Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Strage di Stato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Strage di Stato. Mostra tutti i post

12/12/2025

Piazza Fontana, sono stati loro...

Milano, venerdì 12 dicembre 1969. A metà pomeriggio la Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, brulica ancora di correntisti. Chi vende bestiame, chi sementi, chi aziende intere. Il salone è un alveare. Le voci rimbalzano tra le colonne. Il fruscio delle carte si mescola ai passi. Poi: tutto si spezza.

Alle 16:37, ventitré minuti prima della chiusura, sotto un tavolone ottagonale al piano terra esplode una bomba. Dieci chili di tritolo. Dieci chili che spazzano via corpi e le illusioni di un Paese che ancora crede nella propria innocenza.

L’edificio vomita vetro e sangue. L’aria si riempie di schegge. I corpi volano in alto, sbattuti come manichini. Urla. Sangue. Panico. Nessuno capisce subito, ma tutti sanno: è una strage.

Il bilancio: diciassette morti e ottantotto feriti. La strategia della tensione ha bisogno di corpi da contare.

Ma Milano non basta. La regia è troppo ambiziosa per un solo atto. Roma trema alla stessa ora. Tre bombe. Tre colpi nel cuore della capitale.

La prima alle 16:45: Banca Nazionale del Lavoro, sotterraneo tra via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti. Una strage mancata.

Alle 17:16, Altare della Patria, seconda terrazza, lato Fori Imperiali. Otto minuti dopo, di nuovo lì: lato scalinata dell’Ara Coeli. Come a dire: la vostra patria è una menzogna.

Anche a Milano, alla Banca Commerciale di piazza della Scala, c’è una bomba che aspetta il suo turno. Ma il caso la disinnesca: il timer si inceppa.

Alle 21:30 gli artificieri della polizia fanno brillare l’ordigno nel cortile interno. Distruggono le prove insieme alla bomba. Qualcuno ha fretta di cancellare le tracce, nascondere le firme, proteggere i veri colpevoli.

Quel 12 dicembre le bombe seguono una direttrice precisa: Milano-Roma. Denaro-Potere. È un messaggio in codice per chi sa leggere nel sangue.

Lo scopo: spingere il governo Rumor a consegnare le chiavi a chi promette ordine. Non vogliono il caos. Vogliono l’opposto: l’ordine della paura. La vera posta in gioco: fermare un Paese in movimento. Spegnere l’autunno caldo del lavoro organizzato. Arginare l’onda del ’68.

Un anno dopo, ancora complotti: è il turno del golpe Borghese, il colpo di Stato abortito all’ultimo minuto. Stessa logica: usare la paura per cambiare tutto, affinché nulla cambi.

E la regia? Cercare nelle stanze dei bottoni, dove si mescolano sette occulte, servizi marci, fascisti redivivi, fanatici d’America, signori dell’economia, generali coperti di stelle. Sono stati loro. E hanno continuato a esserlo.

*****

Le mele marce dell’informazione

1

I fatti sono noti. Il 12 dicembre 1969 a Milano esplode una bomba che devasta la Banca Nazionale dell’Agricoltura. 17 i morti. Una strage passata alla Storia come “la madre di tutte le stragi”. È l’inizio della “Strategia della tensione”.

Una guerra non ortodossa lunga un decennio, accompagnata da un’altra guerra, per certi versi, ancora più subdola: quella condotta dal “Sistema dell’Informazione ufficiale”. Missione: manipolare un’opinione pubblica disorientata e impaurita. Del resto una guerra senza propaganda non si è mai vista.

La paternità della strage è immediatamente attribuita agli anarchici. Facile. Sono loro i bombaroli per eccellenza. È particolarmente viva nel Paese la ferita provocata dall’esplosione di due ordigni il 25 aprile 1969, sempre a Milano. Nel giorno dell’anniversario della Liberazione, nel capoluogo lombardo, esplodono infatti due bombe: una alla Fiera Campionaria e l’altra all’Ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni, nella stazione di Porta Garibaldi, ferendo una ventina di persone.

Il quotidiano “Il Giorno”, titola subito: «Sono bombe anarchiche». Il “Corriere della Sera” opera con la stessa logica che proporrà solo qualche mese più tardi, all’indomani della strage di Piazza Fontana, suggerendo immediatamente ai suoi lettori i colpevoli. Alludendo addirittura alle bombe del 1928, che «anche allora fu un gesto criminale di un gruppo anarchico».

Allora sul selciato di piazzale Giulio Cesare, all’ingresso della Fiera di Milano, per una granata restarono a terra venti morti e più di quaranta feriti. Tutta gente che era venuta ad assistere alla visita di re Vittorio Emanuele III.

Tornando alle bombe del 25 aprile, si attestano subito sulla linea colpevolista oltre al “Corriere”, anche “Il Tempo” e “La Nazione”. Un millimetro più cauta “La Stampa” di Torino.

Seguono le bombe sui treni di agosto. L’8 ed il 9 agosto 1969 esplodono otto bombe posizionate su diversi treni delle Ferrovie dello Stato, presso le stazioni di Chiari, Grisignano, Caserta, Alviano, Pescara, Pescina e Mira, mentre altre due bombe vengono ritrovate, inesplose, nelle stazioni di Milano Centrale e Venezia Santa Lucia.

Nel racconto della carta stampata si trasmette l’idea che l’Anarchia è disordine, sangue, morte. Si prepara il terreno. Si costruisce una sorta di pregiudizio di colpevolezza.

Sul quotidiano di Via Solferino, Mario Cervi, il gemello di Indro Montanelli, tratteggia l’immagine di un Paese in attesa di «misure insieme repressive e preventive che oggi non sono più dilazionabili e rinunciabili».

Il collega Alberto Grisolia, sembrerebbe legato ai servizi segreti, nelle pagine interne della cronaca di Milano si prodiga nell’indicare la suggestione di un altro precedente storico, a suo avviso, di marca anarchica: «Un tragico precedente: lo scoppio del Diana. La bomba esplose la sera del 23 marzo 1921. Autori furono tre anarchici».

La suggestione rimbalza anche nelle altre testate di Destra come “Il Giornale d’Italia”, “La Notte”, “Il Resto del Carlino”. Anche “L’Osservatore Romano” soffia sul fuoco degli anarchici e più in generale sulla stagione della Contestazione. Scrive: «Un’ondata di anarchia si abbatte sul paese».

L’attentato alla Fiera di Milano di aprile, le bombe sui treni di agosto, la morte dell’agente Annarumma il 19 novembre, durante una mobilitazione di piazza, rappresentano una catena di atti terroristici che culminerebbero con la strage di Piazza Fontana. Di questa ricostruzione se ne fa interprete, nel discorso di fine anno, anche il capo dello Stato, Giuseppe Saragat. C’è bisogno di ordine, di ripristino dell’ordine pubblico. Bingo.

Per i quotidiani della sinistra storica “L’Unità”, “L’Avanti” e “Paese Sera” la matrice è invece inconfondibile: di marca fascista. Mentre i giornali della sinistra rivoluzionaria, sono ancora più espliciti: la Strage, non è solo fascista è di Stato.

È “La Stampa” a riportare le parole del commissario di Polizia, Luigi Calabresi, che a sole poche ore dall’attentato dichiara di guardare all’«estremismo di sinistra», perché «non sono certo quelli di destra che fanno queste azioni. Sono i dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti (Potere operaio, Lotta continua)».

Due giorni dopo «una spinta e l’anarchico Pinelli vola giù» da una finestra della Questura di Milano.

2

La strage di Piazza Fontana ha segnato inequivocabilmente una spaccatura nella storia della Repubblica. Un evento che darà il via alla strategia della tensione. Formula, coniata da una giornalista inglese, che ebbe come obiettivo, usando le parole di Aldo Moro, «di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 e del cosiddetto autunno caldo».

La strage nella Banca Nazionale dell’Agricoltura ha rappresentato però, anche, il punto di non ritorno del giornalismo italiano. Infatti, come abbiamo abbozzato nella prima parte, la stampa italiana in larghissima parte ha deliberatamente sposato, sin dal primo minuto, le versioni ufficiali delle indagini che indicavano i colpevoli nella pista anarchica.

Scorrendo quindi le pagine della stampa nazionale nei primi giorni seguiti alla strage, il “Corriere della Sera”, è sempre il primo a pubblicare notizie sulle indagini, soprattutto grazie alla penna del cronista Giorgio Zicari, collaboratore del SID.

Sarà Giulio Andreotti in un’intervista rilasciata a “Il Mondo” del giugno 1974 a confermare le accuse che si stavano muovendo nei confronti di Zicari e Giannettini come informatori del SID, “Servizio informazioni difesa” (sciolto nel 1977 e al suo posto furono create due strutture: una civile e una militare SISDE e SISMI).

Altro snodo strategico dei servizi segreti saranno le agenzie di stampa, che inonderanno di redazionali, articoli in apparenza asettici e senza firma, i quotidiani locali.

La svolta narrativa è del 16 dicembre. Il mostro da sbattere in prima pagina ha un’identità: Pietro Valpreda. È davvero una pubblica gogna quella che il giornalismo italiano costruisce ai danni di un uomo le cui vicende più intime sono presentate come sintomi di un sordo rancore verso la società.

A dare agli italiani la notizia dell’arresto è la diretta Rai del telegiornale della sera, prima tramite le parole ripetute di Rodolfo Brancoli – “un appartenente al gruppo anarchico 22 marzo è stato riconosciuto da un testimone” – poi, con assoluta e perentoria certezza, dal giovane inviato Bruno Vespa che in collegamento dalla questura di Roma dichiara: «Pietro Valpreda è un colpevole, uno dei responsabili».

Il giorno successivo, il 17 dicembre, sulle prime pagine è un diluvio di titoli malvagi. Uno degli articoli che più ferocemente traccia l’identikit di Valpreda è a firma di Vittorio Notarnicola (La furia della bestia umana, “Corriere d’Informazione”, 17 dicembre 1969)
«La bestia umana è stata presa [...]. Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha trentasette anni, mai combinato niente nella vita; rottura con la famiglia; soltanto una vecchia zia, che stira camicie e spazzola cappotti, gli dà una mano; viene dal giro forsennato del be-bop, del rock, un giro dove gli uomini sono quello che sono e le ragazze pure. S’è dimenato sulle piste delle balere fuori porta e sotto le strade del centro, faceva il boy, uno di quei tipi con le sopracciglia limate e ritoccate a matita grassa che fanno ala, in pantaloni attillatissimi, alla soubrette […]. Un passo dietro l’altro, Pietro Valpreda si avvia a diventare la bestia […] Così nasce un Pietro Valpreda. Da questo entroterra arriva al massacro».
Dal momento dell’arresto, Valpreda è oggetto di una campagna di criminalizzazione senza precedenti, nonostante abbia un alibi di ferro. La prozia Rachele ha testimoniato che il pomeriggio del 12 dicembre il nipote era a casa sua con l’influenza, e per questo è stata incriminata per falsa testimonianza nonostante il suo avvocato difensore Guido Calvi abbia fatto mettere a verbale al PM Vittorio Occorsio come il tassista Rolandi avesse dichiarato che, prima del confronto, gli era stata mostrata dai Carabinieri di Milano una fotografia del ballerino anarchico, dicendogli che era la persona che avrebbe dovuto riconoscere, un fatto che invalidava alla radice il riconoscimento.

Di fronte a questa ondata di fango il 23 dicembre si costituisce a Milano il “Comitato per la libertà di stampa e per la lotta contro la repressione”, cui aderiscono circa 150 giornalisti di differenti testate impegnati a denunciare le trame reazionarie del potere esecutivo e giudiziario. Aprendo la via alla controinformazione sollecitata dalla “discussa” morte dell’anarchico Pino Pinelli e dal “provvidenziale” arresto di Pietro Valpreda.

Nonostante l’emergere di lì a breve della pista neofascista alternativa a quella anarchica per la strage, Valpreda rimane in carcere fino al 1972. Sarà assolto in via definitiva soltanto nel 1987.

Il giornalismo di Stato è il peggiore dei giornalismi.

Fonte

26/07/2025

Strage di Stato, sul lavoro

di Giorgio Cremaschi

Tre operai sono stati uccisi a Napoli. Sono precipitati da una impalcatura all’ottavo piano, che improvvisamente si è disfatta come neve al sole. Una cosa inconcepibile in un paese che si vanta di essere tra i più avanzati al mondo. Invece gli operai che precipitano dai tetti e dai ponteggi è tornata ad essere una normale tipologia dei crimini contro il lavoro.

Nel 1962 Dario Fo fu licenziato dalla RAI perché disse che gli operai volevano imparare a volare e per questo cadevano dalle impalcature. Oggi siamo di nuovo lì.

Bisogna dire con assoluta chiarezza che nel 2025 le impalcature non cedono per destino, ma solo per vergognosa e colpevole mancanza di manutenzione e di misure di sicurezza. Oggi si lavora spesso in condizioni peggiori di sessant’anni fa, nonostante la tecnologia permetterebbe di lavorare in assoluta sicurezza. E in più, con la precarizzazione gli appalti e la libertà di licenziamento, ogni operaio è ricattato dal padrone sulla base della sola vera regola che disciplini il mercato del lavoro: o mangi questa minestra o salti dalla finestra ..letteralmente.

