L’Ecuador approva il trattato militare con gli Stati Uniti, “caldamente” consigliato da parte dei diplomatici a stelle e strisce che si sono affannati a visitare il Paese in queste settimane. Un accordo che segue l’intento di riprendere il controllo del continente, cercando di spezzare le esperienze progressiste degli ultimi decenni e garantendo uno spazio di manovra militare privo di presenze di altre potenze indesiderate.
Poco dopo l’assunzione della direzione del Comando Sur, il braccio militare USA che opera in America Latina, fu la stessa comandante Laura Richardson a dichiarare candidamente in conferenza stampa quanto fosse “strategico” per gli USA riprendere controllo di importanti materie prime, soprattutto il litio, togliendole ai rivali cinesi e russi offrendo il proprio supporto alle multinazionali yankee nella regione.
Ma la collocazione geografica del Paese lo rende strategico soprattutto per le sua acque territoriali che, grazie alla presenza delle isole Galapagos, si estendono per migliaia di chilometri nell’Oceano Pacifico di fatto collidendo con quelle di altri Paesi del Centro America come la Costa Rica, chiudendo una sorta di semicerchio che include Colombia e Panama.
Una posizione preziosa soprattutto rispetto al canale di Panama ma che ancor di più serve agli Usa per blindare i confini meridionali del proprio “giardino di casa” puntando a cancellare i posizionamenti politici indipendenti dalla volontà USA che i governi progressisti hanno messo in campo negli ultimi due decenni.
L’Ecuador è l’ultima parte di una catena di trattati militari stipulati negli ultimi anni tra i Paesi del Pacifico meridionale e gli Stati Uniti. Infatti sia il Perù che il Cile hanno rafforzato la propria collaborazione militare con il Nord America negli ultimi anni. Quest’ultimo, con un accordo di collaborazione militare stipulato nel 2016 e in gran parte segreto, ha avviato varie esercitazioni congiunte nel mare antartico.
Il trattato
Il presidente Noboa ha firmato il trattato di “collaborazione militare” con gli USA, dopo che la Corte Costituzionale del Paese andino lo aveva giudicato costituzionale nelle scorse settimane.
La decisione della Corte ha impedito di fatto la discussione del trattato nell’Assemblea nazionale dove probabilmente si sarebbe arenato o sarebbe stato direttamente bocciato dato che il primo partito per numero di voti resta il progressista Revolución Ciudadana profondamente contrario.
Il trattato è infatti stato stipulato dal precedente governo del banchiere Lasso e mai discusso in Parlamento, sfruttando il semestre bianco generato dallo scioglimento delle camere che ha portato alle elezioni anticipate e all’attuale governo di Noboa. Un uso spregiudicato di leggi e istituzioni per temi così delicati.
L’accordo in questione determina una collaborazione militare con la scusa di combattere il narcotraffico, permettendo operazioni militari USA sul suolo e nelle acque ecuadoriane. A questo si aggiunge una lunga lista di immunità e privilegi fiscali a tutti i militari e contrattisti statunitensi in missione nel paese. Sono previsti oltre 95 milioni di dollari in 5 anni, presenza di consiglieri militari nel Paese e programmi di addestramento per ecuadoriani negli Stati Uniti.
Non è il primo atto di cessione di sovranità del Paese, nella primavera dello scorso anno l’Ecuador ha di fatto ceduto il controllo di un’immensa porzione di acque territoriali ad un fondo finanziario con sede negli USA in cambio di uno sconto sul proprio debito pubblico. Azione salutata da molti come una rivoluzione della finanza verde: il greenwashing non copre solo la solita speculazione ma anche manovre di posizionamento strategico.
L’Ecuador torna quindi ad aprire le proprie porte alla presenza statunitense, dopo che il decennio progressista diretto da Correa era riuscito a liberarsi della basa militare nordamericana sul proprio suolo, a togliere il controllo dell’ambasciata USA su servizi segreti e polizia e ad abbassare drasticamente il livello di criminalità nel Paese attraverso una strategia che univa politiche sociali e rafforzamento delle istituzioni, raggiungendo sorprendentemente il secondo posto come Paese più sicuro del continente in pochi anni.
Per sancire in forma ancora più chiara il completo allineamento con il gendarme del continente, Noboa ha dichiarato che l’equipaggiamento delle forze armate attualmente di origine russa sarebbe stato devoluto al governo ucraino in cambio di 200 milioni di dollari di nuovo equipaggiamento made in USA. Una decisione che ha portato le relazioni diplomatiche con la Russia sull’orlo della rottura.
Nell’ultima settimana infatti il Cremlino ha bloccato le importazioni dall’Ecuador, generando perdite per milioni di dollari ai principali settori esportatori ecuadoriani, considerando che la Russia è il terzo partner commerciale del Paese. Il colpo è stato così duro che lo stesso presidente Noboa nelle ultime ora ha dovuto fare una acrobatica marcia indietro, smentendo la propria precedente dichiarazione. La sudditanza politica e il dilettantismo si pagano salati.
Il contesto di violenza e caos
La decisione della Corte sulla costituzionalità del trattato avviene durante la condizione di conflitto armato interno al Paese dichiarato il passato 9 gennaio e che determina uno stato di emergenza permanente con uso dell’esercito per operazioni di polizia interna.
A fronte però dei migliaia di operativi di queste settimane, soprattutto nei quartieri popolari, nessun leader delle bande narcos definite obiettivi militari è stato catturato.
Le operazioni hanno visto numerosi casi di violazione della dignità umana, dei diritti minimi delle persone con scene di tortura filmate dagli stessi militari in azione e persecuzione nei confronti della popolazione nera e con tatuaggi. Gli arresti di questi giorni vedono una spaventosa percentuale di minorenni.
In tutto ciò il leader della banda più grande del paese, alias Fito, evaso platealmente dal carcere a inizio gennaio sembrerebbe attualmente rifugiato in Colombia. Paese con la più alta presenza di intelligence, agenzie antidroga e forze armate statunitensi della regione e la cui principale banda narcos-criminale, il Clan del Golfo, è evoluzione diretta dei paramilitari creati per combattere la guerriglia ed eliminare fisicamente la sinistra del Paese.
Oggi quegli stessi cartelli, che dopo trent’anni di “guerra alla droga by USA” continuano ad essere i fornitori del 90% della cocaina consumata negli Stati Uniti, sarebbero i responsabili del caos ecuadoriano.
In questa situazione drammatica il governo porta avanti il suo progetto politico neoliberale bloccando il pagamento dei salari ai dipendenti pubblici e alzando l’IVA sotto pressione del FMI mentre condona evasioni fiscali di decine di milioni di dollari ai principali gruppi imprenditoriali del Paese.
In aggiunta si cerca di aggirare l’Assemblea Legislativa convocando un referendum che cerca di sancire l’immunità di fatto per polizia e militari e la creazione di tribunali indipendenti per giudicarne eventuali crimini ed il loro uso per fronteggiare problematiche interne. Apertamente ci si riferisce al narcotraffico ma è evidente che si mira a colpire le mobilitazioni sociali che negli scorsi anni hanno dimostrato in più momenti forza e capacità di bloccare il Paese fermando alcune decisioni del governo.
Il paese andino sembra essere nell’occhio di un ciclone che è cresciuto in intensità negli ultimi anni e che si accompagna ad un crescente interesse mostrato da parte degli Stati Uniti e dei suoi bracci diplomatici (FMI e Ong dipendenti da fondi governativi) per le sue sorti.
Ciclone generato in modo sapiente dagli ultimi presidenti con obiettivi precisi: riaprire il Paese e le sue acque territoriali alla presenza militare statunitense; disarticolare il partito progressista di Correa che nonostante la repressione giudiziaria e l’estromissione da oltre 8 anni dal governo continua ad essere la prima forza politica del Paese; potenziare l’azione offensiva e repressiva dello Stato contro le organizzazioni sociali che negli ultimi anni sono riuscite a tenere in scacco e bloccare i vari governi neoliberali e le loro politiche.
Il braccio di ferro sulle Ande ecuadoriane continua ad andare avanti nonostante lo spadroneggiare dei cartelli del narcotraffico e la militarizzazione dello Stato. Le organizzazioni sociali del Paese sono però pronte ad opporsi a progetti di legge neoliberali proposti dal nuovo governo.
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13/01/2024
Il caos in Ecuador anticipa gli stivali a stelle e strisce
Alti funzionari del governo Biden hanno recentemente comunicato che viaggeranno in Ecuador per fornire assistenza nella gestione della crisi che il Paese sta attraversando. Una situazione che ricorda ”sinistramente” l’aiuto dato alla Colombia per combattere il narcotraffico.
Per quanto l’Ecuador si trovi geograficamente da sempre in una delle rotte attraverso cui la cocaina viene esportata verso Nord America e Europa, l’impennata del caos nel Paese favorisce ben altri tipi di logiche e di interessi.
Un paese che ha osato nei decenni precedenti smarcarsi dal controllo statunitense e avviare una propria via allo sviluppo e che, pur interrotta dal golpe giudiziario del 2018, ha mantenuto una straordinaria capacità di mobilitazione popolare nei confronti delle misure neoliberali più odiose.
Oggi vive ore drammatiche che non possono essere guardate se non nel quadro complessivo in cui gli USA tentano di riprendere il controllo del continente e spegnere le esperienze progressiste che hanno segnato gli ultimi decenni.
Ecuador alle prese con la ricetta Bukele?
Il neo presidente Noboa è passato rapidamente dall’essere il rampollo della famiglia più ricca del Paese che aveva vinto le elezioni con pochi punti percentuali di scarto contro la sfidante progressista all’essere il Presidente della fermezza e del pugno duro contro i delinquenti.
Il suo comunicato alla nazione in giacca di pelle con cui annuncia il conflitto armato interno e dispiega l’esercito per le strade ha rilanciato la sua figura tra la popolazione, che negli ultimi due governi lamentava la completa inefficienza e assenza dello Stato mentre l’insicurezza generale cresceva incontrastata.
Lo Stato d’Emergenza di due mesi viene dichiarato pochi giorni dopo la proposta di referendum con cui il governo cerca di far approvare una serie di riforme legislative profondamente reazionarie.
Domande che spaziano dalla precarizzazione estrema del lavoro, alla possibilità di estradare detenuti negli Stati Uniti fino a una sorta di immunità per crimini commessi da polizia e esercito.
Si arriva anche a proporre l’ingresso del Paese negli arbitrati commerciali internazionali (tribunali che permettono alle multinazionali di citare in giudizio, e di solito vincere, gli Stati per supposti danni causati contro il loro operare), ben consapevole che queste determinerebbe un esborso per il Paese di 9 miliardi di dollari verso l’azienda petrolifera Texaco/Chevron.
Lo strumento del referendum sembra essere l’opzione preferita dalla destra nel Paese negli ultimi anni, incapace di raggiungere una maggioranza solida nell’Assemblea che permetta l’approvazione rapida di leggi e di riforme strutturali, ne tenta l’approvazione per via referendaria. Una strategia di alterno successo seguita già dai precedenti governi di Lasso e di Moreno.
Gli altri tentativi di ristrutturazione economica dettati dal FMI generarono due impressionanti e vaste sollevazioni popolari, nel 2019 e nel 2022, che costrinsero il governo a mediare e in gran parte a rinunciare ai propri piani.
La condizione di emergenza securitaria che sta creando il conflitto armato interno potrebbe però generare qualcosa di più rispetto ad un mero aumento di consensi che garantisca la propria rielezione nel 2025 (l’attuale governo è infatti solo di transizione) e ad aumentare le possibilità che il proprio referendum passi.
Sullo stile del Salvador di Bukele potrebbe dare un progetto politico in cui riconoscersi all’elettorato di destra su cui far confluire le paure e la tensione della popolazione che sta generando la crisi attuale. Progetto fino ad oggi limitato alla solita minestra neoliberale da dover nascondere sotto altre vesti giacché i suoi effetti sono ancora ben presenti nella memoria collettiva del Paese.
Al contrario di quello progressista che, nonostante veda alcuni leader in carcere e Correa in esilio come rifugiato politico, continua a mantenere una grossa fetta di voti mantenendo Revolucion Ciudadana primo partito del Paese e continuando a sfiorare la vittoria nelle elezioni presidenziali.
Gli Stati Uniti tornano sul suolo ecuadoriano
Sullo sfondo delle dinamiche politiche del Paese si muovono però accordi importanti. In queste settimane infatti si attende l’approvazione definitiva dell’ultimo atto del governo Lasso in ottobre: un accordo militare tra Ecuador e Stati Uniti per permettere a questi ultimi di dispiegare il proprio esercito nel Paese in operazioni congiunte contro il narcotraffico.
Accordo che si aggiunge alla regalia di oltre 200 mila chilometri quadrati di acqua territoriali ad un fondo di investimenti con base negli Stati Uniti.
Una dinamica identica a quella che fu il Plan Colombia e che vide, e continua a vedere, migliaia di militari statunitensi stanziarsi nel Paese guidare operazioni di combattimento e intelligence con la ragione ufficiale di combattere il narcotraffico.
Non è da scordare che vari tentativi di invasione e azioni terroristiche contro il Venezuela chavista negli ultimi anni siano partiti proprio dalla Colombia.
