Davvero l’ex esponente socialista e l’allora ministro degli interni Francesco Cossiga seppero della morte di Moro diverse ore prima del rinvenimento del suo cadavere in via Caetani?
Davvero Claudio Signorile e l’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga, il 9 maggio 1978, seppero della morte di Aldo Moro diverse ore prima del rinvenimento del suo cadavere in via Caetani?
È solo uno dei tanti elementi del servizio di Report di domenica scorsa sul rapimento e l’uccisione dello statista democristiano da parte delle Brigate rosse, ma è forse quello più suggestivo, tra le miriadi di dubbi, zone d’ombra e presunti misteri su cui dopo decenni si discute ancora oggi, a oltre 45 anni dai fatti.
Tutto ruota attorno a una questione sostanziale: quell’agguato, quel rapimento e quell’uccisione furono tutta farina del sacco brigatista? Oppure vi fu chi “diresse” (o “facilitò”) quell’operazione? E, seguendo questa ipotesi, chi? Servizi segreti, P2, Cia, Kgb, Mossad: da questa maionese impazzita nessuno è stato lasciato fuori. Ma la giustizia ha da anni chiuso la partita, attraverso più processi. E neppure le due inchieste ancora aperte a Roma, condotte dalla procura ordinaria e da quella generale, sembrano fare passi in avanti.
Nel frattempo si è fatto strada un inesauribile filone di pubblicazioni in controtendenza con quanto è stato appurato nelle Corti d’assise. E oltre ai processi ci sono le commissioni parlamentari d’inchiesta. A una prima, specifica, istituita nel 1979 e che chiuse i propri lavori nel 1983 (gli atti sono contenuti in centotrenta volumi, ognuno dei quali composto mediamente da svariate centinaia di pagine), in anni recenti se n’è aggiunta una seconda, la cui documentazione pure consta di migliaia di carte.
Anche commissioni d’inchiesta istituite su altri temi (stragi, P2, Mitrokhin, Antimafia) di Moro si sono lungamente occupate. Aggiungete a tutto questo più opere cinematografiche, una moltitudine di inchieste giornalistiche sulla stampa o in tv, romanzi di para-fiction, opere teatrali... E poi i dibattiti in rete, in cui si discute senza sosta su particolari più o meno rilevanti della vicenda.
La perizia balistica del 2016 che Report non cita
Lo spazio non consente di riprendere qui punto per punto le mille suggestioni di Report, basate principalmente sui lavori della commissione Moro 2, quella presieduta da Giuseppe Fioroni.
Nella trasmissione, a un certo punto, è però stato detto che mai sono state eseguite perizie balistiche aggiornate rispetto a quelle di oltre quarant’anni fa. Lo si diceva a supporto dell’ipotesi secondo cui a sparare il 16 marzo 1978 in via Fani non sarebbero stati solo quattro brigatisti (Fiore, Morucci, Gallinari e Bonisoli), ma anche un altro paio, finora sconosciuti.
E che lo avrebbero fatto non da sinistra, come nella ricostruzione fin qui accreditata, bensì da destra. Ebbene, proprio la Moro 2 si è invece giovata nel 2015 di una perizia balistica compiuta dalla polizia scientifica. E i risultati, che avvalorano la versione brigatista, sono stati recepiti nella stessa relazione del presidente Fioroni conclusiva dell’attività di quell’anno.
Dubbi sull’uso di una moto nell’azione. Le bugie del testimone Marini e il parabrezza mai attinto da colpi di mitraglietta
Non solo. Sempre nella relazione, si sottolineano «due acquisizioni» raggiunte dalla polizia scientifica: «La prima riguarda la scoperta che il parabrezza di Marini non è stato attinto da colpi d’arma da fuoco come finora si è creduto».
E si tratta di quell’ingegnere a bordo di uno scooter che sarebbe stato preso di mira da due motociclisti in fuga da via Fani: vicenda del tutto destituita di fondamento, come lo stesso Marini dovette ammettere in un verbale ancora nel 1994. Il che, per inciso, pone in discussione l’esistenza stessa di quella motocicletta, della cui presenza in via Fani parlarono solo tre degli oltre trenta testimoni a suo tempo messi a verbale.
Nessun superkiller
Ancora, sempre citando Fioroni: «Il secondo punto acquisito dalla polizia riguarda la messa in crisi dell’idea che a via Fani abbia operato un super killer. È vero infatti che vi fu una bocca di fuoco che sparò da sola quarantanove colpi, ma è stato dimostrato che ciò avvenne con una precisione non particolarmente elevata (da quell’arma soltanto sei colpi andarono a bersaglio, attingendo l’agente Iozzino)».
Altro che super killer. Il fatto che poi quella perizia sia stata «oggetto di un’attenta analisi critica da parte di alcuni componenti della Commissione», come scrive Fioroni, conferma una volta di più che anche elementi scientifici possono servire per tirare acqua al proprio mulino.
La prigione di Moro fu una sola
Altra questione ampiamente analizzata da Report: davvero Moro è stato tenuto prigioniero nell’appartamento di via Montalcini 8? È stata citata una mezza dozzina di possibili covi alternativi, dei quali pure si parla da anni. Si può però davvero pensare che le Brigate rosse abbiano spostato l’ostaggio più volte nella Roma militarizzata di quelle settimane? Ma soprattutto: perché farlo se davvero le Br erano protette da entità indicibili?
Signorile da Cossiga e la questione dell’ora
Si diceva però di Signorile. La sua presenza nell’ufficio di Cossiga la mattina del 9 maggio è circostanza da tempo nota. Ma davvero al ministro la notizia della morte di Moro arrivò molto prima della telefonata con cui Morucci, alle 12:13, diede notizia al professor Tritto, assistente di Moro, che lo statista era stato ucciso e di dove si sarebbe potuto ritrovare il corpo? Rivedendo Report, ci si accorge che a dire «le 9:30-10» non è Signorile, bensì l’intervistatore.
Signorile peraltro lo lascia parlare senza interrompere, quindi di fatto conferma. Se così fosse, lo capite, si aprirebbero scenari vertiginosi – pure sviluppati da Report – su cui da anni la cosiddetta dietrologia non si è risparmiata. Qui il punto riguarda la validità delle testimonianze orali, soprattutto quelle di coloro avanti con l’età e rese a tanti anni dai fatti su cui la memoria viene sollecitata.
Inoltre, l’impossibilità di riscontrare tali testimonianze con tutti i protagonisti (in questo caso Cossiga). Anche perché l’orario dell’alert al ministro – si scopre rileggendo le tante dichiarazioni di Signorile – è ballerino. Come pure la rilevanza che diede alla questione l’esponente socialista.
Già nel 1980 (commissione Moro 1) Signorile raccontò quella mattina, collocando l’avviso a Cossiga della morte di Moro alle 11: orario inconciliabile con i fatti accertati. Nessuno dei parlamentari però pensò di chiedergli maggiori dettagli sul punto (e della commissione faceva parte pure il comunista Sergio Flamigni, da sempre capofila di chi non crede alle versioni “ufficiali”), probabilmente pensando che Signorile con quell’orario intendesse quello dell’appuntamento con Cossiga al Viminale.
Davanti alla Corte d’assise di Roma invece, nel 1982 in un lungo interrogatorio come testimone, Signorile non sfiorò minimamente la questione di quello strano orario. E anche nel 1999, davanti alla commissione Stragi (quella presieduta da Pellegrino), nuovamente nessun accenno: eppure non si trattava di una questione banale.
Poi, nel gennaio 2010 ne riparlò in una intervista all’Ansa: «Dopo pochi minuti che ero nella sua stanza, erano le 10 e mezzo-11, sentiamo l’altoparlante della centrale operativa, annunciare che la nota personalità era stata ritrovata al centro di Roma», disse a Paolo Cucchiarelli (autore di più libri a cui si è ispirato il servizio di Report). Non risulta che Cossiga abbia smentito.
Ma neppure che qualcuno ne abbia mai chiesto conferma all’allora senatore a vita. Tre anni più tardi (ma attenzione: Cossiga nel frattempo era morto, nell’agosto 2010), parlando con l’Huffington Post, Signorile tornò sulla questione: e collocò invece a mezzogiorno l’allarme a Cossiga. Mentre nel 2020, in una lunga intervista al Corriere della Sera (e l’intervistatore era Walter Veltroni), ecco ancora una volta il racconto di quella mattinata al Viminale. Ma senza alcun riferimento (e relativo sospetto) all’orario in cui Cossiga fu avvisato.
Nel frattempo Signorile era stato sentito anche dalla commissione Moro 2, il 12 luglio 2016: «Io vi sto testimoniando la telefonata vera, quella cioè della questura che chiama il ministro dell’Interno», disse. E all’allora senatore Miguel Gotor, che indicava come orario le 11, rispose: «Più o meno a quell’ora, sì».
L’artificiere Raso e Signorile si smentiscono a vicenda
Va detto che nel 2012 era stato pubblicato un libro di memorie dell’artificiere che intervenne quella mattina in via Caetani, Vitantonio Raso, il quale ha sostenuto di essere arrivato lì tra le 10:30 e le 10:45. E di aver parlato con Cossiga, che era già presente in strada. Peraltro non c’è traccia di sue relazioni di servizio.
Le affermazioni di Raso, per inciso, contrastano con quelle di Signorile: se Cossiga stava già in via Caetani, come poteva essere alla stessa ora con Signorile al Viminale? La procura di Roma, comunque, a suo tempo incriminò Raso per calunnia. E della cosa non si è più sentito parlare.
Che cosa ci dice tutto questo? Quanto meno che quell’orario non è riscontrato (né è più riscontrabile).
Gli orari della centrale operativa dei carabinieri
D’altra parte, il registro delle comunicazioni telefoniche della legione Roma dei Carabinieri di quel giorno attesta alle 13:50 il rinvenimento del cadavere nella R4 rossa, alle 13:59 la sua identificazione e dalle 14:01 in poi l’informazione a tutte le autorità, a partire dalla Presidenza della Repubblica. Ce n’è insomma abbastanza per prendere la cosa (assieme a molte altre) con tutte le molle possibili.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/01/2024
11/05/2023
“Lodo Moro” e accordi segreti fra Italia e Israele
Nell’Italia della Prima Repubblica la politica estera e quella interna erano strettamente interconnesse ed è stata la Guerra Fredda fra il blocco dell’Est e quello dell’Ovest, «vale a dire l’impossibilità di uno scontro aperto tra forze nemiche, che ha consentito all’Italia di essere al tempo stesso alleata e “neutrale”, cobelligerante e nonbelligerante» (pag.11, di “Guida alla politica estera italiana”, di Sergio Romano, casa editrice Rizzoli, Milano, prima edizione febbraio 1993).
Dall’epoca della Grande Guerra Impossibile si è passati «a quella, ben più pericolosa delle molte guerre possibili. Gli avvenimenti di cui siamo stati testimoni fra il 1989 e il 1992, dalle vicende del Golfo alla dissoluzione della Jugoslavia, dimostrano che la politica estera italiana (...) è morta» (pag.12, ibidem).
La politica estera italiana era invece viva, almeno in parte, durante la Prima Repubblica e soprattutto negli anni ’70 e ’80.
A quel tempo, l’Italia sarebbe stata filo-araba e antisraeliana e ciò «fu dimostrato (…) dai suoi rapporti, prima informali poi ufficiali, con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, sino all’udienza che il Presidente della Repubblica e il Ministro degli Esteri dettero al suo leader Yasser Arafat, nel settembre del 1982» (pag. 155, ibidem).
Su quest’ultima questione, Sergio Romano è però contraddittorio rispetto alle proprie tesi precedentemente riferite. In quegli anni, l’Italia da un lato era alleata degli Stati Uniti d’America, del blocco occidentale e di Israele e dall’altro manteneva i margini della propria autonomia relativa nel rispetto delle risoluzioni dell’Onu e, su questa base, appariva molto diplomatica verso i paesi del “socialismo reale” e soprattutto verso i paesi e i popoli del Medio Oriente e del Nord Africa.
In questo senso, è sbagliato ritenere che l’Italia di allora, peraltro attraversata da significativi conflitti fra le classi sociali, fra le generazioni e fra le consorterie politico-affaristiche, rischiasse di finire sotto l’orbita di Mosca e che fosse caratterizzata da una netta divisione fra “filo-arabi” e “filo-israeliani” e da una vera e propria egemonia dei primi.
A quel tempo, i dirigenti neofascisti del Movimento Sociale Italiano, che cercavano di presentarsi come i più fedeli difensori della Nato e dell’ideologia anticomunista, accusavano i governanti di spianare la strada a un possibile governo di sinistra o al “compromesso storico” fra il PCI e la DC e di essere contro Israele.
In realtà, quell’accusa costituiva una specie di illusione ottica.
L’eventualità di un governo di sinistra era preventivamente rifiutata dal PCI di Berlinguer fin dall’autunno del 1973 e la connessa strategia del “compromesso storico”, nata proprio in quel periodo, non riuscì mai a permettere che qualche dirigente del PCI facesse parte del Consiglio dei Ministri di un governo della Prima Repubblica e, da questo punto di vista, si risolse in un completo fallimento.
La verità è molto più semplice: dopo le elezioni del 1948 e l’adesione dell’Italia alla Nato del 1949, i governanti italiani condussero una politica interna dialogante col PCI, sia pur con alterne vicende e perfino con momenti di dura conflittualità, come successe nel luglio del 1960 col governo Tambroni, ma esclusero sempre la possibilità dell’ingresso dei dirigenti o dei “tecnici” del PCI nel governo.
E, nella sostanza, prendevano in eredità molti tratti culturali, giuridici, amministrativi e politici dal ventennale regime monarchico-fascista (ad esempio, mantenendo il codice penale del 1930 e riciclando molti dei precedenti funzionari degli apparati burocratici e militari dello Stato) e portavano avanti una politica estera contraddistinta da un atlantismo con alcuni spazi di autonomia, cioè da un atlantismo con “la schiena dritta” e non del tutto servo.
Nel quadro di quel tipo di politica interna, in cui il potere della DC logorava il PCI, un partito in transizione fin dai primi anni ’70 dall’orbita dell’URSS a quella degli USA passando per “l’eurocomunismo”, e di quel tipo di politica estera, alleata e “neutrale”, cobelligerante e nonbelligerante, “filo-israeliana” già dai tempi di De Gasperi (DC) e di Pietro Nenni (PSI) e poi anche “filo-araba” con i successivi dirigenti della DC (Rumor, Moro, Andreotti) e del PSI (Craxi), nacque il cosiddetto «lodo Moro», che la ricerca storica deve studiare chiamandolo in modo più che preciso, tenendone ben presente il contesto e dando il giusto peso a fatti e parole. Cioè senza mai far prevalere le seconde sui primi.
In caso contrario, ad esempio facendo confusione fra la realizzata formula governativa della “solidarietà nazionale” (1976-1979) – un evento del tutto compatibile con la presidenza Usa di Jimmy Carter e le linee guida della Commissione Trilaterale – e il mai realizzato“compromesso storico”, teorizzato da Enrico Berlinguer, e ignorando la paradossale ed equilibrata unità nella politica estera italiana delle tendenze “filo-arabe” e di quelle “filo-israeliane”, si giungerebbe ad accusare Moro, in maniera tanto dietrologica quanto falsa, di aver favorito i nemici dell’Occidente, della Nato e di Israele.
Lo stesso «lodo Moro» resterebbe una leggenda, come quella di chi ne coniò il termine allo scopo di creare la “pista palestinese” rispetto alla strage di Bologna del 2 agosto 1980, per altro senza mai assumersene la responsabilità di fronte ai giudici competenti.
La locuzione «lodo Moro» senza le virgolette è del tutto infondata
«(….) Francesco Cossiga utilizzò l’espressione «lodo Moro» una prima volta, il 20 luglio 2005, in una missiva indirizzata al deputato di Alleanza nazionale Enzo Fragalà, e poi in un’intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo sul «Corriere della Sera» nel 2008» (pag. IX di “Il «lodo Moro». Terrorismo e ragion di Stato. 1969-1986” di Valentine Lomellini, Editori Laterza, Bari-Roma, prima edizione gennaio 2022).
La locuzione «lodo Moro», essendo priva di criteri scientifici, cioè di analisi scrupolose, documentate e logiche, può essere usata quindi solo con le virgolette.
Senza queste ultime deve necessariamente essere invece trasformata: parlare di ‘lodo Italia’, come ha proposto Valentine Lomellini per designare gli accordi segreti dell’Italia sia con le controparti palestinesi che con paesi arabi “sponsor” del “terrorismo arabo-palestinese” – come Iraq, Libia e Siria – è un significativo passo in avanti, perché oltre a Moro coinvolse anche altri personaggi politici del calibro di Rumor, Andreotti e Craxi. Ma in ogni caso non va inteso come lodo isolato fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi.
Parallelamente è infatti opportuno parlare degli accordi segreti fra Italia e Israele in relazione ai rapporti diplomatici occulti e informali fra lo stato italiano e quello israeliano che, iniziati negli anni ’50, sono poi stati rinnovati in seguito.
In questo modo possiamo relativizzare sia gli accordi segreti degli anni ’70 e ’80 fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi, sia gli accordi segreti di lunga durata e, in sintesi, di valenza strategica, fra l’Italia e lo stato israeliano.
Fatte queste precisazioni, passiamo ad analizzare la genesi del «lodo Moro» che, fra l’altro, è quello su cui ci sono fin troppe analisi prive di fondamento.
La nascita del «lodo Moro»
La “guerra dei sei giorni”, combattuta dal 5 al 10 giugno 1967, terminò con la conquista israeliana della penisola del Sinai e della Striscia di Gaza a danno dell’Egitto, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est a svantaggio della Giordania, nonché delle alture del Golan a discapito della Siria.
Subito dopo tale esito, quella brevissima guerra si configurò come un evento dagli effetti politici molto duraturi. Da un lato indebolì la forza dei paesi arabi e l’influenza dell’URSS nel Medio Oriente; dall’altro provocò nuove polemiche e divisioni fra gli arabi, spinse l’OLP a diventare più autonoma rispetto a prima, favorì l’estensione territoriale israeliana e fece costituire un’alleanza strategica fra gli USA e Israele. Uno Stato, quest’ultimo, che così divenne l’avamposto statunitense nella regione; cioè una novità politica da rispettare e difendere da parte di tutti i paesi del blocco occidentale.
In quel nuovo quadro del sistema degli Stati nacque la risoluzione n. 242, adottata il 22 novembre 1967 dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con la quale si puntava a contrastare l’allargamento territoriale di Israele e a ristabilire i confini esistenti prima della “guerra dei sei giorni”.
Israele invece, lungi dall’accettare quella risoluzione, mantenne il controllo dei territori occupati e decise di riunificare Gerusalemme annettendo la parte orientale. In questa situazione, i palestinesi si sentirono così tanto frustrati e delusi che qualche mese dopo, cioè nel 1968, iniziarono un periodo di attentati al di fuori dello stesso Israele.
A sua volta, nel volgere di pochi anni, questa situazione si aggravò per tutte le organizzazioni e istituzioni dell’area medio-orientale e si determinarono conflitti perfino fra le forze arabe.
Nel settembre 1970, dopo il dirottamento di quattro aerei nell’aeroporto di Zarqa (dove furono poi fatti esplodere), re Hussein di Giordania, forte del sostegno statunitense, israeliano e britannico, scatenò una repressione militare nel proprio territorio contro i palestinesi lì residenti.
La Siria e l’URSS, avendo fatto rispettivamente poco o nulla, non riuscirono a contrastare tale offensiva. L’Egitto non si mosse a sufficienza per dare una soluzione politica a quel conflitto. Molti palestinesi, in quel contesto, furono costretti a lasciare la Giordania e alcuni di loro diedero vita all’organizzazione clandestina “Settembre Nero”.
