più fedele ed entusiasta alleato degli Stati Uniti, un paese fanatico della NATO.
Licio Gelli avrebbe voluto una restaurazione padronale, moderata e euro-atlantica, nell’Italia che negli anni settanta stava per la prima volta attuando i principi sociali, civili e democratici proclamati nella Costituzione antifascista e fino ad allora negati. Per questo da Piazza Fontana in poi Licio Gelli e altri come lui organizzarono le stragi. Con esse pensavano di ottenere subito quella restaurazione padronale ed autoritaria cui aspiravano.
Invece ci volle molto più tempo, ma, a quarantuno anni dalla strage di Bologna, dobbiamo ammettere che gran parte del programma della Loggia P2 è stato realizzato e che il sistema politico e sociale dell’Italia di oggi somiglia molto a quello che voleva il criminale fascista Licio Gelli.
Fonte
02/08/2020
Quella di Bologna fu strage fascista e di Stato, come le altre
Il 2 agosto sono quaranta anni da quella strage alla stazione di Bologna che fermò il paese – spezzandolo in due – e il cuore di milioni di persone convinte che la stagione delle Stragi di Stato fosse ormai alle spalle. Il costo umano fu enorme, 85 morti e 200 feriti, solo poche settimane dopo la strage di Ustica in cui venne abbattuto un aereo civile dell’Itavia, anch’esso partito da Bologna.
La strage della stazione di Bologna, da un lato, fu la continuazione della politica delle stragi di Stato tesa a condizionare nel profondo i rapporti politici e di classe nella società, nonché a confermare la collocazione dell’Italia nelle relazioni internazionali. Dall’altro materializzò agli occhi di tutti il significato di una guerra concepita e combattuto sul “fronte interno”, in cui i killer fascisti sono stati utilizzati come manovalanza per il lavoro sporco.
In molti continuano a chiedersi che faccia e che logica possano avere i personaggi che collocano una bomba ad alto potenziale nell'affollata sala d’attesa della principale stazione dell’Italia centrale, nei giorni della partenza per le vacanze (che allora, con un’altra organizzazione della produzione, avveniva in contemporanea quasi per tutti).
È la stessa faccia di chi aveva collocato bombe in una banca nel giorno di maggiore affollamento, in una piazza riempita da una manifestazione sindacale antifascista, in un treno affollato d’agosto e negli anni successivi durante le feste natalizie.
Li abbiamo denominati come gli esponenti della rete degli “uomini neri”. Non numerosissimi, ma operativi, pronti a fare il lavoro sporco per lo Stato; anzi per il deep state, quello secondo cui ci sono prezzi da pagare per un “fine superiore”, che può essere la stabilità o l’instabilità, a seconda delle fasi storiche e delle esigenze delle classi dominanti.
A febbraio di quest’anno la Procura di Bologna ha chiuso le indagini sulla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna.
Per gli inquirenti bolognesi i colpevoli che si aggiungono a quelli già condannati sono: Paolo Bellini fascista di Avanguardia nazionale, in qualità di esecutore; Licio Gelli, fascista fin dai tempi della guerra di Spagna e poi con Salò, capo della Loggia P2, in qualità di mandante e finanziatore; Umberto Ortolani banchiere e bancarottiere, in quanto finanziatore e mandante; Federico Umberto D’Amato, prefetto e capo dell’Ufficio Affari Riservati, legato alla CIA, in qualità di mandante e depistatore, e Mario Tedeschi, altro fascista della Repubblica di Salò, senatore del MSI e direttore del settimanale Il Borghese.
I tentativi di depistaggio sulla strage di Bologna sono stati numerosi, a cominciare dai neofascisti, così come avvenuto per Piazza Fontana, Piazza della Loggia, il treno Italicus.
Quello perseguito con maggiore sfrontatezza e pervicacia è stato il tentativo di addossare la strage alla resistenza palestinese. Un depistaggio che ha visto protagonisti non solo Cossiga, ma anche giornalisti “di sinistra” occhieggianti ai favori di Israele o di qualche cordata islamofoba e filo-Usa sempre attiva.
Quale soluzione migliore che allontanare da sé la rabbia e le indagini?
Per quaranta anni le autorità politiche del paese hanno cercato di tenere alla larga dallo “Stato” ogni responsabilità. Ma le sistematiche contestazioni di massa in Piazza Medaglie d’Oro hanno impedito, anno dopo anno, ogni autoassoluzione. Quest’anno non si faranno eccezioni.
Noi, purtroppo e per fortuna, non dimentichiamo nulla. Abbiamo una memoria prodigiosa.
Fonte
12/02/2020
Strage di Bologna, fascista e di Stato
La Procura di Bologna ha chiuso le indagini sulla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, 85 morti 200 feriti, la più grave strage terroristica della storia italiana.
Per gli inquirenti bolognesi i colpevoli che si aggiungono a quelli già condannati sono:
- Paolo Bellini fascista di Avanguardia nazionale, esecutore.
- Licio Gelli fascista della Repubblica di Salò, capo della Loggia P2, mandante.
- Umberto Ortolani banchiere e bancarottiere, finanziatore e mandante.
- Federico D’Amato, prefetto e capo dei servizi segreti legato alla CIA, mandante e depistatore.
- Mario Tedeschi, fascista della Repubblica di Salò senatore del MSI del fucilatore Almirante a cui si vogliono dedicare strade, mandante.
Questi nomi confermano ciò che abbiamo sempre denunciato, la strage, come tutte le altre che hanno insanguinato il paese per un decennio, fu di mano fascista e con mandanti nel sistema di potere e nello Stato, con complicità e coperture nella NATO e negli USA.
A questo bisogna aggiungere che il presidente Cossiga fu a sua volta responsabile di un vergognoso depistaggio sulla strage di Bologna, indicando nei palestinesi e in chi era vicino a loro i responsabili di essa. E poi mai bisogna dimenticare che alla Loggia P2 appartennero politici, generali, giudici, affaristi vari, giornalisti, uno dei quali, Berlusconi, è stato a lungo capo di governo nella seconda repubblica. Che guarda caso ha finito per assomigliare sempre più a quella delineata da Licio Gelli nel suo Piano di Rinascita Democratica.
In questo paese dove trionfano ufficialmente i falsi ricordi e la vuota memoria, sarebbe necessario che la storia del golpismo fascista e di Stato che insanguinò il paese diventasse STORIA.
Questo paese non sarà mai immune dal fascismo vecchio e nuovo fino a che non avrà il coraggio di ricordare e condannare almeno nella memoria gli autori, i mandanti, i complici, delle stragi che hanno colpito non solo le persone, ma la democrazia. E poi c’è bisogno di pulizia sulle viltà, sugli opportunismi, sui giochi di potere che hanno permesso agli assassini di farla franca e di morire sereni nel proprio letto.
La strage è fascista e di Stato e tanti, troppi non hanno voluto dirlo quando sarebbe più servito. Dopo quarant’anni diciamolo ora.
Fonte
Per gli inquirenti bolognesi i colpevoli che si aggiungono a quelli già condannati sono:
- Paolo Bellini fascista di Avanguardia nazionale, esecutore.
- Licio Gelli fascista della Repubblica di Salò, capo della Loggia P2, mandante.
- Umberto Ortolani banchiere e bancarottiere, finanziatore e mandante.
- Federico D’Amato, prefetto e capo dei servizi segreti legato alla CIA, mandante e depistatore.
- Mario Tedeschi, fascista della Repubblica di Salò senatore del MSI del fucilatore Almirante a cui si vogliono dedicare strade, mandante.
Questi nomi confermano ciò che abbiamo sempre denunciato, la strage, come tutte le altre che hanno insanguinato il paese per un decennio, fu di mano fascista e con mandanti nel sistema di potere e nello Stato, con complicità e coperture nella NATO e negli USA.
A questo bisogna aggiungere che il presidente Cossiga fu a sua volta responsabile di un vergognoso depistaggio sulla strage di Bologna, indicando nei palestinesi e in chi era vicino a loro i responsabili di essa. E poi mai bisogna dimenticare che alla Loggia P2 appartennero politici, generali, giudici, affaristi vari, giornalisti, uno dei quali, Berlusconi, è stato a lungo capo di governo nella seconda repubblica. Che guarda caso ha finito per assomigliare sempre più a quella delineata da Licio Gelli nel suo Piano di Rinascita Democratica.
In questo paese dove trionfano ufficialmente i falsi ricordi e la vuota memoria, sarebbe necessario che la storia del golpismo fascista e di Stato che insanguinò il paese diventasse STORIA.
Questo paese non sarà mai immune dal fascismo vecchio e nuovo fino a che non avrà il coraggio di ricordare e condannare almeno nella memoria gli autori, i mandanti, i complici, delle stragi che hanno colpito non solo le persone, ma la democrazia. E poi c’è bisogno di pulizia sulle viltà, sugli opportunismi, sui giochi di potere che hanno permesso agli assassini di farla franca e di morire sereni nel proprio letto.
La strage è fascista e di Stato e tanti, troppi non hanno voluto dirlo quando sarebbe più servito. Dopo quarant’anni diciamolo ora.
Fonte
10/12/2016
Gli oligarchi “alla fiorentina”, tra massoneria, business e servizi segreti
Chi crede che la politica sia tutto un “magna-magna” ha molte ragioni. Ma ignorando i meccanismi che regolano l'intreccio tra proprietà pubbliche (siano o no coinvolte in dismissioni o privatizzazioni) non sa quanto davvero “se magna” e soprattutto chi è a farlo.
Il Fatto Quotidiano ha pubblicato in questi giorni una mini-inchiesta di Marco Lillo su una una impresa minore del Gruppo Leonardo – prima si chiamava Finmeccanica, e tutti sapevano che è un'azienda controllata dallo Stato perché ha un grosso ruolo nella produzione militare, mezzi di spionaggio compresi – che è stata “privatizzata”.
Non una grande operazione, roba da pochi spiccioli. Ma comunque una svendita sottocosto. Segue l'attenta ricostruzione di una serie di passaggi che portano la società nelle mani di Chicco Testa & sons, grazie agli interessamenti o alle compartecipazione di una serie di personaggi legatissimi alla famiglia Renzi oppure a Licio Gelli.
Relazioni scabrose, sul piano mediatico, ma che sembrano refrattarie a ogni considerazione di opportunità politica.
L'intreccio lo potete leggere qui sotto; complicato probabilmente con molte parti rimaste sconosciute anche a Lillo, ma sufficientemente chiaro. A noi interessa sottolineare solo alcune cose che illuminano lo “stile di governo” della banda appena bastonata con il NO al referendum.
Intanto una logica di “privatizzazione” della cosa pubblica che coincide con il considerare “privata” l'azienda che ti è stata affidata per farla funzionare. Sembra di stare nella Russia di Eltsin, con personaggi paramafiosi che si impadronivano di immense ricchezze pubbliche e assumevano i connotati ormai noti dell'oligarca.
In più va sottolineato che il sottogruppo interessato da questa privatizzazione-regalo (Selex Es) è “attivo nel settore della difesa e sicurezza”, che è un modo elegante di dire “congegni di spionaggio e controspionaggio informatico, elettronico, telefonico, droni, radar, sistemi ottici, ecc”. E in effetti la piccola società regalata a Chicco Testa gestiva “un prodotto di nicchia mirato al controllo della qualità delle reti telefoniche in tutto il mondo”.
Ancora più indicativo appare l'interesse della Ads (la società dell'ex “verde”, quasi ministro con Renzi e capalbiese caparbio nel pretendere che qualche profugo non venisse parcheggiato troppo vicino a casa sua) per la Vitrociset, controllore tecnico di tutto il traffico aereo italiano oltre alle reti di comunicazione della polizia. Un comparto, insomma, dove viene privatizzata senza pensieri la ufficialmente idolatrata “sicurezza nazionale”.
Il tutto – per rendere massimamente infame l'intreccio – attraverso soci della famiglia dell'ex premier, eredi del cerchio dei fedelissimi del “Venerabile” e persino quel Marco Carrai (ex “padrone di casa” del Renzi sindaco di Firenze) che traffica in sicurezza informatica e doveva diventare una specie di “supervisor” dei servizi segreti (respinto solo dopo una resistenza durissima dei medesimi).
Un verminaio che esemplifica la vera cifra di questi tre anni di governo “riformista”, perché ne è protagonista un milieu da sottoscala del potere improvvisamente proiettato sul palcoscenico più importante.
Il renzismo senza più i veli della “narrazione” irridente e narcisista...
Leonardo-Finmeccanica ha venduto per 100 mila euro un’azienda redditizia ad Ads, di cui è vicepresidente Chicco Testa, senza considerare un’offerta da 700.000
Marco Lillo
Un socio della famiglia Renzi, Luigi Dagostino, un quasi ministro del governo Renzi, Chicco Testa, e i figli di un amico di Licio Gelli: Andrea e Amedeo Moretti. Ecco da chi è composta la cordata che oltre a comprare in questi giorni Ads (120 milioni di fatturato nell’informatica) e oltre a puntare domani a Vitrociset (fattura 160 milioni controllando il traffico aereo e le reti delle forze di polizia) beneficerà ora dei profitti di un ramo d’azienda venduto alla Ads nel 2015, quando loro non erano nella Ads, a un prezzo stracciato da Finmeccanica.
Selex, società controllata da Finmeccanica o meglio Leonardo, come si chiama ora la società controllata dal Tesoro, ha venduto con atto notarile il 1° dicembre 2015 per 100 mila euro il ramo di azienda Ants alla società Ads di Pomezia. Già il 5 novembre era stato siglato l’accordo privato tra le due società ma il 9 novembre 2015 (quindi quattro giorni dopo la firma dell’accordo privato e 22 giorni prima l’atto pubblico davanti al notaio) un manager interno al ramo d’azienda in via di cessione propone con una lettera inviata all’amministratore delegato di Leonardo Mauro Moretti, oltre che ai vertici di Selex Es, di comprare lui a 700 mila euro il ramo della sua azienda mediante la formula del management buy out. Per conto di Selex Es, proprio l’attuale dirigente del settore in Leonardo, Andrea Biraghi, risponde il 19 novembre che Selex aveva già firmato con altri accordi “vincolanti”. Poteva Selex svincolarsi da quel contratto tra privati del 5 novembre non ancora firmato davanti al notaio? Poteva chiedere un rialzo fino a 700 mila euro ad Ads?
Sono questioni tecniche sulle quali però Moretti e Renzi dovrebbero dare una risposta ai cittadini che pagano le tasse. Il ramo d’azienda denominato Ants (Automatic network service test systems) fatturava circa 4 milioni di euro vendendo un prodotto di nicchia mirato al controllo della qualità delle reti telefoniche in tutto il mondo. Anche se oggi al Fatto gli acquirenti dicono: “Ants fattura solo 2 milioni” (Pietro Biscu) oppure “vale zero” (Luigi Dagostino), siamo sicuri che il prezzo fosse giusto? Dubbi che devono avere risposte soprattutto se si vede il destino successivo di Ads. All’epoca era controllata dalla famiglia Emiliani e dall’amministratore Pietro Biscu. Domani a beneficiare dei possibili profitti derivanti da quel ramo d’azienda potrebbero essere i soci entrati o entranti, che magari per un caso sono amici di Matteo o Tiziano Renzi.
Ads dal 1° aprile 2016 (cinque mesi dopo la cessione-acquisto di Ants) ha come vicepresidente Chicco Testa, quasi ministro dello Sviluppo (e già socio nel 2014, sempre con una quota del 5 per cento, del famoso Marco Carrai, nella C&T Crossmedia) mentre soci, sempre da aprile con un 5 per cento in Ads, sono i suoi due figli Federico e Filippo Testa. La quota di controllo di Ads, azienda che è stata visitata a marzo da Renzi a braccetto con Testa, sta per essere comprata dalla Damo Investments Srl, controllata a sua volta con il 65 per cento da Luigi Dagostino, immobiliarista e re degli outlet di lusso come il The mall di Reggello. Proprio per fare eventi e marketing negli outlet, Dagostino ha creato due anni fa la società Party Srl con i genitori di Renzi che pochi mesi fa è stata messa in liquidazione.