Il piano generò il periodo più sanguinoso e duro nella storia recente della Colombia: gli oltre dieci miliardi di dollari investiti dagli Usa per contrastare la guerriglia colombiana, oltre ad aumentare di fatto il potere dei cartelli della droga colpirono duramente la popolazione civile, portando il Paese alla seconda posizione mondiale per numero di rifugiati interni, poco sotto l’Afghanistan. Non proprio un antecedente auspicabile.
Per quanto le dimensioni e la natura del conflitto sembrano attualmente non comparabili tra i due Paesi è evidente che gli Usa stiano approfittando della situazione per tornare a mettere i propri stivali direttamente nel Paese andino da cui mancano da più di un decennio.
Erano stati costretti a chiudere la propria base marittima nella città di Manta nel 2009 di fronte alla fermezza del presidente Correa che aveva commentato “se vogliono tenere un base qui, permettano all’Ecuador di aprirne una in Florida”.
Nell’accordo attuale si prevede inoltre la formazione di personale di intelligence e militare direttamente negli USA, con il rischio concreto di ricreare la dinamica esistente fino al 2009 per cui forze di polizia e servizi segreti ricevevano parte del proprio salario e ordini direttamente dall’ambasciata statunitense in Ecuador.
Di fronte quindi a quello che viene annunciato un confronto militare diretto con le bande criminali (per quanto alcune di esse abbiano comunicato pubblicamente di essere estranee a quello che sta succedendo in questi giorni), sembra che gli Usa stiano cercando di mettere al sicuro il Paese andino dal rischio di future fughe al di fuori della propria egida come successe durante l’esperienza progressista.
Il decennio di Correa rappresento infatti non soltanto uno slancio senza precedenti nel miglioramento delle condizioni di vita delle classi popolari con l’uscita dalla povertà di milioni di ecuadoriani, nella costruzione di infrastrutture essenziali, nella naziolizzazione delle risorse del Paese e nella modernizzazione ed ampliamento dello Stato ma anche una chiara postura a livello internazionale.
Nella politica estera Correa ebbe il coraggio di opporsi frontalmente agli Stati Uniti chiudendo la base militare presente nel proprio territorio, citando a giudizio multinazionali nordamericane responsabili di decennali crimini ambientali e sociali nel Paese, appoggiando senza riserve i progetti di integrazione regionale come l’ALBA e ospitando a Quito la sede ufficiale dell’Unasur.
Da ricordare che l’Ecuador fu il Paese che ebbe il coraggio di offrire la propria ambasciata come rifugio a Juliane Assange, per sfuggire alla persecuzione statunitense.
Avviò inoltre un’ampia collaborazione con la Cina nella costruzione di grandi infrastrutture per garantire l’indipendenza energetica del Paese in cambio del petrolio nazionalizzato e una serie di iniziative diplomatiche nelle Nazioni Unite per garantire l’accesso al cibo come diritti inalienabile umano.
Catastrofe sociale catalizzatrice di quella securitaria
Vedere la catastrofe prodotta dal ritorno dell’oligarchia del Paese al potere politico fa pensare che non sia solo incapacità e malagestione. In meno di otto anni la condizione sociale della popolazione è precipitata verticalmente con l’11% percento della popolazione in condizione di povertà estrema e il 28% in povertà relativa.
Il 15% della popolazione soffre di denutrizione cronica colpendo soprattutto i bambini con oltre il 20% dei neonati in questa condizione. Una crisi sociale che genera un humus fin troppo evidente per il radicamento di gruppi criminali che offrono soluzioni tangibili alle problematiche economiche.
Alla crisi sociale si aggiunge un’austerity autoimposta dall’ultimo governo Lasso che dopo aver già ridotto i fondi messi a bilancio per gli anni del suo governo è riuscito addirittura a non spenderli lasciando interi settori dello Stato senza soldi, con difficoltà per il pagamento dei dipendenti pubblici e profondi disagi nella gestione pubblica.
Un esempio tangibile è l’insufficienza energetica del Paese che ha riscoperto dopo decenni il razionamento dell’energia elettrica. I black out sono ormai sistematici e programmati per lunghe ore del giorno causando forti danni all’economia e alla vita delle persone.
Tutto questo in un Paese esportatore di petrolio e dotato di centrali idroelettriche.
Ma il caso più paradigmatico è quello del Ministero dell’Interno che ha speso solo il 50% del proprio bilancio, proprio mentre il Paese viveva l’ondata di violenza più forte della sua storia arrivando alla cifra record di 7.592 morti per omicidio nel 2023, diventando uno dei paesi con tasso di omicidi più alto al mondo.
Le prospettive, almeno nel breve periodo, non sembrano essere rosee per il Paese, soprattutto con l’annunciato arrivo dell’aiuto statunitense. L’Ecuador però, così come tutto il Latino America, ha già saputo mettere in campo forze straordinarie per rimettere in moto le proprie sorti e beffare chi tenta da sempre di mettere un punto di fine alla storia dei popoli del continente.
Fonte
Per quanto l’Ecuador si trovi geograficamente da sempre in una delle rotte attraverso cui la cocaina viene esportata verso Nord America e Europa, l’impennata del caos nel Paese favorisce ben altri tipi di logiche e di interessi.
Un paese che ha osato nei decenni precedenti smarcarsi dal controllo statunitense e avviare una propria via allo sviluppo e che, pur interrotta dal golpe giudiziario del 2018, ha mantenuto una straordinaria capacità di mobilitazione popolare nei confronti delle misure neoliberali più odiose.
Oggi vive ore drammatiche che non possono essere guardate se non nel quadro complessivo in cui gli USA tentano di riprendere il controllo del continente e spegnere le esperienze progressiste che hanno segnato gli ultimi decenni.
Ecuador alle prese con la ricetta Bukele?
Il neo presidente Noboa è passato rapidamente dall’essere il rampollo della famiglia più ricca del Paese che aveva vinto le elezioni con pochi punti percentuali di scarto contro la sfidante progressista all’essere il Presidente della fermezza e del pugno duro contro i delinquenti.
Il suo comunicato alla nazione in giacca di pelle con cui annuncia il conflitto armato interno e dispiega l’esercito per le strade ha rilanciato la sua figura tra la popolazione, che negli ultimi due governi lamentava la completa inefficienza e assenza dello Stato mentre l’insicurezza generale cresceva incontrastata.
Lo Stato d’Emergenza di due mesi viene dichiarato pochi giorni dopo la proposta di referendum con cui il governo cerca di far approvare una serie di riforme legislative profondamente reazionarie.
Domande che spaziano dalla precarizzazione estrema del lavoro, alla possibilità di estradare detenuti negli Stati Uniti fino a una sorta di immunità per crimini commessi da polizia e esercito.
Si arriva anche a proporre l’ingresso del Paese negli arbitrati commerciali internazionali (tribunali che permettono alle multinazionali di citare in giudizio, e di solito vincere, gli Stati per supposti danni causati contro il loro operare), ben consapevole che queste determinerebbe un esborso per il Paese di 9 miliardi di dollari verso l’azienda petrolifera Texaco/Chevron.
Lo strumento del referendum sembra essere l’opzione preferita dalla destra nel Paese negli ultimi anni, incapace di raggiungere una maggioranza solida nell’Assemblea che permetta l’approvazione rapida di leggi e di riforme strutturali, ne tenta l’approvazione per via referendaria. Una strategia di alterno successo seguita già dai precedenti governi di Lasso e di Moreno.
Gli altri tentativi di ristrutturazione economica dettati dal FMI generarono due impressionanti e vaste sollevazioni popolari, nel 2019 e nel 2022, che costrinsero il governo a mediare e in gran parte a rinunciare ai propri piani.
La condizione di emergenza securitaria che sta creando il conflitto armato interno potrebbe però generare qualcosa di più rispetto ad un mero aumento di consensi che garantisca la propria rielezione nel 2025 (l’attuale governo è infatti solo di transizione) e ad aumentare le possibilità che il proprio referendum passi.
Sullo stile del Salvador di Bukele potrebbe dare un progetto politico in cui riconoscersi all’elettorato di destra su cui far confluire le paure e la tensione della popolazione che sta generando la crisi attuale. Progetto fino ad oggi limitato alla solita minestra neoliberale da dover nascondere sotto altre vesti giacché i suoi effetti sono ancora ben presenti nella memoria collettiva del Paese.
Al contrario di quello progressista che, nonostante veda alcuni leader in carcere e Correa in esilio come rifugiato politico, continua a mantenere una grossa fetta di voti mantenendo Revolucion Ciudadana primo partito del Paese e continuando a sfiorare la vittoria nelle elezioni presidenziali.
Gli Stati Uniti tornano sul suolo ecuadoriano
Sullo sfondo delle dinamiche politiche del Paese si muovono però accordi importanti. In queste settimane infatti si attende l’approvazione definitiva dell’ultimo atto del governo Lasso in ottobre: un accordo militare tra Ecuador e Stati Uniti per permettere a questi ultimi di dispiegare il proprio esercito nel Paese in operazioni congiunte contro il narcotraffico.
Accordo che si aggiunge alla regalia di oltre 200 mila chilometri quadrati di acqua territoriali ad un fondo di investimenti con base negli Stati Uniti.
Una dinamica identica a quella che fu il Plan Colombia e che vide, e continua a vedere, migliaia di militari statunitensi stanziarsi nel Paese guidare operazioni di combattimento e intelligence con la ragione ufficiale di combattere il narcotraffico.
Non è da scordare che vari tentativi di invasione e azioni terroristiche contro il Venezuela chavista negli ultimi anni siano partiti proprio dalla Colombia.
Il piano generò il periodo più sanguinoso e duro nella storia recente della Colombia: gli oltre dieci miliardi di dollari investiti dagli Usa per contrastare la guerriglia colombiana, oltre ad aumentare di fatto il potere dei cartelli della droga colpirono duramente la popolazione civile, portando il Paese alla seconda posizione mondiale per numero di rifugiati interni, poco sotto l’Afghanistan. Non proprio un antecedente auspicabile.
Per quanto le dimensioni e la natura del conflitto sembrano attualmente non comparabili tra i due Paesi è evidente che gli Usa stiano approfittando della situazione per tornare a mettere i propri stivali direttamente nel Paese andino da cui mancano da più di un decennio.
Erano stati costretti a chiudere la propria base marittima nella città di Manta nel 2009 di fronte alla fermezza del presidente Correa che aveva commentato “se vogliono tenere un base qui, permettano all’Ecuador di aprirne una in Florida”.
Nell’accordo attuale si prevede inoltre la formazione di personale di intelligence e militare direttamente negli USA, con il rischio concreto di ricreare la dinamica esistente fino al 2009 per cui forze di polizia e servizi segreti ricevevano parte del proprio salario e ordini direttamente dall’ambasciata statunitense in Ecuador.
Di fronte quindi a quello che viene annunciato un confronto militare diretto con le bande criminali (per quanto alcune di esse abbiano comunicato pubblicamente di essere estranee a quello che sta succedendo in questi giorni), sembra che gli Usa stiano cercando di mettere al sicuro il Paese andino dal rischio di future fughe al di fuori della propria egida come successe durante l’esperienza progressista.
Il decennio di Correa rappresento infatti non soltanto uno slancio senza precedenti nel miglioramento delle condizioni di vita delle classi popolari con l’uscita dalla povertà di milioni di ecuadoriani, nella costruzione di infrastrutture essenziali, nella naziolizzazione delle risorse del Paese e nella modernizzazione ed ampliamento dello Stato ma anche una chiara postura a livello internazionale.
Nella politica estera Correa ebbe il coraggio di opporsi frontalmente agli Stati Uniti chiudendo la base militare presente nel proprio territorio, citando a giudizio multinazionali nordamericane responsabili di decennali crimini ambientali e sociali nel Paese, appoggiando senza riserve i progetti di integrazione regionale come l’ALBA e ospitando a Quito la sede ufficiale dell’Unasur.
Da ricordare che l’Ecuador fu il Paese che ebbe il coraggio di offrire la propria ambasciata come rifugio a Juliane Assange, per sfuggire alla persecuzione statunitense.
Avviò inoltre un’ampia collaborazione con la Cina nella costruzione di grandi infrastrutture per garantire l’indipendenza energetica del Paese in cambio del petrolio nazionalizzato e una serie di iniziative diplomatiche nelle Nazioni Unite per garantire l’accesso al cibo come diritti inalienabile umano.
Catastrofe sociale catalizzatrice di quella securitaria
Vedere la catastrofe prodotta dal ritorno dell’oligarchia del Paese al potere politico fa pensare che non sia solo incapacità e malagestione. In meno di otto anni la condizione sociale della popolazione è precipitata verticalmente con l’11% percento della popolazione in condizione di povertà estrema e il 28% in povertà relativa.
Il 15% della popolazione soffre di denutrizione cronica colpendo soprattutto i bambini con oltre il 20% dei neonati in questa condizione. Una crisi sociale che genera un humus fin troppo evidente per il radicamento di gruppi criminali che offrono soluzioni tangibili alle problematiche economiche.
Alla crisi sociale si aggiunge un’austerity autoimposta dall’ultimo governo Lasso che dopo aver già ridotto i fondi messi a bilancio per gli anni del suo governo è riuscito addirittura a non spenderli lasciando interi settori dello Stato senza soldi, con difficoltà per il pagamento dei dipendenti pubblici e profondi disagi nella gestione pubblica.