Da uno scenario internazionale e medio-orientale pieno di sangue e cinismo nacque il gruppo palestinese denominato “Settembre Nero”, in riferimento alla repressione giordana.
Fra le azioni militari compiute da questa organizzazione, due ebbero come epicentro l’Italia ed esse, lo diciamo soltanto per inciso, dimostrarono subito che il “terrorismo palestinese”, lungi dall’essere “motore del terrorismo internazionale”, come invece ritiene lo studioso di storia contemporanea Gianluca Falanga (pag. 81 di “La diplomazia oscura. Servizi segreti e terrorismo nella Guerra fredda” di Gianluca Falanga, Carocci editore, Roma, 2021), aveva dei criteri culturali e dei modelli operativi molto diversi rispetto a quelli di organizzazioni europee come le Brigate Rosse, la RAF l’IRA e l’ETA.
Negare questa evidenza, come se fra l’altro non ci fossero stati fatti politici come il big-bang del 1968, le lotte dell’operaio-massa, la messa in pratica della parola d’ordine di Che Guevara di “creare due, tre, molti VietNam” e l’esperienza di movimenti guerriglieri metropolitani come i Tupamaros dell’Uruguay e l’Ejército Revolucionario del Pueblo (ERP) dell’Argentina, non è un buon servizio a favore della ricerca storica.
Cerchiamo allora di conoscere i fatti, perché essi parlano da soli!
Il 4 agosto 1972 ci fu un attentato contro i serbatoi di stoccaggio del petrolio greggio situati presso la località di Mattonaia, a San Dorligo della Valle, in provincia di Trieste, che provocò gravi danni ambientali con l’inquinamento dell’atmosfera e del sottosuolo.
In seguito, il 16 agosto 1972, si verificò invece il tentativo di far esplodere un Boeing 707 della compagnia israeliana El Al, partito da Fiumicino e diretto a Tel Aviv con 140 passeggeri a bordo, che fu costretto a rientrare all’aeroporto romano dopo lo scoppio di un ordigno nella stiva. Dato che quest’ultima era stata blindata per precauzione e all’insaputa degli attentatori, l’aereo non precipitò e i danni non furono ingenti.
Come poi si seppe, “l’esplosivo era nascosto in un mangianastri portato inconsapevolmente nell’aereo da due ignare ragazze inglesi alle quali era stato regalato da due giovani arabi che avevano conosciuto a Roma nei giorni precedenti. I due (Zaid Ahmed e Adnan Ali Hussein), grazie alla testimonianze delle ragazze, vennero arrestati alcuni giorni dopo dalle forze di sicurezza italiane. Nonostante l’imputazione fosse gravissima, però, il 13 febbraio 1973 furono scarcerati.”
Precisato che il motore delle vicende storiche è, in ultima analisi, la lotta fra i gruppi e le classi sociali, come per altro pensava un certo Karl Marx, andiamo avanti.
Secondo Giacomo Pacini, la scarcerazione dei due giovani arabi fu preparata da un rapporto informativo che, in data 17 dicembre 1972, il SID aveva inviato al Ministero dell’Interno e secondo il quale sarebbero stati in atto dei colloqui riservati e non ufficiali coi vertici di “varie, note organizzazioni, in aderenza ai nostri interessi” e che nel quadro dei questi colloqui “veniva considerato, in particolare, il problema concernente i due guerriglieri arabi attualmente detenuti in carcere italiano”.
Sedicenti “interlocutori qualificati”, infatti, avevano chiesto che ai due fosse assicurato il massimo benessere, esaminando anche la possibilità di porli in condizione di disporre di somme di denaro e soprattutto di esaminare la possibilità “di conseguire la massima celerità nello svolgimento degli atti di competenza della magistratura (...)” (vedasi il link precedente).
Il fallito attentato finì nel dimenticatoio e lo stessa cosa capitò in merito alla rapida scarcerazione dei due giovani arabi.
Un’altra e ben più famosa azione di “Settembre Nero” ci fu invece il 5 e il 6 settembre 1972 ed avvenne a Monaco di Baviera in occasione delle Olimpiadi.
“All’alba del 5 settembre 1972 un commando di otto fedayn penetrò nel villaggio olimpico e prese d’assalto gli alloggi della squadra israeliana, uccidendo subito due atleti e prendendone in ostaggio altri nove. In cambio della loro liberazione i terroristi richiesero l’immediata scarcerazione di oltre 200 prigionieri palestinesi e dei “compagni di lotta” tedeschi Andreas Baader e Ulrike Meinhof.
Per la prima volta nella storia, la tragedia si consumò in diretta televisiva. Dopo una giornata di trattative, i sequestratori ottennero di essere trasferiti con gli ostaggi nella base aerea di Furstnfeldbruck. Un maldestro tentativo di liberazione intrapreso dalla polizia tedesca provocò la morte di tutti gli atleti sequestrati, assassinati dai terroristi a bordo degli elicotteri sui quali erano stati caricati. Nello scontro a fuoco trovarono la morte anche cinque fedayn e un poliziotto tedesco” (pag. 82 di “La diplomazia oscura. Servizi segreti e terrorismo nella Guerra fredda” di Gianluca Falanga, Carocci editore, Roma, 2021).
La successiva operazione “Ira di Dio”, lanciata ufficialmente a scopo vendicativo e su scala internazionale dal governo israeliano, diretto a quel tempo dalla signora Golda Meir, contribuirono a far sviluppare il conflitto israelo-palestinese anche in Italia.
Non a caso, il primo teatro dell’operazione “Ira di Dio” fu Roma.
Qui, il 16 ottobre 1972, due uomini del Mossad, il servizio segreto israeliano, piazzarono dodici pallottole Beretta calibro 22 nel corpo del palestinese, nato trentotto anni prima a Nablus, Wael Zwaiter che secondo Israele avrebbe avuto la responsabilità nell’organizzazione del fallito attentato di due mesi prima sul Boeing 707 della compagnia israeliana El Al (vedasi: pag. 191 e 192 di “Mossad. Le più grandi missioni del servizio segreto israeliano” di Michael Bar-Zohar e Nissim Mishal, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2014).
Otto mesi dopo l’uccisione di Wael Zwaiter, precisamente il 17 giugno del 1973 e nella romana piazza Barberini, si verificò la deflagrazione accidentale di una Mercedes 200 carica di esplosivo e ciò provocò il ferimento di due arabi che vi si trovavano a bordo (Abdel Hamidi Shilj, 28 anni, con passaporto giordano, e Abdel Hadi Nakaa, 34 anni, con passaporto siriano).
Subito dopo quest’ultimo evento, l’ambasciatore statunitense John Volpe criticò lo Stato italiano. Secondo il suo rapporto inviato a Washington, la “politica antiterroristica” dell’Italia si basava «sul coordinamento con gli altri Paesi europei, intese informali con i fedayin e gli israeliani, la disponibilità a pagare riscatti quando siano in gioco vite umane, dando la precedenza alla sicurezza nazionale» (vedasi “Nixon: «L’Italia troppo amica di arabi e cinesi»” di Angelo Bitti, Corriere della Sera del 16/5/2004).
Per l’ambasciatore statunitense l’Italia «continuerà ad appoggiare le nostre misure internazionali, ma con espedienti che le consentano di soddisfare le sue esigenze interne e non ledano i suoi rapporti con gli arabi e Israele» (ibidem, Corriere della Sera del 16/5/2004).
Sulla base delle informazioni da lui ricevute dai servizi segreti italiani, gli attentatori nel territorio italiano «non appartengono alle grandi organizzazioni palestinesi, che si sono impegnate a non colpirla, ma sono schegge impazzite» (ibidem, Corriere della Sera del 16/5/2004). Inoltre l’Italia «tollera operazioni antiterroristiche israeliane sul suo territorio» (ibidem, Corriere della Sera del 16/5/2004).
Queste osservazioni di John Volpe, espresse quando il governo italiano in carica era quello denominato ‘Andreotti II’ (26/6/1972 – 7/7/1973), denotano l’esistenza di una palese contraddizione della politica estera italiana. Le intese informali dello Stato italiano “con i fedayin e gli israeliani” fanno ancora parte di una strategia che, essendo composta da accordi segreti privi di interdipendenze regolatrici, non riesce ad evitare le attività sanguinarie degli uni e degli altri nel Bel Paese.
La gestazione e la nascita di un diverso approccio strategico – quello che chiamiamo “lodo” fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi – si hanno invece con i due governi successivi, il Rumor IV (7/7/1973 – 14/3/1974) e il Rumor V (14/3/1974 – 23/11/1974), quando in entrambe le circostanze Aldo Moro è Ministro degli Esteri.
Il lodo fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi, in base al quale per diversi anni viene garantita una tregua israelo-palestinese sul territorio italiano, nasce infatti dopo una serie di eventi specifici verificatisi dall’estate del 1973 ai primi mesi del 1974.
Tanto per essere più chiari, vediamone alcuni fra i più rilevanti.
Partiamo dalla Norvegia.
Il 21 luglio 1973, nella città di Lillehammer, il cameriere marocchino Ahmed Bouchiki, considerato erroneamente un “terrorista palestinese”, viene ucciso in strada da una squadra del Mossad mentre sta tornando a casa dopo il cinema insieme alla moglie norvegese incinta. Nei giorni successivi la polizia riesce però a catturare sei degli agenti segreti israeliani partecipanti a quell’operazione e la notizia fa subito il giro del mondo.
Passiamo all’Italia.
Il 13 agosto 1973, durante il quarto governo Rumor, si viene a sapere ufficialmente della scarcerazione di alcuni arabi: “Il giudice istruttore Giuseppe Pizzuti, su richiesta degli avvocati difensori, ha concesso la libertà provvisoria ai due arabi proprietari della «Mercedes» che il 17 giugno scorso, saltò in aria a piazza Barberini per l’esplosione di alcuni ordigni nascosti sulla vettura. Gli imputati – Abdul Shiblj, giordano, e Abdel i Nakaa, siriano – sono stati assegnati al soggiorno obbligato.
I due si trovavano a bordo della «Mercedes» con targa tedesca, la mattina del 17 giugno, quando la vettura saltò in aria incendiandosi ed essi rimasero feriti. Secondo i loro avvocati difensori sono vittime di un attentato. Scarcerati anche i due arabi arrestati, nell’aprile scorso, all’aeroporto dl Fiumicino, dopo essere stati sorpresi con sei bombe a mano e due pistole. I due – Gholan Mirzaga e Shirazl Bahrami Risa – erano stati condannati a 4 anni ciascuno” (“Esplosione di piazza Barberini: in libertà i due arabi”, Unità, pagina 8 di Roma-Regione, del 14 agosto 1973).
In seguito, precisamente il 5 settembre, a Ostia viene arrestato Ghassan Avienehmed Al Hadith, nella cui abitazione presa in affitto vengono trovati due missili terra-aria, e nel centro di Roma, all’hotel Atlas di via Rasella, sono arrestati Gabriel Khouri, Amin el Hindi, Mahmoud Nabil Mohamed e Al Tayeb Al Fergani.
I cinque arabi, oltre ad essere accusati di detenzione aggravata di armi e falso in documenti, sono sospettati di aver introdotto in Italia delle armi da guerra e di voler compiere un attentato ad un aereo della El Al in decollo da Fiumicino.
Questo episodio, come si saprà molti anni dopo, è l’esito di una trappola orchestrata da Ashraf Marwan, un diplomatico egiziano che fa la spia per conto del Mossad.
A febbraio del 1973, nel Sinai, alcuni caccia israeliani avevano abbattuto un aereo civile libico provocando la morte di centinaia di persone. A quel punto il leader libico “Gheddafi giurò vendetta. (…) Il presidente Sadat aveva deciso di dare manforte alla Libia e aveva incaricato Marwan di far avere ai terroristi due missili Strela di fabbricazione sovietica. Marwan inviò i due terra-aria a Roma con la valigia diplomatica.
A Roma li caricò sulla sua auto, incontrò Al-Hindi in un lussuoso negozio di scarpe di via Veneto, acquistò due grandi tappeti, se ne servì per avvolgere i due missili e li trasportò personalmente in metropolitana fino al covo dei terroristi in città. I terroristi si prepararono a lanciare i missili, ignari del fatto che Marwan aveva già allertato il Mossad, che a sua volta aveva avvertito gli italiani” (pag. 228 e 229 di “Mossad. Le più grandi missioni del servizio segreto israeliano”, di Michael Bar-Zohar, Nissim Mishal, editore Feltrinelli, 2012).
Il 6 ottobre, all’inizio della guerra dello Yom Kippur, Israele si trova in difficoltà. Come si saprà solo nel 1987 sulla base delle indagini del giudice Mastelloni, la mattina di quel giorno l’addetto militare israeliano incontra a Roma l’ammiraglio Vitaliano Rauber, allora capo del IV Reparto dello Stato Maggiore della Difesa, e gli chiede “se era possibile ottenere d’urgenza dei pezzi di ricambio per cannoni da 76 della Oto Melara”.
Come aggiunge il generale Piovano, quella mattina “gli israeliani chiesero munizioni” e “furono invitati in mia presenza dal sottocapo di stato maggiore a rivolgersi al ministero degli Esteri tramite l’ambasciatore israeliano a Roma” (vedasi: “Israele? Amici anche loro”, di Antonio Carlucci, in Panorama, 9 luglio 1989).
Il governo italiano, con il beneplacito del ministro degli Esteri Aldo Moro, fa consegnare a Israele, in segreto e scavalcando i divieti legislativi per il traffico di armi con i paesi in guerra, sia i pezzi di ricambio per cannoni da 76 della Oto Melara che le munizioni per quei cannoni.
A livello pubblico mostra invece una diversa posizione rispetto alla guerra del Kippur.
Sulla scia di quanto succede nei principali paesi europei dell’Alleanza Atlantica, l’Italia nega agli USA la possibilità di usare il proprio spazio aereo per inviare armi e rifornimenti a Israele, poiché il conflitto risulta esterno alle competenze della Nato (vedasi: 160 Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, cit., pp. 1226 sg.; M. Del Pero, Distensione, bipolarismo e violenza: la politica americana nel Mediterraneo durante gli anni Settanta. Il caso portoghese e le sue implicazioni per l’Italia, in Tra guerra fredda e distensione, cit., p. 129; Tosi, La strada stretta. Aspetti della diplomazia multilaterale italiana (1971-1979), cit., p. 250).
Solo il regime neofascista portoghese concede parte del proprio territorio per il “ponte aereo” degli aiuti statunitensi a Israele.
Lo stesso ministro degli Affari Esteri Aldo Moro, celando la verità ben sapendo di celarla, il 17 ottobre 1973 afferma quanto segue al Senato: “Da parte italiana ci si è sempre astenuti e ci si astiene da ogni intervento, in particolare da forniture di armi, che possa aggravare la situazione nelle zone di tensione, in particolare per quanto riguarda il Medio Oriente.” (vedasi: pag. 50 di “Testi e documenti sulla politica estera dell’Italia” del Ministero degli Affari Esteri, 1973).
Questi sono alcuni dei fatti principali che precedono la nascita del lodo fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi, ma alcuni storici e i giornalisti non riescono ad inquadrarli nel loro preciso contesto e nemmeno a capirne il significato.
Dell’omicidio del giovane marocchino Ahmed Bouchiki, compiuto il 21 luglio 1973 in Norvegia dallo stesso gruppo di fuoco che nel 1972 uccise a Roma il palestinese Zwaiter, non ne fa cenno quasi nessuno. Dell’arresto dei 5 palestinesi se ne parla invece in modo enfatico, senza far capire che quell’operazione fu l’esito di una trappola del Mossad e, come poi vedremo, senza far conoscere le caratteristiche della sentenza emessa nei loro confronti il 27 febbraio 1974.
Della guerra dello Yom Kippur (6–25 ottobre 1973) e dell’importante aiuto italiano a Israele molti non sembrano tenerne in debito conto anche se la vera politica estera di un paese si esprime nei periodi di guerra, anche e in particolare in segreto. Alcuni invece, senza fornirne prove sufficienti e logiche, sostengono che il «lodo Moro» nacque in un giorno preciso, col solo avallo politico da parte di Aldo Moro e proprio mentre la situazione risultava essere molto incandescente nei rapporti fra israeliani e arabi.
Il «lodo Moro» secondo Miguel Gotor
Secondo il “Memoriale della Repubblica” (Einaudi, 2011) di Miguel Gotor, il «lodo Moro» sarebbe “un accordo segreto stipulato il 19 ottobre 1973 tra Moro, allora ministro degli Esteri e i rappresentanti dell’OLP, nei giorni in cui infuriava la guerra dello Yom Kippur tra Israele ed Egitto”.
A pagina 417 , nella nota 9, si legge:
“Per la data dell’accordo si veda l’informazione tratta da un appunto del SID, classificato «Riservatissimo», proveniente da II Cairo e utilizzato nella sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, Tribunale di Venezia, procedimento penale n. 204 del 1983, pp. 1161-63 (Flamigni, La tela del ragno, 2005, pp. 197-98).”
Dalle parole scritte da Gotor e dalla semplice nota da lui riportata sulla fonte informativa si potrebbe giungere alla conclusione che il 19 ottobre 1973 Moro abbia incontrato “i rappresentanti dell’OLP” a Il Cairo e che, di conseguenza, abbia fatto un accordo segreto con i palestinesi appena una quarantina di giorni dopo l’avvio del processo di riconoscimento internazionale dell’OLP determinatosi nella Conferenza di Algeri dei paesi non allineati (5-9 settembre 1973), con largo anticipo rispetto alla riunione della Lega Araba svoltasi ad Algeri il 26 novembre 1973 con cui l’OLP è riconosciuto come unico rappresentante del popolo palestinese.
In realtà, il 19 ottobre 1973 il ministro degli Esteri Aldo Moro non incontra nessun rappresentante dei palestinesi nella capitale egiziana. Si trova a Roma ed ha un significativo impegno politico a cui non può certo sottrarsi. Deve partecipare ad una riunione (di circa 3 ore) della Direzione della DC nel corso della quale presenta una relazione “sull’attività del governo italiano per far cessare la guerra nel Medio Oriente. Quest’azione è stata pienamente apprezzata e condivisa dalla direzione DC, che ha chiesto che i 9 paesi della Comunità Europea parlino “con una voce sola” e che sia applicata la risoluzione dell’ONU (22 novembre 1967) per garantire l’esistenza di Israele e per risolvere il problema palestinese, così da giungere ad un “vero assetto di pace” ...” (vedasi: “Fanfani ha mandato due ispettori a Napoli”, di Lamberto Furno, La Stampa, sabato 20 ottobre 1973).
Quella data ha una certa importanza in quanto, grazie a Fanfani e all’avvio di una attenzione multilaterale ai problemi del Medio Oriente da parte dei dirigenti della Democrazia Cristiana e anche di quelli del Partito Socialista Italiano, si caratterizza come uno dei momenti della travagliata gestazione del «lodo Moro».
L’appunto del SID proveniente da Il Cairo parlava infatti di un incontro diplomatico presso l’ambasciata italiana fra due funzionari del ministero degli Esteri – il ‘primo consigliere’ Ranieri Tallarigo e il segretario Concetta Di Stefano – e il rappresentante dell’OLP Said Wasfi Kamal.
Quest’ultimo, in cambio dell’impegno che nessuna azione dei fedayin avrà più luogo in Italia, chiede la liberazione dei cinque arabi arrestati il 5 settembre 1973.
La proposta, secondo Sergio Flamigni, sarebbe poi stata esaminata “il 25 ottobre, nel corso di una riunione al ministero degli Esteri, durante la quale il rappresentante del Viminale – il vicequestore Silvano Russomanno, direttore della Divisione sicurezza interna – aveva sottolineato «la scarsa credibilità dell’impegno che gli organi ufficiali della resistenza palestinese assumerebbero in caso di liberazione dei cinque detenuti»; secondo Russomanno, dovevano «ritenersi del tutto fantasiosi i timori palesati circa possibili azioni delittuose da parte israeliana contro gli arabi».
