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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/03/2024

Aspri contrasti tra Anp e le altre organizzazioni palestinesi. Quello di cui non c’era proprio bisogno

Se la riunione a Mosca lo scorso 29 febbraio delle maggiori organizzazioni della resistenza palestinese – da Al Fatah ad Hamas, dal Fplp alla Jihad – aveva fatto ben sperare, lo sviluppo degli avvenimenti e della discussione nei giorni scorsi ha imbroccato una strada decisamente controproducente, soprattutto in un momento in cui sia a Gaza che in Cisgiordania il popolo palestinese è sottoposto ad un genocidio e ad una oppressione sistematica e brutale da parte di Israele.

È vero che la riunione di Mosca delle organizzazioni palestinesi aveva prodotto un comunicato unitario al di sotto delle aspettative e della necessità, ma il messaggio di un incontro di tutte le organizzazioni e l’aver riaffermato l’OLP come legittimo rappresentante del popolo palestinese, era stato un segnale importante.

Negli ultimi quattro giorni invece si è andata riaprendo una contraddizione tra Al Fatah – al governo nell’ANP – e le altre organizzazioni palestinesi che sarebbe stato meglio affrontare per tempo piuttosto che far esplodere.

Venerdì quattro organizzazioni palestinesi – Hamas, Jihad Islamica, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e Movimento di Iniziativa Palestinese – hanno criticato la decisione del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas di formare un nuovo governo senza un consenso nazionale, descrivendo tale decisione come “un rafforzamento della politica di esclusività e un approfondimento della divisione”.

La crisi è iniziata in seguito alla decisione di Abbas di accettare le dimissioni del governo di Mohammed Shtayyeh. Shtayyeh aveva motivato la decisione affermando che “la prossima fase e le sue sfide richiedono nuovi accordi governativi e politici che tengano conto della nuova realtà di Gaza”.

Alcune organizzazioni palestinesi, tuttavia, speravano che un nuovo governo potesse, anche se nominalmente, riflettere un certo grado di consenso e unità tra i palestinesi. Tuttavia, non è stato così, poiché il nuovo governo dell’Autorità Nazionale Palestinese sembra una riproduzione dei precedenti governi.

Il mese scorso, Mohammad Shtayyeh si è dimesso da primo ministro, e giovedì Abu Mazen ha nominato Mohammad Mustafa, il capo del Fondo per gli investimenti palestinesi, come prossimo primo ministro, in una mossa che non è stata discussa con le altre organizzazioni palestinesi e che è stata vista come un’apertura alle richieste degli Stati Uniti di “riforma dell’Anp” anche in vista del “day after” a Gaza.

Le quattro organizzazioni palestinesi si sono pronunciate pubblicamente contro la decisione, accusando Abu Mazen di “prendere decisioni individuali e di impegnarsi in passi superficiali e vuoti come la formazione di un nuovo governo senza consenso nazionale”.

Al Fatah ha risposto prontamente alle accuse, ma invece di concentrarsi sulla questione del governo, ha accusato la Resistenza palestinese a Gaza di essere in ultima analisi responsabile del genocidio israeliano nella Striscia.

La dichiarazione afferma che Hamas ha “causato il ritorno dell’occupazione israeliana di Gaza” “intraprendendo l’avventura del 7 ottobre”.

Ciò ha portato, secondo la dichiarazione di Al Fatah, a una “catastrofe ancora più orribile e crudele di quella del 1948”, un riferimento alla Nakba e allo sfollamento sionista di quasi 800.000 palestinesi dalla loro terra nella Palestina storica.

“La vera disconnessione dalla realtà e dal popolo palestinese è quella della leadership di Hamas”, ha detto Fatah, accusando Hamas di non aver “consultato” gli altri leader palestinesi prima di lanciare il suo attacco contro Israele.

Gli Stati Uniti non nascondono di volere che l’Autorità Palestinese governi Gaza come parte del loro piano del “giorno dopo” per quando la guerra finirà. A margine di un evento di un think tank in Turchia all’inizio di questo mese, il ministro degli Esteri palestinese Riyad al-Maliki ha detto che non c’è “alcun dubbio” che l’Autorità Palestinese sarà quella che governerà Gaza.

Insomma si è prodotto un pericoloso e inopportuno passo indietro proprio mentre la questione palestinese si trova su un crinale decisivo per il futuro, e almeno davanti a 32.000 morti una maggiore cautela nei passaggi da compiere sul piano della coesione interna della resistenza palestinese era quantomeno un atto dovuto.

Qui di seguito la dichiarazione congiunta di Hamas, Jihad islamica palestinese, Fronte popolare per la liberazione della Palestina e Movimento di Iniziativa Nazionale palestinese:
“Nel nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso

Alla luce del decreto emesso dal Presidente dell’Autorità Palestinese, che nomina il dottor Mohammad Mustafa a formare un nuovo governo, le fazioni nazionali palestinesi affermano quanto segue:

1. La massima priorità nazionale ora è affrontare la barbara aggressione sionista, il genocidio e la guerra per fame condotta dall’occupazione contro il nostro popolo nella Striscia di Gaza, e affrontare i crimini dei suoi coloni in Cisgiordania e Al-Quds occupata, in particolare La Moschea di Al-Aqsa e i rischi significativi che la nostra causa nazionale deve affrontare, in prima linea il rischio continuo di sfollamento.

2. Prendere decisioni individuali e intraprendere passi formali e privi di sostanza, come la formazione di un nuovo governo senza consenso nazionale, rappresenta un rafforzamento della politica di unilateralismo e un approfondimento della divisione, in un momento storico in cui il nostro popolo e la causa nazionale hanno più bisogno di consenso e unità, nonché della formazione di una leadership nazionale unificata, che prepari elezioni libere e democratiche con la partecipazione di tutte le componenti del popolo palestinese.

3. Questi passi indicano la profondità della crisi all’interno della leadership dell’Autorità [palestinese], il suo distacco dalla realtà e il divario significativo tra essa e il nostro popolo, le sue preoccupazioni e aspirazioni, il che è confermato dalle opinioni del vasto maggioranza dei nostri cittadini che hanno espresso la loro perdita di fiducia in queste politiche e orientamenti.

4. È diritto del nostro popolo mettere in discussione l’utilità di sostituire un governo con un altro e un primo ministro con un altro, provenienti dallo stesso ambiente politico e partigiano.

Alla luce dell’insistenza dell’Autorità Palestinese nel continuare la politica dell’unilateralismo, e ignorando tutti gli sforzi nazionali per unire il fronte palestinese e unirsi di fronte all’aggressione contro il nostro popolo, esprimiamo il nostro rifiuto della continuazione di questo approccio che ha danneggiato e continua a danneggiare il nostro popolo e la nostra causa nazionale.

Chiediamo al nostro popolo e alle sue forze viventi di alzare la voce e di affrontare questa follia con il presente e il futuro della nostra causa e con gli interessi, i diritti e i diritti nazionali del nostro popolo. Chiediamo inoltre a tutte le forze e fazioni nazionali, in particolare ai fratelli del movimento Fatah, di intraprendere azioni serie ed efficaci per raggiungere un consenso sulla gestione di questa fase storica e cruciale, in un modo che serva la nostra causa nazionale e soddisfi le aspirazioni del nostro popolo a estrarre i loro diritti legittimi, liberare la loro terra e i luoghi santi e stabilire il loro stato indipendente con piena sovranità e la sua capitale come Al-Quds”.

Movimento di resistenza islamica – Hamas

Movimento della Jihad islamica

Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

Movimento di Iniziativa Nazionale Palestinese
Fonte

11/05/2023

“Lodo Moro” e accordi segreti fra Italia e Israele

Nell’Italia della Prima Repubblica la politica estera e quella interna erano strettamente interconnesse ed è stata la Guerra Fredda fra il blocco dell’Est e quello dell’Ovest, «vale a dire l’impossibilità di uno scontro aperto tra forze nemiche, che ha consentito all’Italia di essere al tempo stesso alleata e “neutrale”, cobelligerante e nonbelligerante» (pag.11, di “Guida alla politica estera italiana”, di Sergio Romano, casa editrice Rizzoli, Milano, prima edizione febbraio 1993).

Dall’epoca della Grande Guerra Impossibile si è passati «a quella, ben più pericolosa delle molte guerre possibili. Gli avvenimenti di cui siamo stati testimoni fra il 1989 e il 1992, dalle vicende del Golfo alla dissoluzione della Jugoslavia, dimostrano che la politica estera italiana (...) è morta» (pag.12, ibidem).

La politica estera italiana era invece viva, almeno in parte, durante la Prima Repubblica e soprattutto negli anni ’70 e ’80.

A quel tempo, l’Italia sarebbe stata filo-araba e antisraeliana e ciò «fu dimostrato (…) dai suoi rapporti, prima informali poi ufficiali, con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, sino all’udienza che il Presidente della Repubblica e il Ministro degli Esteri dettero al suo leader Yasser Arafat, nel settembre del 1982» (pag. 155, ibidem).

Su quest’ultima questione, Sergio Romano è però contraddittorio rispetto alle proprie tesi precedentemente riferite. In quegli anni, l’Italia da un lato era alleata degli Stati Uniti d’America, del blocco occidentale e di Israele e dall’altro manteneva i margini della propria autonomia relativa nel rispetto delle risoluzioni dell’Onu e, su questa base, appariva molto diplomatica verso i paesi del “socialismo reale” e soprattutto verso i paesi e i popoli del Medio Oriente e del Nord Africa.

In questo senso, è sbagliato ritenere che l’Italia di allora, peraltro attraversata da significativi conflitti fra le classi sociali, fra le generazioni e fra le consorterie politico-affaristiche, rischiasse di finire sotto l’orbita di Mosca e che fosse caratterizzata da una netta divisione fra “filo-arabi” e “filo-israeliani” e da una vera e propria egemonia dei primi.

A quel tempo, i dirigenti neofascisti del Movimento Sociale Italiano, che cercavano di presentarsi come i più fedeli difensori della Nato e dell’ideologia anticomunista, accusavano i governanti di spianare la strada a un possibile governo di sinistra o al “compromesso storico” fra il PCI e la DC e di essere contro Israele.

In realtà, quell’accusa costituiva una specie di illusione ottica.

L’eventualità di un governo di sinistra era preventivamente rifiutata dal PCI di Berlinguer fin dall’autunno del 1973 e la connessa strategia del “compromesso storico”, nata proprio in quel periodo, non riuscì mai a permettere che qualche dirigente del PCI facesse parte del Consiglio dei Ministri di un governo della Prima Repubblica e, da questo punto di vista, si risolse in un completo fallimento.

La verità è molto più semplice: dopo le elezioni del 1948 e l’adesione dell’Italia alla Nato del 1949, i governanti italiani condussero una politica interna dialogante col PCI, sia pur con alterne vicende e perfino con momenti di dura conflittualità, come successe nel luglio del 1960 col governo Tambroni, ma esclusero sempre la possibilità dell’ingresso dei dirigenti o dei “tecnici” del PCI nel governo.

E, nella sostanza, prendevano in eredità molti tratti culturali, giuridici, amministrativi e politici dal ventennale regime monarchico-fascista (ad esempio, mantenendo il codice penale del 1930 e riciclando molti dei precedenti funzionari degli apparati burocratici e militari dello Stato) e portavano avanti una politica estera contraddistinta da un atlantismo con alcuni spazi di autonomia, cioè da un atlantismo con “la schiena dritta” e non del tutto servo.