Un esempio tangibile è l’insufficienza energetica del Paese che ha riscoperto dopo decenni il razionamento dell’energia elettrica. I black out sono ormai sistematici e programmati per lunghe ore del giorno causando forti danni all’economia e alla vita delle persone.
Tutto questo in un Paese esportatore di petrolio e dotato di centrali idroelettriche.
Ma il caso più paradigmatico è quello del Ministero dell’Interno che ha speso solo il 50% del proprio bilancio, proprio mentre il Paese viveva l’ondata di violenza più forte della sua storia arrivando alla cifra record di 7.592 morti per omicidio nel 2023, diventando uno dei paesi con tasso di omicidi più alto al mondo.
Le prospettive, almeno nel breve periodo, non sembrano essere rosee per il Paese, soprattutto con l’annunciato arrivo dell’aiuto statunitense. L’Ecuador però, così come tutto il Latino America, ha già saputo mettere in campo forze straordinarie per rimettere in moto le proprie sorti e beffare chi tenta da sempre di mettere un punto di fine alla storia dei popoli del continente.
Fonte
12/01/2024
Ecuador, la fine dello Stato
La violenza scatenatasi in Ecuador trova ampio risalto nelle reti informative e reazioni diffuse nelle Cancellerie latinoamericane. Tutte unanimi nel condannare la violenza delle bande narcos che seminano il terrore nel Paese, ma solo il Dipartimento di Stato USA propone la sua “assistenza” al governo dell'Ecuador.
La proposta ricorda con qualche brivido come vennero assistite Cile e Argentina, ma non è solo frutto del riflesso pavloviano dell’interventismo USA in America Latina, piuttosto cade ad hoc. In Ecuador, infatti, dall’Agosto del 2023 gli USA hanno avanzato un piano di intervento contenuto nel “Progetto di lotta alla delinquenza organizzata internazionale”.
Il progetto, firmato dai rispettivi governi su proposta degli USA ed ora al vaglio della Corte Costituzionale ecuadoregna, riassunto può ben essere definito una annessione de facto dell’Ecuador da parte degli Stati Uniti.
La proclamazione dello stato d’assedio a seguito delle violenze di questi giorni, originatesi con la fuga del leader dei Choneros dal carcere e proseguite poi con gli scontri successivi, si presentano sulla scena ecuadoriana con straordinario tempismo, come se avessero lo scopo di premere sulla Corte Costituzionale perché si faccia cieca e sorda di fronte allo stupro della Costituzione e alla fine della sovranità nazionale ed abdichi il suo ruolo e le sue funzioni direttamente alla locale ambasciata statunitense.
Gli scontri non dureranno ancora molto ma le conseguenze di questa situazione sì. L’Accordo, infatti, che si articola in tre progetti, prevede al primo posto l’appoggio USA all’Ecuador per “migliorare la sua capacità operativa al fine di mitigare, intercettare, investigare, processare e castigare i reati che hanno un grande impatto per la viabilità delle organizzazioni internazionali. Il secondo progetto riguarda “la sicurezza cittadina e l’appoggio all’ordine pubblico. Gli USA offrono appoggio, consulenza e mezzi alla polizia nazionale e alla polizia penitenziaria. Raccoglieranno dati e realizzeranno analisi per fornire al Ministero dell’Interno la formulazione ed esecuzione di un piano di modernizzazione della polizia della durata di dieci anni”.
Il terzo progetto si chiama “Rafforzamento e riforma del sistema giudiziario" ed ha come fine la capacità di "investigare, processare e condannare effettivamente ed efficacemente ai delinquenti". Gli USA rafforzeranno la capacità amministrativa e giuridica della Procura Generale dello Stato, dell’avvocatura, della Corte Nazionale di Giustizia e di altri attori delle funzioni giudiziarie, compresa la recentemente fondata Unità giudiziaria Specializzata in Corruzione e Crimine Organizzato”. Questa mostruosità politica ha prodotto una sconcezza giuridica con la firma - avvenuta il 3 Settembre 2023 - dell’Accordo tra Ecuador e Stati Uniti sulla forza”.
Tale e tanta è la libertà assoluta concessa al personale statunitense - sia esso appartenente alle forze armate USA o a società di contractor privati che per gli USA lavorano - che supera di gran lunga ogni disposizione legislativa statunitense. Il personale statunitense è libero da obblighi, responsabilità, certificazioni ed ogni tipo di imposte; può girare armato, in uniforme o in borghese; non risponde alle disposizioni stabilite dalle forze di sicurezze ecuadoriane; non risponde in nessun caso del suo operato ed è legislativamente impune; è libero di entrare, uscire, transitare e risiedere in Ecuador senza l’obbligo di comunicazione alle autorità di Quito. E’ bene specificare che nelle 5 pagine di cui si compone l’Accordo, non solo non si prevede nessuna forma di reciprocità tra i due Paesi, ma nemmeno mezzo rigo parla dei doveri statunitensi in terra ecuadoregna.
Si tratta insomma di una operazione di svendita della dignità nazionale dell’Ecuador senza precedenti: nemmeno le dittature militari insediatesi in America Latina negli anni '60-'70 sotto la direzione di Washington, avevano mai avuto il coraggio e l’assenza di pudore di mettere nero su bianco la svendita di un Paese ad uno Stato straniero.
Le violenze di questi giorni aiutano straordinariamente il progetto della destra al governo, con la diffusione del terrore generalizzato, trasversale agli schieramenti politici, che ha nello scontro tra potere costituito e contropotere criminale la sua apparenza, ma che in realtà mira ad una operazione di manipolazione politica e mediatica per attribuire al correismo una qualche forma di collateralismo con i Choneros, che invece proprio con Correa videro ridursi spazio e business.
L’orrore serve poi a tentare di stabilire una connessione tra sinistra e narcos che è ridicola solo a pensarla ma permette alla destra estrema della quale Noboa fa parte di sfruttare politicamente il clima di paura generale della popolazione. Non si parla dell'alleanza tra cartelli e destra, che portò anche all'eliminazione di un candidato in piena campagna elettorale e che ora sembra preparare alla perfezione un clima che predisponga l’opinione pubblica ad accettare lo stato d’assedio ed a reprimere la sinistra sociale e politica, assimilandola alla delinquenza e predisponendo una serie di misure destinate alla militarizzazione della società.
I consulenti USA sono stati chiari: c’è la necessità di far passare un messaggio semplice e forte. Chi si oppone all’Accordo con gli USA - come fa la sinistra - è complice dei delinquenti. Finirà che i narcos rientreranno nelle loro tane esigendo da Noboa il rispetto dei patti e con lo stesso Noboa che apparirà come “l’uomo forte” verso il quale riporre fiducia. Sparatorie e orrore sono funzionali all'obiettivo: far passare come positivo nella società ecuadoregna l’accordo con gli USA e la cessione del Paese a Washington, prima consegnandogli le sue istituzioni militari e giuridiche, poi le sue risorse energetiche e ambientali. L’Argentina, per chi non se ne fosse accorto, era solo il primo boccone.
Fonte
La proposta ricorda con qualche brivido come vennero assistite Cile e Argentina, ma non è solo frutto del riflesso pavloviano dell’interventismo USA in America Latina, piuttosto cade ad hoc. In Ecuador, infatti, dall’Agosto del 2023 gli USA hanno avanzato un piano di intervento contenuto nel “Progetto di lotta alla delinquenza organizzata internazionale”.
Il progetto, firmato dai rispettivi governi su proposta degli USA ed ora al vaglio della Corte Costituzionale ecuadoregna, riassunto può ben essere definito una annessione de facto dell’Ecuador da parte degli Stati Uniti.
La proclamazione dello stato d’assedio a seguito delle violenze di questi giorni, originatesi con la fuga del leader dei Choneros dal carcere e proseguite poi con gli scontri successivi, si presentano sulla scena ecuadoriana con straordinario tempismo, come se avessero lo scopo di premere sulla Corte Costituzionale perché si faccia cieca e sorda di fronte allo stupro della Costituzione e alla fine della sovranità nazionale ed abdichi il suo ruolo e le sue funzioni direttamente alla locale ambasciata statunitense.
Gli scontri non dureranno ancora molto ma le conseguenze di questa situazione sì. L’Accordo, infatti, che si articola in tre progetti, prevede al primo posto l’appoggio USA all’Ecuador per “migliorare la sua capacità operativa al fine di mitigare, intercettare, investigare, processare e castigare i reati che hanno un grande impatto per la viabilità delle organizzazioni internazionali. Il secondo progetto riguarda “la sicurezza cittadina e l’appoggio all’ordine pubblico. Gli USA offrono appoggio, consulenza e mezzi alla polizia nazionale e alla polizia penitenziaria. Raccoglieranno dati e realizzeranno analisi per fornire al Ministero dell’Interno la formulazione ed esecuzione di un piano di modernizzazione della polizia della durata di dieci anni”.
Il terzo progetto si chiama “Rafforzamento e riforma del sistema giudiziario" ed ha come fine la capacità di "investigare, processare e condannare effettivamente ed efficacemente ai delinquenti". Gli USA rafforzeranno la capacità amministrativa e giuridica della Procura Generale dello Stato, dell’avvocatura, della Corte Nazionale di Giustizia e di altri attori delle funzioni giudiziarie, compresa la recentemente fondata Unità giudiziaria Specializzata in Corruzione e Crimine Organizzato”. Questa mostruosità politica ha prodotto una sconcezza giuridica con la firma - avvenuta il 3 Settembre 2023 - dell’Accordo tra Ecuador e Stati Uniti sulla forza”.
Tale e tanta è la libertà assoluta concessa al personale statunitense - sia esso appartenente alle forze armate USA o a società di contractor privati che per gli USA lavorano - che supera di gran lunga ogni disposizione legislativa statunitense. Il personale statunitense è libero da obblighi, responsabilità, certificazioni ed ogni tipo di imposte; può girare armato, in uniforme o in borghese; non risponde alle disposizioni stabilite dalle forze di sicurezze ecuadoriane; non risponde in nessun caso del suo operato ed è legislativamente impune; è libero di entrare, uscire, transitare e risiedere in Ecuador senza l’obbligo di comunicazione alle autorità di Quito. E’ bene specificare che nelle 5 pagine di cui si compone l’Accordo, non solo non si prevede nessuna forma di reciprocità tra i due Paesi, ma nemmeno mezzo rigo parla dei doveri statunitensi in terra ecuadoregna.
Si tratta insomma di una operazione di svendita della dignità nazionale dell’Ecuador senza precedenti: nemmeno le dittature militari insediatesi in America Latina negli anni '60-'70 sotto la direzione di Washington, avevano mai avuto il coraggio e l’assenza di pudore di mettere nero su bianco la svendita di un Paese ad uno Stato straniero.
Le violenze di questi giorni aiutano straordinariamente il progetto della destra al governo, con la diffusione del terrore generalizzato, trasversale agli schieramenti politici, che ha nello scontro tra potere costituito e contropotere criminale la sua apparenza, ma che in realtà mira ad una operazione di manipolazione politica e mediatica per attribuire al correismo una qualche forma di collateralismo con i Choneros, che invece proprio con Correa videro ridursi spazio e business.
L’orrore serve poi a tentare di stabilire una connessione tra sinistra e narcos che è ridicola solo a pensarla ma permette alla destra estrema della quale Noboa fa parte di sfruttare politicamente il clima di paura generale della popolazione. Non si parla dell'alleanza tra cartelli e destra, che portò anche all'eliminazione di un candidato in piena campagna elettorale e che ora sembra preparare alla perfezione un clima che predisponga l’opinione pubblica ad accettare lo stato d’assedio ed a reprimere la sinistra sociale e politica, assimilandola alla delinquenza e predisponendo una serie di misure destinate alla militarizzazione della società.
I consulenti USA sono stati chiari: c’è la necessità di far passare un messaggio semplice e forte. Chi si oppone all’Accordo con gli USA - come fa la sinistra - è complice dei delinquenti. Finirà che i narcos rientreranno nelle loro tane esigendo da Noboa il rispetto dei patti e con lo stesso Noboa che apparirà come “l’uomo forte” verso il quale riporre fiducia. Sparatorie e orrore sono funzionali all'obiettivo: far passare come positivo nella società ecuadoregna l’accordo con gli USA e la cessione del Paese a Washington, prima consegnandogli le sue istituzioni militari e giuridiche, poi le sue risorse energetiche e ambientali. L’Argentina, per chi non se ne fosse accorto, era solo il primo boccone.
Fonte
13/01/2021
Venezuela - Scontri tra polizia e narcotrafficanti in alcuni barrios di Caracas
La resa dei conti tra il governo venezuelano e i narcotrafficanti ha visto un salto di qualità con una vasta operazione di polizia in alcuni barrios di Caracas.
Nell’ultima settimana di dicembre gli abitanti del barrio di La Vega e delle aree circostanti avevano notato la presenza di uomini armati con armi lunghe nel quartiere. Secondo alcuni testimoni questi uomini non erano del quartiere ma provenivano da un altro barrio chiamato Cota 905.