La riunione aveva dimostrato che sotto la direzione di Moro il ministero degli Esteri era impegnato a stabilire un’intesa con l’OLP per salvaguardare il territorio italiano da eventuali attacchi palestinesi, e dai pericoli di ritorsione da parte israeliana che stranamente Russomanno tendeva a escludere” (pagine 197-198 del libro “La tela del ragno. Il delitto Moro” di Sergio Flamigni, Kaos edizioni, 1ª ed. maggio 1988, 5ª ed. aggiornata aprile 2003).
Questa narrazione risulta però imprecisa per quattro motivi.
Prima di tutto, la riunione del 25 ottobre 1973 dimostra che il Ministero degli Esteri, allora guidato da Aldo Moro, intende trovare una soluzione “per salvaguardare il territorio italiano da eventuali attacchi palestinesi” e dai “pericoli di ritorsione da parte israeliana”, ma per tale scopo non basta certo un’intesa con l’OLP.
Serve, come minimo, anche un’intesa con lo stato israeliano, in particolare col Mossad che a quel tempo ha già stabilito degli stretti rapporti con l’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno, ridefinito Servizio informazioni generali e sicurezza interna (Sigsi) nel 1970 e diretto da Federico Umberto D’Amato a partire dal novembre 1971.
In secondo luogo, a differenza di quanto potrebbe far pensare la ricostruzione di Sergio Flamigni, il 25 ottobre 1973 non è una data come un’altra. Quel giorno, alle ore 9 italiane e per la prima volta dopo la crisi dei missili di Cuba dell’ottobre 1962, le forze armate statunitensi passano allo stato di allarme atomico – compresa la base della Maddalena che nel 1972 il governo Andreotti aveva concesso agli Usa raggirando gli art.11-80-87 della Costituzione – e poi, alle ore 12 italiane, lo comunicano alla Nato (vedasi: “Morire per gli altri” di Tino Neirotti su Stampa Sera del 26 ottobre 1973; “Medio Oriente. Truppe USA in Europa in preallarme” in Lotta Continua del 26 ottobre 1973; “La giornata della tensione atomica URSS-USA. La Nato apprese l’allarme dalle notizie dei quotidiani” di Giorgio Fattori su La Stampa del 4 novembre 1973).
La pressione orchestrata dal segretario di Stato USA Henry Kissinger spinge l’URSS sulla difensiva e fa in modo che, nel pomeriggio, il Consiglio di sicurezza dell’ONU prenda la decisione di mandare i caschi blu in Medio Oriente, senza la partecipazione di grandi potenze, per garantire la tregua fra Egitto e Israele (vedasi: “Forze dell’ONU nel Medio Oriente”, L’Unità, 26 ottobre 1973).
In terzo luogo, il 25 ottobre 1973 Moro non partecipa alla riunione convocata presso il Ministero degli Esteri. Nella tarda mattinata del 23 ottobre 1973, infatti, il presidente della Repubblica Giovanni Leone e il ministro degli Esteri Aldo Moro partono per un viaggio diplomatico nei paesi del Benelux (Belgio, Olanda e Lussemburgo) e rientrano in Italia la sera del 31 ottobre (vedasi: “Leone e Moro in Olanda”, Stampa Sera, notizia Ansa del 23 ottobre 1973; “Iniziativa europea proposta all’Aja da Leone e Moro” di Orazio Pizzigoni, l’Unità, 25 ottobre 1973; “Il presidente Leone a Bruxelles accolto da Baldovino e Fabiola” di Nicola Adelfi, La Stampa, 30 Ottobre 1973; “Leone: trasformare il Mec in una comunità di popoli” di Nicola Adelfi, La Stampa, 31 Ottobre 1973).
In quarto luogo, il 25 ottobre 1973 su diversi quotidiani si parla di nuovo dell’omicidio del palestinese Wael Abdel Zwaiter avvenuto a Roma il 16 ottobre 1972: “Da Oslo la conferma: fu un commando di killers israeliani ad uccidere Zuaiter” (Zwaiter, ndr; ), Lotta Continua; “Da Oslo investigatori per il caso Zwaiter. Sei arrestati per l’assassinio di un marocchino in Norvegia, indiziati per il secondo delitto a Roma”, L’Unità.
Il sospetto, avanzato una settimana prima, che ci sia una connessione fra l’omicidio di Zwaiter e quello del giovane marocchino ucciso in Norvegia il 21 luglio 1973 trova delle clamorose conferme (“Rintracciati i killers che uccisero Zwaiter?”, L’Unità, 18 ottobre 1973).
Dire o lasciar intendere perciò che il 25 ottobre 1973 Moro avrebbe fatto qualcosa direttamente a Roma, ad esempio presso il Ministero degli Esteri, è un’informazione non rispondente al vero. L’allora ministro degli Esteri, oltre a non avere il dono dell’ubiquità, era abituato a riflettere a lungo prima di prendere una decisione molto delicata.
La riunione del 25 ottobre 1973 presso il Ministero degli Esteri, si svolge senza la presenza diretta di Aldo Moro e proprio il giorno dell’allarme atomico delle forze armate degli USAa e delle nuove notizie sulle “operazioni speciali” del Mossad; affronta alcuni problemi di politica estera e interna particolarmente intrecciati.
In questo ambito cerca di valutare la proposta dell’OLP e, nonostante il parere contrario di Silvano Russomanno a qualsiasi forma di soluzione politica a tale riguardo, si conclude senza rifiutare a priori l’idea lanciata da Said Wasfi Kamal sei giorni prima.
La stessa partecipazione di Russomanno, personaggio del Servizio informazioni generali e sicurezza interna (SIGSI), è particolarmente significativa. Tale personaggio , pur sapendo bene come stiano le cose e non “stranamente” come invece dichiara Sergio Flamigni, nega che si possano manifestare delle azioni sanguinarie in Italia da parte dei servizi segreti israeliani.
Sul piano politico ciò significa che la riunione coinvolge nel dibattito anche una fazione particolarmente filo-israeliana del Ministero degli Interni, in quanto servirebbe un accordo sia con l’OLP che con Israele per evitare il ripetersi nel territorio italiano del sanguinoso conflitto fra israeliani e palestinesi.
In sintesi: l’evento del 19 ottobre 1973 a Il Cairo e quello del 25 ottobre 1973 presso il Ministero degli Esteri italiano sono soltanto due fra i momenti della lunga e triangolare attività diplomatica fra Italia, Israele e forze combattenti arabo-palestinesi che, come un work in progress, tende a far nascere il «lodo Moro» in maniera compatibile rispetto al preesistente lodo Italia-Israele.
Il «lodo Moro» secondo Cossiga
Il 30 ottobre 1973 Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan vengono scarcerati grazie ad un provvedimento di libertà provvisoria “perché, secondo il giudice istruttore, hanno avuto un ruolo secondario nella operazione che fortunatamente non fu realizzata” (vedasi: “È rinviato il processo agli arabi del missile”, La Stampa del 29 dicembre 1973).
Secondo una ricostruzione fatta molti anni dopo dall’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, «Moro intervenne personalmente sul presidente del tribunale, con la cortesia e la fermezza che gli erano proprie e fece concedere ai terroristi la libertà provvisoria» (vedasi pag. 26 di “Fiumicino 17 dicembre 1973. La strage di Settembre Nero” di Annalisa Giuseppetti e Salvatore Lordi, editore Rubbettino, 15 giugno 2010).
In altre parole, fra il 25 e il 30 ottobre 1973 Aldo Moro sarebbe intervenuto personalmente per favorire quella specifica opzione, ma la ricostruzione di Cossiga è basata solo su alcuni vaghi ricordi e qualche sentito dire che non risultano compatibili rispetto ai più elementari metodi relativi ad una buona e onesta ricerca storica.
In quei giorni – come si è detto – il Ministro degli Esteri Aldo Moro non si trova in Italia. Non può intervenire direttamente sul magistrato competente ed è molto improbabile che, perfino dopo lo scandalo delle intercettazioni telefoniche emerso in Italia l’8 febbraio 1973, abbia comunicato con lui telefonicamente per discutere una questione così delicata.
Infine, tanto per confermare quanto si è già accennato, il provvedimento di libertà provvisoria per Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan, concomitante rispetto al deposito della sentenza di rinvio a giudizio, non viene emesso dal “presidente del tribunale” ma dal giudice istruttore. Il nome di quest’ultimo è Leonardo Zamparella (vedasi: “Processo ai cinque arabi del missile di Roma”, La Stampa del 14 dicembre 1973).
Torniamo perciò ai fatti acclarati.
Il 30 ottobre Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan escono dal carcere di Viterbo, sono presi in consegna da alcuni dirigenti del SID e trovano alloggio in un appartamento di Roma gestito dai servizi segreti. Il giorno successivo, accompagnati dal colonnello Giovan Battista Minerva, dal capitano Antonio Labruna, dal colonnello Stefano Giovannone e dal tenente colonnello Enrico Milani, salgono a bordo di un aereo Douglas C-47 Dakota dell’Aeronautica Militare italiana, denominato Argo 16, che da Ciampino li porta in Libia dopo una sosta a Malta.
Nemmeno un mese dopo troviamo Argo 16 nelle cronache di un episodio a dir poco inquietante.
Proprio quell’aereo, che fra l’altro aveva svolto missioni speciali per il SIOS ed effettuato le misure elettroniche nell’Adriatico contro la rete radar jugoslava (vedasi: audizione dell’ammiraglio Fulvio Martini del 27 luglio 1999 di fronte alla Commissione parlamentare sulle stragi), il 23 novembre 1973 esplode in volo.
Precipita nelle vicinanze di svariate industrie chimiche di Marghera, facendo correre il rischio di una colossale catastrofe ecologica. Per questo motivo muoiono cinque persone dell’equipaggio: il tenente colonnello Borreo Enano, il maresciallo Luigi Bernardini, il tenente colonnello Mario Grandi e il maresciallo Aldo Schiavone.
Come si andrà a ipotizzare pubblicamente solo negli anni ’80, da parte del giudice Carlo Mastelloni, Argo 16 potrebbe essere stato sabotato dal Mossad.
D’altra parte, difficilmente il Mossad avrebbe potuto assumersi tale compito senza l’avallo o la diretta complicità delle forze militari statunitensi presenti nel Veneto.
Il divieto agli USA di usare lo spazio aereo italiano per inviare armi e rifornimenti a Israele durante la guerra del Kippur (6-25 ottobre 1973) e la liberazione di Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan sono fatti che, in primis, non piacciono al presidente e repubblicano statunitense Richard Nixon e al governo israeliano di Golda Meir.
In quella situazione, già di per sé ingarbugliata, il governo italiano continua a mantenere segreta la verità, conosciuta fra gli altri dall’ambasciatore USA a Roma John Volpe, sulla tolleranza verso le azioni omicide dei servizi segreti israeliani sul territorio italiano.
In questo modo, com’è logico che sia, la politica italiana risulta inaffidabile agli occhi del mondo arabo.
Il 26 novembre 1973, in particolare, la Lega Araba riunitasi ad Algeri non inserisce l’Italia “fra i Paesi amici o neutrali cui veniva garantito un trattamento di favore nella fornitura di greggio” (pagina 194, “Mediterraneo e Medio Oriente nella politica estera italiana” di Francesco Perfetti, in La Comunità Internazionale, fasc. 2/2011, Editoriale Scientifica srl) e al tempo stesso riconosce l’OLP come unico e legittimo rappresentante del popolo palestinese.
Il governo italiano cerca allora di essere più “diplomatico” col mondo arabo per evitare delle nefaste conseguenze economiche e politiche per l’Italia.
In tale situazione, venerdì 14 dicembre 1973 inizia il processo ai palestinesi arrestati il 5 settembre, ma viene rinviato al 17 dicembre.
In quest’ultima data, alle nove di mattina, avviene la strage di Fiumicino con i suoi 32 morti, un episodio attribuito indistintamente alla Libia e all’Iraq dalla stampa israeliana e condannato da tutte le forze politiche italiane, comprese quelle della sinistra extraparlamentare, dalla quasi totalità dei paesi arabi e dall’OLP, fra cui l’FPLP di Habash che da almeno un anno, pur non rinunciando a svolgere azioni armate nei territori controllati da Israele, ha deciso di abbandonare la via delle azioni «esemplari» e dei dirottamenti aerei in Europa (“L’OLP annuncia che renderà pubblica l’inchiesta sul Boeing 737”, in Lotta Continua, 19 dicembre 1973) “perché l’internazionalizzazione della lotta non aveva portato «alcun reale beneficio»” (pag. 10 di “Il «lodo Moro». Terrorismo e ragion di Stato 1969-1986” di Valentine Lomellini, 2022, Edizioni Laterza, Bari-Roma, e la connessa nota 45: Comunicazione Watt 6013. FPLP – Linea politica relativa agli attacchi all’estero, 20 maggio 1972, ACS, FCA, b. 362, racc. spec.; Watt 6025. Oggetto: questione araba – Attività insidiose del PFLP, 12 giugno 1972, ACS, FCA, b. 362, racc. spec.).
Lo stesso governo italiano, da parte sua, sospetta una responsabilità libica, ma ufficialmente la nega perché da un lato non intende aggravare la tensione internazionale e dall’altro non ne ha le prove certe.
Al contrario di quanto narra la vulgata di svariati dietrologi, che enfatizzano il contributo italiano nel riuscito golpe di Gheddafi del 1969, i rapporti fra la Libia e l’Italia non sono buoni negli ultimi mesi del 1973.
Esistono diversi motivi di attrito: il regime di Gheddafi – secondo il giornalista di Epoca Piero Zullino – è irritato per l’acquisto da parte dell’Eni di dieci milioni di barili di greggio dall’Arabia Saudita anziché da Tripoli; solo Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan sono stati liberati e consegnati alla Libia; in quello stesso periodo c’è ancora una situazione di grave crisi diplomatica (nata nel 1970 con l’espropriazione e l’espulsione dei coloni italiani presenti nel territorio libico) che viene superata nel febbraio del 1974 per mezzo di un trattato bilaterale (“L’espulsione degli italiani dalla Libia nel 1970” di Arturo Varvelli, in “I sentieri della ricerca”, rivista di storia contemporanea, Edizioni Centro Studi “Piero Ginocchi” Crodo, giugno 2007).
Il movente della strage non è però connesso ai motivi di attrito della Libia con l’Italia. Sembra dettato dal persistere della volontà di vendicare, come si è accennato in precedenza, le centinaia di persone uccise a febbraio del 1973, nel Sinai, a causa dell’abbattimento dell’aereo civile libico da parte di alcuni caccia israeliani.
Lunedì 17 dicembre 1973, una volta che si diffonde la notizia della strage di Fiumicino, l’udienza del processo agli arabi subisce un nuovo rinvio.
“Il commando venne arrestato il 5 settembre dal servizio di controspionaggio quando nella villetta a Ostia presa in affitto dal libanese Ghassan Ahmed Al Hadith furono trovati due missili terra-aria di fabbricazione sovietica, chiusi in scatoloni: un metro e trenta centimetri di lunghezza. Le armi hanno una gittata di cinque chilometri.
Secondo l’accusa, gli arabi avevano intenzione di abbattere un aereo israeliano in occasione del primo anniversario della strage di Monaco. I tre imputati nella scorsa udienza hanno dichiarato di essere innocenti e di non avere avuto alcuna intenzione di attaccare un aereo israeliano. Oggi, colui che potrebbe essere il capo del commando, Gabriel Khouri ha voluto aggiungere qualcos’altro.
«Rinneghiamo l’attentato criminale compiuto a Fiumicino, ha detto, non abbiamo nulla in comune con coloro che hanno incendiato il “Boeing” e dirottato l’aereo tedesco. L’atto terroristico costituisce un gesto di barbarie che nuoce alla causa araba e gli autori sono nostri nemici». «Vogliamo essere processati subito, ha aggiunto, anche perché abbiamo fiducia che il tribunale non si lascerà influenzare dalla forte pressione di alcuni giornali: anche se riteniamo che il rinvio dell’udienza deciso il giorno della strage di Fiumicino sia da mettersi in collegamento con l’attentato». (“È rinviato il processo agli arabi del missile” di g.g., La Stampa del 29 dicembre 1973, pag. 10).
Poi il presidente dispone l’esame dei periti balistici, ma decide anche che i chiarimenti dei tecnici siano ascoltati dal tribunale a porte chiuse. Infine, il rinvio del dibattimento al 20 febbraio.
Nella serata di mercoledì 27 febbraio 1974 si conclude il processo contro i cinque arabi arrestati a Roma il 5 settembre 1973.
Ciascuno degli imputati è condannato a 5 anni e due mesi di reclusione. A tre di loro, quelli rimasti in carcere (il giordano Azmicany, l’algerino Amin El Hendi e il siriano Gabriel Khouri), viene concessa la libertà provvisoria dietro cauzione di 20 milioni di lire a testa. Gli altri due imputati (l’iracheno Ahmed Ghassan Al Hadithi e il libico Ali Al Fargani Tayeb) hanno già ottenuto a libertà provvisoria durante la fase istruttoria e si trovano fuori del territorio italiano.
La sentenza del tribunale accetta in sostanza le richieste avanzate dal pubblico ministero.
Nella sua requisitoria, che si svolge nel corso della mattinata, il Pm Giorgio Santacroce da un lato fornisce le prove rispetto ai reati di detenzione di armi e falso in documenti; dall’altro nega l’esistenza di prove certe rispetto ai reati di introduzione di armi da guerra e tentata strage.
Il Pm infatti ricorda che l’accusa di introduzione in Italia di armi da guerra non può avere certezza di prova in quanto gli imputati avrebbero potuto anche non essere stati loro a trasportare il materiale nel territorio italiano. Inoltre esclude che i cinque imputati abbiano progettato di dirigere, dalla terrazza dell’appartamento di Ostia, un missile contro un aereo che si fosse levato in volo dall’aeroporto di Fiumicino.
«Tra l’altro – ha sostenuto il dott. Santacroce – la posizione di quella casa non lo avrebbe permesso e quindi l’appartamento di Ostia deve essere considerato soltanto una base per il gruppo degli arabi» (“La sentenza sulla clamorosa vicenda a Ostia. Cinque anni agli arabi presi col lanciamissile” di F.S. , L’Unità, giovedì 28 febbraio 1974).
Molti anni dopo, Miguel Gotor scrive che quegli arabi sarebbero stati arrestati “mentre preparavano un attentato all’aeroporto di Fiumicino ai danni di un aereo della El Al Israel Airlines” (pagina 338, “Il Memoriale della Repubblica”).
Analogamente Ambrogio Viviani, capo del controspionaggio SID dal 1970 al 1974, in una trasmissione televisiva di “La storia siamo noi” dedicata ad Argo 16, dichiara che la terrazza dell’appartamento di Ostia sarebbe perpendicolare alle linee di decollo da Fiumicino degli aerei israeliani (vedi qui)
Miguel Gotor e Ambrogio Viviani ripetono in sostanza un’ipotesi già chiaramente smentita il 27 febbraio 1974 dal Pm Giorgio Santacroce.
L’apparenza tattica e la realtà strategica
La memoria dominante relativa al «lodo Moro» è andata sempre più deformandosi nel tempo fino a diventare del tutto incompatibile in rapporto ad alcune evidenze giudiziarie.
Il «lodo Moro» ha una caotica gestazione nel corso del 1972-1973, in particolare negli ultimi quattro mesi del 1973, e durante il primo trimestre del 1974.