Nel quadro di quel tipo di politica interna, in cui il potere della DC logorava il PCI, un partito in transizione fin dai primi anni ’70 dall’orbita dell’URSS a quella degli USA passando per “l’eurocomunismo”, e di quel tipo di politica estera, alleata e “neutrale”, cobelligerante e nonbelligerante, “filo-israeliana” già dai tempi di De Gasperi (DC) e di Pietro Nenni (PSI) e poi anche “filo-araba” con i successivi dirigenti della DC (Rumor, Moro, Andreotti) e del PSI (Craxi), nacque il cosiddetto «lodo Moro», che la ricerca storica deve studiare chiamandolo in modo più che preciso, tenendone ben presente il contesto e dando il giusto peso a fatti e parole. Cioè senza mai far prevalere le seconde sui primi.

In caso contrario, ad esempio facendo confusione fra la realizzata formula governativa della “solidarietà nazionale” (1976-1979) – un evento del tutto compatibile con la presidenza Usa di Jimmy Carter e le linee guida della Commissione Trilaterale – e il mai realizzato“compromesso storico”, teorizzato da Enrico Berlinguer, e ignorando la paradossale ed equilibrata unità nella politica estera italiana delle tendenze “filo-arabe” e di quelle “filo-israeliane”, si giungerebbe ad accusare Moro, in maniera tanto dietrologica quanto falsa, di aver favorito i nemici dell’Occidente, della Nato e di Israele.

Lo stesso «lodo Moro» resterebbe una leggenda, come quella di chi ne coniò il termine allo scopo di creare la “pista palestinese” rispetto alla strage di Bologna del 2 agosto 1980, per altro senza mai assumersene la responsabilità di fronte ai giudici competenti.

La locuzione «lodo Moro» senza le virgolette è del tutto infondata

«(….) Francesco Cossiga utilizzò l’espressione «lodo Moro» una prima volta, il 20 luglio 2005, in una missiva indirizzata al deputato di Alleanza nazionale Enzo Fragalà, e poi in un’intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo sul «Corriere della Sera» nel 2008» (pag. IX di “Il «lodo Moro». Terrorismo e ragion di Stato. 1969-1986” di Valentine Lomellini, Editori Laterza, Bari-Roma, prima edizione gennaio 2022).

La locuzione «lodo Moro», essendo priva di criteri scientifici, cioè di analisi scrupolose, documentate e logiche, può essere usata quindi solo con le virgolette.

Senza queste ultime deve necessariamente essere invece trasformata: parlare di ‘lodo Italia’, come ha proposto Valentine Lomellini per designare gli accordi segreti dell’Italia sia con le controparti palestinesi che con paesi arabi “sponsor” del “terrorismo arabo-palestinese” – come Iraq, Libia e Siria – è un significativo passo in avanti, perché oltre a Moro coinvolse anche altri personaggi politici del calibro di Rumor, Andreotti e Craxi. Ma in ogni caso non va inteso come lodo isolato fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi.

Parallelamente è infatti opportuno parlare degli accordi segreti fra Italia e Israele in relazione ai rapporti diplomatici occulti e informali fra lo stato italiano e quello israeliano che, iniziati negli anni ’50, sono poi stati rinnovati in seguito.

In questo modo possiamo relativizzare sia gli accordi segreti degli anni ’70 e ’80 fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi, sia gli accordi segreti di lunga durata e, in sintesi, di valenza strategica, fra l’Italia e lo stato israeliano.

Fatte queste precisazioni, passiamo ad analizzare la genesi del «lodo Moro» che, fra l’altro, è quello su cui ci sono fin troppe analisi prive di fondamento.

La nascita del «lodo Moro»

La “guerra dei sei giorni”, combattuta dal 5 al 10 giugno 1967, terminò con la conquista israeliana della penisola del Sinai e della Striscia di Gaza a danno dell’Egitto, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est a svantaggio della Giordania, nonché delle alture del Golan a discapito della Siria.

Subito dopo tale esito, quella brevissima guerra si configurò come un evento dagli effetti politici molto duraturi. Da un lato indebolì la forza dei paesi arabi e l’influenza dell’URSS nel Medio Oriente; dall’altro provocò nuove polemiche e divisioni fra gli arabi, spinse l’OLP a diventare più autonoma rispetto a prima, favorì l’estensione territoriale israeliana e fece costituire un’alleanza strategica fra gli USA e Israele. Uno Stato, quest’ultimo, che così divenne l’avamposto statunitense nella regione; cioè una novità politica da rispettare e difendere da parte di tutti i paesi del blocco occidentale.

In quel nuovo quadro del sistema degli Stati nacque la risoluzione n. 242, adottata il 22 novembre 1967 dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con la quale si puntava a contrastare l’allargamento territoriale di Israele e a ristabilire i confini esistenti prima della “guerra dei sei giorni”.

Israele invece, lungi dall’accettare quella risoluzione, mantenne il controllo dei territori occupati e decise di riunificare Gerusalemme annettendo la parte orientale. In questa situazione, i palestinesi si sentirono così tanto frustrati e delusi che qualche mese dopo, cioè nel 1968, iniziarono un periodo di attentati al di fuori dello stesso Israele.

A sua volta, nel volgere di pochi anni, questa situazione si aggravò per tutte le organizzazioni e istituzioni dell’area medio-orientale e si determinarono conflitti perfino fra le forze arabe.

Nel settembre 1970, dopo il dirottamento di quattro aerei nell’aeroporto di Zarqa (dove furono poi fatti esplodere), re Hussein di Giordania, forte del sostegno statunitense, israeliano e britannico, scatenò una repressione militare nel proprio territorio contro i palestinesi lì residenti.

La Siria e l’URSS, avendo fatto rispettivamente poco o nulla, non riuscirono a contrastare tale offensiva. L’Egitto non si mosse a sufficienza per dare una soluzione politica a quel conflitto. Molti palestinesi, in quel contesto, furono costretti a lasciare la Giordania e alcuni di loro diedero vita all’organizzazione clandestina “Settembre Nero”.

Da uno scenario internazionale e medio-orientale pieno di sangue e cinismo nacque il gruppo palestinese denominato “Settembre Nero”, in riferimento alla repressione giordana.

Fra le azioni militari compiute da questa organizzazione, due ebbero come epicentro l’Italia ed esse, lo diciamo soltanto per inciso, dimostrarono subito che il “terrorismo palestinese”, lungi dall’essere “motore del terrorismo internazionale”, come invece ritiene lo studioso di storia contemporanea Gianluca Falanga (pag. 81 di “La diplomazia oscura. Servizi segreti e terrorismo nella Guerra fredda” di Gianluca Falanga, Carocci editore, Roma, 2021), aveva dei criteri culturali e dei modelli operativi molto diversi rispetto a quelli di organizzazioni europee come le Brigate Rosse, la RAF l’IRA e l’ETA.

Negare questa evidenza, come se fra l’altro non ci fossero stati fatti politici come il big-bang del 1968, le lotte dell’operaio-massa, la messa in pratica della parola d’ordine di Che Guevara di “creare due, tre, molti VietNam” e l’esperienza di movimenti guerriglieri metropolitani come i Tupamaros dell’Uruguay e l’Ejército Revolucionario del Pueblo (ERP) dell’Argentina, non è un buon servizio a favore della ricerca storica.

Cerchiamo allora di conoscere i fatti, perché essi parlano da soli!

Il 4 agosto 1972 ci fu un attentato contro i serbatoi di stoccaggio del petrolio greggio situati presso la località di Mattonaia, a San Dorligo della Valle, in provincia di Trieste, che provocò gravi danni ambientali con l’inquinamento dell’atmosfera e del sottosuolo.

In seguito, il 16 agosto 1972, si verificò invece il tentativo di far esplodere un Boeing 707 della compagnia israeliana El Al, partito da Fiumicino e diretto a Tel Aviv con 140 passeggeri a bordo, che fu costretto a rientrare all’aeroporto romano dopo lo scoppio di un ordigno nella stiva. Dato che quest’ultima era stata blindata per precauzione e all’insaputa degli attentatori, l’aereo non precipitò e i danni non furono ingenti.

Come poi si seppe, “l’esplosivo era nascosto in un mangianastri portato inconsapevolmente nell’aereo da due ignare ragazze inglesi alle quali era stato regalato da due giovani arabi che avevano conosciuto a Roma nei giorni precedenti. I due (Zaid Ahmed e Adnan Ali Hussein), grazie alla testimonianze delle ragazze, vennero arrestati alcuni giorni dopo dalle forze di sicurezza italiane. Nonostante l’imputazione fosse gravissima, però, il 13 febbraio 1973 furono scarcerati.”

Precisato che il motore delle vicende storiche è, in ultima analisi, la lotta fra i gruppi e le classi sociali, come per altro pensava un certo Karl Marx, andiamo avanti.

Secondo Giacomo Pacini, la scarcerazione dei due giovani arabi fu preparata da un rapporto informativo che, in data 17 dicembre 1972, il SID aveva inviato al Ministero dell’Interno e secondo il quale sarebbero stati in atto dei colloqui riservati e non ufficiali coi vertici di “varie, note organizzazioni, in aderenza ai nostri interessi” e che nel quadro dei questi colloqui “veniva considerato, in particolare, il problema concernente i due guerriglieri arabi attualmente detenuti in carcere italiano”.

Sedicenti “interlocutori qualificati”, infatti, avevano chiesto che ai due fosse assicurato il massimo benessere, esaminando anche la possibilità di porli in condizione di disporre di somme di denaro e soprattutto di esaminare la possibilità “di conseguire la massima celerità nello svolgimento degli atti di competenza della magistratura (...)” (vedasi il link precedente).

Il fallito attentato finì nel dimenticatoio e lo stessa cosa capitò in merito alla rapida scarcerazione dei due giovani arabi.

Un’altra e ben più famosa azione di “Settembre Nero” ci fu invece il 5 e il 6 settembre 1972 ed avvenne a Monaco di Baviera in occasione delle Olimpiadi.

“All’alba del 5 settembre 1972 un commando di otto fedayn penetrò nel villaggio olimpico e prese d’assalto gli alloggi della squadra israeliana, uccidendo subito due atleti e prendendone in ostaggio altri nove. In cambio della loro liberazione i terroristi richiesero l’immediata scarcerazione di oltre 200 prigionieri palestinesi e dei “compagni di lotta” tedeschi Andreas Baader e Ulrike Meinhof.
Per la prima volta nella storia, la tragedia si consumò in diretta televisiva. Dopo una giornata di trattative, i sequestratori ottennero di essere trasferiti con gli ostaggi nella base aerea di Furstnfeldbruck. Un maldestro tentativo di liberazione intrapreso dalla polizia tedesca provocò la morte di tutti gli atleti sequestrati, assassinati dai terroristi a bordo degli elicotteri sui quali erano stati caricati. Nello scontro a fuoco trovarono la morte anche cinque fedayn e un poliziotto tedesco” (pag. 82 di “La diplomazia oscura. Servizi segreti e terrorismo nella Guerra fredda” di Gianluca Falanga, Carocci editore, Roma, 2021).

La successiva operazione “Ira di Dio”, lanciata ufficialmente a scopo vendicativo e su scala internazionale dal governo israeliano, diretto a quel tempo dalla signora Golda Meir, contribuirono a far sviluppare il conflitto israelo-palestinese anche in Italia.

Non a caso, il primo teatro dell’operazione “Ira di Dio” fu Roma.

Qui, il 16 ottobre 1972, due uomini del Mossad, il servizio segreto israeliano, piazzarono dodici pallottole Beretta calibro 22 nel corpo del palestinese, nato trentotto anni prima a Nablus, Wael Zwaiter che secondo Israele avrebbe avuto la responsabilità nell’organizzazione del fallito attentato di due mesi prima sul Boeing 707 della compagnia israeliana El Al (vedasi: pag. 191 e 192 di “Mossad. Le più grandi missioni del servizio segreto israeliano” di Michael Bar-Zohar e Nissim Mishal, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2014).