Damo Investments è stata costituita a Firenze il 21 ottobre e ha come amministratore unico e socio al 65 per cento, come detto, Luigi Dagostino. Il restante 35 per cento appartiene alla società Pl Retail Spa, controllata da una società con base a Londra che ora è intestata a una quarantenne di nome Chiara Paghera ma che aveva come director Andrea Moretti, socio di Dagostino nella costruzione degli outlet e figlio di Antonio Moretti, un importante imprenditore che ora si occupa di vino ma che in passato era attivo nell’immobiliare e nella moda.
Antonio Moretti, secondo il Corriere della Sera, era uno dei pochi aretini che ha avuto il coraggio di farsi vedere per salutare il defunto Licio Gelli un anno fa, e figurava negli anni settanta nelle carte del caso P2 perché chiese di entrare nella loggia segreta, senza risposta. Secondo lo stesso Dagostino dietro la Pl Retail c’è la famiglia Moretti e in consiglio di amministrazione di Ads dovrebbe entrare il fratello minore di Andrea, Amedeo.
Oggi Leonardo al Fatto spiega meglio quella scelta che potrebbe avvantaggiare oggi (ex post) i vari Testa, Dagostino e Moretti: “Selex Es ha ceduto il ramo Ants a fine 2015, in quanto l’attività, al pari di altre, non rientrava più nel core business del Piano Industriale di gennaio 2015. La proposta di vendita avanzata da Selex è stata valutata dagli organi interni preposti di Leonardo Finmeccanica coerentemente con le procedure interne in materia di dismissioni: la negoziazione condotta ha mostrato una convenienza alla vendita. L’offerta generica dell’unico dirigente incluso nel ramo d’azienda in cessione è stata ricevuta dopo la sottoscrizione del contratto e, pertanto, non è stata presa in considerazione. In ogni caso sarebbe stata nel suo complesso, meno conveniente”.
Fonte
Il Fatto Quotidiano ha pubblicato in questi giorni una mini-inchiesta di Marco Lillo su una una impresa minore del Gruppo Leonardo – prima si chiamava Finmeccanica, e tutti sapevano che è un'azienda controllata dallo Stato perché ha un grosso ruolo nella produzione militare, mezzi di spionaggio compresi – che è stata “privatizzata”.
Non una grande operazione, roba da pochi spiccioli. Ma comunque una svendita sottocosto. Segue l'attenta ricostruzione di una serie di passaggi che portano la società nelle mani di Chicco Testa & sons, grazie agli interessamenti o alle compartecipazione di una serie di personaggi legatissimi alla famiglia Renzi oppure a Licio Gelli.
Relazioni scabrose, sul piano mediatico, ma che sembrano refrattarie a ogni considerazione di opportunità politica.
L'intreccio lo potete leggere qui sotto; complicato probabilmente con molte parti rimaste sconosciute anche a Lillo, ma sufficientemente chiaro. A noi interessa sottolineare solo alcune cose che illuminano lo “stile di governo” della banda appena bastonata con il NO al referendum.
Intanto una logica di “privatizzazione” della cosa pubblica che coincide con il considerare “privata” l'azienda che ti è stata affidata per farla funzionare. Sembra di stare nella Russia di Eltsin, con personaggi paramafiosi che si impadronivano di immense ricchezze pubbliche e assumevano i connotati ormai noti dell'oligarca.
In più va sottolineato che il sottogruppo interessato da questa privatizzazione-regalo (Selex Es) è “attivo nel settore della difesa e sicurezza”, che è un modo elegante di dire “congegni di spionaggio e controspionaggio informatico, elettronico, telefonico, droni, radar, sistemi ottici, ecc”. E in effetti la piccola società regalata a Chicco Testa gestiva “un prodotto di nicchia mirato al controllo della qualità delle reti telefoniche in tutto il mondo”.
Ancora più indicativo appare l'interesse della Ads (la società dell'ex “verde”, quasi ministro con Renzi e capalbiese caparbio nel pretendere che qualche profugo non venisse parcheggiato troppo vicino a casa sua) per la Vitrociset, controllore tecnico di tutto il traffico aereo italiano oltre alle reti di comunicazione della polizia. Un comparto, insomma, dove viene privatizzata senza pensieri la ufficialmente idolatrata “sicurezza nazionale”.
Il tutto – per rendere massimamente infame l'intreccio – attraverso soci della famiglia dell'ex premier, eredi del cerchio dei fedelissimi del “Venerabile” e persino quel Marco Carrai (ex “padrone di casa” del Renzi sindaco di Firenze) che traffica in sicurezza informatica e doveva diventare una specie di “supervisor” dei servizi segreti (respinto solo dopo una resistenza durissima dei medesimi).
Un verminaio che esemplifica la vera cifra di questi tre anni di governo “riformista”, perché ne è protagonista un milieu da sottoscala del potere improvvisamente proiettato sul palcoscenico più importante.
Il renzismo senza più i veli della “narrazione” irridente e narcisista...
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Leonardo-Finmeccanica ha venduto per 100 mila euro un’azienda redditizia ad Ads, di cui è vicepresidente Chicco Testa, senza considerare un’offerta da 700.000
Marco Lillo
Un socio della famiglia Renzi, Luigi Dagostino, un quasi ministro del governo Renzi, Chicco Testa, e i figli di un amico di Licio Gelli: Andrea e Amedeo Moretti. Ecco da chi è composta la cordata che oltre a comprare in questi giorni Ads (120 milioni di fatturato nell’informatica) e oltre a puntare domani a Vitrociset (fattura 160 milioni controllando il traffico aereo e le reti delle forze di polizia) beneficerà ora dei profitti di un ramo d’azienda venduto alla Ads nel 2015, quando loro non erano nella Ads, a un prezzo stracciato da Finmeccanica.
Selex, società controllata da Finmeccanica o meglio Leonardo, come si chiama ora la società controllata dal Tesoro, ha venduto con atto notarile il 1° dicembre 2015 per 100 mila euro il ramo di azienda Ants alla società Ads di Pomezia. Già il 5 novembre era stato siglato l’accordo privato tra le due società ma il 9 novembre 2015 (quindi quattro giorni dopo la firma dell’accordo privato e 22 giorni prima l’atto pubblico davanti al notaio) un manager interno al ramo d’azienda in via di cessione propone con una lettera inviata all’amministratore delegato di Leonardo Mauro Moretti, oltre che ai vertici di Selex Es, di comprare lui a 700 mila euro il ramo della sua azienda mediante la formula del management buy out. Per conto di Selex Es, proprio l’attuale dirigente del settore in Leonardo, Andrea Biraghi, risponde il 19 novembre che Selex aveva già firmato con altri accordi “vincolanti”. Poteva Selex svincolarsi da quel contratto tra privati del 5 novembre non ancora firmato davanti al notaio? Poteva chiedere un rialzo fino a 700 mila euro ad Ads?
Sono questioni tecniche sulle quali però Moretti e Renzi dovrebbero dare una risposta ai cittadini che pagano le tasse. Il ramo d’azienda denominato Ants (Automatic network service test systems) fatturava circa 4 milioni di euro vendendo un prodotto di nicchia mirato al controllo della qualità delle reti telefoniche in tutto il mondo. Anche se oggi al Fatto gli acquirenti dicono: “Ants fattura solo 2 milioni” (Pietro Biscu) oppure “vale zero” (Luigi Dagostino), siamo sicuri che il prezzo fosse giusto? Dubbi che devono avere risposte soprattutto se si vede il destino successivo di Ads. All’epoca era controllata dalla famiglia Emiliani e dall’amministratore Pietro Biscu. Domani a beneficiare dei possibili profitti derivanti da quel ramo d’azienda potrebbero essere i soci entrati o entranti, che magari per un caso sono amici di Matteo o Tiziano Renzi.
Ads dal 1° aprile 2016 (cinque mesi dopo la cessione-acquisto di Ants) ha come vicepresidente Chicco Testa, quasi ministro dello Sviluppo (e già socio nel 2014, sempre con una quota del 5 per cento, del famoso Marco Carrai, nella C&T Crossmedia) mentre soci, sempre da aprile con un 5 per cento in Ads, sono i suoi due figli Federico e Filippo Testa. La quota di controllo di Ads, azienda che è stata visitata a marzo da Renzi a braccetto con Testa, sta per essere comprata dalla Damo Investments Srl, controllata a sua volta con il 65 per cento da Luigi Dagostino, immobiliarista e re degli outlet di lusso come il The mall di Reggello. Proprio per fare eventi e marketing negli outlet, Dagostino ha creato due anni fa la società Party Srl con i genitori di Renzi che pochi mesi fa è stata messa in liquidazione.
Damo Investments è stata costituita a Firenze il 21 ottobre e ha come amministratore unico e socio al 65 per cento, come detto, Luigi Dagostino. Il restante 35 per cento appartiene alla società Pl Retail Spa, controllata da una società con base a Londra che ora è intestata a una quarantenne di nome Chiara Paghera ma che aveva come director Andrea Moretti, socio di Dagostino nella costruzione degli outlet e figlio di Antonio Moretti, un importante imprenditore che ora si occupa di vino ma che in passato era attivo nell’immobiliare e nella moda.
Antonio Moretti, secondo il Corriere della Sera, era uno dei pochi aretini che ha avuto il coraggio di farsi vedere per salutare il defunto Licio Gelli un anno fa, e figurava negli anni settanta nelle carte del caso P2 perché chiese di entrare nella loggia segreta, senza risposta. Secondo lo stesso Dagostino dietro la Pl Retail c’è la famiglia Moretti e in consiglio di amministrazione di Ads dovrebbe entrare il fratello minore di Andrea, Amedeo.
Oggi Leonardo al Fatto spiega meglio quella scelta che potrebbe avvantaggiare oggi (ex post) i vari Testa, Dagostino e Moretti: “Selex Es ha ceduto il ramo Ants a fine 2015, in quanto l’attività, al pari di altre, non rientrava più nel core business del Piano Industriale di gennaio 2015. La proposta di vendita avanzata da Selex è stata valutata dagli organi interni preposti di Leonardo Finmeccanica coerentemente con le procedure interne in materia di dismissioni: la negoziazione condotta ha mostrato una convenienza alla vendita. L’offerta generica dell’unico dirigente incluso nel ramo d’azienda in cessione è stata ricevuta dopo la sottoscrizione del contratto e, pertanto, non è stata presa in considerazione. In ogni caso sarebbe stata nel suo complesso, meno conveniente”.
Fonte
25/11/2016
Di Renzi si può fare a meno, parola di Economist
L'equivoco si va sciogliendo e Matteo Renzi appare ora per quel che è: un Berlusconi senza soldi propri.
L'imprevisto endorsement del The Economist per il NO al referendum sulla riforma costituzionale, chiarisce senza ombra di dubbio la natura del conflitto che oppone il capitale più multinazionalizzato (a partire dalla finanza) e il piccolo mondo antico dei “furbetti del quartierino”, che costituisce ancora oggi il nerbo della presunta “classe dirigente” italica.
Cosa dice la bibbia settimanale del capitalismo multinazionale? L'Italia ha urgente bisogno di “riforme” strutturali, ma “ma non quelle proposte” da Renzi nel referendum. Viene intanto bucato il palloncino della “comunicazione”, per cui Renzi e la sua banda sarebbero i campioni del cambiamento in quanto capaci di elaborare e imporre riforme, senza mai entrare nel merito di che tipo di cambiamento o di riforme si stia parlando. Anche passare dalla democrazia alla dittatura può essere descritto come un cambiamento o una riforma, in effetti. E il settimanale britannico analizza la riforma costituzionale con argomenti critici che chiunque di noi potrebbe sottoscrivere: “il rischio che, cercando di mettere fine all'instabilità che ha dato all'Italia 65 governi dal 1945, si crei un uomo forte. Questo è il paese che ha prodotto Benito Mussolini e Silvio Berlusconi ed è vulnerabile in modo preoccupante al populismo”.
Ed anche “il Senato che non sarebbe eletto” ma infarcito di consiglieri regionali e sindaci, ovvero il livello politico più corrotto (sembra di sentire Travaglio o i grillini...). E non poteva passare inosservato il fatto che la riforma concede al partito di maggioranza alla Camera “un immenso potere, dando al maggiore partito il 54 per cento dei seggi e la garanzia di governare cinque anni”. Vero è che The Economist teme soprattutto che possa diventare premier qualcuno come Beppe Grillo, ma in ogni caso trovarsi davanti un primo ministro eletto da una minoranza estrema del paese è prospettiva che preoccupa, proprio dal punto di vista della stabilità politica.
Un giudizio definitivo, infine, sui princìpi che informano il testo governativo nel suo insieme: “i dettagli della riforma insultano i principi democratici”. Inevitabile la conclusione: fossimo italiani, voteremmo NO. E chi se ne frega se il governo cade, se ne può sempre fare uno “tecnico”, non casca il mondo, ci siete abituati, no?
Naturalmente all'Economist sono piaciute riforme come il Jobs Act, l'abolizione dell'art. 18, la precarizzazione del lavoro e tante altre che hanno dato alle imprese il potere di disporre a piacimento della forza lavoro. E' pur sempre la bibbia del capitale multinazionale.
E allora perché questa contrapposizione? Perché questa bocciatura così esplicita di una classe politica “giovane”, “innovativa”, market oriented?
Nemmeno il “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli metteva in discussione la prima parte della Costituzione antifascista, quella relativa ai diritti dei cittadini e alla partecipazione alla cosa pubblica. Anche perché quella parte non è mai stata attuata, neanche negli anni '70. Dunque non c'è necessità di forzare la mano su articoli ridotti di fatto a pure petizioni di principio.
La riforma Renzi-Boschi – esattamente come il piano piduista – si concentra invece sulla struttura dei poteri dello Stato, sulle funzioni istituzionali, per disegnare un potere inattaccabile sia dalla mobilitazione popolare che dal conflitto parlamentare. E' il vecchissimo tic autoritario del capitalismo all'italiana, debole sul piano dei capitali e dunque ferocissimo con i “sottoposti”, che li vorrebbe imbavagliati e legati, disponibili a subire ogni vessazione e senza alcuna possibilità legale di reazione. Basta insomma con il diritto di associazione politica alternativa al sistema esistente; basta con il diritto a manifestare (la logica delle “zone rosse” è esattamente questa, e sta preparando da anni questa “svolta”); basta con il diritto di sciopero (che si vorrebbe lasciare formalmente in mano soltanto ai sindacati complici, che di fatto non lo esercitano più).
Il capitale più multinazionalizzato non è in linea di principio contrario ad un'evoluzione autoritaria del genere (magari qualche liberale coerente può ancora esserlo, ma non è decisivo...), semplicemente non la vede prioritaria.
Una centralizzazione dei poteri dagli enti locali allo Stato è considerata importante perché ridurrebbe la costosa complessità di una serie di adempimenti per le imprese. Ad esempio, “ci sono regole diverse in ogni regione d'Italia riguardo al consumo di acqua, il riciclaggio dei rifiuti, il controllo dell'inquinamento, le modalità di funzionamento degli impianti di energia, la molteplicità di enti che devono rilasciare permessi, ecc”. E questa parte – il Titolo V, sostanzialmente – non dispiace neanche all'Economist.