Necessita infatti, fra le varie precondizioni soggettive, il superamento della crisi diplomatica fra Italia e Libia, la liberazione di tutti gli arabi arrestati il 5 settembre 1973 e condannati solo per i reati di detenzione di armi e documenti falsi, lo scioglimento di "Settembre Nero" da parte dei palestinesi (evento che avviene nell’autunno del 1973), un fattivo riconoscimento politico italiano dell’OLP, ricompense agli informatori palestinesi ed eventuali aiuti umanitari alla popolazione palestinese tramite il servizio segreto militare italiano, l’integrazione nella politica estera italiana della linea diplomatica avviata dallo statista democristiano Alcide De Gasperi prima e dopo la nascita dello Stato di Israele, gli aiuti militari segreti a quest’ultimo da parte dell’Italia, una maggiore collaborazione fra il servizio segreto interno italiano e il Mossad, e la fine della “guerra dell’ombra” da parte degli agenti segreti israeliani in Italia.
Di fatto, nel mese di maggio del 1974 Nemer Hammad inizia ad essere ospitato nella capitale italiana come rappresentante dell’OLP.
Mai e poi mai l’Italia avrebbe accolto Nemer Hammad, dando così all’OLP un riconoscimento politico de facto, senza una preventiva garanzia di tregua nel proprio territorio sia da parte degli israeliani che dei palestinesi.
Ciò significa che la cosiddetta linea “filoaraba” dei governanti italiani della Prima Repubblica aveva dei limiti, era qualcosa di apparente e tattico mentre contemplava la difesa strategica del sionismo e dello Stato israeliano.
Alcuni fatti avvenuti fra il novembre del 1974 e lo stesso mese dell’anno successivo lo dimostrano in maniera esaustiva.
“L’attenzione verso il movimento nazionale palestinese fu confermata nel novembre 1974 quando il governo di Roma votò a favore dell’iniziativa d’invitare una delegazione palestinese a partecipare alla sessione dell’Assemblea generale dell’ONU: in tale sede però l’Italia si astenne quando si votò l’OLP di Arafat quale rappresentante del popolo palestinese e si diede a tale organizzazione lo status di osservatore permanente.
Il governo di Roma, comunque, non abbandonò mai la sua linea di difesa del diritto di Israele ad esistere come Stato indipendente e rifiutò ogni forma di equiparazione del sionismo al razzismo. Ciò si vide chiaramente in occasione del dibattito all’Assemblea generale dell’ONU circa la proposta di risoluzione che condannava il sionismo come forma di razzismo e di discriminazione razziale.
Il 10 novembre 1975 la risoluzione contro il sionismo fu approvata dalla maggioranza degli Stati dell’Assemblea con il massiccio voto favorevole dei paesi comunisti e di quelli non allineati, ma l’Italia votò contro.” (vedasi: “Dalla Puglia nel mondo. Appunti sul pensiero politico internazionale di Aldo Moro” di Luciano Monzali, a pag.104; “Aldo Moro e l’Università di Bari fra storia e memoria”, a cura di Angelo Massafra, Luciano Monzali, Federico Imperato; prefazione di Antonio Felice Uricchio; Cacucci Editore, Bari, 2016).
Il «lodo Moro», del cui periodo iniziale si è parlato qui, trovò un epilogo nel 1985 con il sequestro palestinese del transatlantico “Achille Lauro” e il connesso scontro diplomatico fra il governo diretto da Bettino Craxi e gli USA.
Nel corso della Prima Repubblica, il «lodo Moro» durò infatti circa una decina di anni.
Come hanno dimostrato Paolo Persichetti e Paolo Morando (vedasi qui), si manifestò pure a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 e quindi, a differenza di quanto sostengono alcuni fra i discendenti politici del neofascista Movimento Sociale Italiano, le forze palestinesi non avevano alcun motivo per compiere una strage come quella di Bologna del 2 agosto 1980.
Fonte
Dall’epoca della Grande Guerra Impossibile si è passati «a quella, ben più pericolosa delle molte guerre possibili. Gli avvenimenti di cui siamo stati testimoni fra il 1989 e il 1992, dalle vicende del Golfo alla dissoluzione della Jugoslavia, dimostrano che la politica estera italiana (...) è morta» (pag.12, ibidem).
La politica estera italiana era invece viva, almeno in parte, durante la Prima Repubblica e soprattutto negli anni ’70 e ’80.
A quel tempo, l’Italia sarebbe stata filo-araba e antisraeliana e ciò «fu dimostrato (…) dai suoi rapporti, prima informali poi ufficiali, con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, sino all’udienza che il Presidente della Repubblica e il Ministro degli Esteri dettero al suo leader Yasser Arafat, nel settembre del 1982» (pag. 155, ibidem).
Su quest’ultima questione, Sergio Romano è però contraddittorio rispetto alle proprie tesi precedentemente riferite. In quegli anni, l’Italia da un lato era alleata degli Stati Uniti d’America, del blocco occidentale e di Israele e dall’altro manteneva i margini della propria autonomia relativa nel rispetto delle risoluzioni dell’Onu e, su questa base, appariva molto diplomatica verso i paesi del “socialismo reale” e soprattutto verso i paesi e i popoli del Medio Oriente e del Nord Africa.
In questo senso, è sbagliato ritenere che l’Italia di allora, peraltro attraversata da significativi conflitti fra le classi sociali, fra le generazioni e fra le consorterie politico-affaristiche, rischiasse di finire sotto l’orbita di Mosca e che fosse caratterizzata da una netta divisione fra “filo-arabi” e “filo-israeliani” e da una vera e propria egemonia dei primi.
A quel tempo, i dirigenti neofascisti del Movimento Sociale Italiano, che cercavano di presentarsi come i più fedeli difensori della Nato e dell’ideologia anticomunista, accusavano i governanti di spianare la strada a un possibile governo di sinistra o al “compromesso storico” fra il PCI e la DC e di essere contro Israele.
In realtà, quell’accusa costituiva una specie di illusione ottica.
L’eventualità di un governo di sinistra era preventivamente rifiutata dal PCI di Berlinguer fin dall’autunno del 1973 e la connessa strategia del “compromesso storico”, nata proprio in quel periodo, non riuscì mai a permettere che qualche dirigente del PCI facesse parte del Consiglio dei Ministri di un governo della Prima Repubblica e, da questo punto di vista, si risolse in un completo fallimento.
La verità è molto più semplice: dopo le elezioni del 1948 e l’adesione dell’Italia alla Nato del 1949, i governanti italiani condussero una politica interna dialogante col PCI, sia pur con alterne vicende e perfino con momenti di dura conflittualità, come successe nel luglio del 1960 col governo Tambroni, ma esclusero sempre la possibilità dell’ingresso dei dirigenti o dei “tecnici” del PCI nel governo.
E, nella sostanza, prendevano in eredità molti tratti culturali, giuridici, amministrativi e politici dal ventennale regime monarchico-fascista (ad esempio, mantenendo il codice penale del 1930 e riciclando molti dei precedenti funzionari degli apparati burocratici e militari dello Stato) e portavano avanti una politica estera contraddistinta da un atlantismo con alcuni spazi di autonomia, cioè da un atlantismo con “la schiena dritta” e non del tutto servo.
Nel quadro di quel tipo di politica interna, in cui il potere della DC logorava il PCI, un partito in transizione fin dai primi anni ’70 dall’orbita dell’URSS a quella degli USA passando per “l’eurocomunismo”, e di quel tipo di politica estera, alleata e “neutrale”, cobelligerante e nonbelligerante, “filo-israeliana” già dai tempi di De Gasperi (DC) e di Pietro Nenni (PSI) e poi anche “filo-araba” con i successivi dirigenti della DC (Rumor, Moro, Andreotti) e del PSI (Craxi), nacque il cosiddetto «lodo Moro», che la ricerca storica deve studiare chiamandolo in modo più che preciso, tenendone ben presente il contesto e dando il giusto peso a fatti e parole. Cioè senza mai far prevalere le seconde sui primi.
In caso contrario, ad esempio facendo confusione fra la realizzata formula governativa della “solidarietà nazionale” (1976-1979) – un evento del tutto compatibile con la presidenza Usa di Jimmy Carter e le linee guida della Commissione Trilaterale – e il mai realizzato“compromesso storico”, teorizzato da Enrico Berlinguer, e ignorando la paradossale ed equilibrata unità nella politica estera italiana delle tendenze “filo-arabe” e di quelle “filo-israeliane”, si giungerebbe ad accusare Moro, in maniera tanto dietrologica quanto falsa, di aver favorito i nemici dell’Occidente, della Nato e di Israele.
Lo stesso «lodo Moro» resterebbe una leggenda, come quella di chi ne coniò il termine allo scopo di creare la “pista palestinese” rispetto alla strage di Bologna del 2 agosto 1980, per altro senza mai assumersene la responsabilità di fronte ai giudici competenti.
La locuzione «lodo Moro» senza le virgolette è del tutto infondata
«(….) Francesco Cossiga utilizzò l’espressione «lodo Moro» una prima volta, il 20 luglio 2005, in una missiva indirizzata al deputato di Alleanza nazionale Enzo Fragalà, e poi in un’intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo sul «Corriere della Sera» nel 2008» (pag. IX di “Il «lodo Moro». Terrorismo e ragion di Stato. 1969-1986” di Valentine Lomellini, Editori Laterza, Bari-Roma, prima edizione gennaio 2022).
La locuzione «lodo Moro», essendo priva di criteri scientifici, cioè di analisi scrupolose, documentate e logiche, può essere usata quindi solo con le virgolette.
Senza queste ultime deve necessariamente essere invece trasformata: parlare di ‘lodo Italia’, come ha proposto Valentine Lomellini per designare gli accordi segreti dell’Italia sia con le controparti palestinesi che con paesi arabi “sponsor” del “terrorismo arabo-palestinese” – come Iraq, Libia e Siria – è un significativo passo in avanti, perché oltre a Moro coinvolse anche altri personaggi politici del calibro di Rumor, Andreotti e Craxi. Ma in ogni caso non va inteso come lodo isolato fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi.
Parallelamente è infatti opportuno parlare degli accordi segreti fra Italia e Israele in relazione ai rapporti diplomatici occulti e informali fra lo stato italiano e quello israeliano che, iniziati negli anni ’50, sono poi stati rinnovati in seguito.
In questo modo possiamo relativizzare sia gli accordi segreti degli anni ’70 e ’80 fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi, sia gli accordi segreti di lunga durata e, in sintesi, di valenza strategica, fra l’Italia e lo stato israeliano.
Fatte queste precisazioni, passiamo ad analizzare la genesi del «lodo Moro» che, fra l’altro, è quello su cui ci sono fin troppe analisi prive di fondamento.
La nascita del «lodo Moro»
La “guerra dei sei giorni”, combattuta dal 5 al 10 giugno 1967, terminò con la conquista israeliana della penisola del Sinai e della Striscia di Gaza a danno dell’Egitto, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est a svantaggio della Giordania, nonché delle alture del Golan a discapito della Siria.
Subito dopo tale esito, quella brevissima guerra si configurò come un evento dagli effetti politici molto duraturi. Da un lato indebolì la forza dei paesi arabi e l’influenza dell’URSS nel Medio Oriente; dall’altro provocò nuove polemiche e divisioni fra gli arabi, spinse l’OLP a diventare più autonoma rispetto a prima, favorì l’estensione territoriale israeliana e fece costituire un’alleanza strategica fra gli USA e Israele. Uno Stato, quest’ultimo, che così divenne l’avamposto statunitense nella regione; cioè una novità politica da rispettare e difendere da parte di tutti i paesi del blocco occidentale.
In quel nuovo quadro del sistema degli Stati nacque la risoluzione n. 242, adottata il 22 novembre 1967 dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con la quale si puntava a contrastare l’allargamento territoriale di Israele e a ristabilire i confini esistenti prima della “guerra dei sei giorni”.
Israele invece, lungi dall’accettare quella risoluzione, mantenne il controllo dei territori occupati e decise di riunificare Gerusalemme annettendo la parte orientale. In questa situazione, i palestinesi si sentirono così tanto frustrati e delusi che qualche mese dopo, cioè nel 1968, iniziarono un periodo di attentati al di fuori dello stesso Israele.
A sua volta, nel volgere di pochi anni, questa situazione si aggravò per tutte le organizzazioni e istituzioni dell’area medio-orientale e si determinarono conflitti perfino fra le forze arabe.
Nel settembre 1970, dopo il dirottamento di quattro aerei nell’aeroporto di Zarqa (dove furono poi fatti esplodere), re Hussein di Giordania, forte del sostegno statunitense, israeliano e britannico, scatenò una repressione militare nel proprio territorio contro i palestinesi lì residenti.
La Siria e l’URSS, avendo fatto rispettivamente poco o nulla, non riuscirono a contrastare tale offensiva. L’Egitto non si mosse a sufficienza per dare una soluzione politica a quel conflitto. Molti palestinesi, in quel contesto, furono costretti a lasciare la Giordania e alcuni di loro diedero vita all’organizzazione clandestina “Settembre Nero”.
Da uno scenario internazionale e medio-orientale pieno di sangue e cinismo nacque il gruppo palestinese denominato “Settembre Nero”, in riferimento alla repressione giordana.
Fra le azioni militari compiute da questa organizzazione, due ebbero come epicentro l’Italia ed esse, lo diciamo soltanto per inciso, dimostrarono subito che il “terrorismo palestinese”, lungi dall’essere “motore del terrorismo internazionale”, come invece ritiene lo studioso di storia contemporanea Gianluca Falanga (pag. 81 di “La diplomazia oscura. Servizi segreti e terrorismo nella Guerra fredda” di Gianluca Falanga, Carocci editore, Roma, 2021), aveva dei criteri culturali e dei modelli operativi molto diversi rispetto a quelli di organizzazioni europee come le Brigate Rosse, la RAF l’IRA e l’ETA.
Negare questa evidenza, come se fra l’altro non ci fossero stati fatti politici come il big-bang del 1968, le lotte dell’operaio-massa, la messa in pratica della parola d’ordine di Che Guevara di “creare due, tre, molti VietNam” e l’esperienza di movimenti guerriglieri metropolitani come i Tupamaros dell’Uruguay e l’Ejército Revolucionario del Pueblo (ERP) dell’Argentina, non è un buon servizio a favore della ricerca storica.
Cerchiamo allora di conoscere i fatti, perché essi parlano da soli!
Il 4 agosto 1972 ci fu un attentato contro i serbatoi di stoccaggio del petrolio greggio situati presso la località di Mattonaia, a San Dorligo della Valle, in provincia di Trieste, che provocò gravi danni ambientali con l’inquinamento dell’atmosfera e del sottosuolo.
In seguito, il 16 agosto 1972, si verificò invece il tentativo di far esplodere un Boeing 707 della compagnia israeliana El Al, partito da Fiumicino e diretto a Tel Aviv con 140 passeggeri a bordo, che fu costretto a rientrare all’aeroporto romano dopo lo scoppio di un ordigno nella stiva. Dato che quest’ultima era stata blindata per precauzione e all’insaputa degli attentatori, l’aereo non precipitò e i danni non furono ingenti.
Come poi si seppe, “l’esplosivo era nascosto in un mangianastri portato inconsapevolmente nell’aereo da due ignare ragazze inglesi alle quali era stato regalato da due giovani arabi che avevano conosciuto a Roma nei giorni precedenti. I due (Zaid Ahmed e Adnan Ali Hussein), grazie alla testimonianze delle ragazze, vennero arrestati alcuni giorni dopo dalle forze di sicurezza italiane. Nonostante l’imputazione fosse gravissima, però, il 13 febbraio 1973 furono scarcerati.”
Precisato che il motore delle vicende storiche è, in ultima analisi, la lotta fra i gruppi e le classi sociali, come per altro pensava un certo Karl Marx, andiamo avanti.
Secondo Giacomo Pacini, la scarcerazione dei due giovani arabi fu preparata da un rapporto informativo che, in data 17 dicembre 1972, il SID aveva inviato al Ministero dell’Interno e secondo il quale sarebbero stati in atto dei colloqui riservati e non ufficiali coi vertici di “varie, note organizzazioni, in aderenza ai nostri interessi” e che nel quadro dei questi colloqui “veniva considerato, in particolare, il problema concernente i due guerriglieri arabi attualmente detenuti in carcere italiano”.
Sedicenti “interlocutori qualificati”, infatti, avevano chiesto che ai due fosse assicurato il massimo benessere, esaminando anche la possibilità di porli in condizione di disporre di somme di denaro e soprattutto di esaminare la possibilità “di conseguire la massima celerità nello svolgimento degli atti di competenza della magistratura (...)” (vedasi il link precedente).
Il fallito attentato finì nel dimenticatoio e lo stessa cosa capitò in merito alla rapida scarcerazione dei due giovani arabi.
Un’altra e ben più famosa azione di “Settembre Nero” ci fu invece il 5 e il 6 settembre 1972 ed avvenne a Monaco di Baviera in occasione delle Olimpiadi.
“All’alba del 5 settembre 1972 un commando di otto fedayn penetrò nel villaggio olimpico e prese d’assalto gli alloggi della squadra israeliana, uccidendo subito due atleti e prendendone in ostaggio altri nove. In cambio della loro liberazione i terroristi richiesero l’immediata scarcerazione di oltre 200 prigionieri palestinesi e dei “compagni di lotta” tedeschi Andreas Baader e Ulrike Meinhof.
Per la prima volta nella storia, la tragedia si consumò in diretta televisiva. Dopo una giornata di trattative, i sequestratori ottennero di essere trasferiti con gli ostaggi nella base aerea di Furstnfeldbruck. Un maldestro tentativo di liberazione intrapreso dalla polizia tedesca provocò la morte di tutti gli atleti sequestrati, assassinati dai terroristi a bordo degli elicotteri sui quali erano stati caricati. Nello scontro a fuoco trovarono la morte anche cinque fedayn e un poliziotto tedesco” (pag. 82 di “La diplomazia oscura. Servizi segreti e terrorismo nella Guerra fredda” di Gianluca Falanga, Carocci editore, Roma, 2021).
La successiva operazione “Ira di Dio”, lanciata ufficialmente a scopo vendicativo e su scala internazionale dal governo israeliano, diretto a quel tempo dalla signora Golda Meir, contribuirono a far sviluppare il conflitto israelo-palestinese anche in Italia.
Non a caso, il primo teatro dell’operazione “Ira di Dio” fu Roma.
Qui, il 16 ottobre 1972, due uomini del Mossad, il servizio segreto israeliano, piazzarono dodici pallottole Beretta calibro 22 nel corpo del palestinese, nato trentotto anni prima a Nablus, Wael Zwaiter che secondo Israele avrebbe avuto la responsabilità nell’organizzazione del fallito attentato di due mesi prima sul Boeing 707 della compagnia israeliana El Al (vedasi: pag. 191 e 192 di “Mossad. Le più grandi missioni del servizio segreto israeliano” di Michael Bar-Zohar e Nissim Mishal, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2014).
Otto mesi dopo l’uccisione di Wael Zwaiter, precisamente il 17 giugno del 1973 e nella romana piazza Barberini, si verificò la deflagrazione accidentale di una Mercedes 200 carica di esplosivo e ciò provocò il ferimento di due arabi che vi si trovavano a bordo (Abdel Hamidi Shilj, 28 anni, con passaporto giordano, e Abdel Hadi Nakaa, 34 anni, con passaporto siriano).
Subito dopo quest’ultimo evento, l’ambasciatore statunitense John Volpe criticò lo Stato italiano. Secondo il suo rapporto inviato a Washington, la “politica antiterroristica” dell’Italia si basava «sul coordinamento con gli altri Paesi europei, intese informali con i fedayin e gli israeliani, la disponibilità a pagare riscatti quando siano in gioco vite umane, dando la precedenza alla sicurezza nazionale» (vedasi “Nixon: «L’Italia troppo amica di arabi e cinesi»” di Angelo Bitti, Corriere della Sera del 16/5/2004).
Per l’ambasciatore statunitense l’Italia «continuerà ad appoggiare le nostre misure internazionali, ma con espedienti che le consentano di soddisfare le sue esigenze interne e non ledano i suoi rapporti con gli arabi e Israele» (ibidem, Corriere della Sera del 16/5/2004).
