Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/09/2019
Messico - Ayotzinapa, 5 anni dopo: la lotta per la verità e la giustizia continua
Sono passati cinque anni dal massacro dei 43 studenti di Ayotzinapa fatti sparire la notte del 26 settembre del 2014. Secondo la versione ufficiale del governo dell’ex presidente messicano, Enrique Peña Nieto, gli studenti sarebbero stati arrestati prima dalla polizia municipale di Iguala e poi consegnati da questi ai membri di un noto gruppo criminale della zona, i Guerreros Unidos, che li assassinò e ne bruciò i cadaveri, gettando i resti in una discarica di Cocula.
Ma il Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (GIEI), designato dalla Commissione Interamericana dei diritti umani e dai familiari degli studenti desaparecidos, rigettò questa versione, già nel 2015, mentre il nuovo presidente Andres Manuel Lopez Obradòr, appena insediato, ha emanato un decreto urgente che ha finalmente consentito di costituire una “Commissione per la verità sul caso Ayotzinapa“.
Quest’anno, il 14 agosto, cioè 43 giorni prima della sparizione, è partita una campagna sui social con l’hashtag #YoConLaVerdad e #Ayotzinapa5años ed ogni giorno, fino ad oggi, è stato dedicato ad uno dei 43 ragazzi desaparecidos.
Nonostante gli importanti impegni assunti dal presidente Obradòr, 24 accusati della scomparsa dei giovani sono stati recentemente scarcerati aggiungendosi agli altri 53 che erano già stati rimessi in libertà qualche tempo prima. Pertanto, ad oggi, sono 65 gli imputati detenuti per i fatti di Ayotzinapa. I 24 scarcerati sono poliziotti di Iguala, Cocula e Huitzuco, municipio dello stato di Guerrero, all’epoca in cui furono prelevati i 43 studenti. Il rilascio dei 24 imputati ha provocato un moto di indignazione nell’opinione pubblica messicana.
Il presidente della Commissione per la verità sul caso Ayotzinapa, Alejandro Encinas (sottosegretario di governo) ha detto senza mezzi termini che si è trattato di un “affronto alle indagini della Commissione”, perché “coinvolge la corruzione, l’incapacità e la parzialità del regime precedente, lasciando in libertà coloro che hanno depistato le indagini o commesso dei crimini”.
La Procura generale della Repubblica ha deciso di presentare ricorso contro l’ex procuratore generale, Jesús Murillo Karam, l’ex titolare dell’Agencia di Investigazione criminale, Tomás Zerón, e l’ex titolare titolare speciale del caso, José Aarón Carro.
Dal canto loro, i familiari dei 43 studenti hanno espresso forti critiche nei confronti della Procura generale per la eccessiva lentezza nelle indagini e per le scarcerazioni massicce degli imputati. Ma, soprattutto, hanno ribadito la richiesta di verità circa la responsabilità del comando militare durante il precedente governo Peña Nieto.
Hilda Legideño, una delle madri, ha dichiarato “È necessario indagare su chi ha fabbricato questa enorme bugia. Dobbiamo sapere cosa è successo veramente quel giorno. Perché fabbricare questa grande bugia che ha fatto così tanti danni?”
Santiago Aguirre, il legale dei familiari, ha precisato “Se non si procederà penalmente contro chi ha ostacolato le indagini e contro chi ha violato i diritti umani, non si romperà il muro di impunità che oggi impedisce di conoscere la verità”.
Il presidente, Lopez Obrador, ha ribadito il suo deciso impegno a fare piena luce sul massacro ed ha chiesto ufficialmente all’Esercito messicano di fornire alla Procura Generale tutte le informazioni del caso. Per Emiliano Navarrete, padre di uno dei 43 studenti desaparecidos di Aytozinapa “A quasi cinque anni dalla scomparsa dei nostri figli la ferita è ancora aperta. Non c’è pace nei nostri cuori, né nelle nostre famiglie”.
I 43 studenti desaparecidos di Ayotzinapa sono diventati, loro malgrado, il simbolo della violenza di Stato in Messico e sono ormai di evidenza pubblica la responsabilità del governo guidato dall’ex presidente Enrique Peña Nieto nello sviamento delle indagini, come messo nero su bianco della Commissione Nazionale dei Diritti Umani.
Non sono bastati quattro anni di ostacoli, lentezze e depistaggi, a tenere in piedi quella traballante verità ufficiale che attribuiva il massacro di Ayotzinapa ai cartelli della droga. Dai fatti di Iguala in poi, nelle piazze e nelle strade del Messico, è risuonato sempre più forte lo slogan “Fue El Estado!“ (È stato lo Stato!).
Ed è cresciuta la consapevolezza generale che i sistemi di potere locali e nazionali collegati al Partito Rivoluzionario Istituzionale hanno usato la così detta “guerra alla droga” per mantenere il potere in combutta con le principali organizzazioni criminali del paese. Una guerra sporca iniziata nel 2006 e che ha fatto, fino ad oggi, 200.000 morti e 40.000 desaparecidos.
Fonte
21/06/2016
Messico. Il terrorismo di stato contro i maestri non commuove l’Europa
Eppure si tratta di un episodio gravissimo, una strage da addebitare direttamente al governo del liberista Pena Nieto e ai suoi apparati repressivi. Gli stessi coinvolti nella strage degli studenti ‘normalistas’ della scuola rurale di Ayotzinapa, quando nella notte tra il 26 e il 27 settembre del 2014 decine di adolescenti che protestavano contro l’esecutivo locale e statale vennero rapiti e uccisi da esponenti delle forze di sicurezza in combutta con l’esercito e alcune bande di narcos. A neanche due anni di distanza il terrorismo di stato si è scagliato di nuovo contro il mondo della scuola, ma questa volta prendendo di mira gli insegnanti.
All’inizio i media occidentali hanno preso per buona la confusa versione di comodo diffusa dalle fonti del governo di Città del Messico, dedicando alla vicenda poche e scarne righe: ‘sconosciuti’ avrebbero aperto il fuoco contro i maestri e i poliziotti che si fronteggiavano, causando alcuni morti e feriti.
Bastavano le immagini diffuse dai media indipendenti messicani per dimostrare che a sparare sui manifestanti sono stati cecchini e agenti e che alcuni reparti di polizia avevano a disposizione anche armi di grosso calibro, e che il bilancio della strage è assai più alto di quello ammesso inizialmente dalle autorità. In totale, finora, 12 morti, un centinaio di feriti di cui alcuni gravi, 25 desaparecidos e un centinaio di arrestati.
Si parla di dieci morti solo ad Asunciòn Nochixtlan, maestri e attivisti sociali che protestavano contro il governo nello stato messicano meridionale dell’Oaxaca. Sette sono stati uccisi dagli spari domenica mattina e un’altra persona è stata uccisa da un ordigno esplosivo, ha spiegato il capo della procura di Oaxaca, Joaquin Carrillo. A queste otto vittime occorre aggiungerne altre due uccise in un episodio distinto sempre ad Asuncion Nochixtlan, quando la polizia ha sostenuto di essere stata sorpresa da un’imboscata realizzata da un gruppo armato non meglio definito dopo che gli agenti avevano smantellato alcune barricate erette dai maestri che protestano contro la ‘riforma’ dell’istruzione. Al macabro conteggio la corrispondente di TeleSur in Messico ha aggiunto un’altra vittima ad Hacienda blanca ed un’altra ancora a Juchitàn, due altre località dell’Oaxaca.
Secondo Carrillo tra i morti non ci sarebbero insegnanti, ma i sindacati dei docenti in lotta dicono il contrario, che si tratta di loro colleghi o di studenti falciati dalle pallottole sparate dai poliziotti che hanno sparato deliberatamente sulla folla.
La Commissione per la sicurezza nazionale ha inizialmente addirittura negato che gli agenti fossero armati, sostenendo che le foto diffuse dai manifestanti che li raffiguravano armati di pistole fossero “false”.
Ma quando la prima versione ufficiale non ha retto più, la polizia e le autorità hanno ammesso che a sparare sono stati gli agenti della Polizia federale, ma solo perché “provocati” dai maestri che avrebbero sparato per primi, infiltrati oltretutto da “membri di gruppi radicali”, anche in questo caso non meglio identificati.
A subire la violenza dello stato sono stati in particolare i maestri della Coordinadora Nacional de los Trabajadores de la Educaciòn (Cnte) che da mesi stanno protestando, sostenuti dagli studenti e da lavoratori di altri settori, contro le politiche neoliberiste e autoritarie del presidente e del governo del Partido Revolucionario Institucional. La protesta ha di nuovo vissuto una vampata a partire dal 15 maggio, quando la Cnte ed altre organizzazioni hanno ricominciato a realizzare presidi, marce, scioperi, blocchi stradali e occupazioni di edifici pubblici, chiedendo il ritiro della contestatissima riforma del sistema educativo che attraverso la cosiddetta ‘valutazione meritocratica’ dei lavoratori mira ad espellere migliaia di maestri non in linea e ad abbassare i salari. Naturalmente la mobilitazione interessa non solo l’Oaxaca ma tutto il territorio messicano ha visto punte altissime di partecipazione agli scioperi da parte dei docenti e degli alunni, soprattutto in Chiapas, Michoacan e Guerrero.
Gli insegnanti dicono no alla privatizzazione del sistema educativo, chiedono più finanziamenti e aumenti salariali, e chiedono anche una profonda riforma politica dello stato e delle sue istituzioni.
Prima della strage di domenica notte il governo ha cercato in tutti i modi di criminalizzare e fermare la protesta: docenti licenziati, maestri arrestati, manifestazioni caricate violentemente e disperse.
Poi, lo scorso 12 giugno, la decisione di arrestare due leader del sindacato che organizza e catalizza la protesta, Rubén Núñez Ginés e Francisco Villalobos Ricardez, rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di Hermosillo, nel nord del paese, con la infamante e falsa accusa di corruzione e appropriazione indebita. L’arresto dei due dirigenti sindacali non solo non ha fermato la protesta, ma anzi ha provocato una nuova esplosione delle mobilitazioni. Per bloccare l’arrivo della polizia federale e dei militari nelle città paralizzate dalla protesta i maestri, i lavoratori di altri comparti e numerosi studenti hanno eretto nei giorni scorsi numerose barricate attaccate con violenza dai reparti antisommossa. Poi, domenica mattina, la carneficina.
Fonte
28/09/2015
Ayotzinapa un anno dopo, "la lucha sigue"
Plaza de la Constitución piena di ombrelli sotto i quali si accalcano manifestanti più o meno fradici, e un lungo serpentone umano che nella gigantesca piazza di Città del Messico neppure riesce a mettere piede.
Quest’immagine descrive meglio di tante parole l’ottimo risultato raggiunto dalle mobilitazioni lanciate dai familiari delle vittime a un anno dalla strage di Iguala e dalla sparizione forzata dei 43 normalisti di Ayotzinapa. Un risultato non scontato, considerato il costante sforzo messo in atto in questi mesi da governo e disinformazione main-stream per spegnere il fuoco dell’indignazione popolare attraverso depistaggi, insabbiamenti e criminalizzazioni.
Sotto un cielo plumbeo ed una pioggia insistente, un corteo moltitudinario ha sfilato sabato per oltre sei ore lungo le strade della capitale a sostegno delle esigenze del comitato di genitori e compagni degli studenti della Normale Isidro Burgos, il quale, oltre a verità, giustizia e restituzione in vita dei desaparecidos, esige anche il giusto castigo per le autorità, le quali hanno cercato di ingannare il Paese con la costruzione di una verità ufficiale risultata poi essere nient’altro che una macchinazione che aveva l’unico scopo di chiudere il caso e frenare la protesta.
Aperta dai familiari delle vittime e caratterizzata da un’importante presenza giovanile, la manifestazione è partita dopo mezzogiorno dalla residenza presidenziale de Los Pinos ed ha visto la partecipazione di oltre centomila persone giunte nel Districto Federal da tutta la Repubblica. Centinaia di organizzazioni hanno contribuito al successo della mobilitazione: dai sindacati di docenti, elettricisti e minatori, agli studenti universitari e medi, passando per storiche realtà di lotta come il Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra di San Salvador Atenco o le diverse comunità aderenti al Congreso Nacional Indígena. Dall’imponente spezzone delle scuole normali rurali, a quello rumoroso e battagliero dei collettivi femministi, dagli aderenti alla Sexta zapatista alle realtà LGBT fino ad arrivare alle comunità religiose popolari. Importante, infine, la partecipazione di singoli non organizzati e famiglie, nonché l’attivismo di artisti e musicisti, i quali hanno accompagnato la protesta con canzoni, balli, poesie e performance di vario tipo.
Durante gli interventi finali, i portavoce del comitato hanno ringraziato le persone solidali in Messico e nel mondo, sottolineando che la battaglia iniziata ad Ayotzinapa deve trasformarsi in una lotta per la trasformazione del Paese. Come sostiene Vidulfo Rosales, avvocato dei familiari, le mobilitazioni nell’ambito della Giornata dell’Indignazione non sono servite solo per commemorare i 6 morti della strage e per denunciare le responsabilità delle autorità, "ma anche per chiedere giustizia per gli oltre 25 mila desaparecidos del Paese” e sostenere le comunità che si battono per difendere terra e territorio contro mega-progetti e grandi opere.
Si tratta insomma di fare in modo che “nessuna lotta resti isolata” e di unire le resistenze che si agitano sui territori per costruire un movimento di massa che possa andare al di là della protesta per la violazione sistematica dei diritti umani ed iniziare a lavorare alla trasformazione sociale; a cominciare dalla caduta del governo Peña Nieto. Per questo, di fronte alle migliaia di persone che hanno affollato il centro della capitale, Felipe de la Cruz, portavoce dei genitori degli scomparsi, ha invitato tutti e tutte a partecipare alla Convención Nacional Popular che si terrà dal 16 al 18 ottobre ad Ayotzinapa per iniziare a ragionare in questa direzione.
Cortei, sit-in e iniziative di diverso genere si sono tenute su tutto il territorio nazionale, dal Sinaloa allo Yucatán. Nel Guerrero, lo stato in cui si è verificata la strage, ci sono state manifestazioni in diverse località. La più partecipata, con oltre 10 mila persone, ha attraversato la capitale Chilpancingo, dove centinaia di manifestanti hanno lanciato pietre contro il congresso locale scontrandosi con la polizia in tenuta antisommossa. Blocchi stradali ad intermittenza sono stati segnalati sull’Autopista del Sol e sulla statale Tixtla-Chilpancingo.
In Chiapas sono state diverse le mobilitazioni solidali. Nel caracol di Oventik e in altre comunità autonome zapatiste, migliaia di basi d’appoggio hanno ricordato le vittime ed espresso il loro sostegno ai familiari a partire dalle 7 di mattina. Fuori dai loro territori, con striscioni, cartelli, altari e ceri si sono manifestati per oltre cinque ore, ribadendo che le comunità indigene ribelli sentono come propri il dolore e la rabbia dei genitori e dei compagni dei normalisti. Intorno alle 12, come raccontato da Regeneración Radio, gli zapatisti sono rientrati nei caracoles per portare avanti un evento in cui continuare “a ricordare Ayotzinapa, e anche le altre Ayotzinapa che hanno ferito il Messico de abajo” nel corso degli ultimi anni. A Tuxla Gutierrez, capitale dello stato, 10 mila tra maestri e studenti hanno affollato le strade della città; mentre si sono tenute iniziative anche a San Cristobal, Ocosingo e Tapachula.
Anche nello stato del Michoacán e in quello di Oaxaca sono state segnalate proteste assai partecipate. A Ciudad Juarez, nello stato di Chihuahua, è stato invece inaugurato un presidio permanente di fronte alla Procura Generale della Repubblica (PGR), capofila con Jesus Murillo Karam del tentativo di imporre una versione ufficiale di comodo su quanto avvenuto esattamente un anno prima a Iguala.
L’anniversario della strage è stato ricordato anche in decine di Paesi del mondo con eventi e attività di fronte a consolati ed ambasciate messicane, confermando così la natura ormai globale del movimento. Il successo della Giornata dell’Indignazione è stato sancito anche in rete, dove l’hashtag #DiaDeLaIndignacion è diventato trending topic a livello mondiale.
La mobilitazione è giunta alla fine di una settimana assai intensa per i genitori dei normalisti. Questa, infatti, era iniziata con la militarizzazione di Tixla, il municipio in cui si trova la Normale di Ayotzinapa, dove 3 mila agenti della polizia statale hanno ridotto il diritto alla libera circolazione degli abitanti con l’obiettivo di impedire al comitato di alunni e familiari di uscire dal municipio per raggiungere la capitale dello stato. I fatti più gravi si sono verificati il 22 settembre quando centinaia di celerini hanno interrotto con violenza la carovana di pullman diretta a Città del Messico ferendo sei persone.
Malgrado il cordone poliziesco, i familiari sono riusciti ad arrivare comunque nella capitale, dove, una volta piazzatisi nello Zocalo, hanno iniziato uno sciopero della fame della durata simbolica di 43 ore, accompagnato da diverse organizzazioni e persone solidali e seguito in diretta dallo streaming online di decine di radio libere e indipendenti in tutto il continente latinoamericano.
In pieno digiuno, al collettivo di Ayotzinapa è toccato l’incontro con il presidente e diversi funzionari del governo e dello stato. L’incontro era stato imposto dai familiari al governo in seguito alla pubblicazione del rapporto degli esperti indipendenti della Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), il quale aveva smentito punto per punto gli elementi a sostegno della ricostruzione dei fatti presentata dalla PGR dando un serio colpo alla credibilità di governo e autorità inquirenti.
Il rapporto del Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (GIEI) della CIDH mette in luce innanzitutto le molte irregolarità che hanno caratterizzato le indagini, come - per fare solo qualche esempio - la cancellazione di alcuni video che avevano ripreso l’aggressione ai normalisti da parte di poliziotti e pistoleros, la perdita e la distruzione di prove importanti, l’uso sistematico della tortura durante gli interrogatori dei narcos arrestati, nonché il veto posto dalle autorità perché i periti potessero interrogare i membri del XXIV battaglione fanteria di Iguala, reparto dell'esercito di stanza nella località di cui si sospetta il coinvolgimento.
Il documento, inoltre, concede sostegno scientifico alle critiche che sin dall’inizio il movimento in solidarietà con Ayotzinapa e diversi accademici avevano mosso contro quella che l’ex-procuratore della repubblica Murillo aveva definito la verità storica sul caso. Secondo questa versione, i 43 normalisti, dopo essere stati sequestrati da agenti municipali, sarebbero stati consegnati ad alcuni sicari del clan dei Guerreros Unidos, i quali avrebbero proceduto all’uccisione dei ragazzi ed alla loro successiva cremazione all’interno della discarica di Cocula, per poi gettare i resti nel vicino fiume San Juan.
Il GIEI fa praticamente a pezzi questa ricostruzione dimostrando la presenza sul campo dell’esercito e di diverse forze di polizia (statale, federale, ministeriale) oltre a quella municipale alla quale è stata accollata la responsabilità dei fatti, e negando scientificamente la possibilità che i giovani siano stati inceneriti nella discarica in questione. Insomma, la “verità storica” che per otto mesi le autorità hanno brandito come una clava contro chiunque la mettesse in discussione, è senza fondamenti scientifici, per cui viene immediatamente ribattezzata “menzogna storica”.
Un ultimo elemento da segnalare rispetto al rapporto ha a che fare con un quinto autobus che, per quanto fosse parte delle testimonianze dei sopravvissuti, è stranamente rimasto fuori dai documenti e dalle ricostruzioni ufficiali, e che potrebbe aprire una nuova pista sul movente dell’assalto armato. Il pullman in questione, secondo l’ipotesi dei periti, era pieno di droga e doveva essere utilizzato dai narcos per il trasporto della sostanza. I normalisti, a loro insaputa, avrebbero occupato il mezzo sbagliato nel momento sbagliato e per questo sarebbero stati attaccati da criminali e forze dell’ordine.
Alla luce di tutto questo l’incontro con il Presidente ovviamente non poteva che svolgersi in un'atmosfera tesa. A tutto ciò va aggiunto l’atteggiamento freddo e unilaterale del governo, il quale non ha preso posizione rispetto ai risultati offerti dallo studio del GIEI ed ha semplicemente proposto di fare una terza perizia per vedere quale tra le ipotesi formulate finora sia la più corretta. La rabbia dei familiari si deve anche al fatto che il governo non ha preso sul serio le otto richieste presentategli dal comitato, le quali vanno dal riconoscimento pubblico da parte delle autorità della legittimità della loro ricerca di giustizia, alla permanenza a tempo indeterminato del GIEI nel Paese con accettazione piena del suo rapporto e delle sue raccomandazioni, fino alla richiesta della creazione di un’unità specializzata che si occupi di riformulare le indagini con l'obiettivo di trovare gli studenti scomparsi e di fare luce sulla costruzione della “verità storica” e dei responsabili del massacro.