Otto mesi dopo l’uccisione di Wael Zwaiter, precisamente il 17 giugno del 1973 e nella romana piazza Barberini, si verificò la deflagrazione accidentale di una Mercedes 200 carica di esplosivo e ciò provocò il ferimento di due arabi che vi si trovavano a bordo (Abdel Hamidi Shilj, 28 anni, con passaporto giordano, e Abdel Hadi Nakaa, 34 anni, con passaporto siriano).

Subito dopo quest’ultimo evento, l’ambasciatore statunitense John Volpe criticò lo Stato italiano. Secondo il suo rapporto inviato a Washington, la “politica antiterroristica” dell’Italia si basava «sul coordinamento con gli altri Paesi europei, intese informali con i fedayin e gli israeliani, la disponibilità a pagare riscatti quando siano in gioco vite umane, dando la precedenza alla sicurezza nazionale» (vedasi “Nixon: «L’Italia troppo amica di arabi e cinesi»” di Angelo Bitti, Corriere della Sera del 16/5/2004).

Per l’ambasciatore statunitense l’Italia «continuerà ad appoggiare le nostre misure internazionali, ma con espedienti che le consentano di soddisfare le sue esigenze interne e non ledano i suoi rapporti con gli arabi e Israele» (ibidem, Corriere della Sera del 16/5/2004).

Sulla base delle informazioni da lui ricevute dai servizi segreti italiani, gli attentatori nel territorio italiano «non appartengono alle grandi organizzazioni palestinesi, che si sono impegnate a non colpirla, ma sono schegge impazzite» (ibidem, Corriere della Sera del 16/5/2004). Inoltre l’Italia «tollera operazioni antiterroristiche israeliane sul suo territorio» (ibidem, Corriere della Sera del 16/5/2004).

Queste osservazioni di John Volpe, espresse quando il governo italiano in carica era quello denominato ‘Andreotti II’ (26/6/1972 – 7/7/1973), denotano l’esistenza di una palese contraddizione della politica estera italiana. Le intese informali dello Stato italiano “con i fedayin e gli israeliani” fanno ancora parte di una strategia che, essendo composta da accordi segreti privi di interdipendenze regolatrici, non riesce ad evitare le attività sanguinarie degli uni e degli altri nel Bel Paese.

La gestazione e la nascita di un diverso approccio strategico – quello che chiamiamo “lodo” fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi – si hanno invece con i due governi successivi, il Rumor IV (7/7/1973 – 14/3/1974) e il Rumor V (14/3/1974 – 23/11/1974), quando in entrambe le circostanze Aldo Moro è Ministro degli Esteri.

Il lodo fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi, in base al quale per diversi anni viene garantita una tregua israelo-palestinese sul territorio italiano, nasce infatti dopo una serie di eventi specifici verificatisi dall’estate del 1973 ai primi mesi del 1974.

Tanto per essere più chiari, vediamone alcuni fra i più rilevanti.

Partiamo dalla Norvegia.

Il 21 luglio 1973, nella città di Lillehammer, il cameriere marocchino Ahmed Bouchiki, considerato erroneamente un “terrorista palestinese”, viene ucciso in strada da una squadra del Mossad mentre sta tornando a casa dopo il cinema insieme alla moglie norvegese incinta. Nei giorni successivi la polizia riesce però a catturare sei degli agenti segreti israeliani partecipanti a quell’operazione e la notizia fa subito il giro del mondo.

Passiamo all’Italia.

Il 13 agosto 1973, durante il quarto governo Rumor, si viene a sapere ufficialmente della scarcerazione di alcuni arabi: “Il giudice istruttore Giuseppe Pizzuti, su richiesta degli avvocati difensori, ha concesso la libertà provvisoria ai due arabi proprietari della «Mercedes» che il 17 giugno scorso, saltò in aria a piazza Barberini per l’esplosione di alcuni ordigni nascosti sulla vettura. Gli imputati – Abdul Shiblj, giordano, e Abdel i Nakaa, siriano – sono stati assegnati al soggiorno obbligato.
I due si trovavano a bordo della «Mercedes» con targa tedesca, la mattina del 17 giugno, quando la vettura saltò in aria incendiandosi ed essi rimasero feriti. Secondo i loro avvocati difensori sono vittime di un attentato. Scarcerati anche i due arabi arrestati, nell’aprile scorso, all’aeroporto dl Fiumicino, dopo essere stati sorpresi con sei bombe a mano e due pistole. I due – Gholan Mirzaga e Shirazl Bahrami Risa – erano stati condannati a 4 anni ciascuno” (“Esplosione di piazza Barberini: in libertà i due arabi”, Unità, pagina 8 di Roma-Regione, del 14 agosto 1973).

In seguito, precisamente il 5 settembre, a Ostia viene arrestato Ghassan Avienehmed Al Hadith, nella cui abitazione presa in affitto vengono trovati due missili terra-aria, e nel centro di Roma, all’hotel Atlas di via Rasella, sono arrestati Gabriel Khouri, Amin el Hindi, Mahmoud Nabil Mohamed e Al Tayeb Al Fergani.

I cinque arabi, oltre ad essere accusati di detenzione aggravata di armi e falso in documenti, sono sospettati di aver introdotto in Italia delle armi da guerra e di voler compiere un attentato ad un aereo della El Al in decollo da Fiumicino.

Questo episodio, come si saprà molti anni dopo, è l’esito di una trappola orchestrata da Ashraf Marwan, un diplomatico egiziano che fa la spia per conto del Mossad.

A febbraio del 1973, nel Sinai, alcuni caccia israeliani avevano abbattuto un aereo civile libico provocando la morte di centinaia di persone. A quel punto il leader libico “Gheddafi giurò vendetta. (…) Il presidente Sadat aveva deciso di dare manforte alla Libia e aveva incaricato Marwan di far avere ai terroristi due missili Strela di fabbricazione sovietica. Marwan inviò i due terra-aria a Roma con la valigia diplomatica.
A Roma li caricò sulla sua auto, incontrò Al-Hindi in un lussuoso negozio di scarpe di via Veneto, acquistò due grandi tappeti, se ne servì per avvolgere i due missili e li trasportò personalmente in metropolitana fino al covo dei terroristi in città. I terroristi si prepararono a lanciare i missili, ignari del fatto che Marwan aveva già allertato il Mossad, che a sua volta aveva avvertito gli italiani” (pag. 228 e 229 di “Mossad. Le più grandi missioni del servizio segreto israeliano”, di Michael Bar-Zohar, Nissim Mishal, editore Feltrinelli, 2012).

Il 6 ottobre, all’inizio della guerra dello Yom Kippur, Israele si trova in difficoltà. Come si saprà solo nel 1987 sulla base delle indagini del giudice Mastelloni, la mattina di quel giorno l’addetto militare israeliano incontra a Roma l’ammiraglio Vitaliano Rauber, allora capo del IV Reparto dello Stato Maggiore della Difesa, e gli chiede “se era possibile ottenere d’urgenza dei pezzi di ricambio per cannoni da 76 della Oto Melara”.

Come aggiunge il generale Piovano, quella mattina “gli israeliani chiesero munizioni” e “furono invitati in mia presenza dal sottocapo di stato maggiore a rivolgersi al ministero degli Esteri tramite l’ambasciatore israeliano a Roma” (vedasi: “Israele? Amici anche loro”, di Antonio Carlucci, in Panorama, 9 luglio 1989).

Il governo italiano, con il beneplacito del ministro degli Esteri Aldo Moro, fa consegnare a Israele, in segreto e scavalcando i divieti legislativi per il traffico di armi con i paesi in guerra, sia i pezzi di ricambio per cannoni da 76 della Oto Melara che le munizioni per quei cannoni.

A livello pubblico mostra invece una diversa posizione rispetto alla guerra del Kippur.

Sulla scia di quanto succede nei principali paesi europei dell’Alleanza Atlantica, l’Italia nega agli USA la possibilità di usare il proprio spazio aereo per inviare armi e rifornimenti a Israele, poiché il conflitto risulta esterno alle competenze della Nato (vedasi: 160 Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, cit., pp. 1226 sg.; M. Del Pero, Distensione, bipolarismo e violenza: la politica americana nel Mediterraneo durante gli anni Settanta. Il caso portoghese e le sue implicazioni per l’Italia, in Tra guerra fredda e distensione, cit., p. 129; Tosi, La strada stretta. Aspetti della diplomazia multilaterale italiana (1971-1979), cit., p. 250).

Solo il regime neofascista portoghese concede parte del proprio territorio per il “ponte aereo” degli aiuti statunitensi a Israele.

Lo stesso ministro degli Affari Esteri Aldo Moro, celando la verità ben sapendo di celarla, il 17 ottobre 1973 afferma quanto segue al Senato: “Da parte italiana ci si è sempre astenuti e ci si astiene da ogni intervento, in particolare da forniture di armi, che possa aggravare la situazione nelle zone di tensione, in particolare per quanto riguarda il Medio Oriente.” (vedasi: pag. 50 di “Testi e documenti sulla politica estera dell’Italia” del Ministero degli Affari Esteri, 1973).

Questi sono alcuni dei fatti principali che precedono la nascita del lodo fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi, ma alcuni storici e i giornalisti non riescono ad inquadrarli nel loro preciso contesto e nemmeno a capirne il significato.

Dell’omicidio del giovane marocchino Ahmed Bouchiki, compiuto il 21 luglio 1973 in Norvegia dallo stesso gruppo di fuoco che nel 1972 uccise a Roma il palestinese Zwaiter, non ne fa cenno quasi nessuno. Dell’arresto dei 5 palestinesi se ne parla invece in modo enfatico, senza far capire che quell’operazione fu l’esito di una trappola del Mossad e, come poi vedremo, senza far conoscere le caratteristiche della sentenza emessa nei loro confronti il 27 febbraio 1974.

Della guerra dello Yom Kippur (6–25 ottobre 1973) e dell’importante aiuto italiano a Israele molti non sembrano tenerne in debito conto anche se la vera politica estera di un paese si esprime nei periodi di guerra, anche e in particolare in segreto. Alcuni invece, senza fornirne prove sufficienti e logiche, sostengono che il «lodo Moro» nacque in un giorno preciso, col solo avallo politico da parte di Aldo Moro e proprio mentre la situazione risultava essere molto incandescente nei rapporti fra israeliani e arabi.

Il «lodo Moro» secondo Miguel Gotor

Secondo il “Memoriale della Repubblica” (Einaudi, 2011) di Miguel Gotor, il «lodo Moro» sarebbe “un accordo segreto stipulato il 19 ottobre 1973 tra Moro, allora ministro degli Esteri e i rappresentanti dell’OLP, nei giorni in cui infuriava la guerra dello Yom Kippur tra Israele ed Egitto”.

A pagina 417 , nella nota 9, si legge:

“Per la data dell’accordo si veda l’informazione tratta da un appunto del SID, classificato «Riservatissimo», proveniente da II Cairo e utilizzato nella sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, Tribunale di Venezia, procedimento penale n. 204 del 1983, pp. 1161-63 (Flamigni, La tela del ragno, 2005, pp. 197-98).”