Così si cade dall’alto, si viene schiacciati o divorati dai macchinari, si muore avvelenati nei pozzi, si viene travolti dai carrelli, dalle ruspe, dai treni. Sono tutte morti che potevano tranquillamente essere evitate, ma così non è stato perché la ricerca del guadagno facile e il sistema organico di sfruttamento, hanno reso normale l’uccisione di lavoratori.

In dieci anni 15000 lavoratori sono stati uccisi perché le norme sulla sicurezza sul lavoro sono ignorate, aggirate, derise perfino.

SONO TUTTI OMICIDI e tutti omicidi impuniti, perché nel paese dove le carceri scoppiano per il sovraffollamento di poveri, non c’è un solo imprenditore detenuto per tutte le migliaia di operaie e operai uccisi sul lavoro.

Il sistema si è abituato e la strage accompagna i profitti, perché se è vero che dove capita il morto poi l’impresa subisce un danno, tutte le altre fuorilegge che sono decine di migliaia, continuano come prima e incrementano i guadagni, risparmiando sulla salute e sulla vita dei lavoratori. Uccidere un operaio sul lavoro è il più conveniente dei crimini.

Le ispezioni sul lavoro sono pochissime, e non solo perché manca il personale per colpa del governo. Ma anche perché non si vuole dare troppo fastidio: l’ispettore che voglia compiere il proprio dovere, e ce ne sono, e che faccia un sopralluogo sul lavoro improvviso e non concordato con la direzione dell’impresa, cioè un controllo vero, beh rischia la carriera o peggio.

Un sistema di complicità politiche e di stato alimenta la strage sul lavoro.

La Presidente del Consiglio Meloni nel suo discorso d’insediamento ha detto che il suo governo non disturberà “ il fare” delle imprese. Salvini ha reso ancora più arbitrario e precario il sistema degli appalti. E il ministro dell’ingiustizia Nordio si è pubblicamente opposto al progetto di legge contro gli omicidi sul lavoro, che giace insabbiato in Parlamento.

Le amministrazioni regionali e comunali, di tutti i colori politici, nel sistema degli appalti così come nei poteri di controllo sui lavori pubblici, non fanno nulla per fermare la strage. Avete notizia di un cantiere bloccato da un Comune o da una Regione per una iniziativa sulla sicurezza del lavoro ? Io no.

E anche la magistratura, tranne rare eccezioni, si adegua alla corrente.

A Brandizzo, in Piemonte, cinque operai che facevano manutenzione ai binari sono stati travolti da un treno in corsa. Cento anni fa non sarebbe successo perché c’era un sistema di vigilanza di persone a monte e a valle dei lavori che avrebbe fermato il treno. Ora con l’elettronica e la tecnologia si potrebbero sostituire le persone di vigilanza. Che infatti non ci sono più, ma non sono state sostituite con adeguate misure di sicurezza. Così c’è stata la strage criminale di Brandizzo, per la quale i giudici hanno sì riconosciuto le evidenti responsabilità dei competenti vertici delle ferrovie, ma hanno derubricato il loro reato. Da omicidio volontario, come sarebbe stato giusto viste le scandalose mancanze di sicurezza riscontrate, a omicidio colposo. Con il rischio che tra prescrizioni e patteggiamenti i manager se la cavino con poco.

Del resto questa è la giustizia che ha ricevuto Luana D’Orazio, operaia ventenne divorata a Prato da un macchinario tessile nel quale era stato volontariamente messo fuori uso il meccanismo d’arresto, per produrre più in fretta. Il padrone dell’azienda ha patteggiato due anni con la condizionale.

La realtà che la strage sul lavoro è come un sistema di mafia: si fonda su affari criminali, complicità di stato e assuefazione e sottomissione diffuse.

La strage di lavoratori si estende per l’ingordigia criminale degli imprenditori e per la complicità di Stato. È una strage di profitto e di stato e finché non sarà affrontata per quello che è, continuerà impunita.

Fonte

15/01/2025

I familiari delle vittime di stragi contro la “licenza di delinquere” del ddl 1660

Il ddl 1660 è stato criticato in ogni sua virgola per il forte inasprimento delle misure repressive verso la conflittualità sociale e per il rendere la vita impossibile ai migranti. Con la fisionomia del sistema italiano che ormai è completamente ascrivibile a quello di una democratura, in cui la dialettica politica diventa di per sé un crimine.

Che questa nuova legge serva a blindare un modello in crisi e prevenire qualsiasi sviluppo di un’alternativa è chiaro, così come è chiaro che in questa prospettiva si è pronti a usare qualsiasi strumento. La possibilità concessa ai servizi segreti di arrivare addirittura a dirigere organizzazioni terroristiche ed eversive esprime proprio questa deriva.

Sia chiaro: l’intelligence nazionale è sempre stata per lo meno informata e molto spesso coinvolta in questo tipo di attività, e non per colpa di “mele marce”. Basta ricordare che negli elenchi della P2 ritrovati – non li abbiamo tutti – erano presenti tutti i vertici dei servizi segreti, prima e dopo la riforma che affrontarono nel 1977.

Ma per lo meno era considerato illegale, e non parte delle proprie prerogative. E non ci si può di certo aspettare che chi sulla propria pelle ha vissuto gli effetti nefasti del terrorismo di stato possa rimanere in silenzio di fronte a una riforma del genere.

Infatti, le associazioni dei familiari delle vittime di mafia e terrorismo hanno palesato la loro “forte preoccupazione, e anche indignazione, per quanto proposto all’articolo 31 del ddl Sicurezza”, cioè appunto la possibilità di porsi alla guida di organizzazioni stragiste ed eversive.

“La storia, anche quella giudiziaria”, fanno presente, “ci segnala la presenza di uomini degli apparati di polizia o di sicurezza in pressoché tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia (o nei depistaggi che ne sono stati il seguito), a partire da Portella della Ginestra e a seguire tutte le altre”.

Proprio dalla più terribile delle stragi della ‘Strategia della tensione’, quella della stazione di Bologna, nacque la legge per la tutela delle vittime di azioni terroristiche. L’estate appena passata, con l’ergastolo comminato a Paolo Bellini, ha confermato la mano fascista della strage, ma anche i legami con la classe dirigente e politica dell’epoca, di fedeltà atlantica, attraverso la P2.

Gli apparati di sicurezza furono protagonisti di una linea d’intervento che aveva come obiettivo quello di impedire “l’accesso alla politica delle masse”. Anche per questo, dicono le associazioni delle vittime, “il solo pensiero di fornire ancora più poteri a tale personale, ivi compreso il potere di delinquere, pare non solo una offesa alla Costituzione repubblicana ma anche eversivo”.

A loro avviso, servirebbero invece “misure di contenimento dei poteri e potenziamento di controlli sull’operato dei servizi. È fin troppo evidente per tutti, ma non per il governo”, che sta evidentemente preparando il terreno dell’inasprimento della guerra interna, mentre i venti di quella esterna si fanno sempre più forti.

Fonte

11/07/2024

Strage di Bologna. Confermata condanna a Bellini. La mano fu fascista, la mente lo Stato

Dopo la conferma dell’ergastolo a Gilberto Cavallini di quasi un anno fa, la Corte d’Assise d’Appello di Bologna ha confermato l’ergastolo di primo grado anche a Paolo Bellini per i fatti del 2 agosto 1980, quando una bomba distrusse la sala d’attesa della stazione di Bologna causando 85 morti e oltre 200 feriti.

La peggiore strage del periodo della strategia della tensione arriva dunque, dopo oltre quarant’anni, ad una verità giudiziaria ormai appurata e incontrovertibile, nonostante decenni di depistaggi e insabbiamenti: la mano della strage fu senza alcun dubbio fascista, ma ad armarla non fu il supposto “spontaneismo” dei NAR, ma i soldi della P2 sottratti al Banco Ambrosiano e la volontà politica dei vertici dei servizi segreti.

Infatti se le condanne di Cavallini e Bellini in quanto esecutori materiali danno la cifra di come non solo i NAR, ma tutta la galassia dell’eversione fascista fosse in qualche modo coinvolta o consapevole di ciò che accadde, non meno importante è aver finalmente dato volti e nomi agli ispiratori politici, ai mandanti, ai finanziatori e agli organizzatori della strage, pur se non più processabili in quanto ormai tutti deceduti ma questo, si sa, è nel pieno stile della giustizia borghese del nostro Paese.

In particolare sono stati ritenuti in via definitiva responsabili di questi capi d’imputazione Licio Gelli e l’ex capo dell’ufficio affari riservati del Viminale Federico Umberto D’Amato, insieme all’imprenditore Umberto Ortolani e all’allora direttore del quotidiano Il Borghese Mario Tedeschi il quale, inoltre, col suo giornale organizzava (spesso in accordo con D’Amato stesso) campagne di depistaggio o diffamazione, a seconda delle necessità del momento; tutti risultarono poi iscritti alla P2.

Questa sentenza è dunque l’ennesima conferma di come sia esistita una parte della società italiana (ben al di là di qualche “trama” o “servizio deviato”) fatta di alti funzionari dello stato ma anche di politici, imprenditori e giornalisti spesso passati indenni nei loro ruoli dal fascismo alla democrazia, che per tutta la Prima Repubblica ha lavorato per la destabilizzazione dell’impianto costituzionale e per imporre una svolta autoritaria ed impedire qualsiasi cambiamento in senso progressivo della società italiana fino ad auspicare “l’instaurazione di uno Stato autoritario, nell’ambito del quale fosse sostanzialmente impedito l’accesso alla politica delle masse” (dalla sentenza di condanna a Cavallini).

Diventa per noi dunque essenziale rilanciare, come ogni anno, la più forte e viva partecipazione al corteo che commemora la strage del 2 agosto, per una memoria che rimanga viva e militante al di là delle sentenze dei tribunali e di verità giudiziarie che sappiamo per certe da anni.

Fonte

14/12/2023

Le stragi dimenticate

Anniversari – A 54 anni di distanza, la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 è ormai un episodio dimenticato nella memoria pubblica. Al suo posto i solenni rituali commemorativi che cadenzano il cerimoniale istituzionale hanno edificato una nuova topolatria che celebra il 9 maggio 1978 per rappresentare il sacrificio versato ai valori legittimi. Quel momento drammatico che ha segnato il destino di una generazione indicando quale fosse il livello di violenza che gli apparati statali erano disposti a mettere in campo pur di impedire ogni cambiamento nel Paese è stato derubricato nella gerarchia degli eventi. Non è un caso se l’iniziale paradigma antifascista che ispirava il progetto costituzionale sia stato soppiantato da un nuovo mito fondativo: il paradigma antiterrorista che ostracizza gli anni 70, il decennio della sovversione sociale

Paolo Persichetti
Antifanzine Dicembre 2023

Se nell’estate del 1964 l’obiettivo del cosiddetto «piano Solo», la minaccia golpista ispirata dall’allora presidente della Repubblica Antonio Segni, era quello di esercitare una fortissima pressione sulle forze politiche che stavano dando vita ai governi del primo centro-sinistra, la stagione stragista iniziata cinque anni più tardi prenderà di mira direttamente la rivolta degli studenti del 1968 e le mobilitazioni operaie dell’«autunno caldo».

Le minacce di svolta autoritaria

Si tratta di una prima sostanziale differenza che separa la stagione del secondo dopoguerra, in particolare quella che prende avvio negli anni 60 caratterizzata da una lenta ma progressiva avanzata elettorale delle sinistre, il rafforzamento della opposizione parlamentare sostenitrice della necessità di profonde riforme di struttura, dall’apparizione sul finire del decennio e nei primi anni del successivo di un fortissimo ciclo di lotte sociali da cui scaturisce un nuovo spazio politico anticapitalista e rivoluzionario. Ad essere prese di mira sono queste nuove forme radicali di autonomia sindacale e politica, di autorganizzazione nei posti di lavoro (gruppi di studio operai-tecnici-studenti, comitati unitari di base, assemblee autonome) cresciute attorno alle vertenze per il rinnovo dei contratti, che si aprono nel maggio 1969, per saldarsi con l’attivismo degli studenti politicizzati davanti ai cancelli delle fabbriche dando vita all’«autunno caldo». Un enorme sommovimento di gruppi sociali, di giovani sradicati dalle loro terre d’origine influenzato da una rinnovata cultura politica marxista, dalla stagione delle lotte anticoloniali e dalla controcultura proveniente dagli Stati Uniti.