Dal punto di vista di questo capitalismo globalizzato bisognerebbe invece fare le altre “riforme”. Quelle indicate dalla “lettera dei presidenti della Bce” dell'agosto 2011, per cui era stato necessario far cadere Berlusconi e portare Mario Monti a Palazzo Chigi. Ovvero i tagli alla spesa sociale (pensioni, sanità, istruzione), riduzione delle tasse per le imprese, eliminazione dei contratti collettivi nazionali, riforma della giustizia civile e garanzie sugli appalti, controllo dell'evasione fiscale... Insomma, molto di quel che serve al capitaluccio “nazionale” per cavar fuori plusvalenze senza troppa fatica, maneggiando poteri statali o comunque amministrazioni pubbliche permeabili – soprattutto a livello dirigenziale – alla corruzione.
E' questa la parte di “riforme” che in Italia risulta impossibile realizzare. Il lavoro dipendente è stato così massacrato che non c'è più moto da togliergli; anche il salario, tra voucher e “volontari”, è diventato un optional...
Su questo fronte Matteo Renzi, dopo tre anni di governo, si è dimostrato altrettanto inaffidabile di Berlusconi. E ora se ne stanno accorgendo anche a livello internazionale.
Diventa dunque chiaro che quel milieu momentaneamente affondato dalla presa diretta di governo da parte dell'Unione Europea – con Monti, ma anche in parte con Enrico Letta – è riuscito a “scalare” il Pd e servirsene come silenziatore sociale durante la rottamazione dei diritti del lavoro. Ma non sa e non può andare oltre, nella direzione chiesta dai “mercati”, perché dovrebbe deforestare l'ingorgo di rami che portano linfa vitale per la propria riproduzione.
Il NO dell'Economist, insomma, è propedeutico a una ripresa diretta di controllo – col “governo tecnico” – delle autorità sovranazionali sul governo italiano. Un NO diametralmente opposto al nostro. Che ha l'unico merito di svelare quanto reazionaria e retrograda sia la banda di “pischelli” coltivata alla Leopolda. Magari non sono choosy, ma restano inadeguati.
Fonte
L'imprevisto endorsement del The Economist per il NO al referendum sulla riforma costituzionale, chiarisce senza ombra di dubbio la natura del conflitto che oppone il capitale più multinazionalizzato (a partire dalla finanza) e il piccolo mondo antico dei “furbetti del quartierino”, che costituisce ancora oggi il nerbo della presunta “classe dirigente” italica.
Cosa dice la bibbia settimanale del capitalismo multinazionale? L'Italia ha urgente bisogno di “riforme” strutturali, ma “ma non quelle proposte” da Renzi nel referendum. Viene intanto bucato il palloncino della “comunicazione”, per cui Renzi e la sua banda sarebbero i campioni del cambiamento in quanto capaci di elaborare e imporre riforme, senza mai entrare nel merito di che tipo di cambiamento o di riforme si stia parlando. Anche passare dalla democrazia alla dittatura può essere descritto come un cambiamento o una riforma, in effetti. E il settimanale britannico analizza la riforma costituzionale con argomenti critici che chiunque di noi potrebbe sottoscrivere: “il rischio che, cercando di mettere fine all'instabilità che ha dato all'Italia 65 governi dal 1945, si crei un uomo forte. Questo è il paese che ha prodotto Benito Mussolini e Silvio Berlusconi ed è vulnerabile in modo preoccupante al populismo”.
Ed anche “il Senato che non sarebbe eletto” ma infarcito di consiglieri regionali e sindaci, ovvero il livello politico più corrotto (sembra di sentire Travaglio o i grillini...). E non poteva passare inosservato il fatto che la riforma concede al partito di maggioranza alla Camera “un immenso potere, dando al maggiore partito il 54 per cento dei seggi e la garanzia di governare cinque anni”. Vero è che The Economist teme soprattutto che possa diventare premier qualcuno come Beppe Grillo, ma in ogni caso trovarsi davanti un primo ministro eletto da una minoranza estrema del paese è prospettiva che preoccupa, proprio dal punto di vista della stabilità politica.
Un giudizio definitivo, infine, sui princìpi che informano il testo governativo nel suo insieme: “i dettagli della riforma insultano i principi democratici”. Inevitabile la conclusione: fossimo italiani, voteremmo NO. E chi se ne frega se il governo cade, se ne può sempre fare uno “tecnico”, non casca il mondo, ci siete abituati, no?
Naturalmente all'Economist sono piaciute riforme come il Jobs Act, l'abolizione dell'art. 18, la precarizzazione del lavoro e tante altre che hanno dato alle imprese il potere di disporre a piacimento della forza lavoro. E' pur sempre la bibbia del capitale multinazionale.
E allora perché questa contrapposizione? Perché questa bocciatura così esplicita di una classe politica “giovane”, “innovativa”, market oriented?
Nemmeno il “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli metteva in discussione la prima parte della Costituzione antifascista, quella relativa ai diritti dei cittadini e alla partecipazione alla cosa pubblica. Anche perché quella parte non è mai stata attuata, neanche negli anni '70. Dunque non c'è necessità di forzare la mano su articoli ridotti di fatto a pure petizioni di principio.
La riforma Renzi-Boschi – esattamente come il piano piduista – si concentra invece sulla struttura dei poteri dello Stato, sulle funzioni istituzionali, per disegnare un potere inattaccabile sia dalla mobilitazione popolare che dal conflitto parlamentare. E' il vecchissimo tic autoritario del capitalismo all'italiana, debole sul piano dei capitali e dunque ferocissimo con i “sottoposti”, che li vorrebbe imbavagliati e legati, disponibili a subire ogni vessazione e senza alcuna possibilità legale di reazione. Basta insomma con il diritto di associazione politica alternativa al sistema esistente; basta con il diritto a manifestare (la logica delle “zone rosse” è esattamente questa, e sta preparando da anni questa “svolta”); basta con il diritto di sciopero (che si vorrebbe lasciare formalmente in mano soltanto ai sindacati complici, che di fatto non lo esercitano più).
Il capitale più multinazionalizzato non è in linea di principio contrario ad un'evoluzione autoritaria del genere (magari qualche liberale coerente può ancora esserlo, ma non è decisivo...), semplicemente non la vede prioritaria.
Una centralizzazione dei poteri dagli enti locali allo Stato è considerata importante perché ridurrebbe la costosa complessità di una serie di adempimenti per le imprese. Ad esempio, “ci sono regole diverse in ogni regione d'Italia riguardo al consumo di acqua, il riciclaggio dei rifiuti, il controllo dell'inquinamento, le modalità di funzionamento degli impianti di energia, la molteplicità di enti che devono rilasciare permessi, ecc”. E questa parte – il Titolo V, sostanzialmente – non dispiace neanche all'Economist.
Dal punto di vista di questo capitalismo globalizzato bisognerebbe invece fare le altre “riforme”. Quelle indicate dalla “lettera dei presidenti della Bce” dell'agosto 2011, per cui era stato necessario far cadere Berlusconi e portare Mario Monti a Palazzo Chigi. Ovvero i tagli alla spesa sociale (pensioni, sanità, istruzione), riduzione delle tasse per le imprese, eliminazione dei contratti collettivi nazionali, riforma della giustizia civile e garanzie sugli appalti, controllo dell'evasione fiscale... Insomma, molto di quel che serve al capitaluccio “nazionale” per cavar fuori plusvalenze senza troppa fatica, maneggiando poteri statali o comunque amministrazioni pubbliche permeabili – soprattutto a livello dirigenziale – alla corruzione.
E' questa la parte di “riforme” che in Italia risulta impossibile realizzare. Il lavoro dipendente è stato così massacrato che non c'è più moto da togliergli; anche il salario, tra voucher e “volontari”, è diventato un optional...
Su questo fronte Matteo Renzi, dopo tre anni di governo, si è dimostrato altrettanto inaffidabile di Berlusconi. E ora se ne stanno accorgendo anche a livello internazionale.
Diventa dunque chiaro che quel milieu momentaneamente affondato dalla presa diretta di governo da parte dell'Unione Europea – con Monti, ma anche in parte con Enrico Letta – è riuscito a “scalare” il Pd e servirsene come silenziatore sociale durante la rottamazione dei diritti del lavoro. Ma non sa e non può andare oltre, nella direzione chiesta dai “mercati”, perché dovrebbe deforestare l'ingorgo di rami che portano linfa vitale per la propria riproduzione.
Il NO dell'Economist, insomma, è propedeutico a una ripresa diretta di controllo – col “governo tecnico” – delle autorità sovranazionali sul governo italiano. Un NO diametralmente opposto al nostro. Che ha l'unico merito di svelare quanto reazionaria e retrograda sia la banda di “pischelli” coltivata alla Leopolda. Magari non sono choosy, ma restano inadeguati.
Fonte
02/11/2016
Il “piano di Gelli”, superato in tromba dalle “riforme” di Renzi e Ue
Nessuno come gli italiani tende a dimenticare il passato, anche quello più recente. E nessun vizio viene incentivato dai governi – tutti, di qualsiasi paese – più della smemoratezza. A un mese dal referendum sulla controriforma costituzionale Renzi-Boschi-Verdini, quindi, non sembra inutile ripubblicare il “piano di rinascita democratica” con cui la P2 voleva rovesciare la Costituzione materiale e formale della Repubblica.
Un raffronto anche veloce permette di vedere in questo antico testo golpista molte delle “riforme” poi fatte a turni alterni dai governi di centrodestra e di centrosinistra, fino – appunto – alla “controriforma costituzionale” che bocceremo il 4 dicembre. Ben sapendo che questa merda reazionaria resiste ai decenni e viene continuamente riproposta, rappresentando probabilmente il massimo del “progetto politico-sociale” elaborabile dal padronato nazionale.
Alcune chicche sono comunque evidenziabili fin da subito:
a) la cancellazione del diritto di sciopero, a partire dai servizi pubblici (“fatto!”, griderebbero all'unisono Berlusconi, Prodi, D'Alema e Renzi, con la complicità di Cgil-Cisl-Uil) e proibendo esplicitamente lo sciopero politico;
b) l'innalzamento dell'età pensionabile, su cui Gelli era decisamente più magnanimo della Fornero, volendo alzarla a “soli” 60 anni;
c) il controllo centralizzato dei sistemi di informazione, “sollecitando" i giornalisti, oltre che le proprietà;
d) la riduzione del sindacato – in generale – alla pura funzione economica di conciliazione con i prioritari interessi delle imprese;
e) la subordinazione esplicita della magistratura all'esecutivo;
f) il “taglio dei costi della politica” (!), in modo da avere partiti asserviti al potere economico per mancanza di alternative;
g) il “bipartitismo perfetto”, con due formazioni assolutamente equivalenti e guidate da un personale controllato dall'alto;
h) l'abolizione del valore legale del titolo di studio e in generale lo svuotamento della funzione formativa della scuola (vi fischiano le orecchie, vero?);
i) fine del “bicamerialismo perfetto”, tramite la “ ripartizione di fatto, di competenze fra le due Camere”.
Potremmo andare avanti a lungo, con le assonanze... e bisogna dire che gli “allievi” di Gelli, almeno in materia di diritto del lavoro, sono andati molto al di là dei precetti del “gran maestro”. Il quale, per esempio, scriveva che l'orario di lavoro poteva essere portato a... 7 ore e 30 minuti al giorno.
In effetti, sembra proprio questa la parte più invecchiata dell'antico programma reazionario. Il resto, c'è quasi per intero. E anche un po' di più.
Ricordatevene, il 4 dicembre...
PREMESSA
1) L' aggettivo democratico sta a significare che sono esclusi dal presente piano ogni movente od intenzione anche occulta di rovesciamento del sistema
2) il piano tende invece a rivitalizzare il sistema attraverso la sollecitazione di tutti gli istituti che la Costituzione prevede e disciplina, dagli organi dello Stato ai partiti politici, alla stampa, ai sindacati, ai cittadini elettori.
3) Il piano si articola in una sommaria indicazione di obiettivi, nella elaborazione di procedimenti – anche alternativi – di attuazione ed infine nell'elencazione di programmi a breve, medio e lungo termine.
4) Va anche rilevato, per chiarezza, che i programmi a medio e lungo termine prevedono alcuni ritocchi alla Costituzione successivi al restauro delle istituzioni fondamentali.
OBIETTIVI
1) Nell'ordine vanno indicati:
a) i partiti politici democratici, dal PSI al PRI, dal PSDI alla DC al PLI (con riserva di verificare la Destra Nazionale)
b) la stampa, escludendo ogni operazione editoriale, che va sollecitata al livello di giornalisti attraverso una selezione che tocchi soprattuttto: Corriere della Sera, Giorno, Giornale, Stampa, Resto del Carlino, Messaggero, Tempo, Roma, Mattino, Gazzetta del Mezzogiorno, Giornale di Sicilia, per i quotidiani; e per i periodici: Europeo, Espresso, Panorama, Epocaa, Oggi, Gente, Famiglia Cristiana. La RAI-TV va dimenticata.
c) i sindacati, sia confederali CISL e UIL, sia autonomi, nella ricerca di un punto di leva per ricondurli alla loro naturale funzione anche al prezzo di una scissione e successiva costituzione di una libera associazione dei lavoratori;
d) il Governo, che va ristrutturato nella organizzazione ministeriale e nella qualita' degli uomini da proporre ai singoli dicasteri;
e) la magistratura, che deve essere ricondotta alla funzione di garante della corretta e scrupolosa applicazione delle leggi;
f) il Parlamento, la cui efficienza e' subordinata al successo dell'operazione sui partiti politici, la stampa e i sindacati.
2) Partiti politici, stampa e sindacati costituiscono oggetto di sollecitazioni possibili sul piano della manovra di tipo economico finanziario.
La disponibilta' di cifre non superiori a 30 o 40 miliardi sembra sufficiente a permettere ad uomini di buona fede e ben selezionati di conquistare le posizioni chiave necessarie al loro controllo.
Governo, Magistratura e Parlamento rappresentano invece obiettivi successivi, accedibili soltanto dopo il buon esito della prima operazione, anche se le due fasi sono necessariamente destinate a subire intersezioni e interferenze reciproche, come si vedra' in dettaglio in sede di elaborazione dei procedimenti.
3) Primario obiettivo e indispensabile presupposto dell'operazione e' la costituzione di un club (di natura rotariana per l'etereogenita' dei componenti) ove siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori, imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati, nonche' pochissimi e selezionati uomini politici, che non superi il numero di 30 o 40 unita'.
Gli uomini che ne fanno parte debbono essere omogenei per modo di sentire, disinteresse, onesta' e rigore morale, tali cioe' da costituire un vero e proprio comitato di garanti rispetto ai politici che si assumeranno l'onere dell'attuazione del piano e nei confronti delle forze amiche nazionali e straniere che lo vorranno appoggiare. Importante e' stabilire subito un collegamento valido con la massoneria internazionale.
PROCEDIMENTI
1) Nei confronti del mondo politico occorre:
a) selezionare gli uomini – anzitutto – ai quali puo' essere affidato il compito di promuovere la rivitalizzazione di ciascuna rispettiva parte politica (per il PSI, ad esempio, Mancini, Mariani e Craxi; per il PRI: Visentini e Bandiera; per il PSDI: Orlandi e Amidei; per la DC: Andreotti, Piccoli, Forlani, Gullotti e Bisaglia; per il PLI: Cottone e Quilleri; per la Destra Nazionale (eventualmente): Covelli);
b) in secondo luogo valutare se le attuali formazioni politiche sono in grado di avere ancora la necessaria credibilita' esterna per ridiventare validi strumenti di azione politica;
c) in caso di risposta affermativa, affidare ai prescelti gli strumenti finanziari sufficienti -con i dovuti controlli- a permettere loro di acquisire il predominio nei rispettivi partiti;
d) in caso di risposta negativa usare gli strumenti finanziari stessi per l'immediata nascita di due movimenti: l'uno, sulla sinistra (a cavallo fra PSI-PSDI-PRI-Liberali di sinistra e DC di sinistra), e l'altro sulla destra (a cavallo fra DC conservatori, liberali, e democratici della Destra Nazionale). Tali movimenti dovrebbero essere fondati da altrettanti clubs promotori composti da uomini politici ed esponenti della societa' civile in proporzione reciproca da 1 a 3 ove i primi rappresentino l'anello di congiunzione con le attuali parti ed i secondi quello di collegamento con il mondo reale.
