Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/08/2022

Messico - Arrestati giudice, militari, poliziotti e narcos per la strage di Ayotzinapa

È stato arrestato l’ex procuratore generale nazionale, Jesus Murillo Karam, il giudice incaricato di indagare sulla sorte dei 43 studenti ‘desaparacidos’ nel 2014 ad Ayotzinapa ma che archiviò tutto. Insieme a lui sono stati arrestati anche 64 fra militari, poliziotti e sicari di un cartello del narcotraffico.

Gli arresti sono avvenuti il giorno successivo alla pubblicazione del rapporto della commissione d’indagine sulla strage di Ayotzinapa che parla di “delitto di Stato”, cioè del sequestro e dell’assassinio degli studenti da parte dai narcotrafficanti ma con la complicità di giustizia e forze dell’ordine.

Il caso di Ayotzinapa “è stato un crimine di Stato”, in quanto “tutte le autorità federali, statali e municipali sono state informate” di quanto stava accadendo la notte del 26 settembre 2014 senza intervenire per impedire la “sparizione e l’omicidio” dei 43 studenti della Scuola Normale Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa, Guerrero, ha dichiarato il sottosegretario ai Diritti Umani dell’Interno, Alejandro Encinas, in occasione della presentazione del rapporto della Commissione per la Verità e l’Accesso alla Giustizia sul caso Ayotzinapa.

Quasi otto anni dopo i fatti, Encinas ha sottolineato ai genitori degli studenti che la scomparsa dei loro figli è stata “insabbiata ai massimi livelli”, poiché le autorità dei tre livelli di governo sapevano in tempo reale “del prelievo dei camion, del trasferimento degli studenti a Iguala, del loro arrivo al Rancho del Cura e alla stazione degli autobus di Iguala, della persecuzione e della violenza di cui sono stati vittime” da parte del cartello Guerreros Unidos.

Il giudice arrestato, Murillo Karam nel 2015 (il presidente era Enrique Pena Neto) chiuse l’indagine affermando su di essa la cosiddetta “Verità storica”, che venne respinta e rifiutata dai familiari dei 43 studenti spariti nel nulla la notte fra il 26 e 27 settembre 2014 nello stato di Guerrero dopo aver prenotato dei pullman per partecipare a una manifestazione a Città del Messico.

Da quanto emerso dalle successive indagini, gli studenti furono arrestati da poliziotti corrotti e consegnati alla criminalità organizzata locale del cartello definito come “Guerreros Unidos” che , per motivi non completamente chiariti, li avrebbe uccisi e fatto sparire i cadaveri bruciandoli in una discarica. Solo i resti di tre di essi furono trovati e identificati.

Tutti gli arrestati, incluso l’ex procuratore generale Murillo Karam, sono accusati di “collusione con il crimine organizzato, sequestro di persona, tortura, omicidio e ostruzione della giustizia". La ‘Verità storica’ del 2015 avrebbe omesso la responsabilità di militari corrotti e di altre istituzioni pubbliche, che è stata invece accertata dalla “Commissione per la verità su Ayatzinapa”, messa in piedi dall’attuale presidente messicano, Andrés Manuel Lopez Obrador, e guidata dal sottosegretario agli Interni, Alejandro Encinas.

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28/09/2019

Messico - Ayotzinapa, 5 anni dopo: la lotta per la verità e la giustizia continua


Sono passati cinque anni dal massacro dei 43 studenti di Ayotzinapa fatti sparire la notte del 26 settembre del 2014. Secondo la versione ufficiale del governo dell’ex presidente messicano, Enrique Peña Nieto, gli studenti sarebbero stati arrestati prima dalla polizia municipale di Iguala e poi consegnati da questi ai membri di un noto gruppo criminale della zona, i Guerreros Unidos, che li assassinò e ne bruciò i cadaveri, gettando i resti in una discarica di Cocula.

Ma il Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (GIEI), designato dalla Commissione Interamericana dei diritti umani e dai familiari degli studenti desaparecidos, rigettò questa versione, già nel 2015, mentre il nuovo presidente Andres Manuel Lopez Obradòr, appena insediato, ha emanato un decreto urgente che ha finalmente consentito di costituire una “Commissione per la verità sul caso Ayotzinapa“.