Il «piano Solo»

Nella prima metà degli anni '60 era bastato agitare la presenza di «piani di contingenza» nei quali si prospettavano misure d’eccezione per la tutela dell’ordine pubblico, come il «piano Solo» appunto, della cui realizzazione era stato incarircato il capo di Stato maggiore dell’esercito, generale dei carabinieri De Lorenzo, e nei quali si prevedeva l’internamento di «enucleandi», ovvero esponenti politici, parlamentari e sindacali della sinistra, il controllo dei punti nevralgici e di comando del Paese attraverso le brigate meccanizzate dei carabinieri che nella estate del 1964, tra la festa del 2 giugno e quella del 150esimo anniversario dell’Arma di metà giugno, erano confluite in massa nella Capitale insieme a reparti speciali e tecnici della comunicazione, per piegare il Partito socialista – dopo le dimissioni del primo governo Moro – e spingerlo durante le trattative per il nuovo esecutivo a un accordo al ribasso con la Democrazia cristiana rinunciando a riforme di struttura più importanti e incisive.

La stagione delle bombe

Nel 1969 a farsi sentire non saranno più le minacce di golpe, l’«intentona», come venne definita nella pubblicistica per distinguerla dal «pronunciamento» o da un «golpe» vero e proprio, o il «tintinnar di sciabole», secondo l’espressione utilizzata dal socialista Pietro Nenni, ma le bombe fatte esplodere con una strategia iniziale ben precisa: quella della false flag, ovvero con l’obiettivo di attribuirne la paternità ai gruppi della estrema sinistra secondo un copione consolidato che trae origine da alcuni principi militari codificati nei manuali della «guerra rivoluzionaria», la controguerriglia o guerra non ortodossa, oggi si direbbe «ibrida». Teorizzata nei manuali di alcuni ufficiali francesi che l’avevano sperimentata in Indocina, per poi impiegarla nella guerra d’Algeria ed esportarla nei regimi dittatoriali sudamericani, questa nuova dottrina, diffusa negli ambienti della destra europea da Yves Guérin-Serac, capitano dell’arme française in Indocina e in Algeria, militante dell’Oas, l’Organizzazione armata segreta che si oppose all’indipendenza algerina e dichiarò guerra a De Gaulle, fu discussa nel maggio del 1965 in un convegno sulla guerra rivoluzionaria promosso dall’Istituto Alberto Pollio, emanazione dell’ufficio Relazioni economiche industriali del Sifar, che si tenne a Roma all’hotel Parco dei Principi, radunando il gotha del neofascismo italiano ed esponenti dei Servizi poi coinvolti nella stagione delle bombe e delle stragi.

I gruppi neofascisti, infiltrati, manipolati o conniventi con strutture importanti degli apparati dello Stato e delle sedi Nato presenti in Nord Italia (il Comando delle forze terrestri alleate del sud Europa, Ftase, di Verona), deponevano bombe sul territorio nazionale (solo nel 1969 la cellula padovana di Ordine nuovo ne piazzò una ventina, tra esplose e inesplose) mentre polizia e carabinieri indirizzavano immediatamente le indagini verso i gruppi anarchici o le formazioni della nuova sinistra extraparlamentare.

È una lista lunghissima che inizia molto probabilmente con le due bombe inesplose trovate davanti alla Rinascente di Milano nell’agosto e poi nel dicembre del 1968 per proseguire il 25 aprile con l’esplosione davanti alla fiera campionaria e alla stazione centrale di due ordigni a bassa intensità, «bombe carta» destinate a fare danni e suscitare terrore senza uccidere. Le prime indagini per mano della commissario Luigi Calabresi imboccarono subito la pista anarchica. Tra l’8 e il 9 agosto esploderanno altri 8 congegni esplosivi molto simili sui treni delle vacanze presso le stazioni di Chiari, Grisignano, Caserta, Aviano, Pescara, Pescina, Mira e ancora Milano stazione centrale e Venezia santa Lucia, altre due restarono inesplose, con un bilancio finale di 10 feriti. Bombe inesplose per problemi tecnici vennero ritrovate il 21 maggio e il 19 agosto davanti la Corte di cassazione e la procura generale della repubblica di Roma, il 24 luglio all’interno del tribunale di Milano e il 28 ottobre davanti alcuni edifici giudiziari di Torino. La scia proseguirà fino alla tragico pomeriggio del 12 dicembre dove nel giro di 53 minuti esploderanno tre bombe a Roma: la prima in una sede della banca nazionale del lavoro, la seconda a piazza Venezia e la terza all’Altare della patria, senza fare morti. Una bomba inesplosa venne trovata in piazza della Scala a Milano mentre un altro ordigno, stavolta molto potente, confezionato per uccidere, esplose all’interno della banca nazionale dell’agricoltura, in piazza Fontana, causando 17 morti e 88 feriti.

12 dicembre 1969, la strage dimenticata

Sul piano giudiziario e storico è ormai accertato che dietro quegli ordigni c’era la cellula padovana di Ordine nuovo che faceva capo a Franco Freda e Giovanni Ventura. Una struttura infiltrata dal Sid, sigla dei Servizi segreti dell’epoca. La loro responsabilità giudiziaria nella strage più cruenta, quella di piazza Fontana è stata fissata in modo definitivo soltanto nel 2005, in una sentenza di Cassazione dopo una lunga serie di pronunciamenti contraddittori e all’esito di nuove indagini e acquisizioni documentali e testimoniali. Ma nel 2005 Ventura era morto e Freda, protetto dal ne bis in idem poiché assolto in via definitiva in precedenza, non si è visto comminare alcuna sanzione penale. Per la lunga scia di attentati invece i due furono condannati fin dal primo grado a 15 anni di reclusione. Giudici e storici non hanno ancora trovato una risposta soddisfacente sulle ragioni che portarono i due nazifascisti a decidere la strage interrompendo la lunga serie di attentati più o meno dimostrativi realizzati prima del 12 dicembre. Intelligence e servizi di polizia erano al corrente dei progetti e delle azioni dinamitarde realizzate della cellule ordinoviste. La lunga serie di attentati con bombe a basso potenziale era funzionale alla creazione di un clima di tensione e paura nel Paese che, secondo i suoi ideatori e ispiratori, avrebbe dovuto suscitare una domanda d’ordine, l’introduzione da parte del governo di misure d’eccezione, una svolta autoritaria che avrebbe allineato l’Italia alle dittature portoghese e spagnola e al golpe dei colonnelli greci del 1967, oltre a consentire la repressione delle forze della sinistra estrema su cui veniva fatta ricadere la responsabilità concreta e morale delle bombe e la messa in mora delle organizzazioni ufficiali del movimento operaio.

Si è ipotizzato che l’insofferenza e la frustrazione verso l’indecisione delle autorità di governo democristiane nel varare un giro di vite autoritario avrebbe spinto la cellula ordinovista a inalzare autonomamente il livello di violenza passando alla strage. In ogni caso gli apparati statali erano talmente compromessi che dovettero correre ai ripari: l’intera struttura dell’Ufficio affari riservati, l’intelligence della polizia, si precipitò nella questura di Milano per depistare fin da subito le indagini indirizzando l’inchiesta verso gli ambienti anarchici. Una forzatura violenta della verità che costò la vita a Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico fermato dal commissario Calabresi, trattenuto e interrogato illegalmente in questura per giorni e fatto precipitare dalla finestra degli uffici della polizia politica

Dall’antifascismo all’antiterrorismo

A distanza di 45 anni, quella che viene ritenuta la madre di tutte le stragi, un momento drammatico di svolta che ha segnato il destino di una generazione di giovani militanti e che indicava chiaramente quale fosse il livello di violenza che gli apparati statali erano disposti a mettere in campo pur di impedire ogni cambiamento nel Paese, è ormai un episodio dimenticato nella memoria pubblica. Al suo posto i solenni rituali commemorativi che cadenzano il cerimoniale istituzionale hanno edificato una nuova topolatria che celebra il 9 maggio 1978 per rappresentare il sacrificio versato ai valori legittimi. Non è un caso se l’iniziale paradigma antifascista che ispirava il progetto costituzionale sia stato soppiantato da un nuovo mito fondativo: il paradigma antiterrorista che ostracizza gli anni 70, il decennio della sovversione sociale e delle lotta armata di sinistra.

1970, il golpe rientrato

Il cosiddetto «golpe Borghese», ideato da Junior Valerio Borghese, già capo della decima Mas di stanza a La Spezia durante la Repubblica sociale mussoliniana e fondatore nel dopoguerra del Fronte Nazionale, venne avviato nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 (ingresso nell’armeria del ministero dell’Interno) ma poi fermato dallo stesso perché – si ipotizza – fossero venuti meno gli appoggi promessi. Questo golpe mancato appare direttamente connesso con la stagione delle bombe del 1969 di cui probabilmente voleva essere il corollario. E’ bene sottolineare che all’inizio del decennio Settanta ai settori industriali più avanzati, come la Fiat e Pirelli, non giovava affatto una svolta politica autoritaria ma piuttosto una situazione di crescita keynesiana con politiche economiche concertate con l’opposizione politica. Insomma i progetti golpisti non erano graditi, molto più interessante per gli interessi industriali apparirà il progetto di «compromesso storico» avanzato dal segretario del Pci, Enrico Berlinguer, tre anni dopo.

Strategie della tensione e rappresaglie fasciste senza una regia unica

La lunga stagione delle bombe, delle stragi, dei tentati golpe e degli organismi paralleli è passata alla storia sotto il nome di «strategia della tensione». Definizione che alcuni studiosi riconducono a un articolo apparso subito dopo la strage di piazza Fontana sull’Observer. Secondo altri, in realtà, prendeva origine da una frase di Aldo Moro sulla «strategia dell’attenzione», rivolta all’opposizione e pronunciata durante il congresso della Democrazia cristiana il 29 giugno del 1969, rivisitata durante i comizi dell’estrema sinistra dopo la strage. Nonostante l’indubbio successo e l’efficacia della definizione che ha ispirato una intensa pubblicistica e una convinzione ideologica ampiamente diffusa, la nozione ha sempre presentato numerose criticità accentuate con l’approfondimento delle conoscenze storiche. Oltretutto, col passar dei decenni, si è rafforzata l’interpretazione dietrologica del concetto fino ad estremizzarne la periodizzazione cronologica: estesa agli albori della Repubblica, con la strage di Portella delle ginestre avvenuta nel 1947 in Sicilia per mano degli uomini di Salvatore Giuliano, fino alle bombe mafiose del 1992-93 passando per la strage alla stazione di Bologna dell’agosto 1980.

Una narrazione «consolatoria» che riscrive il primo cinquantennio repubblicano sotto il segno di un unico disegno criminale dominato da forze occulte, poteri invisibili, complotti, minacce e crimini eversivi che avrebbero ostacolato la compiuta maturazione democratica del Paese. Lettura destinata a giustificare, in particolare, l’insuccesso della strategia politica attuata dal Pci nel corso degli anni 70 e successivamente l’avvento della stagione commerciale e politica berlusconiana.

Una lettura storicamente infondata poiché gli eventi citati non hanno le stesse caratteristiche, non rispondono a una medesima strategia, non sono coordinati tra loro, hanno attori diversi e si svolgono in fasi storiche e politiche molto differenti. Se la strage di piazza Fontana e le bombe del 1969 hanno molti elementi in comune con la strage di Peteano del maggio 1972 (autobomba che provocò la morte di tre carabinieri attirati in una trappola), i successivi eventi stragisti presentano aspetti diversi. Per Piazza Fontana e Peteano, realizzate entrambe da cellule odinoviste, le indagini si indirizzarono subito contro anarchici e Lotta continua coprendo i veri autori degli attentati, le cui attività erano ben note ai Servizi e alla forze di polizia.

La strage di Gioia Tauro del luglio 1970 appare invece un episodio legato al contesto della rivolta di Reggio Calabria, egemonizzata dall’estrema destra. L’attentato che danneggiò la linea ferroviaria dove sfrecciava la Freccia del sud, provocando 6 morti e 77 feriti, e che vide il coinvolgimento di tre esponenti di Avanguardia nazionale, fu seguito da una intensa campagna di attentati dinamitardi. Ben 44, avvenuti tra il luglio 1970 e il l’ottobre 1972, contro le infrastrutture della rete ferroviaria.

La bomba alla questura e l’enigma Bertoli

Nel maggio del 1973 Gianfranco Bertoli, un personaggio dalla storia indecifrabile e dalla personalità borderline, lanciò una bomba a mano all’interno della questura di Milano durante la cerimonia di commemorazione del commissario Calabresi, ucciso l’anno precedente in un agguato mai rivendicato ma dalla magistratura attributo a distanza di decenni a una struttura coperta di Lotta continua. L’attentato mirava alla vita del ministro dell’Interno Mariano Rumor, che era sul posto per scoprire un busto dedicato alla memoria del funzionario di polizia, solo che alcune defaillances personali di Bertoli gli impedirono di centrare per tempo il bersaglio. L’ordigno, una bomba ananas a frammentazione, fece comunque 4 morti e 52 feriti. Bertoli ha sempre rivendicato la sua militanza anarchica, identità che mantenne coerentemente nei lunghi decenni di carcere collaborando persino con alcune riviste libertarie e intrattenendo una lunga corrispondenza con il teorico dell’anarcoinsurrezionalismo Alfredo Maria Bonanno. Prima di lanciare la bomba, l’anarchico o presunto tale aveva soggiornato in un kibbutz israeliano anche se il collaboratore di giustizia Carlo Digilio, ordinovista componente della rete veneta di informatori dei servizi segreti americani (nome in codice «Erodoto»), riferì in una fase successiva che a ospitarlo e armarlo erano stati alcuni membri di Ordine nuovo che lo avevano utilizzato per vendicarsi di Rumor, a cui rimproveravano di non aveva dichiarato lo stato di emergenza quando era presidente del consiglio. Una versione che tuttavia non resse alle verifiche giudiziarie. Negli anni cinquanta Bertoli era stato anche un confidente del Sifar all’interno del Pci (nome in codice «Negro»). Attività che non durò molto a causa della bassa qualità delle informazioni da lui fornite. Ancora oggi non è chiaro chi sia stato veramente Bertoli: un anarchico scapestrato che voleva vendicare la morte di Pinelli o un borderline manipolato dagli ordinovisti?