Tutti i promotori debbono essere inattaccabili per rigore morale, capacita', onesta' e tendenzialmente disponibili per un'azione poltica pragmatistica, con rinuncia alle consuete e fruste chiavi ideologiche. Altrimenti il rigetto da da parte della pubblica opinione e' da ritenere inevitabile.
2) Nei confronti della stampa (o, meglio, dei giornalisti) l'impiego degli strumenti finanziari non puo', in questa fase, essere previsto nominativamente. Occorrera' redigere un elenco di almeno 2 o 3 elementi, per ciascun quotidiano o periodico in modo tale che nessuno sappia dell'altro. L'azione dovra' essere condotta a macchia d'olio, o, meglio, a catena, da non piu' di 3 o 4 elementi che conoscono l'ambiente.
Ai giornalisti acquisti dovra' essere affidato il compito di "simpatizzare" per gli esponenti politici come sopra prescelti in entrambe le ipotesi alternative 1c e 1d.
In un secondo tempo occorrera':
a) acquisire alcuni settimanali di battaglia;
b) coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso una agenzia centralizzata;
c) coordinare molte TV via cavo con l'agenzia per la stampa locale;
d) dissolvere la RAI-TV in nome della liberta' di antenna ex art. 21 Costit.
3) Per quanto concerne i sindacati la scelta prioritaria e' fra la sollecitazione alla rottura, seguendo cioe' le linee gia' esistenti dei gruppi minoritari della CISL e maggioritari dell'UIL, per poi agevolare la fusione con gli autonomi, acquisire con strumenti finanziari di pari entita' i piu' disponibili fra gli attuali confederati allo scopo di rovesciare i rapporti di forza all'interno dell'attuale trimurti.
Gli scopi reali da ottenere sono:
a) restaurazione della liberta' individuale, nelle fabbriche e aziende in genere per consentire l'elezione dei consigli di fabbrica, con effettive garanzie di segretezza del voto;
b) ripristinare per tale via il ruolo effettivo del sindacato di collaboratore del fenomeno produttivo in luogo di quello legittimamente assente di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e governative.
Sotto tale profilo, la via della scissione e della successiva integrazione con gli autonomi sembra preferibile snche ai fini dell'incidenza positiva sulla pubblica opinione di un fenomeno clamoroso come la costituzione di un vero sindacato che agiti la bandiera della liberta' di lavoro e della tutela economica deei lavoratori. Anche in termini di costo e' da prevedere un impiego di strumenti finanziari di entita' inferiori all'altra ipotesi.
4) Governo Magistratura e Parlamento
a) selezionare gli uomini – anzitutto – ai quali puo' essere affidato il compito di promuovere la rivitalizzazione di ciascuna rispettiva parte politica (Per il PSI, ad esempio Mancini, Mariani e Craxi; per il PRI: Visentini e Bandiera; per il PSDI: Orlandi e Amidei; per la DC: Andreotti, Piccoli, Forlani, Gullotti e Bisaglia; per il PLI: Cottone e Quilleri; per la Destra Nazionale (eventualmente): Covelli);
b) in secondo luogo valutare se le attuali formazioni politiche sono in grado di avere ancora la necessaria credibilita' esterna per ridiventare validi strumenti di azione politica;
c) in caso di risposta affermativa, affidare ai prescelti gli strumenti finanziari sufficienti – con i dovuti controlli – a permettere loro di acquisire il predominio nei rispettivi partiti;
d) in caso di risposta negativa usare gli strumenti finanziari stessi per l'immediata nascita di due movimenti: l'uno, sulla sinistra (a cavallo fra PSI – PSDI – PRI – Liberali di sinistra e DC di sinistra), e l'altro sulla destra (a cavallo fra DC conservatori, liberali, e democratici della Destra Nazionale). Tali movimenti dovrebbero essere fondati da altrettanti clubs promotori composti da uomini politici ed esponenti della societa' civile in proporzione reciproca da 1 a 3 ove i primi rappresentino l'anello di congiunzione con le attuali parti ed i secondi quello di collegamento con il mondo reale.
Tutti i promotori debbono essere inattaccabili per rigore morale, capacita', onesta', e tendenzialmente disponnibili per un'azione politica pragmatica, con rinuncia alle consuete e fruste chiavi ideologiche. Altrimenti il rigetto da parte della pubblica opinione e' da ritenere inevitabile.
2) Nei confronti della stampa (o, meglio, dei giornalisti) l'impiego degli strumenti finanziari non puo', in questa fase, essere previsto nominatim. Occorrera' redigere un elenco di almeno 2 o 3 elementi, per ciascun quotidiano o periodico in modo tale che nessuno sappia dell'altro. L'azione dovra' essere condotta a macchia d'olio, o, meglio, a catena, da non piu' di 3 o 4 elementi che conoscono l'ambiente.
Ai giornalisti acquisiti dovra' essere affidato il compito di "simpatizzare" per gli esponenti politici come sopra prescelti in entrambe le ipotesi alternative 1c e 1d.
In secondo tempo occorrera':
a) acquisire alcuni settimanali di battaglia;
b) coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso una agenzia centralizzata;
c) coordinare molte TV via cavo con l'agenzia per la stampa locale;
d) dissolvere la RAI-TV in nome della liberta' di antenna ex art. 21 Costit.
3) Per quanto concerne i sindacati la scelta prioritaria e'fra la sollecitazione alla rottura, seguendo cioe' le linee gia' esistenti dei gruppi minoritari della CISL e maggioritari della UIL, per poi agevolare la fusione con gli autonomi, aquisire con strumenti finanziari di pari entita' i piu' disponibili fra gli attuali confederati allo scopo di rovesciare i rapporti di forza all'interrno dell'attuale trimorti.
Gli scopi reali da ottenere sono:
a) restaurazione della liberta' individuale nelle fabbriche e aziende in genere per consentire l'elezione dei consigli di fabbrica con effettive garanzie di segretezza del voto;
b) ripristinare per tale via il ruolo effettivo del sindacato di collaboratore del fenomeno produttivo in luogo di quella illegittimamente assente di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e governative.
Sotto tale profilo, la via della scissione e della successiva integrazione con gli autonomi sembra preferibile anche ai fini dell'incidenza positiva sulla pubblica opinione di un fenomeno clamoroso come la costituzione di un vero sindacato che agiti la bandiera della liberta' di lavoro e della tutela economica dei lavoratori. Anche in termini di costo e' da prevedere un impiego di strumenti finanziari di entita' inferiore all'altra ipotesi.
4) Governo, Magistratura e Parlamento
E' evidente che si tratta di obiettivi nei confronti dei quali i procedimenti divengono alternativi in varia misura a seconda delle circostanze .
E' comunque intuitivo che, ove non si verifichi la favorevole circostanza di cui in prosieguo, i tempi brevi sono – salvo che per la Magistratura – da escludere essendo i procedimenti subordinati allo sviluppo di quelli relativi ai partiti, alla stampa e ai sindacati, con la riserva di una piu'rapida azione nei confronti del Parlamento ai cui componenti e' facile estendere lo stesso modus operandi gia' previsto per i partiti politici.
Per la Magistratura e' da rilevare che esiste gia' una forza interna (la corrente di magistratura indipendente della Ass. Naz. Mag.) che raggruppa oltre il 40% dei magistrati italiani su posizioni moderate.
E' sufficiente stabilire un accordo sul piano morale e programmatico ed elaborare una intesa diretta a concreti aiuti materiali per poter contare su un prezioso strumento, gia' operativo nell'interno del corpo anche al fine di taluni rapidi aggiustamenti legislativi che riconducano la giustizia alla sua tradizionale funzione di elementi di equilibrio della societa' e non gia' di eversione.
Qualora invece le circostanze permettessero di contare sull'ascesa al Governo di un uomo politico (o di un'equipe) gia' in sintonia con lo spirito del club e con le sue idee "ripresa democratica", e' chiaro che i tempi dei procedimenti riceverebbero una forte accelerazione anche per la possibilita' di attuare subito il programma di emergenza e quello a breve termine in modo contestuale all'attuazione dei procedimenti sopra descritti.
In termini di tempo cio' significherebbe la possibilita' di ridurre a 6 mesi e anche meno il tempo di intervento, qualora sussista il presupposto della disponibilita' dei mezzi finanziari.
PROGRAMMI
Per programmi si intende la scelta, in scala di priorita', delle numerose operazioni in forma di:
a) azioni di comportamento politico ed economico;
b) atti amministrativi (di Governo);
c) atti legislativi; necessari a ribaltare – in concomitanza con quelli descritti in materia di procedimenti – l'attuale tendenza di sfascimento delle istituzione e, con essa, alla disottemperanza della Costituzione i cui organi non funzionano piu' secondo gli schemi originali. Si tratta, in sostanza, di "registrare" – come nella stampa in tricromia – le funzioni di ciascune istituzione e di ogni organo relativo in modo che i rispettivi confini siano esattamente delimitati e scompaiano le attuali aree di sovrapposizione da cui derivano confusione e indebolimento dello Stato.
A titolo di esempio, si considerano due fenomeni:
1) lo spostamento dei centri di potere reale dal Parlamento ai sindacati ed al Governo ai padronati multinazionali con i correlativi strumenti di azione finanziaria. Sarebbero sufficienti una buona legge sulla programmazione che rivitalizzi il CNEL e una nuova struttura dei Ministeri accompagnate da norme amministrative moderne per restituire ai naturali detentori il potere oggi perduti;
2) l'involuzione subita dalla scuola negli ultimi 10 anni quale risultante di una giusta politica di ampliamento dell'area di istruzione pubblica, non accompagnata pero' dalla predisposizione di corpi docenti adeguati e preparati nonche' dalla programmazione dei fabbisogni in tema di occupazione.
Ne e' conseguente una forte e pericolosa disoccupazione intellettuale – con gravi deficenze invece nei settori tecnici nonche' la tendenza a individuare nel titolo di studio il diritto al posto di lavoro. Discende ancora da tale stato di fatto la spinta all'egualitarismo assolto (contro la Costituzione che vuole tutelare il diritto allo studio superiore per i piu' meritevoli) e, con la delusione del non inserimento, il rifugio nella apatia della droga oppure nell'ideologia dell'eversione anche armata. Il rimedio consiste: nel chiudere il rubinetto del preteso automatismo: titolo di studio – posto di lavoro; nel predisporre strutture docenti valide; nel programmare, insieme al fenomeno economico, anche il relativo fabbisogno umano; infine nel restaurare il principio meritocratico imposto dalla Costituzione.
Sotto molti profili, la definizione dei programmi intersechera' temi e notazioni gia' contenute nel recente Messaggio del Presidente della Repubblica – indubbiamente notevole – quale diagnosi della situazione del Paese, tenendo, pero', ad indicare terapie piu' che a formulare nuove analisi.
Detti programmi possono essere esecutivi – occorrendo – con normativa d'urgenza (decreti legge).
a) Emergenza a breve termine . Il programma urgente comprende, al pari degli altri provvedimenti istituzionali (rivolti cioe' a "registrare" le istituzioni) e provvedimenti di indole economico-sociale.
a1) Ordinamento giudiziario: le modifiche piu' urgenti investono:
– la responsabilita' civile (per colpa) dei magistrati;
– il divieto di nomina sulla stampa i magistrati comunque investiti di procedimenti giudiziari;
– la normativa per l'accesso in carriera (esami psicoattitudinali preliminari);
– la modifica delle norme in tema di facolta' liberta' provvisoria in presenza dei reati di
eversione – anche tentatata – nei confronti dello Stato e della Costituzione, nonche' di
violazione delle norme sull'ordine pubblico, di rapina a mano armata, di sequestro di
persona e di violenza in generale.
a2) Ordinamento del Governo
1 – legge sulla Presidenza del Consiglio e sui Minister (Cost. art. 95) per determinare
competenze e numero (ridotto, con eliminazione o quasi dei Sottosegretari);
2 – legge sulla programmazuone globale (Cost. art. 41) incentrata su un Ministero
dell'economia che ingloba le attuali strutture di incentivazione (Cassa Mezz. – PPSS –
Mediocredito Industria – Agricoltura), sul CNEL rivitalizzato quale punto d'incontro delle
forze sociali e sindacali, imprenditoriali e culturali e su procedure d'incontro con il
Parlamento e le Regioni;
3 – riforma dell'amministrazione (Cost. artt. 28 -97 – 98) fondato sulla teoria dell'atto
pubblico non amministrativo, sulla netta separazione della responsabilta' politica da
quella amministrativa che diviene personale (istituzione dei Segretari Generali di Ministero)
e sulla sostituzione del principio del silenzio-rifiuto con quello del silenzio-consenso;
4 – definizione della riserva di legge nei limiti voluti e richiesti espressamente dalla
Costituzione e individuazione delle aree di normativa secondaria (regolamentare) in ispecie
di quelle regionali che debbono essere obbligatoriamente limitate nell'ambito delle leggi
cornice.
a3) Ordinamento del Parlamento
1) ripartizione di fatto, di competenze fra le due Camere (funzione politica alla CD e funzione economica al SR);
2) modifica (gia' in corso) dei rispettivi Regolamenti per ridare forza al principio del rapporto (Cost. art. 64) fra maggioranza-Governo da un lato, e opposizione, dall'altro, in luogo della attuale tendenza assemblearistica;
3) adozione del principio delle sessioni temporali in funzione di esecuzione del programma
governativo.