Dalle parole scritte da Gotor e dalla semplice nota da lui riportata sulla fonte informativa si potrebbe giungere alla conclusione che il 19 ottobre 1973 Moro abbia incontrato “i rappresentanti dell’OLP” a Il Cairo e che, di conseguenza, abbia fatto un accordo segreto con i palestinesi appena una quarantina di giorni dopo l’avvio del processo di riconoscimento internazionale dell’OLP determinatosi nella Conferenza di Algeri dei paesi non allineati (5-9 settembre 1973), con largo anticipo rispetto alla riunione della Lega Araba svoltasi ad Algeri il 26 novembre 1973 con cui l’OLP è riconosciuto come unico rappresentante del popolo palestinese.

In realtà, il 19 ottobre 1973 il ministro degli Esteri Aldo Moro non incontra nessun rappresentante dei palestinesi nella capitale egiziana. Si trova a Roma ed ha un significativo impegno politico a cui non può certo sottrarsi. Deve partecipare ad una riunione (di circa 3 ore) della Direzione della DC nel corso della quale presenta una relazione “sull’attività del governo italiano per far cessare la guerra nel Medio Oriente. Quest’azione è stata pienamente apprezzata e condivisa dalla direzione DC, che ha chiesto che i 9 paesi della Comunità Europea parlino “con una voce sola” e che sia applicata la risoluzione dell’ONU (22 novembre 1967) per garantire l’esistenza di Israele e per risolvere il problema palestinese, così da giungere ad un “vero assetto di pace” ...” (vedasi: “Fanfani ha mandato due ispettori a Napoli”, di Lamberto Furno, La Stampa, sabato 20 ottobre 1973).

Quella data ha una certa importanza in quanto, grazie a Fanfani e all’avvio di una attenzione multilaterale ai problemi del Medio Oriente da parte dei dirigenti della Democrazia Cristiana e anche di quelli del Partito Socialista Italiano, si caratterizza come uno dei momenti della travagliata gestazione del «lodo Moro».

L’appunto del SID proveniente da Il Cairo parlava infatti di un incontro diplomatico presso l’ambasciata italiana fra due funzionari del ministero degli Esteri – il ‘primo consigliere’ Ranieri Tallarigo e il segretario Concetta Di Stefano – e il rappresentante dell’OLP Said Wasfi Kamal.

Quest’ultimo, in cambio dell’impegno che nessuna azione dei fedayin avrà più luogo in Italia, chiede la liberazione dei cinque arabi arrestati il 5 settembre 1973.

La proposta, secondo Sergio Flamigni, sarebbe poi stata esaminata “il 25 ottobre, nel corso di una riunione al ministero degli Esteri, durante la quale il rappresentante del Viminale – il vicequestore Silvano Russomanno, direttore della Divisione sicurezza interna – aveva sottolineato «la scarsa credibilità dell’impegno che gli organi ufficiali della resistenza palestinese assumerebbero in caso di liberazione dei cinque detenuti»; secondo Russomanno, dovevano «ritenersi del tutto fantasiosi i timori palesati circa possibili azioni delittuose da parte israeliana contro gli arabi».

La riunione aveva dimostrato che sotto la direzione di Moro il ministero degli Esteri era impegnato a stabilire un’intesa con l’OLP per salvaguardare il territorio italiano da eventuali attacchi palestinesi, e dai pericoli di ritorsione da parte israeliana che stranamente Russomanno tendeva a escludere” (pagine 197-198 del libro “La tela del ragno. Il delitto Moro” di Sergio Flamigni, Kaos edizioni, 1ª ed. maggio 1988, 5ª ed. aggiornata aprile 2003).

Questa narrazione risulta però imprecisa per quattro motivi.

Prima di tutto, la riunione del 25 ottobre 1973 dimostra che il Ministero degli Esteri, allora guidato da Aldo Moro, intende trovare una soluzione “per salvaguardare il territorio italiano da eventuali attacchi palestinesi” e dai “pericoli di ritorsione da parte israeliana”, ma per tale scopo non basta certo un’intesa con l’OLP.

Serve, come minimo, anche un’intesa con lo stato israeliano, in particolare col Mossad che a quel tempo ha già stabilito degli stretti rapporti con l’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno, ridefinito Servizio informazioni generali e sicurezza interna (Sigsi) nel 1970 e diretto da Federico Umberto D’Amato a partire dal novembre 1971.

In secondo luogo, a differenza di quanto potrebbe far pensare la ricostruzione di Sergio Flamigni, il 25 ottobre 1973 non è una data come un’altra. Quel giorno, alle ore 9 italiane e per la prima volta dopo la crisi dei missili di Cuba dell’ottobre 1962, le forze armate statunitensi passano allo stato di allarme atomico – compresa la base della Maddalena che nel 1972 il governo Andreotti aveva concesso agli Usa raggirando gli art.11-80-87 della Costituzione – e poi, alle ore 12 italiane, lo comunicano alla Nato (vedasi: “Morire per gli altri” di Tino Neirotti su Stampa Sera del 26 ottobre 1973; “Medio Oriente. Truppe USA in Europa in preallarme” in Lotta Continua del 26 ottobre 1973; “La giornata della tensione atomica URSS-USA. La Nato apprese l’allarme dalle notizie dei quotidiani” di Giorgio Fattori su La Stampa del 4 novembre 1973).

La pressione orchestrata dal segretario di Stato USA Henry Kissinger spinge l’URSS sulla difensiva e fa in modo che, nel pomeriggio, il Consiglio di sicurezza dell’ONU prenda la decisione di mandare i caschi blu in Medio Oriente, senza la partecipazione di grandi potenze, per garantire la tregua fra Egitto e Israele (vedasi: “Forze dell’ONU nel Medio Oriente”, L’Unità, 26 ottobre 1973).

In terzo luogo, il 25 ottobre 1973 Moro non partecipa alla riunione convocata presso il Ministero degli Esteri. Nella tarda mattinata del 23 ottobre 1973, infatti, il presidente della Repubblica Giovanni Leone e il ministro degli Esteri Aldo Moro partono per un viaggio diplomatico nei paesi del Benelux (Belgio, Olanda e Lussemburgo) e rientrano in Italia la sera del 31 ottobre (vedasi: “Leone e Moro in Olanda”, Stampa Sera, notizia Ansa del 23 ottobre 1973; “Iniziativa europea proposta all’Aja da Leone e Moro” di Orazio Pizzigoni, l’Unità, 25 ottobre 1973; “Il presidente Leone a Bruxelles accolto da Baldovino e Fabiola” di Nicola Adelfi, La Stampa, 30 Ottobre 1973; “Leone: trasformare il Mec in una comunità di popoli” di Nicola Adelfi, La Stampa, 31 Ottobre 1973).

In quarto luogo, il 25 ottobre 1973 su diversi quotidiani si parla di nuovo dell’omicidio del palestinese Wael Abdel Zwaiter avvenuto a Roma il 16 ottobre 1972: “Da Oslo la conferma: fu un commando di killers israeliani ad uccidere Zuaiter” (Zwaiter, ndr; ), Lotta Continua; “Da Oslo investigatori per il caso Zwaiter. Sei arrestati per l’assassinio di un marocchino in Norvegia, indiziati per il secondo delitto a Roma”, L’Unità.

Il sospetto, avanzato una settimana prima, che ci sia una connessione fra l’omicidio di Zwaiter e quello del giovane marocchino ucciso in Norvegia il 21 luglio 1973 trova delle clamorose conferme (“Rintracciati i killers che uccisero Zwaiter?”, L’Unità, 18 ottobre 1973).

Dire o lasciar intendere perciò che il 25 ottobre 1973 Moro avrebbe fatto qualcosa direttamente a Roma, ad esempio presso il Ministero degli Esteri, è un’informazione non rispondente al vero. L’allora ministro degli Esteri, oltre a non avere il dono dell’ubiquità, era abituato a riflettere a lungo prima di prendere una decisione molto delicata.

La riunione del 25 ottobre 1973 presso il Ministero degli Esteri, si svolge senza la presenza diretta di Aldo Moro e proprio il giorno dell’allarme atomico delle forze armate degli USAa e delle nuove notizie sulle “operazioni speciali” del Mossad; affronta alcuni problemi di politica estera e interna particolarmente intrecciati.

In questo ambito cerca di valutare la proposta dell’OLP e, nonostante il parere contrario di Silvano Russomanno a qualsiasi forma di soluzione politica a tale riguardo, si conclude senza rifiutare a priori l’idea lanciata da Said Wasfi Kamal sei giorni prima.

La stessa partecipazione di Russomanno, personaggio del Servizio informazioni generali e sicurezza interna (SIGSI), è particolarmente significativa. Tale personaggio , pur sapendo bene come stiano le cose e non “stranamente” come invece dichiara Sergio Flamigni, nega che si possano manifestare delle azioni sanguinarie in Italia da parte dei servizi segreti israeliani.

Sul piano politico ciò significa che la riunione coinvolge nel dibattito anche una fazione particolarmente filo-israeliana del Ministero degli Interni, in quanto servirebbe un accordo sia con l’OLP che con Israele per evitare il ripetersi nel territorio italiano del sanguinoso conflitto fra israeliani e palestinesi.

In sintesi: l’evento del 19 ottobre 1973 a Il Cairo e quello del 25 ottobre 1973 presso il Ministero degli Esteri italiano sono soltanto due fra i momenti della lunga e triangolare attività diplomatica fra Italia, Israele e forze combattenti arabo-palestinesi che, come un work in progress, tende a far nascere il «lodo Moro» in maniera compatibile rispetto al preesistente lodo Italia-Israele.

Il «lodo Moro» secondo Cossiga

Il 30 ottobre 1973 Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan vengono scarcerati grazie ad un provvedimento di libertà provvisoria “perché, secondo il giudice istruttore, hanno avuto un ruolo secondario nella operazione che fortunatamente non fu realizzata” (vedasi: “È rinviato il processo agli arabi del missile”, La Stampa del 29 dicembre 1973).

Secondo una ricostruzione fatta molti anni dopo dall’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, «Moro intervenne personalmente sul presidente del tribunale, con la cortesia e la fermezza che gli erano proprie e fece concedere ai terroristi la libertà provvisoria» (vedasi pag. 26 di “Fiumicino 17 dicembre 1973. La strage di Settembre Nero” di Annalisa Giuseppetti e Salvatore Lordi, editore Rubbettino, 15 giugno 2010).

In altre parole, fra il 25 e il 30 ottobre 1973 Aldo Moro sarebbe intervenuto personalmente per favorire quella specifica opzione, ma la ricostruzione di Cossiga è basata solo su alcuni vaghi ricordi e qualche sentito dire che non risultano compatibili rispetto ai più elementari metodi relativi ad una buona e onesta ricerca storica.

In quei giorni – come si è detto – il Ministro degli Esteri Aldo Moro non si trova in Italia. Non può intervenire direttamente sul magistrato competente ed è molto improbabile che, perfino dopo lo scandalo delle intercettazioni telefoniche emerso in Italia l’8 febbraio 1973, abbia comunicato con lui telefonicamente per discutere una questione così delicata.

Infine, tanto per confermare quanto si è già accennato, il provvedimento di libertà provvisoria per Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan, concomitante rispetto al deposito della sentenza di rinvio a giudizio, non viene emesso dal “presidente del tribunale” ma dal giudice istruttore. Il nome di quest’ultimo è Leonardo Zamparella (vedasi: “Processo ai cinque arabi del missile di Roma”, La Stampa del 14 dicembre 1973).

Torniamo perciò ai fatti acclarati.

Il 30 ottobre Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan escono dal carcere di Viterbo, sono presi in consegna da alcuni dirigenti del SID e trovano alloggio in un appartamento di Roma gestito dai servizi segreti. Il giorno successivo, accompagnati dal colonnello Giovan Battista Minerva, dal capitano Antonio Labruna, dal colonnello Stefano Giovannone e dal tenente colonnello Enrico Milani, salgono a bordo di un aereo Douglas C-47 Dakota dell’Aeronautica Militare italiana, denominato Argo 16, che da Ciampino li porta in Libia dopo una sosta a Malta.