Mercoledì 6 gennaio sono stati registrati i primi duri scontri tra la Polizia Nazionale Bolivariana e i narcos che da tempo spadroneggiavano in alcuni barrios. Anche i poliziotti vivevano in anonimato e nel terrore. Lo testimonia un agente di polizia che vive nel barrio La Vega a Cronica raccontando che: “Ho cercato una casa in cui trasferirmi ma non ho abbastanza soldi per andarmene e gli affitti sono molto alti. Quando vado a lavoro esco spaventato e talvolta per la paura preferisco non entrare nel quartiere”. Il poliziotto ha paura che i membri della banda scoprano che lavora nella polizia e lo uccidano.
In alcuni settori del quartiere, i residenti hanno iniziato a vedere giovani e adulti in giro con armi lunghe dall’ultima settimana del 2020. La voce che si diffonde tra gli abitanti è che vogliano espellere la polizia dal quartiere.
Dal pomeriggio di mercoledì 6 gennaio, i funzionari della Polizia Nazionale Bolivariana (PNB) sono entrati a La Vega. Al calar della notte si sono accesi durissimi scontri tra i poliziotti sostenuti dalle Forze Speciali (Faes) e i membri delle bande di narcos pesantemente armate. Secondo alcune fonti i morti sarebbero 13, secondo altre sarebbero saliti a 23.
Tra il 29 e il 30 dicembre 2020, i membri della mega gang Coqui, avevano preso possesso di via Zulia e dei settori Valle Alegre, El Carmen, Las Margaritas, Las Maticas, Los Paraparos, Los Cangilones, San. Miguel, La Ladera e La Fila. Una parte di questi settori è adiacente ai quartieri di La Cota, El Valle e El Cementerio. Il quartiere de El Carmen è stato uno dei settori più colpiti dalla sparatoria tra polizia e criminali.
Secondo gli abitanti consultati da Crónica.uno, i leader di questa mega banda di Cota 905 – i Coqui, i Garbis e i Vampi – hanno armato pesantemente i loro uomini per conquistare territori al di fuori del Cota. Giovedì, 7 gennaio, il quartiere si è svegliato senza poliziotti in giro. Tuttavia, si temeva che nel pomeriggio la polizia sarebbe arrivata per riprendere il controllo del quartiere.
Esperti di sicurezza hanno spiegato a Crónica.Uno che i narcos sono coinvolti in crimini come estorsione, traffico di droga e rapimenti. E hanno trasformato la comunità in una zona franca, dove gli agenti di polizia non entrano.
Tra agosto e settembre 2020, ci sono state due incursioni della polizia che avevano bloccato le attività criminali a Cota 905 e i suoi dintorni, tra cui La Vega. Ma poi era arrivato l’ordine di ritirarsi.
Mercoledì 6 gennaio la polizia ha deciso di dare vita ad una operazione anti-narcos a La Vega, ma anche in zone vicine, come Montalbán.
Nella zona da tempo esisteva un braccio di ferro tra le autorità e le bande di narcos che si erano insediate nei barrios della zona.
Nel settembre del 2016, la polizia aveva neutralizzato la banda dei “Picure” che agiva nel settore Las Torres, nella parte alta di La Vega, dove si era stabilita nel 2014. Il 3 settembre 2016 veniva ucciso José Antonio Tovar Colina il leader della mega gang El Picure.
È da tempo che, nonostante le calunnie degli Stati Uniti, della destra e dei giornali venezuelani in larghissima parte in mano all’opposizione, il governo del Venezuela sta dando battaglia ai narcotrafficanti che usano il confine con la Colombia per i loro traffici e cercano di insediarsi in Venezuela alimentando il fenomeno delle gang legate alle attività criminali. Bande come “El Coqui”, “El Garbis” ed “El Vampi”, da tempo stavano reclutando nuovi membri per controllare l’area di Caracas in cui sono avvenuti gli scontri.
Tra il 2009 e il 2010, le autorità venezuelane hanno arrestato e estradato tre big boss del narcotraffico: due colombiani e un italiano. I colombiani erano Carlos Alberto Rentería Mantilla, alias “Beto” e Farid Feris Domínguez detto “El Doctor”. L’italiano era il boss della mafia siciliana Salvatore Miceli.
A ottobre del 2020 hanno arrestato un altro boss ricercato anche dalla Francia: Eustasio Cirilo Cordova che guidava il cartello de “Los Mureles”, il suo territorio era nelle regioni orientali di Sucre e Anzoategui. Cordova era ricattato dalla polizia ma godeva anche della protezione di alcuni agenti corrotti. A denunciarlo è stato il procuratore nazionale Tarek William Saab che ha proceduto a incriminare l’ufficiale di polizia Alexander José Ramírez Sánchez.
Il governo e le autorità locali venezuelane hanno deciso di avviare un serio repulisti delle sacche di criminalità organizzata esistenti nel paese, fortemente connesse con i narcotrafficanti della vicina Colombia, spesso disponibili a diventare braccio armato della destra.
Fonte
Nell’ultima settimana di dicembre gli abitanti del barrio di La Vega e delle aree circostanti avevano notato la presenza di uomini armati con armi lunghe nel quartiere. Secondo alcuni testimoni questi uomini non erano del quartiere ma provenivano da un altro barrio chiamato Cota 905.
Mercoledì 6 gennaio sono stati registrati i primi duri scontri tra la Polizia Nazionale Bolivariana e i narcos che da tempo spadroneggiavano in alcuni barrios. Anche i poliziotti vivevano in anonimato e nel terrore. Lo testimonia un agente di polizia che vive nel barrio La Vega a Cronica raccontando che: “Ho cercato una casa in cui trasferirmi ma non ho abbastanza soldi per andarmene e gli affitti sono molto alti. Quando vado a lavoro esco spaventato e talvolta per la paura preferisco non entrare nel quartiere”. Il poliziotto ha paura che i membri della banda scoprano che lavora nella polizia e lo uccidano.
In alcuni settori del quartiere, i residenti hanno iniziato a vedere giovani e adulti in giro con armi lunghe dall’ultima settimana del 2020. La voce che si diffonde tra gli abitanti è che vogliano espellere la polizia dal quartiere.
Dal pomeriggio di mercoledì 6 gennaio, i funzionari della Polizia Nazionale Bolivariana (PNB) sono entrati a La Vega. Al calar della notte si sono accesi durissimi scontri tra i poliziotti sostenuti dalle Forze Speciali (Faes) e i membri delle bande di narcos pesantemente armate. Secondo alcune fonti i morti sarebbero 13, secondo altre sarebbero saliti a 23.
Tra il 29 e il 30 dicembre 2020, i membri della mega gang Coqui, avevano preso possesso di via Zulia e dei settori Valle Alegre, El Carmen, Las Margaritas, Las Maticas, Los Paraparos, Los Cangilones, San. Miguel, La Ladera e La Fila. Una parte di questi settori è adiacente ai quartieri di La Cota, El Valle e El Cementerio. Il quartiere de El Carmen è stato uno dei settori più colpiti dalla sparatoria tra polizia e criminali.
Secondo gli abitanti consultati da Crónica.uno, i leader di questa mega banda di Cota 905 – i Coqui, i Garbis e i Vampi – hanno armato pesantemente i loro uomini per conquistare territori al di fuori del Cota. Giovedì, 7 gennaio, il quartiere si è svegliato senza poliziotti in giro. Tuttavia, si temeva che nel pomeriggio la polizia sarebbe arrivata per riprendere il controllo del quartiere.
Esperti di sicurezza hanno spiegato a Crónica.Uno che i narcos sono coinvolti in crimini come estorsione, traffico di droga e rapimenti. E hanno trasformato la comunità in una zona franca, dove gli agenti di polizia non entrano.
Tra agosto e settembre 2020, ci sono state due incursioni della polizia che avevano bloccato le attività criminali a Cota 905 e i suoi dintorni, tra cui La Vega. Ma poi era arrivato l’ordine di ritirarsi.
Mercoledì 6 gennaio la polizia ha deciso di dare vita ad una operazione anti-narcos a La Vega, ma anche in zone vicine, come Montalbán.
Nella zona da tempo esisteva un braccio di ferro tra le autorità e le bande di narcos che si erano insediate nei barrios della zona.
Nel settembre del 2016, la polizia aveva neutralizzato la banda dei “Picure” che agiva nel settore Las Torres, nella parte alta di La Vega, dove si era stabilita nel 2014. Il 3 settembre 2016 veniva ucciso José Antonio Tovar Colina il leader della mega gang El Picure.
È da tempo che, nonostante le calunnie degli Stati Uniti, della destra e dei giornali venezuelani in larghissima parte in mano all’opposizione, il governo del Venezuela sta dando battaglia ai narcotrafficanti che usano il confine con la Colombia per i loro traffici e cercano di insediarsi in Venezuela alimentando il fenomeno delle gang legate alle attività criminali. Bande come “El Coqui”, “El Garbis” ed “El Vampi”, da tempo stavano reclutando nuovi membri per controllare l’area di Caracas in cui sono avvenuti gli scontri.
Tra il 2009 e il 2010, le autorità venezuelane hanno arrestato e estradato tre big boss del narcotraffico: due colombiani e un italiano. I colombiani erano Carlos Alberto Rentería Mantilla, alias “Beto” e Farid Feris Domínguez detto “El Doctor”. L’italiano era il boss della mafia siciliana Salvatore Miceli.
A ottobre del 2020 hanno arrestato un altro boss ricercato anche dalla Francia: Eustasio Cirilo Cordova che guidava il cartello de “Los Mureles”, il suo territorio era nelle regioni orientali di Sucre e Anzoategui. Cordova era ricattato dalla polizia ma godeva anche della protezione di alcuni agenti corrotti. A denunciarlo è stato il procuratore nazionale Tarek William Saab che ha proceduto a incriminare l’ufficiale di polizia Alexander José Ramírez Sánchez.
Il governo e le autorità locali venezuelane hanno deciso di avviare un serio repulisti delle sacche di criminalità organizzata esistenti nel paese, fortemente connesse con i narcotrafficanti della vicina Colombia, spesso disponibili a diventare braccio armato della destra.
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28/09/2019
Messico - Ayotzinapa, 5 anni dopo: la lotta per la verità e la giustizia continua
Sono passati cinque anni dal massacro dei 43 studenti di Ayotzinapa fatti sparire la notte del 26 settembre del 2014. Secondo la versione ufficiale del governo dell’ex presidente messicano, Enrique Peña Nieto, gli studenti sarebbero stati arrestati prima dalla polizia municipale di Iguala e poi consegnati da questi ai membri di un noto gruppo criminale della zona, i Guerreros Unidos, che li assassinò e ne bruciò i cadaveri, gettando i resti in una discarica di Cocula.
Ma il Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (GIEI), designato dalla Commissione Interamericana dei diritti umani e dai familiari degli studenti desaparecidos, rigettò questa versione, già nel 2015, mentre il nuovo presidente Andres Manuel Lopez Obradòr, appena insediato, ha emanato un decreto urgente che ha finalmente consentito di costituire una “Commissione per la verità sul caso Ayotzinapa“.
Quest’anno, il 14 agosto, cioè 43 giorni prima della sparizione, è partita una campagna sui social con l’hashtag #YoConLaVerdad e #Ayotzinapa5años ed ogni giorno, fino ad oggi, è stato dedicato ad uno dei 43 ragazzi desaparecidos.
Nonostante gli importanti impegni assunti dal presidente Obradòr, 24 accusati della scomparsa dei giovani sono stati recentemente scarcerati aggiungendosi agli altri 53 che erano già stati rimessi in libertà qualche tempo prima. Pertanto, ad oggi, sono 65 gli imputati detenuti per i fatti di Ayotzinapa. I 24 scarcerati sono poliziotti di Iguala, Cocula e Huitzuco, municipio dello stato di Guerrero, all’epoca in cui furono prelevati i 43 studenti. Il rilascio dei 24 imputati ha provocato un moto di indignazione nell’opinione pubblica messicana.
Il presidente della Commissione per la verità sul caso Ayotzinapa, Alejandro Encinas (sottosegretario di governo) ha detto senza mezzi termini che si è trattato di un “affronto alle indagini della Commissione”, perché “coinvolge la corruzione, l’incapacità e la parzialità del regime precedente, lasciando in libertà coloro che hanno depistato le indagini o commesso dei crimini”.
La Procura generale della Repubblica ha deciso di presentare ricorso contro l’ex procuratore generale, Jesús Murillo Karam, l’ex titolare dell’Agencia di Investigazione criminale, Tomás Zerón, e l’ex titolare titolare speciale del caso, José Aarón Carro.
Dal canto loro, i familiari dei 43 studenti hanno espresso forti critiche nei confronti della Procura generale per la eccessiva lentezza nelle indagini e per le scarcerazioni massicce degli imputati. Ma, soprattutto, hanno ribadito la richiesta di verità circa la responsabilità del comando militare durante il precedente governo Peña Nieto.
Hilda Legideño, una delle madri, ha dichiarato “È necessario indagare su chi ha fabbricato questa enorme bugia. Dobbiamo sapere cosa è successo veramente quel giorno. Perché fabbricare questa grande bugia che ha fatto così tanti danni?”
Santiago Aguirre, il legale dei familiari, ha precisato “Se non si procederà penalmente contro chi ha ostacolato le indagini e contro chi ha violato i diritti umani, non si romperà il muro di impunità che oggi impedisce di conoscere la verità”.