Sulla base delle informazioni da lui ricevute dai servizi segreti italiani, gli attentatori nel territorio italiano «non appartengono alle grandi organizzazioni palestinesi, che si sono impegnate a non colpirla, ma sono schegge impazzite» (ibidem, Corriere della Sera del 16/5/2004). Inoltre l’Italia «tollera operazioni antiterroristiche israeliane sul suo territorio» (ibidem, Corriere della Sera del 16/5/2004).
Queste osservazioni di John Volpe, espresse quando il governo italiano in carica era quello denominato ‘Andreotti II’ (26/6/1972 – 7/7/1973), denotano l’esistenza di una palese contraddizione della politica estera italiana. Le intese informali dello Stato italiano “con i fedayin e gli israeliani” fanno ancora parte di una strategia che, essendo composta da accordi segreti privi di interdipendenze regolatrici, non riesce ad evitare le attività sanguinarie degli uni e degli altri nel Bel Paese.
La gestazione e la nascita di un diverso approccio strategico – quello che chiamiamo “lodo” fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi – si hanno invece con i due governi successivi, il Rumor IV (7/7/1973 – 14/3/1974) e il Rumor V (14/3/1974 – 23/11/1974), quando in entrambe le circostanze Aldo Moro è Ministro degli Esteri.
Il lodo fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi, in base al quale per diversi anni viene garantita una tregua israelo-palestinese sul territorio italiano, nasce infatti dopo una serie di eventi specifici verificatisi dall’estate del 1973 ai primi mesi del 1974.
Tanto per essere più chiari, vediamone alcuni fra i più rilevanti.
Partiamo dalla Norvegia.
Il 21 luglio 1973, nella città di Lillehammer, il cameriere marocchino Ahmed Bouchiki, considerato erroneamente un “terrorista palestinese”, viene ucciso in strada da una squadra del Mossad mentre sta tornando a casa dopo il cinema insieme alla moglie norvegese incinta. Nei giorni successivi la polizia riesce però a catturare sei degli agenti segreti israeliani partecipanti a quell’operazione e la notizia fa subito il giro del mondo.
Passiamo all’Italia.
Il 13 agosto 1973, durante il quarto governo Rumor, si viene a sapere ufficialmente della scarcerazione di alcuni arabi: “Il giudice istruttore Giuseppe Pizzuti, su richiesta degli avvocati difensori, ha concesso la libertà provvisoria ai due arabi proprietari della «Mercedes» che il 17 giugno scorso, saltò in aria a piazza Barberini per l’esplosione di alcuni ordigni nascosti sulla vettura. Gli imputati – Abdul Shiblj, giordano, e Abdel i Nakaa, siriano – sono stati assegnati al soggiorno obbligato.
I due si trovavano a bordo della «Mercedes» con targa tedesca, la mattina del 17 giugno, quando la vettura saltò in aria incendiandosi ed essi rimasero feriti. Secondo i loro avvocati difensori sono vittime di un attentato. Scarcerati anche i due arabi arrestati, nell’aprile scorso, all’aeroporto dl Fiumicino, dopo essere stati sorpresi con sei bombe a mano e due pistole. I due – Gholan Mirzaga e Shirazl Bahrami Risa – erano stati condannati a 4 anni ciascuno” (“Esplosione di piazza Barberini: in libertà i due arabi”, Unità, pagina 8 di Roma-Regione, del 14 agosto 1973).
In seguito, precisamente il 5 settembre, a Ostia viene arrestato Ghassan Avienehmed Al Hadith, nella cui abitazione presa in affitto vengono trovati due missili terra-aria, e nel centro di Roma, all’hotel Atlas di via Rasella, sono arrestati Gabriel Khouri, Amin el Hindi, Mahmoud Nabil Mohamed e Al Tayeb Al Fergani.
I cinque arabi, oltre ad essere accusati di detenzione aggravata di armi e falso in documenti, sono sospettati di aver introdotto in Italia delle armi da guerra e di voler compiere un attentato ad un aereo della El Al in decollo da Fiumicino.
Questo episodio, come si saprà molti anni dopo, è l’esito di una trappola orchestrata da Ashraf Marwan, un diplomatico egiziano che fa la spia per conto del Mossad.
A febbraio del 1973, nel Sinai, alcuni caccia israeliani avevano abbattuto un aereo civile libico provocando la morte di centinaia di persone. A quel punto il leader libico “Gheddafi giurò vendetta. (…) Il presidente Sadat aveva deciso di dare manforte alla Libia e aveva incaricato Marwan di far avere ai terroristi due missili Strela di fabbricazione sovietica. Marwan inviò i due terra-aria a Roma con la valigia diplomatica.
A Roma li caricò sulla sua auto, incontrò Al-Hindi in un lussuoso negozio di scarpe di via Veneto, acquistò due grandi tappeti, se ne servì per avvolgere i due missili e li trasportò personalmente in metropolitana fino al covo dei terroristi in città. I terroristi si prepararono a lanciare i missili, ignari del fatto che Marwan aveva già allertato il Mossad, che a sua volta aveva avvertito gli italiani” (pag. 228 e 229 di “Mossad. Le più grandi missioni del servizio segreto israeliano”, di Michael Bar-Zohar, Nissim Mishal, editore Feltrinelli, 2012).
Il 6 ottobre, all’inizio della guerra dello Yom Kippur, Israele si trova in difficoltà. Come si saprà solo nel 1987 sulla base delle indagini del giudice Mastelloni, la mattina di quel giorno l’addetto militare israeliano incontra a Roma l’ammiraglio Vitaliano Rauber, allora capo del IV Reparto dello Stato Maggiore della Difesa, e gli chiede “se era possibile ottenere d’urgenza dei pezzi di ricambio per cannoni da 76 della Oto Melara”.
Come aggiunge il generale Piovano, quella mattina “gli israeliani chiesero munizioni” e “furono invitati in mia presenza dal sottocapo di stato maggiore a rivolgersi al ministero degli Esteri tramite l’ambasciatore israeliano a Roma” (vedasi: “Israele? Amici anche loro”, di Antonio Carlucci, in Panorama, 9 luglio 1989).
Il governo italiano, con il beneplacito del ministro degli Esteri Aldo Moro, fa consegnare a Israele, in segreto e scavalcando i divieti legislativi per il traffico di armi con i paesi in guerra, sia i pezzi di ricambio per cannoni da 76 della Oto Melara che le munizioni per quei cannoni.
A livello pubblico mostra invece una diversa posizione rispetto alla guerra del Kippur.
Sulla scia di quanto succede nei principali paesi europei dell’Alleanza Atlantica, l’Italia nega agli USA la possibilità di usare il proprio spazio aereo per inviare armi e rifornimenti a Israele, poiché il conflitto risulta esterno alle competenze della Nato (vedasi: 160 Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, cit., pp. 1226 sg.; M. Del Pero, Distensione, bipolarismo e violenza: la politica americana nel Mediterraneo durante gli anni Settanta. Il caso portoghese e le sue implicazioni per l’Italia, in Tra guerra fredda e distensione, cit., p. 129; Tosi, La strada stretta. Aspetti della diplomazia multilaterale italiana (1971-1979), cit., p. 250).
Solo il regime neofascista portoghese concede parte del proprio territorio per il “ponte aereo” degli aiuti statunitensi a Israele.
Lo stesso ministro degli Affari Esteri Aldo Moro, celando la verità ben sapendo di celarla, il 17 ottobre 1973 afferma quanto segue al Senato: “Da parte italiana ci si è sempre astenuti e ci si astiene da ogni intervento, in particolare da forniture di armi, che possa aggravare la situazione nelle zone di tensione, in particolare per quanto riguarda il Medio Oriente.” (vedasi: pag. 50 di “Testi e documenti sulla politica estera dell’Italia” del Ministero degli Affari Esteri, 1973).
Questi sono alcuni dei fatti principali che precedono la nascita del lodo fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi, ma alcuni storici e i giornalisti non riescono ad inquadrarli nel loro preciso contesto e nemmeno a capirne il significato.
Dell’omicidio del giovane marocchino Ahmed Bouchiki, compiuto il 21 luglio 1973 in Norvegia dallo stesso gruppo di fuoco che nel 1972 uccise a Roma il palestinese Zwaiter, non ne fa cenno quasi nessuno. Dell’arresto dei 5 palestinesi se ne parla invece in modo enfatico, senza far capire che quell’operazione fu l’esito di una trappola del Mossad e, come poi vedremo, senza far conoscere le caratteristiche della sentenza emessa nei loro confronti il 27 febbraio 1974.
Della guerra dello Yom Kippur (6–25 ottobre 1973) e dell’importante aiuto italiano a Israele molti non sembrano tenerne in debito conto anche se la vera politica estera di un paese si esprime nei periodi di guerra, anche e in particolare in segreto. Alcuni invece, senza fornirne prove sufficienti e logiche, sostengono che il «lodo Moro» nacque in un giorno preciso, col solo avallo politico da parte di Aldo Moro e proprio mentre la situazione risultava essere molto incandescente nei rapporti fra israeliani e arabi.
Il «lodo Moro» secondo Miguel Gotor
Secondo il “Memoriale della Repubblica” (Einaudi, 2011) di Miguel Gotor, il «lodo Moro» sarebbe “un accordo segreto stipulato il 19 ottobre 1973 tra Moro, allora ministro degli Esteri e i rappresentanti dell’OLP, nei giorni in cui infuriava la guerra dello Yom Kippur tra Israele ed Egitto”.
A pagina 417 , nella nota 9, si legge:
“Per la data dell’accordo si veda l’informazione tratta da un appunto del SID, classificato «Riservatissimo», proveniente da II Cairo e utilizzato nella sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, Tribunale di Venezia, procedimento penale n. 204 del 1983, pp. 1161-63 (Flamigni, La tela del ragno, 2005, pp. 197-98).”
Dalle parole scritte da Gotor e dalla semplice nota da lui riportata sulla fonte informativa si potrebbe giungere alla conclusione che il 19 ottobre 1973 Moro abbia incontrato “i rappresentanti dell’OLP” a Il Cairo e che, di conseguenza, abbia fatto un accordo segreto con i palestinesi appena una quarantina di giorni dopo l’avvio del processo di riconoscimento internazionale dell’OLP determinatosi nella Conferenza di Algeri dei paesi non allineati (5-9 settembre 1973), con largo anticipo rispetto alla riunione della Lega Araba svoltasi ad Algeri il 26 novembre 1973 con cui l’OLP è riconosciuto come unico rappresentante del popolo palestinese.
In realtà, il 19 ottobre 1973 il ministro degli Esteri Aldo Moro non incontra nessun rappresentante dei palestinesi nella capitale egiziana. Si trova a Roma ed ha un significativo impegno politico a cui non può certo sottrarsi. Deve partecipare ad una riunione (di circa 3 ore) della Direzione della DC nel corso della quale presenta una relazione “sull’attività del governo italiano per far cessare la guerra nel Medio Oriente. Quest’azione è stata pienamente apprezzata e condivisa dalla direzione DC, che ha chiesto che i 9 paesi della Comunità Europea parlino “con una voce sola” e che sia applicata la risoluzione dell’ONU (22 novembre 1967) per garantire l’esistenza di Israele e per risolvere il problema palestinese, così da giungere ad un “vero assetto di pace” ...” (vedasi: “Fanfani ha mandato due ispettori a Napoli”, di Lamberto Furno, La Stampa, sabato 20 ottobre 1973).
Quella data ha una certa importanza in quanto, grazie a Fanfani e all’avvio di una attenzione multilaterale ai problemi del Medio Oriente da parte dei dirigenti della Democrazia Cristiana e anche di quelli del Partito Socialista Italiano, si caratterizza come uno dei momenti della travagliata gestazione del «lodo Moro».
L’appunto del SID proveniente da Il Cairo parlava infatti di un incontro diplomatico presso l’ambasciata italiana fra due funzionari del ministero degli Esteri – il ‘primo consigliere’ Ranieri Tallarigo e il segretario Concetta Di Stefano – e il rappresentante dell’OLP Said Wasfi Kamal.
Quest’ultimo, in cambio dell’impegno che nessuna azione dei fedayin avrà più luogo in Italia, chiede la liberazione dei cinque arabi arrestati il 5 settembre 1973.
La proposta, secondo Sergio Flamigni, sarebbe poi stata esaminata “il 25 ottobre, nel corso di una riunione al ministero degli Esteri, durante la quale il rappresentante del Viminale – il vicequestore Silvano Russomanno, direttore della Divisione sicurezza interna – aveva sottolineato «la scarsa credibilità dell’impegno che gli organi ufficiali della resistenza palestinese assumerebbero in caso di liberazione dei cinque detenuti»; secondo Russomanno, dovevano «ritenersi del tutto fantasiosi i timori palesati circa possibili azioni delittuose da parte israeliana contro gli arabi».
La riunione aveva dimostrato che sotto la direzione di Moro il ministero degli Esteri era impegnato a stabilire un’intesa con l’OLP per salvaguardare il territorio italiano da eventuali attacchi palestinesi, e dai pericoli di ritorsione da parte israeliana che stranamente Russomanno tendeva a escludere” (pagine 197-198 del libro “La tela del ragno. Il delitto Moro” di Sergio Flamigni, Kaos edizioni, 1ª ed. maggio 1988, 5ª ed. aggiornata aprile 2003).
Questa narrazione risulta però imprecisa per quattro motivi.
Prima di tutto, la riunione del 25 ottobre 1973 dimostra che il Ministero degli Esteri, allora guidato da Aldo Moro, intende trovare una soluzione “per salvaguardare il territorio italiano da eventuali attacchi palestinesi” e dai “pericoli di ritorsione da parte israeliana”, ma per tale scopo non basta certo un’intesa con l’OLP.
Serve, come minimo, anche un’intesa con lo stato israeliano, in particolare col Mossad che a quel tempo ha già stabilito degli stretti rapporti con l’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno, ridefinito Servizio informazioni generali e sicurezza interna (Sigsi) nel 1970 e diretto da Federico Umberto D’Amato a partire dal novembre 1971.
In secondo luogo, a differenza di quanto potrebbe far pensare la ricostruzione di Sergio Flamigni, il 25 ottobre 1973 non è una data come un’altra. Quel giorno, alle ore 9 italiane e per la prima volta dopo la crisi dei missili di Cuba dell’ottobre 1962, le forze armate statunitensi passano allo stato di allarme atomico – compresa la base della Maddalena che nel 1972 il governo Andreotti aveva concesso agli Usa raggirando gli art.11-80-87 della Costituzione – e poi, alle ore 12 italiane, lo comunicano alla Nato (vedasi: “Morire per gli altri” di Tino Neirotti su Stampa Sera del 26 ottobre 1973; “Medio Oriente. Truppe USA in Europa in preallarme” in Lotta Continua del 26 ottobre 1973; “La giornata della tensione atomica URSS-USA. La Nato apprese l’allarme dalle notizie dei quotidiani” di Giorgio Fattori su La Stampa del 4 novembre 1973).
La pressione orchestrata dal segretario di Stato USA Henry Kissinger spinge l’URSS sulla difensiva e fa in modo che, nel pomeriggio, il Consiglio di sicurezza dell’ONU prenda la decisione di mandare i caschi blu in Medio Oriente, senza la partecipazione di grandi potenze, per garantire la tregua fra Egitto e Israele (vedasi: “Forze dell’ONU nel Medio Oriente”, L’Unità, 26 ottobre 1973).
In terzo luogo, il 25 ottobre 1973 Moro non partecipa alla riunione convocata presso il Ministero degli Esteri. Nella tarda mattinata del 23 ottobre 1973, infatti, il presidente della Repubblica Giovanni Leone e il ministro degli Esteri Aldo Moro partono per un viaggio diplomatico nei paesi del Benelux (Belgio, Olanda e Lussemburgo) e rientrano in Italia la sera del 31 ottobre (vedasi: “Leone e Moro in Olanda”, Stampa Sera, notizia Ansa del 23 ottobre 1973; “Iniziativa europea proposta all’Aja da Leone e Moro” di Orazio Pizzigoni, l’Unità, 25 ottobre 1973; “Il presidente Leone a Bruxelles accolto da Baldovino e Fabiola” di Nicola Adelfi, La Stampa, 30 Ottobre 1973; “Leone: trasformare il Mec in una comunità di popoli” di Nicola Adelfi, La Stampa, 31 Ottobre 1973).
In quarto luogo, il 25 ottobre 1973 su diversi quotidiani si parla di nuovo dell’omicidio del palestinese Wael Abdel Zwaiter avvenuto a Roma il 16 ottobre 1972: “Da Oslo la conferma: fu un commando di killers israeliani ad uccidere Zuaiter” (Zwaiter, ndr; ), Lotta Continua; “Da Oslo investigatori per il caso Zwaiter. Sei arrestati per l’assassinio di un marocchino in Norvegia, indiziati per il secondo delitto a Roma”, L’Unità.
Il sospetto, avanzato una settimana prima, che ci sia una connessione fra l’omicidio di Zwaiter e quello del giovane marocchino ucciso in Norvegia il 21 luglio 1973 trova delle clamorose conferme (“Rintracciati i killers che uccisero Zwaiter?”, L’Unità, 18 ottobre 1973).
Dire o lasciar intendere perciò che il 25 ottobre 1973 Moro avrebbe fatto qualcosa direttamente a Roma, ad esempio presso il Ministero degli Esteri, è un’informazione non rispondente al vero. L’allora ministro degli Esteri, oltre a non avere il dono dell’ubiquità, era abituato a riflettere a lungo prima di prendere una decisione molto delicata.
La riunione del 25 ottobre 1973 presso il Ministero degli Esteri, si svolge senza la presenza diretta di Aldo Moro e proprio il giorno dell’allarme atomico delle forze armate degli USAa e delle nuove notizie sulle “operazioni speciali” del Mossad; affronta alcuni problemi di politica estera e interna particolarmente intrecciati.
In questo ambito cerca di valutare la proposta dell’OLP e, nonostante il parere contrario di Silvano Russomanno a qualsiasi forma di soluzione politica a tale riguardo, si conclude senza rifiutare a priori l’idea lanciata da Said Wasfi Kamal sei giorni prima.
La stessa partecipazione di Russomanno, personaggio del Servizio informazioni generali e sicurezza interna (SIGSI), è particolarmente significativa. Tale personaggio , pur sapendo bene come stiano le cose e non “stranamente” come invece dichiara Sergio Flamigni, nega che si possano manifestare delle azioni sanguinarie in Italia da parte dei servizi segreti israeliani.
Sul piano politico ciò significa che la riunione coinvolge nel dibattito anche una fazione particolarmente filo-israeliana del Ministero degli Interni, in quanto servirebbe un accordo sia con l’OLP che con Israele per evitare il ripetersi nel territorio italiano del sanguinoso conflitto fra israeliani e palestinesi.
In sintesi: l’evento del 19 ottobre 1973 a Il Cairo e quello del 25 ottobre 1973 presso il Ministero degli Esteri italiano sono soltanto due fra i momenti della lunga e triangolare attività diplomatica fra Italia, Israele e forze combattenti arabo-palestinesi che, come un work in progress, tende a far nascere il «lodo Moro» in maniera compatibile rispetto al preesistente lodo Italia-Israele.
Il «lodo Moro» secondo Cossiga
Il 30 ottobre 1973 Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan vengono scarcerati grazie ad un provvedimento di libertà provvisoria “perché, secondo il giudice istruttore, hanno avuto un ruolo secondario nella operazione che fortunatamente non fu realizzata” (vedasi: “È rinviato il processo agli arabi del missile”, La Stampa del 29 dicembre 1973).
Secondo una ricostruzione fatta molti anni dopo dall’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, «Moro intervenne personalmente sul presidente del tribunale, con la cortesia e la fermezza che gli erano proprie e fece concedere ai terroristi la libertà provvisoria» (vedasi pag. 26 di “Fiumicino 17 dicembre 1973. La strage di Settembre Nero” di Annalisa Giuseppetti e Salvatore Lordi, editore Rubbettino, 15 giugno 2010).