b) Provvedimenti economico-sociali
b1) abolizione della validita' legale dei titoli di studio (per sfollare le universita' e dare il tempo di elaborare una seria riforma della scuola che attui i precetti della Costituzione);
b2) adozione di un orario unico nazionale di 7 ore e 30' effettive (dalle 8,30 alle 17) salvi i
turni necessari per gli impianti a ritmo di 24 ore, obbligatorio per tutte le attivita' pubbliche e private;
b3) eliminazione delle festivita' infrasettimanali e dei relativi ponti (salvo 2 giugno – Natale
– Capodanno e Ferragosto) da riconcedere in un forfait di 7 giorni aggiuntivi alle ferie annuali di diritto;
b4) obbligo di attuare in ogni azienda ed organo di Stato i turni di festivita' – anche per
sorteggio – in tutti i periodi dell'anno, sia per annualizzare l'attivita' dell'industria turistica,
sia per evitare la "sindrome estiva" che blocca le attivita' produttive;
b5) revisione della riforma tributaria nelle seguenti direzioni:
1 – revisione delle aliquote per i lavoratori dipendenti aggiornandole al tasso di svalutazione 1973-76;
2 – nettizzazione all'origine di tutti gli stipendi e i salari delle P.A. (onde evitare gli enormi
costi delle relative partite di giro);
3 – inasprimento delle aliquote sui redditi professionali e sulle rendite;
4 – abbattimento delle aliquote per donazioni e contributi a fondazioni scientifiche e culturali riconosciute, allo scopo di sollecitare l'autofinanziamento premiando il reinvestimento del profitto;
5 – alleggerimento delle aliquote sui fondi aziendali destinati a riserve, ammotamenti,
investimenti e garanzie, per sollecitare l'autofinanziamento delle aziende produttive;
6 – reciprocita' fra Stato e dichiarante nell'obbligo di mutuo acquisto ai valori dichiarati ed
accertati;
b6) abolizione della nominativita' dei titoli azionari per ridare fiato al mercato azionario e
sollecitare meglio l'autofinanziamento delle aziende produttive;
b7) eliminazione delle partite di giro fra aziende di Stato ed istituti finanziari di mano pubblica in sede di giro conti reciprochi che si risolvono – nel gioco degli interessi – in passivita' inutili dello stesso Stato;
b8) concessione di forti sgravi fiscali ai capitali stranieri per agevolare il ritorno dei capitali
dall'estero;
b9) costituzione di un fondo nazionale per i servizi sociali (case – ospedali – scuole
– trasporti) da alimentare con:
1 – sovraimposta IVA sui consumi voluttuari (automobili – generi di lusso)
2 – proventi dagli inasprimenti ex b5)4;
3 – finanziamenti e prestiti esteri su programma di spesa;
4 – stanziamenti appositi di bilancio per investimenti;
5 – diminuzione della spesa corrente per parziale pagamento di stipendi statali superiori a
L. 7.000.000 annui con speciali buoni del Tesoro al 9% non commerciabili per due anni.
Tale fondo va destinato a finanziare un programma biennale di spesa per almeno 10.000
miliardi. Le riforme di struttura relative vanno rinviate a dopo che sia stata assicurata la
disponibilita' dei fabbricati, essendo ridicolo riformare le gestioni in assenza di validi
strumenti (si ricordino i guasti della riforma sanitaria di alcuni anni or sono che si risolvette
nella creazione di 36.000 nuovi posti di consigliere di amministrazione e nella correlativa
lottizzazione partitica in luogo di creare altri posti letto)
Per quanto concerne la realizzabilita' del piano edilizio in presenza della caotica
legislazione esistente, sara'necessaria una legge che imponga alle Regioni programmi
urgenti straordinari con termini brevissimi surrogabili dall'intervento diretto dello Stato; per quanto si riferisce in particolare all'edilizia abitativa, il ricorso al sistema dei comprensori obbligatori sul modello svedese ed al sistema francese dei mutui individuali agevolati sembra il metodo migliore per rilanciare questo settore che e' da considerare il volano della ripresa economica;
b10) aumentare la redditivita' del risparmio postale elevando il tasso al 7%;
b11) concedere incentivi prioritari ai settori:
I – turistico
II – trasporti marittimi
III – agricolo specializzato (primizie zootecnia)
IV – energetico convenzionale e futuribile (nucleare – geotermico – solare)
V – industria chimica fine e metalmeccanica specializzata di trasformazione; in modo da
sollecitare investimenti in settori ad alto tasso di mano d'opera ed apportatori di valuta;
b12) sospendere tutte le licenze ed i relativi incentivi per impianti di raffinazione primaria del petrolio e di produzione siderurgica pesante.
c) Pregiudiziale e' che oggi ogni attivita'secondo quanto sub a) e b) trovi protagonista e
gestore un Governo deciso ad essere non gia' autoritario bensi' soltanto autorevole e deciso a fare rispettare le leggi esistenti.
Cosi' e' evidente che le forze dell'ordine possono essere mobilitate per ripulire il paese dai
teppisti ordinari e pseudo politici e dalle relative centrali direttive soltanto alla condizione che la Magistratura li processi e condanni rapidamente inviandoli in carceri ove scontino la pena senza fomentare nuove rivolte o condurre una vita comoda.
Sotto tale profilo, sembra necessario che alle forze di P.S. sia restituita la facolta' di
interrogatorio d'urgenza degli arrestati in presenza dei reati di eversione e tentata eversione dell'ordinamento, nonche' di violenza e resistenza alle forze dell'ordine, di violazione della legge sull'ordine pubblico, di sequestro di persona, di rapina a mano armata e di violenza in generale.
d) Altro punto chiave e'l'immediata costituzione di una agenzia per il coordinamento della
stampa locale (da acquisire con operazioni successive nel tempo) e della TV via cavo da
impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese.
E' inoltre opportuno acquisire uno o due periodici da contrapporre a Panorama, Espresso,
Europeo sulla formula viva "Settimanale".
MEDIO E LUNGO TERMINE
Nel presupposto dell'attuazione di un programma a breve termine come sopra definito, rimane da tratteggiare per sommi capi un programma a medio e lungo termine con l'avvertenza che mentre per quanto riguarda i problemi istituzionali e'possibile fin d'ora formulare ipotesi concrete, in materia di interventi economico-sociali, salvo per quel che attiene pochissimi grandi temi, e'necessario rinviare nel tempo l'elencazione di problemi e relativi rimedi.
a) Provvedimenti istituzionali
a1) Ordinnamento Giudiziario
I – unita'del Pubblico Ministero (a norma della Costituzione – articoli 107 e 112 ove il P.M.
e' distinto dai giudici);
II – responsabilita' del Guardasigilli verso il Parlamento sull'operato del P.M. (modifica
costituzionale);
III – istruzione pubblica dei processi nella dialettica fra pubblica accusa e difesa di fronte
ai giudici giudicanti, con abolizione di ogni segreto istruttorio con i relativi e connessi
pericoli ed eliminando le attuali due fasi di istruzione;
IV – riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento (modifica costituzionale);
V – riforma dell'ordinamento giudiziario per ristabilire criteri di selezione per merito delle
promozioni dei magistrati, imporre limiti di eta' per le funzioni di accusa, separare le
carriere requirente e giudicante, ridurre a giudicante la funzione pretorile;
VI – esperimento di elezione di magistrati (Costit. art. 106) fra avvocati con 25 anni di
funzioni in possesso di particolari requisiti morali;
a2) Ordinamento del Governo
I – modifica della Costituzione per stabilire che il Presidente del Consiglio e' eletto dalla
Camera all'inizio di ogni legislatura e puo' essere rovesciato soltanto attraverso le elezioni
del successore;
II – modifica della Costituzione per stabilire che i Ministri perdono la qualita'
di parlamentari;
III – revisione della legge sulla contabilita' dello Stato e di quella sul bilancio dello Stato
(per modificarne la natura da competenza in cassa);
IV – revisione della legge sulla finanza locale per stabilire – previo consolidamentodel debito attuale degli enti locali da riassorbire in 50 anni – che Regioni e Comuni possono spendere al di la' delle sovvenzioni statali soltanto i proventi di emissioni di obbligazioni di scopo (esenti da imposte e detraibili) e cioe'relative ad opere pubbliche da finanziare, secondo il modello USA. Altrimenti il concetto di autonomia diviene di sola liberta' di spesa basata sui debiti;
V – riforma della legge comunale e provinciale per sopprimere le provincie e ridefinire i
i compiti dei Comuni dettando nuove norme sui controlli finanziari;
a3) Ordinamento del Parlamento
I – nuove leggi elettorali, per la Camera, di tipo misto (uninominale e proporzionale secondo
il modello tedesco) riducendo il numero dei deputati a 450 e, per il Senato, di
rappresentanza di secondo grado, regionale, degli interessi economici, sociali e culturali,
diminuendo a 250 il numero dei senatori ed elevando da 5 a 25 quello dei senatori a vita di
nomina presidenziale, con aumento delle categorie relative (ex parlamentari – ex magistrati
– ex funzionari e imprenditori pubblici – ex militari ecc.);
II – modifica della Costituzione per dare alla Camera preminenza politica (nomina del Primo Ministro) ed alla Senato preponderanza economica (esame del bilancio);
III – stabilire norme per effettuare in uno setesso giorno ogni 4 anni le elezioni nazionali,
regionali e comunali (modifica costituzionale);
IV – stabilire che i decreti-legge sono inemendabili;
a4) Ordinamento di altri organi istituzionali
I – Corte Costituzionale: sancire l'incompatibilita' successiva dei giudici a cariche elettive
in enti pubblici; sancire il divieto di sentenze cosiddette attive (che trasformano la Corte in
organo legislativo di fatto);
II – Presidente della Repubblica: ridurre a 5 anni il mandato, sancire l'ineleggibilita' ed
eliminare il semestre bianco (modifica costituzionale);
III – Regioni: modifica della Costituzione per ridurre il numero e determinarne i confini
secondo criteri geoeconomici piu' che storici. Provvedimenti economico sociali.
b1) Nuova legislazione antiurbanesimo subordinando il diritto di residenza alla dimostrazione
di possedere un posto di lavoro e un reddito sufficiente (per evitare che saltino le finanze dei grandi Comuni);
b2) Nuova legslazione urbanistica favorendo le citta' satelliti e trasformando la scienza
urbanistica da edilizia in scienza dei trasporti veloci suburbani;
b3) nuova legislazione sulla stampa in senso protettivo della dignita' del cittadino (sul
modello inglese) e stabilendo l'obbligo di pubblicare ogni anno i bilanci nonche' le retribuzioni dei giornalisti;
b4) unificazione di tutti gli istituti ed enti previdenziali ed assistenziali in un unico ente di
sicurezza sociale da gestire con formule di tipo assicurativo allo scopo di ridurre i costi
attuali;
b5) disciplinare e moralizzare il settore pensionistico stabilendo: il divieto del pagamento di
pensioni prima dei 60 anni salvo casi di riconosciuta inabilita'; il controllo rigido sulle pensioni di invalidita'; l'eliminazione del fenomeno del cumulo di piu' pensioni;
b6) dare attuazione agli articoli 39 e 40 della Costituzione regolando la vita dei sindacati
limitando il diritto di sciopero nel senso di:
I – introdurre l'obbligo di preavviso dopo aver espedito il concordato;
II – escludere i servizi pubblici essenziali (trasporti; dogane; ospedali e cliniche; imposte;
pubbliche amministrazioni in genere) ovvero garantirne il corretto svolgimento;
III – limitare il diritto di sciopero alle causali economiche ed assicurare comunque la liberta' di lavoro;
b7) nuova legislazione sulla partecipazione dei lavoratori alla proprieta' azionaria delle
imprese e sulla gestione (modello tedesco);
b8) nuova legislazione sull'assetto del territorio (ecologia, difesa del suolo, disciplina delle
acque, rimboscamento, insediamenti umani);
b9) legislazione antimonopolio (modello USA);
b10) nuova legislazione bancaria (modello francese);
b11) riforma della scuola (selezione meritocratica – borse di studio ai non abbienti – scuole di Stato normale e politecnica sul modello francese);
b12) riforma ospedaliera e sanitaria sul modello tedesco.
c) Stampa – Abolire tutte le provvidenze agevolative dirette a sanare bilanci deficitari con onere del pubblico erario ed abolire il monopolio RAI-TV.
Fonte
Un raffronto anche veloce permette di vedere in questo antico testo golpista molte delle “riforme” poi fatte a turni alterni dai governi di centrodestra e di centrosinistra, fino – appunto – alla “controriforma costituzionale” che bocceremo il 4 dicembre. Ben sapendo che questa merda reazionaria resiste ai decenni e viene continuamente riproposta, rappresentando probabilmente il massimo del “progetto politico-sociale” elaborabile dal padronato nazionale.
Alcune chicche sono comunque evidenziabili fin da subito:
a) la cancellazione del diritto di sciopero, a partire dai servizi pubblici (“fatto!”, griderebbero all'unisono Berlusconi, Prodi, D'Alema e Renzi, con la complicità di Cgil-Cisl-Uil) e proibendo esplicitamente lo sciopero politico;
b) l'innalzamento dell'età pensionabile, su cui Gelli era decisamente più magnanimo della Fornero, volendo alzarla a “soli” 60 anni;
c) il controllo centralizzato dei sistemi di informazione, “sollecitando" i giornalisti, oltre che le proprietà;
d) la riduzione del sindacato – in generale – alla pura funzione economica di conciliazione con i prioritari interessi delle imprese;
e) la subordinazione esplicita della magistratura all'esecutivo;
f) il “taglio dei costi della politica” (!), in modo da avere partiti asserviti al potere economico per mancanza di alternative;
g) il “bipartitismo perfetto”, con due formazioni assolutamente equivalenti e guidate da un personale controllato dall'alto;
h) l'abolizione del valore legale del titolo di studio e in generale lo svuotamento della funzione formativa della scuola (vi fischiano le orecchie, vero?);
i) fine del “bicamerialismo perfetto”, tramite la “ ripartizione di fatto, di competenze fra le due Camere”.
Potremmo andare avanti a lungo, con le assonanze... e bisogna dire che gli “allievi” di Gelli, almeno in materia di diritto del lavoro, sono andati molto al di là dei precetti del “gran maestro”. Il quale, per esempio, scriveva che l'orario di lavoro poteva essere portato a... 7 ore e 30 minuti al giorno.
In effetti, sembra proprio questa la parte più invecchiata dell'antico programma reazionario. Il resto, c'è quasi per intero. E anche un po' di più.
Ricordatevene, il 4 dicembre...
*****
Testo integrale del "piano di rinascita democratica", della loggia P2, sequestrato a M. Grazia Gelli nel luglio 1982
PREMESSA
1) L' aggettivo democratico sta a significare che sono esclusi dal presente piano ogni movente od intenzione anche occulta di rovesciamento del sistema
2) il piano tende invece a rivitalizzare il sistema attraverso la sollecitazione di tutti gli istituti che la Costituzione prevede e disciplina, dagli organi dello Stato ai partiti politici, alla stampa, ai sindacati, ai cittadini elettori.
3) Il piano si articola in una sommaria indicazione di obiettivi, nella elaborazione di procedimenti – anche alternativi – di attuazione ed infine nell'elencazione di programmi a breve, medio e lungo termine.
4) Va anche rilevato, per chiarezza, che i programmi a medio e lungo termine prevedono alcuni ritocchi alla Costituzione successivi al restauro delle istituzioni fondamentali.
OBIETTIVI
1) Nell'ordine vanno indicati:
a) i partiti politici democratici, dal PSI al PRI, dal PSDI alla DC al PLI (con riserva di verificare la Destra Nazionale)
b) la stampa, escludendo ogni operazione editoriale, che va sollecitata al livello di giornalisti attraverso una selezione che tocchi soprattuttto: Corriere della Sera, Giorno, Giornale, Stampa, Resto del Carlino, Messaggero, Tempo, Roma, Mattino, Gazzetta del Mezzogiorno, Giornale di Sicilia, per i quotidiani; e per i periodici: Europeo, Espresso, Panorama, Epocaa, Oggi, Gente, Famiglia Cristiana. La RAI-TV va dimenticata.
c) i sindacati, sia confederali CISL e UIL, sia autonomi, nella ricerca di un punto di leva per ricondurli alla loro naturale funzione anche al prezzo di una scissione e successiva costituzione di una libera associazione dei lavoratori;
d) il Governo, che va ristrutturato nella organizzazione ministeriale e nella qualita' degli uomini da proporre ai singoli dicasteri;
e) la magistratura, che deve essere ricondotta alla funzione di garante della corretta e scrupolosa applicazione delle leggi;
f) il Parlamento, la cui efficienza e' subordinata al successo dell'operazione sui partiti politici, la stampa e i sindacati.
2) Partiti politici, stampa e sindacati costituiscono oggetto di sollecitazioni possibili sul piano della manovra di tipo economico finanziario.
La disponibilta' di cifre non superiori a 30 o 40 miliardi sembra sufficiente a permettere ad uomini di buona fede e ben selezionati di conquistare le posizioni chiave necessarie al loro controllo.
Governo, Magistratura e Parlamento rappresentano invece obiettivi successivi, accedibili soltanto dopo il buon esito della prima operazione, anche se le due fasi sono necessariamente destinate a subire intersezioni e interferenze reciproche, come si vedra' in dettaglio in sede di elaborazione dei procedimenti.
3) Primario obiettivo e indispensabile presupposto dell'operazione e' la costituzione di un club (di natura rotariana per l'etereogenita' dei componenti) ove siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori, imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati, nonche' pochissimi e selezionati uomini politici, che non superi il numero di 30 o 40 unita'.