Poco precedente a quello di Bertoli è il tentativo di attentato sulla linea ferroviaria Genova-Roma, realizzato il 7 aprile del 1973 dal neofascista Nico Azzi che rimase ferito mentre preparava un ordigno esplosivo nel gabinetto del treno dopo essersi fatto notare dai passeggeri con una copia di Lotta continua in mano. Azzi era un militante della Fenice, un circolo milanese di orientamento ordinovista che faceva capo a Giancarlo Rognoni

Le stragi del 1974, una vendetta per lo scioglimento di Ordine nuovo

La strage di piazza della Loggia avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974 durante un comizio del Comitato antifascista locale (8 morti e 102 feriti) si distinse immediatamente dai precedenti episodi perché l’obiettivo colpito rivelava fin da subito la matrice politica neofascista degli esecutori. Dopo un lungo e travagliato iter giudiziario la Cassazione ha confermato la condanna finale di due ordinovisti: Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, quest’ultimo confidente del Sid di Padova col nome in codice «Tritone». Sono tuttora in corso altri due procedimenti contro gli ordinovisti veronesi Marco Toffaloni, all’epoca minorenne e che avrebbe materialmente deposto l’ordigno, e Roberto Zorzi.

Nel novembre del 1973 il movimento politico Ordine nuovo era stato sciolto dal ministro dell’Interno Taviani sulla base della condanna emessa dal tribunale di Roma per ricostituzione del disciolto Partito nazionale fascista. A causa di questo fatto, nel luglio del 1976 Pierluigi Concutelli, capo militare della struttura clandestina di Ordine nuovo, uccise a Roma Vittorio Occorsio, il pubblico ministero che aveva sostenuto l’accusa contro i dirigenti del gruppo neofascista.
 L’attentato di Brescia come quello successivo sul treno Italicus, nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 all’interno del tunnel Valdisambro (18 morti e 48 feriti), rivendicato da «Ordine nero» in un volantino che parlava di vendetta per la morte di Giancarlo Esposti, un fascista sanbabilino ucciso dai carabinieri sugli altipiani reatini il 30 maggio precedente, erano una chiara rappresaglia contro la messa al bando di Ordine nuovo.

Creato nei primi mesi del 1974, Ordine nero raccoglieva transfughi del disciolto Ordine nuovo, di Avanguardia nazionale e del Fronte nazionale rivoluzionario, struttura prevalentemente toscana. Fu protagonista dell’ultima stagione stragista caratterizzata da un’aperta dichiarazione di guerra contro lo Stato accusato di tradimento verso una esperienza politica, eversiva e golpista, che gli apparati avevano lungamente sostenuto, foraggiato, ispirato e manipolato. Nulla a che vedere dunque con i precedenti episodi che miravano ad attribuire alla sinistra la paternità degli eccidi con l’obiettivo di scatenare una risposta autoritaria dello Stato.

Ordine Nero e le bombe del 1974

Lungi dall’essere una ulteriore puntata della strategia della tensione questi due sanguinosi attentati, parte di una campagna più ampia avviata nel gennaio del 1974 a Silvi Marina, vicino a Pescara, dove una bomba fallì nel colpire l’ennesimo treno, appaiono piuttosto il segno sanguinoso della sua fine, la conseguenza dell’abbandono precipitoso e rovinoso da parte degli apparati statali che l’avevano utilizzata. Il 9 febbraio un altro ordigno venne ritrovato inesploso su un treno merci diretto da Taranto a Siracusa. A marzo un’esplosione fece saltare una rotaia nei pressi di Vaiano, vicino Prato, dove avrebbe dovuto passare il treno Palatino. La strage mancata fu rivendicata con un volantino di Ordine Nero ritrovato a Lucca. Ad aprile fu colpita la casa del popolo di Moiano, in provincia di Perugia. Nel complesso furono fatti esplodere tra Milano, la Toscana e Savona, oltre una decina di ordigni, culminati nell’attentato compiuto sulla linea ferroviaria di Terontola, il 6 gennaio 1975, a cui segui lo smantellamento del Fronte nazionale rivoluzionario di cui facevano parte Luciano Franci, Mario Tuti, Marco Affatigato, Andrea Brogi e Augusto Cauchi. Gruppo che ebbe contatti anche con Licio Gelli, al quale, secondo testimonianze di alcuni pentiti, Cauchi aveva chiesto un finanziamento per la sua attività politica.

La magistratura indaga sui progetti di golpe

Tra il 1973 e il 1974 vengono a galla, grazie a diverse inchieste condotte dalla magistratura, una serie di progetti di golpe di segno politico diverso anche se tutti caratterizzati dalla tentativo di scongiurare il «pericolo comunista». Non è possibile approfondire in questa sede una questa materia dagli intrecci estremamente complessi, ci limitiamo ad accennare brevemente alla indagine sulla «Rosa dei venti», portata avanti dal giudice istruttore Tamburino, e da cui emergeva traccia della presenza di strutture «parallele» interne agli apparati statali coinvolte nelle attività golpiste e stragiste. Testimone centrale nella ricostruzione di questa rete, siapur tra contraddizioni e reticenze, sarà il generale dell’esercito Amos Spiazzi. In anni più recenti la ricerca storica ha focalizzato meglio quanto avvenuto: accanto alla struttura Nato europea Stay behind, che in Italia aveva preso il nome di Gladio, apparato di difesa «non ortodosso» gerarchicamente dipendente dai comandi Nato, approntato per fare fronte ad una eventuale invasione militare delle truppe de patto di Varsavia e composto essenzialmente da membri della ex brigata Osoppo, partigiani bianchi antifascisti e anticomunisti, di cui si scoprì l’esistenza nella estate del 1990, dopo la vicenda del «piano Solo» venne messa in piedi una seconda struttura che dipendeva gerarchicamente dal ministero della Difesa. Si trattava dei Nuclei per la difesa dello Stato, apparato misto composto da membri selezionati degli uffici informativi dell’esercito, dei Servizi, dei carabinieri e di civili di dichiarata fede neofascista. Tra i membri di questa struttura disciolta nel 1973 vi erano molti ordinovisti.

Un’altra inchiesta riguarda il Movimento armato rivoluzionario di Carlo Fumagalli e Gaetano Orlando. Fumagalli era un ex partigiano bianco legato ai Servizi inglesi. Ferocemente anticomunista organizzò una struttura clandestina armata con un forte insediamento in Valtellina, dove realizzò una serie di attentati dinamitardi contro tralicci dell’altra tensione che alimentavano le città e le industrie del Nord Italia. L’intenzione era quella di fronteggiare una eventuale offensiva di piazza o una vittoria elettorale dei comunisti. Nonostante il suo iniziale posizionamento antifascista, Fumagalli non disdegnò l’alleanza con i gruppi ordinovisti in vista di un colpo di stato.

L’esperienza più interessante appare tuttavia quella che venne definita il «golpe bianco», portato avanti da Edgardo Sogno, un altro ex partigiano della brigata Franchi, badogliana, liberale e anticomunista. Sogno aveva progettato in pieno agosto 1974 un «golpe liberale», un colpo di mano istituzionale di stampo presidenzialista, sul modello gollista della quinta repubblica francese che forte dell’appoggio dei vertici militari e istituzionali avrebbe dovuto sciogliere il parlamento, liberarsi del ventre molle democristiano ritenuto corrotto e irriformabile, creare un sindacato unico, internare le opposizioni di sinistra e di estrema destra, abolire l’immunità parlamentare e istituire un Tribunale speciale.

Agosto 1980, stazione di Bologna, una strage in cerca di movente

Sentenze e pubblicistica iscrivono la strage alla stazione centrale di Bologna del 2 agosto 1980, che fece 85 (forse 86) morti, e 200 feriti, come l’ultimo episodio della strategia della tensione anche se nell’ultima sentenza, quella di primo grado contro l’ex avanguardista Paolo Bellini, ritenuto insieme a Fioravanti, Mambro e Cavallini, appartenuti ai Nar, uno dei responsabili della strage, sulla scorta di un’ampia pubblicistica complottista si sostiene che la strategia della tensione sia proseguita fino alla stragi di mafia del 1992-93. In realtà nessuna delle tante sentenze è mai riuscita a indicare chiaramente un movente certo e convincente, tanto che solo nelle ultime motivazioni dei verdetti pronunciati contro Cavallini e Bellini ci si addentra sull’argomento, identificando come mandante la P2 di Licio Gelli, nel frattempo defunto, che avrebbe agito per rafforzare la propria capacità ricattatoria all’interno di equilibri occulti di potere. Una ipotesi tra le tante, per altro completamente sganciata dalle logiche della strategia della tensione enunciate in passato.

Nel 1980 la situazione internazionale stava rapidamente mutando: nel maggio dell’anno prima in Inghilterra era salita al governo la tory Margaret Teatcher, un anticipo della cosiddetta controrivoluzione neoliberale che si imporrà definitivamente con l’insediamento alla Casa Bianca del conservatore repubblicano Ronald Reagan. In Italia il clima politico e sociale era profondamente mutato rispetto ai primi anni 70. Si era avviata la stagione del riflusso, il compromesso storico era stato sconfitto, il Pci aveva avviato il suo declino elettorale, il movimento operaio e gli altri movimenti sociali erano sulla difensiva, in forte difficoltà sotto i colpi delle profonde ristrutturazioni del sistema produttivo. L’estrema sinistra in crisi. Non esisteva più il «pericolo comunista» che aveva ispirato la stagione stragista dei primi anni 70. Nella seconda metà del decennio il Pci aveva dato ampia prova di moderatismo, aveva sorretto le istituzioni di fronte all’offensiva della sinistra armata con molto più impegno di altre forze politiche. Non vi erano più ragioni per ricorrere ad una strage di tale portata, la più grande in Europa prima di quella di Madrid del 2004, provocata da Al Quaeda. Anche se sappiamo che gli attentatori non avevano previsto conseguenze così catastrofiche dovute alla presenza di un treno sul primo binario che respinse l’onda d’urto facendo crollare l’edificio dove era situata la sala d’attesa di seconda classe. Per questo motivo si è anche guardato a eventuali ragioni internazionali, come la vicenda di Ustica o il posizionamento dell’Italia nel Mediterraneo. L’aporia giudiziaria rappresentata dall’assenza di un movente valido ha facilitato l’offensiva giornalistica della destra che ha tirato in ballo la cosiddetta «pista palestinese». Ipotesi di comodo, smentita dalla recente desecretazione del carteggio Sismi-Olp, agitata dalla destra con l’intento di riscrivere il paradigma delle stragi e liberare i fascisti e i loro eredi politici dalle responsabilità avute nella precedente stagione delle bombe e dei massacri. Questo tentativo di strumentalizzazione tuttavia non esime dal porsi le giuste domande sul reale movente di quel massacro.

Fonte

12/12/2023

12 dicembre Strage di Stato. Le domande mai poste ai comandi della Nato

Come ci teniamo a ricordare ogni anno, il 12 Dicembre non sarà mai una data come le altre sul nostro calendario.

L’anniversario della Strage di Piazza Fontana nel dicembre del 1969, segnò il salto di qualità nella “guerra di bassa intensità” che gli apparati dello Stato, quelli statunitensi/atlantici e le organizzazioni neofasciste scatenarono contro il movimento operaio e la sinistra nel nostro paese.

Quella di Piazza Fontana continuiamo e continueremo a definirla come una Strage di Stato perché questo è quanto emerso dalla verità storica e politica ma non del tutto nitidamente da quella giudiziaria.

In questi tempi di guerra e di guerre, ci interessa riportare alla luce un aspetto che ha sempre faticato ad emergere, ma che soprattutto è stato sistematicamente rimosso dalla “politica”: le responsabilità degli apparati Usa e Nato nella concezione e nell’organizzazione delle stragi che hanno colpito il nostro paese tra il 1969 e il 1984.

Ben due inchieste sulle stragi, quella di Piazza Fontana a Milano nel 1969 e quella di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974, portano a indicare “i colpevoli di livello” negli ufficiali e negli agenti in servizio nel Comando Nato Ftase di Verona.