Nemmeno un mese dopo troviamo Argo 16 nelle cronache di un episodio a dir poco inquietante.

Proprio quell’aereo, che fra l’altro aveva svolto missioni speciali per il SIOS ed effettuato le misure elettroniche nell’Adriatico contro la rete radar jugoslava (vedasi: audizione dell’ammiraglio Fulvio Martini del 27 luglio 1999 di fronte alla Commissione parlamentare sulle stragi), il 23 novembre 1973 esplode in volo.

Precipita nelle vicinanze di svariate industrie chimiche di Marghera, facendo correre il rischio di una colossale catastrofe ecologica. Per questo motivo muoiono cinque persone dell’equipaggio: il tenente colonnello Borreo Enano, il maresciallo Luigi Bernardini, il tenente colonnello Mario Grandi e il maresciallo Aldo Schiavone.

Come si andrà a ipotizzare pubblicamente solo negli anni ’80, da parte del giudice Carlo Mastelloni, Argo 16 potrebbe essere stato sabotato dal Mossad.

D’altra parte, difficilmente il Mossad avrebbe potuto assumersi tale compito senza l’avallo o la diretta complicità delle forze militari statunitensi presenti nel Veneto.

Il divieto agli USA di usare lo spazio aereo italiano per inviare armi e rifornimenti a Israele durante la guerra del Kippur (6-25 ottobre 1973) e la liberazione di Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan sono fatti che, in primis, non piacciono al presidente e repubblicano statunitense Richard Nixon e al governo israeliano di Golda Meir.

In quella situazione, già di per sé ingarbugliata, il governo italiano continua a mantenere segreta la verità, conosciuta fra gli altri dall’ambasciatore USA a Roma John Volpe, sulla tolleranza verso le azioni omicide dei servizi segreti israeliani sul territorio italiano.

In questo modo, com’è logico che sia, la politica italiana risulta inaffidabile agli occhi del mondo arabo.

Il 26 novembre 1973, in particolare, la Lega Araba riunitasi ad Algeri non inserisce l’Italia “fra i Paesi amici o neutrali cui veniva garantito un trattamento di favore nella fornitura di greggio” (pagina 194, “Mediterraneo e Medio Oriente nella politica estera italiana” di Francesco Perfetti, in La Comunità Internazionale, fasc. 2/2011, Editoriale Scientifica srl) e al tempo stesso riconosce l’OLP come unico e legittimo rappresentante del popolo palestinese.

Il governo italiano cerca allora di essere più “diplomatico” col mondo arabo per evitare delle nefaste conseguenze economiche e politiche per l’Italia.

In tale situazione, venerdì 14 dicembre 1973 inizia il processo ai palestinesi arrestati il 5 settembre, ma viene rinviato al 17 dicembre.

In quest’ultima data, alle nove di mattina, avviene la strage di Fiumicino con i suoi 32 morti, un episodio attribuito indistintamente alla Libia e all’Iraq dalla stampa israeliana e condannato da tutte le forze politiche italiane, comprese quelle della sinistra extraparlamentare, dalla quasi totalità dei paesi arabi e dall’OLP, fra cui l’FPLP di Habash che da almeno un anno, pur non rinunciando a svolgere azioni armate nei territori controllati da Israele, ha deciso di abbandonare la via delle azioni «esemplari» e dei dirottamenti aerei in Europa (“L’OLP annuncia che renderà pubblica l’inchiesta sul Boeing 737”, in Lotta Continua, 19 dicembre 1973) “perché l’internazionalizzazione della lotta non aveva portato «alcun reale beneficio»” (pag. 10 di “Il «lodo Moro». Terrorismo e ragion di Stato 1969-1986” di Valentine Lomellini, 2022, Edizioni Laterza, Bari-Roma, e la connessa nota 45: Comunicazione Watt 6013. FPLP – Linea politica relativa agli attacchi all’estero, 20 maggio 1972, ACS, FCA, b. 362, racc. spec.; Watt 6025. Oggetto: questione araba – Attività insidiose del PFLP, 12 giugno 1972, ACS, FCA, b. 362, racc. spec.).

Lo stesso governo italiano, da parte sua, sospetta una responsabilità libica, ma ufficialmente la nega perché da un lato non intende aggravare la tensione internazionale e dall’altro non ne ha le prove certe.

Al contrario di quanto narra la vulgata di svariati dietrologi, che enfatizzano il contributo italiano nel riuscito golpe di Gheddafi del 1969, i rapporti fra la Libia e l’Italia non sono buoni negli ultimi mesi del 1973.

Esistono diversi motivi di attrito: il regime di Gheddafi – secondo il giornalista di Epoca Piero Zullino – è irritato per l’acquisto da parte dell’Eni di dieci milioni di barili di greggio dall’Arabia Saudita anziché da Tripoli; solo Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan sono stati liberati e consegnati alla Libia; in quello stesso periodo c’è ancora una situazione di grave crisi diplomatica (nata nel 1970 con l’espropriazione e l’espulsione dei coloni italiani presenti nel territorio libico) che viene superata nel febbraio del 1974 per mezzo di un trattato bilaterale (“L’espulsione degli italiani dalla Libia nel 1970” di Arturo Varvelli, in “I sentieri della ricerca”, rivista di storia contemporanea, Edizioni Centro Studi “Piero Ginocchi” Crodo, giugno 2007).

Il movente della strage non è però connesso ai motivi di attrito della Libia con l’Italia. Sembra dettato dal persistere della volontà di vendicare, come si è accennato in precedenza, le centinaia di persone uccise a febbraio del 1973, nel Sinai, a causa dell’abbattimento dell’aereo civile libico da parte di alcuni caccia israeliani.

Lunedì 17 dicembre 1973, una volta che si diffonde la notizia della strage di Fiumicino, l’udienza del processo agli arabi subisce un nuovo rinvio.

“Il commando venne arrestato il 5 settembre dal servizio di controspionaggio quando nella villetta a Ostia presa in affitto dal libanese Ghassan Ahmed Al Hadith furono trovati due missili terra-aria di fabbricazione sovietica, chiusi in scatoloni: un metro e trenta centimetri di lunghezza. Le armi hanno una gittata di cinque chilometri.
Secondo l’accusa, gli arabi avevano intenzione di abbattere un aereo israeliano in occasione del primo anniversario della strage di Monaco. I tre imputati nella scorsa udienza hanno dichiarato di essere innocenti e di non avere avuto alcuna intenzione di attaccare un aereo israeliano. Oggi, colui che potrebbe essere il capo del commando, Gabriel Khouri ha voluto aggiungere qualcos’altro.
«Rinneghiamo l’attentato criminale compiuto a Fiumicino, ha detto, non abbiamo nulla in comune con coloro che hanno incendiato il “Boeing” e dirottato l’aereo tedesco. L’atto terroristico costituisce un gesto di barbarie che nuoce alla causa araba e gli autori sono nostri nemici». «Vogliamo essere processati subito, ha aggiunto, anche perché abbiamo fiducia che il tribunale non si lascerà influenzare dalla forte pressione di alcuni giornali: anche se riteniamo che il rinvio dell’udienza deciso il giorno della strage di Fiumicino sia da mettersi in collegamento con l’attentato». (“È rinviato il processo agli arabi del missile” di g.g., La Stampa del 29 dicembre 1973, pag. 10).

Poi il presidente dispone l’esame dei periti balistici, ma decide anche che i chiarimenti dei tecnici siano ascoltati dal tribunale a porte chiuse. Infine, il rinvio del dibattimento al 20 febbraio.

Nella serata di mercoledì 27 febbraio 1974 si conclude il processo contro i cinque arabi arrestati a Roma il 5 settembre 1973.

Ciascuno degli imputati è condannato a 5 anni e due mesi di reclusione. A tre di loro, quelli rimasti in carcere (il giordano Azmicany, l’algerino Amin El Hendi e il siriano Gabriel Khouri), viene concessa la libertà provvisoria dietro cauzione di 20 milioni di lire a testa. Gli altri due imputati (l’iracheno Ahmed Ghassan Al Hadithi e il libico Ali Al Fargani Tayeb) hanno già ottenuto a libertà provvisoria durante la fase istruttoria e si trovano fuori del territorio italiano.

La sentenza del tribunale accetta in sostanza le richieste avanzate dal pubblico ministero.

Nella sua requisitoria, che si svolge nel corso della mattinata, il Pm Giorgio Santacroce da un lato fornisce le prove rispetto ai reati di detenzione di armi e falso in documenti; dall’altro nega l’esistenza di prove certe rispetto ai reati di introduzione di armi da guerra e tentata strage.

Il Pm infatti ricorda che l’accusa di introduzione in Italia di armi da guerra non può avere certezza di prova in quanto gli imputati avrebbero potuto anche non essere stati loro a trasportare il materiale nel territorio italiano. Inoltre esclude che i cinque imputati abbiano progettato di dirigere, dalla terrazza dell’appartamento di Ostia, un missile contro un aereo che si fosse levato in volo dall’aeroporto di Fiumicino.

«Tra l’altro – ha sostenuto il dott. Santacroce – la posizione di quella casa non lo avrebbe permesso e quindi l’appartamento di Ostia deve essere considerato soltanto una base per il gruppo degli arabi» (“La sentenza sulla clamorosa vicenda a Ostia. Cinque anni agli arabi presi col lanciamissile” di F.S. , L’Unità, giovedì 28 febbraio 1974).

Molti anni dopo, Miguel Gotor scrive che quegli arabi sarebbero stati arrestati “mentre preparavano un attentato all’aeroporto di Fiumicino ai danni di un aereo della El Al Israel Airlines” (pagina 338, “Il Memoriale della Repubblica”).

Analogamente Ambrogio Viviani, capo del controspionaggio SID dal 1970 al 1974, in una trasmissione televisiva di “La storia siamo noi” dedicata ad Argo 16, dichiara che la terrazza dell’appartamento di Ostia sarebbe perpendicolare alle linee di decollo da Fiumicino degli aerei israeliani (vedi qui)

Miguel Gotor e Ambrogio Viviani ripetono in sostanza un’ipotesi già chiaramente smentita il 27 febbraio 1974 dal Pm Giorgio Santacroce.

L’apparenza tattica e la realtà strategica

La memoria dominante relativa al «lodo Moro» è andata sempre più deformandosi nel tempo fino a diventare del tutto incompatibile in rapporto ad alcune evidenze giudiziarie.

Il «lodo Moro» ha una caotica gestazione nel corso del 1972-1973, in particolare negli ultimi quattro mesi del 1973, e durante il primo trimestre del 1974.

Necessita infatti, fra le varie precondizioni soggettive, il superamento della crisi diplomatica fra Italia e Libia, la liberazione di tutti gli arabi arrestati il 5 settembre 1973 e condannati solo per i reati di detenzione di armi e documenti falsi, lo scioglimento di "Settembre Nero" da parte dei palestinesi (evento che avviene nell’autunno del 1973), un fattivo riconoscimento politico italiano dell’OLP, ricompense agli informatori palestinesi ed eventuali aiuti umanitari alla popolazione palestinese tramite il servizio segreto militare italiano, l’integrazione nella politica estera italiana della linea diplomatica avviata dallo statista democristiano Alcide De Gasperi prima e dopo la nascita dello Stato di Israele, gli aiuti militari segreti a quest’ultimo da parte dell’Italia, una maggiore collaborazione fra il servizio segreto interno italiano e il Mossad, e la fine della “guerra dell’ombra” da parte degli agenti segreti israeliani in Italia.