Gli uomini che ne fanno parte debbono essere omogenei per modo di sentire, disinteresse, onesta' e rigore morale, tali cioe' da costituire un vero e proprio comitato di garanti rispetto ai politici che si assumeranno l'onere dell'attuazione del piano e nei confronti delle forze amiche nazionali e straniere che lo vorranno appoggiare. Importante e' stabilire subito un collegamento valido con la massoneria internazionale.
PROCEDIMENTI
1) Nei confronti del mondo politico occorre:
a) selezionare gli uomini – anzitutto – ai quali puo' essere affidato il compito di promuovere la rivitalizzazione di ciascuna rispettiva parte politica (per il PSI, ad esempio, Mancini, Mariani e Craxi; per il PRI: Visentini e Bandiera; per il PSDI: Orlandi e Amidei; per la DC: Andreotti, Piccoli, Forlani, Gullotti e Bisaglia; per il PLI: Cottone e Quilleri; per la Destra Nazionale (eventualmente): Covelli);
b) in secondo luogo valutare se le attuali formazioni politiche sono in grado di avere ancora la necessaria credibilita' esterna per ridiventare validi strumenti di azione politica;
c) in caso di risposta affermativa, affidare ai prescelti gli strumenti finanziari sufficienti -con i dovuti controlli- a permettere loro di acquisire il predominio nei rispettivi partiti;
d) in caso di risposta negativa usare gli strumenti finanziari stessi per l'immediata nascita di due movimenti: l'uno, sulla sinistra (a cavallo fra PSI-PSDI-PRI-Liberali di sinistra e DC di sinistra), e l'altro sulla destra (a cavallo fra DC conservatori, liberali, e democratici della Destra Nazionale). Tali movimenti dovrebbero essere fondati da altrettanti clubs promotori composti da uomini politici ed esponenti della societa' civile in proporzione reciproca da 1 a 3 ove i primi rappresentino l'anello di congiunzione con le attuali parti ed i secondi quello di collegamento con il mondo reale.
Tutti i promotori debbono essere inattaccabili per rigore morale, capacita', onesta' e tendenzialmente disponibili per un'azione poltica pragmatistica, con rinuncia alle consuete e fruste chiavi ideologiche. Altrimenti il rigetto da da parte della pubblica opinione e' da ritenere inevitabile.
2) Nei confronti della stampa (o, meglio, dei giornalisti) l'impiego degli strumenti finanziari non puo', in questa fase, essere previsto nominativamente. Occorrera' redigere un elenco di almeno 2 o 3 elementi, per ciascun quotidiano o periodico in modo tale che nessuno sappia dell'altro. L'azione dovra' essere condotta a macchia d'olio, o, meglio, a catena, da non piu' di 3 o 4 elementi che conoscono l'ambiente.
Ai giornalisti acquisti dovra' essere affidato il compito di "simpatizzare" per gli esponenti politici come sopra prescelti in entrambe le ipotesi alternative 1c e 1d.
In un secondo tempo occorrera':
a) acquisire alcuni settimanali di battaglia;
b) coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso una agenzia centralizzata;
c) coordinare molte TV via cavo con l'agenzia per la stampa locale;
d) dissolvere la RAI-TV in nome della liberta' di antenna ex art. 21 Costit.
3) Per quanto concerne i sindacati la scelta prioritaria e' fra la sollecitazione alla rottura, seguendo cioe' le linee gia' esistenti dei gruppi minoritari della CISL e maggioritari dell'UIL, per poi agevolare la fusione con gli autonomi, acquisire con strumenti finanziari di pari entita' i piu' disponibili fra gli attuali confederati allo scopo di rovesciare i rapporti di forza all'interno dell'attuale trimurti.
Gli scopi reali da ottenere sono:
a) restaurazione della liberta' individuale, nelle fabbriche e aziende in genere per consentire l'elezione dei consigli di fabbrica, con effettive garanzie di segretezza del voto;
b) ripristinare per tale via il ruolo effettivo del sindacato di collaboratore del fenomeno produttivo in luogo di quello legittimamente assente di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e governative.
Sotto tale profilo, la via della scissione e della successiva integrazione con gli autonomi sembra preferibile snche ai fini dell'incidenza positiva sulla pubblica opinione di un fenomeno clamoroso come la costituzione di un vero sindacato che agiti la bandiera della liberta' di lavoro e della tutela economica deei lavoratori. Anche in termini di costo e' da prevedere un impiego di strumenti finanziari di entita' inferiori all'altra ipotesi.
4) Governo Magistratura e Parlamento
a) selezionare gli uomini – anzitutto – ai quali puo' essere affidato il compito di promuovere la rivitalizzazione di ciascuna rispettiva parte politica (Per il PSI, ad esempio Mancini, Mariani e Craxi; per il PRI: Visentini e Bandiera; per il PSDI: Orlandi e Amidei; per la DC: Andreotti, Piccoli, Forlani, Gullotti e Bisaglia; per il PLI: Cottone e Quilleri; per la Destra Nazionale (eventualmente): Covelli);
b) in secondo luogo valutare se le attuali formazioni politiche sono in grado di avere ancora la necessaria credibilita' esterna per ridiventare validi strumenti di azione politica;
c) in caso di risposta affermativa, affidare ai prescelti gli strumenti finanziari sufficienti – con i dovuti controlli – a permettere loro di acquisire il predominio nei rispettivi partiti;
d) in caso di risposta negativa usare gli strumenti finanziari stessi per l'immediata nascita di due movimenti: l'uno, sulla sinistra (a cavallo fra PSI – PSDI – PRI – Liberali di sinistra e DC di sinistra), e l'altro sulla destra (a cavallo fra DC conservatori, liberali, e democratici della Destra Nazionale). Tali movimenti dovrebbero essere fondati da altrettanti clubs promotori composti da uomini politici ed esponenti della societa' civile in proporzione reciproca da 1 a 3 ove i primi rappresentino l'anello di congiunzione con le attuali parti ed i secondi quello di collegamento con il mondo reale.
Tutti i promotori debbono essere inattaccabili per rigore morale, capacita', onesta', e tendenzialmente disponnibili per un'azione politica pragmatica, con rinuncia alle consuete e fruste chiavi ideologiche. Altrimenti il rigetto da parte della pubblica opinione e' da ritenere inevitabile.
2) Nei confronti della stampa (o, meglio, dei giornalisti) l'impiego degli strumenti finanziari non puo', in questa fase, essere previsto nominatim. Occorrera' redigere un elenco di almeno 2 o 3 elementi, per ciascun quotidiano o periodico in modo tale che nessuno sappia dell'altro. L'azione dovra' essere condotta a macchia d'olio, o, meglio, a catena, da non piu' di 3 o 4 elementi che conoscono l'ambiente.
Ai giornalisti acquisiti dovra' essere affidato il compito di "simpatizzare" per gli esponenti politici come sopra prescelti in entrambe le ipotesi alternative 1c e 1d.
In secondo tempo occorrera':
a) acquisire alcuni settimanali di battaglia;
b) coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso una agenzia centralizzata;
c) coordinare molte TV via cavo con l'agenzia per la stampa locale;
d) dissolvere la RAI-TV in nome della liberta' di antenna ex art. 21 Costit.
3) Per quanto concerne i sindacati la scelta prioritaria e'fra la sollecitazione alla rottura, seguendo cioe' le linee gia' esistenti dei gruppi minoritari della CISL e maggioritari della UIL, per poi agevolare la fusione con gli autonomi, aquisire con strumenti finanziari di pari entita' i piu' disponibili fra gli attuali confederati allo scopo di rovesciare i rapporti di forza all'interrno dell'attuale trimorti.
Gli scopi reali da ottenere sono:
a) restaurazione della liberta' individuale nelle fabbriche e aziende in genere per consentire l'elezione dei consigli di fabbrica con effettive garanzie di segretezza del voto;
b) ripristinare per tale via il ruolo effettivo del sindacato di collaboratore del fenomeno produttivo in luogo di quella illegittimamente assente di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e governative.
Sotto tale profilo, la via della scissione e della successiva integrazione con gli autonomi sembra preferibile anche ai fini dell'incidenza positiva sulla pubblica opinione di un fenomeno clamoroso come la costituzione di un vero sindacato che agiti la bandiera della liberta' di lavoro e della tutela economica dei lavoratori. Anche in termini di costo e' da prevedere un impiego di strumenti finanziari di entita' inferiore all'altra ipotesi.
4) Governo, Magistratura e Parlamento
E' evidente che si tratta di obiettivi nei confronti dei quali i procedimenti divengono alternativi in varia misura a seconda delle circostanze .
E' comunque intuitivo che, ove non si verifichi la favorevole circostanza di cui in prosieguo, i tempi brevi sono – salvo che per la Magistratura – da escludere essendo i procedimenti subordinati allo sviluppo di quelli relativi ai partiti, alla stampa e ai sindacati, con la riserva di una piu'rapida azione nei confronti del Parlamento ai cui componenti e' facile estendere lo stesso modus operandi gia' previsto per i partiti politici.
Per la Magistratura e' da rilevare che esiste gia' una forza interna (la corrente di magistratura indipendente della Ass. Naz. Mag.) che raggruppa oltre il 40% dei magistrati italiani su posizioni moderate.
E' sufficiente stabilire un accordo sul piano morale e programmatico ed elaborare una intesa diretta a concreti aiuti materiali per poter contare su un prezioso strumento, gia' operativo nell'interno del corpo anche al fine di taluni rapidi aggiustamenti legislativi che riconducano la giustizia alla sua tradizionale funzione di elementi di equilibrio della societa' e non gia' di eversione.
Qualora invece le circostanze permettessero di contare sull'ascesa al Governo di un uomo politico (o di un'equipe) gia' in sintonia con lo spirito del club e con le sue idee "ripresa democratica", e' chiaro che i tempi dei procedimenti riceverebbero una forte accelerazione anche per la possibilita' di attuare subito il programma di emergenza e quello a breve termine in modo contestuale all'attuazione dei procedimenti sopra descritti.
In termini di tempo cio' significherebbe la possibilita' di ridurre a 6 mesi e anche meno il tempo di intervento, qualora sussista il presupposto della disponibilita' dei mezzi finanziari.
PROGRAMMI
Per programmi si intende la scelta, in scala di priorita', delle numerose operazioni in forma di:
a) azioni di comportamento politico ed economico;
b) atti amministrativi (di Governo);
c) atti legislativi; necessari a ribaltare – in concomitanza con quelli descritti in materia di procedimenti – l'attuale tendenza di sfascimento delle istituzione e, con essa, alla disottemperanza della Costituzione i cui organi non funzionano piu' secondo gli schemi originali. Si tratta, in sostanza, di "registrare" – come nella stampa in tricromia – le funzioni di ciascune istituzione e di ogni organo relativo in modo che i rispettivi confini siano esattamente delimitati e scompaiano le attuali aree di sovrapposizione da cui derivano confusione e indebolimento dello Stato.
A titolo di esempio, si considerano due fenomeni:
1) lo spostamento dei centri di potere reale dal Parlamento ai sindacati ed al Governo ai padronati multinazionali con i correlativi strumenti di azione finanziaria. Sarebbero sufficienti una buona legge sulla programmazione che rivitalizzi il CNEL e una nuova struttura dei Ministeri accompagnate da norme amministrative moderne per restituire ai naturali detentori il potere oggi perduti;
2) l'involuzione subita dalla scuola negli ultimi 10 anni quale risultante di una giusta politica di ampliamento dell'area di istruzione pubblica, non accompagnata pero' dalla predisposizione di corpi docenti adeguati e preparati nonche' dalla programmazione dei fabbisogni in tema di occupazione.
Ne e' conseguente una forte e pericolosa disoccupazione intellettuale – con gravi deficenze invece nei settori tecnici nonche' la tendenza a individuare nel titolo di studio il diritto al posto di lavoro. Discende ancora da tale stato di fatto la spinta all'egualitarismo assolto (contro la Costituzione che vuole tutelare il diritto allo studio superiore per i piu' meritevoli) e, con la delusione del non inserimento, il rifugio nella apatia della droga oppure nell'ideologia dell'eversione anche armata. Il rimedio consiste: nel chiudere il rubinetto del preteso automatismo: titolo di studio – posto di lavoro; nel predisporre strutture docenti valide; nel programmare, insieme al fenomeno economico, anche il relativo fabbisogno umano; infine nel restaurare il principio meritocratico imposto dalla Costituzione.
Sotto molti profili, la definizione dei programmi intersechera' temi e notazioni gia' contenute nel recente Messaggio del Presidente della Repubblica – indubbiamente notevole – quale diagnosi della situazione del Paese, tenendo, pero', ad indicare terapie piu' che a formulare nuove analisi.
Detti programmi possono essere esecutivi – occorrendo – con normativa d'urgenza (decreti legge).
a) Emergenza a breve termine . Il programma urgente comprende, al pari degli altri provvedimenti istituzionali (rivolti cioe' a "registrare" le istituzioni) e provvedimenti di indole economico-sociale.
a1) Ordinamento giudiziario: le modifiche piu' urgenti investono:
– la responsabilita' civile (per colpa) dei magistrati;
– il divieto di nomina sulla stampa i magistrati comunque investiti di procedimenti giudiziari;
– la normativa per l'accesso in carriera (esami psicoattitudinali preliminari);
– la modifica delle norme in tema di facolta' liberta' provvisoria in presenza dei reati di
eversione – anche tentatata – nei confronti dello Stato e della Costituzione, nonche' di
violazione delle norme sull'ordine pubblico, di rapina a mano armata, di sequestro di
persona e di violenza in generale.
a2) Ordinamento del Governo
1 – legge sulla Presidenza del Consiglio e sui Minister (Cost. art. 95) per determinare
competenze e numero (ridotto, con eliminazione o quasi dei Sottosegretari);
2 – legge sulla programmazuone globale (Cost. art. 41) incentrata su un Ministero
dell'economia che ingloba le attuali strutture di incentivazione (Cassa Mezz. – PPSS –
Mediocredito Industria – Agricoltura), sul CNEL rivitalizzato quale punto d'incontro delle
forze sociali e sindacali, imprenditoriali e culturali e su procedure d'incontro con il
Parlamento e le Regioni;
3 – riforma dell'amministrazione (Cost. artt. 28 -97 – 98) fondato sulla teoria dell'atto
pubblico non amministrativo, sulla netta separazione della responsabilta' politica da
quella amministrativa che diviene personale (istituzione dei Segretari Generali di Ministero)
e sulla sostituzione del principio del silenzio-rifiuto con quello del silenzio-consenso;
4 – definizione della riserva di legge nei limiti voluti e richiesti espressamente dalla
Costituzione e individuazione delle aree di normativa secondaria (regolamentare) in ispecie
di quelle regionali che debbono essere obbligatoriamente limitate nell'ambito delle leggi
cornice.
a3) Ordinamento del Parlamento
1) ripartizione di fatto, di competenze fra le due Camere (funzione politica alla CD e funzione economica al SR);
2) modifica (gia' in corso) dei rispettivi Regolamenti per ridare forza al principio del rapporto (Cost. art. 64) fra maggioranza-Governo da un lato, e opposizione, dall'altro, in luogo della attuale tendenza assemblearistica;
3) adozione del principio delle sessioni temporali in funzione di esecuzione del programma
governativo.