Il presidente, Lopez Obrador, ha ribadito il suo deciso impegno a fare piena luce sul massacro ed ha chiesto ufficialmente all’Esercito messicano di fornire alla Procura Generale tutte le informazioni del caso. Per Emiliano Navarrete, padre di uno dei 43 studenti desaparecidos di Aytozinapa “A quasi cinque anni dalla scomparsa dei nostri figli la ferita è ancora aperta. Non c’è pace nei nostri cuori, né nelle nostre famiglie”.
I 43 studenti desaparecidos di Ayotzinapa sono diventati, loro malgrado, il simbolo della violenza di Stato in Messico e sono ormai di evidenza pubblica la responsabilità del governo guidato dall’ex presidente Enrique Peña Nieto nello sviamento delle indagini, come messo nero su bianco della Commissione Nazionale dei Diritti Umani.
Non sono bastati quattro anni di ostacoli, lentezze e depistaggi, a tenere in piedi quella traballante verità ufficiale che attribuiva il massacro di Ayotzinapa ai cartelli della droga. Dai fatti di Iguala in poi, nelle piazze e nelle strade del Messico, è risuonato sempre più forte lo slogan “Fue El Estado!“ (È stato lo Stato!).
Ed è cresciuta la consapevolezza generale che i sistemi di potere locali e nazionali collegati al Partito Rivoluzionario Istituzionale hanno usato la così detta “guerra alla droga” per mantenere il potere in combutta con le principali organizzazioni criminali del paese. Una guerra sporca iniziata nel 2006 e che ha fatto, fino ad oggi, 200.000 morti e 40.000 desaparecidos.
Fonte
22/09/2019
Venezuela: un video mostra la confessione dei narcos paramilitari che hanno scortato Guaidó in Colombia
Il ministro della Comunicazione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Jorge Rodríguez, ha mostrato un video in cui il narco-paramilitare colombiano Iván Posso Pedrozo, alias "Nandito", un membro di "Los Rastrojos" arrestato l'11 settembre dalle autorità venezuelane, racconta l'operazione a cui ha partecipato per trasferire il golpista Juan Guaidó dal Venezuela alla Colombia.
L'operazione è stata effettuata il 22 febbraio, quando il golpista al servizio di Washington Guaidó ha partecipato al concerto "Venezuela Aid Live", tenutosi in Colombia, un giorno prima del fallito tentativo di far giungere con la forza "aiuti umanitari" nel territorio venezuelano.
Secondo il video mostrato da Rodríguez, Posso Pedrozo era una delle persone incaricate di raccogliere i soldi dalle tangenti e dai rapimenti dell'organizzazione narco-paramilitare.
Il materiale audiovisivo, registrato dagli organi di intelligence venezuelani, indica che i Rastrojos sono stati contattati per trasferire Guaidó da inviati del governatore dell'opposizione dello stato di Táchira, Laidy Gómez e Roberto Marrero, collaboratore del deputato golpista.
Marrero è stato arrestato il 21 marzo in Venezuela per il suo presunto legame con una cellula terroristica smantellata e legato al fallito attacco contro il presidente Nicolás Maduro, nell'agosto 2018.
Posso Pedroza, catturato dalle autorità venezuelane i giorni precedenti l'11 settembre, dice nel video che lui ha realizzato le immagini dell'autoproclamato "presidente incaricato” con Albeiro Lobo Quintero, detto anche "Brother", che porta una pistola nella cintura; John Jairo Durán, noto come "El Menor" e Argenis Vaca, alias "Vaquita", tutti leader del gruppo "Los Rastrojos".
Lì, spiega che con queste immagini, il gruppo paramilitare che si è macchiato di reati come omicidi, traffico di droga, contrabbando ed estorsione avrebbe potuto fare pressione sull'ipotetico governo di Guaidó affinché potesse agire liberamente nel territorio venezuelano.
Quando ha mostrato il video, Rodriguez ha affermato che le immagini sarebbero state utili al passaggio di "Los Rastrojos" attraverso il Venezuela.
"Quelle foto erano intenzionali per poter ricattare la destra venezuelana", ha detto.
Mercoledì scorso, il presidente dell'Assemblea Nazionale Costituente, Diosdado Cabello, ha reso noto nel suo programma televisivo "Con el Mazo Dando" alcune fotografie del deputato Guaidó accompagnato da paramilitari colombiani.
Appare Jonathan Orlando Zambrano García, alias "Patrón Pobre", secondo l'identificazione della grafica, che sarebbe un altro membro della banda narco-paramilitare "Los Rastrojos".
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02/07/2018
Il Messico incorona Amlo. La sfida del cambiamento comincia ora...
La svolta politica c’è ed è netta. Amlo – Andrés Manuel López Obrador, leader storico della sinistra messicana – ha vinto le elezioni politiche in modo schiacciante, con il 53% dei voti. Come in altre due occasioni i sondaggi gli attribuivano una larga vittoria, ma stavolta i brogli non sono stati tali da impedire una vittoria annunciata. E’ il segno della crisi che la colpito le classi dirigenti iper-corrotte e legate ai narcos che hanno guidato il paese da quasi un secolo a questa parte.
La svolta economica e sociale potrebbe avvenire, ma bisognerà vedere in che misura. Il Messico è infatti membro del Nafta, il “mercato comune” con Stati Uniti e Canada che ne ha castrato per decenni le possibilità di sviluppo, nonostante riserve petrolifere un tempo assai alte e oggi in progressiva riduzione.
Per ottenere il via libera da una parte della “classe dirigente” messicana, Obrador ha dovuto annacquare non poco il suo programma politico, incentrato comunque sulla parola d’ordine “prima i poveri”. Se n’è avuta una dimostrazione con le prime dichiarazioni successive alla resa dei suoi due principali concorrenti – il candidato del partito al governo (Pri), José Antonio Meade, e Ricardo Anaya, che guidava una coalizione destra-sinistra con il Pan e il Prd, rispettivamente terzo e secondo.
«La patria viene prima di tutto»; «Il nuovo progetto della nazione punterà a stabilire una democrazia autentica, ma non vogliamo costruire una dittatura né aperta, né coperta. I cambiamenti saranno profondi, ma avverranno nel rispetto dell’ordine legale stabilito. Ci sarà libertà di impresa, di espressione, di associazione e di religione. Si garantiranno tutte le libertà individuali e sociali, così come i diritti civili e politici consacrati nella nostra costituzione»; «il nuovo governo manterrà la disciplina finanziaria e fiscale. Si riconosceranno gli impegni presi con le imprese, le banche nazionali e straniere», anche se «i contratti del settore energetico saranno rivisti, per prevenire atti di corruzione e illegalità».
Del resto Amlo sa meglio di chiunque altro, in Messico, che vincere le elezioni è solo una piccola parte del problema. La partita politica, da quelle parti, non si è giocata quasi mai soltanto sul piano del consenso popolare, ma quasi sempre su quello più brutale dei rapporti di forza militari. E Amlo non è Chavez, a partire dal fatto che il secondo poteva contare sulla fedeltà di gran parte dell’esercito...
Obrador ha dunque garantito che «non attueremo il programma in maniera arbitraria, né ci saranno confische o espropriazioni di beni», per tranquillizzare al massimo possidenti, imprese, multinazionali. Ossia chi tiene di fatto in mano i cordoni (i “cappi”) del potere finanziario, assai più volatile di quello industriale, e soprattutto il “combinato disposto” tra forze dell’ordine, esercito, squadroni della morte e narcotrafficanti; spesso indistinguibili l’uno dall’altro, specialmente ai vertici.
La prudenza di Amlo, insomma, non è una “questione ideologica”... La vera sfida del cambiamento sociale riparte in tutta l’America Latina, contrastando quella che sembrava una inarrestabile rivincita da parte dell’imperialismo statunitense (la caduta “processuale” dei governi progressisti in Argentina, Brasile, Paraguay, ecc.). Ma non è – non è mai stato – “un pranzo di gala” da misurare soltanto col metro della “rivoluzionarietà” immediata degli atti del nuovo governo.
Fonte
22/02/2018
Caos nel Brasile. Perché hanno condannato Lula
Intervista di ADIATV con Achille Lollo
Negli ultimi tre mesi il governo golpista di Michel Temer ha reso sempre più evidente le sue incapacità istituzionali e, quindi, la sua debolezza politica, al punto di mercanteggiare la condanna nei confronti di Lula e di sfruttare l’immagine delle Forze Armate che pattugliano le strade di Rio de Janeiro e la frontiera con il Venezuela, per dire, agli emissari della Casa Bianca, che la situazione è sotto controllo. Per questo, ADIATV ha intervistato il giornalista Achille Lollo per capire cosa sta succedendo in Brasile e perché l’ex-presidente Inácio Lula da Silva è stato condannato a dodici anni, non potendo più essere il candidato del PT nelle elezioni di ottobre, nonostante avesse il 38% delle preferenze.
Per quali motivi il governo Temer ha richiesto allo Stato Maggiore delle Forze Armate una maggiore presenza dell’esercito negli stati di Roraima e di Rio Grande do Norte e dopo il Carnevale ha dichiarato lo “Stato di Emergenza” nello stato di Rio de Janeiro?
«In realtà si tratta di due situazioni differenti. Infatti, negli ultimi sei mesi sono arrivati nello stato di Roraima all’incirca 40.000 venezuelani. La maggior parte di questi sono stati attirati dal miraggio di andare a lavorare nelle nuove miniere artigianali di oro e diamanti, chiamate “garimpo”, tra i cui proprietari ci sono molti venezuelani. Questi, in mancanza di mano d’opera brasiliana, disposta a lavorare dodici ore al giorno a “prezzi di banana”, hanno cominciato a far venire i propri connazionali, con la falsa promessa di guadagnare autentiche fortune e di diventare soci. Un altro importante flusso di emigrazione è alimentato dai missionari statunitensi delle sette pentecostali, che sognano il riconoscimento, da parte dell’ONU, di uno stato indigeno indipendente per proteggere il “Popolo della Foresta”, vale a dire le tribù degli Yanomani, che vivono nel nord dello stato brasiliano di Roraima e nel sud dello stato venezuelano di Amazonas.
Dietro questo complesso scenario c’è la manipolazione dei media che utilizzano il fenomeno dell’emigrazione per attaccare il governo bolivariano di Nicolás Maduro dicendo che “...I venezuelani dello stato di Amazonas fuggono nel Brasile perché stanno morendo di fame...”.
Da rilevare che la militarizzazione brasiliana lungo il confine con il Venezuela è un altro favore che il governo brasiliano del golpista Michel Temer ha fatto alla Casa Bianca!
Lo “Stato di Emergenza” nello stato e soprattutto nella città di Rio de Janeiro è una misura elettorale per accontentare la classe media e l’alta borghesia impaurita dall’ondata di violenza che ha macchiato il Carnevale di Rio de Janeiro. Nello stesso tempo è anche una misura preventiva, con cui il governo vorrebbe intimidire le manifestazioni che si faranno a Rio de Janeiro contro a) la privatizzazione della Petrobrás, del Banco do Brasil, della Caixa Economica e dell’Eletrobrás; b) contro la riforma delle pensioni; c) e contro la detenzione di Lula, se il Tribunale Superiore Federale respingerà il ricorso della difesa, decretando la detenzione dell’ex-presidente.
È opportuno ricordare che, Rio de Janeiro, dai tempi della dittatura, è sempre stata la città brasiliana più politicizzata e, quindi, quella sempre pronta allo scontro. Quindi, con il mantenimento indeterminato dello stato di assedio nella città e nello stato di Rio de Janeiro, il governo Temer spera di poter controllare la situazione fino al mese di ottobre, quando si realizzeranno le elezioni».
Parliamo adesso della situazione di Lula, dopo che la Corte di Appello di Curitiba ha aumentato la condanna da nove a dodici anni di prigione. Infatti nei prossimi giorni, in Brasilia, il Tribunale Federale Superiore dovrà giudicare l’ultimo ricorso della difesa. Pensi che nel TSF gli avvocati di Lula potranno ribaltare la sentenza costruita da Moro e quindi permettere a Lula di partecipare nelle prossime elezioni?
«Purtroppo Lula ha pochissime possibilità di uscire vittorioso nel Tribunale Superiore Federale. Innanzitutto, perché il giudice del Tribunal Superiore di Giustizia (TSJ) ha risposto negativamente a un altro ricorso della difesa, ponendo l’accento sul fatto che se il plenario del Tribunale Supremo Federale confermerà la condanna, Lula sarà immediatamente arrestato e detenuto in regime di semilibertà. D’altra parte nel processo di appello tutti e tre i giudici votarono a favore della condanna. Il terzo giudice, addirittura non ha nemmeno motivato la sua decisione per la condanna, ma ha semplicemente scritto “confermo”. Questo elemento pregiudicherà abbastanza il ricorso dei difensori di Lula nel TSF.
In pratica, i dieci giudici del TSF potranno:
a) annullare le due sentenze per “difetti procedurali”. In questo caso il TSF riconoscerebbe che il giudice Sergio Moro e la Polizia Federale avrebbero commesso gravi errori nell’istruzione del processo. Di conseguenza il TSF richiederebbe al TSJ di indicare una nuova corte per rifare il processo. In questo modo Lula potrebbe partecipare alle elezioni di ottobre.
b) Il TSF – solo se tutti i dieci giudici saranno d’accordo – potrà dichiarare Lula innocente per insufficienza di prove o per non aver commesso il fatto, o per essere estraneo ai fatti.
c) Può confermare la sentenza di condanna emessa dalla Corte di Appello e ordinare l’immediata detenzione che, in funzione dell’età di Lula (72 anni), potrà essere trasformata in arresti domiciliari.