Quest’anno, il 14 agosto, cioè 43 giorni prima della sparizione, è partita una campagna sui social con l’hashtag #YoConLaVerdad e #Ayotzinapa5años ed ogni giorno, fino ad oggi, è stato dedicato ad uno dei 43 ragazzi desaparecidos.

Nonostante gli importanti impegni assunti dal presidente Obradòr, 24 accusati della scomparsa dei giovani sono stati recentemente scarcerati aggiungendosi agli altri 53 che erano già stati rimessi in libertà qualche tempo prima. Pertanto, ad oggi, sono 65 gli imputati detenuti per i fatti di Ayotzinapa. I 24 scarcerati sono poliziotti di Iguala, Cocula e Huitzuco, municipio dello stato di Guerrero, all’epoca in cui furono prelevati i 43 studenti. Il rilascio dei 24 imputati ha provocato un moto di indignazione nell’opinione pubblica messicana.

Il presidente della Commissione per la verità sul caso Ayotzinapa, Alejandro Encinas (sottosegretario di governo) ha detto senza mezzi termini che si è trattato di un “affronto alle indagini della Commissione”, perché “coinvolge la corruzione, l’incapacità e la parzialità del regime precedente, lasciando in libertà coloro che hanno depistato le indagini o commesso dei crimini”.

La Procura generale della Repubblica ha deciso di presentare ricorso contro l’ex procuratore generale, Jesús Murillo Karam, l’ex titolare dell’Agencia di Investigazione criminale, Tomás Zerón, e l’ex titolare titolare speciale del caso, José Aarón Carro.

Dal canto loro, i familiari dei 43 studenti hanno espresso forti critiche nei confronti della Procura generale per la eccessiva lentezza nelle indagini e per le scarcerazioni massicce degli imputati. Ma, soprattutto, hanno ribadito la richiesta di verità circa la responsabilità del comando militare durante il precedente governo Peña Nieto.

Hilda Legideño, una delle madri, ha dichiarato “È necessario indagare su chi ha fabbricato questa enorme bugia. Dobbiamo sapere cosa è successo veramente quel giorno. Perché fabbricare questa grande bugia che ha fatto così tanti danni?”

Santiago Aguirre, il legale dei familiari, ha precisato “Se non si procederà penalmente contro chi ha ostacolato le indagini e contro chi ha violato i diritti umani, non si romperà il muro di impunità che oggi impedisce di conoscere la verità”.

Il presidente, Lopez Obrador, ha ribadito il suo deciso impegno a fare piena luce sul massacro ed ha chiesto ufficialmente all’Esercito messicano di fornire alla Procura Generale tutte le informazioni del caso. Per Emiliano Navarrete, padre di uno dei 43 studenti desaparecidos di Aytozinapa “A quasi cinque anni dalla scomparsa dei nostri figli la ferita è ancora aperta. Non c’è pace nei nostri cuori, né nelle nostre famiglie”.

I 43 studenti desaparecidos di Ayotzinapa sono diventati, loro malgrado, il simbolo della violenza di Stato in Messico e sono ormai di evidenza pubblica la responsabilità del governo guidato dall’ex presidente Enrique Peña Nieto nello sviamento delle indagini, come messo nero su bianco della Commissione Nazionale dei Diritti Umani.

Non sono bastati quattro anni di ostacoli, lentezze e depistaggi, a tenere in piedi quella traballante verità ufficiale che attribuiva il massacro di Ayotzinapa ai cartelli della droga. Dai fatti di Iguala in poi, nelle piazze e nelle strade del Messico, è risuonato sempre più forte lo slogan “Fue El Estado!“ (È stato lo Stato!).

Ed è cresciuta la consapevolezza generale che i sistemi di potere locali e nazionali collegati al Partito Rivoluzionario Istituzionale hanno usato la così detta “guerra alla droga” per mantenere il potere in combutta con le principali organizzazioni criminali del paese. Una guerra sporca iniziata nel 2006 e che ha fatto, fino ad oggi, 200.000 morti e 40.000 desaparecidos.