Dopo un anno di mobilitazione costante ed instancabile, genitori e compagni dei 46 normalisti vittime dell’operazione narco-poliziesca del 26 settembre 2014 hanno scoperchiato la situazione di violenza e impunità che regna in Messico nell’era delle riforme strutturali ad uso e consumo del grande capitale interno e internazionale, diventando un esempio di dignità e di lotta e trasformandosi in una sorta di catalizzatore del diffuso scontento che circola da anni nella società messicana.
La bella giornata di sabato ha rilanciato le ragioni del movimento, il quale ha dato così un’importante dimostrazione di forza a chi sperava che il tempo e la propaganda potessero diluire la rabbia e l’indignazione generate dalla strage. La lotta nata a partire da Ayotzinapa ha iniziato l’autunno con il piede giusto e sembra avere tutte le carte in regola per continuare a rappresentare una fastidiosa spina nel fianco per il governo, il quale, al contrario, anche a causa del rapporto del GIEI, appare sempre più in crisi di legittimità.
Fonte
Quest’immagine descrive meglio di tante parole l’ottimo risultato raggiunto dalle mobilitazioni lanciate dai familiari delle vittime a un anno dalla strage di Iguala e dalla sparizione forzata dei 43 normalisti di Ayotzinapa. Un risultato non scontato, considerato il costante sforzo messo in atto in questi mesi da governo e disinformazione main-stream per spegnere il fuoco dell’indignazione popolare attraverso depistaggi, insabbiamenti e criminalizzazioni.
Sotto un cielo plumbeo ed una pioggia insistente, un corteo moltitudinario ha sfilato sabato per oltre sei ore lungo le strade della capitale a sostegno delle esigenze del comitato di genitori e compagni degli studenti della Normale Isidro Burgos, il quale, oltre a verità, giustizia e restituzione in vita dei desaparecidos, esige anche il giusto castigo per le autorità, le quali hanno cercato di ingannare il Paese con la costruzione di una verità ufficiale risultata poi essere nient’altro che una macchinazione che aveva l’unico scopo di chiudere il caso e frenare la protesta.
Aperta dai familiari delle vittime e caratterizzata da un’importante presenza giovanile, la manifestazione è partita dopo mezzogiorno dalla residenza presidenziale de Los Pinos ed ha visto la partecipazione di oltre centomila persone giunte nel Districto Federal da tutta la Repubblica. Centinaia di organizzazioni hanno contribuito al successo della mobilitazione: dai sindacati di docenti, elettricisti e minatori, agli studenti universitari e medi, passando per storiche realtà di lotta come il Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra di San Salvador Atenco o le diverse comunità aderenti al Congreso Nacional Indígena. Dall’imponente spezzone delle scuole normali rurali, a quello rumoroso e battagliero dei collettivi femministi, dagli aderenti alla Sexta zapatista alle realtà LGBT fino ad arrivare alle comunità religiose popolari. Importante, infine, la partecipazione di singoli non organizzati e famiglie, nonché l’attivismo di artisti e musicisti, i quali hanno accompagnato la protesta con canzoni, balli, poesie e performance di vario tipo.
Durante gli interventi finali, i portavoce del comitato hanno ringraziato le persone solidali in Messico e nel mondo, sottolineando che la battaglia iniziata ad Ayotzinapa deve trasformarsi in una lotta per la trasformazione del Paese. Come sostiene Vidulfo Rosales, avvocato dei familiari, le mobilitazioni nell’ambito della Giornata dell’Indignazione non sono servite solo per commemorare i 6 morti della strage e per denunciare le responsabilità delle autorità, "ma anche per chiedere giustizia per gli oltre 25 mila desaparecidos del Paese” e sostenere le comunità che si battono per difendere terra e territorio contro mega-progetti e grandi opere.
Si tratta insomma di fare in modo che “nessuna lotta resti isolata” e di unire le resistenze che si agitano sui territori per costruire un movimento di massa che possa andare al di là della protesta per la violazione sistematica dei diritti umani ed iniziare a lavorare alla trasformazione sociale; a cominciare dalla caduta del governo Peña Nieto. Per questo, di fronte alle migliaia di persone che hanno affollato il centro della capitale, Felipe de la Cruz, portavoce dei genitori degli scomparsi, ha invitato tutti e tutte a partecipare alla Convención Nacional Popular che si terrà dal 16 al 18 ottobre ad Ayotzinapa per iniziare a ragionare in questa direzione.
Cortei, sit-in e iniziative di diverso genere si sono tenute su tutto il territorio nazionale, dal Sinaloa allo Yucatán. Nel Guerrero, lo stato in cui si è verificata la strage, ci sono state manifestazioni in diverse località. La più partecipata, con oltre 10 mila persone, ha attraversato la capitale Chilpancingo, dove centinaia di manifestanti hanno lanciato pietre contro il congresso locale scontrandosi con la polizia in tenuta antisommossa. Blocchi stradali ad intermittenza sono stati segnalati sull’Autopista del Sol e sulla statale Tixtla-Chilpancingo.
In Chiapas sono state diverse le mobilitazioni solidali. Nel caracol di Oventik e in altre comunità autonome zapatiste, migliaia di basi d’appoggio hanno ricordato le vittime ed espresso il loro sostegno ai familiari a partire dalle 7 di mattina. Fuori dai loro territori, con striscioni, cartelli, altari e ceri si sono manifestati per oltre cinque ore, ribadendo che le comunità indigene ribelli sentono come propri il dolore e la rabbia dei genitori e dei compagni dei normalisti. Intorno alle 12, come raccontato da Regeneración Radio, gli zapatisti sono rientrati nei caracoles per portare avanti un evento in cui continuare “a ricordare Ayotzinapa, e anche le altre Ayotzinapa che hanno ferito il Messico de abajo” nel corso degli ultimi anni. A Tuxla Gutierrez, capitale dello stato, 10 mila tra maestri e studenti hanno affollato le strade della città; mentre si sono tenute iniziative anche a San Cristobal, Ocosingo e Tapachula.
Anche nello stato del Michoacán e in quello di Oaxaca sono state segnalate proteste assai partecipate. A Ciudad Juarez, nello stato di Chihuahua, è stato invece inaugurato un presidio permanente di fronte alla Procura Generale della Repubblica (PGR), capofila con Jesus Murillo Karam del tentativo di imporre una versione ufficiale di comodo su quanto avvenuto esattamente un anno prima a Iguala.
L’anniversario della strage è stato ricordato anche in decine di Paesi del mondo con eventi e attività di fronte a consolati ed ambasciate messicane, confermando così la natura ormai globale del movimento. Il successo della Giornata dell’Indignazione è stato sancito anche in rete, dove l’hashtag #DiaDeLaIndignacion è diventato trending topic a livello mondiale.
La mobilitazione è giunta alla fine di una settimana assai intensa per i genitori dei normalisti. Questa, infatti, era iniziata con la militarizzazione di Tixla, il municipio in cui si trova la Normale di Ayotzinapa, dove 3 mila agenti della polizia statale hanno ridotto il diritto alla libera circolazione degli abitanti con l’obiettivo di impedire al comitato di alunni e familiari di uscire dal municipio per raggiungere la capitale dello stato. I fatti più gravi si sono verificati il 22 settembre quando centinaia di celerini hanno interrotto con violenza la carovana di pullman diretta a Città del Messico ferendo sei persone.
Malgrado il cordone poliziesco, i familiari sono riusciti ad arrivare comunque nella capitale, dove, una volta piazzatisi nello Zocalo, hanno iniziato uno sciopero della fame della durata simbolica di 43 ore, accompagnato da diverse organizzazioni e persone solidali e seguito in diretta dallo streaming online di decine di radio libere e indipendenti in tutto il continente latinoamericano.
In pieno digiuno, al collettivo di Ayotzinapa è toccato l’incontro con il presidente e diversi funzionari del governo e dello stato. L’incontro era stato imposto dai familiari al governo in seguito alla pubblicazione del rapporto degli esperti indipendenti della Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), il quale aveva smentito punto per punto gli elementi a sostegno della ricostruzione dei fatti presentata dalla PGR dando un serio colpo alla credibilità di governo e autorità inquirenti.
Il rapporto del Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (GIEI) della CIDH mette in luce innanzitutto le molte irregolarità che hanno caratterizzato le indagini, come - per fare solo qualche esempio - la cancellazione di alcuni video che avevano ripreso l’aggressione ai normalisti da parte di poliziotti e pistoleros, la perdita e la distruzione di prove importanti, l’uso sistematico della tortura durante gli interrogatori dei narcos arrestati, nonché il veto posto dalle autorità perché i periti potessero interrogare i membri del XXIV battaglione fanteria di Iguala, reparto dell'esercito di stanza nella località di cui si sospetta il coinvolgimento.
Il documento, inoltre, concede sostegno scientifico alle critiche che sin dall’inizio il movimento in solidarietà con Ayotzinapa e diversi accademici avevano mosso contro quella che l’ex-procuratore della repubblica Murillo aveva definito la verità storica sul caso. Secondo questa versione, i 43 normalisti, dopo essere stati sequestrati da agenti municipali, sarebbero stati consegnati ad alcuni sicari del clan dei Guerreros Unidos, i quali avrebbero proceduto all’uccisione dei ragazzi ed alla loro successiva cremazione all’interno della discarica di Cocula, per poi gettare i resti nel vicino fiume San Juan.
Il GIEI fa praticamente a pezzi questa ricostruzione dimostrando la presenza sul campo dell’esercito e di diverse forze di polizia (statale, federale, ministeriale) oltre a quella municipale alla quale è stata accollata la responsabilità dei fatti, e negando scientificamente la possibilità che i giovani siano stati inceneriti nella discarica in questione. Insomma, la “verità storica” che per otto mesi le autorità hanno brandito come una clava contro chiunque la mettesse in discussione, è senza fondamenti scientifici, per cui viene immediatamente ribattezzata “menzogna storica”.
Un ultimo elemento da segnalare rispetto al rapporto ha a che fare con un quinto autobus che, per quanto fosse parte delle testimonianze dei sopravvissuti, è stranamente rimasto fuori dai documenti e dalle ricostruzioni ufficiali, e che potrebbe aprire una nuova pista sul movente dell’assalto armato. Il pullman in questione, secondo l’ipotesi dei periti, era pieno di droga e doveva essere utilizzato dai narcos per il trasporto della sostanza. I normalisti, a loro insaputa, avrebbero occupato il mezzo sbagliato nel momento sbagliato e per questo sarebbero stati attaccati da criminali e forze dell’ordine.
Alla luce di tutto questo l’incontro con il Presidente ovviamente non poteva che svolgersi in un'atmosfera tesa. A tutto ciò va aggiunto l’atteggiamento freddo e unilaterale del governo, il quale non ha preso posizione rispetto ai risultati offerti dallo studio del GIEI ed ha semplicemente proposto di fare una terza perizia per vedere quale tra le ipotesi formulate finora sia la più corretta. La rabbia dei familiari si deve anche al fatto che il governo non ha preso sul serio le otto richieste presentategli dal comitato, le quali vanno dal riconoscimento pubblico da parte delle autorità della legittimità della loro ricerca di giustizia, alla permanenza a tempo indeterminato del GIEI nel Paese con accettazione piena del suo rapporto e delle sue raccomandazioni, fino alla richiesta della creazione di un’unità specializzata che si occupi di riformulare le indagini con l'obiettivo di trovare gli studenti scomparsi e di fare luce sulla costruzione della “verità storica” e dei responsabili del massacro.
Dopo un anno di mobilitazione costante ed instancabile, genitori e compagni dei 46 normalisti vittime dell’operazione narco-poliziesca del 26 settembre 2014 hanno scoperchiato la situazione di violenza e impunità che regna in Messico nell’era delle riforme strutturali ad uso e consumo del grande capitale interno e internazionale, diventando un esempio di dignità e di lotta e trasformandosi in una sorta di catalizzatore del diffuso scontento che circola da anni nella società messicana.
La bella giornata di sabato ha rilanciato le ragioni del movimento, il quale ha dato così un’importante dimostrazione di forza a chi sperava che il tempo e la propaganda potessero diluire la rabbia e l’indignazione generate dalla strage. La lotta nata a partire da Ayotzinapa ha iniziato l’autunno con il piede giusto e sembra avere tutte le carte in regola per continuare a rappresentare una fastidiosa spina nel fianco per il governo, il quale, al contrario, anche a causa del rapporto del GIEI, appare sempre più in crisi di legittimità.
Fonte
26/09/2015
Messico: proteste e sciopero della fame in nome dei 43 di Ayotzinapa
Dopo un anno di proteste e manifestazioni, anche cruente, alla fine il presidente messicano Enrique Peña Nieto ha dovuto annunciare la creazione di una squadra speciale incaricata di indagare sul caso dei 43 studenti della Escuela Normal di Ayotzinapa, nello Stato di Guerrero, scomparsi un anno fa.
Per la scomparsa dei 43 studenti, avvenuta nei pressi della cittadina di Iguala, gli inquirenti avevano in precedenza arrestato il sindaco e altri dirigenti locali. In manette sono finite anche esponenti dei narcotrafficanti Guerreros Unidos: stando a un'inchiesta federale avrebbero assassinato i giovani, che gli erano stati consegnati dalla polizia locale agli ordini del sindaco, bruciandone i corpi in una discarica. La ricostruzione tuttavia è stata contestata tanto dagli esperti internazionali inviati dalla Commissione interamericana per i diritti umani che dalle famiglie delle vittime.
La versione ufficiale diffusa dall’ex procuratore generale Murillo Karam allo scopo di placare le proteste e deviare l’attenzione dalle responsabilità degli apparati di sicurezza e del sistema politico connivente con i narcos è stata fortemente criticata e messa in dubbio da un'indagine indipendente realizzata dalla Commissione interamericana per i diritti umani, secondo la quale non c'è alcuna prova tangibile che i ragazzi siano stati bruciati in un discarica come affermato da alcuni membri dei Guerreros Unidos che tra l’altro, si è scoperto, avrebbero ‘confessato’ sotto tortura. Solo i resti carbonizzati di uno dei ragazzi sono stati identificati e la procura ha annunciato la scorsa settimana che un secondo potrebbe essere stato identificato.
Le famiglie dei ragazzi e i movimenti che chiedono verità e giustizia pretendono da tempo che si indaghi sul possibile ruolo dell’esercito, ed hanno accusato Peña Nieto di “non volersi compromettere”. Nonostante abbia appena incontrato le famiglie, il presidente “non si è impegnato ad accogliere nessuna delle nostre richieste”, ha spiegato a questo proposito Vidulfo Rosales Sierra, uno dei rappresentanti legale dei parenti delle vittime.
Prima dell’incontro con il presidente i genitori degli studenti desaparecidos hanno cominciato uno sciopero della fame della simbolica durata di 43 ore; le famiglie dei giovani scomparsi si sono riunite sotto una tenda bianca di fronte alla Cattedrale di Città del Messico nella storica piazza dello Zocalo e hanno dichiarato l'inizio della protesta. Reggendo cartelli con le foto e i nomi del loro figli, sono stati esaminati da un medico che ha verificato che potessero partecipare al digiuno. "Per 43 ore berremo solo acqua e quando incontreremo il presidente saremo a digiuno" ha spiegato Nardo Flores, il cui figlio Bernardo è tra gli scomparsi.
I genitori e gli altri studenti della scuola sopravvissuti al massacro protesteranno domani, sabato, a Città del Messico, in occasione dell'anniversario della sparizione degli studenti nella notte tra il 26 e il 27 settembre del 2014.
C’è molta apprensione nei movimenti sociali e nelle forze di opposizione per la repressione che le forze di sicurezza potrebbero scatenare domani contro i manifestanti dopo che martedì scorso la polizia ha attaccato duramente la carovana delle madri che cercava di raggiungere la capitale federale del Messico. Lunedì scorso i familiari accompagnati da numerosi attivisti solidali e studenti hanno fatto irruzione nella sede della Procura Generale del Guerrero urlando slogan contro l’impunità e le connivenze tra apparati statali e gang dei narcos.
Inoltre le forze di sicurezza hanno usato le maniere forti bloccando con la violenza e caricando i giovani che a bordo di 12 autobus intendevano raggiungere la capitale dello Stato, Chilpancingo, per manifestare. Alla fine si sono contati nove feriti.
Fonte
Per la scomparsa dei 43 studenti, avvenuta nei pressi della cittadina di Iguala, gli inquirenti avevano in precedenza arrestato il sindaco e altri dirigenti locali. In manette sono finite anche esponenti dei narcotrafficanti Guerreros Unidos: stando a un'inchiesta federale avrebbero assassinato i giovani, che gli erano stati consegnati dalla polizia locale agli ordini del sindaco, bruciandone i corpi in una discarica. La ricostruzione tuttavia è stata contestata tanto dagli esperti internazionali inviati dalla Commissione interamericana per i diritti umani che dalle famiglie delle vittime.
La versione ufficiale diffusa dall’ex procuratore generale Murillo Karam allo scopo di placare le proteste e deviare l’attenzione dalle responsabilità degli apparati di sicurezza e del sistema politico connivente con i narcos è stata fortemente criticata e messa in dubbio da un'indagine indipendente realizzata dalla Commissione interamericana per i diritti umani, secondo la quale non c'è alcuna prova tangibile che i ragazzi siano stati bruciati in un discarica come affermato da alcuni membri dei Guerreros Unidos che tra l’altro, si è scoperto, avrebbero ‘confessato’ sotto tortura. Solo i resti carbonizzati di uno dei ragazzi sono stati identificati e la procura ha annunciato la scorsa settimana che un secondo potrebbe essere stato identificato.
Le famiglie dei ragazzi e i movimenti che chiedono verità e giustizia pretendono da tempo che si indaghi sul possibile ruolo dell’esercito, ed hanno accusato Peña Nieto di “non volersi compromettere”. Nonostante abbia appena incontrato le famiglie, il presidente “non si è impegnato ad accogliere nessuna delle nostre richieste”, ha spiegato a questo proposito Vidulfo Rosales Sierra, uno dei rappresentanti legale dei parenti delle vittime.
Prima dell’incontro con il presidente i genitori degli studenti desaparecidos hanno cominciato uno sciopero della fame della simbolica durata di 43 ore; le famiglie dei giovani scomparsi si sono riunite sotto una tenda bianca di fronte alla Cattedrale di Città del Messico nella storica piazza dello Zocalo e hanno dichiarato l'inizio della protesta. Reggendo cartelli con le foto e i nomi del loro figli, sono stati esaminati da un medico che ha verificato che potessero partecipare al digiuno. "Per 43 ore berremo solo acqua e quando incontreremo il presidente saremo a digiuno" ha spiegato Nardo Flores, il cui figlio Bernardo è tra gli scomparsi.
I genitori e gli altri studenti della scuola sopravvissuti al massacro protesteranno domani, sabato, a Città del Messico, in occasione dell'anniversario della sparizione degli studenti nella notte tra il 26 e il 27 settembre del 2014.
C’è molta apprensione nei movimenti sociali e nelle forze di opposizione per la repressione che le forze di sicurezza potrebbero scatenare domani contro i manifestanti dopo che martedì scorso la polizia ha attaccato duramente la carovana delle madri che cercava di raggiungere la capitale federale del Messico. Lunedì scorso i familiari accompagnati da numerosi attivisti solidali e studenti hanno fatto irruzione nella sede della Procura Generale del Guerrero urlando slogan contro l’impunità e le connivenze tra apparati statali e gang dei narcos.
Inoltre le forze di sicurezza hanno usato le maniere forti bloccando con la violenza e caricando i giovani che a bordo di 12 autobus intendevano raggiungere la capitale dello Stato, Chilpancingo, per manifestare. Alla fine si sono contati nove feriti.
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09/09/2015
Desaparecidos di Ayotzinapa: inchiesta indipendente sbugiarda il governo, indagini riaperte
Non ci ha fatto davvero una bella figura il governo messicano e il presidente Enrique Peña Nieto, smentiti su tutta la linea da un'inchiesta indipendente sulla scomparsa dei 43 studenti della scuola normal rural di Ayotzinapa (una sorta di istituto agrario).