b) Provvedimenti economico-sociali
b1) abolizione della validita' legale dei titoli di studio (per sfollare le universita' e dare il tempo di elaborare una seria riforma della scuola che attui i precetti della Costituzione);
b2) adozione di un orario unico nazionale di 7 ore e 30' effettive (dalle 8,30 alle 17) salvi i
turni necessari per gli impianti a ritmo di 24 ore, obbligatorio per tutte le attivita' pubbliche e private;
b3) eliminazione delle festivita' infrasettimanali e dei relativi ponti (salvo 2 giugno – Natale
– Capodanno e Ferragosto) da riconcedere in un forfait di 7 giorni aggiuntivi alle ferie annuali di diritto;
b4) obbligo di attuare in ogni azienda ed organo di Stato i turni di festivita' – anche per
sorteggio – in tutti i periodi dell'anno, sia per annualizzare l'attivita' dell'industria turistica,
sia per evitare la "sindrome estiva" che blocca le attivita' produttive;
b5) revisione della riforma tributaria nelle seguenti direzioni:
1 – revisione delle aliquote per i lavoratori dipendenti aggiornandole al tasso di svalutazione 1973-76;
2 – nettizzazione all'origine di tutti gli stipendi e i salari delle P.A. (onde evitare gli enormi
costi delle relative partite di giro);
3 – inasprimento delle aliquote sui redditi professionali e sulle rendite;
4 – abbattimento delle aliquote per donazioni e contributi a fondazioni scientifiche e culturali riconosciute, allo scopo di sollecitare l'autofinanziamento premiando il reinvestimento del profitto;
5 – alleggerimento delle aliquote sui fondi aziendali destinati a riserve, ammotamenti,
investimenti e garanzie, per sollecitare l'autofinanziamento delle aziende produttive;
6 – reciprocita' fra Stato e dichiarante nell'obbligo di mutuo acquisto ai valori dichiarati ed
accertati;
b6) abolizione della nominativita' dei titoli azionari per ridare fiato al mercato azionario e
sollecitare meglio l'autofinanziamento delle aziende produttive;
b7) eliminazione delle partite di giro fra aziende di Stato ed istituti finanziari di mano pubblica in sede di giro conti reciprochi che si risolvono – nel gioco degli interessi – in passivita' inutili dello stesso Stato;
b8) concessione di forti sgravi fiscali ai capitali stranieri per agevolare il ritorno dei capitali
dall'estero;
b9) costituzione di un fondo nazionale per i servizi sociali (case – ospedali – scuole
– trasporti) da alimentare con:
1 – sovraimposta IVA sui consumi voluttuari (automobili – generi di lusso)
2 – proventi dagli inasprimenti ex b5)4;
3 – finanziamenti e prestiti esteri su programma di spesa;
4 – stanziamenti appositi di bilancio per investimenti;
5 – diminuzione della spesa corrente per parziale pagamento di stipendi statali superiori a
L. 7.000.000 annui con speciali buoni del Tesoro al 9% non commerciabili per due anni.
Tale fondo va destinato a finanziare un programma biennale di spesa per almeno 10.000
miliardi. Le riforme di struttura relative vanno rinviate a dopo che sia stata assicurata la
disponibilita' dei fabbricati, essendo ridicolo riformare le gestioni in assenza di validi
strumenti (si ricordino i guasti della riforma sanitaria di alcuni anni or sono che si risolvette
nella creazione di 36.000 nuovi posti di consigliere di amministrazione e nella correlativa
lottizzazione partitica in luogo di creare altri posti letto)
Per quanto concerne la realizzabilita' del piano edilizio in presenza della caotica
legislazione esistente, sara'necessaria una legge che imponga alle Regioni programmi
urgenti straordinari con termini brevissimi surrogabili dall'intervento diretto dello Stato; per quanto si riferisce in particolare all'edilizia abitativa, il ricorso al sistema dei comprensori obbligatori sul modello svedese ed al sistema francese dei mutui individuali agevolati sembra il metodo migliore per rilanciare questo settore che e' da considerare il volano della ripresa economica;
b10) aumentare la redditivita' del risparmio postale elevando il tasso al 7%;
b11) concedere incentivi prioritari ai settori:
I – turistico
II – trasporti marittimi
III – agricolo specializzato (primizie zootecnia)
IV – energetico convenzionale e futuribile (nucleare – geotermico – solare)
V – industria chimica fine e metalmeccanica specializzata di trasformazione; in modo da
sollecitare investimenti in settori ad alto tasso di mano d'opera ed apportatori di valuta;
b12) sospendere tutte le licenze ed i relativi incentivi per impianti di raffinazione primaria del petrolio e di produzione siderurgica pesante.
c) Pregiudiziale e' che oggi ogni attivita'secondo quanto sub a) e b) trovi protagonista e
gestore un Governo deciso ad essere non gia' autoritario bensi' soltanto autorevole e deciso a fare rispettare le leggi esistenti.
Cosi' e' evidente che le forze dell'ordine possono essere mobilitate per ripulire il paese dai
teppisti ordinari e pseudo politici e dalle relative centrali direttive soltanto alla condizione che la Magistratura li processi e condanni rapidamente inviandoli in carceri ove scontino la pena senza fomentare nuove rivolte o condurre una vita comoda.
Sotto tale profilo, sembra necessario che alle forze di P.S. sia restituita la facolta' di
interrogatorio d'urgenza degli arrestati in presenza dei reati di eversione e tentata eversione dell'ordinamento, nonche' di violenza e resistenza alle forze dell'ordine, di violazione della legge sull'ordine pubblico, di sequestro di persona, di rapina a mano armata e di violenza in generale.
d) Altro punto chiave e'l'immediata costituzione di una agenzia per il coordinamento della
stampa locale (da acquisire con operazioni successive nel tempo) e della TV via cavo da
impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese.
E' inoltre opportuno acquisire uno o due periodici da contrapporre a Panorama, Espresso,
Europeo sulla formula viva "Settimanale".
MEDIO E LUNGO TERMINE
Nel presupposto dell'attuazione di un programma a breve termine come sopra definito, rimane da tratteggiare per sommi capi un programma a medio e lungo termine con l'avvertenza che mentre per quanto riguarda i problemi istituzionali e'possibile fin d'ora formulare ipotesi concrete, in materia di interventi economico-sociali, salvo per quel che attiene pochissimi grandi temi, e'necessario rinviare nel tempo l'elencazione di problemi e relativi rimedi.
a) Provvedimenti istituzionali
a1) Ordinnamento Giudiziario
I – unita'del Pubblico Ministero (a norma della Costituzione – articoli 107 e 112 ove il P.M.
e' distinto dai giudici);
II – responsabilita' del Guardasigilli verso il Parlamento sull'operato del P.M. (modifica
costituzionale);
III – istruzione pubblica dei processi nella dialettica fra pubblica accusa e difesa di fronte
ai giudici giudicanti, con abolizione di ogni segreto istruttorio con i relativi e connessi
pericoli ed eliminando le attuali due fasi di istruzione;
IV – riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento (modifica costituzionale);
V – riforma dell'ordinamento giudiziario per ristabilire criteri di selezione per merito delle
promozioni dei magistrati, imporre limiti di eta' per le funzioni di accusa, separare le
carriere requirente e giudicante, ridurre a giudicante la funzione pretorile;
VI – esperimento di elezione di magistrati (Costit. art. 106) fra avvocati con 25 anni di
funzioni in possesso di particolari requisiti morali;
a2) Ordinamento del Governo
I – modifica della Costituzione per stabilire che il Presidente del Consiglio e' eletto dalla
Camera all'inizio di ogni legislatura e puo' essere rovesciato soltanto attraverso le elezioni
del successore;
II – modifica della Costituzione per stabilire che i Ministri perdono la qualita'
di parlamentari;
III – revisione della legge sulla contabilita' dello Stato e di quella sul bilancio dello Stato
(per modificarne la natura da competenza in cassa);
IV – revisione della legge sulla finanza locale per stabilire – previo consolidamentodel debito attuale degli enti locali da riassorbire in 50 anni – che Regioni e Comuni possono spendere al di la' delle sovvenzioni statali soltanto i proventi di emissioni di obbligazioni di scopo (esenti da imposte e detraibili) e cioe'relative ad opere pubbliche da finanziare, secondo il modello USA. Altrimenti il concetto di autonomia diviene di sola liberta' di spesa basata sui debiti;
V – riforma della legge comunale e provinciale per sopprimere le provincie e ridefinire i
i compiti dei Comuni dettando nuove norme sui controlli finanziari;
a3) Ordinamento del Parlamento
I – nuove leggi elettorali, per la Camera, di tipo misto (uninominale e proporzionale secondo
il modello tedesco) riducendo il numero dei deputati a 450 e, per il Senato, di
rappresentanza di secondo grado, regionale, degli interessi economici, sociali e culturali,
diminuendo a 250 il numero dei senatori ed elevando da 5 a 25 quello dei senatori a vita di
nomina presidenziale, con aumento delle categorie relative (ex parlamentari – ex magistrati
– ex funzionari e imprenditori pubblici – ex militari ecc.);
II – modifica della Costituzione per dare alla Camera preminenza politica (nomina del Primo Ministro) ed alla Senato preponderanza economica (esame del bilancio);
III – stabilire norme per effettuare in uno setesso giorno ogni 4 anni le elezioni nazionali,
regionali e comunali (modifica costituzionale);
IV – stabilire che i decreti-legge sono inemendabili;
a4) Ordinamento di altri organi istituzionali
I – Corte Costituzionale: sancire l'incompatibilita' successiva dei giudici a cariche elettive
in enti pubblici; sancire il divieto di sentenze cosiddette attive (che trasformano la Corte in
organo legislativo di fatto);
II – Presidente della Repubblica: ridurre a 5 anni il mandato, sancire l'ineleggibilita' ed
eliminare il semestre bianco (modifica costituzionale);
III – Regioni: modifica della Costituzione per ridurre il numero e determinarne i confini
secondo criteri geoeconomici piu' che storici. Provvedimenti economico sociali.
b1) Nuova legislazione antiurbanesimo subordinando il diritto di residenza alla dimostrazione
di possedere un posto di lavoro e un reddito sufficiente (per evitare che saltino le finanze dei grandi Comuni);
b2) Nuova legslazione urbanistica favorendo le citta' satelliti e trasformando la scienza
urbanistica da edilizia in scienza dei trasporti veloci suburbani;
b3) nuova legislazione sulla stampa in senso protettivo della dignita' del cittadino (sul
modello inglese) e stabilendo l'obbligo di pubblicare ogni anno i bilanci nonche' le retribuzioni dei giornalisti;
b4) unificazione di tutti gli istituti ed enti previdenziali ed assistenziali in un unico ente di
sicurezza sociale da gestire con formule di tipo assicurativo allo scopo di ridurre i costi
attuali;
b5) disciplinare e moralizzare il settore pensionistico stabilendo: il divieto del pagamento di
pensioni prima dei 60 anni salvo casi di riconosciuta inabilita'; il controllo rigido sulle pensioni di invalidita'; l'eliminazione del fenomeno del cumulo di piu' pensioni;
b6) dare attuazione agli articoli 39 e 40 della Costituzione regolando la vita dei sindacati
limitando il diritto di sciopero nel senso di:
I – introdurre l'obbligo di preavviso dopo aver espedito il concordato;
II – escludere i servizi pubblici essenziali (trasporti; dogane; ospedali e cliniche; imposte;
pubbliche amministrazioni in genere) ovvero garantirne il corretto svolgimento;
III – limitare il diritto di sciopero alle causali economiche ed assicurare comunque la liberta' di lavoro;
b7) nuova legislazione sulla partecipazione dei lavoratori alla proprieta' azionaria delle
imprese e sulla gestione (modello tedesco);
b8) nuova legislazione sull'assetto del territorio (ecologia, difesa del suolo, disciplina delle
acque, rimboscamento, insediamenti umani);
b9) legislazione antimonopolio (modello USA);
b10) nuova legislazione bancaria (modello francese);
b11) riforma della scuola (selezione meritocratica – borse di studio ai non abbienti – scuole di Stato normale e politecnica sul modello francese);
b12) riforma ospedaliera e sanitaria sul modello tedesco.
c) Stampa – Abolire tutte le provvidenze agevolative dirette a sanare bilanci deficitari con onere del pubblico erario ed abolire il monopolio RAI-TV.
Fonte
08/08/2016
La Cassazione dà il via alla lotteria referendaria
L’Ufficio Centrale per il Referendum della Corte di Cassazione “ha dichiarato conforme all’art. 138 Cost. e alla Legge n. 352 del 1970 la richiesta di referendum depositata il 14 luglio 2016 alle ore 18.45 sul testo di legge costituzionale avente ad oggetto il seguente quesito referendario: Approvate il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione?”
Diciamo che questa formula è quella voluta dal governo, infida e autopropagandistica. Tutte le voci indicate, che non sono neanche esaustive dei temi toccati dalla controriforma renziana, sembra porre in luce positiva le modifiche apportate dal percorso parlamentare.
In ogni caso, non c’è spazio per le recriminazioni. Ora il governo ha tra i 50 e i 70 giorni di tempo per fissare la data (è una sua prerogativa) a partire dal momento in cui il Presidente della Repubblica firmerà il decreto di indizione. L’arco di tempo utile varia (a seconda della data in cui Mattarella apporrà la firma) oscilla teoricamente tra il 2 ottobre e il 22 dicembre. Ma sembra quasi impossibile far rientrare la consultazione nel mese di ottobre (la campagna elettorale ufficiale dovrebbe cominciare praticamente ad agosto), così come possono essere scartate le domeniche in prossimità del Natale.
Andremo dunque alle urne a novembre, con ogni probabilità il 13, il 20 o il 27 (il 6 finirebbe a ridosso del ponte di inizio mese).
Com’è ormai noto, lo stesso Renzi ha deciso di personalizzare al massimo questo voto annunciando – quando si sentiva certo della vittoria del Sì – che in caso di sconfitta avrebbe abbandonato la vita politica. Man mano che i sondaggi hanno cominciato a illuminare una contrarietà crescente nell’elettorato, il “premier per caso” ha provato prima a ribaltare la frittata (accusando gli avversari di voler “personalizzare”!), poi di esporsi il meno possibile su questo tema (i sondaggi, infatti, peggioravano ogni volta che ne parlava).
Dunque a novembre avremo la possibilità di respingere con il voto popolare una controriforma costituzionale che ne svuota totalmente il senso originario, consegnando – per il combinato disposto con la nuova legge elettorale chiamata Italicum – al partito che vincerà il ballottaggio il potere di occupare tutte le caselle dei poteri fondamentali (Parlamento e governo, più presidenza della Repubblica e composizione della Corte Costituzionale). Da sottolineare ancora una volta che questa “occupazione proprietaria” delle istituzioni avverrebbe a prescindere dalla percentuale effettiva di voti raccolta in rapporto alla popolazione (un partito che vincesse il primo turno con il 20% dei voti, con un’affluenza ai seggi poco superiore al 50%, si ritroverebbe la possibilità di “fare rubamazzo” istituzionale pur rappresentando soltanto il 10% degli aventi diritto al voto).
Il tutto, è sempre bene ricordare, in un contesto sovradeterminato – quanto a “programma politico” – dall’Unione Europea. Il governo “assolutistico” risultante da questa riforma, insomma, avrebbe l’unico compito di applicare pedissequamente le decisioni in materia economica e sociale prese dalla Troika (Ue, Bce e Fmi).
Una controriforma di stampo piduista, è stato più volte rilevato, perché molto simile (dettaglio più, dettaglio meno) a quella definita dal “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli.
Fonte
Diciamo che questa formula è quella voluta dal governo, infida e autopropagandistica. Tutte le voci indicate, che non sono neanche esaustive dei temi toccati dalla controriforma renziana, sembra porre in luce positiva le modifiche apportate dal percorso parlamentare.
In ogni caso, non c’è spazio per le recriminazioni. Ora il governo ha tra i 50 e i 70 giorni di tempo per fissare la data (è una sua prerogativa) a partire dal momento in cui il Presidente della Repubblica firmerà il decreto di indizione. L’arco di tempo utile varia (a seconda della data in cui Mattarella apporrà la firma) oscilla teoricamente tra il 2 ottobre e il 22 dicembre. Ma sembra quasi impossibile far rientrare la consultazione nel mese di ottobre (la campagna elettorale ufficiale dovrebbe cominciare praticamente ad agosto), così come possono essere scartate le domeniche in prossimità del Natale.