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22/07/2018

Messico - Si cerca di insabbiare l’indagine sui 43 studenti “scomparsi” ad Ayotzinapa


Prima che il giudice Sabino Perez Garcia ammetta la “impossibilità legale” di riconoscere quanto denunciato dalla Commissione d’inchiesta per la giustizia e la verità circa la scomparsa dei 43 studenti a Ayotzinapa, la direttrice per le Americhe di Amnesty International, Erika Guevara Rosas ha dichiarato che “esiste una decisione politica per nascondere la verità sulla sorte dei 43 studenti”.

Erika Guevara ha spiegato che “il governo ha intrapreso più di 100 diverse azioni legali dinanzi ai giudici per evitare che questa decisione del tribunale potesse essere soddisfatta”, che da inizio giugno ha avvisato che la Commissione agirà per ricostituire l’indagine sulla scomparsa degli studenti tenendo conto dei vizi e delle irregolarità commesse dal Procuratore Generale della Repubblica (PGR), il quale aveva dichiarato di avere “impossibilità legale” di adempiere alla sentenza.

“Il governo deve smettere di opporsi alla commissione speciale di indagine e dedicare le sue risorse e gli sforzi per conformarsi adeguatamente a questa misura”, ha detto Guevara. “Il governo federale ha fatto tutto il possibile per ostacolare la creazione di una commissione investigativa speciale per indagare sul caso Ayotzinapa, ordinato da un tribunale federale. La corte ha ritenuto che fosse l’unico modo per salvare un’indagine afflitta da irregolarità e prove fabbricate”.

Mercoledì scorso, il Terzo Tribunale presieduto dal giudice Sabino Perez Garcia, ha pubblicato un documento che considerava “fondata l’impossibilità legale sostenuta dal Procuratore Generale della Repubblica” dopo la presentazione di più di 100 ricorsi da parte dell’ex presidente Enrique Peña Nieto, dell’ufficio legale, del Ministero dell’Interno, del Ministero delle Finanze, del Ministero della Salute, del Ministero della Difesa nazionale, della Marina, del Procuratore Generale della Repubblica, della Commissione esecutiva di attenzione alle vittime, della polizia federale e anche della Camera dei Deputati.

A causa di tutti questi ricorsi la Commissione della Verità per Ayotzinapa deve essere sospesa, e solo la Corte Suprema di Giustizia (SCJ) potrà decidere il corso finale della sentenza a favore della ripresa delle indagini.

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10/05/2015

Ayotzinapa, la ferita resta aperta. E non solo in Messico


Nonostante le autorità inquirenti abbiano chiuso il caso ed il governo abbia più volte invitato i parenti delle vittime a rassegnarsi e ad accettare la versione ufficiale, la ferita di Ayotzinapa rimane aperta e la protesta per esigere verità e giustizia continua sia in Messico che a livello globale.

A quasi otto mesi dall’assalto narco-poliziesco ai danni degli alunni della scuola normale rurale Raul Isidro Bugos dello scorso 26 settembre, che ha provocato sei morti, 25 feriti e la sparizione forzata di 43 studenti, i familiari e i compagni dei giovani desaparecidos stanno portando avanti un’intensa campagna di controinformazione internazionale; mentre all’interno dei confini nazionali non si fermano le iniziative che chiedono al governo di riaprire il caso, e il movimento nato dall’indignazione per quella che è stata definita come l’ennesima strage di stato sta lavorando al boicottaggio delle elezioni di metà mandato del prossimo 7 giugno.

Sul fronte interno, il 26 aprile si è tenuta l’XI giornata di Azione Globale per Ayotzinapa, durante la quale si sono verificate azioni, cortei e iniziative in diverse località del Paese e del mondo. A Città del Messico, la mobilitazione è partita venerdì 24 con l’organizzazione da parte di reti studentesche e collettivi di un salto dei tornelli di massa in 43 stazioni della metropolitana, nonché con iniziative in diversi quartieri della città. Domenica, invece, la giornata si è aperta con una mobilitazione mattutina in cui centinaia di donne hanno voluto rendere visibile, insieme alla tragedia di Ayotzinapa, anche quella - sistematicamente ignorata da media e autorità competenti - delle desaparecidas, cioè delle migliaia di donne vittime di sparizione forzata, indicando nella capitale, in Chihuahua e nello Stato del Messico le entità dove la situazione è più allarmante.