In altre parole, fra il 25 e il 30 ottobre 1973 Aldo Moro sarebbe intervenuto personalmente per favorire quella specifica opzione, ma la ricostruzione di Cossiga è basata solo su alcuni vaghi ricordi e qualche sentito dire che non risultano compatibili rispetto ai più elementari metodi relativi ad una buona e onesta ricerca storica.
In quei giorni – come si è detto – il Ministro degli Esteri Aldo Moro non si trova in Italia. Non può intervenire direttamente sul magistrato competente ed è molto improbabile che, perfino dopo lo scandalo delle intercettazioni telefoniche emerso in Italia l’8 febbraio 1973, abbia comunicato con lui telefonicamente per discutere una questione così delicata.
Infine, tanto per confermare quanto si è già accennato, il provvedimento di libertà provvisoria per Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan, concomitante rispetto al deposito della sentenza di rinvio a giudizio, non viene emesso dal “presidente del tribunale” ma dal giudice istruttore. Il nome di quest’ultimo è Leonardo Zamparella (vedasi: “Processo ai cinque arabi del missile di Roma”, La Stampa del 14 dicembre 1973).
Torniamo perciò ai fatti acclarati.
Il 30 ottobre Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan escono dal carcere di Viterbo, sono presi in consegna da alcuni dirigenti del SID e trovano alloggio in un appartamento di Roma gestito dai servizi segreti. Il giorno successivo, accompagnati dal colonnello Giovan Battista Minerva, dal capitano Antonio Labruna, dal colonnello Stefano Giovannone e dal tenente colonnello Enrico Milani, salgono a bordo di un aereo Douglas C-47 Dakota dell’Aeronautica Militare italiana, denominato Argo 16, che da Ciampino li porta in Libia dopo una sosta a Malta.
Nemmeno un mese dopo troviamo Argo 16 nelle cronache di un episodio a dir poco inquietante.
Proprio quell’aereo, che fra l’altro aveva svolto missioni speciali per il SIOS ed effettuato le misure elettroniche nell’Adriatico contro la rete radar jugoslava (vedasi: audizione dell’ammiraglio Fulvio Martini del 27 luglio 1999 di fronte alla Commissione parlamentare sulle stragi), il 23 novembre 1973 esplode in volo.
Precipita nelle vicinanze di svariate industrie chimiche di Marghera, facendo correre il rischio di una colossale catastrofe ecologica. Per questo motivo muoiono cinque persone dell’equipaggio: il tenente colonnello Borreo Enano, il maresciallo Luigi Bernardini, il tenente colonnello Mario Grandi e il maresciallo Aldo Schiavone.
Come si andrà a ipotizzare pubblicamente solo negli anni ’80, da parte del giudice Carlo Mastelloni, Argo 16 potrebbe essere stato sabotato dal Mossad.
D’altra parte, difficilmente il Mossad avrebbe potuto assumersi tale compito senza l’avallo o la diretta complicità delle forze militari statunitensi presenti nel Veneto.
Il divieto agli USA di usare lo spazio aereo italiano per inviare armi e rifornimenti a Israele durante la guerra del Kippur (6-25 ottobre 1973) e la liberazione di Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan sono fatti che, in primis, non piacciono al presidente e repubblicano statunitense Richard Nixon e al governo israeliano di Golda Meir.
In quella situazione, già di per sé ingarbugliata, il governo italiano continua a mantenere segreta la verità, conosciuta fra gli altri dall’ambasciatore USA a Roma John Volpe, sulla tolleranza verso le azioni omicide dei servizi segreti israeliani sul territorio italiano.
In questo modo, com’è logico che sia, la politica italiana risulta inaffidabile agli occhi del mondo arabo.
Il 26 novembre 1973, in particolare, la Lega Araba riunitasi ad Algeri non inserisce l’Italia “fra i Paesi amici o neutrali cui veniva garantito un trattamento di favore nella fornitura di greggio” (pagina 194, “Mediterraneo e Medio Oriente nella politica estera italiana” di Francesco Perfetti, in La Comunità Internazionale, fasc. 2/2011, Editoriale Scientifica srl) e al tempo stesso riconosce l’OLP come unico e legittimo rappresentante del popolo palestinese.
Il governo italiano cerca allora di essere più “diplomatico” col mondo arabo per evitare delle nefaste conseguenze economiche e politiche per l’Italia.
In tale situazione, venerdì 14 dicembre 1973 inizia il processo ai palestinesi arrestati il 5 settembre, ma viene rinviato al 17 dicembre.
In quest’ultima data, alle nove di mattina, avviene la strage di Fiumicino con i suoi 32 morti, un episodio attribuito indistintamente alla Libia e all’Iraq dalla stampa israeliana e condannato da tutte le forze politiche italiane, comprese quelle della sinistra extraparlamentare, dalla quasi totalità dei paesi arabi e dall’OLP, fra cui l’FPLP di Habash che da almeno un anno, pur non rinunciando a svolgere azioni armate nei territori controllati da Israele, ha deciso di abbandonare la via delle azioni «esemplari» e dei dirottamenti aerei in Europa (“L’OLP annuncia che renderà pubblica l’inchiesta sul Boeing 737”, in Lotta Continua, 19 dicembre 1973) “perché l’internazionalizzazione della lotta non aveva portato «alcun reale beneficio»” (pag. 10 di “Il «lodo Moro». Terrorismo e ragion di Stato 1969-1986” di Valentine Lomellini, 2022, Edizioni Laterza, Bari-Roma, e la connessa nota 45: Comunicazione Watt 6013. FPLP – Linea politica relativa agli attacchi all’estero, 20 maggio 1972, ACS, FCA, b. 362, racc. spec.; Watt 6025. Oggetto: questione araba – Attività insidiose del PFLP, 12 giugno 1972, ACS, FCA, b. 362, racc. spec.).
Lo stesso governo italiano, da parte sua, sospetta una responsabilità libica, ma ufficialmente la nega perché da un lato non intende aggravare la tensione internazionale e dall’altro non ne ha le prove certe.
Al contrario di quanto narra la vulgata di svariati dietrologi, che enfatizzano il contributo italiano nel riuscito golpe di Gheddafi del 1969, i rapporti fra la Libia e l’Italia non sono buoni negli ultimi mesi del 1973.
Esistono diversi motivi di attrito: il regime di Gheddafi – secondo il giornalista di Epoca Piero Zullino – è irritato per l’acquisto da parte dell’Eni di dieci milioni di barili di greggio dall’Arabia Saudita anziché da Tripoli; solo Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan sono stati liberati e consegnati alla Libia; in quello stesso periodo c’è ancora una situazione di grave crisi diplomatica (nata nel 1970 con l’espropriazione e l’espulsione dei coloni italiani presenti nel territorio libico) che viene superata nel febbraio del 1974 per mezzo di un trattato bilaterale (“L’espulsione degli italiani dalla Libia nel 1970” di Arturo Varvelli, in “I sentieri della ricerca”, rivista di storia contemporanea, Edizioni Centro Studi “Piero Ginocchi” Crodo, giugno 2007).
Il movente della strage non è però connesso ai motivi di attrito della Libia con l’Italia. Sembra dettato dal persistere della volontà di vendicare, come si è accennato in precedenza, le centinaia di persone uccise a febbraio del 1973, nel Sinai, a causa dell’abbattimento dell’aereo civile libico da parte di alcuni caccia israeliani.
Lunedì 17 dicembre 1973, una volta che si diffonde la notizia della strage di Fiumicino, l’udienza del processo agli arabi subisce un nuovo rinvio.
“Il commando venne arrestato il 5 settembre dal servizio di controspionaggio quando nella villetta a Ostia presa in affitto dal libanese Ghassan Ahmed Al Hadith furono trovati due missili terra-aria di fabbricazione sovietica, chiusi in scatoloni: un metro e trenta centimetri di lunghezza. Le armi hanno una gittata di cinque chilometri.
Secondo l’accusa, gli arabi avevano intenzione di abbattere un aereo israeliano in occasione del primo anniversario della strage di Monaco. I tre imputati nella scorsa udienza hanno dichiarato di essere innocenti e di non avere avuto alcuna intenzione di attaccare un aereo israeliano. Oggi, colui che potrebbe essere il capo del commando, Gabriel Khouri ha voluto aggiungere qualcos’altro.
«Rinneghiamo l’attentato criminale compiuto a Fiumicino, ha detto, non abbiamo nulla in comune con coloro che hanno incendiato il “Boeing” e dirottato l’aereo tedesco. L’atto terroristico costituisce un gesto di barbarie che nuoce alla causa araba e gli autori sono nostri nemici». «Vogliamo essere processati subito, ha aggiunto, anche perché abbiamo fiducia che il tribunale non si lascerà influenzare dalla forte pressione di alcuni giornali: anche se riteniamo che il rinvio dell’udienza deciso il giorno della strage di Fiumicino sia da mettersi in collegamento con l’attentato». (“È rinviato il processo agli arabi del missile” di g.g., La Stampa del 29 dicembre 1973, pag. 10).
Poi il presidente dispone l’esame dei periti balistici, ma decide anche che i chiarimenti dei tecnici siano ascoltati dal tribunale a porte chiuse. Infine, il rinvio del dibattimento al 20 febbraio.
Nella serata di mercoledì 27 febbraio 1974 si conclude il processo contro i cinque arabi arrestati a Roma il 5 settembre 1973.
Ciascuno degli imputati è condannato a 5 anni e due mesi di reclusione. A tre di loro, quelli rimasti in carcere (il giordano Azmicany, l’algerino Amin El Hendi e il siriano Gabriel Khouri), viene concessa la libertà provvisoria dietro cauzione di 20 milioni di lire a testa. Gli altri due imputati (l’iracheno Ahmed Ghassan Al Hadithi e il libico Ali Al Fargani Tayeb) hanno già ottenuto a libertà provvisoria durante la fase istruttoria e si trovano fuori del territorio italiano.
La sentenza del tribunale accetta in sostanza le richieste avanzate dal pubblico ministero.
Nella sua requisitoria, che si svolge nel corso della mattinata, il Pm Giorgio Santacroce da un lato fornisce le prove rispetto ai reati di detenzione di armi e falso in documenti; dall’altro nega l’esistenza di prove certe rispetto ai reati di introduzione di armi da guerra e tentata strage.
Il Pm infatti ricorda che l’accusa di introduzione in Italia di armi da guerra non può avere certezza di prova in quanto gli imputati avrebbero potuto anche non essere stati loro a trasportare il materiale nel territorio italiano. Inoltre esclude che i cinque imputati abbiano progettato di dirigere, dalla terrazza dell’appartamento di Ostia, un missile contro un aereo che si fosse levato in volo dall’aeroporto di Fiumicino.
«Tra l’altro – ha sostenuto il dott. Santacroce – la posizione di quella casa non lo avrebbe permesso e quindi l’appartamento di Ostia deve essere considerato soltanto una base per il gruppo degli arabi» (“La sentenza sulla clamorosa vicenda a Ostia. Cinque anni agli arabi presi col lanciamissile” di F.S. , L’Unità, giovedì 28 febbraio 1974).
Molti anni dopo, Miguel Gotor scrive che quegli arabi sarebbero stati arrestati “mentre preparavano un attentato all’aeroporto di Fiumicino ai danni di un aereo della El Al Israel Airlines” (pagina 338, “Il Memoriale della Repubblica”).
Analogamente Ambrogio Viviani, capo del controspionaggio SID dal 1970 al 1974, in una trasmissione televisiva di “La storia siamo noi” dedicata ad Argo 16, dichiara che la terrazza dell’appartamento di Ostia sarebbe perpendicolare alle linee di decollo da Fiumicino degli aerei israeliani (vedi qui)
Miguel Gotor e Ambrogio Viviani ripetono in sostanza un’ipotesi già chiaramente smentita il 27 febbraio 1974 dal Pm Giorgio Santacroce.
L’apparenza tattica e la realtà strategica
La memoria dominante relativa al «lodo Moro» è andata sempre più deformandosi nel tempo fino a diventare del tutto incompatibile in rapporto ad alcune evidenze giudiziarie.
Il «lodo Moro» ha una caotica gestazione nel corso del 1972-1973, in particolare negli ultimi quattro mesi del 1973, e durante il primo trimestre del 1974.
Necessita infatti, fra le varie precondizioni soggettive, il superamento della crisi diplomatica fra Italia e Libia, la liberazione di tutti gli arabi arrestati il 5 settembre 1973 e condannati solo per i reati di detenzione di armi e documenti falsi, lo scioglimento di "Settembre Nero" da parte dei palestinesi (evento che avviene nell’autunno del 1973), un fattivo riconoscimento politico italiano dell’OLP, ricompense agli informatori palestinesi ed eventuali aiuti umanitari alla popolazione palestinese tramite il servizio segreto militare italiano, l’integrazione nella politica estera italiana della linea diplomatica avviata dallo statista democristiano Alcide De Gasperi prima e dopo la nascita dello Stato di Israele, gli aiuti militari segreti a quest’ultimo da parte dell’Italia, una maggiore collaborazione fra il servizio segreto interno italiano e il Mossad, e la fine della “guerra dell’ombra” da parte degli agenti segreti israeliani in Italia.
Di fatto, nel mese di maggio del 1974 Nemer Hammad inizia ad essere ospitato nella capitale italiana come rappresentante dell’OLP.
Mai e poi mai l’Italia avrebbe accolto Nemer Hammad, dando così all’OLP un riconoscimento politico de facto, senza una preventiva garanzia di tregua nel proprio territorio sia da parte degli israeliani che dei palestinesi.
Ciò significa che la cosiddetta linea “filoaraba” dei governanti italiani della Prima Repubblica aveva dei limiti, era qualcosa di apparente e tattico mentre contemplava la difesa strategica del sionismo e dello Stato israeliano.
Alcuni fatti avvenuti fra il novembre del 1974 e lo stesso mese dell’anno successivo lo dimostrano in maniera esaustiva.
“L’attenzione verso il movimento nazionale palestinese fu confermata nel novembre 1974 quando il governo di Roma votò a favore dell’iniziativa d’invitare una delegazione palestinese a partecipare alla sessione dell’Assemblea generale dell’ONU: in tale sede però l’Italia si astenne quando si votò l’OLP di Arafat quale rappresentante del popolo palestinese e si diede a tale organizzazione lo status di osservatore permanente.
Il governo di Roma, comunque, non abbandonò mai la sua linea di difesa del diritto di Israele ad esistere come Stato indipendente e rifiutò ogni forma di equiparazione del sionismo al razzismo. Ciò si vide chiaramente in occasione del dibattito all’Assemblea generale dell’ONU circa la proposta di risoluzione che condannava il sionismo come forma di razzismo e di discriminazione razziale.
Il 10 novembre 1975 la risoluzione contro il sionismo fu approvata dalla maggioranza degli Stati dell’Assemblea con il massiccio voto favorevole dei paesi comunisti e di quelli non allineati, ma l’Italia votò contro.” (vedasi: “Dalla Puglia nel mondo. Appunti sul pensiero politico internazionale di Aldo Moro” di Luciano Monzali, a pag.104; “Aldo Moro e l’Università di Bari fra storia e memoria”, a cura di Angelo Massafra, Luciano Monzali, Federico Imperato; prefazione di Antonio Felice Uricchio; Cacucci Editore, Bari, 2016).
Il «lodo Moro», del cui periodo iniziale si è parlato qui, trovò un epilogo nel 1985 con il sequestro palestinese del transatlantico “Achille Lauro” e il connesso scontro diplomatico fra il governo diretto da Bettino Craxi e gli USA.
Nel corso della Prima Repubblica, il «lodo Moro» durò infatti circa una decina di anni.
Come hanno dimostrato Paolo Persichetti e Paolo Morando (vedasi qui), si manifestò pure a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 e quindi, a differenza di quanto sostengono alcuni fra i discendenti politici del neofascista Movimento Sociale Italiano, le forze palestinesi non avevano alcun motivo per compiere una strage come quella di Bologna del 2 agosto 1980.
Fonte
12/05/2021
Il 12 maggio. La piazza, la rabbia, la morte di Giorgiana
Il 12 maggio del 1977 difficilmente sarà solo una data su un calendario. Per una intera generazione politica ha lo stesso peso che le giornate di luglio a Genova 2001 hanno avuto trenta anni dopo per un’altra generazione. Lo Stato mostrò il suo volto di guerra, a tutti i livelli, e la morte di Giorgiana Masi, studentessa diciottenne del liceo Pasteur di Roma è lì a ricordarlo.
Il quotidiano La Repubblica si presta spesso a operazioni indecenti. L’aver rimesso in circolo la versione dell’allora ministro degli Interni Cossiga, tramite le parole dell’agente Fantone – uno dei tanti immortalati quel giorno con la pistola in mano – la rende complice di una narrazione tossica, inaccettabile e indigeribile per le migliaia di testimoni diretti di quanto avvenne in quel pomeriggio di un giorno da cani.
Il 12 maggio di quel 1977 giunse a conclusione di tre settimane pesanti come macigni. Il 21 aprile il movimento aveva tentato ancora una volta di occupare l’università La Sapienza, ma la polizia intervenne rapidamente e pesantemente. Gli scontri iniziano dentro l’università e debordano ben presto nelle strade del vicino quartiere di San Lorenzo. Si diffonde il tam tam, chi non era già lì arriva mentre gli scontri sono ancora in corso. La polizia spara più volte, sparano anche i manifestanti. Un agente di polizia, Settimio Passamonti, viene ucciso in via dei Marrucini, una traversa di via De Lollis.
Il Ministro degli Interni Cossiga decreta una sorta di stato d’emergenza e il divieto totale di manifestazioni a Roma fino al 31 maggio. Ma già il 25 aprile, per la festa della Liberazione, in alcuni quartieri si cerca di scendere comunque in piazza e le manifestazioni di quartiere vengono caricate ovunque.
Ci si riprova il 1 Maggio. Cgil Cisl Uil convocano un comizio in Piazza San Giovanni che viene autorizzato. Il movimento si dà appuntamento a Piazza Vittorio per concentrarsi e arrivare in corteo a San Giovanni. La polizia però presidia e circonda tutte le strade di accesso a Piazza Vittorio. Ci sono centinaia di fermati che vengono portati via sui blindati e rilasciati nel pomeriggio e in serata. Chi è riuscito a sottrarsi alle maglie della polizia si concentra su via Emanuele Filiberto e cerca di raggiungere San Giovanni. Il sindacato e il Pci schierano il servizio d’ordine per impedirlo, si accende una mischia furibonda a ridosso dei cordoni del servizio d’ordine. Ma alle spalle dei militanti del movimento arriva la polizia. Scatta una sorta di trappola. Altre botte, altri fermi. Le piazze continueranno ad essere negate al movimento.
Il pomeriggio del 12 maggio
Il Partito Radicale (sensibilmente diverso da quello degli anni successivi), decide di convocare una manifestazione per il 12 maggio in Piazza Navona per celebrare la vittoria nel referendum sul divorzio di tre anni prima, ma anche per sfidare il divieto di manifestare. Nonostante il Partito Radicale sia presente in parlamento, la Questura nega l’autorizzazione alla manifestazione. I radicali decidono di disobbedire al divieto e mantengono l’appuntamento. Una assemblea di movimento decide di utilizzare l’appuntamento dei Radicali in Piazza Navona per riprendersi l’agibilità di piazza negata dal governo.
Nel primo pomeriggio si capisce subito che tira una brutta, anzi pessima, aria. In Piazza Navona gli stessi parlamentari del Partito Radicale e di Democrazia Proletaria vengono caricati dalla polizia. Un Marco Pannella contuso entra alla Camera dei Deputati denunciando quanto sta accadendo ma viene insultato e zittito dai parlamentari della Dc e del Pci.