Però, conoscendo le posizioni conservatrici dei dieci giudici del TSF è molto difficile che questi intercedano in favore di Lula. Anche perché i giudici che dovranno sentenziare Lula sono gli stessi che permisero la realizzazione del falso Impeachment contro il presidente Dilma Roussef, nel 2015!
In realtà la condanna di Lula è una sentenza tipicamente politica. È l’ultimo tassello che mancava alle eccellenze della Casa Bianca per avviare il nuovo ciclo geopolitico e geostrategico dell’imperialismo in Brasile e quindi in America Latina. Basti pensare che il 7 febbraio Lula sarebbe dovuto andare in Etiopia, per presiedere un seminario organizzato dalla FAO. Ebbene il giudice istruttore di Brasilia ha subito richiesto il ritiro del passaporto di Lula, proibendogli di allontanarsi dal Brasile!».
Ma per quali motivi la Casa Bianca vorrebbe la detenzione di Lula?
«Vorrei chiarire che non si tratta di una rivalsa personale voluta da Bush, da Obama o da Trump. In realtà gli USA vogliono annullare il simbolismo politico che Lula, il PT e la CUT hanno rappresentato per venti anni nella congiuntura politica brasiliana. Infatti, fu in funzione di questo simbolismo che Lula, nel primo mandato presidenziale (2003/2007), sottoscrisse tutte le decisioni del governo che sconvolsero l’architettura geostrategica che l’imperialismo statunitense pretende d'imporre in America Latina.
Mi riferisco, innanzitutto: 1) al fallimento del “Progetto Brasile”; 2) al tracollo dell’ALCA, ricordando che quando Lula comunicò l’abbandono del Brasile dalla presidenza della Commissione Preparatoria, immediatamente Argentina, Uruguay, Bolivia, Ecuador, Paraguay e Venezuela dichiararono la propria incompatibilità economica con la proposta statunitense; 3) in seguito Lula dinamizzò il Mercosur, che divenne l’antagonista dell’ALCA, per poi il 28 maggio 2008 dar vita all’UNASUR, che unì il Mercosur e il CAN (Comunità Andina), diventando il primo organismo politico permanente di una futura unione continentale; 4) appena eletto Lula autorizzò la Petrobrás a inviare in Venezuela diverse navi petroliere cariche di benzina e di diesel. Quest’aiuto contribuì all’insuccesso del “Paro Petrolero”, che avrebbe dovuto innescare il secondo colpo di stato contro il presidente Hugo Chávez; 5) ci fu poi l’autorizzazione di Lula affinché la Petrobrás realizzasse a Cuba degli studi geologici con cui definire l’ampiezza delle falde degli scisti petroliferi, violando in questo modo il Blocco Economico imposto dagli Stati Uniti; 6) nell’accordo con gli USA sui biocombustibili (etanolo) Lula rigettò la proposta di Bush di utilizzare i semi transgenici delle multinazionali statunitensi (Monsanto) per le colture di granturco e di canna da zucchero, destinate alla produzione dei biocombustibili; 7) a livello di OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) Lula rafforzò la posizione del Brasile, denunciando gli eccessi del protezionismo degli Stati Uniti per quanto riguarda il cotone, la carne bovina, il succo d’arancia e i sussidi federali all’agricoltura statunitense; 8) Nel 2009 Lula definì con i presidenti Medvedev, Hu Jintao e Singh, la creazione dei BRICS, per contrapporsi alle pratiche estorsive del FMI e della Banca Mondiale; 9) Infine, nel 2011, nel Forum di Davos, dopo aver suggerito la formazione di un fondo internazionale per combattere la fame e la povertà, Lula criticò duramente la globalizzazione affermando “...È assolutamente necessario costruire un ordine economico mondiale che attenda i bisogni di miliardi di persone che, oggi, vivono ai margini del cosiddetto benessere...”.
Per ultimo, non possiamo dimenticare gli scontri con la Casa Bianca sulle questioni militari, vale a dire: a) il contratto con l’Ucraina di Poroschenko (all’epoca alleata della Russia di Putin) per l’uso della base aereo-spaziale di Alcantara, b) l’acquisto di trentasei cacciabombardieri “Gripen” della svedese Saab, al posto degli F-18 della Boeing statunitense; c) la decisione dell’ex primo ministro José Dirceu di riattivare il progetto della Marina brasiliana per la costruzione del sottomarino nucleare.»
Potresti spiegare in cosa consisteva il “Progetto Brasile”?
«Nel 1991, dopo lo smembramento dell’URSS e la fine del PCUS, le eccellenze della Casa Bianca e soprattutto quelle di Wall Street capirono che i progetti per disarticolare la Cina in termini ideologici e a livello di geo-strategia erano in sostanza falliti per quattro motivi: 1) il Partito Comunista Cinese continuava a controllare il paese e le Forze Armate; 2) tutti i tentativi per smembrare la Cina con rivendicazioni etniche, linguistiche e religiose si erano spenti sul nascere; 3) nonostante il massiccio trasferimento di modelli di produzione capitalista nelle provincie con statuto speciale, l’esplosione del consumismo e la creazione di una borghesia industriale, gli USA non avevano nessuna influenza sulle decisioni politiche ed economiche del governo cinese; 4), il rapido adattamento dell’economia cinese alle regole del mercato, indicava che in quindici anni la Cina sarebbe diventata il principale concorrente commerciale degli Stati Uniti.
Per questi motivi, le eccellenze della Casa Bianca e di Wall Street scelsero il Brasile – che è una nazione di ambito continentale –, per implementare un mega-progetto con cui trasformare il disordinato processo di sviluppo dell’economia brasiliana post-dittatura in una moderna economia liberista, capace di sostituire con la sua produzione gran parte delle esportazioni cinesi. Di conseguenza, nel 1995, la Casa Bianca si affidò alla TV Globo per eleggere come presidente Fernando Henrique Cardozo, per poi con lui avviare la ristrutturazione del sistema economico brasiliano, realizzando un ampio programma di riforme liberiste e di privatizzazioni. Però, in otto anni di governo, Fernando Henrique, a causa della reazione dei sindacati e del movimento popolare, non riuscì a privatizzare quello che più interessava alla Casa Bianca e ai brokers di Wall Street, vale a dire le grandi banche statali (Banco do Brasile e Caixa Economica e le banche dei 24 stati), come pure le imprese pubbliche del settore petrolifero, petrochimico ed elettrico. Gli scioperi, le occupazione di terre e un clima di dure lotte rivendicative nelle periferie delle grandi città terrorizzò molti impresari della FIESP, che all’epoca dicevano “...il fallimento del programma politico di Fernando Henrique oltre alla crisi economica ha creato una difficile situazione di tipo pré-insurrezionale...”.
Quindi, nel 2002, la borghesia industriale di São Paulo, Rio de Janeiro, Porto Alegre, Salvador, Recife e di Belo Orizonte, pur di avere un minimo di pace sociale, appoggiò l’elezione di Lula e la formazione di un governo di centro sinistra, diretto dal PT. In questo modo Lula sconfisse il candidato della Casa Bianca, José Serra, interrompendo tutte le privatizzazioni previste da Fernando Henrique nell’ambito del “Progetto Brasile”. Una volta eletto, Lula sanzionò il cosiddetto “Programa Desenvolvimentista” (Programma per lo Sviluppo) che favoriva unicamente le industrie brasiliane e non le succursali delle multinazionali».
Ma perché la borghesia industriale, soprattutto quella dello stato di São Paulo che ha ricevuto enormi benefici dal governo del PT, non ha difeso Lula, permettendo che il suo governo fosse demonizzato dai media e dai giudici?
«Innanzitutto perché con la seconda vittoria di Lula nelle elezioni presidenziali del 2007, l’evoluzione della congiuntura politica del Brasile è stata influenzata da tre elementi. Il primo è di ambito culturale che presenta due fattori che hanno sempre contraddistinto l’evoluzione della società brasiliana, vale a dire a) la paura da parte di tutti i settori della borghesia, della classe media e dei latifondisti di dover convivere con un proletariato e una classe operaia rappresentata nel governo; b) il sentimento razzista da parte di tutte le componenti della borghesia nei confronti dei poveri, etnicamente composti, al 95%, da afro-discendenti, meticci e indigeni.
Il secondo elemento riguarda la pratica della corruzione nel sistema parlamentare brasiliano. In effetti, nonostante il Ministro della “Casa Civil” (primo ministro) José Dirceu avesse negoziato la formazione di un governo di coalizione, in seguito scoprì che la metà dei parlamentari alleati avrebbero votato le riforme proposte dal governo solo se pagati. Quindi per evitare di fare “leggi-burla”, per pagare il ricatto dei parlamentari alleati, Dirceu e i dirigenti storici del PT attivarono un sistema di pagamento mensile chiamato “Mensalão”, utilizzando i fondi per la pubblicità di alcune imprese statali. Però, nel 2005, il segretario nazionale del PTB, Roberto Jefferson – alleato del governo – vendette alla TV Globo l’esclusiva delle sue rivelazioni sul funzionamento del “Mensalão”. Da quel momento cominciò l’attacco dei giudici e dei media che culminò con la condanna di tutti principali dirigenti della direzione del PT e poi con quella di Lula.
Il terzo elemento riguarda il conflitto all’interno della borghesia, con l’affermazione di quei settori legati alle multinazionali e agli Stati Uniti, che volevano promuovere il cosiddetto “Cambiamento Liberista”. Di conseguenza, quando il “Desenvolvimentismo Lulista”, alla fine del primo governo di Dilma Roussef, registrò le prime contraddizioni, con la ripresa degli scioperi, le manifestazioni popolari contro gli sprechi, le occupazioni delle terre incolte, l’aumento dell’inflazione e l’avvicinarsi della crisi finanziaria, tutti i settori delle borghesia e della classe media considerarono conclusa la fase di convivenza politica con il governo del PT e quindi con il successore di Lula, Dilma Roussef. Per questo la “razza padrona” accettò a occhi chiusi le inchieste dei giudici contro Lula e contro il PT».
Se il PT ha vinto quattro elezioni presidenziali, per quali motivi ha dovuto allearsi con partiti come il PMDB e il PTB, che poi l’hanno tradito?
«Nella seconda elezione, Lula fu eletto con il 72% dei suffragi, mentre i parlamentari del PT ricevettero solo il 31% dei voti. Per questo motivo il PT fu obbligato a creare una maggioranza con alcuni partiti che non avevano nessun legame ideologico con il PT. Però avevano dei poderosi apparato elettorali che negli stati, comprando i voti dei poveri, eleggevano deputati e senatori a iosa. Purtroppo il PT non è mai riuscito a correggere questo vizio storico dell’elettorato povero. Anche perché le sette evangeliche e il narcotraffico si rivelarono il grande nemico del PT nelle favelas.
Infatti, vorrei ricordare che le chiese evangeliche e quelle pentecostali – tutte di origine statunitense – sono proprietarie di centinaia di radio AM e FM e della rete di televisione “RecordTV”, che, hanno sempre utilizzato la mistica del culto religioso per “convincere in nome di Dio” a votare i candidati dei partiti legati alle differenti chiese evangeliche. Lo stesso problema si è ripetuto in Ecuador, in Venezuela, in Argentina e in Cile.
Dal 1998, i gruppi del narcotraffico sono diventati i padroni delle “favelas” delle grandi metropoli brasiliane, esercitando un grande fascino nei giovani dei quartieri poveri. Per questo motivo i “Narcos”, si sono rivelati anche una perfetta macchina di propaganda elettorale, negoziando il voto degli abitanti delle “favelas con quei candidati a deputato o senatore che promettevano un “impegno minimo” da parte della polizia. Per questi motivi il PT ha sempre perso una parte importante di voti popolari che, invece, sono andati ai candidati dei partiti moderati o a quelli di destra».
Perché Lula ha radicalizzato il suo discorso nonostante i suoi 72 anni?
“L’ex-presidente Lula non è mai stato né comunista, né socialista, ma ha sempre avuto una posizione di socialdemocratico di sinistra alla Willy Brandt. Cioè amico di Cuba, di Hugo Chávez, di Evo Morales, dei movimenti popolari e difensore della sovranità nazionale.
Lula è sempre stato fautore della pace sociale e dell’interclassismo, contrario alla rottura politica ed economica con il capitalismo. Tanto è vero che non ha mai realizzato la Riforma Agraria e tantomeno quella della stampa!
Diciamo che Lula ha cominciato a cambiare il tono politico dei suoi discorsi, dopo la condanna in primo grado a nove anni di detenzione in regime di semi libertà. Solo allora Lula si è finalmente convinto del ruolo e del comportamento della borghesia. La radicalizzazione del suo discorso è anche una conseguenza della delusione che Lula ha provato quando si è sentito abbandonato da quella che lui definiva: “...la borghesia nazionale che produce...”».
Che cosa succederà nel movimento popolare se Lula non sarà il candidato del PT nelle elezioni di ottobre?