Sulla prima, le indagini del giudice Salvini sulla Strage di Piazza Fontana avevano portato direttamente alla pista degli “amerikani” nel nostro paese come nucleo ideatore della stagione delle stragi. E gli agenti statunitensi, almeno quelli emersi dalle indagini, erano tutti in servizio alla base militare Nato di Verona.

Nella strategia stragista, il giudice Salvini è arrivato a individuare il ruolo dei servizi segreti militari USA (non la Cia, si badi bene), e soprattutto quelli di stanza nella base del comando FTASE di Verona, i quali attraverso i loro agenti italiani (Digilio, Minetto, Soffiatti) agivano in modo coordinato con le cellule neofasciste di Ordine Nuovo e con gli apparati dello stato italiano nella “guerra sul fronte interno” contro i comunisti, i sindacati e i settori della DC recalcitranti a trasformare la “guerra fredda in guerra civile”.

L’amerikano supervisore della rete degli uomini neri utilizzati nella strategia delle stragi ha un nome e un cognome: Joseph Luongo. Il suo braccio destro era un altro ufficiale statunitense: Leo Joseph Pagnotta. Questi nomi sono stati consegnati dal giudice Salvini alla Commissione parlamentare sulle stragi.

Per la strage di Brescia, nelle 280mila pagine di atti dei processi sulla strage depositati in quel Tribunale, oltre ai fascisti e ai servizi segreti italiani, nell’incubazione della strage emerge anche l’indicazione di un terzo livello di responsabilità che porta anche in questo caso al Comando Ftase di Verona (Comando Forze Terrestri Alleate per il Sud Europa della Nato).

Il luogo dove sarebbe stata elaborata la strategia stragista era a Palazzo Carli, a Verona, sede del Comando Nato.

“Qui, con la copertura di generali dei paracadutisti italiani e statunitensi, si sarebbero svolte le riunioni preparatorie di un progetto stragista che avrebbe dovuto sovvertire la democrazia italiana e rinsaldare lo scricchiolante fronte dei regimi del Mediterraneo. Quello che, all’epoca, teneva insieme il Portogallo salazarista, la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista”, scriveva Carlo Bonini su La Repubblica riprendendo il dispositivo della sentenza sulla strage di Brescia.

Gli “uomini neri”, cioè gli autori delle stragi di Stato, secondo quanto dichiarato dal giudice Salvini in sede di Commissione Parlamentare di inchiesta sulle stragi, non erano più di venticinque/trenta persone organizzate su cinque cellule collocate una a Milano e quattro nel Nordest. Ma il perno del sistema operativo era proprio a Verona, lì dove tutto è cominciato ed è ancora difficile dire oggi che tutto sia finito.

Lo Ftase di Verona è il comando delle forze terrestri Usa e Nato. In quella fase storica, Verona non era solo il “cuore nero” del paese, ma era il perno del comando degli operativi militari statunitensi e Nato nella frontiera del Nordest, quella di confine con la cortina di ferro dei paesi del Patto di Varsavia.

Non risulta che i governi italiani abbiano mai chiesto conto in via bilaterale o in Parlamento ai comandi militari della Nato di quanto è emerso dalle inchieste sulle stragi. Neanche quando il giudice Salvini pose esplicitamente il problema ai parlamentari in sede di Commissione di inchiesta sulle stragi.

Quest’anno però sono arrivate le rivelazioni di Giuliano Amato sulla strage di Ustica, dichiarazioni che allungano, ma non scoperchiano, questa lunga linea di sangue che la Nato ha seminato nel nostro paese, e tale responsabilità non può essere affibbiata solo ad uno dei membri della Nato: la Francia.

Ma Amato segnala anche un altro problema con cui il nostro paese fa i conti da troppo tempo, chiarendo come tra i vertici militari ( e quelli dei servizi segreti) italiani “tra fedeltà alla Costituzione e fedeltà alla Nato, è prevalsa la seconda”. E non solo nella strage di Ustica.

Adesso la morte biologica o l’età avanzata di molti protagonisti dell’epoca delle Stragi di Stato, non consente di mettere tutte le caselle al loro posto e ricavarne una verità giudiziaria che renda giustizia su quanto accaduto nel nostro paese nel quindicennio che va dal 1969 al 1984, ma che almeno si consenta, a chi ha il coraggio di farlo, di affrontare la verità storica e politica, senza pagine rimosse o “maledette” che impediscano alle nuove generazioni di comprendere pienamente cosa e perché è accaduto.

Il 17 dicembre 1981 un commando delle Brigate Rosse sequestrava clamorosamente il generale statunitense comandante del Comando militare Ftase di Verona: il generale Dozier. L’alto ufficiale venne liberato il 28 gennaio 1982 da un gruppo operativo dei Nocs (corpi speciali della Polizia) e con la supervisione statunitense.

È bene sapere o ricordare che per raggiungere quell’obiettivo non furono risparmiate torture ai militanti delle Br – sia uomini che donne – arrestati prima e dopo il sequestro. Il caso esplose nei mesi successivi e portò all’arresto di un giornalista de L’Espresso, Pier Vittorio Buffa, che aveva reso pubblici i casi di tortura. Poi confermati tre decenni dopo da uno dei suoi autori.

Ma un comandante della base militare Ftase di Verona non poteva non sapere che cosa stavano combinando i suoi uomini da oltre un decennio. E forse nel 1981 avrebbe dovuto e potuto rispondere a domande che fino ad allora nessuno gli aveva posto, né la magistratura né le autorità italiane, sia sulle strage di Piazza Fontana che sulla strage di Brescia.

I brigatisti non hanno avuto il tempo, la conoscenza o l’esperienza per formulare le domande giuste al gen. Dozier . La pista sul comando Nato di Verona in effetti è venuta fuori a metà degli anni Novanta, quindici anni dopo.

Ma dopo l’emersione di questa pista sulla Strage di Piazza Fontana – confermata poi anche dal processo per la Strage di Brescia – sia la magistratura sia la politica hanno avuto tutto il tempo e le conoscenze per fare le domande che andavano fatte. Ma se ne sono ben guardati per anni, anzi decenni.

Appunto, tra fedeltà alla Costituzione e fedeltà alla Nato, ha prevalso la seconda.

Fonte

06/09/2023

Strage di Ustica. Amato ribadisce la sua tesi. Oggi manifestazioni in diverse città

“La ragione dell’intervista sulla strage di Ustica, che ci crediate o no, è che una persona di 85 anni comincia a pensare che ha davanti poco tempo e si chiede se c’è qualcosa di utile che può ancora fare, qualcosa di incompiuto che può provare a completare”.

Giuliano Amato ha spiegato così, in una conferenza nella sede della stampa estera, le motivazioni che lo hanno spinto a rilasciare una lunga intervista sulla strage di Ustica al quotidiano La Repubblica. “Sono un uomo di 85 anni. Avevo cominciato a pensare che questa ricerca, a cui queste famiglie non rinunciano, sta per arrivare a un tempo in cui diventa irrealizzabile, perché si muore. Ecco. L’ho fatto per il peso della mia età”.

Le parole di Amato sembrano così rispondere anche alla domanda sul perché “proprio ora o solo ora” un ex Presidente del Consiglio ed ex Presidente della Corte Costituzionale abbia deciso di sollevare consapevolmente l’attenzione su una delle stragi di Stato che costellano la storia recente del nostro paese.

Quella di Amato su La Repubblica è stata una intervista “mirata” e specifica sulla vicenda, quasi liberatoria, che dopo 43 anni di insabbiamenti, depistaggi, silenzi, ha rimesso sul piatto una strage di Stato con 81 morti e che precedeva di poco più di un mese un’altra strage – quella alla stazione di Bologna – che provocò altri 85 morti.

Una intervista che ha smascherato le complicità internazionali nella strage (Francia, Nato), la “fellonia” dei generali italiani (più fedeli alla Nato che alla Costituzione), la negazione e la complicità per insabbiare un atto di guerra nei cieli italiani e contro cittadini di un paese “alleato”. Comunque nei cieli italiani “avvenne un atto di guerra in territorio italiano e cos’altro è sparare un missile contro un aereo?” ha affermato Amato.

“Dopo aver letto tutto quello che è stato scritto, non ho ritrattato niente” ha detto Giuliano Amato alla stampa estera replicando alle strumentalizzazione dei giornali della destra sulle sue dichiarazioni dei giorni scorsi sulla strage di Ustica. “Non ho mai detto che stavo dando la verità” sulla tragedia, aggiunge. “Ho detto che portavo avanti una delle ipotesi, specificando che io non avevo alcuna verità da offrire, e che il mio scopo era quello di provocare un avvicinamento alla verità”.

“Non ho detto a Macron di chiedere scusa, ma che sono scemo? Ho chiesto di occuparsi della cosa”, ha poi aggiunto. “Ho trovato singolare che in questi giorni sia stato detto che la politica con Ustica non c’entra. La politica può ancora fare molto, se vuole, perché la vicenda di Ustica sia chiarita”.

Amato ha spiegato di essere “molto amico della Francia. L’unica mia questione aperta con la Francia è la testata piantata da Zidane nel petto di Materazzi. Al giovane presidente Macron, che aveva due anni all’epoca, mi rivolgo quindi da amico invitandolo a liberarci dalla questione Solenzara”. Il riferimento di Giuliano Amato, è alla base militare francese in Corsica, da dove sarebbe decollato il caccia che lanciò il missile che colpì il DC-9 dell’Itavia sui cieli di Ustica la notte del 27 giugno 1980.

“Chi ha scritto che la mia intervista è fonte di attriti con la Francia – ha aggiunto – ha voluto creare un attrito, ha voluto dire una cosa non vera, che è una cosa che spesso in politica si fa ma non risponde alla verità”.

Ma un serio problema con la Francia (ma anche con i comandi Nato aggiungiamo noi) c’è di sicuro, anche perché tra l’Italia e la Francia è stato firmato poco più di un anno fa il Trattato del Quirinale, un impegnativo trattato bilaterale che dovrebbe rendere Roma e Parigi “alleati di ferro”.

Con lo slogan “Stato francese assassino NATO” oggi si terranno in Italia manifestazioni sotto l’ambasciata e il consolato francese a Roma e Milano ma anche davanti al museo della strage di Ustica a Bologna. “Amato ammette a distanza di 40 anni una verità che in realtà è ben presente nel corpo della storia negata del nostro Paese, quella che passa dallo stragismo, dalla repressione delle opposizioni e dall’asservimento della politica all’imperialismo euroatlantico” scrive in un comunicato la coalizione di organizzazioni e associazioni che ha convocato le manifestazioni di oggi. “Contro i crimini dello Stato francese, le guerre della Nato e il silenzio complice dello Stato italiano, chiamiamo alla mobilitazione”.

Fonte

03/09/2023

Le stragi in Italia. Con la Nato troppi morti e conti in sospeso

Le “rivelazioni” di Giuliano Amato sulla strage di Ustica riportano in evidenza le responsabilità della Nato non solo sugli 81 morti dell’abbattimento del DC-9 dell’Itavia nel giugno 1980, ma ci dicono molto anche sulle responsabilità della Nato e del loro azionista principale – gli Stati Uniti – nella stagione delle stragi che ha costellato la storia recente del paese.

Amato chiarisce che tra i vertici militari (e quelli dei servizi segreti) italiani “tra fedeltà alla Costituzione e fedeltà alla Nato, è prevalsa la seconda”. E non solo nella strage di Ustica.

Infatti anche una inchiesta e una sentenza su altre due stragi, Piazza Fontana a Milano nel 1969 e Piazza della Loggia a Brescia nel 1974, portano a indicare “i colpevoli di livello” negli ufficiali del Comando Nato FTASE di Verona.

Le indagini del giudice Salvini sulla Strage di Piazza Fontana avevano portato direttamente alla pista degli “amerikani” nel nostro paese come nucleo ideatore della stagione delle stragi. E gli agenti statunitensi, almeno quelli emersi dalle indagini, erano tutti in servizio alla base militare di Verona.

Nella strategia stragista, il giudice Salvini è arrivato a individuare i servizi segreti militari USA (non la Cia), e soprattutto quelli di stanza nella base del comando FTASE di Verona, i quali attraverso i loro agenti italiani (Digilio, Minetto, Soffiatti) agivano in modo coordinato con le cellule neofasciste di Ordine Nuovo e con gli apparati dello stato italiano nella “guerra sul fronte interno” contro i comunisti, i sindacati e i settori della DC recalcitranti a trasformare la “guerra fredda in guerra civile”.

L’amerikano supervisore della rete degli uomini neri utilizzati nella strategia delle stragi ha un nome e un cognome: Joseph Luongo.

Questi è l’ufficiale Usa che cooptò nella guerra di bassa intensità anche alcuni criminali nazisti come Karl Hass (con cui Luongo si fa fotografare insieme in un matrimonio). Il suo braccio destro era un altro ufficiale statunitense: Leo Joseph Pagnotta.