Secondo lo studio condotto da alcuni esperti della Commissione interamericana per i diritti umani, accreditata presso l’Organizzazione degli Stati Americani, la ricostruzione del governo che attribuisce ai narcotrafficanti il sequestro e l’uccisione degli studenti, è “scientificamente impossibile”.
Mancano infatti del tutto le prove che i 43 studenti scomparsi un anno fa a Iguala, nello Stato di Guerrero, siano stati assassinati e poi bruciati in una discarica come avrebbero teoricamente confessato sotto tortura alcuni narcos catturati dalle forze dell’ordine.
La ricostruzione ufficiale aveva lasciato molte lacune, a cominciare dal mancato ritrovamento dei cadaveri. Secondo questa versione, la notte del 26 settembre del 2014 la polizia municipale e alcuni pistoleros arrestarono i 43 giovani e ne uccisero al momento altri 6 per ordine del sindaco di Iguala e della moglie, infastiditi dalle proteste dei normalistas contro una cena elettorale. I ragazzi furono poi consegnati a membri di un potente cartello della droga locale, i Guerreros Unidos, che li uccisero e ne bruciarono i corpi, gettandoli in una vicina discarica dove però i resti non sono mai stati ritrovati.
Già qualche tempo dopo la sparizione degli studenti gli antropologi forensi argentini, facenti parte della commissione indipendente nominata dai familiari dei desaparecidos e dai movimenti sociali che si mobilitarono contro il governo, contestarono la versione ufficiale.
Le conclusioni di quella prima commissione sono state riprese e ampliate dalla Commissione interamericana dei diritti umani secondo i quali un numero così alto di cadaveri non poteva essere incenerito nella discarica indicata in così breve tempo senza che nessuno se ne accorgesse. Per distruggere i corpi degli studenti ci sarebbero volute ben 60 ore e ben 30 tonnellate di legna. Legna che nei dintorni della discarica di Cocula non c’è e non c’è mai stata.
Inoltre dalle indagini indipendenti è emerso il ruolo di complicità dell’esercito messicano nella sparizione dei ragazzi, già denunciato nei mesi scorsi dagli attivisti solidali che denunciarono nelle piazze quello che considerano un ‘crimine di stato’ invadendo e occupando anche alcune caserme. Secondo la ricostruzione i corpi sarebbero stati inceneriti all’interno proprio di una delle caserme che sorgono nei dintorni di Iguala e Ayotzinapa. Sotto accusa in particolare c’è il 27mo battaglione di fanteria, alcuni componenti dei quali si sa per certo che interrogarono quella notte alcuni degli studenti, come testimoniato dai sopravvissuti.
Il gruppo di esperti avrebbe ricostruito più efficacemente anche il motivo dell’aggressione e del rapimento degli studenti che in quei giorni si erano recati ad Iguala dalla sede della scuola per raccogliere fondi allo scopo di commemorare il massacro di giovani avvenuto a Città del Messico, in Piazza delle Tre Culture, nel 1968. I normalistas avevano ‘requisito’ cinque autobus per arrivare nella capitale, tra i quali ce ne sarebbe però stato uno usato proprio dai narcos per il trasporto della droga negli Stati Uniti. Il che avrebbe scatenato la violentissima rappresaglia delle autorità di polizia locali in combutta con i Guerreros Unidos.
Sulla base delle conclusioni, per quanto parziali, dell’inchiesta indipendente, che ricostruisce il carattere di ‘crimine di stato’ della strage, il gruppo di esperti ha inviato al governo federale messicano un esplicito invito a riaprire le indagini e ad effettuarle in maniera diversa, più rigorosa.
Intanto i familiari dei desaparecidos hanno immediatamente chiesto al presidente Peña Nieto una riunione urgente alla quale siano presenti anche i componenti del Cidh, del quale le autorità federali dovrebbero servirsi per continuare l’inchiesta fino al ritrovamento dei resti dei giovani.
Per il 23 settembre, familiari, sopravvissuti e movimenti sociali hanno annunciato uno sciopero della fame e per il 26, anniversario dei fatti di Iguala, è stata già indetta una grande marcia a Città del Messico.
Il presidente, contro cui pende una denuncia per appropriazione illecita di fondi pubblici, si è dimostrato completamente spiazzato dall’eco che le conclusioni dell’inchiesta alternativa ha generato nel paese, mentre il governo federale ha subito annunciato l’avvio di una nuova indagine. L’immagine dell’esecutivo e di Peña Nieto esce pesantemente compromessa da questa vicenda perché è evidente che ha fin da subito, attraverso l’opera dell’allora procuratore generale Jesus Murillo Karam, tentato di chiudere al più presto le indagini e di fornire all’opinione pubblica una versione di comodo e non compromettente, che non rivelasse il ruolo delle forze armate nella vicenda e i legami profondi e strutturali tra narcos e classe politica locale e federale.
Fonte
Secondo lo studio condotto da alcuni esperti della Commissione interamericana per i diritti umani, accreditata presso l’Organizzazione degli Stati Americani, la ricostruzione del governo che attribuisce ai narcotrafficanti il sequestro e l’uccisione degli studenti, è “scientificamente impossibile”.
Mancano infatti del tutto le prove che i 43 studenti scomparsi un anno fa a Iguala, nello Stato di Guerrero, siano stati assassinati e poi bruciati in una discarica come avrebbero teoricamente confessato sotto tortura alcuni narcos catturati dalle forze dell’ordine.
La ricostruzione ufficiale aveva lasciato molte lacune, a cominciare dal mancato ritrovamento dei cadaveri. Secondo questa versione, la notte del 26 settembre del 2014 la polizia municipale e alcuni pistoleros arrestarono i 43 giovani e ne uccisero al momento altri 6 per ordine del sindaco di Iguala e della moglie, infastiditi dalle proteste dei normalistas contro una cena elettorale. I ragazzi furono poi consegnati a membri di un potente cartello della droga locale, i Guerreros Unidos, che li uccisero e ne bruciarono i corpi, gettandoli in una vicina discarica dove però i resti non sono mai stati ritrovati.
Già qualche tempo dopo la sparizione degli studenti gli antropologi forensi argentini, facenti parte della commissione indipendente nominata dai familiari dei desaparecidos e dai movimenti sociali che si mobilitarono contro il governo, contestarono la versione ufficiale.
Le conclusioni di quella prima commissione sono state riprese e ampliate dalla Commissione interamericana dei diritti umani secondo i quali un numero così alto di cadaveri non poteva essere incenerito nella discarica indicata in così breve tempo senza che nessuno se ne accorgesse. Per distruggere i corpi degli studenti ci sarebbero volute ben 60 ore e ben 30 tonnellate di legna. Legna che nei dintorni della discarica di Cocula non c’è e non c’è mai stata.
Inoltre dalle indagini indipendenti è emerso il ruolo di complicità dell’esercito messicano nella sparizione dei ragazzi, già denunciato nei mesi scorsi dagli attivisti solidali che denunciarono nelle piazze quello che considerano un ‘crimine di stato’ invadendo e occupando anche alcune caserme. Secondo la ricostruzione i corpi sarebbero stati inceneriti all’interno proprio di una delle caserme che sorgono nei dintorni di Iguala e Ayotzinapa. Sotto accusa in particolare c’è il 27mo battaglione di fanteria, alcuni componenti dei quali si sa per certo che interrogarono quella notte alcuni degli studenti, come testimoniato dai sopravvissuti.
Il gruppo di esperti avrebbe ricostruito più efficacemente anche il motivo dell’aggressione e del rapimento degli studenti che in quei giorni si erano recati ad Iguala dalla sede della scuola per raccogliere fondi allo scopo di commemorare il massacro di giovani avvenuto a Città del Messico, in Piazza delle Tre Culture, nel 1968. I normalistas avevano ‘requisito’ cinque autobus per arrivare nella capitale, tra i quali ce ne sarebbe però stato uno usato proprio dai narcos per il trasporto della droga negli Stati Uniti. Il che avrebbe scatenato la violentissima rappresaglia delle autorità di polizia locali in combutta con i Guerreros Unidos.
Sulla base delle conclusioni, per quanto parziali, dell’inchiesta indipendente, che ricostruisce il carattere di ‘crimine di stato’ della strage, il gruppo di esperti ha inviato al governo federale messicano un esplicito invito a riaprire le indagini e ad effettuarle in maniera diversa, più rigorosa.
Intanto i familiari dei desaparecidos hanno immediatamente chiesto al presidente Peña Nieto una riunione urgente alla quale siano presenti anche i componenti del Cidh, del quale le autorità federali dovrebbero servirsi per continuare l’inchiesta fino al ritrovamento dei resti dei giovani.
Per il 23 settembre, familiari, sopravvissuti e movimenti sociali hanno annunciato uno sciopero della fame e per il 26, anniversario dei fatti di Iguala, è stata già indetta una grande marcia a Città del Messico.
Il presidente, contro cui pende una denuncia per appropriazione illecita di fondi pubblici, si è dimostrato completamente spiazzato dall’eco che le conclusioni dell’inchiesta alternativa ha generato nel paese, mentre il governo federale ha subito annunciato l’avvio di una nuova indagine. L’immagine dell’esecutivo e di Peña Nieto esce pesantemente compromessa da questa vicenda perché è evidente che ha fin da subito, attraverso l’opera dell’allora procuratore generale Jesus Murillo Karam, tentato di chiudere al più presto le indagini e di fornire all’opinione pubblica una versione di comodo e non compromettente, che non rivelasse il ruolo delle forze armate nella vicenda e i legami profondi e strutturali tra narcos e classe politica locale e federale.
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11/06/2015
Messico. Astensione record, Pri in difficoltà, la sorpresa Morena
Le elezioni federali intermedie di domenica scorsa hanno approfondito la crisi del partito del presidente Enrique Peña Nieto e, in generale, dei partiti tradizionali: è questa la lettura che emerge dagli editoriali e da alcuni dei commenti più interessanti apparsi ieri ed oggi sui principali quotidiani del Messico. Al di là dell’affermazione innegabile del Pri, il partito regime che governa il paese quasi ininterrottamente da nove decenni, i veri vincitori della competizione elettorale di domenica sono la sfiducia nella classe politica dimostrata dal tasso record di astensione e la volontà di un cambiamento netto che ha penalizzato i partiti storici premiando nuovi soggetti.
Al di là di alcune dichiarazioni di circostanza sulla “partecipazione superiore alle attese”, meno della metà degli 83 milioni di aventi diritto si è recata alle urne, il che vuol dire che ha votato neanche il 48% del totale. E per di più, il maggior numero di votanti si è registrato negli Stati poveri del sud, angariati dalle ingiustizie sociali, dalla violenza, dalla corruzione e dall’impunità quasi assoluta (Oaxaca, Guerrero e Chiapas), dove pure hanno funzionato le campagne di boicottaggio portate avanti da sindacati di classe e movimento sociali. Contando anche le schede nulle, quasi 48 milioni di cittadini hanno voltato la schiena ai partiti e al sistema politico dando un segnale inequivocabile.
Il sistema elettorale messicano è misto: 300 deputati sono eletti secondo il sistema maggioritario semplice e i restanti 200, secondo la proporzione del voto ai distinti partiti. Anche se il Partido Revolucionario Institucional rimane la prima forza politica statale alla Camera con circa il 30% dei suffragi e circa 200 seggi su 500 deputati federali perde una decina di seggi rispetto al precedente parlamento, e per governare dovrà ricorrere in una posizione di maggiore debolezza al sostegno dei Verdi e al piccolo partito Nueva Alianza.
Ma i segnali più forti indicano che l’elettorato è stanco della vecchia maniera di fare politica in Messico, a base di populismo e corruzione e sostanzialmente lontano dalla gente, costruito nei 90 anni di governo del Pri e continuato sostanzialmente nei due periodi di governo del Partido Acción Democrática (Pan), scissione di destra e ultraliberista del partito regime che ha applicato le stesse logiche che pure strumentalmente criticava. Il Pan degli ex presidenti Felipe Calderón e Vicente Fox ha ottenuto circa 110 rappresentanti.
Se il Pri ha subito un certo calo, non sono andati benissimo neanche i loro alleati del Pvem (Verdi di centro), che in fase di campagna sono stati sanzionati per violazione del silenzio elettorale e si sono presentati come un partito “pulito” e che “compie ciò che promette”. Gli alleati del Pri hanno ottenuto circa 45 seggi.
È invece caduta libera per il centro sinistra riunito nel Partido de la Revolución Democrática (Prd), che negli ultimi anni si è unito ad un sistema basato sulla corruzione, il clientelismo, il potere dei ras locali, l’impunità dei cartelli dei narcos e la subalternità agli interessi del grande capitale interno e delle multinazionali a stelle e strisce. Andrés Manuel López Obrador, in passato il suo leader più accreditato e popolare, candidato alle presidenziali del 2012 e se non fosse stato per i brogli probabilmente uscitone vittorioso, ha abbandonato il Prd per fondare Morena (Movimiento de Regeneración Nacional), l’unico vero trionfatore politico di domenica, insieme a “El Bronco” Jaime Rodríguez, primo governatore indipendente - cioè non affiliato ad alcun partito - della storia messicana.
“El Bronco”, ha lungamente militato nel Pri, ma ne è uscito e, da sindaco di García (nello stato di Nueva León dove ha stravinto con il 48 % delle preferenze), ha fortemente combattuto la criminalità organizzata dei “carteles” e i loro vincoli con la politica. Nessuno si aspettava una vittoria cosi contundente. Altro indizio importante che ripete quel “Basta” alla violenza e all’impunità gridato forte e chiaro in campagna elettorale. Invece la sinistra raccolta in Morena ha praticamente conquistato il Distretto Federale (Città del Messico), vincendo 11 a 3 sul Prd in termini di delegazioni municipali, mentre a livello parlamentare l’ha quasi raggiunto. Ora bisognerà capire se López Obrador vorrà e saprà raccogliere intorno a sé altri pezzi della sinistra sociale, evitando le degenerazioni e le compromissioni del Prd, per lanciare la sfida al sistema in occasione delle prossime presidenziali. Il Morena ha segnato un ottimo risultato con il 9% dei suffragi e una quarantina di seggi, ma dovrà crescere ancora se vorrà impensierire il sistema. Il Prd sembra invece affondato, avendo ottenuto solo l’11.5% dei voti a fronte del 31% che aveva ottenuto alle precedenti consultazioni.
Il presidente Enrique Peña Nieto tira il fiato, ma è in grande difficoltà politicamente, vista la sua ridotta popolarità, dovuta alla crisi economica, a scandali patrimoniali e a misure di politica economica liberista fortemente avversate ad ampi settori dell’opinione pubblica, a partire dalla privatizzazione dell’industria petrolifera. Anche la recrudescenza della violenza dei narcos e della criminalità organizzata ha pesato sulla scelta di molti elettori di non recarsi ai seggi o di scegliere liste nuove.
Inoltre, le proteste di docenti e studenti contro la riforma dell’istruzione e di alcuni movimenti sociali contro la repressione completano un quadro di grande complessità che difficilmente il governo riuscirà a disinnescare. Mentre le continue iniziative dei sopravvissuti al massacro di Iguala e i parenti dei giovani di Ayotzinapa rapiti dai poliziotti e dai narcos nel Guerrero continuano a ricordare ai popoli del Messico il vero volto del regime di Peña Nieto.
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Al di là di alcune dichiarazioni di circostanza sulla “partecipazione superiore alle attese”, meno della metà degli 83 milioni di aventi diritto si è recata alle urne, il che vuol dire che ha votato neanche il 48% del totale. E per di più, il maggior numero di votanti si è registrato negli Stati poveri del sud, angariati dalle ingiustizie sociali, dalla violenza, dalla corruzione e dall’impunità quasi assoluta (Oaxaca, Guerrero e Chiapas), dove pure hanno funzionato le campagne di boicottaggio portate avanti da sindacati di classe e movimento sociali. Contando anche le schede nulle, quasi 48 milioni di cittadini hanno voltato la schiena ai partiti e al sistema politico dando un segnale inequivocabile.
Il sistema elettorale messicano è misto: 300 deputati sono eletti secondo il sistema maggioritario semplice e i restanti 200, secondo la proporzione del voto ai distinti partiti. Anche se il Partido Revolucionario Institucional rimane la prima forza politica statale alla Camera con circa il 30% dei suffragi e circa 200 seggi su 500 deputati federali perde una decina di seggi rispetto al precedente parlamento, e per governare dovrà ricorrere in una posizione di maggiore debolezza al sostegno dei Verdi e al piccolo partito Nueva Alianza.
Ma i segnali più forti indicano che l’elettorato è stanco della vecchia maniera di fare politica in Messico, a base di populismo e corruzione e sostanzialmente lontano dalla gente, costruito nei 90 anni di governo del Pri e continuato sostanzialmente nei due periodi di governo del Partido Acción Democrática (Pan), scissione di destra e ultraliberista del partito regime che ha applicato le stesse logiche che pure strumentalmente criticava. Il Pan degli ex presidenti Felipe Calderón e Vicente Fox ha ottenuto circa 110 rappresentanti.
Se il Pri ha subito un certo calo, non sono andati benissimo neanche i loro alleati del Pvem (Verdi di centro), che in fase di campagna sono stati sanzionati per violazione del silenzio elettorale e si sono presentati come un partito “pulito” e che “compie ciò che promette”. Gli alleati del Pri hanno ottenuto circa 45 seggi.
È invece caduta libera per il centro sinistra riunito nel Partido de la Revolución Democrática (Prd), che negli ultimi anni si è unito ad un sistema basato sulla corruzione, il clientelismo, il potere dei ras locali, l’impunità dei cartelli dei narcos e la subalternità agli interessi del grande capitale interno e delle multinazionali a stelle e strisce. Andrés Manuel López Obrador, in passato il suo leader più accreditato e popolare, candidato alle presidenziali del 2012 e se non fosse stato per i brogli probabilmente uscitone vittorioso, ha abbandonato il Prd per fondare Morena (Movimiento de Regeneración Nacional), l’unico vero trionfatore politico di domenica, insieme a “El Bronco” Jaime Rodríguez, primo governatore indipendente - cioè non affiliato ad alcun partito - della storia messicana.
“El Bronco”, ha lungamente militato nel Pri, ma ne è uscito e, da sindaco di García (nello stato di Nueva León dove ha stravinto con il 48 % delle preferenze), ha fortemente combattuto la criminalità organizzata dei “carteles” e i loro vincoli con la politica. Nessuno si aspettava una vittoria cosi contundente. Altro indizio importante che ripete quel “Basta” alla violenza e all’impunità gridato forte e chiaro in campagna elettorale. Invece la sinistra raccolta in Morena ha praticamente conquistato il Distretto Federale (Città del Messico), vincendo 11 a 3 sul Prd in termini di delegazioni municipali, mentre a livello parlamentare l’ha quasi raggiunto. Ora bisognerà capire se López Obrador vorrà e saprà raccogliere intorno a sé altri pezzi della sinistra sociale, evitando le degenerazioni e le compromissioni del Prd, per lanciare la sfida al sistema in occasione delle prossime presidenziali. Il Morena ha segnato un ottimo risultato con il 9% dei suffragi e una quarantina di seggi, ma dovrà crescere ancora se vorrà impensierire il sistema. Il Prd sembra invece affondato, avendo ottenuto solo l’11.5% dei voti a fronte del 31% che aveva ottenuto alle precedenti consultazioni.
Il presidente Enrique Peña Nieto tira il fiato, ma è in grande difficoltà politicamente, vista la sua ridotta popolarità, dovuta alla crisi economica, a scandali patrimoniali e a misure di politica economica liberista fortemente avversate ad ampi settori dell’opinione pubblica, a partire dalla privatizzazione dell’industria petrolifera. Anche la recrudescenza della violenza dei narcos e della criminalità organizzata ha pesato sulla scelta di molti elettori di non recarsi ai seggi o di scegliere liste nuove.
Inoltre, le proteste di docenti e studenti contro la riforma dell’istruzione e di alcuni movimenti sociali contro la repressione completano un quadro di grande complessità che difficilmente il governo riuscirà a disinnescare. Mentre le continue iniziative dei sopravvissuti al massacro di Iguala e i parenti dei giovani di Ayotzinapa rapiti dai poliziotti e dai narcos nel Guerrero continuano a ricordare ai popoli del Messico il vero volto del regime di Peña Nieto.