«Ci sarà una grande astensione, associata a una grande confusione politica, poiché, senza Lula, qualsiasi partito di sinistra o di centro-sinistra vorrà presentare il suo candidato.
Ma anche nella destra c’è confusione, poiché senza la candidatura di Lula non ha più senso avere come candidato Jair Bolsonaro, che è un ex-militare fascistoide, storicamente conosciuto per essere lo storico “Anti-Lula”. Inoltre, senza Lula, riprenderà la lotta tra il PMDB dell’attuale presidente golpista, Michel Temer e il PSDB di Fernando Henrique Cardoso.
Bisogna riconoscere che anche nei partiti di sinistra è di centro-sinistra è iniziato il carosello dei candidati e nessuno di questi è un personaggio nazionale. Per esempio, nel PSOL ci sono due candidati, Guilherme Boulos, che è il leader del MTST (Movimento dei Lavoratori Senza Casa) e anche il fondatore del “Fronte Sem Medo” (Fronte Senza Paura), uno dei più accaniti accusatori dell’attuale presidente Temer. L’altro candidato è l’intellettuale “Plininho”, figlio di Plinio Arruda Sampaio, (uno dei fondatori del PT e poi del PSOL), che però è sconosciuto alle masse proletarie. Da parte sua il PDT, il partito laburista brasiliano, presenterà Ciro Gomez che potrebbe essere la sorpresa del secondo turno.
Comunque è evidente che dopo le elezioni di ottobre i partiti della sinistra brasiliana dovranno rivedere molte cose. Primo fra tutti il problema del dialogo con le masse proletarie. Infatti, quando si è trattato di bloccare la votazione a Brasilia per la riforma delle pensioni sono scesi in piazza milioni e milioni di brasiliani. Mentre quando fu indetta la mobilizzazione contro l’Impeachment del presidente Dilma Russeff, solo i militanti e i sindacalisti scesero in piazza!»
Senza Lula, senza Dirceu, senza Genoino e tanti altri lider storici del gruppo di Lula, cosa succederà nel PT?
«Il problema è che il Direttorio Nazionale del PT non ha mai pensato a un piano B. Il presidente del partito, Gleisi Hofmann continua a dire che il candidato del PT è Lula. Purtroppo, anche se Lula ha radicalizzato il suo discorso, il partito non è in condizioni di fare lo stesso. Infatti, quando il PT è diventato partito di governo, il lulismo ha spurgato il partito, alimentando la scissione della sinistra che poi creò il PSOL. Per questo il PT lulista ha perso molta credibilità nel movimento popolare e negli intellettuali, soprattutto con il disastroso secondo governo di Dilma Russeff.
Probabilmente continuerà a perdere credibilità, a meno che, come l’ex-ministro Tarso Genro ha più volte ribadito “...non si realizzerà una rivoluzione all’interno del PT e soprattutto nella sua direzione politica...”. Purtroppo, l’attuale presidente del partito Gleisi Hoffmann è estremamente moderata e non ha il contatto con le masse, poiché è un quadro dell’apparato burocratico del partito. Il senatore, Lindberg Faria, di Rio de Janeiro, potrebbe dinamizzare la rinascita politica e ideologica del PT. Questa sarebbe la migliore soluzione. Ma è anche la più difficile, perché significa che il PT dovrebbe ritornare a essere un partito di militanti, correggendo tutte le deformazioni create e imposte dai “professionisti della politica” durante i quindici anni di governo federale».
* Achille Lollo è stato direttore del giornale brasiliano “Nação Brasil”, e delle riviste “Conjuntura Internacional” e “Crítica Social”. In Italia era corrispondente del giornale “Brasil de Fato” e poi di “Correio da Cidadania”.
Fonte
Negli ultimi tre mesi il governo golpista di Michel Temer ha reso sempre più evidente le sue incapacità istituzionali e, quindi, la sua debolezza politica, al punto di mercanteggiare la condanna nei confronti di Lula e di sfruttare l’immagine delle Forze Armate che pattugliano le strade di Rio de Janeiro e la frontiera con il Venezuela, per dire, agli emissari della Casa Bianca, che la situazione è sotto controllo. Per questo, ADIATV ha intervistato il giornalista Achille Lollo per capire cosa sta succedendo in Brasile e perché l’ex-presidente Inácio Lula da Silva è stato condannato a dodici anni, non potendo più essere il candidato del PT nelle elezioni di ottobre, nonostante avesse il 38% delle preferenze.
Per quali motivi il governo Temer ha richiesto allo Stato Maggiore delle Forze Armate una maggiore presenza dell’esercito negli stati di Roraima e di Rio Grande do Norte e dopo il Carnevale ha dichiarato lo “Stato di Emergenza” nello stato di Rio de Janeiro?
«In realtà si tratta di due situazioni differenti. Infatti, negli ultimi sei mesi sono arrivati nello stato di Roraima all’incirca 40.000 venezuelani. La maggior parte di questi sono stati attirati dal miraggio di andare a lavorare nelle nuove miniere artigianali di oro e diamanti, chiamate “garimpo”, tra i cui proprietari ci sono molti venezuelani. Questi, in mancanza di mano d’opera brasiliana, disposta a lavorare dodici ore al giorno a “prezzi di banana”, hanno cominciato a far venire i propri connazionali, con la falsa promessa di guadagnare autentiche fortune e di diventare soci. Un altro importante flusso di emigrazione è alimentato dai missionari statunitensi delle sette pentecostali, che sognano il riconoscimento, da parte dell’ONU, di uno stato indigeno indipendente per proteggere il “Popolo della Foresta”, vale a dire le tribù degli Yanomani, che vivono nel nord dello stato brasiliano di Roraima e nel sud dello stato venezuelano di Amazonas.
Dietro questo complesso scenario c’è la manipolazione dei media che utilizzano il fenomeno dell’emigrazione per attaccare il governo bolivariano di Nicolás Maduro dicendo che “...I venezuelani dello stato di Amazonas fuggono nel Brasile perché stanno morendo di fame...”.
Da rilevare che la militarizzazione brasiliana lungo il confine con il Venezuela è un altro favore che il governo brasiliano del golpista Michel Temer ha fatto alla Casa Bianca!
Lo “Stato di Emergenza” nello stato e soprattutto nella città di Rio de Janeiro è una misura elettorale per accontentare la classe media e l’alta borghesia impaurita dall’ondata di violenza che ha macchiato il Carnevale di Rio de Janeiro. Nello stesso tempo è anche una misura preventiva, con cui il governo vorrebbe intimidire le manifestazioni che si faranno a Rio de Janeiro contro a) la privatizzazione della Petrobrás, del Banco do Brasil, della Caixa Economica e dell’Eletrobrás; b) contro la riforma delle pensioni; c) e contro la detenzione di Lula, se il Tribunale Superiore Federale respingerà il ricorso della difesa, decretando la detenzione dell’ex-presidente.
È opportuno ricordare che, Rio de Janeiro, dai tempi della dittatura, è sempre stata la città brasiliana più politicizzata e, quindi, quella sempre pronta allo scontro. Quindi, con il mantenimento indeterminato dello stato di assedio nella città e nello stato di Rio de Janeiro, il governo Temer spera di poter controllare la situazione fino al mese di ottobre, quando si realizzeranno le elezioni».
Parliamo adesso della situazione di Lula, dopo che la Corte di Appello di Curitiba ha aumentato la condanna da nove a dodici anni di prigione. Infatti nei prossimi giorni, in Brasilia, il Tribunale Federale Superiore dovrà giudicare l’ultimo ricorso della difesa. Pensi che nel TSF gli avvocati di Lula potranno ribaltare la sentenza costruita da Moro e quindi permettere a Lula di partecipare nelle prossime elezioni?
«Purtroppo Lula ha pochissime possibilità di uscire vittorioso nel Tribunale Superiore Federale. Innanzitutto, perché il giudice del Tribunal Superiore di Giustizia (TSJ) ha risposto negativamente a un altro ricorso della difesa, ponendo l’accento sul fatto che se il plenario del Tribunale Supremo Federale confermerà la condanna, Lula sarà immediatamente arrestato e detenuto in regime di semilibertà. D’altra parte nel processo di appello tutti e tre i giudici votarono a favore della condanna. Il terzo giudice, addirittura non ha nemmeno motivato la sua decisione per la condanna, ma ha semplicemente scritto “confermo”. Questo elemento pregiudicherà abbastanza il ricorso dei difensori di Lula nel TSF.
In pratica, i dieci giudici del TSF potranno:
a) annullare le due sentenze per “difetti procedurali”. In questo caso il TSF riconoscerebbe che il giudice Sergio Moro e la Polizia Federale avrebbero commesso gravi errori nell’istruzione del processo. Di conseguenza il TSF richiederebbe al TSJ di indicare una nuova corte per rifare il processo. In questo modo Lula potrebbe partecipare alle elezioni di ottobre.
b) Il TSF – solo se tutti i dieci giudici saranno d’accordo – potrà dichiarare Lula innocente per insufficienza di prove o per non aver commesso il fatto, o per essere estraneo ai fatti.
c) Può confermare la sentenza di condanna emessa dalla Corte di Appello e ordinare l’immediata detenzione che, in funzione dell’età di Lula (72 anni), potrà essere trasformata in arresti domiciliari.
Però, conoscendo le posizioni conservatrici dei dieci giudici del TSF è molto difficile che questi intercedano in favore di Lula. Anche perché i giudici che dovranno sentenziare Lula sono gli stessi che permisero la realizzazione del falso Impeachment contro il presidente Dilma Roussef, nel 2015!
In realtà la condanna di Lula è una sentenza tipicamente politica. È l’ultimo tassello che mancava alle eccellenze della Casa Bianca per avviare il nuovo ciclo geopolitico e geostrategico dell’imperialismo in Brasile e quindi in America Latina. Basti pensare che il 7 febbraio Lula sarebbe dovuto andare in Etiopia, per presiedere un seminario organizzato dalla FAO. Ebbene il giudice istruttore di Brasilia ha subito richiesto il ritiro del passaporto di Lula, proibendogli di allontanarsi dal Brasile!».
Ma per quali motivi la Casa Bianca vorrebbe la detenzione di Lula?
«Vorrei chiarire che non si tratta di una rivalsa personale voluta da Bush, da Obama o da Trump. In realtà gli USA vogliono annullare il simbolismo politico che Lula, il PT e la CUT hanno rappresentato per venti anni nella congiuntura politica brasiliana. Infatti, fu in funzione di questo simbolismo che Lula, nel primo mandato presidenziale (2003/2007), sottoscrisse tutte le decisioni del governo che sconvolsero l’architettura geostrategica che l’imperialismo statunitense pretende d'imporre in America Latina.
Mi riferisco, innanzitutto: 1) al fallimento del “Progetto Brasile”; 2) al tracollo dell’ALCA, ricordando che quando Lula comunicò l’abbandono del Brasile dalla presidenza della Commissione Preparatoria, immediatamente Argentina, Uruguay, Bolivia, Ecuador, Paraguay e Venezuela dichiararono la propria incompatibilità economica con la proposta statunitense; 3) in seguito Lula dinamizzò il Mercosur, che divenne l’antagonista dell’ALCA, per poi il 28 maggio 2008 dar vita all’UNASUR, che unì il Mercosur e il CAN (Comunità Andina), diventando il primo organismo politico permanente di una futura unione continentale; 4) appena eletto Lula autorizzò la Petrobrás a inviare in Venezuela diverse navi petroliere cariche di benzina e di diesel. Quest’aiuto contribuì all’insuccesso del “Paro Petrolero”, che avrebbe dovuto innescare il secondo colpo di stato contro il presidente Hugo Chávez; 5) ci fu poi l’autorizzazione di Lula affinché la Petrobrás realizzasse a Cuba degli studi geologici con cui definire l’ampiezza delle falde degli scisti petroliferi, violando in questo modo il Blocco Economico imposto dagli Stati Uniti; 6) nell’accordo con gli USA sui biocombustibili (etanolo) Lula rigettò la proposta di Bush di utilizzare i semi transgenici delle multinazionali statunitensi (Monsanto) per le colture di granturco e di canna da zucchero, destinate alla produzione dei biocombustibili; 7) a livello di OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) Lula rafforzò la posizione del Brasile, denunciando gli eccessi del protezionismo degli Stati Uniti per quanto riguarda il cotone, la carne bovina, il succo d’arancia e i sussidi federali all’agricoltura statunitense; 8) Nel 2009 Lula definì con i presidenti Medvedev, Hu Jintao e Singh, la creazione dei BRICS, per contrapporsi alle pratiche estorsive del FMI e della Banca Mondiale; 9) Infine, nel 2011, nel Forum di Davos, dopo aver suggerito la formazione di un fondo internazionale per combattere la fame e la povertà, Lula criticò duramente la globalizzazione affermando “...È assolutamente necessario costruire un ordine economico mondiale che attenda i bisogni di miliardi di persone che, oggi, vivono ai margini del cosiddetto benessere...”.
Per ultimo, non possiamo dimenticare gli scontri con la Casa Bianca sulle questioni militari, vale a dire: a) il contratto con l’Ucraina di Poroschenko (all’epoca alleata della Russia di Putin) per l’uso della base aereo-spaziale di Alcantara, b) l’acquisto di trentasei cacciabombardieri “Gripen” della svedese Saab, al posto degli F-18 della Boeing statunitense; c) la decisione dell’ex primo ministro José Dirceu di riattivare il progetto della Marina brasiliana per la costruzione del sottomarino nucleare.»