Per la strage di Brescia, nelle 280mila pagine di atti dei processi depositati in quel Tribunale, oltre ai fascisti e ai servizi segreti italiani, nell’incubazione della strage emerge anche l’indicazione di un terzo livello di responsabilità che porta al Comando FTASE di Verona (Comando Forze Terrestri Alleate per il Sud Europa della Nato).

Il luogo dove sarebbe stata elaborata la strategia stragista era Palazzo Carli, a Verona, sede del Comando Nato. “Qui, con la copertura di generali dei paracadutisti italiani e statunitensi, si sarebbero svolte le riunioni preparatorie di un progetto stragista che avrebbe dovuto sovvertire la democrazia italiana e rinsaldare lo scricchiolante fronte dei regimi del Mediterraneo. Quello che, all’epoca, teneva insieme il Portogallo salazarista, la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista”, scriveva Carlo Bonini su La Repubblica riprendendo il dispositivo della sentenza sulla strage di Brescia.

Poco più di un mese dopo Ustica ci fu la strage alla stazione di Bologna. Quaranta anni dopo una sentenza definitiva ha provato a definirne le responsabilità. Eppure è noto a tutti e ampiamente comprovato che Licio Gelli, ritenuto mente e finanziatore, in Italia non “giocava in proprio” ma per conto degli USA. Quella giudiziaria è dunque una verità incompleta.

Infine, occorre rammentare che pochi giorni dopo la strage del Treno 904 (dicembre 1984), un ministro e compagno di partito di Giuliano Amato – Rino Formica – affermò esplicitamente di ritenere che l’attentato fosse opera di una “potenza alleata“.

In una famosa intervista Formica chiarì la sua valutazione sulla strage: “Ci hanno mandato a dire che l’Italia deve stare al suo posto sulla scena internazionale. Un posto di comparsa, di aiutante. Ci hanno fatto sapere, con il sangue, che il nostro paese non può pensare di muoversi da solo nel Mediterraneo. Ci hanno ricordato che siamo e dobbiamo restare subalterni”.

Ma la verità giudiziaria sulla strage del treno 904 ci ha consegnato le responsabilità solo della mafia, e la politica se l’è fatta bastare smettendo di fare domande.

Gli “uomini neri”, cioè gli autori delle stragi di Stato, non erano più di venticinque/trenta persone organizzate su cinque cellule collocate una a Milano e quattro nel Nordest. Ma il perno del sistema operativo era proprio a Verona, lì dove tutto è cominciato ed è difficile dire che tutto sia finito.

In quella fase storica, Verona non era solo il “cuore nero” del paese, ma era il perno del comando degli operativi militari statunitensi e Nato nella frontiera del Nordest, quella di confine con la cortina di ferro dei paesi del Patto di Varsavia.

Non risulta che i governi italiani abbiano mai chiesto conto in via bilaterale o in Parlamento ai comandi militari della Nato di quanto è emerso dalle inchieste sulle stragi. Neanche quando il giudice Salvini pose esplicitamente il problema in sede di Commissione Parlamentari sulle stragi.

La strage di Ustica e le rivelazioni di Giuliano Amato allungano, ma non scoperchiano, questa lunga linea di sangue che la Nato ha seminato nel nostro paese, e tale responsabilità non può essere affibbiata solo ad uno dei membri della Nato: la Francia.

Adesso la morte biologica o l’età avanzata di molti protagonisti non consente di mettere tutte le caselle al loro posto e ricavarne una verità giudiziaria che renda giustizia su quanto accaduto nel nostro paese nel quindicennio che va dal 1969 al 1984, ma che almeno si consenta, a chi ha coraggio di farlo, di affrontare la verità storica e politica, senza pagine rimosse o “maledette” che impediscano alle nuove generazioni di comprendere pienamente cosa e perché è accaduto.

Il 17 dicembre 1981 un commando delle Brigate Rosse sequestrava clamorosamente il comandante del Comando militare FTASE di Verona: il generale statunitense Dozier. L’alto ufficiale venne liberato il 28 gennaio 1982 da un gruppo operativo dei Nocs (corpi speciali della Polizia) e con la supervisione statunitense.

È bene sapere o ricordare che per raggiungere quell’obiettivo non furono risparmiate torture ai militanti delle BR – sia uomini che donne – arrestati prima e dopo il sequestro. Il caso esplose nei mesi successivi e portò all’arresto di un giornalista de L’Espresso, Pier Vittorio Buffa, che aveva reso pubblici i casi di tortura. Poi confermati tre decenni dopo da uno dei suoi autori.

Ma un comandante della base militare FTASE di Verona non poteva non sapere che cosa stavano combinando i suoi uomini da oltre un decennio, e ancora in quel momento; e forse avrebbe dovuto e potuto rispondere a domande che fino ad allora nessuno gli aveva posto, né la magistratura né le autorità italiane sia sulle strage di Piazza Fontana che sulla strage di Brescia. I brigatisti non hanno avuto il tempo per formulare quelle domande.

Ma dopo questo avvenimento, sia la magistratura sia la politica hanno avuto tutto il tempo e le conoscenze per fare le domande che andavano fatte. Se ne sono ben guardati per anni, anzi decenni. Appunto, tra fedeltà alla Costituzione e fedeltà alla Nato, ha prevalso la seconda.

È vergognosamente evidente come i morti e i conti in sospeso tra il nostro paese e la Nato siano ormai troppi perché la verità storica e politica continui ad essere nascosta in nome di una alleanza politico/militare obsoleta, servile e guerrafondaia, che ha esposto il paese prima ad una sanguinosa guerra sul fronte interno ed ora ad una sanguinosa escalation di guerra sul piano internazionale.

Fonte

08/08/2023

Il “lodo De Angelis” per riscrivere la Storia

Su certe cose è bene essere seri ed evitare di ammucchiarsi con i commentatori di mestiere, che di tutto parlano senza nulla sapere.

Il “fatto politico” in questo momento è l’uscita di Marcello De Angelis – ultimo incarico: portavoce del presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca – tesa a scagionare i neofascisti Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini dall’accusa di essere gli autori materiali della strage alla stazione di Bologna, il 2 agosto del 1980.

De Angelis ricopre un ruolo importante in una istituzione molto rilevante – la Regione Lazio ha un bilancio superiore a quello di diversi paesi europei – e certamente le sue parole sbattono in modo totale con le affermazioni di Sergio Mattarella, fatte in occasione dell’anniversario della strage: “La matrice neofascista della strage è stata accertata nei processi e sono venute alla luce coperture e ignobili depistaggi, cui hanno partecipato associazioni segrete e agenti infedeli di apparati dello Stato”. Così “infedeli” da venir premiati con splendide carriere, spesso... ma vabbè, non è di questo che parliamo oggi.

Prevedibili sia le reazioni politiche che le parti in commedia, con Giorgia Meloni silente, l’ex sindaco di Roma (!) Gianni Alemanno solidale, il governo in imbarazzo e le opposizioni parlamentari sulle barricate delle chiacchiere.

La vicenda in sé è abbastanza semplice e chiara – i fascisti (dichiarati o in via di “ripulitura”) vogliono riscrivere la storia ufficiale sancita dalle sentenze giudiziarie e in primo luogo scaricarsi di dosso le responsabilità per la strage di Bologna. La più grave, la più densa di depistaggi, “la più” in molti sensi.

Difficile, in altri termini, diventare credibili come “statisti” e “governanti” con questo fardello sulle spalle.

Non stupisce neppure che il ruolo di “testa d’ariete” sia stato assunto da Marcello De Angelis, un “fascista vero ma serio” (poco a che fare con gente come Gasparri et similia), di quelli che hanno usato le mani e non solo, facendosi anche qualche anno di latitanza e poi di galera.

Fratello di un altro membro di Terza Posizione, “Nanni”, morto in carcere in seguito al violento pestaggio subito nella questura di Roma, ma trovato impiccato nella sua cella di Rebibbia, pochi giorni dopo.

Il che sembrerebbe piuttosto inusuale, vista la storica “vicinanza” tra fascisti e le varie forze di polizia.

La “vicenda semplice” – il desiderio di riscrivere la storia – si svolge insomma su una storia molto complessa e con aspetti che vanno esaminati singolarmente, per evitare confusioni che tornerebbero a vantaggio dei soli fascisti.

I fratelli De Angelis in Terza Posizione

Sia Marcello che Nazareno (“Nanni”) furono inizialmente tra gli accusati per la strage alla stazione di Bologna. Entrambi si diedero alla latitanza, contemporaneamente a Luigi Ciavardini. Nanni fu arrestato in piazza Barberini, a Roma, il 3 ottobre del 1980.

Le cronache – e le denunce successive alla morte – riferiscono che i poliziotti lo scambiarono proprio per Ciavardini, riconosciuto come autore dell’omicidio del vicebrigadiere Francesco Evangelista, detto “Serpico”, davanti al liceo Giulio Cesare, a fine maggio.

La vendetta dei poliziotti si sarebbe insomma consumata sulla persona sbagliata e la successiva impiccagione in cella, frettolosamente rubricata come “suicidio”, sarebbe servita a coprire la gravità delle ferite riportate nel pestaggio (ma refertate da un certificato medico in soli sette giorni di prognosi).

Per chi conosce storie e pratiche questurino-carcerarie tutto è abbastanza chiaro, ma difficile da provare in un’aula di tribunale.

C’è quindi da tener presente che Marcello De Angelis abbia una ragione personale non banale per essere ostile alle ricostruzioni storiche ufficiali sulla strage di Bologna. Tanto più che Ciavardini è anche suo cognato, avendone sposato la sorella.

“Stragi di Stato” o “stragi fasciste”?

Fin dalla strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969), o addirittura da quella a Portella della Ginestra (1 maggio 1947), la storia italiana è stata piena di stragi “misteriose” il cui significato politico – e il cui mandante – era invece chiarissimo: fermare l’ascesa del movimento operaio e di una possibile “alternativa politica” che si presentava anche come “alternativa di sistema”.

Da piazza Fontana in poi, non a caso, si cominciò a parlare esplicitamente di “stragi di Stato” evidenziando – con tanto di prove, a volte poi anche riprese nelle inchieste giudiziarie – che si trattava di atti terroristici “commissionati” dallo Stato – e dai servizi statunitensi – ma eseguiti materialmente da fascisti.

In alcuni casi il collegamento tra fascisti e Stato fu esplicito. Per la strage di Peteano (31 maggio 1972), per esempio, c’è stata la confessione volontaria di uno degli esecutori, Vincenzo Vinciguerra, membro di Ordine Nuovo.

In quel caso i depistaggi furono piuttosto grossolani (i servizi provarono inizialmente a indirizzare le indagini verso la sinistra extraparlamentare, giocando sul fatto che le vittime erano tre carabinieri), e non mancò neanche l’intervento materiale di Giorgio Almirante (allora segretario del Movimento Sociale Italiano), sospettato di aver favorito l’espatrio di un altro degli esecutori materiali, Carlo Cicuttini.

Per quella di piazza Fontana, invece, seppure in fortissimo ritardo, fu provata la partecipazione come “artificiere” di Carlo Digilio, contemporaneamente membro di Ordine Nuovo, agente dei servizi segreti italiani e “uomo di mano” della Cia (impiegato poi anche come reclutatore di esuli cubani anticastristi).

Oggi – per esaurimento della sinistra radicale vera e propria – la dizione di “stragi fasciste” si è imposta come narrazione dominante che copre proprio le responsabilità dirette dello Stato italiano e dei suoi “alleati” euro-atlantici. Ma è assolutamente certo che tutte le stragi sono state “di Stato”. Eseguite – questo sì – da fascisti.

L’omicidio di Valerio Verbano

I fratelli De Angelis sono entrati, con ruoli diversi, anche nelle indagini per l’assassinio di Valerio, in casa sua, il 22 febbraio 1980.

Nanni era rimasto ferito nell’ottobre del 1978, durante uno scontro in piazza Annibaliano (nel quartiere Trieste-Africano, “territorio” di Terza Posizione), proprio da Valerio Verbano.

Come si usava a quei tempi, in questi scontri casuali – “a vista” – si rimaneva contusi o feriti in molti, ma si ricorreva al pronto soccorso (e alle registrazioni amministrative relative) solo in caso di ferite abbastanza serie.

In quell’occasione Valerio aveva però perso il suo zainetto, con dentro anche i documenti. I sospetti sui De Angelis, dopo la sua uccisione, furono originati proprio da quell’episodio, collegando la perdita dei documenti, quindi le informazioni indispensabili per organizzare una “vendetta” e l’interesse diretto dei fratelli De Angelis.

Marcello sciolse tutti i sospetti presentandosi, anni dopo, direttamente a Carla Verbano per chiederle se lo riconosceva come uno dei tre assassini di suo figlio. Risposta negativa e fine delle speculazioni.

L’omicidio di Valerio e la Roma dell’epoca sono stati magistralmente ricostruiti nel libro di Valerio Lazzaretti, Valerio Verbano. Ucciso da chi, come e perché, Odradek.