Di fatto, nel mese di maggio del 1974 Nemer Hammad inizia ad essere ospitato nella capitale italiana come rappresentante dell’OLP.

Mai e poi mai l’Italia avrebbe accolto Nemer Hammad, dando così all’OLP un riconoscimento politico de facto, senza una preventiva garanzia di tregua nel proprio territorio sia da parte degli israeliani che dei palestinesi.

Ciò significa che la cosiddetta linea “filoaraba” dei governanti italiani della Prima Repubblica aveva dei limiti, era qualcosa di apparente e tattico mentre contemplava la difesa strategica del sionismo e dello Stato israeliano.

Alcuni fatti avvenuti fra il novembre del 1974 e lo stesso mese dell’anno successivo lo dimostrano in maniera esaustiva.

“L’attenzione verso il movimento nazionale palestinese fu confermata nel novembre 1974 quando il governo di Roma votò a favore dell’iniziativa d’invitare una delegazione palestinese a partecipare alla sessione dell’Assemblea generale dell’ONU: in tale sede però l’Italia si astenne quando si votò l’OLP di Arafat quale rappresentante del popolo palestinese e si diede a tale organizzazione lo status di osservatore permanente.
Il governo di Roma, comunque, non abbandonò mai la sua linea di difesa del diritto di Israele ad esistere come Stato indipendente e rifiutò ogni forma di equiparazione del sionismo al razzismo. Ciò si vide chiaramente in occasione del dibattito all’Assemblea generale dell’ONU circa la proposta di risoluzione che condannava il sionismo come forma di razzismo e di discriminazione razziale.
Il 10 novembre 1975 la risoluzione contro il sionismo fu approvata dalla maggioranza degli Stati dell’Assemblea con il massiccio voto favorevole dei paesi comunisti e di quelli non allineati, ma l’Italia votò contro.” (vedasi: “Dalla Puglia nel mondo. Appunti sul pensiero politico internazionale di Aldo Moro” di Luciano Monzali, a pag.104; “Aldo Moro e l’Università di Bari fra storia e memoria”, a cura di Angelo Massafra, Luciano Monzali, Federico Imperato; prefazione di Antonio Felice Uricchio; Cacucci Editore, Bari, 2016).

Il «lodo Moro», del cui periodo iniziale si è parlato qui, trovò un epilogo nel 1985 con il sequestro palestinese del transatlantico “Achille Lauro” e il connesso scontro diplomatico fra il governo diretto da Bettino Craxi e gli USA.

Nel corso della Prima Repubblica, il «lodo Moro» durò infatti circa una decina di anni.

Come hanno dimostrato Paolo Persichetti e Paolo Morando (vedasi qui), si manifestò pure a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 e quindi, a differenza di quanto sostengono alcuni fra i discendenti politici del neofascista Movimento Sociale Italiano, le forze palestinesi non avevano alcun motivo per compiere una strage come quella di Bologna del 2 agosto 1980.

Fonte

21/05/2020

Palestina - Dichiarato concluso ogni accordo con Israele e Stati Uniti. “Israele è una potenza occupante”

Martedì il presidente palestinese Abu Mazen ha dichiarato la fine degli accordi e delle intese firmati con Israele e gli Stati Uniti e ha riconsegnato la responsabilità dei Territori Occupati a Israele in quanto potenza occupante.

“L’Organizzazione per la liberazione della Palestina e lo Stato della Palestina sono assolti, ad oggi, di tutti gli accordi e intese con i governi americano e israeliano e di tutti gli obblighi basati su tali intese e accordi, compresi quelli sulla sicurezza”, ha dichiarato Abu Mazen in una riunione di emergenza per la leadership palestinese tenutasi a Ramallah per discutere i piani israeliani di annettere parti della terra palestinese occupata, come dichiarato nel nuovo accordo di coalizione del governo israeliano.

In un passaggio del discorso, il presidente palestinese ha inchiodato Israele alle sue responsabilità in quanto potenza occupante dei Territori Palestinesi: “L’autorità israeliana di occupazione, ad oggi, deve assumersi tutte le responsabilità e gli obblighi di fronte alla comunità internazionale come potenza occupante sul territorio dello stato occupato della Palestina, con tutte le sue conseguenze e ripercussioni basate sul diritto internazionale e umanitario internazionale, in particolare la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, che detiene la potenza occupante responsabile della protezione della popolazione civile sotto l’occupazione e le sue proprietà, criminalizza la punizione collettiva, vieta il furto di risorse, l’appropriazione e l’annessione di terreni, vieta il trasferimento forzato della popolazione del territorio occupato e vieta il trasferimento della popolazione dello stato occupante (i colonialisti) nella terra che occupa, che sono tutte gravi violazioni e crimini di guerra”.

Qui di seguito il testo integrale del discorso di Abu Mazen

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Alla luce delle disposizioni dell’accordo di coalizione del governo israeliano, secondo cui “il Primo Ministro sarà in grado di portare l’accordo raggiunto con gli Stati Uniti sull’applicazione della sovranità a partire dal 1 ° luglio 2020 al Consiglio dei Ministri e alla Knesset”, e il discorso del Primo Ministro del governo dell’occupazione alla Knesset l’altro ieri, che non includeva nulla sull’impegno per gli accordi firmati, ma piuttosto affermando l’applicazione della sovranità israeliana sulle colonie israeliane nei territori palestinesi;

E poiché il primo ministro del governo dell’occupazione ha ripetuto questa dichiarazione il primo giorno della riunione del gabinetto, considerando che l’annessione è una priorità per questo governo, il che significa annettere parti del territorio dello stato della Palestina allo stato di occupazione basato sul cosiddetto “accordo del secolo”, che respingiamo in totale, il che significa che l’autorità di occupazione ha annullato l’accordo di Oslo e tutti gli accordi firmati con esso, dopo aver snobbato tutti questi anni e tutte le risoluzioni del legittimità internazionale e diritto internazionale;

E dopo che l’amministrazione americana ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele e ha trasferito lì la sua ambasciata, quindi la pubblicazione dell ‘”affare del secolo”, che ha posto le basi per la dichiarazione di annessione israeliana, che è una palese violazione delle risoluzioni della legalità internazionale e diritto internazionale, oltre al suo sostegno agli insediamenti e all’occupazione coloniale israeliana del territorio dello stato della Palestina;

E alla luce della nostra radicata convinzione e della ferma aderenza al diritto del nostro popolo di continuare la sua lotta nazionale per porre fine all’occupazione e stabilire lo stato indipendente, contiguo e sovrano della Palestina nei confini del 4 giugno 1967 con Gerusalemme Est come sua capitale, risolvere il problema dei rifugiati basato sull’iniziativa di pace araba e le pertinenti risoluzioni della legalità internazionale e il rilascio dei prigionieri palestinesi dalle carceri e dai centri di detenzione israeliani;

E poiché siamo interessati a raggiungere una pace giusta e globale basata sulla soluzione dei due stati, come è avvenuto nell’iniziativa di pace araba e nelle risoluzioni della legalità internazionale, in particolare la risoluzione 1515 del Consiglio di sicurezza sull’adozione dell’iniziativa di pace araba, risoluzione 2334 su Gerusalemme e gli insediamenti, la risoluzione 194 delle Nazioni Unite sui rifugiati e la risoluzione 19/67 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sul riconoscimento dello stato di Palestina membro osservatore;

E rispettando le decisioni del Consiglio Nazionale e del Consiglio Centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, unico legittimo rappresentante del popolo palestinese, la leadership palestinese ha deciso oggi quanto segue:

Primo: l’Organizzazione per la liberazione della Palestina e lo Stato della Palestina sono assolti, ad oggi, da tutti gli accordi e le intese con i governi americano e israeliano e da tutti gli impegni basati su tali intese e accordi, compresi quelli sulla sicurezza;

Secondo: l’autorità di occupazione israeliana, ad oggi, deve assumersi tutte le responsabilità e gli obblighi di fronte alla comunità internazionale come potenza occupante sul territorio dello stato occupato della Palestina, con tutte le sue conseguenze e ripercussioni basate sul diritto internazionale e internazionale il diritto umanitario, in particolare la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, che ritiene la potenza occupante responsabile della protezione della popolazione civile sotto l’occupazione e le loro proprietà, criminalizza la punizione collettiva, vieta il furto di risorse, l’appropriazione e l’annessione della terra, vieta il trasferimento forzato della popolazione del territorio occupato e vieta il trasferimento della popolazione dello stato occupante (i colonialisti) dalla terra che occupa, che sono tutte gravi violazioni e crimini di guerra.

Terzo: riteniamo che l’amministrazione americana sia pienamente responsabile dell’oppressione che sta accadendo al popolo palestinese e la consideriamo un partner primario con il governo di occupazione israeliano in tutte le sue decisioni e misure aggressive e ingiuste contro il nostro popolo. Tuttavia, accogliamo con favore tutte le posizioni degli altri partiti americani che hanno respinto le politiche di questa amministrazione che sono ostili al nostro popolo e ai suoi legittimi diritti.

Quarto: completeremo oggi la firma di accordi per lo stato della Palestina per aderire ad accordi e convenzioni internazionali a cui non abbiamo ancora aderito.

Quinto: ribadiamo il nostro impegno nei confronti della legalità internazionale e delle pertinenti risoluzioni arabe, islamiche e regionali di cui facciamo parte e ribadiamo il nostro fermo impegno a combattere il terrorismo internazionale indipendentemente dalla sua forma o fonte.

Sesto: riaffermiamo il nostro impegno per una soluzione al conflitto israelo-palestinese basato sulla soluzione dei due stati, con la nostra disponibilità ad accettare la presenza di un terzo ai confini tra di loro, a condizione che i negoziati si terranno per raggiungere quello, siano sotto gli auspici internazionali (il Quartetto Internazionale plus) e attraverso una conferenza di pace internazionale basata sulla legalità internazionale.

Settimo: chiediamo ai paesi del mondo che hanno respinto l’accordo del secolo e le politiche americane e israeliane e le loro misure che violano la legalità internazionale e gli accordi firmati con esso di non essere soddisfatti del rifiuto e della condanna ma di adottare misure dissuasive e imporre sanzioni severe per impedire allo stato di occupazione israeliano di attuare i suoi piani e la sua continua negazione dei diritti del nostro popolo. Chiediamo a coloro che non hanno ancora riconosciuto lo stato della Palestina di riconoscerlo rapidamente per proteggere la pace, la legalità internazionale e il diritto internazionale e di attuare le risoluzioni del Consiglio di sicurezza sulla protezione internazionale al nostro popolo nel loro stato occupato.

Continueremo a inseguire l’occupazione per i suoi crimini contro il nostro popolo in tutte le sede e tribunali internazionali. In questo contesto, affermiamo la nostra fiducia nell’indipendenza e integrità del Tribunale penale internazionale.

Ottavo: ribadiamo il nostro saluto a tutto il nostro popolo in patria e nella Diaspora per la sua pazienza, fermezza, lotta e sostegno all’Organizzazione per la liberazione della Palestina, unico legittimo rappresentante del popolo palestinese. Promettiamo ai nostri martiri ed eroici prigionieri e riaffermiamo che rimarremo fedeli al giuramento fino alla vittoria, alla libertà, all’indipendenza e al ritorno, per innalzare insieme la bandiera della Palestina sulla moschea di Al-Aqsa e la Chiesa del Santo Sepolcro nella nostra Gerusalemme, la capitale eterna del nostro stato palestinese.