Nel pomeriggio, una manifestazione aperta da una delegazione di genitori e normalisti ha sfilato per le vie del centro. Giunto all’incrocio tra Avenida Reforma e Bucarelli, uno dei più transitati della città, il corteo si è fermato e un gruppo di manifestanti, armati di pale e picconi, ha collocato in loco un “antimonumento” per ricordare che la “strage di stato” è ancora impunita. Si tratta di una scultura di metallo alta tre metri, di color rosso raffigurante un +43. La sua funzione è quella di combattere la strategia dell’oblio portata avanti dalle autorità e sostenuta dalla stampa mainstream ricordando ad automobilisti e passanti che i normalisti e le loro famiglie non accettano la versione ufficiale e sono ancora in attesa di giustizia.

Nello stato del Guerrero, quello in cui si è perpetrato il crimine di lesa umanità, diverse iniziative sono state lanciate dall’Asamblea Nacional Popular, che da ottobre coordina la protesta di decine di organizzazioni. Nella capitale Chilpancingo, una mobilitazione cui hanno partecipato, tra gli altri, il sindacato dei docenti CETEG (Coordinadora Estatal Trabajadores Educación Guerrero), il Movimiento Popular de Guerrero (MPG) e la Federación de Estudiantes Campesinos Socialistas de México (FECSM) si è conclusa con l’intervento di agenti statali e federali in assetto antisommossa, dopo che un gruppo di manifestanti ha dato fuoco a tre camion di fronte alla sede del congresso locale.

Anche nei cortei del primo maggio la solidarietà nei confronti della lotta di familiari e studenti di Ayotzinapa ha avuto un ruolo di primo piano. Le esigenze di verità e giustizia si sono mescolate con quelle delle migliaia di lavoratori che hanno riempito le strade e le piazze della capitale messicana con diversi cortei. In particolare, la delegazione di genitori ha aperto la manifestazione dei sindacati indipendenti, alla quale hanno partecipato più di 50 organizzazioni, tra cui gli elettricisti dello SME (Sindicato Mexicano de Electricistas) e i più combattivi sindacati della scuola. Oltre che in solidarietà con i normalisti, lavoratori e lavoratrici, accompagnati anche da collettivi studenteschi medi e universitari, erano in piazza per dire no alle cosiddette riforme strutturali, per chiedere aumenti salariali, migliori condizioni di lavoro, e per denunciare la persecuzione di attivisti, militanti e difensori dei diritti umani in atto in gran parte del Paese.

Durante la manifestazione, Melitón Ortega, portavoce dei genitori dei 43 studenti, ha criticato la ricostruzione dei fatti proposta dalla procura dlla repubblica (PGR), sottolineando come anche in questo caso stia trionfando l’impunità ed esigendo al governo di riaprire il caso e ampliare la linea investigativa per coinvolgere anche esercito e polizia federale. Militari e poliziotti, infatti, non sono stati indagati dagli inquirenti, i quali hanno preferito circoscrivere le indagini alla polizia locale e al clan dei Guerreros Unidos.

Secondo la versione ufficiale, presentata alla stampa lo scorso 27 gennaio dall’allora procuratore generale, Jesús Murillo Karam (in seguito sostituito da Arely Gomez), dopo essere stati fermati dagli agenti municipali su ordine dell’ex sindaco di Iguala José Abarca e di sua moglie, Maria Pineda, i 43 giovani sarebbero stati consegnati ai sicari, i quali si sarebbero in seguito occupati di ucciderli e di bruciarne i corpi all’interno della discarica di Cocula, per poi occultare le ceneri nel vicino fiume San Juan. La responsabilità della strage, dunque, ricadrebbe completamente sull’amministrazione e la polizia locali, entrambe corrotte e infiltrate dai narcos, le quali rappresenterebbero così le mele marce della situazione, salvando la faccia di autorità statali e federali. Questo, nonostante sia gli studenti sopravvissuti che diverse inchieste giornalistiche fondate su testimonianze e documenti ufficiali coincidano nel sostenere che entrambe le istituzioni, attraverso esercito e polizia federale, abbiano avuto un ruolo nell’assalto del 26 settembre.