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10/05/2015
Ayotzinapa, la ferita resta aperta. E non solo in Messico
Nonostante le autorità inquirenti abbiano chiuso il caso ed il governo abbia più volte invitato i parenti delle vittime a rassegnarsi e ad accettare la versione ufficiale, la ferita di Ayotzinapa rimane aperta e la protesta per esigere verità e giustizia continua sia in Messico che a livello globale.
A quasi otto mesi dall’assalto narco-poliziesco ai danni degli alunni della scuola normale rurale Raul Isidro Bugos dello scorso 26 settembre, che ha provocato sei morti, 25 feriti e la sparizione forzata di 43 studenti, i familiari e i compagni dei giovani desaparecidos stanno portando avanti un’intensa campagna di controinformazione internazionale; mentre all’interno dei confini nazionali non si fermano le iniziative che chiedono al governo di riaprire il caso, e il movimento nato dall’indignazione per quella che è stata definita come l’ennesima strage di stato sta lavorando al boicottaggio delle elezioni di metà mandato del prossimo 7 giugno.
Sul fronte interno, il 26 aprile si è tenuta l’XI giornata di Azione Globale per Ayotzinapa, durante la quale si sono verificate azioni, cortei e iniziative in diverse località del Paese e del mondo. A Città del Messico, la mobilitazione è partita venerdì 24 con l’organizzazione da parte di reti studentesche e collettivi di un salto dei tornelli di massa in 43 stazioni della metropolitana, nonché con iniziative in diversi quartieri della città. Domenica, invece, la giornata si è aperta con una mobilitazione mattutina in cui centinaia di donne hanno voluto rendere visibile, insieme alla tragedia di Ayotzinapa, anche quella - sistematicamente ignorata da media e autorità competenti - delle desaparecidas, cioè delle migliaia di donne vittime di sparizione forzata, indicando nella capitale, in Chihuahua e nello Stato del Messico le entità dove la situazione è più allarmante.
Nel pomeriggio, una manifestazione aperta da una delegazione di genitori e normalisti ha sfilato per le vie del centro. Giunto all’incrocio tra Avenida Reforma e Bucarelli, uno dei più transitati della città, il corteo si è fermato e un gruppo di manifestanti, armati di pale e picconi, ha collocato in loco un “antimonumento” per ricordare che la “strage di stato” è ancora impunita. Si tratta di una scultura di metallo alta tre metri, di color rosso raffigurante un +43. La sua funzione è quella di combattere la strategia dell’oblio portata avanti dalle autorità e sostenuta dalla stampa mainstream ricordando ad automobilisti e passanti che i normalisti e le loro famiglie non accettano la versione ufficiale e sono ancora in attesa di giustizia.
Nello stato del Guerrero, quello in cui si è perpetrato il crimine di lesa umanità, diverse iniziative sono state lanciate dall’Asamblea Nacional Popular, che da ottobre coordina la protesta di decine di organizzazioni. Nella capitale Chilpancingo, una mobilitazione cui hanno partecipato, tra gli altri, il sindacato dei docenti CETEG (Coordinadora Estatal Trabajadores Educación Guerrero), il Movimiento Popular de Guerrero (MPG) e la Federación de Estudiantes Campesinos Socialistas de México (FECSM) si è conclusa con l’intervento di agenti statali e federali in assetto antisommossa, dopo che un gruppo di manifestanti ha dato fuoco a tre camion di fronte alla sede del congresso locale.
Anche nei cortei del primo maggio la solidarietà nei confronti della lotta di familiari e studenti di Ayotzinapa ha avuto un ruolo di primo piano. Le esigenze di verità e giustizia si sono mescolate con quelle delle migliaia di lavoratori che hanno riempito le strade e le piazze della capitale messicana con diversi cortei. In particolare, la delegazione di genitori ha aperto la manifestazione dei sindacati indipendenti, alla quale hanno partecipato più di 50 organizzazioni, tra cui gli elettricisti dello SME (Sindicato Mexicano de Electricistas) e i più combattivi sindacati della scuola. Oltre che in solidarietà con i normalisti, lavoratori e lavoratrici, accompagnati anche da collettivi studenteschi medi e universitari, erano in piazza per dire no alle cosiddette riforme strutturali, per chiedere aumenti salariali, migliori condizioni di lavoro, e per denunciare la persecuzione di attivisti, militanti e difensori dei diritti umani in atto in gran parte del Paese.
Durante la manifestazione, Melitón Ortega, portavoce dei genitori dei 43 studenti, ha criticato la ricostruzione dei fatti proposta dalla procura dlla repubblica (PGR), sottolineando come anche in questo caso stia trionfando l’impunità ed esigendo al governo di riaprire il caso e ampliare la linea investigativa per coinvolgere anche esercito e polizia federale. Militari e poliziotti, infatti, non sono stati indagati dagli inquirenti, i quali hanno preferito circoscrivere le indagini alla polizia locale e al clan dei Guerreros Unidos.
Secondo la versione ufficiale, presentata alla stampa lo scorso 27 gennaio dall’allora procuratore generale, Jesús Murillo Karam (in seguito sostituito da Arely Gomez), dopo essere stati fermati dagli agenti municipali su ordine dell’ex sindaco di Iguala José Abarca e di sua moglie, Maria Pineda, i 43 giovani sarebbero stati consegnati ai sicari, i quali si sarebbero in seguito occupati di ucciderli e di bruciarne i corpi all’interno della discarica di Cocula, per poi occultare le ceneri nel vicino fiume San Juan. La responsabilità della strage, dunque, ricadrebbe completamente sull’amministrazione e la polizia locali, entrambe corrotte e infiltrate dai narcos, le quali rappresenterebbero così le mele marce della situazione, salvando la faccia di autorità statali e federali. Questo, nonostante sia gli studenti sopravvissuti che diverse inchieste giornalistiche fondate su testimonianze e documenti ufficiali coincidano nel sostenere che entrambe le istituzioni, attraverso esercito e polizia federale, abbiano avuto un ruolo nell’assalto del 26 settembre.
Immediatamente rifiutata da familiari e studenti, questa versione non ha basi scientifiche e si regge quasi esclusivamente sulle dichiarazioni dei narcotrafficanti arrestati, i quali sono stati torturati durante gli interrogatori. L’ipotesi degli inquirenti, definita come “la verità storica” da Murillo, è stata messa in discussione da più fronti: dal mondo accademico a quello giornalistico, inchieste e studi hanno smentito punto per punto le conclusioni dell’indagine. Oltre agli esperti dell’EAAF, l’Equipe Argentino di Antropologi Forensi, che segue il caso per conto dei familiari delle vittime ed ha un’esperienza decennale in casi simili, anche quelli della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) hanno espresso dubbi sulla consistenza della “verità storica” della procura, chiedendo al governo di riprendere la ricerca dei giovani e di ampliare il raggio delle indagini esattamente come gridano le piazza messicane da qualche mese a questa parte.
Non essendo riusciti a trovare giustizia in Messico, il comitato dei genitori e degli studenti di Ayotzinapa ha iniziato un’intensa campagna di controinformazione internazionale per fare pressione sul governo attraverso la solidarietà e la mobilitazione dei movimenti e dei collettivi del resto del mondo. A partire da marzo sono partite diverse carovane che hanno attraversato le principali città del nuovo e del vecchio continente per contrapporre al racconto ufficiale portato avanti dalla diplomazia messicana quello del Messico reale che soffre le drammatiche conseguenze di otto anni di guerra alla droga. Una guerra che ha comportato la militarizzazione del territorio e una drastica riduzione dell’agibilità politica per movimenti e organizzazioni sociali ed ha causato oltre centomila morti e trentamila desaparecidos.
La carovana ha toccato prima di tutto Stati Uniti, Canada e diversi stati dell’America Latina, per poi dirigersi verso l’Europa dove si concluderà il prossimo 19 maggio a Londra. Durante il suo passaggio per le città europee la delegazione in rappresentanza di Ayotzinapa, formata da Eleucadio Ortega, uno dei genitori, Omar García, sopravvissuto all’attacco e portavoce del Comitato studentesco, e Román Hernández, del Centro per i Diritti Umani della Montagna Tlachinollan, ha denunciato la grave crisi dei diritti umani che si vive in Messico, sottolineando come il caso in questione non sia un’eccezione e come nel Paese sia in atto una svolta autoritaria.
Durante il tuor in Spagna, dove ieri la polizia ha impedito una manifestazione di protesta di fronte all’ambasciata messicana, la delegazione ha chiesto a movimenti e organizzazioni solidali di continuare a fare pressione sul governo e di lavorare per la “globalizzazione delle resistenze” contro la “globalizzazione della repressione”, e all’Unione europea di mettere i diritti umani prima degli interessi economici quando si tratta di accordi bilaterali. Sono molti infatti i Paesi che hanno firmato accordi su sicurezza, commercio, vendita di armi e formazione delle forze dell’ordine e che, di conseguenza, sono complici del sangue versato sul selciato messicano a causa degli abusi di forze armate e della polizia o della guerra al narco. E l’#EuroCaravana43 ha più volte messo in evidenza questa complicità.
La carovana, inoltre, si sta rivelando importante per mantenere alta l’attenzione sul caso e per fare in modo che, oltre ai movimenti, anche parlamenti, commissioni governative e organismi internazionali per la difesa dei diritti umani si pronuncino a favore delle richieste di familiari e compagni dei desaparecidos di mantenere aperto il caso, indagare esercito e polizia e continuare la ricerca dei giovani. Un altro risultato è che i media nazionali siano costretti a continuare a coprire il caso e che lo stiano facendo anche media di prestigio internazionale. Infine, le carovane stanno costruendo relazioni e ponti solidali con migliaia di individui e organizzazioni che si muovono in basso e a sinistra a livello mondiale. Una delle caratteristiche della carovana è stata infatti di non aver voluto incontrare partiti e amministrazioni, per quanto progressiste e benintenzionate sembrassero, ma di orientarsi unicamente verso realtà di resistenza e di lotta.
Sul piano politico-diplomatico vanno segnalate le difficoltà che il caso Ayotzinapa sta provocando alla firma del trattato di Sicurezza tra Germania e Messico, rallentato dalle osservazioni del commissario per i diritti umani del governo tedesco Christoph Strässer, il quale, oltre ad essersi scusato con i familiari delle vittime perché le armi usate durante la strage erano di origine tedesca, ha chiesto al proprio governo di sospendere le negoziazioni sull’accordo finché il Messico non istituirà “una strategia nazionale per la lotta contro l’impunità” e “le sparizioni forzate”.
Critiche e osservazioni all’operato del governo messicano sono arrivate, oltre che dalla già citata CIDH, anche dal Comitato contro la Sparizione Forzata dell’ONU, che ha definito il fenomeno dei desaparecidos in Messico come generalizzato e totalmente impune. Su un tema diverso ma sempre legato al rispetto dei diritti umani, va messo in evidenza anche il rapporto del relatore speciale sulla tortura delle Nazioni Unite Juan Méndez, che ha definito come sistematico e generalizzato l’uso della tortura da parte delle forze dell’ordine e militari del Paese, scatenando la reazione furiosa del governo di Peña Nieto.
Bisogna segnalare infine che, soprattutto nello stato del Guerrero ma non solo, continuano le azioni con cui il movimento sanziona i partiti e le istituzioni legate al prossimo processo elettorale. In più di un’occasione, infatti, gruppi di manifestanti hanno colpito le sedi dell’INE (Instituto Nacional Electoral) e delle principali forze politiche. L’obiettivo è quello di boicottare le elezioni di metà mandato del prossimo 7 giugno, durante le quali si rinnoveranno i congressi locali e nazionale. Durante la Seconda Convenzione Nazionale dei movimenti sociali, tenutasi nella normale di Ayotzinapa lo scorso 10 aprile, l’assemblea si è pronunciata a favore del boicottaggio elettorale, sostenendo che votare significa votare per il narcotraffico, dato il legame sempre più stretto tra i poteri dello stato e la criminalità organizzata.
Il boicottaggio, tuttavia, verrà portato avanti in ogni realtà in base ai rapporti di forza presenti sul territorio. Da questo punto di vista, gli stati in cui le elezioni potrebbero essere messe in discussione sono, oltre quello del Guerrero, quelli di Oaxaca, Chiapas e Michoacán, che condividono una forte presenza indigena e un'altrettanto forte tendenza all’autonomia e all’autogoverno. Se il caso delle comunità zapatiste è ormai mondialmente conosciuto, esistono forme di governo comunitario simili anche negli stati appena menzionati. È il caso dei municipi di Cherán e Santa Maria de Ostula nello stato del Michoacán, o di diverse comunità nello stato di Oaxaca e nello stesso Guerrero, dove alla quasi ventennale esperienza della CRAC (Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias), si sono recentemente aggiunti, proprio a partire dalla protesta per il massacro di Iguala, i Consigli Popolari Municipali che mirano a sostituire le amministrazioni municipali per seguire il cammino dell’autonomia indigena.
La lotta dei familiari dei normalisti è stata protagonista anche al seminario Il Pensiero Critico di fronte all’Idra Capitalista organizzato dall’EZLN e tenutosi in questi giorni in Chiapas. Lanciato per commemorare il maestro Galeano, zapatista ucciso da un gruppo di paramilitari il 2 maggio dell’anno scorso nel Caracol de La Realidad, e Luis Villoro, filosofo vicino agli zapatisti e sempre al fianco dei movimenti indigeni, l’incontro è servito anche per ribadire la solidarietà delle comunità autonome e degli aderenti alla Sexta zapatista nei confronti di parenti e compagni degli studenti.
La mobilitazione, per concludere, continuerà anche nelle prossime settimane: il 14 e il 15 maggio, con iniziative previste a Città del Messico, e il prossimo 26 maggio, quando si terrà la la dodicesima giornata di azione globale per Ayotzinapa.
Fonte
30/12/2014
Messico: esercito sotto accusa per la strage di Iguala
Anche l’esercito è finito sotto indagine in merito alla scomparsa, il 26 settembre scorso, di 43 studenti della Escuela Rural di Aytozitnapa a Iguala, nello stato meridionale di Guerrero: lo ha annunciato il presidente della Commissione nazionale per i diritti umani del Messico (Cndh), Luis Raúl González.
“Abbiamo chiesto informazioni alla Segreteria della Difesa Nazionale. Stiamo cercando di sapere tutto ciò che può emergere da azioni o omissioni” ha detto il difensore civico ai giornalisti dopo un incontro con i genitori dei giovani. Gli inquirenti ritengono che i ragazzi siano stati massacrati dopo l’uccisione di sei persone, inclusi alcuni adolescenti, da parte della polizia municipale e dei narcos di un cartello della droga. Solo di recente i resti di uno degli studenti scomparsi sono stati trovati e identificati.
L’indagine verte sulle azioni militari in corso nella zona della sospetta strage il 26 settembre: “È motivata da un’esigenza legittima dei genitori, che da quella sera… non ne sanno più nulla” ha precisato González.
La Cndh sta preparando anche una raccomandazione, ma a carattere non vincolante, per il presidente Enrique Peña Nieto, dopo settimane di proteste di massa e cortei – incluso il giorno di Natale – organizzati nel Guerrero, a Città del Messico e in altre località del paese. “Alla Cndh non spetta indagare sui crimini, ma sulle violazioni dei diritti umani da parte dei militari” ha insistito González, che è alla guida dell’organismo solo dal mese scorso.
Stando alla Procura generale, più volte accusata dai familiari degli scomparsi e dalle organizzazioni sociali di voler sminuire la portata dei fatti del 26 settembre e nascondere il coinvolgimento delle istituzioni federali messicane, i militari non sarebbero coinvolti nella sparatoria, in quanto non avrebbero ricevuto l’ordine di intervenire. Tuttavia, alcuni studenti affermano di aver visto alcuni soldati e poliziotti federali sul luogo delle violenze, circostanza finora sempre negata dal governo centrale.
Fonte
“Abbiamo chiesto informazioni alla Segreteria della Difesa Nazionale. Stiamo cercando di sapere tutto ciò che può emergere da azioni o omissioni” ha detto il difensore civico ai giornalisti dopo un incontro con i genitori dei giovani. Gli inquirenti ritengono che i ragazzi siano stati massacrati dopo l’uccisione di sei persone, inclusi alcuni adolescenti, da parte della polizia municipale e dei narcos di un cartello della droga. Solo di recente i resti di uno degli studenti scomparsi sono stati trovati e identificati.
L’indagine verte sulle azioni militari in corso nella zona della sospetta strage il 26 settembre: “È motivata da un’esigenza legittima dei genitori, che da quella sera… non ne sanno più nulla” ha precisato González.
La Cndh sta preparando anche una raccomandazione, ma a carattere non vincolante, per il presidente Enrique Peña Nieto, dopo settimane di proteste di massa e cortei – incluso il giorno di Natale – organizzati nel Guerrero, a Città del Messico e in altre località del paese. “Alla Cndh non spetta indagare sui crimini, ma sulle violazioni dei diritti umani da parte dei militari” ha insistito González, che è alla guida dell’organismo solo dal mese scorso.
Stando alla Procura generale, più volte accusata dai familiari degli scomparsi e dalle organizzazioni sociali di voler sminuire la portata dei fatti del 26 settembre e nascondere il coinvolgimento delle istituzioni federali messicane, i militari non sarebbero coinvolti nella sparatoria, in quanto non avrebbero ricevuto l’ordine di intervenire. Tuttavia, alcuni studenti affermano di aver visto alcuni soldati e poliziotti federali sul luogo delle violenze, circostanza finora sempre negata dal governo centrale.
Fonte
28/12/2014
Messico: manifestazioni e assedi alle caserme a tre mesi dal massacro di Iguala
A tre mesi dai fatti di Iguala – quando poliziotti e narcos agli ordini delle autorità locali spararono contro gli studenti che manifestavano e ne rapirono 43, da allora scomparsi nel nulla – continuano le manifestazioni in tutto il Messico per chiedere verità e giustizia per i desaparecidos di Ayotzinapa.
Venerdì la manifestazione più partecipata è stata quella che ha sfilato a Città del Messico verso Piazza della Rivoluzione passando per il centro della capitale dopo esser partita dal Paseo de Reforma. In testa al corteo, all’insegna dello slogan “Se li sono portati via vivi, li ricogliamo vivi" i familiari e i compagni degli studenti “normalisti” arrivati dal Guerrero che mostravano le gigantografie delle foto dei desaparecidos, accompagnati da molti insegnanti e studenti e da delegati dei sindacati e di alcune organizzazioni politiche di sinistra.
Visibili gli spezzoni della Università Nazionale Autonoma, dell'Istituto Politecnico Nazionale, dell'Università Autonoma Metropolitana, dell'Università Autonoma di Città del Messico e dell'Istituto di Istruzione Media Superiore così come quelli dell'Organizzazione Politica del Popolo e dei Lavoratori, del Sindacato Messicano degli Elettricisti, del Coordinamento Nazionale dei Lavoratori dell'Istruzione, i contadini di San Salvador Atenco.
I genitori e i compagni delle vittime, nonostante il periodo natalizio, hanno deciso di scendere di nuovo in piazza per la quinta giornata di mobilitazione generale. “Se pensavano che saremmo rimasti con le mani in mano perché è Natale non hanno capito nulla. Se non c’è Natale per noi non ci sarà neanche per loro” ha detto uno dei promotori della manifestazione parlando dal palco collocato alle spalle del monumento all’insurrezione messicana del 1910.
I manifestanti rigettano e contestano la versione ufficiale confezionata dalla procura che mira a circoscrivere le responsabilità del massacro alle autorità locali e alla gang di narcotrafficanti dei Guerreros Unidos, lasciando fuori le connivenze e le responsabilità dirette delle istituzioni e della politica statale. Tant’è che il 24 dicembre un folto gruppo di familiari ha tentato di arrivare fino a Los Pinos, la Residenza del presidente Enrique Peña Nieto, che i dimostranti accusano esplicitamente. “Il governo non ha risposto né ha fatto nulla per risolvere il problema. Esigiamo la punizione dei colpevoli e che venga fatta giustizia” hanno affermato mentre un plotone di poliziotti impedivano loro di avvicinarsi alla sede istituzionale.
Nell’intervento finale dal palco a Città del Messico i promotori hanno lanciato un chiaro messaggio chiedendo al popolo messicano di boicottare le elezioni del 2015: “Vi chiediamo di non votare finché i nostri figli non riappariranno. Nel Guerrero sono previste elezioni l’anno prossimo ma nessun schifoso partito è degno del nostro sostegno. Non ci sarà pace finché non ce li restituiranno”.