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10/05/2019

La "nuova Palestina" di Trump è il pacco del secolo

Una ennesima presunta anticipazione dell’“Accordo del secolo”, il piano di Donald Trump per il Medio Oriente, è stata pubblicata dall’agenzia palestinese Maan e dal quotidiano israeliano Israel HaYom. Il documento circola da alcuni giorni e la sua provenienza è sconosciuta.

Il testo verrebbe proposto a tre parti firmatarie: Israele, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) e il movimento islamico Hamas. Contrariamente a quanto fatto intendere in precedenza dall’Amministrazione Usa, prevederebbe la nascita di uno Stato palestinese chiamato “Nuova Palestina” su una (minima) parte della Cisgiordania e a Gaza. Questo Stato non avrebbe alcuna sovranità reale.

Gerusalemme. I palestinesi che vi abitano diventeranno cittadini della “Nuova Palestina” e godranno di una autonomia amministrativa e  rimarrebbe tutta sotto il controllo di Israele così come la Valle del Giordano e gran parte della Cisgiordania.

Gli insediamenti coloniali ebraici in Cisgiordania, illegali per il diritto internazionale, verrebbero formalmente annessi a Israele.

Stando al presunto documento l’Egitto offrirebbe a Gaza un pezzo di territorio del Sinai per la costruzione di un aeroporto e di una zona industriale, nel quadro di un accordo da attuare nel giro di cinque anni. Per collegare Gaza alla Cisgiordania verrebbe realizzata un’autostrada sopraelevata a 30 metri d’altezza.

L’Olp e Hamas saranno puniti se si rifiuteranno di firmare l’accordo e il movimento islamico dovrà consegnare le sue armi.

Se a rifiutare l’accordo sarà Israele, gli Usa cesseranno ogni sostegno finanziario e militare allo Stato ebraico.

Infine a finanziare l’accordo sarebbero gli Stati Uniti, l’Ue e i paesi del Golfo con 30 miliardi di dollari complessivi (6 miliardi di dollari l’anno). Washington coprirebbe il 20 per cento dei costi dei progetti di sviluppo, l’Unione Europea il 10 per cento e i paesi del Golfo il 70 per cento. Alla “Nuova Palestina” non verrebbe concessa la formazione di un esercito, ma solo di una forza di polizia.

A diversi analisti appare improbabile che questo testo corrisponda al piano Usa autentico che più parti prevedono persino più favorevole alle posizioni della destra al potere in Israele. Gli Usa, attraverso alcune dichiarazioni di Jared Kushner, inviato di Trump in Medio Oriente e principale teorico dell’“Accordo del secolo”, escludono la nascita di uno Stato palestinese, anche senza sovranità.

E’ probabile che il piano Usa non sia altro che un via libera dell’Amministrazione Trump all’annessione ufficiale a Israele della Cisgiordania palestinese (occupata militarmente nel 1967), annunciata dal premier israeliano Netanyahu un mese fa a conclusione della campagna elettorale, che lascerà ai palestinesi soltanto l’amministrazione civile dei loro centri abitati peraltro già in atto da 25 anni, in seguito alla firma degli Accordi di Oslo tra Israele e l’Olp.

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22/08/2018

Addio a Uri Avnery, il sonista che difendeva i diritti palestinesi

3 luglio 1982, Uri Avnery incontra a Beirut Yasser Arafat

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Uri Avnery ha commentato la realtà intorno a lui e le politiche di Israele fino agli ultimi giorni della sua lunga vita. Lo scorso aprile su CounterPunch aveva condannato con forza il fuoco dell’esercito israeliano sui manifestanti palestinesi della Grande Marcia del Ritorno. E avrebbe scritto ancora tanto se lo scorso 4 agosto non l’avesse fermato un ictus. Uri Avnery si è spento nella notte tra domenica e lunedì all’ospedale Ichlov di Tel Aviv. Il prossimo 10 settembre avrebbe compiuto 95 anni.

Definire, come hanno fatto molti ieri, Avnery il pacifista più noto di Israele è riduttivo, non rende onore a un giornalista, scrittore, opinionista e personaggio politico che pur dichiarandosi un sionista, convinto dell’importanza di uno Stato dove accogliere gli ebrei, per decenni ha criticato il Sionismo e difeso con sincerità il diritto del popolo palestinese di rendersi libero, sovrano e indipendente sulla sua terra.
Nato a Beckum in Germania nel 1923 (con il nome di Helmut Ostermann), Avnery ha scritto molti libri. In uno di essi, “Israele senza sionisti” del 1968 (pubblicato due anni dopo da Laterza, con la prefazione di Antonio Gambino) racconta la sua vita ma anche aspetti poco noti, almeno in Italia, delle attività violente e terroristiche dei militanti sionisti, soprattutto di quelli di destra. Lui da adolescente fece parte proprio della destra radicale, dell’Irgun. Ne uscì nel 1942 perché, avrebbe spiegato anni dopo, ‎«non mi piacevano i metodi di terrore applicati dall’Irgun‎». Nel 1946, prima della fondazione di Israele, cominciò a parlare di “Hishtalvut BaMerhav” (integrazione nella regione) ossia di uno Stato ebraico non alienato all’imperialismo e al colonialismo ma inserito nel “Merhav HaShemi”, lo “spazio semitico”, immaginando un’alleanza tra arabi ed ebrei in Palestina, Transgiordania, Libano, Siria e Iraq.
Dopo la guerra del 1948 e la Nakba palestinese lavorò al quotidiano Haaretz e nel 1950 comprò la rivista HaOlam HaZeh che sarà per decenni il megafono delle sue idee. Le sue posizioni critiche della politiche governative si rafforzarono dopo la crisi di Suez del 1956 con l’invasione del Sinai da parte di Israele. Nel 1965 Avnery entrò nella Knesset alla testa di un partito che portava il nome della sua rivista. Fu rieletto una seconda volta quattro anni dopo. Stanco dei partiti, fu attivo diversi anni dopo nella “Lista progressista per la pace” che sosteneva un Israele non più Stato ebraico ma Stato binazionale.

Il suo nome divenne famoso in tutto il mondo quando nel 1982, sotto i bombardamenti di Israele che aveva invaso il Libano, corse a Beirut per intervistare e stringere la mano al presidente dell’Olp Yasser Arafat. Per la prima volta il capo dell’Olp si rivolse agli israeliani. Nell’intervista, pubblicata da Liberation, Arafat affermò che «la Palestina è per diritto dei palestinesi»... ma può essere ‎«un paese per voi e per noi insieme» e si disse pronto a dialogare con tutte le forze progressiste israeliane, avvertendo però «non potete costringerci ad accettare le teorie sioniste... nessun popolo può essere dominato con la forza delle armi». Avnery per quell’incontro fu indagato in Israele per violazione delle leggi antiterrorismo e diseredato dalla madre.
In coincidenza con la firma degli Accordi di Oslo del 1993 tra Israele e Olp, Avnery fondò Gush Shalom, un movimento a sostegno dei Due Stati, con Gerusalemme capitale per palestinesi ed ebrei. Negli anni successivi avrebbe visto con disappunto evaporare questa soluzione per l’incessante colonizzazione dei Territori palestinesi e altre politiche di occupazione.

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15/01/2018

Abu Mazen: "Osolo è morto, da Trump lo schiaffo del secolo"

di Chiara Cruciati
Il processo di Oslo è morto. Con queste parole, sorprendentemente dure, il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen, ha ieri potenzialmente aperto ad una nuova fase della questione palestinese. Al vertice del Comitato centrale dell’Olp a Ramallah tenuto ieri, e a cui non ha preso parte Hamas con una decisione annunciata sabato, Abbas ha attaccato la decisione del presidente Usa Donald Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, imputato a Tel Aviv la fine dell’infinito e vuoto processo di pace iniziato nel 1993 e rifiutato il ruolo di negoziatori degli Stati Uniti.

Le parole di Trump sulla città santa, ha detto Abbas, sono state “lo schiaffo del secolo” e i due ambasciatori Usa in Israele e all’Onu, Friedman e Haley, “una disgrazia”. Per questo non intende incontrare nessuno dei rappresentanti statunitensi.

“Abbiamo detto ‘no a Trump’, ‘non accetteremo il tuo progetto’. L’accordo del secolo è lo schiaffo del secolo e non lo accetteremo”. Il riferimento è al piano di pace che il presidente Usa ha detto più volte di voler attuare, senza dare dettagli precisi ma che, tra i commentatori, è stato definito come il tentativo di giungere ad un’intesa regionale: ovvero, la normalizzazione dei rapporti tra Israele e paesi arabi – nello specifico, il cosiddetto asse sunnita, guidato dall’Arabia Saudita – che includa al suo interno la questione palestinese. Nella pratica la marginalizzazione delle richieste del popolo palestinese a favore di una più ampia intesa mediorientale.

Ai palestinesi, ha aggiunto Abu Mazen, spetterà d’ora in poi definire una nuova strategia, misure per rispondere all’attacco. Senza la mediazione Usa: “La nostra posizione è uno Stato palestinese nei confine del 1967 con Gerusalemme est come capitale e l’implementazione delle decisioni della comunità internazionale, compresa la soluzione della questione dei rifugiati – ha spiegato – Siamo a favore di una lotta nazionale, che è più efficace perché non esiste nessuno su cui possiamo contare”.

Abu Mazen non ha dato indicazioni sulle mosse da compiere nell’immediato futuro, mentre fonti interne si sono limitate a dire che tutte le opzioni sono al momento al vaglio. Il quotidiano israeliano Haaretz, citando funzionari di Fatah, indica come possibile alternativa l’ufficiale uscita dagli accordi di Oslo da parte dell’Anp e la fine della cooperazione alla sicurezza, tra le più odiate forme di relazione tra autorità palestinesi e israeliane. L’Anp potrebbe anche ricorrere al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per chiedere il riconoscimento dello Stato palestinese nei confini del 1967 e la definizione di Stato sotto occupazione. Un obiettivo difficile da raggiungere, se non impossibile, visto il sicuro veto Usa.

L’assenza di Hamas al meeting fa riflettere e temere che l’accordo di unità nazionale raggiunto lo scorso autunno sia già imploso. A Ramallah mancava anche la Jihad Islamica. Una realtà, quella della divisione interna, che genera più di un dubbio tra la popolazione palestinese e il timore che non si assisterà a reali cambiamenti sul terreno. A mancare, pensano in molti, è la mancanza di una strategia nazionale che Abu Mazen nel suo discorso non ha indicato.

Di certo c’è la consapevolezza dell’accerchiamento: oltre alla dichiarazione su Gerusalemme, Trump sta per tagliare due terzi dei fondi all’Unrwa, l’agenzia Onu che si occupa da 70 anni dei rifugiati palestinesi nella diaspora e nei Territori Occupati, e quelli a favore dell’Anp, fondamentali a mantenere in piedi la struttura burocratica di uno Stato in fieri che non si realizza.

Una dichiarazione come quella di Abbas, la morte degli Accordi di Oslo, dovrebbe condurre naturalmente ad un passo in più, coraggioso ma probabilmente più efficace: dichiarare morto anche il frutto di quel processo di pace, la stessa Anp, corpo amministrativo senza alcun potere politico, economico, di sicurezza che da 24 anni è considerata dai palestinesi la maschera di Israele e la sua via d’uscita dalle responsabilità previste dal diritto internazionale.

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16/10/2017

Fatah-Hamas, l’eterno incontro senza vie d’uscita

L’ennesimo tentativo di avvicinamento e collaborazione fra le due maggiori fazioni palestinesi (Fatah e Hamas), in atto da mesi e ufficializzato nelle ultime settimane, viene esaminato con interesse e anche con le debite precauzioni da analisti e dagli stessi militanti. Ricomporre uno scisma politico, con tanto di scia di sangue protrattasi per alcuni mesi fra il 2006 e 2007, non è semplice ma è possibile. Seppure alcuni leader sempre presenti, direttamente o indirettamente, possano intralciare più che favorire un processo per il quale alcune componenti (Fdlp) tifano, mentre altre non se ne curano (i nuclei del Jihad islamico e salafiti presenti soprattutto nella Striscia di Gaza). Interessati, invece, certi attori regionali, soprattutto quelli vicini: i governi israeliano ed egiziano.