Immediatamente rifiutata da familiari e studenti, questa versione non ha basi scientifiche e si regge quasi esclusivamente sulle dichiarazioni dei narcotrafficanti arrestati, i quali sono stati torturati durante gli interrogatori. L’ipotesi degli inquirenti, definita come “la verità storica” da Murillo, è stata messa in discussione da più fronti: dal mondo accademico a quello giornalistico, inchieste e studi hanno smentito punto per punto le conclusioni dell’indagine. Oltre agli esperti dell’EAAF, l’Equipe Argentino di Antropologi Forensi, che segue il caso per conto dei familiari delle vittime ed ha un’esperienza decennale in casi simili, anche quelli della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) hanno espresso dubbi sulla consistenza della “verità storica” della procura, chiedendo al governo di riprendere la ricerca dei giovani e di ampliare il raggio delle indagini esattamente come gridano le piazza messicane da qualche mese a questa parte.

Non essendo riusciti a trovare giustizia in Messico, il comitato dei genitori e degli studenti di Ayotzinapa ha iniziato un’intensa campagna di controinformazione internazionale per fare pressione sul governo attraverso la solidarietà e la mobilitazione dei movimenti e dei collettivi del resto del mondo. A partire da marzo sono partite diverse carovane che hanno attraversato le principali città del nuovo e del vecchio continente per contrapporre al racconto ufficiale portato avanti dalla diplomazia messicana quello del Messico reale che soffre le drammatiche conseguenze di otto anni di guerra alla droga. Una guerra che ha comportato la militarizzazione del territorio e una drastica riduzione dell’agibilità politica per movimenti e organizzazioni sociali ed ha causato oltre centomila morti e trentamila desaparecidos.

La carovana ha toccato prima di tutto Stati Uniti, Canada e diversi stati dell’America Latina, per poi dirigersi verso l’Europa dove si concluderà il prossimo 19 maggio a Londra. Durante il suo passaggio per le città europee la delegazione in rappresentanza di Ayotzinapa, formata da Eleucadio Ortega, uno dei genitori, Omar García, sopravvissuto all’attacco e portavoce del Comitato studentesco, e Román Hernández, del Centro per i Diritti Umani della Montagna Tlachinollan, ha denunciato la grave crisi dei diritti umani che si vive in Messico, sottolineando come il caso in questione non sia un’eccezione e come nel Paese sia in atto una svolta autoritaria.

Durante il tuor in Spagna, dove ieri la polizia ha impedito una manifestazione di protesta di fronte all’ambasciata messicana, la delegazione ha chiesto a movimenti e organizzazioni solidali di continuare a fare pressione sul governo e di lavorare per la “globalizzazione delle resistenze” contro la “globalizzazione della repressione”, e all’Unione europea di mettere i diritti umani prima degli interessi economici quando si tratta di accordi bilaterali. Sono molti infatti i Paesi che hanno firmato accordi su sicurezza, commercio, vendita di armi e formazione delle forze dell’ordine e che, di conseguenza, sono complici del sangue versato sul selciato messicano a causa degli abusi di forze armate e della polizia o della guerra al narco. E l’#EuroCaravana43 ha più volte messo in evidenza questa complicità.

La carovana, inoltre, si sta rivelando importante per mantenere alta l’attenzione sul caso e per fare in modo che, oltre ai movimenti, anche parlamenti, commissioni governative e organismi internazionali per la difesa dei diritti umani si pronuncino a favore delle richieste di familiari e compagni dei desaparecidos di mantenere aperto il caso, indagare esercito e polizia e continuare la ricerca dei giovani. Un altro risultato è che i media nazionali siano costretti a continuare a coprire il caso e che lo stiano facendo anche media di prestigio internazionale. Infine, le carovane stanno costruendo relazioni e ponti solidali con migliaia di individui e organizzazioni che si muovono in basso e a sinistra a livello mondiale. Una delle caratteristiche della carovana è stata infatti di non aver voluto incontrare partiti e amministrazioni, per quanto progressiste e benintenzionate sembrassero, ma di orientarsi unicamente verso realtà di resistenza e di lotta.