Finora le ricerche degli scomparsi sono state infruttuose, nonostante le confessioni di alcuni dei componenti dei Guerreros Unidos, a parte il ritrovamento dei resti di uno dei 43 scomparsi, il diciannovenne Alexander Mora Venancio, confermato dai periti. Il lavoro di identificazione di altri resti trovati nelle discariche e nelle fosse indicate da alcuni dei 70 arrestati – tra politici locali, poliziotti e narcos – potrebbe durare mesi, viste le condizioni dei resti calcinati e il fatto che questi sono stati inviati ad un laboratorio di Innsbruck, in Austria, specializzato negli esami del Dna.
I familiari degli scomparsi sono molto scettici sui risultati delle indagini guidate dalla procura. “Per noi la notte del 26 settembre non è terminata. C’è solo incertezza, rabbia e disperazione. Per noi sono ancora vivi” ha detto José Luís Méndez Pérez, uno studente della Scuola Normal di Ayotzinapa scampato al massacro.
“Li andremo a cercare dove li tengono, nella più oscura delle loro caserme perché loro parteciparono al massacro, hanno oltraggiato e umiliato i ragazzi” ha denunciato uno dei portavoce del comitato.
E proprio ad Iguala, teatro dei fatti del 26 settembre, venerdì centinaia di studenti, familiari e maestri hanno prima assediato e poi fatto irruzione all’interno di una caserma dell’esercito, accusando i militari di aver partecipato all’attacco contro gli studenti o comunque di non essere intervenuti nonostante quello che stava accadendo a poche centinaia di metri dalla loro sede.
All'interno della caserma alcuni incappucciati hanno realizzato scritte e distrutto alcuni arredi prima che i militari intervenissero con lanci di gas lacrimogeni per disperdere i dimostranti.
Ieri, oltre 2.000 manifestanti hanno attaccato una guarnigione militare a Ciudad Altamirano al grido di «Assassini!». Tensione a Cancun dove la polizia ha effettuato degli arresti preventivi di persone che si stavano recando alla manifestazione.
Fonte
Venerdì la manifestazione più partecipata è stata quella che ha sfilato a Città del Messico verso Piazza della Rivoluzione passando per il centro della capitale dopo esser partita dal Paseo de Reforma. In testa al corteo, all’insegna dello slogan “Se li sono portati via vivi, li ricogliamo vivi" i familiari e i compagni degli studenti “normalisti” arrivati dal Guerrero che mostravano le gigantografie delle foto dei desaparecidos, accompagnati da molti insegnanti e studenti e da delegati dei sindacati e di alcune organizzazioni politiche di sinistra.
Visibili gli spezzoni della Università Nazionale Autonoma, dell'Istituto Politecnico Nazionale, dell'Università Autonoma Metropolitana, dell'Università Autonoma di Città del Messico e dell'Istituto di Istruzione Media Superiore così come quelli dell'Organizzazione Politica del Popolo e dei Lavoratori, del Sindacato Messicano degli Elettricisti, del Coordinamento Nazionale dei Lavoratori dell'Istruzione, i contadini di San Salvador Atenco.
I genitori e i compagni delle vittime, nonostante il periodo natalizio, hanno deciso di scendere di nuovo in piazza per la quinta giornata di mobilitazione generale. “Se pensavano che saremmo rimasti con le mani in mano perché è Natale non hanno capito nulla. Se non c’è Natale per noi non ci sarà neanche per loro” ha detto uno dei promotori della manifestazione parlando dal palco collocato alle spalle del monumento all’insurrezione messicana del 1910.
I manifestanti rigettano e contestano la versione ufficiale confezionata dalla procura che mira a circoscrivere le responsabilità del massacro alle autorità locali e alla gang di narcotrafficanti dei Guerreros Unidos, lasciando fuori le connivenze e le responsabilità dirette delle istituzioni e della politica statale. Tant’è che il 24 dicembre un folto gruppo di familiari ha tentato di arrivare fino a Los Pinos, la Residenza del presidente Enrique Peña Nieto, che i dimostranti accusano esplicitamente. “Il governo non ha risposto né ha fatto nulla per risolvere il problema. Esigiamo la punizione dei colpevoli e che venga fatta giustizia” hanno affermato mentre un plotone di poliziotti impedivano loro di avvicinarsi alla sede istituzionale.
Nell’intervento finale dal palco a Città del Messico i promotori hanno lanciato un chiaro messaggio chiedendo al popolo messicano di boicottare le elezioni del 2015: “Vi chiediamo di non votare finché i nostri figli non riappariranno. Nel Guerrero sono previste elezioni l’anno prossimo ma nessun schifoso partito è degno del nostro sostegno. Non ci sarà pace finché non ce li restituiranno”.
Finora le ricerche degli scomparsi sono state infruttuose, nonostante le confessioni di alcuni dei componenti dei Guerreros Unidos, a parte il ritrovamento dei resti di uno dei 43 scomparsi, il diciannovenne Alexander Mora Venancio, confermato dai periti. Il lavoro di identificazione di altri resti trovati nelle discariche e nelle fosse indicate da alcuni dei 70 arrestati – tra politici locali, poliziotti e narcos – potrebbe durare mesi, viste le condizioni dei resti calcinati e il fatto che questi sono stati inviati ad un laboratorio di Innsbruck, in Austria, specializzato negli esami del Dna.
I familiari degli scomparsi sono molto scettici sui risultati delle indagini guidate dalla procura. “Per noi la notte del 26 settembre non è terminata. C’è solo incertezza, rabbia e disperazione. Per noi sono ancora vivi” ha detto José Luís Méndez Pérez, uno studente della Scuola Normal di Ayotzinapa scampato al massacro.
“Li andremo a cercare dove li tengono, nella più oscura delle loro caserme perché loro parteciparono al massacro, hanno oltraggiato e umiliato i ragazzi” ha denunciato uno dei portavoce del comitato.
E proprio ad Iguala, teatro dei fatti del 26 settembre, venerdì centinaia di studenti, familiari e maestri hanno prima assediato e poi fatto irruzione all’interno di una caserma dell’esercito, accusando i militari di aver partecipato all’attacco contro gli studenti o comunque di non essere intervenuti nonostante quello che stava accadendo a poche centinaia di metri dalla loro sede.
All'interno della caserma alcuni incappucciati hanno realizzato scritte e distrutto alcuni arredi prima che i militari intervenissero con lanci di gas lacrimogeni per disperdere i dimostranti.
Ieri, oltre 2.000 manifestanti hanno attaccato una guarnigione militare a Ciudad Altamirano al grido di «Assassini!». Tensione a Cancun dove la polizia ha effettuato degli arresti preventivi di persone che si stavano recando alla manifestazione.
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11/12/2014
Messico in fiamme. Una voce dal cortile di casa degli Stati Uniti
Intervista ad Abelardo Mariña Flores, attivista politico, professore di economia politica e direttore del Dipartimento di Economia ad UAM-Azcapotzalco (Città del Messico, 4 dicembre 2014)
LP: Quali sono le cause di fondo delle uccisioni e delle sparizioni forzate degli studenti di Ayotzinapa ad Iguala?
AMF: Le cause di lungo periodo della violenza in Messico possono essere rintracciate nello stato autoritario che si è consolidato in Messico dopo il regime di Cardenas. Anche durante il boom post-bellico ed il cosiddetto miracolo messicano, la repressione dei movimenti sociali, dei lavoratori, progressisti e di sinistra è stata permanente e sistematica: ne sono esempi i movimenti di minatori, ferrovieri, lavoratori del settore elettrico, docenti della scuola pubblica, dottori e studenti. Le indagini sui massacri degli studenti del 1968 e del 1971 e sulla “sporca guerra” degli anni ’70 e ’80 contro la guerriglia urbana e rurale si sono concluse senza la persecuzione di alcun colpevole. I brogli elettorali contro le coalizioni di sinistra nel 1998, 2006 e 2012 confermano la natura autoritaria dello stato messicano. Le cause di medio periodo della violenza possono essere rintracciate nei processi di ristrutturazione neoliberale portati avanti in Messico, i quali hanno comportato non solo una guerra continua contro la popolazione per via della stagnazione economica, l’espropriazione della ricchezza pubblica, sociale e privata, una diffusa disoccupazione e precarizzazione, ma anche la consolidazione delle attività criminali come parte della quotidiana gestione dello stato. La causa di breve periodo è la cosiddetta guerra contro la droga portata avanti negli ultimi dieci anni come un elemento delle strategie contro-insurrezionali, che è sfociata nella militarizzazione del paese e nella violenza generalizzata: all’incirca 150.000 omicidi e 25.000 sparizioni, fra cui migliaia di attivisti politici e sociali.
LP: Qual è il terreno sociale delle attività criminali?
AMF: Nel paese, molti disoccupati e sottoccupati sono attratti dall’economia illegale perché privi di ogni prospettiva. Il business della droga è diventato fiorente precisamente dopo l’imposizione delle riforme neoliberali. È una vera industria, questo va compreso. L’industria della droga e industrie associate, come il traffico di esseri umani, sono parte di un business globale il cui centro deve essere cercato soprattutto nei paesi sviluppati, a cominciare dagli USA. Gli USA sono il maggiore mercato mondiale delle droghe illegali e sono anche il paese in cui questa industria si organizza a livello mondiale. Essa non può operare senza il riciclaggio di denaro, di cui si occupano le grandi banche. In Messico l’industria della droga si è sviluppata sin dalla seconda metà degli anni ’80 in competizione con la Colombia. È fiorita perché dà lavoro a livello locale, nel settore agricolo; ma anche a livello nazionale, nel commercio, nella distribuzione e nel riciclaggio. In un paese in cui non vi sono molte altre opportunità di lavoro questo è stato un settore fiorente.
LP: E poi c’è la guerra contro la droga…
AMF: La guerra contro la droga è parte di una strategia contro-insurrezionale portata avanti dagli USA non solo in Messico ma in tutto il mondo. È un pretesto per interventi militari. In Messico, alla fine degli anni ’90, il governo lanciò il “Plan Puebla Panama” con l’aiuto degli USA. In prospettiva, questo fu una dei punti d’inizio della guerra contro la droga. In termini di sicurezza, si è avuta un’ulteriore militarizzazione di questa guerra. Gli USA fanno sempre il doppio gioco: danno supporto militare alle forze di polizia e ai militari che si suppone stiano combattendo contro la droga, ma procurano armi anche ai cartelli della droga. Ciò accade anche in Colombia. Per gli USA è importante mantenere la violenza in tutto il paese perché si crea il contesto perfetto per reprimere qualsiasi tipo di attività politica militante.
LP: Negli ultimi anni, vaste aree del territorio messicano sono state concesse alle multinazionali occidentali, con profondo impatto sulle comunità rurali. Secondo te, questa è una strategia contro-insurrezionale legata a questo processo di espropriazione e resistenza nelle campagne?
AMF: Certo. Sin dai governi Salinas ci sono state alcune controriforme agrarie volte a privatizzare le terre, attaccando gli “ejido” e le forme di proprietà comunali. Le multinazionali stanno espropriando le terre sin dagli anni ’90 e questa è una delle radici del disagio sociale e politico nel paese. Le riforme del settore energetico e di quello minerario del 2013 stanno rilanciando le espropriazioni delle terre in quanto ne comportano la privatizzazione.
LP: Puoi fornire qualche precisazione sulle scuole “normales”?
AMF: Le normales furono istituite nel 1921, ma furono fortemente rilanciate negli anni ’30, sotto il governo di Cardenas. Nel contesto dello scontro con il fascismo, Cardenas sviluppò una politica di fronte popolare. Il Partito Comunista fu legalizzato in quegli anni e poteva operare apertamente, e Cardenas sviluppò quella che chiamavano un’istruzione socialista in contrasto alle forze conservatrici. Questo fu importante specialmente nelle campagne come contraltare rispetto al potere oscurantista della chiesa. L’istruzione, l’istruzione socialista, era un mezzo di contrasto alle idee di destra, e le normales conservano questo scopo. Esse erano e sono ancora incentrate sui settori più poveri della popolazione rurale e prevedono una solida formazione politica socialista.
LP: È per questo che sono state anche oggetto di specifici attacchi e repressioni?
AMF: Sì, negli anni del neoliberismo c’è stato un attacco generale all’istruzione pubblica. Lo stato ha praticamente tentato di far sparire le normales. Quasi metà di esse sono state chiuse e quelle che restano stanno combattendo per sopravvivere. Si mobilitano continuamente per via della loro formazione e dei loro contenuti politici, legati alle lotte popolari e ai movimenti sociali rurali. Ma si mobilitano in maniera permanente anche per ottenere i fondi pubblici dal governo ed evitare di sparire.
LP: Quindi tu leggi gli eventi del 26 e 27 settembre nel quadro di questo più ampio processo di criminalizzazione e repressione dei movimenti sociali?
AMF: Sì. L’altro fattore da tenere in considerazione è la simbiosi che si è avuta negli ultimi 15 anni fra potere politico e traffico di droga. Essa si è sviluppata a tutti i livelli in tutto il paese. Nelle campagne forse è più visibile perché le bande criminali locali, come gangster, vendono la protezione non solo alla gente in generale, ma anche ai funzionari del governo locale. All’inizio si tratta di una sorta di infiltrazione, ma viene il momento in cui fanno accordi bilaterali, e questa prassi si è diffusa in tutto il paese. Inoltre, crescentemente, le elezioni locali sono decise dalle bande criminali locali, i cui candidati vincono; danno loro protezione ed eliminano gli avversari politici. A turno, queste bande vengono appoggiate dalle forze di polizia nella loro lotta di competizione contro le altre bande. Questo è un fenomeno diffuso, che sicuramente è avvenuto nel Nord, in Chihuahua, Durango, Sinaloa e Tamaupalis; al Centro, in Veracruz e Jalisco; al Sud, a Oxaca e altrove, anche se non con la stessa virulenza in tutti gli stati del Messico. Ma ultimamente abbiamo assistito al quasi completo collasso dei governi degli stati per via di questa diffusa articolazione dei governi locali, basti pensare a Michoacan ed ora a Guerrero. Questa simbiosi esiste anche a livello federale. Come detto in precedenza, l’industria della droga non può esistere senza il lavaggio del denaro. E la quantità di denaro in circolazione non può essere spiegata senza il coinvolgimento delle grandi corporation e delle banche, non solo in Messico ma anche negli USA.
LP: Cosa pensi delle testimonianze riguardo il coinvolgimento dell’esercito nelle sparizioni e uccisioni in Iguala?
AMF: In questo tipo di commistioni anche l’esercito è coinvolto nella corruzione e nel traffico di droga. Le forze militari regionali e locali, anch’esse vendono la protezione a specifiche bande criminali e sono coinvolte a livello locale.
LP: Quindi pensi sia possibile che l’esercito sia intervenuto concretamente nelle uccisioni e nelle sparizioni degli studenti?
AMF: Questa è una domanda. Questa è una delle cose che vogliamo sapere. C’è un’evidenza chiara che per lo meno l’esercito fosse a conoscenza di cosa stesse accadendo agli studenti di Ayotzinapa. Le uccisioni e le sparizioni forzate hanno avuto luogo a soli cento metri di distanza dalla base militare locale. Siamo a conoscenza che i militari sapevano preventivamente ed erano presenti quando c’è stata la prima sparatoria. Invece di provare ad impedire quello che stava accadendo, hanno attaccato gli studenti ed hanno impedito i soccorsi ai feriti. Quindi l’esercito era coinvolto sicuramente. Non sappiamo se sono stati coinvolti nella sparizione degli studenti. È quello che vogliamo sapere.
LP: Chi si sta mobilitando contro lo stato?
AMF: Le mobilitazioni sono cominciate quasi immediatamente fra gli studenti. L’attacco criminale in Iguala è avvenuto nel contesto di una serie di scioperi nell’Istituto Politecnico Nazionale, uno dei più grandi istituti universitari del Messico. Questi scioperi si sono generalizzati alla fine di settembre e sono divenuti uno sciopero generale ancora in corso. Inoltre, gli studenti di Ayotzinapa stavano raccogliendo fondi per venire a Città del Messico a commemorare il massacro degli studenti del 2 ottobre 1968. Quindi c’era in corso una mobilitazione studentesca: in appoggio agli scioperi nel Politecnico e in preparazione delle commemorazioni del 2 ottobre. Quando le informazioni su Ayotzinapa hanno cominciato a filtrare, gli studenti sono stati i primi a mobilitarsi: sono cominciate immediatamente manifestazioni e richieste di rilascio dei 43 studenti scomparsi. Da allora il movimento degli studenti ha assunto la guida delle mobilitazioni. Gli studenti stanno manifestando e si stanno organizzando in tutto il paese, hanno un coordinamento inter-universitario, l’assemblea inter-universitaria, con rappresentanze di 80–90 scuole. Sono stati cruciali nell’organizzazione di tutte le proteste. Ma in aggiunta c’è stata la partecipazione di nuovi settori. In Guerrero, Chapas, Oxaca ed altri stati gli insegnati democratici del settore pubblico sono ben organizzati. L’anno scorso c’è stata una mobilitazione generale degli insegnati contro la riforma dell’istruzione elementare nel settore pubblico, che ha incluso un sit-in di 4 mesi nel Zocalo (piazza principale) di Città del Messico. Questi insegnati organizzati sono divenuti parte del movimento. Altri settori che si stanno unendo sono le organizzazioni dei contadini. Ma tutte le organizzazioni sono state indebolite da trent’anni di neoliberismo. È stata organizzata un’assemblea nazionale popolare, con incontri ad Ayotzinapa, nei quali questi gruppi hanno cominciato a concordare un più ampio piano d’azione.
LP: Qual è la posizione dei sindacati e del lavoro organizzato?
AMF: Il lavoro organizzato in Messico è molto debole. In tutti questi anni di neoliberismo in Messico è stato il settore maggiormente colpito, poiché la ristrutturazione neoliberista ha implicato la chiusura di intere industrie. È scomparsa la maggior parte delle industrie che si sono sviluppate durante la fase di industrializzazione tramite sostituzione delle importazioni; migliaia di lavoratori sono stati licenziati ed i diritti delle organizzazioni sindacali sono stati ampiamente ridotti. Tale processo è stato rafforzato dalla privatizzazione delle industrie pubbliche. Inoltre, sin dagli anni ’50 la maggior parte delle organizzazioni sindacali è stata integrata in un sistema corporativo per mezzo del partito ufficiale, subordinandole al governo. Dal momento che è stata repressa ogni forma di attivismo democratico dentro i sindacati ufficiali, ma anche al loro esterno, ci sono davvero poche organizzazioni sindacali indipendenti, per buona parte molto piccole. L’eccezione è rappresentata da alcuni sindacati universitari grandi ma non molto militanti.
LP: Ma alcuni sindacati hanno partecipato alla marcia del 20 novembre…
AMF: È vero, si tratta principalmente dei sindacati universitari, di alcuni segmenti democratici ed attivisti dei sindacati del settore pubblico ed dei residui di quelli esistenti nella compagnia elettrica che operava nel centro del Messico ed è stata chiusa quattro anni fa. C’è partecipazione, ma il movimento dei lavoratori è debole. Molti dei sindacati che hanno partecipato alle manifestazioni fanno parte di quello che noi chiamiamo il sindacalismo neo-corporativo; non sono direttamente collegati e subordinati al governo, ma sono subordinati ai padroni. Il migliore esempio è quello del sindacato della compagnia telefonica. Quando essa venne privatizzata, il sindacato chiuse un accordo con l’azienda evitando i licenziamenti. In seguito, l’azienda è cresciuta principalmente tramite il subappalto, che il sindacato ha accettato. Per cui il sindacato è stato efficiente nella difesa di salari, indennità ed occupazione dei propri iscritti, ma si è trasformato in un sindacato neo-corporativo legato alle strategie aziendali. Perciò in numerose manifestazioni il sindacato protesta contro le politiche economiche nazionali ma al contempo sostiene l’azienda e la famiglia di Carlos Slim. Questo è un chiaro esempio di neo-corporativismo.
LP: Passiamo a due questioni strettamente connesse. Qual è il tuo bilancio del movimento? Credi che si siamo di fronte a una crisi dello stato messicano?
AMF: Credo che il bilancio del movimento sia positivo. Abbiamo protestato per due mesi e la protesta si è estesa. Possiamo notare come nuovi settori si siano uniti al movimento: come accennavo prima, insegnanti, contadini, lavoratori urbani ed anche segmenti delle cosiddette classi medie. Le persone sono sempre più informate su ciò che sta succedendo nel paese. Per cui credo che sia un grande successo. Alcuni successi minori sono stati la detenzione di alcune persone (circa 60) coinvolte nei crimini di Ayotzinapa, sebbene essi non siano gli unici colpevoli, e le dimissioni del governatore di Guerrero (che ha comunque trovato un altro impiego). Ma credo che il più importante obiettivo raggiunto dal movimento sia stato quello di riuscire ad approfondire il deterioramento della legittimazione non solo dello Stato e del governo federale, ma anche dell’intero sistema politico.