Vediamo qualche scenario. Posto che le reciproche leadership – la vecchia guardia di Fatah legata ad Abu Mazen e la non più giovane leadership islamista di cui Haniyeh è ora l’esponente principe – guadagnano in prestigio internazionale se si presentano unite, gli osservatori più critici sostengono che il tentativo in corso sia un’operazione di realpolitik che coinvolge l’ipotesi di amministrare i reciproci territori. E li preserva da scalate di gruppi comunque presenti, i citati fondamentalisti, minoritari ma attrattivi per i più giovani. Questi gruppi lavorano sulle contraddizioni sociali esistenti, su fenomeni di corruzione che caratterizza da decenni la gestione dell’Autorità Nazionale Palestinese, oltre che su irrisolte questioni politiche.

Per far vivere i milioni di palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia il realismo amministrativo ha bisogno di risorse economiche. Quelle esistenti provengono in gran parte dalla Comunità internazionale, Stati Uniti in testa, e sono gestite dall’Anp. L’avvicinamento fra i due partiti palestinesi dovrà prevedere accordi sul delicato tema. Si vocifera che una delle concessione chieste ad Hamas è porre le proprie milizie armate (25-30.000 uomini) sotto la direzione della polizia dell’Anp. Essa, com’è noto, collabora con Israele, in tanti casi prendendone ordini o subendone smacchi di cui sono vittime i cittadini. La vicenda accaduta nel marzo scorso a Basil al-Araj non è che la punta dell’iceberg di una pseudo-sicurezza creata a misura della repressione d’Israele.

Al-Araj era stato arrestato dalla polizia palestinese con l’accusa d’essere vicino agli islamisti, rilasciato dopo alcuni mesi aveva trovato rifugio presso parenti. Nella casa dello zio a Bethlehem è stato raggiunto in piena notte da un reparto dell’esercito israeliano che l’ha assassinato. La vicenda ha avuto una certa eco perché il giovane era noto, e ha fatto dire a un esponente del movimento palestinese non violento come Mustafa Barghouti che quella morte era “un atto di uccisione illegale”. Di situazioni simili è costellata la vita quotidiana nei Territori Occupati e tale “normalità” è una delle molteplici ‘spade di Damocle’ disseminate negli Accordi di Oslo che la dirigenza di Fatah sottoscrisse con l’uomo simbolo, Yasser Arafat, padre d’una patria resa irreale dagli stessi presupposti dei patti.

Da parte sua Haniyeh ha di recente considerato irrinunciabile “l’arma della resistenza”, ma diplomaticamente fa intendere che vorrebbe concordare con Fatah quando e come usarla. Se, per convenienza, fosse costretto ad abbandonarla il movimento che fu dello sheikh Yasin e di Rantisi si giocherebbe la considerazione internazionale di cui ancora gode. Fra le due componenti c’è dissenso attorno al fantasma dell’Olp, che Hamas vorrebbe rivitalizzare e riformare e che, al contrario Fatah ha sotterrato da tempo rimpiazzandolo con l’apparato di potere dell’Anp. A tal proposito un potentato che s’è fatto tanti nemici fra gli islamisti e anche fra i suoi ex, mister Mohammed Dahlan responsabile della sicurezza di Fatah con amicizie divise fra la Cia e il Mossad, da anni auto esiliato negli Emirati Arabi con cospicui conti bancari, potrebbe rispuntare fuori in questa fase di trattative. C’è chi sostiene che abbia ancora mire su Gaza da cui fu cacciato appunto un decennio addietro. E’ un uomo forte e divisivo, potrebbe svolgere una funzione di guastatore e ottemperare, volutamente o meno, al desiderio israeliano più diffuso: tenere divisi i due fronti. Questo appare l’orientamento di Tel Aviv operando su entrambi: col compromesso a suo vantaggio nella West Bank e con la forza nella Striscia. Un proseguimento di quel che accade da un decennio. Creativo e pretenzioso, invece, il progetto del Cairo che col presidente golpista al Sisi, si candida a governare il tentativo di riconciliazione.

L’Egitto propone di formare un Consiglio di sicurezza per Gaza diviso fra i due partiti palestinesi e disegna per sé il ruolo di supervisore dell’organismo, cosa che entrambe le fazioni potrebbero non gradire considerandola sminuente. Inoltre significherebbe finire sotto il controllo oltre che dello Shabak, anche dei Mukhabarat. Certo, le forze di al Sisi s’interessano soprattutto alla presenza dei fondamentalisti armati che possono infiltrarsi nel Sinai e aprire varchi all’Isis, com’è già accaduto, ma proprio perché spiccatamente mirata la proposta potrebbe non trovare sponda. L’apertura del valico di Rafah per il rifornimento delle merci rappresenta la contropartita offerta come atto utile e di buona volontà verso i gazousi schiacciati dal blocco d’ogni rifornimento, dalla distruzione della rete dei tunnel e dal progetto del muro sotterraneo. Ora che Hamas ha preso formalmente le distanze dalla famiglia della Fratellanza Musulmana c’è qualche possibilità di rapporto con la politica del Cairo, ma nulla è scontato perché l’ingresso a Gaza dell’Autorità palestinese può diventare fortemente limitante per il partito islamico. Per quanto traspare che l’apparato dell’Anp non sia per nulla allettato dal coinvolgersi nelle mille emergenze della Striscia. Sulla riconciliazione pesa pure il fantasma della rappresentanza. Il mandato di Abu Mazen è scaduto sin dal 2009, il suo potere è illegale, però gli attacchi periodici lanciati da Israele sui due milioni che vivono ammassati nei 45 km quadrati della Striscia hanno fatto in modo che non si pensasse al voto. Così fra congelamento e disgelo della politica interna e delle ingerenze esterne, tutto resta irrisolto. Mentre le nuove generazioni palestinesi stanno perdendo, accanto a ogni opportunità di vita, anche il filo degli avvenimenti e brancolano in un limbo, peggio dei loro padri.

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04/05/2017

Hamas apre alla soluzione dei due Stati, ma nessuno se ne accorge

di Michele Giorgio – Il Manifesto

L’annuncio fatto l’altra sera in Qatar dal leader uscente di Hamas, Khaled Mashaal, è passato in sordina. Eppure il movimento islamico palestinese ha fatto un passo politico significativo. Nella versione emendata del suo Statuto del 1988, Hamas prevede la creazione di uno Stato palestinese in Cisgiordania e Gaza, con capitale Gerusalemme, quindi solo nei territori occupati da Israele dopo il 4 giugno del 1967.

«La creazione di uno Stato palestinese interamente sovrano e indipendente nelle frontiere del 4 giugno 1967 con Gerusalemme capitale... è una formula di consenso nazionale», si legge nel documento. Gli islamisti palestinesi da un lato non riconoscono Israele e proclamano di voler continuare la lotta al Sionismo e dall’altro, accettando uno Stato solo in una parte della Palestina storica, affermano di fatto l’esistenza di Israele e si avvicinano al programma all’Olp che ora descrivono come la «cornice nazionale» in cui si rappresenta il popolo palestinese.

Inoltre, eliminando dal testo originale parole ed espressioni (alcune al limite dell’antisemitismo) della Carta del 1988, Hamas distingue gli ebrei da Israele e proclama di non essere contro l’Ebraismo. Infine prende le distanze dai Fratelli musulmani sottolineando di essere un movimento islamico indipendente.

«Khaled Mashaal (lunedì sera, ndr) ha detto che Hamas è un movimento politico che in parte deve confermare dei principi e in parte è flessibile» spiega la giornalista e docente universitaria Paola Caridi, autrice di “Hamas” (Feltrinelli). «Hamas – prosegue – perciò si dà la flessibilità per ragionare su uno Stato palestinese nei confini del 4 giugno 1967. In tutte le interviste che ho fatto con i leader e gli attivisti (di Hamas) la risposta su Israele è sempre stata una sola: è un dato di fatto, esiste, non c’è bisogno di riconoscerlo perché esiste già».

Secondo Caridi lo Statuto reso noto due giorni fa deve considerarsi completamente diverso da quello del 1988, diffuso da Hamas poco dopo la sua fondazione. «Il documento di trent’anni fa è stato scritto da una sola persona, un insegnante del campo profughi di Nusseirat (Gaza)» ricorda la docente «è stato scritto con il linguaggio dell’urgenza, dell’emozione e del background culturale del suo autore». Invece la nuova versione, aggiunge Caridi, «è il documento di Hamas come organizzazione politica che nasce non da un compromesso come si è detto (tra l’ala politica e il braccio armato, ndr) ma dal consenso. È il documento sul quale si ritrova la maggioranza (del movimento islamico)».

Malgrado la rilevanza del passo fatto da Hamas, Caridi dubita che verrà preso in attenta considerazione dalla comunità occidentale che già 2006 non volle riconoscere la vittoria, trasparente e regolare, della lista islamista alle elezioni politiche palestinesi. Ue ed Usa non tennero in alcun conto la decisione di Hamas di partecipare al processo democratico contemplato dalle istituzioni dell’Autorità nazionale palestinese. Da parte sua Israele, già lunedì sera, per bocca del premier Netanyahu, aveva descritto come «fumo negli occhi» le «menzognere» modifiche allo statuto di Hamas. Il riconoscimento aperto e ufficiale dello Stato ebraico era e resta la condizione posta dai Paesi occidentali e, almeno per ora, Hamas non pare disposto a soddisfarla.

Gli opinionisti più che il contenuto teorico e politico del documento reso noto a Doha preferiscono sottolineare i suoi aspetti strategici immediati. Qualcuno afferma che, sotto la spinta dei suoi sponsor regionali, Qatar e Turchia, Hamas starebbe provando a rompere l’isolamento in cui si trova da anni. E citano le parole di Meshaal: «il documento riflette un Hamas ragionevole in materia di realtà e circostanze regionali e internazionali, pur rappresentando la causa della sua gente».

Ma gli islamisti palestinesi non guardano solo all’Occidente. Hanno in mente altri traguardi. Descrivendosi non più parte dei Fratelli musulmani, Hamas cerca di ammorbidire il regime egiziano di Abdel Fattah al Sisi – schierato con il pugno di ferro contro la Fratellanza – che resta fondamentale per rompere il blocco di Gaza. La novità è stata subito colta al Cairo. Il quotidiano al Akhbar ieri titolava su diverse colonne «Hamas si stacca dai Fratelli musulmani». Il libanese Daily Star parlava invece di riconoscimento di fatto del diritto all’esistenza di Israele alla vigilia del primo faccia a faccia oggi a Washington tra Donald Trump e il presidente palestinese Abu Mazen.

Intanto ieri l’Unesco ha votato di nuovo contro la sovranità dello Stato di Israele su Gerusalemme, in linea con le risoluzioni delle Nazioni Unite in materia. Ventidue Paesi hanno votato a favore, dieci contro, tra cui l’Italia, per decisione del ministro degli esteri Alfano, e 23 si sono astenuti. La risoluzione critica il governo israeliano per i suoi progetti di insediamento coloniale nella Città Vecchia di Gerusalemme e nei pressi dei luoghi sacri di Hebron. Chiede inoltre la fine del blocco Israeliano su Gaza. Forti le proteste di Israele.