Sul piano politico-diplomatico vanno segnalate le difficoltà che il caso Ayotzinapa sta provocando alla firma del trattato di Sicurezza tra Germania e Messico, rallentato dalle osservazioni del commissario per i diritti umani del governo tedesco Christoph Strässer, il quale, oltre ad essersi scusato con i familiari delle vittime perché le armi usate durante la strage erano di origine tedesca, ha chiesto al proprio governo di sospendere le negoziazioni sull’accordo finché il Messico non istituirà “una strategia nazionale per la lotta contro l’impunità” e “le sparizioni forzate”.

Critiche e osservazioni all’operato del governo messicano sono arrivate, oltre che dalla già citata CIDH, anche dal Comitato contro la Sparizione Forzata dell’ONU, che ha definito il fenomeno dei desaparecidos in Messico come generalizzato e totalmente impune. Su un tema diverso ma sempre legato al rispetto dei diritti umani, va messo in evidenza anche il rapporto del relatore speciale sulla tortura delle Nazioni Unite Juan Méndez, che ha definito come sistematico e generalizzato l’uso della tortura da parte delle forze dell’ordine e militari del Paese, scatenando la reazione furiosa del governo di Peña Nieto.

Bisogna segnalare infine che, soprattutto nello stato del Guerrero ma non solo, continuano le azioni con cui il movimento sanziona i partiti e le istituzioni legate al prossimo processo elettorale. In più di un’occasione, infatti, gruppi di manifestanti hanno colpito le sedi dell’INE (Instituto Nacional Electoral) e delle principali forze politiche. L’obiettivo è quello di boicottare le elezioni di metà mandato del prossimo 7 giugno, durante le quali si rinnoveranno i congressi locali e nazionale. Durante la Seconda Convenzione Nazionale dei movimenti sociali, tenutasi nella normale di Ayotzinapa lo scorso 10 aprile, l’assemblea si è pronunciata a favore del boicottaggio elettorale, sostenendo che votare significa votare per il narcotraffico, dato il legame sempre più stretto tra i poteri dello stato e la criminalità organizzata.

Il boicottaggio, tuttavia, verrà portato avanti in ogni realtà in base ai rapporti di forza presenti sul territorio. Da questo punto di vista, gli stati in cui le elezioni potrebbero essere messe in discussione sono, oltre quello del Guerrero, quelli di Oaxaca, Chiapas e Michoacán, che condividono una forte presenza indigena e un'altrettanto forte tendenza all’autonomia e all’autogoverno. Se il caso delle comunità zapatiste è ormai mondialmente conosciuto, esistono forme di governo comunitario simili anche negli stati appena menzionati. È il caso dei municipi di Cherán e Santa Maria de Ostula nello stato del Michoacán, o di diverse comunità nello stato di Oaxaca e nello stesso Guerrero, dove alla quasi ventennale esperienza della CRAC (Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias), si sono recentemente aggiunti, proprio a partire dalla protesta per il massacro di Iguala, i Consigli Popolari Municipali che mirano a sostituire le amministrazioni municipali per seguire il cammino dell’autonomia indigena.

La lotta dei familiari dei normalisti è stata protagonista anche al seminario Il Pensiero Critico di fronte all’Idra Capitalista organizzato dall’EZLN e tenutosi in questi giorni in Chiapas. Lanciato per commemorare il maestro Galeano, zapatista ucciso da un gruppo di paramilitari il 2 maggio dell’anno scorso nel Caracol de La Realidad, e Luis Villoro, filosofo vicino agli zapatisti e sempre al fianco dei movimenti indigeni, l’incontro è servito anche per ribadire la solidarietà delle comunità autonome e degli aderenti alla Sexta zapatista nei confronti di parenti e compagni degli studenti.

La mobilitazione, per concludere, continuerà anche nelle prossime settimane: il 14 e il 15 maggio, con iniziative previste a Città del Messico, e il prossimo 26 maggio, quando si terrà la la dodicesima giornata di azione globale per Ayotzinapa.

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