Nelle strade e nelle piazza intorno a Piazza Navona cominciano ad arrivare gruppi di compagni del movimento nel tentativo di raggiungere la piazza. Ma ogni assembramento, anche il più piccolo, viene immediatamente caricato e disperso, anche con l’uso di lacrimogeni.
Una parte dei compagni attraversa il Tevere e si concentra a piazza Sonnino, un altro riesce a raggiungere Campo de’ Fiori. I due raggruppamenti si riunificano a Campo de’ Fiori decisi a resistere. Iniziano così ore di scontri. Da una parte solo i sassi raccolti per strada e le barricate di automobili, saranno pochissime le bottiglie molotov fatte direttamente per strada succhiando la benzina alle automobili e usando stracci per l’innesco. Il 12 maggio del 1977 il movimento non era andato in piazza organizzato per fare gli scontri. Dall’altra parte si sparano decine di lacrimogeni che rendono l’aria irrespirabile ma soprattutto colpi di arma da fuoco, tanti, ripetuti. Le pallottole sparate ad altezza d’uomo dagli agenti, sia in borghese che in divisa, perforano saracinesche, muri, automobili e talvolta arrivano a segno, fortunatamente non in modo letale.
Si resiste per ore a sassate, con cariche e controcariche, fumo dei gas lacrimogeni e colpi di arma da fuoco. Ma cresce anche il rischio di rimanere imbottigliati dentro Campo de’ Fiori. Ad un certo punto si apre la possibilità di ritirarsi verso Trastevere. Su Ponte Garibaldi un altro gruppo di compagni ha eretto una barricata e resiste alle cariche. Si attraversa di corsa Ponte Sisto con gli occhi rivolti a quanto accade sull’altro ponte e ci si concentra tutti alla barricata di Ponte Garibaldi.
Per qualche minuto tutto sembra fermarsi, quasi un momento di tregua. Ci si sta per sciogliere. Parte però un’altra carica della polizia, più lunga, più decisa, quasi fino a ridosso della barricata. Questa volta non si resiste ma si fugge. Una ragazza cade mentre tutti stanno correndo. Un ragazzo dice che si è sentita male, ma ben presto un fiore di sangue sul corpo annuncia che non si tratta di un malore ma di una ferita. Giorgiana Masi viene caricata su una macchina e portata al vicino ospedale Nuova Regina Margherita dove morirà di lì a poco.
Si torna a casa con gli occhi ancora gonfi e arrossati dai lacrimogeni, c’è anche qualche livido lasciato dalle pallottole di rimbalzo che hanno colpito alcuni. Qualcuno ha ferite più serie – fortunatamente non gravi – ma evita di farsi ricoverare negli ospedali. Chiusi in cucina si incollano le orecchie all’unica radio di movimento esistente nella primavera del 1977, Radio Città Futura. E si apprende che una compagna, Giorgiana Masi è morta, uccisa da un colpo di arma da fuoco. Una notizia e una morte che pesano come una montagna.
Il giorno successivo in Parlamento, il Ministro degli Interni Cossiga nega che la polizia abbia sparato in piazza.
Il giorno dopo il giornale romano Il Messaggero (immensamente diverso da quello di oggi) pubblica le foto degli agenti di polizia con le pistole in pugno e smentisce Cossiga. Il 13 maggio gruppi di compagne cercano di recarsi a Ponte Garibaldi a depositare fuori lì dove Giorgiana Masi è stata uccisa ma vengono caricate. Ci saranno tensione e cariche anche il giorno dei funerali.
Il 12 maggio del 1977 lo Stato decise di mostrare al movimento antagonista (ma anche ai pochissimi parlamentari dell’opposizione) il suo volto di guerra e di infliggergli una lezione, la più dolorosa possibile. Forte del patto politico tra Dc e Pci, l’apparato repressivo si era sentito libero di usare la mano pesante, e lo fece senza incontrare ostacoli o problemi. Fu inchiodato solo dal coraggio dei fotografi e dalla determinazione di un movimento che decise che il 12 maggio non sarebbe stato mai più solo una data sul calendario. Per questo, anche quaranta anni dopo, vogliamo riaffermare che non intendiamo dimenticare nulla.
Fonte
Il quotidiano La Repubblica si presta spesso a operazioni indecenti. L’aver rimesso in circolo la versione dell’allora ministro degli Interni Cossiga, tramite le parole dell’agente Fantone – uno dei tanti immortalati quel giorno con la pistola in mano – la rende complice di una narrazione tossica, inaccettabile e indigeribile per le migliaia di testimoni diretti di quanto avvenne in quel pomeriggio di un giorno da cani.
Il 12 maggio di quel 1977 giunse a conclusione di tre settimane pesanti come macigni. Il 21 aprile il movimento aveva tentato ancora una volta di occupare l’università La Sapienza, ma la polizia intervenne rapidamente e pesantemente. Gli scontri iniziano dentro l’università e debordano ben presto nelle strade del vicino quartiere di San Lorenzo. Si diffonde il tam tam, chi non era già lì arriva mentre gli scontri sono ancora in corso. La polizia spara più volte, sparano anche i manifestanti. Un agente di polizia, Settimio Passamonti, viene ucciso in via dei Marrucini, una traversa di via De Lollis.
Il Ministro degli Interni Cossiga decreta una sorta di stato d’emergenza e il divieto totale di manifestazioni a Roma fino al 31 maggio. Ma già il 25 aprile, per la festa della Liberazione, in alcuni quartieri si cerca di scendere comunque in piazza e le manifestazioni di quartiere vengono caricate ovunque.
Ci si riprova il 1 Maggio. Cgil Cisl Uil convocano un comizio in Piazza San Giovanni che viene autorizzato. Il movimento si dà appuntamento a Piazza Vittorio per concentrarsi e arrivare in corteo a San Giovanni. La polizia però presidia e circonda tutte le strade di accesso a Piazza Vittorio. Ci sono centinaia di fermati che vengono portati via sui blindati e rilasciati nel pomeriggio e in serata. Chi è riuscito a sottrarsi alle maglie della polizia si concentra su via Emanuele Filiberto e cerca di raggiungere San Giovanni. Il sindacato e il Pci schierano il servizio d’ordine per impedirlo, si accende una mischia furibonda a ridosso dei cordoni del servizio d’ordine. Ma alle spalle dei militanti del movimento arriva la polizia. Scatta una sorta di trappola. Altre botte, altri fermi. Le piazze continueranno ad essere negate al movimento.
Il pomeriggio del 12 maggio
Il Partito Radicale (sensibilmente diverso da quello degli anni successivi), decide di convocare una manifestazione per il 12 maggio in Piazza Navona per celebrare la vittoria nel referendum sul divorzio di tre anni prima, ma anche per sfidare il divieto di manifestare. Nonostante il Partito Radicale sia presente in parlamento, la Questura nega l’autorizzazione alla manifestazione. I radicali decidono di disobbedire al divieto e mantengono l’appuntamento. Una assemblea di movimento decide di utilizzare l’appuntamento dei Radicali in Piazza Navona per riprendersi l’agibilità di piazza negata dal governo.
Nel primo pomeriggio si capisce subito che tira una brutta, anzi pessima, aria. In Piazza Navona gli stessi parlamentari del Partito Radicale e di Democrazia Proletaria vengono caricati dalla polizia. Un Marco Pannella contuso entra alla Camera dei Deputati denunciando quanto sta accadendo ma viene insultato e zittito dai parlamentari della Dc e del Pci.
Nelle strade e nelle piazza intorno a Piazza Navona cominciano ad arrivare gruppi di compagni del movimento nel tentativo di raggiungere la piazza. Ma ogni assembramento, anche il più piccolo, viene immediatamente caricato e disperso, anche con l’uso di lacrimogeni.
Una parte dei compagni attraversa il Tevere e si concentra a piazza Sonnino, un altro riesce a raggiungere Campo de’ Fiori. I due raggruppamenti si riunificano a Campo de’ Fiori decisi a resistere. Iniziano così ore di scontri. Da una parte solo i sassi raccolti per strada e le barricate di automobili, saranno pochissime le bottiglie molotov fatte direttamente per strada succhiando la benzina alle automobili e usando stracci per l’innesco. Il 12 maggio del 1977 il movimento non era andato in piazza organizzato per fare gli scontri. Dall’altra parte si sparano decine di lacrimogeni che rendono l’aria irrespirabile ma soprattutto colpi di arma da fuoco, tanti, ripetuti. Le pallottole sparate ad altezza d’uomo dagli agenti, sia in borghese che in divisa, perforano saracinesche, muri, automobili e talvolta arrivano a segno, fortunatamente non in modo letale.
Si resiste per ore a sassate, con cariche e controcariche, fumo dei gas lacrimogeni e colpi di arma da fuoco. Ma cresce anche il rischio di rimanere imbottigliati dentro Campo de’ Fiori. Ad un certo punto si apre la possibilità di ritirarsi verso Trastevere. Su Ponte Garibaldi un altro gruppo di compagni ha eretto una barricata e resiste alle cariche. Si attraversa di corsa Ponte Sisto con gli occhi rivolti a quanto accade sull’altro ponte e ci si concentra tutti alla barricata di Ponte Garibaldi.
Per qualche minuto tutto sembra fermarsi, quasi un momento di tregua. Ci si sta per sciogliere. Parte però un’altra carica della polizia, più lunga, più decisa, quasi fino a ridosso della barricata. Questa volta non si resiste ma si fugge. Una ragazza cade mentre tutti stanno correndo. Un ragazzo dice che si è sentita male, ma ben presto un fiore di sangue sul corpo annuncia che non si tratta di un malore ma di una ferita. Giorgiana Masi viene caricata su una macchina e portata al vicino ospedale Nuova Regina Margherita dove morirà di lì a poco.
Si torna a casa con gli occhi ancora gonfi e arrossati dai lacrimogeni, c’è anche qualche livido lasciato dalle pallottole di rimbalzo che hanno colpito alcuni. Qualcuno ha ferite più serie – fortunatamente non gravi – ma evita di farsi ricoverare negli ospedali. Chiusi in cucina si incollano le orecchie all’unica radio di movimento esistente nella primavera del 1977, Radio Città Futura. E si apprende che una compagna, Giorgiana Masi è morta, uccisa da un colpo di arma da fuoco. Una notizia e una morte che pesano come una montagna.
Il giorno successivo in Parlamento, il Ministro degli Interni Cossiga nega che la polizia abbia sparato in piazza.
Il giorno dopo il giornale romano Il Messaggero (immensamente diverso da quello di oggi) pubblica le foto degli agenti di polizia con le pistole in pugno e smentisce Cossiga. Il 13 maggio gruppi di compagne cercano di recarsi a Ponte Garibaldi a depositare fuori lì dove Giorgiana Masi è stata uccisa ma vengono caricate. Ci saranno tensione e cariche anche il giorno dei funerali.
Il 12 maggio del 1977 lo Stato decise di mostrare al movimento antagonista (ma anche ai pochissimi parlamentari dell’opposizione) il suo volto di guerra e di infliggergli una lezione, la più dolorosa possibile. Forte del patto politico tra Dc e Pci, l’apparato repressivo si era sentito libero di usare la mano pesante, e lo fece senza incontrare ostacoli o problemi. Fu inchiodato solo dal coraggio dei fotografi e dalla determinazione di un movimento che decise che il 12 maggio non sarebbe stato mai più solo una data sul calendario. Per questo, anche quaranta anni dopo, vogliamo riaffermare che non intendiamo dimenticare nulla.
Fonte
13/08/2020
Il riconoscimento politico della lotta armata, tra Cossiga e Pci
Nel pubblicare questa documentazione apparsa su Insorgenze.net, che riprende anche l’articolo di Giovanni Bianconi apparso su Il Corriere della Sera, ci sembra utile sottolineare un aspetto che rischia di andare perso tra le inevitabili “riduzioni” dettate dalla politichetta contingente.
Il “carteggio” tra Francesco Cossiga – ex ministro dell’Interno inventore della “legislazione d’emergenza”, ex Presidente della Repubblica fautore dell’amnistia per i prigionieri politici – e alcuni dei prigionieri (soprattutto delle Brigate Rosse, ma non solo) può essere compreso solo all’interno di una cultura politica che non c’è più. O almeno che non ha più sostenitori palesi, tanto meno nella classe politica indecente che ci ritroviamo oggi.
È la cultura del conflitto reale, tra parti che si combattono senza esclusione di colpi in difesa o per l’affermazione di interessi sociali e politici opposti ma considerati – da entrambe le parti – legittimi. È la cultura del conflitto in cui si lotta per prevalere e affermare la propria parte, sapendo benissimo che dall’altra parte ci sono dei “nostri simili” – alcuni degni, altri indegni e squallidi – di cui conoscono, comprendono, combattono le motivazioni e le mosse.
Un conflitto fatto da donne e uomini di questo mondo, non tra angeli e demoni di un mondo inesistente se non nella retorica dei comunicati di guerra. Un conflitto al termine del quale si “ritorna alla normale lotta politica”, non alla dismissione delle proprie ragioni.
Questa cultura politica ha attraversato l’umanità per secoli, costruito la modernità, sintetizzata magistralmente dall’aforisma di von Clausevitz poi ripreso da tutti i rivoluzionari (e statisti) del mondo: la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Da cui consegue, simmetricamente, che la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi.
Stabilita insomma l’esistenza di interessi sociali diversi, radicati nell’organizzazione sociale data, che danno vita a visioni politiche contrapposte, si ammette la legittimità del conflitto e dunque si riconosce che il nemico non è un demone ma l’altro. Bisogna batterlo, con ogni mezzo, a volte anche militare (ed è l’unica vera differenza tra la normale lotta politica e la guerra).
Non c’è bisogno insomma di tornare alle culture cavalleresche del ‘700 o dell’800 – quando i grandi ufficiali di due diversi eserciti si riconoscevano come appartenenti alla stessa classe (aristocratici e/o borghesi) – per comprendere la cifra politica di un tentativo abortito di “riconoscere politicamente” il fenomeno della lotta armata ex post.
Era, al dunque, un modo per poter procedere oltre la stagione del conflitto militar-poliziesco, costruendo una lettura realistica della Storia italiana degli anni ’70. Ciò non è avvenuto. Per colpa soprattutto del Pci, nel frattempo passato dalla sofferta “obbedienza sovietica” alla sbragata accettazione dell'”ombrello della Nato”. Un passaggio di campo – geopolitico ma soprattutto di classe – che affondava le radici nella “politica dei sacrifici”, nell’illusione del “compromesso storico” e nella resa incondizionata alle ragioni del capitale.
Il resto è solo conseguenza e menzogna continua, per occultare quel passaggio di campo sotto la coltre della “fermezza”, sotto la vergogna della “dietrologia”, sotto le pratiche di sottogoverno che hanno poi “preparato” il ceto politico Pds-Ds-Pd e via declinando.
Discorso lungo e complesso, certamente, ma da fare senza chiamare in causa angeli e demoni...
*****
Cossiga e gli ex Br, «Ormai la cosiddetta “giustizia” che si è esercitata verso di voi, anche se legalmente giustificabile, è politicamente o “vendetta” o “paura”»
Il titolo della edizione cartacea del Corriere della Sera uscito in edicola il 20 luglio 2020 citava le «lettere inedite», titolo che si ritrova anche nella stringa (https://www.corriere.it/…/cossiga-ex-br-lettere-inedite-mi-...). Stranamente nell’edizione online, quelle lettere «inedite» sono diventate «segrete». Un malizioso stravolgimento del pezzo firmato da Bianconi e della realtà dei fatti, perché l’epistolario di Cossiga non fu segreto né tantomeno inedito
Chi ricorda l’estate del 1991, sa bene come andarono le cose, a partire dai quattro decreti di grazia d’ufficio proposti (cioè promossi direttamente dalla presidenza della Repubblica e non richiesti da Curcio) e rifiutati dall’allora Guardasigilli Martelli (che secondo la Costituzione avrebbe dovuto controfirmare).
Questione poi avocata dal presidente del consiglio Andreotti che, a sua volta, pose il veto del governo, spalleggiato dal Pci. Ne scaturì un conflitto di attribuzioni di natura costituzionale che celava anche un conflitto politico.
Cossiga graziando Curcio con motivazioni dichiaratamente politiche voleva aprire la stagione dell’amnistia e chiudere con l’emergenza giudiziaria, convinto che questa avesse creato un vulnus nella tradizione giuridica, inasprendo il codice Rocco rispetto alla versione originale d’epoca fascista e soprattutto introducendo palesi criteri d’iniquità nei trattamenti processuali, penali e penitenziari: dove pentiti e dissociati a parità di reati si avvalevano di trattamenti di favore rispetto a chi aveva rifiutato di accedere a quei dispositivi mantenendo la propria dignità personale e politica.
Non solo, ma Cossiga aveva capito che la delega fornita alla magistratura aveva favorito il suo ingresso negli affari politici, iniziando a destabilizzare l’equilibrio tra poteri previsto dal costituzionalismo liberale. Cossiga era cosciente di aver innescato lui stesso una profonda ferita nella tradizione giuridica italiana quindi pensava all’amnistia come ad uno dei modi per disinnescare l’emergenza giudiziaria, ricollocare la sfera giudiziaria nel suo alveo naturale e rilanciare una più corretta dialettica politica e sociale.
Intravedeva all’orizzonte quel che poteva accadere di lì a poco e poi accadde: la fine della Prima repubblica e l’avvento del protagonismo politico delle procure che deflagrò con le inchieste per «Mani pulite». Mesi prima aveva avviato un duro braccio di ferro con il Consiglio superiore della magistratura sulla definizione di alcuni ordini del giorno, uno di essi riguardava la vicenda Gladio, fino al ritiro della delega al vicepresidente Giovanni Galloni.
Nel novembre successivo inviò la forza pubblica nell’aula del Csm, giustificando la presenza in aula dei Carabinieri con i ‘poteri di polizia delle sedute’ a lui attribuiti. Da quello scontro venne fuori la stagione delle «esternazioni», del «presidente picconatore».
Il 28 luglio 1991, in una delle sue sortite Cossiga disse: «Quando noi, alla fine degli Anni Settanta, ci battevamo con tutta la forza di cui poteva disporre lo Stato contro la banda armata detta Brigate rosse, il partito comunista di mio cugino Berlinguer portava in quella lotta anche un impegno ulteriore, per un fatto propriamente politico, che andava oltre quello, comune a tutti, della difesa dello Stato dall’eversione.
A quei tempi il Pci voleva impedire a qualsiasi costo che una guerriglia, in qualsiasi maniera legittimata, potesse pretendere di occupare uno spazio alla sua estrema sinistra. Guai se, dal punto di vista del Pci, la guerriglia brigatista avesse ottenuto una legittimazione alla maniera dell’Olp.
Questo interesse in qualche misura privato del Pci si aggiungeva allora al nostro, che era semplicemente quello di difendere lo Stato, battere quei nemici, ma senza rinunciare a capirli: per far fallire il loro piano dal punto di vista morale e politico, e poi anche sul terreno dello scontro militare.
Quello volevamo ottenere e quello ottenemmo. Io fui sconfitto col caso Moro, è vero. Ma sono stato un combattente di prima linea in quella guerra». Ed ancora, «I comunisti sono stati i più scatenati contro di me in questo momento. Mi dispiace per loro, perché io credo che proprio a sinistra sia stato capito nel modo giusto quello che era mia intenzione sottolineare dando la grazia a Curcio […] Il Pci – mi scusi, io seguito a chiamarlo Pci – è rimasto in braghe di tela. Politicamente sono sconfitti: non hanno saputo cogliere neanche una questione così delicata e importante per la sinistra, qual era e resta la questione del terrorismo e del partito armato. Io ho proposto la grazia per Curcio perché sento di essere il capo di uno Stato forte. Loro sono apparsi deboli», (La Stampa, 15 agosto 1991).