Depistaggi fascisti e non solo sulla strage di Bologna

Anche i condannati per la strage – Fioravanti e Mambro – una volta scarcerati si sono dati da fare per inventare “altre piste”, tutte rigorosamente fasulle. La più nota è quella “tedesco-palestinese”, su cui più volte questo giornale ha scritto o pubblicato interventi molto rigorosi e ai quali rimandiamo (Vedi qui, qui, qui, qui ecc.).

Non sono mancati neanche i tentativi di far passare un compagno rimasto vittima della strage come “responsabile”, arrivando persino a strumentalizzare il dolore dei familiari da cui avevano ottenuto una sorta di “perdono”...

Il gioco della “ripulitura” dei fascisti ha insomma una lunga storia. Ma oggi sono al governo e ritengono giunto il momento per far passare il proprio interesse.

Una carriera senza ostacoli

Marcello De Angelis, dopo aver scontato la sua pena al rientro dalla latitanza in Gran Bretagna – vi era andato per avvertire i “capi” di Terza Posizione, Roberto Fiore e Massimo Morsello, del possibile loro arresto, peraltro mai avvenuto – entra nei ranghi di Alleanza Nazionale, diventando prima senatore e poi anche deputato alla Camera, addirittura membro della Commissione Difesa (tra le altre).

Quindi diventa direttore de Il Secolo d’Italia (storico giornale fascista-missino), poi di Area (testata della “corrente” di Alemanno e Storace).

Non disdegna neanche la collaborazione con Maurice Bignami, ex leader pentito di Prima Linea, forse in omaggio all’antica convinzione di Terza Posizione di porsi come “ponte” con la sinistra extraparlamentare.

Contrariamente ai forcaioli di ogni risma, è nostra convinzione che chi ha scontato la sua pena sia libero in tutti i sensi. E quindi possa fare qualsiasi mestiere sia in grado di fare. E anche “politica”, magari diventando parlamentare.

Quello che ci indigna sempre è un’altra cosa.

Se questo accade a un fascista, nessuno ci fa caso. Se per caso un compagno osa soltanto “prendere parola” tutti – soprattutto tra i sedicenti “democratici” – si sgolano gridando allo scandalo.

C’è un senso, non avviene per sbadataggine...

Fonte

31/12/2022

La verità sulle stragi? Al Ministero dei Trasporti l’archivio non c’è più

Manca completamente l’Archivio del Ministero dei Trasporti per gli anni delle Stragi (1968-1980) e ancor più in specifico, manca addirittura tutta la documentazione del Ministro e del suo Gabinetto. Questa la notizia più clamorosa sulla quale soffermarsi con particolare attenzione storico-politica, contenuta nella relazione annuale del Comitato consultivo sulle attività di versamento all’Archivio Centrale dello Stato della documentazione relativa alla direttiva Renzi\Draghi, che ha concluso nell’ottobre scorso i suoi lavori.

Si tratta di una notizia che deve far riflettere: da un lato è un grave «colpo» per la Storia del nostro Paese.

Bisogna sottolineare che il periodo di cui si certifica la mancanza di documenti è proprio quello che comprende le Stragi più sanguinose: e i trasporti sono stati particolarmente colpiti, pensiamo agli attentati sui treni, alla stazione di Bologna fino ad Ustica. Ma credo anche sia importante sottolineare come ci si trovi totalmente fuori da ogni applicazione della legislazione esistente sulla conservazione e trasmissione agli Archivi di Stato della documentazione delle Amministrazioni Pubbliche.

Non si può insomma non rilevare questo dato estremamente inquietante come sintomo negativo della situazione della documentazione archivistica nelle Amministrazioni dello Stato.

La conoscenza di questa situazione è il prodotto di un percorso di desecretazione della documentazione relativa alle Stragi iniziato nel 2014 – con la direttiva Renzi – e a cui il Governo Draghi ha dato ulteriore forza con la decisione di rendere pubbliche anche le carte relative alla P2 e a Gladio, rendendo così più completo l’arco di interesse storico; e ponendosi direttamente, la presidenza del Consiglio, «alla testa» dei lavori del Comitato, delegandone la direzione al Segretario Generale Roberto Chieppa

Nell’ultimo anno quindi si è avuto un periodo di lavori davvero importante che ha portato indubbiamente all’acquisizione di un grande patrimonio di conoscenza – documentazione, ma che comunque ha dovuto fare i conti con tutte le contraddizioni, mancanze, deficienza di materiale, sempre denunciate negli anni.

Proprio cercando di affrontare le tematiche relative alle mancanze denunciate, in particolare dai rappresentanti delle Associazioni vittime della Stragi, si e è avuto un serrato confronto «archivistico» con il Ministero dei Trasporti. E da questo confronto, da rinnovate ricognizioni, la definitiva consapevolezza della mancanza dell’Archivio stesso che avvalora, rafforza e conferma le critiche fin qui avanzate.

Va ricordato che la direttiva del 2014 (direttiva Renzi) era stata accolta con aspettative positive da parte delle Associazioni delle Vittime e con qualche perplessità e ritrosia del mondo archivistico.

E in questi anni di lavoro all’interno del Comitato, abbiamo dovuto avanzare più volte molte critiche sulla sua travagliata attuazione e soprattutto sulla inadeguatezza del materiale reso disponibile; ad esempio, per quel che riguarda la Strage di Ustica si è subito denunciata la grande assenza di materiale coevo ai fatti nelle varie Amministrazioni pubbliche.

Bisogna ricordare che l’insufficienza della documentazione è sempre stata al centro delle critiche e delle denunce delle Associazioni, ed è stato negli anni la causa del contendere all’interno del Comitato nei confronti con le Amministrazioni.
Una continua disputa-scontro tra carte mancanti, elenchi di nominativi non consegnati, carte clamorosamente censurate, intere parti coperte con vistose cancellature proprio nel momento della loro desecretazione!

Fino, come si diceva, alla mancanza dell’intero Archivio del Ministero dei Trasporti!

E quindi per l’anno che verrà, bisognerà chiedere che si prosegua e si intensifichi l’impegno per l’effettiva attuazione di quelle direttive (prima Renzi e poi Draghi), per far piena luce e delineare un documentato contesto storico su una stagione terribile e sanguinosa della Storia del nostro Paese. E su questo vanno richiamati alle loro responsabilità sia Governo che Parlamento e, a mio avviso, anche Magistratura, per quel che concerne la tenuta di documentazione in totale difformità dalla legge.

Fonte

22/10/2022

Desecretati documenti sulle stragi di Stato, ma non tutti e non su tutte

Tra gli ultimi atti del Governo Draghi risulta esserci la desecretazione di decine di migliaia di pagine di atti relativi ad alcune delle stragi che hanno costellato la storia recente del nostro paese. E’ stata presentata la prima relazione del Comitato consultivo sulle attività di archiviazione, presieduto da Roberto Chieppa, segretario generale della Presidenza del Consiglio, con i documenti su numerose stragi di Stato.

Sorge il dubbio che, tenendo conto del personale politico oggi al governo e alle guida delle istituzioni, la decisione di desecretare questi documenti potrebbe rivelarsi una polpetta avvelenata sulla strada del nuovo esecutivo, anche perchè chiama in causa il più recente neofascismo del secondo dopoguerra e non il fascismo del ventennio.

Secondo quanto anticipato da Milano Finanza e ripreso dall’Agi, si tratta di documenti di straordinaria rilevanza che svelano alcuni dei segreti degli ultimi cinquant’anni di vita del Paese sulla strage di Ustica (1980), delle stragi dell’Italicus (1974) della stazione di Bologna (1980), di piazza della Loggia a Brescia (1974) e di piazza Fontana a Milano (1969).

Restano invece secretate altri cruciali nella storia del paese: il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse e le stragi mafiose contro i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Già ad agosto 2021 il governo Draghi aveva declassificato alcuni documenti sulla loggia P2 e sull’organizzazione paramilitare segreta Gladio. La direttiva firmata allora da Draghi “dispone la declassifica e il versamento anticipato all’Archivio centrale dello Stato della documentazione concernente l’Organizzazione Gladio e la Loggia massonica P2”.

A marzo 2022 il Senato aveva iniziato ad aprire i suoi archivi riservati divulgando 130mila pagine di documenti classificati acquisiti nel corso degli anni dalla Commissione parlamentare d’inchiesta su terrorismo e stragi. Negli anni varie direttive sono state firmate da tre presidenti del Consiglio – Romano Prodi, Matteo Renzi e, da ultimo, Mario Draghi nell’agosto scorso – per dare impulso all’opera di desecretazione degli atti su alcune delle pagine più nere della storia della Repubblica. Ma con scarsi effetti concreti: farraginosità procedurali, mancanza di volontà e burocrazia hanno reso il processo di consultazione e acquisizione pubblica molto difficile.

Nella relazione il Comitato sottolinea “talune criticità nella generale operazione di desecretazione” perché “nel recente passato le amministrazioni hanno avuto talora scarso controllo della propria documentazione, soprattutto di quella non più in uso, e tale circostanza ha causato in alcuni casi dispersioni o perdita di fonti rilevanti per la ricerca storica”. Ancora troppi gli “omissis”.

“C’è poi il tema delle parti ancora coperte. Come più volte segnalato dalle associazioni dei familiari delle vittime delle stragi, ora è necessaria da parte delle amministrazioni, su impulso del Comitato, un’operazione di revisione degli omissis posti in eccesso rispetto alla nuova regolamentazione su documenti già versati in passato all’Archivio (soprattutto in attuazione della direttiva del 2014). Anche in questo caso, non appare accettabile il versamento, avvenuto in passato, di documenti nella sostanza non leggibili perché coperti da omissis che sono andati ben oltre lo stretto necessario”.

C’è da augurarsi che se qualche ricercatore o storico intenderà mettere il naso nei documenti desecretati sulle stragi di Stato non faccia la fine del ricercatore Paolo Persichetti, al quale la magistratura ha sequestrato l’archivio pur non avendo potuto rilevare alcun reato.

Fonte

20/08/2022

Messico - Arrestati giudice, militari, poliziotti e narcos per la strage di Ayotzinapa

È stato arrestato l’ex procuratore generale nazionale, Jesus Murillo Karam, il giudice incaricato di indagare sulla sorte dei 43 studenti ‘desaparacidos’ nel 2014 ad Ayotzinapa ma che archiviò tutto. Insieme a lui sono stati arrestati anche 64 fra militari, poliziotti e sicari di un cartello del narcotraffico.

Gli arresti sono avvenuti il giorno successivo alla pubblicazione del rapporto della commissione d’indagine sulla strage di Ayotzinapa che parla di “delitto di Stato”, cioè del sequestro e dell’assassinio degli studenti da parte dai narcotrafficanti ma con la complicità di giustizia e forze dell’ordine.

Il caso di Ayotzinapa “è stato un crimine di Stato”, in quanto “tutte le autorità federali, statali e municipali sono state informate” di quanto stava accadendo la notte del 26 settembre 2014 senza intervenire per impedire la “sparizione e l’omicidio” dei 43 studenti della Scuola Normale Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa, Guerrero, ha dichiarato il sottosegretario ai Diritti Umani dell’Interno, Alejandro Encinas, in occasione della presentazione del rapporto della Commissione per la Verità e l’Accesso alla Giustizia sul caso Ayotzinapa.

Quasi otto anni dopo i fatti, Encinas ha sottolineato ai genitori degli studenti che la scomparsa dei loro figli è stata “insabbiata ai massimi livelli”, poiché le autorità dei tre livelli di governo sapevano in tempo reale “del prelievo dei camion, del trasferimento degli studenti a Iguala, del loro arrivo al Rancho del Cura e alla stazione degli autobus di Iguala, della persecuzione e della violenza di cui sono stati vittime” da parte del cartello Guerreros Unidos.

Il giudice arrestato, Murillo Karam nel 2015 (il presidente era Enrique Pena Neto) chiuse l’indagine affermando su di essa la cosiddetta “Verità storica”, che venne respinta e rifiutata dai familiari dei 43 studenti spariti nel nulla la notte fra il 26 e 27 settembre 2014 nello stato di Guerrero dopo aver prenotato dei pullman per partecipare a una manifestazione a Città del Messico.

Da quanto emerso dalle successive indagini, gli studenti furono arrestati da poliziotti corrotti e consegnati alla criminalità organizzata locale del cartello definito come “Guerreros Unidos” che , per motivi non completamente chiariti, li avrebbe uccisi e fatto sparire i cadaveri bruciandoli in una discarica. Solo i resti di tre di essi furono trovati e identificati.

Tutti gli arrestati, incluso l’ex procuratore generale Murillo Karam, sono accusati di “collusione con il crimine organizzato, sequestro di persona, tortura, omicidio e ostruzione della giustizia". La ‘Verità storica’ del 2015 avrebbe omesso la responsabilità di militari corrotti e di altre istituzioni pubbliche, che è stata invece accertata dalla “Commissione per la verità su Ayatzinapa”, messa in piedi dall’attuale presidente messicano, Andrés Manuel Lopez Obrador, e guidata dal sottosegretario agli Interni, Alejandro Encinas.