Andremo dunque alle urne a novembre, con ogni probabilità il 13, il 20 o il 27 (il 6 finirebbe a ridosso del ponte di inizio mese).
Com’è ormai noto, lo stesso Renzi ha deciso di personalizzare al massimo questo voto annunciando – quando si sentiva certo della vittoria del Sì – che in caso di sconfitta avrebbe abbandonato la vita politica. Man mano che i sondaggi hanno cominciato a illuminare una contrarietà crescente nell’elettorato, il “premier per caso” ha provato prima a ribaltare la frittata (accusando gli avversari di voler “personalizzare”!), poi di esporsi il meno possibile su questo tema (i sondaggi, infatti, peggioravano ogni volta che ne parlava).
Dunque a novembre avremo la possibilità di respingere con il voto popolare una controriforma costituzionale che ne svuota totalmente il senso originario, consegnando – per il combinato disposto con la nuova legge elettorale chiamata Italicum – al partito che vincerà il ballottaggio il potere di occupare tutte le caselle dei poteri fondamentali (Parlamento e governo, più presidenza della Repubblica e composizione della Corte Costituzionale). Da sottolineare ancora una volta che questa “occupazione proprietaria” delle istituzioni avverrebbe a prescindere dalla percentuale effettiva di voti raccolta in rapporto alla popolazione (un partito che vincesse il primo turno con il 20% dei voti, con un’affluenza ai seggi poco superiore al 50%, si ritroverebbe la possibilità di “fare rubamazzo” istituzionale pur rappresentando soltanto il 10% degli aventi diritto al voto).
Il tutto, è sempre bene ricordare, in un contesto sovradeterminato – quanto a “programma politico” – dall’Unione Europea. Il governo “assolutistico” risultante da questa riforma, insomma, avrebbe l’unico compito di applicare pedissequamente le decisioni in materia economica e sociale prese dalla Troika (Ue, Bce e Fmi).
Una controriforma di stampo piduista, è stato più volte rilevato, perché molto simile (dettaglio più, dettaglio meno) a quella definita dal “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli.
Fonte
05/08/2016
Perché Gelli cadde? Una interpretazione diversa
Gelli ha spesso indicato nel Pci e nella sinistra democristiana i mandanti dello scandalo
che avrebbe portato all’inchiesta dei magistrati milanesi e che, nel
1981, avrebbe portato allo scioglimento della Loggia. Non è detto che
questa ricostruzione sia del tutto sbagliata: d’altra parte, Pci e
sinistra Dc erano stati in più occasioni il bersaglio della sua azione
politica, per cui una reazione di quegli ambienti (al tempo abbastanza
potenti nel mondo della carta stampata) non sarebbe stata poi così
strana. Ma forse questo fu solo un elemento aggiuntivo e la spiegazione
principale fu un’altra di portata ben maggiore.
Iniziamo da una cosa: nel 1973
Gelli coglie il suo maggiore successo politico riuscendo a riportare al
potere in Argentina il generale Juan Peron (un’altra volta diremo come
andò questa che passò alla storia come “Operazione Gianoglio”).
Dopo quel clamoroso successo politico,
Gelli annunciò la costituzione del Organizzazione Mondiale Per
l’Assistenza Massonica: il suo gioco più spericolato. Sulla carta il
progetto avrebbe dovuto essere un organismo interprete della filantropia
massonica, soccorrendo le popolazioni in caso di disastri, aiutando i
paesi in via di sviluppo, ecc, ma che si proponeva anche come mediatore
di crisi internazionali, come punto di riferimento per gruppi di paesi,
come veicolo di accordi commerciali internazionali ecc.
E bisogna dire che non mancò un successo
iniziale: a parte l’ovvia disponibilità argentina, offrirono la loro
adesione al progetto gelliano il presidente egiziano Anwar Sadat, quello
liberiano William Toolbert il vice presidente ivoriano Anet Lilè
Clèment (tutti entrati nella P2). Nello stesso tempo, Gelli concludeva
lucrosi accordi commerciali con la Romania, mentre l’addetto culturale
presso l’Ambasciata in Italia, dott Ciobanu, aderiva alla P2.
A proposito della Romania forse è utile una parentesi:
nel 1968 il capo di fatto dell’Ufficio Affari riservati Federico
Umberto D’Amato (aderente alla P2) dette vita al club di Berna, il
coordinamento dei servizi di polizia occidentali. L’unico paese del
blocco orientale che aderì al coordinamento fu, appunto la Romania,
quel che fa sospettare che sia stato un qualche tramite massonico a
favorire la convergenza. Ma riprendiamo il discorso principale.
Dunque, un progetto che Gelli spesso
presentava come una sorta di interfaccia fra la P2 ed il mondo delle
personalità internazionali. Un progetto ambizioso, forse troppo
ambizioso.
È interessante notare come le resistenze
più nette vennero dalle gran Logge di Usa e Uk. Come si sa, i rapporti
fra le due massonerie di lingua inglese e quelle continentali ed, in
particolare, latine, non sono mai stati particolarmente felici e Gelli,
nonostante la sua conclamata fedeltà atlantica, apparteneva pur sempre
al mondo latino e doppiamente, per via dei suoi legami con la
liberomuratoria sudamericana. Per cui la sua iniziativa che puntava,
addirittura al riconoscimento dell’Onu come organismo diplomatico
internazionale (quel che, peraltro era riuscito ad ottenere da Fao ed
Unesco) rischiava di sconvolgere i complicati equilibri interni alla
Massoneria mondiale.
Per di più, l’Ompam,
iniziò ad attirare su di sé anche l’attenzione della magistratura.
Nella sua inchiesta sui sequestri di persona (iniziata nel 1974), il
dottor Vittorio Occorsio, giungeva al mega organismo gelliano con
l’arresto dell’autorevole esponente del club dei Marsigliesi, Albert
Bergamelli che lanciò un avvertimento: “siamo protetti da un grande
famiglia internazionale”. Pierluigi Occorsio iniziò a
sospettare che i proventi dei rapimenti (fra cui quello di Umberto
Ortolani, braccio destro di Gelli, ma che misteriosamente fu
sequestrato dallo stesso giro di criminalità organizzata) finissero a
finanziare la costituenda Ompam. Il 10 luglio 1976 Vittorio Occorsio
cadeva sotto una raffica esplosa dall’ordinovista Pierluigi Concutelli,
(Occorsio aveva indagato anche sul Movimento Politico Ordine Nuovo che
rivendicò l’attentato). L’inchiesta sull’Ompam si paralizzò, ma
quell’omicidio tirò addosso a Gelli ed alla sua creatura, una attenzione
che certamente non giovò al progetto.
In questo quadro venne la prima grande sconfitta politica di Gelli
a livello internazionale: il rifiuto dell’ambito riconoscimento da
parte dell’Onu. Sino a quel punto Gelli aveva scansato abilmente le
prove di forza da cui avrebbe potuto uscir perdente ed aveva fatto abile
uso dei successi (in particolare quello argentino) per accreditarsi
come uomo potentissimo, e l’alone di mistero che avvolgeva le origini di
questa potenza non faceva che accrescere la sua fama. A maggior ragione
l’insuccesso con il “palazzo di vetro” fu un tonfo clamoroso, certamente
non davanti all’opinione pubblica, che ne ebbe flebile sentore, ma
verso quegli ambienti della politica e della massoneria internazionale
di fronte ai quali uscì considerevolmente ridimensionato.
E qui possiamo collegare la vicenda Ompam alle questioni di casa nostra.
E’ poco probabile che Pci e Sinistra Dc avessero una capacità di
influenza tale da condizionare le decisioni del vertice delle Nazioni
Unite, verso il quale si immagina che abbiano potuto avere influenza
altre forze di rilievo internazionale e che, peraltro, avranno trovato
orecchie ben disposte, visto che il Segretario generale del momento era
Kurt Waldheim, lo stesso che abbiamo trovato, in divisa della Wermacht,
subire l’abile frode escogitata da Gelli per l’oro Jugoslavo. Se ne sarà
ricordato?
Peraltro, non c’è neppure dubbio che
Gelli sia andato incontro anche ad ostilità interne al mondo massonico.
Ad esempio molti giornalisti, al tempo, non ebbero grandissime
difficoltà a trovare “gole profonde” che dessero abbondanti informazioni
sul tema .
D’altra parte significa pure qualcosa
che, nell’immediatezza dello scandalo esploso con la perquisizione di
Castiglion Fibocchi, il Grande Oriente d’Italia abbia immediatamente
“mollato” la loggia non accennando neppure ad una difesa simulata (cosa
di cui si lamentano ancora simpatizzanti delle tesi gelliane).
Gelli, nelle sue memorie, non si è mai
soffermato molto sulla fine dell’Ompam e sul perché del suo scioglimento
che torniamo a dire, probabilmente ha avuto a che fare con dinamiche
internazionali che poi si intrecciarono con storie italiane.
Forse non è il caso di prendere troppo
sul serio le conclamate affermazioni di neutralità politica delle logge
massoniche, soprattutto quelle inglesi ed americane, che insistono sul
divieto posto dalle antiche costituzioni a discutere affari politici e
religiosi in Loggia. Non mancano esempi che lasciano intendere come la
politica forse non sia stata trattata sotto la volta delle logge, ma,
magari, nel vestibolo si. D’altra parte, se tanti Presidenti Usa hanno
cinto il rituale grembiule, una ragione ci sarà. Ma, ragionevolmente, i
massoni anglo americani sono stati sempre molto attenti ad evitare di
apparire come gruppo di pressione politico.
Il tentativo gelliano era troppo esplicitamente e direttamente politico e, peggio ancora, usava apertamente il nome della Massoneria per qualificare l’organismo progettato. E l’intreccio con alcuni terminali italiani fece il resto.
31/07/2016
Stazione di Bologna, 2 agosto 1980, la bomba con cui la destra vorrebbe rovesciare la storia dello stragismo
A pochi giorni dal trentaseiesimo anniversario della strage si torna a parlare della bomba, oltre venti chili di gelatinato e compound B, una micidiale miscela nascosta molto probabilmente in una valigia, che esplose alle 10.25 del 2 agosto 1980 nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Saltarono in aria circa 300 persone, 85 di queste morirono. Dopo una inchiesta molto discussa e un tormentato percorso processuale furono condannati come realizzatori materiali dell’orrenda carneficina, tre neofascisti appartenenti ai Nar: Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, minorenne al momento dei fatti (tutti già condannati per altre uccisioni). L’operato della procura bolognese fu caratterizzato da errori, l’uso di teoremi, il ricorso indiscriminato a ricostruzioni e piste aperte da pentiti, dovette anche confrontarsi con l’azione di depistaggio dei Servizi. Per l’inquinamento delle indagini vennero sanzionati Licio Gelli, Francesco Pazienza e due dirigenti del Sismi, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte.
Per ammissione stessa dei magistrati che hanno redatto la sentenza finale di condanna, le conclusioni processuali non sono riuscite a definire in modo soddisfacente quello che fu il movente della strage ed individuarne i mandanti. Una indeterminatezza che ha lasciato aperte ipotesi e discussioni su piste alternative, scenari diversi che si sono sostituiti col passar dei decenni e delle maggioranze politiche. Negli anni '90 si è discussa l’ipotesi che la bomba alla stazione fosse stato un diversivo per distogliere l’attenzione dalla strage di Ustica: l’abbattimento, la sera del 27 giugno dello stesso anno, dell’aereo di linea Itavia che trasportava 81 persone sulla linea Bologna-Palermo. Disastro causato da una vera e propria azione di guerra aerea che vide jet militari Nato attaccare alcuni Mig libici che utilizzavano (autorizzati segretamente dalle autorità italiane) il “cono d’ombra” dell’aereo civile come schermo per traversare indisturbati i cieli del Tirreno di pertinenza Nato.
A partire dal 2000, su iniziativa della destra, si è imposta all’attenzione la cosiddetta “pista palestinese” che aggiornava la “pista mediorientale”, ipotizzata negli anni '80 da alcuni ambienti politici democristiani (Zamberletti), convinti della responsabilità del colonnello Gheddafi, di cui si sospettava la reazione per un accordo di protezione che l’Italia aveva concluso con Malta. La pista palestinese, a causa della sua strutturale fragilità (un movente inconsistente e indizi striminziti rispetto a quelli della pista neofascista), ha sempre avuto dei contorni incerti e varianti successive (dalla rappresaglia all’esplosione accidentale durante un trasporto di esplosivo) elaborati di volta in volta per colmare palesi incongruenze e gigantesche illogicità, per non citare l’assenza di riscontri.
A detta dei suoi sostenitori, oltre a membri della resistenza palestinese, vedeva coinvolti militanti della sinistra rivoluzionaria tedesca, almeno una delle vittime della strage, ed avrebbe persino lambito gli ambienti della lotta armata italiana.
Nelle intenzioni dei suoi fautori, infatti, essa costituiva un vero e proprio capovolgimento di paradigma storico, una sorta di risarcimento simbolico che in qualche modo doveva riequilibrare e riabilitare in forma vittimistica l’immagine della destra italiana macchiata dall’infamia indelebile per il ruolo avuto nella lunga stagione delle stragi, da piazza Fontana all’Italicus.
Nonostante l’importante campagna politico-mediatica dispiegata attorno a questa pista nell’ultimo decennio, il flusso incontrollato di documenti provenienti dagli ex archivi dell’Est, a volte inattendibili, in altre circostanze male utilizzati, i lavori molto discutibili della commissione Mitrokhin, l’azione di quella che può definirsi l’attività di una “agenzia di disinformazione e depistaggio” non ha prodotto risultati efficaci sul piano giudiziario: «Inserita all’interno di una cornice terroristica internazionale e suggestivamente intrecciata ad un groviglio di fatti storicamente accertati o meramente ipotizzati – concludeva il pm Ceri nella sua richiesta di archiviazione dell’inchiesta bis sulla strage, accolta dal Gip Giangiacomo – la pista palestinese ha rivelato una sostanziale inidoneità a fornire una complessiva spiegazione delle vicende della strage di Bologna».
Più fruttuosi sono stati invece i risultati sul piano del senso comune, dove il battage vittimistico del neofascismo e il paradigma rovescista messo in piedi dalla destra, che attribuiva per la prima volta le responsabilità di una strage, la più grande mai vista in Italia, ai “rossi”, grazie anche alla congiuntura favorevole del ventennio berlusconiano, ha riscontrato maggiore successo facendo breccia goebelsianemente in quella che possiamo definire la “percezione storica” del Paese.
Nella prossima puntata torneremo su alcune questioni recentemente sollevate dai sostenitori della pista palestinese, soprattutto – poiché questo è il vero tema – esamineremo la tecnica distorsiva e manipolatoria da loro utilizzata per dare vita ad una narrazione vittimistica e falsificatoria sulla strage.
1/continua
Precedenti puntate sull’argomento
0. Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
1. Puntata, L’ultimo depistaggio, la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi
2. Puntata, Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980
3. Puntata, Strage di Bologna, Mauro Di Vittorio viveva a Londra tra ganja, reggae, punk, indiani d’India e indiani metropolitani
4. Puntata, Cutolilli, Di Vittorio non deve dimostrare la sua innocenza è Raisi che deve giustificare le sue accuse
5. Accuse contro Mauro Di Vittorio, Paradisi e Pellizzaro prendono le distanze da Enzo Raisi ma non convincono affatto
6. puntata, ecco i documenti di Mauro Di Vittorio di cui Raisi negava l’esistenza
Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Raisi, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci
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