L’epistolario di Cossiga è una diretta conseguenza di quella clamorosa stagione di cui si trova traccia nelle emeroteche. Dopo il rifiuto della grazia, Cossiga rese visita in carcere a Curcio, da qui il resoconto che questi scrisse del loro incontro.
Negli anni successivi arrivarono le altre lettere a Gallinari e Maccari, il biglietto per il libro intervista di Mario Moretti del 1993, che ricostruiva la storia delle Brigate rosse e il sequestro Moro. Nel 2002 la lettera al sottoscritto, pervenuta nel reparto di isolamento del carcere di Marino del Tronto, immediatamente dopo la mia estradizione dalla Francia, salutata da tutti i media italiani come la fine della dottrina Mitterrand. Lettera che fece il giro del mondo, finendo davanti alle giurisdizioni francesi, argentine e brasiliane.
Questi messaggi, e le dichiarazioni del 1991 di Cossiga, meriterebbero una riflessione più approfondita. Per il momento mi limito a sottolineare solo una cosa: Renato Curcio ricevette la visita di Cossiga dopo il rifiuto della grazia, successivamente chiese al tribunale di Sassari un cumulo di pena che gli avrebbe permesso l’uscita dal carcere. I magistrati sardi glielo negarono. Terminò di scontare la pena molto più tardi. Prospero Gallinari e Gennaro Maccari sono morti durante l’esecuzione della loro condanna. Mario Moretti è ancora “fine pena mai”, ha raggiunto ormai il suo 39vesimo anno di carcere. Il sottoscritto ha terminato la pena nel 2014, scontata fino all’ultimo giorno (quindici anni e alcuni mesi). L’interlocuzione con Cossiga verteva su una soluzione generale della prigionia politica che alla fine non ci fu. Quelle di Cossiga furono le lettere di uno sconfitto, un capo di stato maggiore che aveva vinto la battaglia contro la lotta armata ma aveva perso la guerra contro l’emergenza, da lui stesso creata.
Paolo Persichetti
*****
Documenti – Un articolo di Giovanni Bianconi racconta la corrispondenza privata, resa pubblica dalla Camera dei deputati, che l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga ebbe con alcuni esponenti delle Brigate rosse dal 1991 fino al 2002
Corriere della sera del 20 luglio 2020
di Giovanni Bianconi
Un anno dopo il fallito tentativo di concedergli la grazia nell’estate 1991, l’ormai ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga incontrò Renato Curcio, uno dei fondatori delle Brigate rosse. Il colloquio avvenne a quattr’occhi, nel carcere romano di Rebibbia, il 25 novembre 1992, quando Cossiga aveva lasciato il Quirinale da sei mesi.
Parlarono di molte cose, dal «carattere sociale e politico del fenomeno armato», che l’ex capo dello Stato non definiva terrorismo bensì «sovversivismo di sinistra», al caso Moro, alla vicenda della grazia abortita. Cossiga spiegò che nelle sue intenzioni quell’atto di clemenza unilaterale doveva essere un primo passo per superare le leggi di emergenza a cui lui stesso aveva contributo, prima da ministro dell’Interno e poi da presidente del Consiglio, quando le Br avevano lanciato il loro «attacco al cuore dello Stato».
I vertici delle forze di sicurezza erano d’accordo, ma i parenti delle vittime no, al pari di alcune forze politiche; in primo luogo l’ex Pci divenuto Partito democratico della sinistra.
Lo scritto di Curcio
«Il senatore Cossiga ha commentato che, in effetti, la nostra esperienza, per molti di quel partito, rappresenta ciò che essi hanno segretamente desiderato e mai apertamente osato fare», ha scritto Curcio in un resoconto dell’incontro conservato nell’archivio privato del presidente emerito. Insieme a un biglietto inviato al fondatore delle Br per ringrazialo dell’incontro che «è stato per me di grande interesse politico, culturale, e soprattutto umano».
Risposta dell’ex brigatista: «Debbo dirle che dopo anni di fuoco, non solo metaforico, e di K (nell’estrema sinistra il ministro dell’Interno del ’77 veniva chiamato Kossiga, con la doppia S stilizzata come il simbolo delle SS naziste, ndr), ho sentito la nostra stretta di mano come segno di una nuova maturazione personale... Il colloquio mi ha lasciato una visione più chiara dei sentieri percorsi e anche di me stesso, e di ciò le sono grato».
Curcio comincerà a uscire dal carcere solo l’anno successivo, in un periodo in cui Cossiga (non più Kossiga bensì il «picconatore» del sistema di cui era stato parte) ha intrattenuto rapporti epistolari e diretti con molti ex terroristi. In prevalenza di sinistra, ma non solo.
Nel suo archivio donato alla Camera dei deputati, oltre al carteggio con Curcio ci sono le lettere inviate ad altri brigatisti come Prospero Gallinari, Mario Moretti e Germano Maccari, militanti dell’Unione dei comunisti combattenti, pentiti come Marco Barbone e l’ex di Prima linea Roberto Sandalo, esponenti dell’Autonomia operaia fuggiti in Francia per evitare il carcere, a cominciare da Toni Negri. Il quale, una volta rientrato in Italia per finire di scontare la pena, si rivolse all’ex presidente per chiedere una buona parola con un dirigente della Digos.
La vacanza di Toni Negri
Su sollecitazione di Cossiga, in virtù di un’antica conoscenza personale e «come primo effetto della reciproca smobilitazione ideologica», Negri gli dava del tu, e il 12 aprile 1998, giorno di Pasqua, gli scrisse per fargli gli auguri e «per chiederti di intervenire eccezionalmente in mio favore». Dopo un primo diniego, il professore detenuto aspirava a ottenere un permesso per «una brevissima vacanza», però serviva che la polizia «dichiarasse insussistente, come in realtà è, il pericolo di fuga».
Così Negri s’era rivolto al presidente emerito: «Mi permetto di insistere con te perché, se ti è possibile, tu faccia questo intervento. Ti ringrazio fin d’ora per quello che potrai fare». All’ex carceriere di Moro Prospero Gallinari, scarcerato per motivi di salute, Cossiga scrisse il 5 maggio ’94: «Sono lieto che Lei sia rientrato a casa e formulo gli auguri più fervidi per una vita normale e serena».
Aggiungendo il rammarico perché nell’ex Pci c’era chi considerava le Br «uno strumento della Cia e della P2! Che vergogna e che falsità, che viltà e che malafede! Ma non se la prenda. Se viene a Roma me lo faccia sapere». In una lettera a Mario Moretti, il «regista» del caso Moro, l’ex presidente lo ringrazia per il libro sulla storia delle Br scritto nel 1994, e ribadisce la sua idea di un fenomeno «radicato socialmente e radicalmente nella società e nella sinistra italiana, e collegata alla divisione ideologica dell’Europa».
L’omicidio Giorgieri
È per questa sua analisi che Cossiga, morto dieci anni fa, è stato e continua ad essere pressoché l’unico politico apprezzato dagli ex militanti della lotta armata di sinistra. Compresi i giovani aderenti alla fazione brigatista che nel 1987 uccisero il generale Licio Giorgieri, come Francesco Maietta e Fabrizio Melorio.
«Le sue esternazioni hanno avuto per me lo stesso effetto di rottura e di nuovo punto di partenza delle considerazioni del professor De Felice in materia di fascismo e resistenza», gli scrive Maietta dalla cella nel 1993; cinque anni dopo Cossiga sarà ospite al matrimonio dell’ex brigatista, uscito dal carcere. E al suo compagno di cella Melorio, che all’ex presidente aveva raccontato il passaggio dall’essere suo nemico giurato nel ’77 a «condividere molte delle cose che lei sostiene», Cossiga confida: «Ho letto con attenzione, trepidazione e commozione la sua lettera… perché in fondo mi sento anche un po’ “colpevole” della Sua prigionia, essendo stato uno di quelli che hanno combattuto quella guerra, e per di più per essermi trovato dalla parte dei vincitori».
La mamma di Mambro
Nel 2002 il «picconatore» manda una lettera a Paolo Persichetti, altro ex dell’Udcc appena estradato dalla Francia e chiuso in prigione: «Ormai la cosiddetta “giustizia” che si è esercitata e ancora si esercita verso di voi, anche se legalmente giustificabile, è politicamente o “vendetta” o “paura”, come appunto lo è per molti comunisti di quel periodo, quale titolo di legittimità repubblicana che credono di essersi conquistati non col voto popolare o con le lotte di massa, ma con la loro collaborazione con le forze di polizia e di sicurezza dello Stato».
In un altro faldone, insieme a documenti e atti parlamentari e giudiziari sulla strage di Bologna di quarant’anni fa, sono conservate alcune lettere inviate a Cossiga da Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, quando ancora erano sotto processo per la bomba alla quale si sono sempre proclamati estranei.
Dopo la condanna nell’appello bis, a luglio ’94, gli scrisse pure la mamma di Francesca Mambro: «Io e i miei figli Le chiediamo aiuto per la ricerca della verità, perché chi è dalla parte della Giustizia si senta anche dalla parte della difesa di Francesca e Valerio». Ma un anno dopo arrivò l’ergastolo definitivo.
Il testo della lettera di Cossiga
Francesco Cossiga, Eravate dei nemici politici, non dei criminali
La fotocopia della lettera di Cossiga
L’intervista alla Stampa
Persichetti, «Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni '70»
Un ritratto di Cossiga
Franco Piperno, Cossiga architetto dell’emergenza giudiziaria. Era convinto che con l’amnistia si sarebbero chiusi gli aspetti più orripilanti di quegli anni
Fonte
12/02/2020
Strage di Bologna, fascista e di Stato
La Procura di Bologna ha chiuso le indagini sulla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, 85 morti 200 feriti, la più grave strage terroristica della storia italiana.
Per gli inquirenti bolognesi i colpevoli che si aggiungono a quelli già condannati sono:
- Paolo Bellini fascista di Avanguardia nazionale, esecutore.
- Licio Gelli fascista della Repubblica di Salò, capo della Loggia P2, mandante.
- Umberto Ortolani banchiere e bancarottiere, finanziatore e mandante.
- Federico D’Amato, prefetto e capo dei servizi segreti legato alla CIA, mandante e depistatore.
- Mario Tedeschi, fascista della Repubblica di Salò senatore del MSI del fucilatore Almirante a cui si vogliono dedicare strade, mandante.
Questi nomi confermano ciò che abbiamo sempre denunciato, la strage, come tutte le altre che hanno insanguinato il paese per un decennio, fu di mano fascista e con mandanti nel sistema di potere e nello Stato, con complicità e coperture nella NATO e negli USA.
A questo bisogna aggiungere che il presidente Cossiga fu a sua volta responsabile di un vergognoso depistaggio sulla strage di Bologna, indicando nei palestinesi e in chi era vicino a loro i responsabili di essa. E poi mai bisogna dimenticare che alla Loggia P2 appartennero politici, generali, giudici, affaristi vari, giornalisti, uno dei quali, Berlusconi, è stato a lungo capo di governo nella seconda repubblica. Che guarda caso ha finito per assomigliare sempre più a quella delineata da Licio Gelli nel suo Piano di Rinascita Democratica.
In questo paese dove trionfano ufficialmente i falsi ricordi e la vuota memoria, sarebbe necessario che la storia del golpismo fascista e di Stato che insanguinò il paese diventasse STORIA.
Questo paese non sarà mai immune dal fascismo vecchio e nuovo fino a che non avrà il coraggio di ricordare e condannare almeno nella memoria gli autori, i mandanti, i complici, delle stragi che hanno colpito non solo le persone, ma la democrazia. E poi c’è bisogno di pulizia sulle viltà, sugli opportunismi, sui giochi di potere che hanno permesso agli assassini di farla franca e di morire sereni nel proprio letto.
La strage è fascista e di Stato e tanti, troppi non hanno voluto dirlo quando sarebbe più servito. Dopo quarant’anni diciamolo ora.
Fonte
Per gli inquirenti bolognesi i colpevoli che si aggiungono a quelli già condannati sono:
- Paolo Bellini fascista di Avanguardia nazionale, esecutore.
- Licio Gelli fascista della Repubblica di Salò, capo della Loggia P2, mandante.
- Umberto Ortolani banchiere e bancarottiere, finanziatore e mandante.
- Federico D’Amato, prefetto e capo dei servizi segreti legato alla CIA, mandante e depistatore.
- Mario Tedeschi, fascista della Repubblica di Salò senatore del MSI del fucilatore Almirante a cui si vogliono dedicare strade, mandante.
Questi nomi confermano ciò che abbiamo sempre denunciato, la strage, come tutte le altre che hanno insanguinato il paese per un decennio, fu di mano fascista e con mandanti nel sistema di potere e nello Stato, con complicità e coperture nella NATO e negli USA.
A questo bisogna aggiungere che il presidente Cossiga fu a sua volta responsabile di un vergognoso depistaggio sulla strage di Bologna, indicando nei palestinesi e in chi era vicino a loro i responsabili di essa. E poi mai bisogna dimenticare che alla Loggia P2 appartennero politici, generali, giudici, affaristi vari, giornalisti, uno dei quali, Berlusconi, è stato a lungo capo di governo nella seconda repubblica. Che guarda caso ha finito per assomigliare sempre più a quella delineata da Licio Gelli nel suo Piano di Rinascita Democratica.
In questo paese dove trionfano ufficialmente i falsi ricordi e la vuota memoria, sarebbe necessario che la storia del golpismo fascista e di Stato che insanguinò il paese diventasse STORIA.
Questo paese non sarà mai immune dal fascismo vecchio e nuovo fino a che non avrà il coraggio di ricordare e condannare almeno nella memoria gli autori, i mandanti, i complici, delle stragi che hanno colpito non solo le persone, ma la democrazia. E poi c’è bisogno di pulizia sulle viltà, sugli opportunismi, sui giochi di potere che hanno permesso agli assassini di farla franca e di morire sereni nel proprio letto.
La strage è fascista e di Stato e tanti, troppi non hanno voluto dirlo quando sarebbe più servito. Dopo quarant’anni diciamolo ora.
Fonte
02/08/2018
A Bologna è sempre 2 agosto
Passano gli anni e i governi. Ma sulla strategia delle stragi di Stato continua a restare in piedi un muro di omertà. Non sarà certo il ministro dell’interno leghista a far uscire anche solo una fotocopia dagli archivi dei servizi. Così come fece Giorgio Napolitano quando sedette sulla stessa poltrona.
Riproponiamo dunque questo pezzo, da noi pubblicato in occasione dell’anniversario, ormai sei anni fa. Che fa luce su un alcuni tentativi di depistaggio che hanno visto lavorare di comune accordo servizi segreti italiani e il Mossad israeliano. Non sono stati gli unici depistaggi, ovviamente; questo è arrivato quasi ultimo, nel disperato tentativo di mischiare le carte, farne un “complotto internazionale” e dare una sponda al governo di Tel Aviv.
*****
Il 2 agosto 1980 alla Stazione di Bologna, alle ore 10.25, una bomba esplode nella sala d’aspetto di seconda classe, affollata di persone in viaggio per le vacanze. L’esplosivo, una miscela tra i 20 e i 25 chilogrammi di tritolo, T4, nitroglicerina e altri materiali, è contenuto in una valigia piazzata sopra un tavolino portabagagli, a 50 centimetri da terra, sotto il muro portante dell’ala ovest. Il treno straordinario Ancona-Basilea, fermo sul primo binario, arresta in parte e restituisce l’onda d’urto dell’esplosione. Crolla un tratto del fabbricato lungo circa 50 metri, con i locali del ristorante e delle sale d’attesa di prima e seconda classe, crollano 30 metri di pensilina. Chi non è morto investito direttamente dallo scoppio, muore o viene gravemente ferito sotto le macerie. Radio e televisione interrompono i programmi e annunciano un gravissimo incidente a Bologna. La prima voce che circola è che sia stata una fuga di gas o l’esplosione di una caldaia. Ma basta poco ad accorgersi che si è trattato di ben altro.
Le vittime della strage del 2 agosto 1980 sono 85. La più piccola si chiamava Angela Fresu, aveva tre anni e veniva da Montespertoli, vicino Firenze. Il più anziano è Antonio Montanari, aveva 86 anni e aspettava l’autobus sul marciapiedi davanti alla stazione.
Il Presidente del Consiglio dell’epoca è Francesco Cossiga, “l’amerikano” con molti scheletri nell’armadio ma che se li è portati nella tomba senza mai aver spiegato che cosa sia accaduto in questa e nelle altri stragi di Stato. Tanato per rammentare un esempio, il 13 gennaio due alti ufficiali del Sismi, il servizio segreto militare, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, su input del capo della Loggia P2 Licio Gelli e con la collaborazione del faccendiere-collaboratore dei servizi segreti statunitensi Francesco Pazienza, faranno ritrovare sul treno Taranto-Milano una valigetta con armi, esplosivo (dello stesso tipo di quello utilizzato nella strage di Bologna) e documenti che dovrebbe accreditare la pista del terrorismo internazionale (l’intenzione – scriveranno i giudici a sostegno delle condanne per depistaggio – è coprire la matrice neofascista della strage).
I tribunali e le inchieste della magistratura hanno individuato tre colpevoli, i neofascisti Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, membri dei Nar. I tre si dichiarano innocenti: ammettono di aver organizzato e commesso parecchi omicidi ma insistono che con la strage di Bologna non c’entrano.
Nel maggio del 1991, Cossiga, diventato presidente della Repubblica, intervenendo davanti al Comitato parlamentare per i servizi di sicurezza afferma di essersi sbagliato ad addebitare ai fascisti la strage del 2 agosto a Bologna e si dice concorde con Giulio Andreotti sull’opportunità di “togliere la targa che alla stazione definisce fascista la strage del 1980”. Si scusa con l’allora Msi, affermando che il giudizio che diede allora “fu il frutto di errate informazioni, conseguenza d’intossicazione e di subcultura”. In una intervista al Corriere della Sera dell’8 luglio 2008, Francesco Cossiga intervistato da Aldo Cazzullo afferma che: “La strage di Bologna è un incidente accaduto agli amici della “resistenza palestinese” che, autorizzata dal “lodo Moro” a fare in Italia quel che voleva purché non contro il nostro Paese, si fecero saltare colpevolmente una o due valigie di esplosivo. Quanto agli innocenti condannati, in Italia i magistrati, salvo qualcuno, non sono mai stati eroi. E nella rossa Bologna la strage doveva essere fascista. In un primo tempo, gli imputati vennero assolti. Seguirono le manifestazioni politiche, e le sentenze politiche”.
Nell’aprile del 2009, Ilich Ramirez Sanchez, più noto alle cronache internazionali degli anni Settanta come Carlos, detenuto politico nel carcere francese di Poissy, viene ascoltato sulla strage del 2 agosto per rogatoria a Parigi dal pubblico ministero bolognese Enrico Cieri, nell’interrogatorio afferma che “quella è roba della Cia, i servizi segreti italiani e tedeschi lo sanno bene”.
Ad agosto del 2011, il quotidiano conservatore bolognese Il Resto del Carlino, rivela che nell’inchiesta bis sulla strage alla stazione di Bologna sono indagati i terroristi tedeschi Thomas Kram, 63 anni, e Margot Frohlich, 69, legati all’organizzazione di Carlos, (l’ORI, Organizzazione Rivoluzionaria Internazionale) in carcere a Parigi. Ma lo stesso Carlos sulla presenza di Kram a Bologna aveva già precisato che: “I servizi sapevano bene che a Bologna quel giorno c’era Thomas Kram e farlo saltare in aria con la stazione sarebbe stato come mettere la firma dei palestinesi sull’eccidio... Così l’Italia si sarebbe staccata dai palestinesi e avvicinata agli israeliani. Ma Kram si è salvato e l’operazione è fallita”.
(L'immagine utilizzata in questo articolo ritrae un’opera del pittore Carlo Carosso dedicata alla strage del 2 agosto alla stazione di Bologna e collocato nella stazione di Asti)
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