Tutto ciò è strettamente connesso alla seconda domanda: sì, penso che lo Stato messicano sia in crisi, una crisi di legittimazione. La principale contraddizione è che le varie istituzioni governative e politiche non possono raccontare la verità, l’intera verità, perché se venisse condotta una vera indagine numerose persone verrebbero incriminate. Dipendenti locali, statali e federali, l’esecutivo, i poteri giudiziario e legislativo, così come l’esercito ed i leader dei principali partiti politici (PRI, PAN e PRD) sono coinvolti, con azioni o omissioni, nei fatti di Ayotzinapa, non soltanto in quegli eventi ma anche nei loro antecedenti. Le attività criminali del sindaco di Iguala (traffico di droga e uccisioni) erano risapute dalle varie autorità locali, statali e federali e dai leader dei principali partiti politici; e non hanno fatto niente. Ciò rappresenta un grosso problema per lo Stato nel suo complesso: noi vogliamo conoscere tutta la verità e chiediamo che tutte le responsabilità vengano individuate e che tutti i colpevoli siano puniti. Ma se ciò venisse realizzato, il sistema perderebbe qualsiasi credibilità. Ciò rende manifesta la crisi dello Stato dovuta al fatto che nessuna vera e completa inchiesta è possibile. È una situazione difficile. L’altra soluzione è la repressione aperta. E qui un ruolo importante lo gioca la visibilità internazionale dei crimini di Ayotzinapa e delle manifestazioni in Messico. Questa visibilità internazionale ha rappresentato il principale ostacolo ad una repressione generalizzata con uccisioni e arresti di massa che, altrimenti, il governo federale avrebbe potuto consumare.
LP: Quindi tu credi che questa sia una vera e propria crisi dello stato.
AMF: Certo, penso che siamo in presenza della crisi dello stato messicano. Ma voglio precisare che tale crisi non vuol dire necessariamente che lo stato sia debole. Interpreto questa crisi come una crisi dell’equilibrio tra violenza e consenso. L’equilibrio esistente, sebbene deteriorato negli ultimi anni, non funziona più. Le cose cambieranno di necessità. Se continuiamo a lottare, credo che possiamo spostare questo equilibrio in termini di maggiore democratizzazione, di attacco all’impunità, di conseguimento della giustizia e lotta alla violenza di stato. Sarà una lunga battaglia che potrebbe risolversi in un movimento progressivo. Tuttavia, c’è anche il rischio che possa verificarsi un cambio di equilibrio in favore della repressione aperta.
LP: Quali sono le sfide del movimento? Le questioni strategiche che dovrà affrontare?
AMF: Credo che la sfida principale sia quella relativa all’organizzazione. Non soltanto dell’organizzazione formale, ma anche di quella intellettuale e della coscienza. In Messico, come altrove, il potere dei media è fortissimo. Ma in un paese povero – in cui le persone ricevono informazione principalmente dalla TV privata e dalla radio, in cui molte persone non hanno accesso ad Internet – la popolazione non è molto informata su quanto sta accadendo. Dobbiamo coinvolgere più persone ampliando l’informazione a livello locale, nelle campagne, nei quartieri; dobbiamo discutere la congiuntura messicana in una prospettiva storica e coinvolgere la popolazione nella lotta. In Messico chiunque è stato colpito dalla violenza di stato. Ma quando non sei ben organizzato ed informato, subentra la paura, e la paura sofferta in solitudine paralizza le persone. Per cui ritengo che sia estremamente importante l’organizzazione sul piano intellettuale per mezzo dell’informazione e della discussione, insieme all’organizzazione formale del malcontento.
LP: Cosa intendi per “organizzazione formale”? Credi che ci sia una forte influenza dell’orizzontalismo nel movimento (penso in particolare all’eredità del movimento zapatista) e vedi emergere nuove forme di organizzazione?
AMF: In Messico, nonostante siano state attaccate dal neoliberismo, le espressioni tradizionali comunali di solidarietà sono ancora molto forti. Soprattutto nelle campagne ma anche nelle città abbiamo una lunga tradizione comunitaria che ancora sopravvive. Quando i lavoratori perdono il lavoro, sanno che troveranno sostengo nella propria famiglia allargata; ciò accade ovunque. Sul piano politico, inizialmente il movimento zapatista promosse un reale cambiamento, non soltanto in Messico ma su scala globale rivendicando una organizzazione politica di tipo orizzontale. Questa rivendicazione è stata molto importante come motivo di ispirazione per numerosi movimenti organizzati messicani. Lo sciopero all’UNAM di quindici anni fa, il “movimento 132” di due anni fa hanno sempre rivendicato, sebbene non sempre con successo, l’orizzontalismo come una delle loro principali caratteristiche. Direi di sì, ciò cui stiamo assistendo oggi è lo sviluppo di forme orizzontali di organizzazione, molto esplicite tra gli studenti, ma anche gli accademici si stanno muovendo su questo versante. L’idea dell’orizzontalismo come strumento di confronto con uno stato autoritario è molto diffusa. Credo che dovremmo cercare di sviluppare queste forme di organizzazione in tutti i settori, compreso il movimento operaio, che è molto debole, nelle classi medie ecc. Un importante riferimento è rappresentato dall’esperienza spagnola del movimento M15, che è stato molto forte sul piano locale, con la sua idea di orizzontalismo. Dovremmo esplorare e analizzare tutte queste forme.
Un’altra importante questione è la crisi dei partiti politici. Le riforme neo-liberiste approvate negli ultimi due anni sono state sostenute dai tre principali partiti (PRI, PAN, PRD) con quello che è stato definito il “Patto per il Messico”. Morena, il nuovo partito di sinistra che è stato appena registrato nel luglio scorso e che, quindi, non ha ancora partecipato ad alcuna elezione, ha giocato un ruolo importante con un’opposizione aperta al Governo Federale ed una critica radicale agli altri partiti. Organizzato in un anno, oggi ha più di 600.000 iscritti in tutto il paese. Se sarà capace di assumere forme orizzontali di organizzazione ed azione, Morena potrà fungere da piattaforma elettorale alternativa per il movimento sociale. Di fatto, molte persone che stanno protestando in questi giorni sono membri di Morena. Credo che l’obiettivo principale ora sia quello di sviluppare forme orizzontali di organizzazione, non della società civile in astratto, ma di settori reali (economici), segmenti di popolazione (lavoratori, studenti, donne) e regioni. Queste forze dovrebbero connettere le proprie specifiche domande in una prospettiva di più ampia trasformazione sociale e politica del Messico.
LP: Un’ultima domanda relativa alle sfide del movimento ed al suo rapporto con i partiti politici. Una delle principali tesi emerse nel movimento è che lo stato è responsabile per i crimini di Ayotzinapa e non solo. La richiesta implicita è quindi non solo per un cambiamento di governo ma per un cambiamento più radicale. Cosa ne pensi?
AMF: Il grande compito è quello di cominciare a costruire un programma alternativo, che passi attraverso un cambiamento di governo ma che affermi il bisogno di un complesso di istituzioni legali e costituzionali proiettate alla costruzione di un differente tipo di Stato. Il compito è davvero difficile perché la critica dello stato è ancora sul piano intuitivo con l’assenza di forti organizzazioni. Non sarà facile trasformare questa critica in proposte politiche. L’orizzontalismo ha i suoi vantaggi ma se ci poniamo l’obiettivo di combattere l’attuale stato, l’orizzontalismo deve anche sviluppare forme di articolazione dell’organizzazione dal livello locale a quello nazionale, e, di necessità, legarsi ai movimenti internazionali, non soltanto in termini di solidarietà ma di azione comune. Come ho già detto prima, la battaglia sarà dura e lunga, ma credo che tali questioni debbano essere affrontate il prima possibile. In parte sono già state affrontate, ma credo che la nostra lotta dovrebbe concentrarsi su una più ampia prospettiva di cambiamento sociale radicale.
Fonte
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LP: Quali sono le cause di fondo delle uccisioni e delle sparizioni forzate degli studenti di Ayotzinapa ad Iguala?
AMF: Le cause di lungo periodo della violenza in Messico possono essere rintracciate nello stato autoritario che si è consolidato in Messico dopo il regime di Cardenas. Anche durante il boom post-bellico ed il cosiddetto miracolo messicano, la repressione dei movimenti sociali, dei lavoratori, progressisti e di sinistra è stata permanente e sistematica: ne sono esempi i movimenti di minatori, ferrovieri, lavoratori del settore elettrico, docenti della scuola pubblica, dottori e studenti. Le indagini sui massacri degli studenti del 1968 e del 1971 e sulla “sporca guerra” degli anni ’70 e ’80 contro la guerriglia urbana e rurale si sono concluse senza la persecuzione di alcun colpevole. I brogli elettorali contro le coalizioni di sinistra nel 1998, 2006 e 2012 confermano la natura autoritaria dello stato messicano. Le cause di medio periodo della violenza possono essere rintracciate nei processi di ristrutturazione neoliberale portati avanti in Messico, i quali hanno comportato non solo una guerra continua contro la popolazione per via della stagnazione economica, l’espropriazione della ricchezza pubblica, sociale e privata, una diffusa disoccupazione e precarizzazione, ma anche la consolidazione delle attività criminali come parte della quotidiana gestione dello stato. La causa di breve periodo è la cosiddetta guerra contro la droga portata avanti negli ultimi dieci anni come un elemento delle strategie contro-insurrezionali, che è sfociata nella militarizzazione del paese e nella violenza generalizzata: all’incirca 150.000 omicidi e 25.000 sparizioni, fra cui migliaia di attivisti politici e sociali.
LP: Qual è il terreno sociale delle attività criminali?
AMF: Nel paese, molti disoccupati e sottoccupati sono attratti dall’economia illegale perché privi di ogni prospettiva. Il business della droga è diventato fiorente precisamente dopo l’imposizione delle riforme neoliberali. È una vera industria, questo va compreso. L’industria della droga e industrie associate, come il traffico di esseri umani, sono parte di un business globale il cui centro deve essere cercato soprattutto nei paesi sviluppati, a cominciare dagli USA. Gli USA sono il maggiore mercato mondiale delle droghe illegali e sono anche il paese in cui questa industria si organizza a livello mondiale. Essa non può operare senza il riciclaggio di denaro, di cui si occupano le grandi banche. In Messico l’industria della droga si è sviluppata sin dalla seconda metà degli anni ’80 in competizione con la Colombia. È fiorita perché dà lavoro a livello locale, nel settore agricolo; ma anche a livello nazionale, nel commercio, nella distribuzione e nel riciclaggio. In un paese in cui non vi sono molte altre opportunità di lavoro questo è stato un settore fiorente.
LP: E poi c’è la guerra contro la droga…
AMF: La guerra contro la droga è parte di una strategia contro-insurrezionale portata avanti dagli USA non solo in Messico ma in tutto il mondo. È un pretesto per interventi militari. In Messico, alla fine degli anni ’90, il governo lanciò il “Plan Puebla Panama” con l’aiuto degli USA. In prospettiva, questo fu una dei punti d’inizio della guerra contro la droga. In termini di sicurezza, si è avuta un’ulteriore militarizzazione di questa guerra. Gli USA fanno sempre il doppio gioco: danno supporto militare alle forze di polizia e ai militari che si suppone stiano combattendo contro la droga, ma procurano armi anche ai cartelli della droga. Ciò accade anche in Colombia. Per gli USA è importante mantenere la violenza in tutto il paese perché si crea il contesto perfetto per reprimere qualsiasi tipo di attività politica militante.
LP: Negli ultimi anni, vaste aree del territorio messicano sono state concesse alle multinazionali occidentali, con profondo impatto sulle comunità rurali. Secondo te, questa è una strategia contro-insurrezionale legata a questo processo di espropriazione e resistenza nelle campagne?
AMF: Certo. Sin dai governi Salinas ci sono state alcune controriforme agrarie volte a privatizzare le terre, attaccando gli “ejido” e le forme di proprietà comunali. Le multinazionali stanno espropriando le terre sin dagli anni ’90 e questa è una delle radici del disagio sociale e politico nel paese. Le riforme del settore energetico e di quello minerario del 2013 stanno rilanciando le espropriazioni delle terre in quanto ne comportano la privatizzazione.
LP: Puoi fornire qualche precisazione sulle scuole “normales”?
AMF: Le normales furono istituite nel 1921, ma furono fortemente rilanciate negli anni ’30, sotto il governo di Cardenas. Nel contesto dello scontro con il fascismo, Cardenas sviluppò una politica di fronte popolare. Il Partito Comunista fu legalizzato in quegli anni e poteva operare apertamente, e Cardenas sviluppò quella che chiamavano un’istruzione socialista in contrasto alle forze conservatrici. Questo fu importante specialmente nelle campagne come contraltare rispetto al potere oscurantista della chiesa. L’istruzione, l’istruzione socialista, era un mezzo di contrasto alle idee di destra, e le normales conservano questo scopo. Esse erano e sono ancora incentrate sui settori più poveri della popolazione rurale e prevedono una solida formazione politica socialista.
LP: È per questo che sono state anche oggetto di specifici attacchi e repressioni?
AMF: Sì, negli anni del neoliberismo c’è stato un attacco generale all’istruzione pubblica. Lo stato ha praticamente tentato di far sparire le normales. Quasi metà di esse sono state chiuse e quelle che restano stanno combattendo per sopravvivere. Si mobilitano continuamente per via della loro formazione e dei loro contenuti politici, legati alle lotte popolari e ai movimenti sociali rurali. Ma si mobilitano in maniera permanente anche per ottenere i fondi pubblici dal governo ed evitare di sparire.
LP: Quindi tu leggi gli eventi del 26 e 27 settembre nel quadro di questo più ampio processo di criminalizzazione e repressione dei movimenti sociali?
AMF: Sì. L’altro fattore da tenere in considerazione è la simbiosi che si è avuta negli ultimi 15 anni fra potere politico e traffico di droga. Essa si è sviluppata a tutti i livelli in tutto il paese. Nelle campagne forse è più visibile perché le bande criminali locali, come gangster, vendono la protezione non solo alla gente in generale, ma anche ai funzionari del governo locale. All’inizio si tratta di una sorta di infiltrazione, ma viene il momento in cui fanno accordi bilaterali, e questa prassi si è diffusa in tutto il paese. Inoltre, crescentemente, le elezioni locali sono decise dalle bande criminali locali, i cui candidati vincono; danno loro protezione ed eliminano gli avversari politici. A turno, queste bande vengono appoggiate dalle forze di polizia nella loro lotta di competizione contro le altre bande. Questo è un fenomeno diffuso, che sicuramente è avvenuto nel Nord, in Chihuahua, Durango, Sinaloa e Tamaupalis; al Centro, in Veracruz e Jalisco; al Sud, a Oxaca e altrove, anche se non con la stessa virulenza in tutti gli stati del Messico. Ma ultimamente abbiamo assistito al quasi completo collasso dei governi degli stati per via di questa diffusa articolazione dei governi locali, basti pensare a Michoacan ed ora a Guerrero. Questa simbiosi esiste anche a livello federale. Come detto in precedenza, l’industria della droga non può esistere senza il lavaggio del denaro. E la quantità di denaro in circolazione non può essere spiegata senza il coinvolgimento delle grandi corporation e delle banche, non solo in Messico ma anche negli USA.
LP: Cosa pensi delle testimonianze riguardo il coinvolgimento dell’esercito nelle sparizioni e uccisioni in Iguala?
AMF: In questo tipo di commistioni anche l’esercito è coinvolto nella corruzione e nel traffico di droga. Le forze militari regionali e locali, anch’esse vendono la protezione a specifiche bande criminali e sono coinvolte a livello locale.
LP: Quindi pensi sia possibile che l’esercito sia intervenuto concretamente nelle uccisioni e nelle sparizioni degli studenti?
AMF: Questa è una domanda. Questa è una delle cose che vogliamo sapere. C’è un’evidenza chiara che per lo meno l’esercito fosse a conoscenza di cosa stesse accadendo agli studenti di Ayotzinapa. Le uccisioni e le sparizioni forzate hanno avuto luogo a soli cento metri di distanza dalla base militare locale. Siamo a conoscenza che i militari sapevano preventivamente ed erano presenti quando c’è stata la prima sparatoria. Invece di provare ad impedire quello che stava accadendo, hanno attaccato gli studenti ed hanno impedito i soccorsi ai feriti. Quindi l’esercito era coinvolto sicuramente. Non sappiamo se sono stati coinvolti nella sparizione degli studenti. È quello che vogliamo sapere.
LP: Chi si sta mobilitando contro lo stato?
AMF: Le mobilitazioni sono cominciate quasi immediatamente fra gli studenti. L’attacco criminale in Iguala è avvenuto nel contesto di una serie di scioperi nell’Istituto Politecnico Nazionale, uno dei più grandi istituti universitari del Messico. Questi scioperi si sono generalizzati alla fine di settembre e sono divenuti uno sciopero generale ancora in corso. Inoltre, gli studenti di Ayotzinapa stavano raccogliendo fondi per venire a Città del Messico a commemorare il massacro degli studenti del 2 ottobre 1968. Quindi c’era in corso una mobilitazione studentesca: in appoggio agli scioperi nel Politecnico e in preparazione delle commemorazioni del 2 ottobre. Quando le informazioni su Ayotzinapa hanno cominciato a filtrare, gli studenti sono stati i primi a mobilitarsi: sono cominciate immediatamente manifestazioni e richieste di rilascio dei 43 studenti scomparsi. Da allora il movimento degli studenti ha assunto la guida delle mobilitazioni. Gli studenti stanno manifestando e si stanno organizzando in tutto il paese, hanno un coordinamento inter-universitario, l’assemblea inter-universitaria, con rappresentanze di 80–90 scuole. Sono stati cruciali nell’organizzazione di tutte le proteste. Ma in aggiunta c’è stata la partecipazione di nuovi settori. In Guerrero, Chapas, Oxaca ed altri stati gli insegnati democratici del settore pubblico sono ben organizzati. L’anno scorso c’è stata una mobilitazione generale degli insegnati contro la riforma dell’istruzione elementare nel settore pubblico, che ha incluso un sit-in di 4 mesi nel Zocalo (piazza principale) di Città del Messico. Questi insegnati organizzati sono divenuti parte del movimento. Altri settori che si stanno unendo sono le organizzazioni dei contadini. Ma tutte le organizzazioni sono state indebolite da trent’anni di neoliberismo. È stata organizzata un’assemblea nazionale popolare, con incontri ad Ayotzinapa, nei quali questi gruppi hanno cominciato a concordare un più ampio piano d’azione.
LP: Qual è la posizione dei sindacati e del lavoro organizzato?
AMF: Il lavoro organizzato in Messico è molto debole. In tutti questi anni di neoliberismo in Messico è stato il settore maggiormente colpito, poiché la ristrutturazione neoliberista ha implicato la chiusura di intere industrie. È scomparsa la maggior parte delle industrie che si sono sviluppate durante la fase di industrializzazione tramite sostituzione delle importazioni; migliaia di lavoratori sono stati licenziati ed i diritti delle organizzazioni sindacali sono stati ampiamente ridotti. Tale processo è stato rafforzato dalla privatizzazione delle industrie pubbliche. Inoltre, sin dagli anni ’50 la maggior parte delle organizzazioni sindacali è stata integrata in un sistema corporativo per mezzo del partito ufficiale, subordinandole al governo. Dal momento che è stata repressa ogni forma di attivismo democratico dentro i sindacati ufficiali, ma anche al loro esterno, ci sono davvero poche organizzazioni sindacali indipendenti, per buona parte molto piccole. L’eccezione è rappresentata da alcuni sindacati universitari grandi ma non molto militanti.