Fonte

03/08/2022

Strage di Bologna. Mani fasciste, armi della Nato

Il 2 agosto di quest’anno ricorrerà il quarantaduesimo anniversario della strage di Bologna. Negli ultimi anni sono arrivate conferme che non ci hanno sorpreso per nulla: la strage fu orchestrata e protetta dallo Stato, che utilizzò i fascisti come braccio armato per compierla.

La condanna del fascista Bellini porta un pezzo della verità sulla strage, mentre vengono lasciate in disparte le nuove rivelazione sul collegamento diretto tra le bombe fasciste e il comando NATO di Verona.

Oltre alle “nuove” verità sulla strage di Bologna, da qualche mese è stato confermato il ruolo del comando NATO di Verona dietro la strage del 1974 di Piazza della Loggia a Brescia e in generale dietro alla “strategia della tensione”.

Crediamo che scendere in piazza per ricordare il 2 agosto voglia dire proprio ricostruire quella storia, che è storia politica. Una storia che è certamente quella della città di Bologna e di chi da quella strage fu colpito direttamente, ma è anche la storia di classe, perché il decennio nero delle stragi di Stato fu organizzato per colpire e abbattere il movimento dei lavoratori che stava crescendo.

Per questo, chi continua a portare avanti quella storia di lotta non può dunque ricordare il 2 agosto senza vedere ciò che sta succedendo oggi. Quest’anno, sarà un 2 agosto in guerra: la competizione fra potenze imperialiste è precipitata con il conflitto che oggi si combatte in Ucraina. Una guerra sancita con l’invasione della Federazione Russa, che però ha le sue radici negli ultimi otto anni di conflitto in Donbass portato avanti sotto l’egida della NATO. Una guerra in cui l’Italia è parte attiva, e che ha portato anche all’esaltazione dei nostri “alleati”, compresi i nazisti del battaglione AZOV, esaltati come eroi, o ancora peggio come partigiani, da tutta la classe politica e dagli organi di propaganda di guerra.

La strage di Bologna ci ricorda quale sia l’utilizzo che viene fatto dei fascisti. Da una parte fascisti come spauracchio, utili per costruire un antifascismo istituzione di facciata, portato avanti da quelle realtà e partiti – prima fra tutti la nostra amministrazione PD – che attraverso celebrazioni come questa (così come il 21-25 Aprile) cerca di pulirsi la coscienza. Dall’altra parte, quando servono, fascisti come braccio armato da adoperare o addirittura da riabilitare e coccolare, come sta accadendo anche oggi.

Per questo il 2 agosto saremo in piazza per ricordare una delle tanti stragi fasciste nella storia del nostro paese, portando parole d’ordine chiare contro il fascismo, utilizzato ieri come oggi da questo sistema marcio, e fuori dall’ipocrisia dell’antifascismo istituzionale, di facciata, e di chi fa finta di non vedere cosa sta succedendo in Ucraina così come in Italia.

Fonte

28/01/2022

Anche la strage di Brescia porta al Comando Nato di Verona

La chiusura delle indagini sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia del 1974, hanno visto emergere due nuovi nomi tra gli accusati della bomba contro una manifestazione antifascista. Ma hanno visto nuovamente comparire il Comando FTASE di Verona (NATO) come l’incubatore della strategia stragista in Italia dalla fine degli anni Sessanta.

La strage di Brescia, otto morti e un centinaio di feriti tra sindacalisti, lavoratori e passanti, aveva già visto indicare da una sentenza della Cassazione nel 2017 due colpevoli: Carlo Maria Maggi, ex capo dell’organizzazione neofascista “Ordine Nuovo” (deceduto) e Maurizio Tramonte, legato ai servizi segreti con il nome in codice di “Tritone”. Ancora in vita Tramonte chiede da tempo la revisione del processo.

Ma adesso si sono aggiunti i nomi di altri due neofascisti: Marco Toffaloni e Roberto Zorzi. Quest’ultimo, veronese, ma attualmente residente negli Stati Uniti, non va confuso con il più noto Delfo Zorzi.

Delfo Zorzi, anche lui neofascista veneto, ma coinvolto nella strage di Piazza Fontana, è fuggito da anni in Giappone ed è stato lasciato per anni al riparo da ogni richiesta di estradizione da parte delle autorità italiane.

Nel 2005 Delfo Zorzi viene assolto dalle accuse nella clamorosa sentenza della Cassazione sul secondo processo per la strage di Piazza Fontana, quella che dichiarava colpevoli i fascisti e gli agenti dei servizi segreti assolti nel primo processo, e quindi non più perseguibili per lo stesso reato.

Delfo Zorzi è tornato però recentemente alle cronache per l’inchiesta “Pandora Paper’s” sui capitali illeciti all’estero per via della sua società Fidinam di Lugano che controlla il “Thor Trust”, vera e propria cassaforte di un intreccio azionario che controlla catene di negozi di abbigliamento (marchi Oxus e Hobbit), aziende di prodotti in pelle, imprese di import-export della moda italiana, stabilimenti e proprietà immobiliari, da Milano a Venezia, dalla Svezia al Giappone, dalla Svizzera alla Francia.

Ma nelle 280mila pagine di atti dei processi sulla strage depositati al Tribunale di Brescia, oltre ai fascisti e ai servizi segreti italiani, nell’incubazione della strage emerge anche l’indicazione di un terzo livello di responsabilità che porta al Comando FTASE di Verona (Comando Forze Terrestri Alleate per il Sud Europa della NATO).

Il luogo dove sarebbe stata elaborata la strategia stragista era Palazzo Carli, a Verona, la stessa città di Toffaloni e dei due Zorzi.

“Qui, con la copertura di generali dei paracadutisti italiani e statunitensi, si sarebbero svolte le riunioni preparatorie di un progetto stragista che avrebbe dovuto sovvertire la democrazia italiana e rinsaldare lo scricchiolante fronte dei regimi del Mediterraneo. Quello che, all’epoca, teneva insieme il Portogallo salazarista, la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista”, scrive Carlo Bonini su La Repubblica.

Perché la cosa non ci sorprende?

Perché anche le indagini del giudice Salvini sulla Strage di Piazza Fontana avevano portato direttamente alla pista degli “amerikani” nel nostro paese come nucleo ideatore della stagione delle stragi. E gli agenti statunitensi, almeno quelli emersi dalle indagini, erano tutti in servizio alla base militare FTASE di Verona.

Nella strategia stragista, il giudice Salvini è arrivato a individuare i i servizi segreti militari USA (non la Cia), e soprattutto quelli di stanza nella base del comando FTASE di Verona, i quali attraverso i loro agenti italiani (Digilio, Minetto, Soffiatti) agivano in modo coordinato con le cellule neofasciste di Ordine Nuovo e con gli apparati dello stato italiano nella “guerra sul fronte interno” contro i comunisti, i sindacati e i settori della DC recalcitranti a trasformare la “guerra fredda in guerra civile”.

L’amerikano supervisore della rete degli uomini neri utilizzati nella strategia delle stragi ha un nome e un cognome: Joseph Luongo è l’ufficiale Usa che cooptò nella guerra di bassa intensità anche alcuni criminali nazisti come Karl Hass (con cui Luongo si fa fotografare insieme in un matrimonio). Il suo braccio destro era un altro ufficiale statunitense: Leo Joseph Pagnotta.

Gli “uomini neri” cioè gli autori delle stragi non erano più di venticinque/trenta persone organizzate su cinque cellule collocate una a Milano e quattro nel Nordest. Ma il perno del sistema operativo era proprio Verona, lì dove tutto è cominciato ed è difficile dire che tutto sia finito.

La morte biologica o l’età avanzata di molti protagonisti non consente oggi di mettere tutte le caselle al loro posto e ricavarne una verità anche giudiziaria che renda giustizia su quanto accaduto nel nostro paese negli anni Settanta, ma che almeno si consenta, a chi ha coraggio di farlo, di affrontare la verità storica e politica, senza pagine rimosse o “maledette” che impediscano alle nuove generazioni di comprendere pienamente cosa e perché è accaduto.

Il 17 dicembre 1981 un commando delle Brigate Rosse sequestrava clamorosamente un generale statunitense del Comando militare FTASE di Verona: il generale Dozier. L’alto ufficiale venne liberato il 28 gennaio 1982 da un gruppo operativo dei NOCS (corpi speciali della Polizia).

Per raggiungere questo obiettivo non furono risparmiate torture ai militanti delle BR – sia uomini che donne – arrestati prima e dopo il sequestro. Il caso esplose nei mesi successivi e portò all’arresto di un giornalista de L’Espresso, Pier Vittorio Buffa, che aveva reso pubblici i casi di tortura.

Un anno e mezzo prima del sequestro Dozier, c’era stata la strage con la bomba nella stazione di Bologna nell’agosto del 1980. Non fu l’ultima strage, perchè tre anni dopo – dicembre 1984 – ci fu quella del treno 904. Nel 1981 la stagione delle stragi di stato ancora non aveva esaurito le sue code velenose e sanguinose.

Nessuno, all’epoca come oggi, si è mai posto la domanda del perché l’obiettivo di quell’azione fosse un generale statunitense della base FTASE di Verona. Si trattava di una operazione complessa e rischiosa, sia per le caratteristiche del bersaglio sia per il contesto politico dell’epoca. Insomma tirarsi addosso non solo la reazione degli apparati repressivi italiani ma anche quelli statunitensi – nel quadro della Guerra Fredda – significava alzare il tiro ben al di sopra di quanto fosse avvenuto fino ad allora nel paese.

Ma un comandante della base militare FTASE di Verona, non poteva non sapere che cosa avessero combinato i suoi uomini nei sette/dodici anni precedenti e forse avrebbe dovuto e potuto rispondere a domande che fino ad allora nessuno gli aveva posto, né la magistratura né le autorità italiane.

Verona è il comando delle forze terrestri Usa e NATO. In quella fase storica, Verona era il perno dei comandi operativi militari statunitensi e NATO nella frontiera del Nordest, quella al confine con la cortina di ferro dei paesi del Patto di Varsavia, anche se il “nemico” alle frontiere era la Repubblica Federale Jugoslava che con quel patto aveva rotto già dalla fine degli anni Quaranta.

Ma Verona era e resta molte cose. Era e resta il “cuore nero” di questo paese. Non solo perché era la capitale della Repubblica fascista di Salò, ma anche perché nei decenni successivi alla caduta del fascismo, è dalle strutture operative in questa città – e nel Triveneto in particolare – che la collaborazione tra fascisti, servizi segreti italiani e Usa, carabinieri e forze armate statunitensi produrrà la stagione delle stragi.

In Italia dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Ottanta, sul cosiddetto “Fronte Interno” si è combattuta per anni una guerra di bassa intensità che ha fatto molte vittime, ha dispensato secoli di galera per alcuni (i militanti dei gruppi rivoluzionari della sinistra) ma anche coperture e carriere per altri (i fascisti e gli uomini degli apparati dello Stato).

Le evidenti responsabilità degli apparati militari e di intelligence Usa nella strategia delle stragi hanno sempre impedito che questo elemento venisse a galla in modo chiaro. Le ripercussioni sul piano delle relazioni con gli Stati Uniti per un paese come l’Italia che deve assicurare sempre di essere un fedele alleato “atlantico”, era scomodissimo allora e sembra esserlo anche oggi.

A ricordarcelo è l’impedimento di Stato alla richiesta di estradizione dei magistrati italiani degli agenti Cia condannati nel 2009 per il sequestro a Milano dell’imam Abu Omar.

Alcuni degli agenti Cia condannati sono stati addirittura “graziati”, prima dal Presidente Giorgio Napolitano e poi dal Presidente Mattarella.

Mentre i file diffusi di Wikileaks (raccolti in “Il Potere Segreto”, di Stefania Maurizi, ndr) ci raccontano di vari incontri tra il 2006 e il 2010 di Enrico Letta, Massimo D’Alema e Berlusconi che con l’ambasciata degli Stati Uniti si impegnano a bloccare ogni richiesta di estradizione degli agenti della Cia.

Quando sentiamo ancora dire che un presidente italiano deve assolutamente essere di “fede atlantista” è qualcosa peggiore dell’indignazione e del vomito quella che sale. Sono troppe le pagine nere e sanguinose di cui gli apparati Usa sono responsabili nel nostro paese.

Sono i convitati di pietra come l’alleanza servile con gli Usa e la “grande paura” della borghesia italiana negli anni Settanta che portano responsabilità pesantissime nella guerra sul “fronte interno” che è stata pianificata e combattuta in Italia.

Ma anche e soprattutto l'aver voluto impedire con ogni mezzo – dalla rimozione alla criminalizzazione, dalla retorica alla demonizzazione – ogni serio dibattito pubblico su quanto avvenuto e sulle soluzioni politiche per chiudere dopo tanti anni le ferite rimaste aperte, e non solo alcune o quelle funzionali alla “ragion di stato”.

Fonte