LP: Ma alcuni sindacati hanno partecipato alla marcia del 20 novembre…
AMF: È vero, si tratta principalmente dei sindacati universitari, di alcuni segmenti democratici ed attivisti dei sindacati del settore pubblico ed dei residui di quelli esistenti nella compagnia elettrica che operava nel centro del Messico ed è stata chiusa quattro anni fa. C’è partecipazione, ma il movimento dei lavoratori è debole. Molti dei sindacati che hanno partecipato alle manifestazioni fanno parte di quello che noi chiamiamo il sindacalismo neo-corporativo; non sono direttamente collegati e subordinati al governo, ma sono subordinati ai padroni. Il migliore esempio è quello del sindacato della compagnia telefonica. Quando essa venne privatizzata, il sindacato chiuse un accordo con l’azienda evitando i licenziamenti. In seguito, l’azienda è cresciuta principalmente tramite il subappalto, che il sindacato ha accettato. Per cui il sindacato è stato efficiente nella difesa di salari, indennità ed occupazione dei propri iscritti, ma si è trasformato in un sindacato neo-corporativo legato alle strategie aziendali. Perciò in numerose manifestazioni il sindacato protesta contro le politiche economiche nazionali ma al contempo sostiene l’azienda e la famiglia di Carlos Slim. Questo è un chiaro esempio di neo-corporativismo.
LP: Passiamo a due questioni strettamente connesse. Qual è il tuo bilancio del movimento? Credi che si siamo di fronte a una crisi dello stato messicano?
AMF: Credo che il bilancio del movimento sia positivo. Abbiamo protestato per due mesi e la protesta si è estesa. Possiamo notare come nuovi settori si siano uniti al movimento: come accennavo prima, insegnanti, contadini, lavoratori urbani ed anche segmenti delle cosiddette classi medie. Le persone sono sempre più informate su ciò che sta succedendo nel paese. Per cui credo che sia un grande successo. Alcuni successi minori sono stati la detenzione di alcune persone (circa 60) coinvolte nei crimini di Ayotzinapa, sebbene essi non siano gli unici colpevoli, e le dimissioni del governatore di Guerrero (che ha comunque trovato un altro impiego). Ma credo che il più importante obiettivo raggiunto dal movimento sia stato quello di riuscire ad approfondire il deterioramento della legittimazione non solo dello Stato e del governo federale, ma anche dell’intero sistema politico.
Tutto ciò è strettamente connesso alla seconda domanda: sì, penso che lo Stato messicano sia in crisi, una crisi di legittimazione. La principale contraddizione è che le varie istituzioni governative e politiche non possono raccontare la verità, l’intera verità, perché se venisse condotta una vera indagine numerose persone verrebbero incriminate. Dipendenti locali, statali e federali, l’esecutivo, i poteri giudiziario e legislativo, così come l’esercito ed i leader dei principali partiti politici (PRI, PAN e PRD) sono coinvolti, con azioni o omissioni, nei fatti di Ayotzinapa, non soltanto in quegli eventi ma anche nei loro antecedenti. Le attività criminali del sindaco di Iguala (traffico di droga e uccisioni) erano risapute dalle varie autorità locali, statali e federali e dai leader dei principali partiti politici; e non hanno fatto niente. Ciò rappresenta un grosso problema per lo Stato nel suo complesso: noi vogliamo conoscere tutta la verità e chiediamo che tutte le responsabilità vengano individuate e che tutti i colpevoli siano puniti. Ma se ciò venisse realizzato, il sistema perderebbe qualsiasi credibilità. Ciò rende manifesta la crisi dello Stato dovuta al fatto che nessuna vera e completa inchiesta è possibile. È una situazione difficile. L’altra soluzione è la repressione aperta. E qui un ruolo importante lo gioca la visibilità internazionale dei crimini di Ayotzinapa e delle manifestazioni in Messico. Questa visibilità internazionale ha rappresentato il principale ostacolo ad una repressione generalizzata con uccisioni e arresti di massa che, altrimenti, il governo federale avrebbe potuto consumare.
LP: Quindi tu credi che questa sia una vera e propria crisi dello stato.
AMF: Certo, penso che siamo in presenza della crisi dello stato messicano. Ma voglio precisare che tale crisi non vuol dire necessariamente che lo stato sia debole. Interpreto questa crisi come una crisi dell’equilibrio tra violenza e consenso. L’equilibrio esistente, sebbene deteriorato negli ultimi anni, non funziona più. Le cose cambieranno di necessità. Se continuiamo a lottare, credo che possiamo spostare questo equilibrio in termini di maggiore democratizzazione, di attacco all’impunità, di conseguimento della giustizia e lotta alla violenza di stato. Sarà una lunga battaglia che potrebbe risolversi in un movimento progressivo. Tuttavia, c’è anche il rischio che possa verificarsi un cambio di equilibrio in favore della repressione aperta.
LP: Quali sono le sfide del movimento? Le questioni strategiche che dovrà affrontare?
AMF: Credo che la sfida principale sia quella relativa all’organizzazione. Non soltanto dell’organizzazione formale, ma anche di quella intellettuale e della coscienza. In Messico, come altrove, il potere dei media è fortissimo. Ma in un paese povero – in cui le persone ricevono informazione principalmente dalla TV privata e dalla radio, in cui molte persone non hanno accesso ad Internet – la popolazione non è molto informata su quanto sta accadendo. Dobbiamo coinvolgere più persone ampliando l’informazione a livello locale, nelle campagne, nei quartieri; dobbiamo discutere la congiuntura messicana in una prospettiva storica e coinvolgere la popolazione nella lotta. In Messico chiunque è stato colpito dalla violenza di stato. Ma quando non sei ben organizzato ed informato, subentra la paura, e la paura sofferta in solitudine paralizza le persone. Per cui ritengo che sia estremamente importante l’organizzazione sul piano intellettuale per mezzo dell’informazione e della discussione, insieme all’organizzazione formale del malcontento.
LP: Cosa intendi per “organizzazione formale”? Credi che ci sia una forte influenza dell’orizzontalismo nel movimento (penso in particolare all’eredità del movimento zapatista) e vedi emergere nuove forme di organizzazione?
AMF: In Messico, nonostante siano state attaccate dal neoliberismo, le espressioni tradizionali comunali di solidarietà sono ancora molto forti. Soprattutto nelle campagne ma anche nelle città abbiamo una lunga tradizione comunitaria che ancora sopravvive. Quando i lavoratori perdono il lavoro, sanno che troveranno sostengo nella propria famiglia allargata; ciò accade ovunque. Sul piano politico, inizialmente il movimento zapatista promosse un reale cambiamento, non soltanto in Messico ma su scala globale rivendicando una organizzazione politica di tipo orizzontale. Questa rivendicazione è stata molto importante come motivo di ispirazione per numerosi movimenti organizzati messicani. Lo sciopero all’UNAM di quindici anni fa, il “movimento 132” di due anni fa hanno sempre rivendicato, sebbene non sempre con successo, l’orizzontalismo come una delle loro principali caratteristiche. Direi di sì, ciò cui stiamo assistendo oggi è lo sviluppo di forme orizzontali di organizzazione, molto esplicite tra gli studenti, ma anche gli accademici si stanno muovendo su questo versante. L’idea dell’orizzontalismo come strumento di confronto con uno stato autoritario è molto diffusa. Credo che dovremmo cercare di sviluppare queste forme di organizzazione in tutti i settori, compreso il movimento operaio, che è molto debole, nelle classi medie ecc. Un importante riferimento è rappresentato dall’esperienza spagnola del movimento M15, che è stato molto forte sul piano locale, con la sua idea di orizzontalismo. Dovremmo esplorare e analizzare tutte queste forme.
Un’altra importante questione è la crisi dei partiti politici. Le riforme neo-liberiste approvate negli ultimi due anni sono state sostenute dai tre principali partiti (PRI, PAN, PRD) con quello che è stato definito il “Patto per il Messico”. Morena, il nuovo partito di sinistra che è stato appena registrato nel luglio scorso e che, quindi, non ha ancora partecipato ad alcuna elezione, ha giocato un ruolo importante con un’opposizione aperta al Governo Federale ed una critica radicale agli altri partiti. Organizzato in un anno, oggi ha più di 600.000 iscritti in tutto il paese. Se sarà capace di assumere forme orizzontali di organizzazione ed azione, Morena potrà fungere da piattaforma elettorale alternativa per il movimento sociale. Di fatto, molte persone che stanno protestando in questi giorni sono membri di Morena. Credo che l’obiettivo principale ora sia quello di sviluppare forme orizzontali di organizzazione, non della società civile in astratto, ma di settori reali (economici), segmenti di popolazione (lavoratori, studenti, donne) e regioni. Queste forze dovrebbero connettere le proprie specifiche domande in una prospettiva di più ampia trasformazione sociale e politica del Messico.
LP: Un’ultima domanda relativa alle sfide del movimento ed al suo rapporto con i partiti politici. Una delle principali tesi emerse nel movimento è che lo stato è responsabile per i crimini di Ayotzinapa e non solo. La richiesta implicita è quindi non solo per un cambiamento di governo ma per un cambiamento più radicale. Cosa ne pensi?
AMF: Il grande compito è quello di cominciare a costruire un programma alternativo, che passi attraverso un cambiamento di governo ma che affermi il bisogno di un complesso di istituzioni legali e costituzionali proiettate alla costruzione di un differente tipo di Stato. Il compito è davvero difficile perché la critica dello stato è ancora sul piano intuitivo con l’assenza di forti organizzazioni. Non sarà facile trasformare questa critica in proposte politiche. L’orizzontalismo ha i suoi vantaggi ma se ci poniamo l’obiettivo di combattere l’attuale stato, l’orizzontalismo deve anche sviluppare forme di articolazione dell’organizzazione dal livello locale a quello nazionale, e, di necessità, legarsi ai movimenti internazionali, non soltanto in termini di solidarietà ma di azione comune. Come ho già detto prima, la battaglia sarà dura e lunga, ma credo che tali questioni debbano essere affrontate il prima possibile. In parte sono già state affrontate, ma credo che la nostra lotta dovrebbe concentrarsi su una più ampia prospettiva di cambiamento sociale radicale.
Fonte
07/12/2014
Messico in piazza contro il terrorismo di stato. Trovati i resti di uno studente di Ayotzinapa
La notizia dell’identificazione dei resti del diciannovenne Alexander Mora Valencia, uno dei 43 normalisti desaparecidos il 27 settembre scorso ad Iguala, è arrivata proprio nel corso dell’ennesima giornata di mobilitazione per esigere giustizia per gli studenti di Ayotzinapa e le dimissioni del presidente Peña Nieto, tingendo di lutto la protesta che ha nuovamente movimentato le piazze messicane in una data per niente casuale: il 6 dicembre, ovvero il centesimo anniversario della presa di Città del Messico da parte dell’Ejercito Libertador del Sur di Emiliano Zapata e della División del Norte di Francisco Villa.
La notizia della morte di Alexander è stata confermata anche dal gruppo di antropologi forensi argentini che lo hanno comunicato ai genitori delle vittime nel tardo pomeriggio di venerdì, sostenendo che gli esami genetici hanno confermato che il frammento osseo ed il dente contenuti all’interno della borsa ritrovata nel fiume San Juan nei pressi della discarica di Cocula appartengono al ragazzo. I periti hanno inoltre comunicato che sono ancora in attesa dei risultati delle analisi di altri 17 campioni.
Secondo quanto hanno raccontato alla stampa da Ezequiel Mora Chora, padre del ragazzo, e Vidulfo Rosales, avvocato dei familiari e presidente del Centro de Derechos Humanos de la Montaña de Tlachinolla, governo e periti erano al corrente dei risultati delle analisi da un paio di giorni, e questo avrebbe giustificato le recenti dichiarazioni del presidente che, nei giorni scorsi, dopo aver cercato inutilmente di impossessarsi dello slogan ‘Ayotzinapa somos todos’, aveva invitato i familiari delle vittime e coloro che protestano in tutto il paese a superare il lutto e il dolore per la strage e a fare un passo avanti per ritornare alla normalità. Il che ha provocato reazioni indignate da parte di diversi settori della società, arrabbiati per il tentativo di minimizzazione messo in opera da Peña Nieto.
Ezequiel Mora e Vidulfo Rosales, inoltre, hanno espresso dubbi rispetto al posto in cui la versione ufficiale sostiene di aver trovato i resti in questione, dichiarando che, durante l’operazione della procura generale della repubblica (PGR) nella discarica di Cocula, ai forensi argentini non era stato permesso l’accesso, per cui il sospetto che inquirenti e governo abbiano semplicemente fretta di chiudere il caso per cercare di smobilitare la protesta resta ancora forte e, di conseguenza, familiari e Unión de Pueblos y Organizaciones del Estado de Guerrero (UPOEG) continueranno a cercare vivi gli altri 42 normalisti. Il padre di Alexander ha infine rivolto un appello alla società messicana perché non spenga la richiesta di giustizia per Ayotzinapa.
Rispetto alle mobilitazioni, che anche in quest’occasione hanno avuto un rilievo internazionale, pare proprio che la strategia del terrore portata avanti da governo e polizia durante le ultime settimane non abbia intimidito gli uomini e le donne che da un paio di mesi denunciano la strage e le sparizioni di stato e che, con lo slogan “fuera Peña!”, stanno indicando un chiaro desiderio di rottura all’interno della realtà politica messicana.
La capitale del paese ha di nuovo visto sfilare una imponente manifestazione. A partire dalle 16, migliaia di persone hanno inondato Paseo de la Reforma, il lungo vialone che collega l’Angel de la Independencia al Monumento de la Revolución, dove oltre tre ore e mezza più tardi si è conclusa la mobilitazione con una serie di interventi da parte del comitato di genitori e compagni dei normalisti e di altri organizzazioni sociali.
La mobilitazione è stata aperta dai familiari e i compagni delle vittime, seguiti da delegazioni di normalisti provenienti da diversi stati della repubblica, studenti medi e universitari della capitale e non solo, organizzazioni sociali come il Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra di Atenco (FPDT) ed il Frente Popular Francisco Villa Independiente (FPFVI), nonché una numerosa delegazione di maestri della combattiva Sección 22Coordinadora Nacional (CNTE), solo per citare alcune realtà. Inoltre, hanno partecipato intere famiglie e tantissime individualità non organizzate.
Da sottolineare la presenza delle organizzazioni contadine appartenenti al movimento Sin Maíz No Hay País (“Senza mais non c’è paese”), da anni in lotta contro lo strapotere delle multinazionali agroalimentari e per la sovranità alimentare. Queste si sono mobilitate a partire da giovedì con iniziative che hanno avuto lo scopo di aggregare le tematiche specifiche e le rivendicazioni della lotta del mondo contadino alla protesta nazionale in solidarietà con i normalisti e contro il governo. Durante la mattinata, invece, si è svolta una cavalcata verso il centro, mentre sono state bloccate le principali vie di accesso alla città. Nei giorni scorsi, invece, con 43 trattori avevano sfilato per il centro storico in solidarietà con gli studenti desaparecidos della scuola normale rurale Isidro Burgos.
All’interno del corteo è stata gridata anche l’esigenza di liberare Bryan Reyes e Jaqueline Santana, detenuti il 14 novembre scorso dopo un fallito tentativo di sparizione forzata portato avanti da alcuni agenti federali in borghese. Gli studenti, accusati di furto aggravato ai danni di un poliziotto, sono in sciopero della fame dal 20 novembre scorso e, insieme alla loro liberazione, stanno chiedendo quella degli oltre 700 detenuti politici rinchiusi nei penitenziari messicani. A questo proposito, va segnalato l’arresto di Gibrán Salazar Ramirez, studente della Scuola Nazionale di Antropologia e Storia (ENAH), fermato da una ventina di poliziotti della capitale attorno alle 18.30 appena fuori dalla fermata della metro Balderas e prima ancora che potesse raggiungere il corteo.
Indignazione e rabbia si sono fatte sentire quando Felipe de la Cruz, portavoce dei genitori, ha comunicato ai migliaia di manifestanti che affollavano il Monumento a la Revolución i risultati delle analisi forensi. Durante gli interventi successivi, Omar García, a nome dei normalisti di Ayotzinapa, ha sostenuto che la conferma della morte di Alexander non ferma la lotta, e che il movimento non ha intenzione di fare passi indietro, dichiarando che d’ora in avanti, i normalisti non riconosceranno il governo di Peña Nieto. Per quanto riguarda le richieste, invece, il movimento esige il castigo per gli assassini di Alexander, la “restitución con vida” degli altri 42 normalisti ancora considerati desaparecidos, nonché le dimissioni del presidente Peña Nieto.
Fonte
01/12/2014
Messico, militari e torture contro gli studenti. La strategia del terrore
Cariche proditorie ai danni di passanti, manifestanti inermi e giornalisti; arresti arbitrari e reclusioni in carceri di massima sicurezza; revolverate contro gli studenti e irruzioni di celerini e soldati all’università, nonché tentativi di sparizione forzata malriusciti o sventati grazie all’indignazione popolare.
È la strategia del terrore che da qualche settimana governo e forze di polizia stanno portando avanti per fermare la crescita del movimento nato a partire dall’indignazione suscitata dalla strage di Iguala. Una strategia non nuova, già applicata con successo contro le proteste scatenate dalle riforme ultraliberiste dell’autunno 2013, ma che in quest’occasione sembra non funzionare, come sembrano dimostrare la vitalità della protesta a oltre due mesi dalla sparizione forzata dei 43 normalisti di Ayotzinapa e la liberazione degli 11 detenuti dopo la dura repressione del 20 novembre a Città del Messico, senz’altro una vittoria da parte del movimento.
Parallelamente alla campagna mediatica e diplomatica tendenti a dare per chiuso il caso Iguala e a circoscrivere le responsabilità politiche a livello locale applicando all’amministrazione comunale e alla polizia municipale di Iguala e Cocula il classico discorso delle mele marce, è ormai evidente l’esistenza di una strategia repressiva che mira a inibire la partecipazione studentesca e popolare alle proteste. Iniziata immediatamente dopo il grido di dolore del Consejo Coordinador Empresarial, l’organizzazione nazionale degli imprenditori, rispetto alle proteste che assumono spesso e volentieri forme radicali “mettendo a rischio i margini di profitto”, la campagna mira da un lato a dividere il movimento in buoni e cattivi e, dall’altro, ad infondere nella popolazione l’idea che partecipare alle mobilitazioni può essere pericoloso: non solo perché chi vi partecipa può finire in galera o all’ospedale o peggio, ma anche perché coloro che si espongono possono essere vittime di aggressioni e sequestri.
Come sostiene Omar, portavoce dei normalisti di Ayotzinapa, il governo, non potendo reprimere direttamente le mobilitazioni che docenti e studenti stanno portando avanti nello stato del Guerrero, cuore pulsante e motore della protesta nazionale, colpisce prima di tutto i solidali che si mobilitano nel resto del paese. A cominciare dalla capitale federale, dove si sono tenute le manifestazioni più numerose, e dal mondo giovanile e studentesco, decisamente in prima linea nella lotta che sta coagulando intorno a sé lo scontento che serpeggia nel paese e che, oltre a esigere la riapparizione in vita dei 43 desaparecidos, chiede la testa di Peña Nieto, considerato responsabile della situazione drammatica che si vive in buona parte del territorio e non in grado di gestire la crisi attuale.
L’applicazione della strategia del terrore è iniziata più o meno l’8 novembre, data delle prime dure cariche contro il movimento nella capitale dopo diverse mobilitazioni in cui le forze dell’ordine non si erano nemmeno fatte vedere. Fatti più gravi avvengono una settimana dopo all’Universidad Nacional Autonoma de México (UNAM) quando, con il pretesto di indagare su un cellulare rubato, 4 agenti della polizia giudiziaria violano l’autonomia universitaria ed uno di loro, sostenendo di essersi sentito minacciato dai giovani, fa fuoco su due studenti che vengono feriti per fortuna in modo lieve. In serata, un gruppo di 500 agenti antisommossa della polizia locale cerca - senza riuscirci a causa della resistenza opposta dagli occupanti - di sgomberare l’auditorium Che Guevara, spazio occupato da ben 15 anni all’interno del campus universitario.
Il giorno dopo, la Secretería de Seguridad Publica della capitale chiederà scusa agli studenti, denunciando l’operazione poliziesca come il prodotto della decisione di un funzionario locale, il quale, dicono, riceverà le sanzioni del caso. Tuttavia, considerando il numero di celerini posti in operazione ed il tam-tam mediatico sollevato immediatamente dagli eventi, è quantomeno lecito dubitare che ai posti di comando fossero davvero all’oscuro di quanto stava succendendo.
Attorno alle 13, nella stessa giornata, Jacqueline Santana e Bryan Reyes, entrambi musicisti, unversitari e attivisti conosciuti in ambito studentesco,vengono arrestati appena fuori dalla casa del secondo ed accusati di aver assalito un poliziotto con coltelli da cucina e di averlo poi derubato. Come per il pretesto delle indagini sul furto di un cellulare per l’irruzione all’UNAM, l’intervento poliziesco pare alquanto bizzarro. Da una parte per l’accusa, che rasenta il ridicolo, dall’altra per il modo in cui viene portato avanti. Come denuncia Mary Carmen Rodriguez, madre di Bryan, sono anche in questo caso agenti in borghese ad agire ed il modus operandi più che un arresto ricorda un sequestro o una sparizione forzata. I poliziotti si dichiarano tali, infatti, solo dopo il casuale intervento della polizia di Città del Messico, la quale sventa il sequestro dopo aver ascoltato le grida dei giovani e quelle di diversi passanti che cercano di impedire agli uomini di portarsi via i ragazzi. Dopo essersi identificati con i colleghi, gli agenti federali accompagnano i giovani nell’ufficio del pubblico ministero della Delegazione Venustiano Carranza dove vengono ufficialmente accusati di furto aggravato.
Nonostante diversi video dimostrino l’illegalità degli arresti, il giudice li convalida facendo rinchiudere Bryan e Jaqueline, rispettivamente, nel Reclusorio Norte e nel carcere femminile di Santa Martha, a sud della città. In coincidenza con la giornata globale per Ayotzinapa del 20 novembre, i giovani attivisti, che hanno denunciato di essere stati vittime di tortura sia durante il fermo sia una volta giunti in carcere, iniziano uno sciopero della fame e dichiarano di portarlo avanti in solidarietà con i familiari e i compagni dei 43 normalisti desaparecidos e per chiedere la liberazione degli oltre 700 detenuti politici che popolano le prigioni del paese.
Una situazione simile viene vissuta anche da Sandino Bucio, studente della facoltà di filosofia dell’UNAM, artista e membro come Jaqueline e Bryan del collettivo Acampada Revolución, uno dei più attivi durante le mobilitazioni del movimento #YoSoy132. Venerdì 28 novembre, Sandino, appena uscito da una riunione dell’Assemblea di Filosofia e diretto verso un reading di poesia viene fermato da tre uomini armati che lo obbligano ad entrate in un veicolo. Lo studente grida che lo stanno sequestrando e cerca di opporre resistenza. Molti dei presenti, alcuni dei quali tentano di intervenire e vengono minacciati dagli agenti in borghese, iniziano a registrare quello che sembra un classico levantón, come vengono comunemente chiamati sequestri e sparizioni forzate, e che avviene attorno alle 17.30, nei pressi della stazione della metro di Copilco, appena fuori dall’università in una zona molto trafficata.
Quasi immediatamente il video viene condiviso da migliaia di persone sui social network e diventa uno dei più visti della rete. Studenti e studentesse dell’Assemblea di filosofia occupano la facoltà e bloccano la Avenida Insurgentes chiedendo l’immediata liberazione di Sandino e denunciano la probabile responsabilità della polizia. L’indignazione aumenta di minuto in minuto e, dopo un paio d’ore, le autorità comunicano che lo studente si trova alla SEIDO (Subprocuraduría Especializada en Investigación de Delincuencia Organizada) perché accusato di aver aggredito la polizia durante il corteo del #20NovMx. Nel frattempo, decine di persone raggiungono la subprocura e la pressione sociale dovuta all’impatto prodotto dalle drammatiche immagini di Sandino caricato a forza su un Chevy continua a crescere. Con il passare del tempo, le notizie che trapelano escludono che il giovane sia in stato di arresto, sostenendo che sia semplicemente stato chiamato a dichiarare rispetto all’accusa di portare dell’esplosivo nello zaino, accusa che alla fine le autorità non riescono a sostenere.
Verso le 2.30 di notte, visibilmente stanco e segnato dalle botte, Sandino esce dalle stanze della procura e dichiara di essere stato picchiato dagli agenti che per un paio d’ore lo hanno portato in giro per la città minacciando di violentarlo, ucciderlo e farlo sparire come successo ai 43 normalisti. Durante il loro viaggio gli agenti cambiano macchina e al gruppo si aggiunge un quarto elemento che continua a colpire il giovane, al quale viene perfino distrutta la camicia. In questo frangente Sandino viene obbligato a dare le sue password ai poliziotti i quali osservano diversi profili di studenti e studentesse attivi nel movimento e dichiarano che andranno a prenderli nei giorni successivi.
Anche in questo caso siamo di fronte all’azione di agenti in borghese che portano avanti un fermo di polizia molto simile ad un sequestro, violano i principali diritti umani della persona fermata e non formalizzano l’accusa, tanto che alla fine la posizione di Sandino passa da accusato a denunciante delle torture subite. Anche qui, insomma, è forte in molti il sospetto che si tratti di una tentativo di desaparición fallita. Cosa sarebbe successo a Sandino se il video non avesse fatto scoppiare l’indignazione? E a Bryan e Jaqueline, se una pattuglia non fosse per caso capitata sul posto? Sono domande inquietanti in un paese in ebollizione a causa di una sparizione forzata di massa e che gettano pesanti ombre sulle forze dell’ordine messicane.
Alcune parole vanno spese, inoltre, per la caccia al manifestante portata avanti dalla polizia di Peña Nieto e di Mancera, il sindaco di centrosinistra della capitale, a conclusione della manifestazione del #20NovMx, durante la quale perfino anziani, bambini e turisti sono stati presi di mira dai granaderos, ai quali arriveranno in seguito i complimenti del presidente e del sindaco, in più occasioni uniti nel coordinare la repressione delle manifestazioni a partire dal primo dicembre 2012, giorno della cerimonia di inizio del mandato dell’attuale amministrazione. Alla mano dura mostrata in piazza è seguito il tentativo di criminalizzare i detenuti accusandoli di sommossa, tentato omicidio e associazione a delinquere, rispettivamente, per l’assalto al Palacio nacional, l’aggressione alla polizia e il fatto che gli imputati tra di loro si chiamavano compagni (sic).
Dopo gli interrogatori alla SEIDO gli arresti vengono confermati e 8 uomini e 3 donne vengono imprigionati nelle carceri di massima sicurezza di Nayarit e Veracruz che si trovano a svariate ore di distanza da Città del Messico e nei quali vengono rinchiusi i più pericolosi criminali. Paradossalmente nel primo si trova proprio Luis Abarca, sindaco di Iguala e mandante della strage del 26 settembre.
La gravità delle accuse e del trattamento stridono con il profilo dei detenuti. La presenza tra gli arrestati di un accademico cileno crea frizioni diplomatiche. E per quanto il procuratore Murillo Karam si dica certo di aver arrestato i violenti, il tentativo di dare in pasto all’opinione pubblica i cattivi di turno fallisce e dopo una decina di giorni di mobilitazione e di pressione sui giudici, questi ultimi decidono di liberare undici dei quindici detenuti per mancanza di prove, mentre i quattro restanti escono su cauzione e contiueranno il processo fuori dal carcere. Anche in questo caso gli imputati, alcuni dei quali portano ancora i segni delle violenze subite, hanno denunciato torture fisiche e psicologiche da parte degli agenti.
Da segnalare infine, da un lato, l’irruzione di un gruppo di militari all’interno della facoltà di Scienze Politiche dell’università Autonoma di Coahuila avvenuta giovedì scorso, e durante la quale, cinque soldati con una lista di nomi in mano e armati di tutto punto hanno cercato di identificare e fotografare gli studenti che promuovono le azioni in solidarietà con Ayotzinapa. Dall’altro l’arrivo all’aeroporto di Chilpancingo di qualche centinaio di celerini della polizia federale.
Insomma, sono numerosi gli elementi che fanno pensare che di fronte ai risultati nulli ottenuti riguardo al ritrovamento dei 43 normalisti e all’effervescenza del movimento, il governo voglia spegnere la protesta. E’ questo il contesto che precede l’ennesima giornata di lotta che si terrà oggi in moltissime città in Messico e nel mondo in coincidenza con la cerimonia del secondo Informe Presidencial, durante la quale, mentre il presidente Peña Nieto presenterà al congresso un decalogo di iniziative “per ristabilire la sicurezza” e “ripristinare lo stato di diritto” già lanciato in un videomessaggio alla nazione proprio a due mesi di distanza dalla strage di Iguala, nelle piazze riecheggiaranno nuovamente l’esigenza di giustizia per Ayotzinapa ed il grido “Fuera Peña” che ha caratterizzato le ultime mobilitazioni.
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È la strategia del terrore che da qualche settimana governo e forze di polizia stanno portando avanti per fermare la crescita del movimento nato a partire dall’indignazione suscitata dalla strage di Iguala. Una strategia non nuova, già applicata con successo contro le proteste scatenate dalle riforme ultraliberiste dell’autunno 2013, ma che in quest’occasione sembra non funzionare, come sembrano dimostrare la vitalità della protesta a oltre due mesi dalla sparizione forzata dei 43 normalisti di Ayotzinapa e la liberazione degli 11 detenuti dopo la dura repressione del 20 novembre a Città del Messico, senz’altro una vittoria da parte del movimento.
Parallelamente alla campagna mediatica e diplomatica tendenti a dare per chiuso il caso Iguala e a circoscrivere le responsabilità politiche a livello locale applicando all’amministrazione comunale e alla polizia municipale di Iguala e Cocula il classico discorso delle mele marce, è ormai evidente l’esistenza di una strategia repressiva che mira a inibire la partecipazione studentesca e popolare alle proteste. Iniziata immediatamente dopo il grido di dolore del Consejo Coordinador Empresarial, l’organizzazione nazionale degli imprenditori, rispetto alle proteste che assumono spesso e volentieri forme radicali “mettendo a rischio i margini di profitto”, la campagna mira da un lato a dividere il movimento in buoni e cattivi e, dall’altro, ad infondere nella popolazione l’idea che partecipare alle mobilitazioni può essere pericoloso: non solo perché chi vi partecipa può finire in galera o all’ospedale o peggio, ma anche perché coloro che si espongono possono essere vittime di aggressioni e sequestri.
Come sostiene Omar, portavoce dei normalisti di Ayotzinapa, il governo, non potendo reprimere direttamente le mobilitazioni che docenti e studenti stanno portando avanti nello stato del Guerrero, cuore pulsante e motore della protesta nazionale, colpisce prima di tutto i solidali che si mobilitano nel resto del paese. A cominciare dalla capitale federale, dove si sono tenute le manifestazioni più numerose, e dal mondo giovanile e studentesco, decisamente in prima linea nella lotta che sta coagulando intorno a sé lo scontento che serpeggia nel paese e che, oltre a esigere la riapparizione in vita dei 43 desaparecidos, chiede la testa di Peña Nieto, considerato responsabile della situazione drammatica che si vive in buona parte del territorio e non in grado di gestire la crisi attuale.
L’applicazione della strategia del terrore è iniziata più o meno l’8 novembre, data delle prime dure cariche contro il movimento nella capitale dopo diverse mobilitazioni in cui le forze dell’ordine non si erano nemmeno fatte vedere. Fatti più gravi avvengono una settimana dopo all’Universidad Nacional Autonoma de México (UNAM) quando, con il pretesto di indagare su un cellulare rubato, 4 agenti della polizia giudiziaria violano l’autonomia universitaria ed uno di loro, sostenendo di essersi sentito minacciato dai giovani, fa fuoco su due studenti che vengono feriti per fortuna in modo lieve. In serata, un gruppo di 500 agenti antisommossa della polizia locale cerca - senza riuscirci a causa della resistenza opposta dagli occupanti - di sgomberare l’auditorium Che Guevara, spazio occupato da ben 15 anni all’interno del campus universitario.
Il giorno dopo, la Secretería de Seguridad Publica della capitale chiederà scusa agli studenti, denunciando l’operazione poliziesca come il prodotto della decisione di un funzionario locale, il quale, dicono, riceverà le sanzioni del caso. Tuttavia, considerando il numero di celerini posti in operazione ed il tam-tam mediatico sollevato immediatamente dagli eventi, è quantomeno lecito dubitare che ai posti di comando fossero davvero all’oscuro di quanto stava succendendo.
Attorno alle 13, nella stessa giornata, Jacqueline Santana e Bryan Reyes, entrambi musicisti, unversitari e attivisti conosciuti in ambito studentesco,vengono arrestati appena fuori dalla casa del secondo ed accusati di aver assalito un poliziotto con coltelli da cucina e di averlo poi derubato. Come per il pretesto delle indagini sul furto di un cellulare per l’irruzione all’UNAM, l’intervento poliziesco pare alquanto bizzarro. Da una parte per l’accusa, che rasenta il ridicolo, dall’altra per il modo in cui viene portato avanti. Come denuncia Mary Carmen Rodriguez, madre di Bryan, sono anche in questo caso agenti in borghese ad agire ed il modus operandi più che un arresto ricorda un sequestro o una sparizione forzata. I poliziotti si dichiarano tali, infatti, solo dopo il casuale intervento della polizia di Città del Messico, la quale sventa il sequestro dopo aver ascoltato le grida dei giovani e quelle di diversi passanti che cercano di impedire agli uomini di portarsi via i ragazzi. Dopo essersi identificati con i colleghi, gli agenti federali accompagnano i giovani nell’ufficio del pubblico ministero della Delegazione Venustiano Carranza dove vengono ufficialmente accusati di furto aggravato.
Nonostante diversi video dimostrino l’illegalità degli arresti, il giudice li convalida facendo rinchiudere Bryan e Jaqueline, rispettivamente, nel Reclusorio Norte e nel carcere femminile di Santa Martha, a sud della città. In coincidenza con la giornata globale per Ayotzinapa del 20 novembre, i giovani attivisti, che hanno denunciato di essere stati vittime di tortura sia durante il fermo sia una volta giunti in carcere, iniziano uno sciopero della fame e dichiarano di portarlo avanti in solidarietà con i familiari e i compagni dei 43 normalisti desaparecidos e per chiedere la liberazione degli oltre 700 detenuti politici che popolano le prigioni del paese.
Una situazione simile viene vissuta anche da Sandino Bucio, studente della facoltà di filosofia dell’UNAM, artista e membro come Jaqueline e Bryan del collettivo Acampada Revolución, uno dei più attivi durante le mobilitazioni del movimento #YoSoy132. Venerdì 28 novembre, Sandino, appena uscito da una riunione dell’Assemblea di Filosofia e diretto verso un reading di poesia viene fermato da tre uomini armati che lo obbligano ad entrate in un veicolo. Lo studente grida che lo stanno sequestrando e cerca di opporre resistenza. Molti dei presenti, alcuni dei quali tentano di intervenire e vengono minacciati dagli agenti in borghese, iniziano a registrare quello che sembra un classico levantón, come vengono comunemente chiamati sequestri e sparizioni forzate, e che avviene attorno alle 17.30, nei pressi della stazione della metro di Copilco, appena fuori dall’università in una zona molto trafficata.
Quasi immediatamente il video viene condiviso da migliaia di persone sui social network e diventa uno dei più visti della rete. Studenti e studentesse dell’Assemblea di filosofia occupano la facoltà e bloccano la Avenida Insurgentes chiedendo l’immediata liberazione di Sandino e denunciano la probabile responsabilità della polizia. L’indignazione aumenta di minuto in minuto e, dopo un paio d’ore, le autorità comunicano che lo studente si trova alla SEIDO (Subprocuraduría Especializada en Investigación de Delincuencia Organizada) perché accusato di aver aggredito la polizia durante il corteo del #20NovMx. Nel frattempo, decine di persone raggiungono la subprocura e la pressione sociale dovuta all’impatto prodotto dalle drammatiche immagini di Sandino caricato a forza su un Chevy continua a crescere. Con il passare del tempo, le notizie che trapelano escludono che il giovane sia in stato di arresto, sostenendo che sia semplicemente stato chiamato a dichiarare rispetto all’accusa di portare dell’esplosivo nello zaino, accusa che alla fine le autorità non riescono a sostenere.
Verso le 2.30 di notte, visibilmente stanco e segnato dalle botte, Sandino esce dalle stanze della procura e dichiara di essere stato picchiato dagli agenti che per un paio d’ore lo hanno portato in giro per la città minacciando di violentarlo, ucciderlo e farlo sparire come successo ai 43 normalisti. Durante il loro viaggio gli agenti cambiano macchina e al gruppo si aggiunge un quarto elemento che continua a colpire il giovane, al quale viene perfino distrutta la camicia. In questo frangente Sandino viene obbligato a dare le sue password ai poliziotti i quali osservano diversi profili di studenti e studentesse attivi nel movimento e dichiarano che andranno a prenderli nei giorni successivi.
Anche in questo caso siamo di fronte all’azione di agenti in borghese che portano avanti un fermo di polizia molto simile ad un sequestro, violano i principali diritti umani della persona fermata e non formalizzano l’accusa, tanto che alla fine la posizione di Sandino passa da accusato a denunciante delle torture subite. Anche qui, insomma, è forte in molti il sospetto che si tratti di una tentativo di desaparición fallita. Cosa sarebbe successo a Sandino se il video non avesse fatto scoppiare l’indignazione? E a Bryan e Jaqueline, se una pattuglia non fosse per caso capitata sul posto? Sono domande inquietanti in un paese in ebollizione a causa di una sparizione forzata di massa e che gettano pesanti ombre sulle forze dell’ordine messicane.
Alcune parole vanno spese, inoltre, per la caccia al manifestante portata avanti dalla polizia di Peña Nieto e di Mancera, il sindaco di centrosinistra della capitale, a conclusione della manifestazione del #20NovMx, durante la quale perfino anziani, bambini e turisti sono stati presi di mira dai granaderos, ai quali arriveranno in seguito i complimenti del presidente e del sindaco, in più occasioni uniti nel coordinare la repressione delle manifestazioni a partire dal primo dicembre 2012, giorno della cerimonia di inizio del mandato dell’attuale amministrazione. Alla mano dura mostrata in piazza è seguito il tentativo di criminalizzare i detenuti accusandoli di sommossa, tentato omicidio e associazione a delinquere, rispettivamente, per l’assalto al Palacio nacional, l’aggressione alla polizia e il fatto che gli imputati tra di loro si chiamavano compagni (sic).
Dopo gli interrogatori alla SEIDO gli arresti vengono confermati e 8 uomini e 3 donne vengono imprigionati nelle carceri di massima sicurezza di Nayarit e Veracruz che si trovano a svariate ore di distanza da Città del Messico e nei quali vengono rinchiusi i più pericolosi criminali. Paradossalmente nel primo si trova proprio Luis Abarca, sindaco di Iguala e mandante della strage del 26 settembre.
La gravità delle accuse e del trattamento stridono con il profilo dei detenuti. La presenza tra gli arrestati di un accademico cileno crea frizioni diplomatiche. E per quanto il procuratore Murillo Karam si dica certo di aver arrestato i violenti, il tentativo di dare in pasto all’opinione pubblica i cattivi di turno fallisce e dopo una decina di giorni di mobilitazione e di pressione sui giudici, questi ultimi decidono di liberare undici dei quindici detenuti per mancanza di prove, mentre i quattro restanti escono su cauzione e contiueranno il processo fuori dal carcere. Anche in questo caso gli imputati, alcuni dei quali portano ancora i segni delle violenze subite, hanno denunciato torture fisiche e psicologiche da parte degli agenti.
Da segnalare infine, da un lato, l’irruzione di un gruppo di militari all’interno della facoltà di Scienze Politiche dell’università Autonoma di Coahuila avvenuta giovedì scorso, e durante la quale, cinque soldati con una lista di nomi in mano e armati di tutto punto hanno cercato di identificare e fotografare gli studenti che promuovono le azioni in solidarietà con Ayotzinapa. Dall’altro l’arrivo all’aeroporto di Chilpancingo di qualche centinaio di celerini della polizia federale.
Insomma, sono numerosi gli elementi che fanno pensare che di fronte ai risultati nulli ottenuti riguardo al ritrovamento dei 43 normalisti e all’effervescenza del movimento, il governo voglia spegnere la protesta. E’ questo il contesto che precede l’ennesima giornata di lotta che si terrà oggi in moltissime città in Messico e nel mondo in coincidenza con la cerimonia del secondo Informe Presidencial, durante la quale, mentre il presidente Peña Nieto presenterà al congresso un decalogo di iniziative “per ristabilire la sicurezza” e “ripristinare lo stato di diritto” già lanciato in un videomessaggio alla nazione proprio a due mesi di distanza dalla strage di Iguala, nelle piazze riecheggiaranno nuovamente l’esigenza di giustizia per Ayotzinapa ed il grido “Fuera Peña” che ha caratterizzato le ultime mobilitazioni.
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