Potresti spiegare in cosa consisteva il “Progetto Brasile”?
«Nel 1991, dopo lo smembramento dell’URSS e la fine del PCUS, le eccellenze della Casa Bianca e soprattutto quelle di Wall Street capirono che i progetti per disarticolare la Cina in termini ideologici e a livello di geo-strategia erano in sostanza falliti per quattro motivi: 1) il Partito Comunista Cinese continuava a controllare il paese e le Forze Armate; 2) tutti i tentativi per smembrare la Cina con rivendicazioni etniche, linguistiche e religiose si erano spenti sul nascere; 3) nonostante il massiccio trasferimento di modelli di produzione capitalista nelle provincie con statuto speciale, l’esplosione del consumismo e la creazione di una borghesia industriale, gli USA non avevano nessuna influenza sulle decisioni politiche ed economiche del governo cinese; 4), il rapido adattamento dell’economia cinese alle regole del mercato, indicava che in quindici anni la Cina sarebbe diventata il principale concorrente commerciale degli Stati Uniti.
Per questi motivi, le eccellenze della Casa Bianca e di Wall Street scelsero il Brasile – che è una nazione di ambito continentale –, per implementare un mega-progetto con cui trasformare il disordinato processo di sviluppo dell’economia brasiliana post-dittatura in una moderna economia liberista, capace di sostituire con la sua produzione gran parte delle esportazioni cinesi. Di conseguenza, nel 1995, la Casa Bianca si affidò alla TV Globo per eleggere come presidente Fernando Henrique Cardozo, per poi con lui avviare la ristrutturazione del sistema economico brasiliano, realizzando un ampio programma di riforme liberiste e di privatizzazioni. Però, in otto anni di governo, Fernando Henrique, a causa della reazione dei sindacati e del movimento popolare, non riuscì a privatizzare quello che più interessava alla Casa Bianca e ai brokers di Wall Street, vale a dire le grandi banche statali (Banco do Brasile e Caixa Economica e le banche dei 24 stati), come pure le imprese pubbliche del settore petrolifero, petrochimico ed elettrico. Gli scioperi, le occupazione di terre e un clima di dure lotte rivendicative nelle periferie delle grandi città terrorizzò molti impresari della FIESP, che all’epoca dicevano “...il fallimento del programma politico di Fernando Henrique oltre alla crisi economica ha creato una difficile situazione di tipo pré-insurrezionale...”.
Quindi, nel 2002, la borghesia industriale di São Paulo, Rio de Janeiro, Porto Alegre, Salvador, Recife e di Belo Orizonte, pur di avere un minimo di pace sociale, appoggiò l’elezione di Lula e la formazione di un governo di centro sinistra, diretto dal PT. In questo modo Lula sconfisse il candidato della Casa Bianca, José Serra, interrompendo tutte le privatizzazioni previste da Fernando Henrique nell’ambito del “Progetto Brasile”. Una volta eletto, Lula sanzionò il cosiddetto “Programa Desenvolvimentista” (Programma per lo Sviluppo) che favoriva unicamente le industrie brasiliane e non le succursali delle multinazionali».
Ma perché la borghesia industriale, soprattutto quella dello stato di São Paulo che ha ricevuto enormi benefici dal governo del PT, non ha difeso Lula, permettendo che il suo governo fosse demonizzato dai media e dai giudici?
«Innanzitutto perché con la seconda vittoria di Lula nelle elezioni presidenziali del 2007, l’evoluzione della congiuntura politica del Brasile è stata influenzata da tre elementi. Il primo è di ambito culturale che presenta due fattori che hanno sempre contraddistinto l’evoluzione della società brasiliana, vale a dire a) la paura da parte di tutti i settori della borghesia, della classe media e dei latifondisti di dover convivere con un proletariato e una classe operaia rappresentata nel governo; b) il sentimento razzista da parte di tutte le componenti della borghesia nei confronti dei poveri, etnicamente composti, al 95%, da afro-discendenti, meticci e indigeni.
Il secondo elemento riguarda la pratica della corruzione nel sistema parlamentare brasiliano. In effetti, nonostante il Ministro della “Casa Civil” (primo ministro) José Dirceu avesse negoziato la formazione di un governo di coalizione, in seguito scoprì che la metà dei parlamentari alleati avrebbero votato le riforme proposte dal governo solo se pagati. Quindi per evitare di fare “leggi-burla”, per pagare il ricatto dei parlamentari alleati, Dirceu e i dirigenti storici del PT attivarono un sistema di pagamento mensile chiamato “Mensalão”, utilizzando i fondi per la pubblicità di alcune imprese statali. Però, nel 2005, il segretario nazionale del PTB, Roberto Jefferson – alleato del governo – vendette alla TV Globo l’esclusiva delle sue rivelazioni sul funzionamento del “Mensalão”. Da quel momento cominciò l’attacco dei giudici e dei media che culminò con la condanna di tutti principali dirigenti della direzione del PT e poi con quella di Lula.
Il terzo elemento riguarda il conflitto all’interno della borghesia, con l’affermazione di quei settori legati alle multinazionali e agli Stati Uniti, che volevano promuovere il cosiddetto “Cambiamento Liberista”. Di conseguenza, quando il “Desenvolvimentismo Lulista”, alla fine del primo governo di Dilma Roussef, registrò le prime contraddizioni, con la ripresa degli scioperi, le manifestazioni popolari contro gli sprechi, le occupazioni delle terre incolte, l’aumento dell’inflazione e l’avvicinarsi della crisi finanziaria, tutti i settori delle borghesia e della classe media considerarono conclusa la fase di convivenza politica con il governo del PT e quindi con il successore di Lula, Dilma Roussef. Per questo la “razza padrona” accettò a occhi chiusi le inchieste dei giudici contro Lula e contro il PT».
Se il PT ha vinto quattro elezioni presidenziali, per quali motivi ha dovuto allearsi con partiti come il PMDB e il PTB, che poi l’hanno tradito?
«Nella seconda elezione, Lula fu eletto con il 72% dei suffragi, mentre i parlamentari del PT ricevettero solo il 31% dei voti. Per questo motivo il PT fu obbligato a creare una maggioranza con alcuni partiti che non avevano nessun legame ideologico con il PT. Però avevano dei poderosi apparato elettorali che negli stati, comprando i voti dei poveri, eleggevano deputati e senatori a iosa. Purtroppo il PT non è mai riuscito a correggere questo vizio storico dell’elettorato povero. Anche perché le sette evangeliche e il narcotraffico si rivelarono il grande nemico del PT nelle favelas.
Infatti, vorrei ricordare che le chiese evangeliche e quelle pentecostali – tutte di origine statunitense – sono proprietarie di centinaia di radio AM e FM e della rete di televisione “RecordTV”, che, hanno sempre utilizzato la mistica del culto religioso per “convincere in nome di Dio” a votare i candidati dei partiti legati alle differenti chiese evangeliche. Lo stesso problema si è ripetuto in Ecuador, in Venezuela, in Argentina e in Cile.
Dal 1998, i gruppi del narcotraffico sono diventati i padroni delle “favelas” delle grandi metropoli brasiliane, esercitando un grande fascino nei giovani dei quartieri poveri. Per questo motivo i “Narcos”, si sono rivelati anche una perfetta macchina di propaganda elettorale, negoziando il voto degli abitanti delle “favelas con quei candidati a deputato o senatore che promettevano un “impegno minimo” da parte della polizia. Per questi motivi il PT ha sempre perso una parte importante di voti popolari che, invece, sono andati ai candidati dei partiti moderati o a quelli di destra».
Perché Lula ha radicalizzato il suo discorso nonostante i suoi 72 anni?
“L’ex-presidente Lula non è mai stato né comunista, né socialista, ma ha sempre avuto una posizione di socialdemocratico di sinistra alla Willy Brandt. Cioè amico di Cuba, di Hugo Chávez, di Evo Morales, dei movimenti popolari e difensore della sovranità nazionale.
Lula è sempre stato fautore della pace sociale e dell’interclassismo, contrario alla rottura politica ed economica con il capitalismo. Tanto è vero che non ha mai realizzato la Riforma Agraria e tantomeno quella della stampa!
Diciamo che Lula ha cominciato a cambiare il tono politico dei suoi discorsi, dopo la condanna in primo grado a nove anni di detenzione in regime di semi libertà. Solo allora Lula si è finalmente convinto del ruolo e del comportamento della borghesia. La radicalizzazione del suo discorso è anche una conseguenza della delusione che Lula ha provato quando si è sentito abbandonato da quella che lui definiva: “...la borghesia nazionale che produce...”».
Che cosa succederà nel movimento popolare se Lula non sarà il candidato del PT nelle elezioni di ottobre?
«Ci sarà una grande astensione, associata a una grande confusione politica, poiché, senza Lula, qualsiasi partito di sinistra o di centro-sinistra vorrà presentare il suo candidato.
Ma anche nella destra c’è confusione, poiché senza la candidatura di Lula non ha più senso avere come candidato Jair Bolsonaro, che è un ex-militare fascistoide, storicamente conosciuto per essere lo storico “Anti-Lula”. Inoltre, senza Lula, riprenderà la lotta tra il PMDB dell’attuale presidente golpista, Michel Temer e il PSDB di Fernando Henrique Cardoso.
Bisogna riconoscere che anche nei partiti di sinistra è di centro-sinistra è iniziato il carosello dei candidati e nessuno di questi è un personaggio nazionale. Per esempio, nel PSOL ci sono due candidati, Guilherme Boulos, che è il leader del MTST (Movimento dei Lavoratori Senza Casa) e anche il fondatore del “Fronte Sem Medo” (Fronte Senza Paura), uno dei più accaniti accusatori dell’attuale presidente Temer. L’altro candidato è l’intellettuale “Plininho”, figlio di Plinio Arruda Sampaio, (uno dei fondatori del PT e poi del PSOL), che però è sconosciuto alle masse proletarie. Da parte sua il PDT, il partito laburista brasiliano, presenterà Ciro Gomez che potrebbe essere la sorpresa del secondo turno.
Comunque è evidente che dopo le elezioni di ottobre i partiti della sinistra brasiliana dovranno rivedere molte cose. Primo fra tutti il problema del dialogo con le masse proletarie. Infatti, quando si è trattato di bloccare la votazione a Brasilia per la riforma delle pensioni sono scesi in piazza milioni e milioni di brasiliani. Mentre quando fu indetta la mobilizzazione contro l’Impeachment del presidente Dilma Russeff, solo i militanti e i sindacalisti scesero in piazza!»
Senza Lula, senza Dirceu, senza Genoino e tanti altri lider storici del gruppo di Lula, cosa succederà nel PT?
«Il problema è che il Direttorio Nazionale del PT non ha mai pensato a un piano B. Il presidente del partito, Gleisi Hofmann continua a dire che il candidato del PT è Lula. Purtroppo, anche se Lula ha radicalizzato il suo discorso, il partito non è in condizioni di fare lo stesso. Infatti, quando il PT è diventato partito di governo, il lulismo ha spurgato il partito, alimentando la scissione della sinistra che poi creò il PSOL. Per questo il PT lulista ha perso molta credibilità nel movimento popolare e negli intellettuali, soprattutto con il disastroso secondo governo di Dilma Russeff.
Probabilmente continuerà a perdere credibilità, a meno che, come l’ex-ministro Tarso Genro ha più volte ribadito “...non si realizzerà una rivoluzione all’interno del PT e soprattutto nella sua direzione politica...”. Purtroppo, l’attuale presidente del partito Gleisi Hoffmann è estremamente moderata e non ha il contatto con le masse, poiché è un quadro dell’apparato burocratico del partito. Il senatore, Lindberg Faria, di Rio de Janeiro, potrebbe dinamizzare la rinascita politica e ideologica del PT. Questa sarebbe la migliore soluzione. Ma è anche la più difficile, perché significa che il PT dovrebbe ritornare a essere un partito di militanti, correggendo tutte le deformazioni create e imposte dai “professionisti della politica” durante i quindici anni di governo federale».
* Achille Lollo è stato direttore del giornale brasiliano “Nação Brasil”, e delle riviste “Conjuntura Internacional” e “Crítica Social”. In Italia era corrispondente del giornale “Brasil de Fato” e poi di “Correio da Cidadania”.
Fonte
10/06/2016
I più grandi criminali del mondo? Le banche d’affari
Spesso le informazioni illuminanti arrivano nel modo più imprevedibile. E certo era difficile attendersi da La Stampa – organo di casa Fiat, sul punto di diventare l’inserto piemontese di Repubblica – uno sguardo così impietoso sulle più grandi banche d’affari del pianeta.
Incipit folgorante, degno della migliori penne marxiste del ‘900: “Nei due elenchi [i criminali ricercati in tutto il mondo, ndr] non appaiono altri pericoli pubblici, per esempio i responsabili di reati concepiti in grattacieli vetro e acciaio”.
Poi giù una serie di informazioni per anni tenute lontane dalle prime pagine dei giornali più importanti (dunque più influenti sull’opinione pubblica, non solo italiana).
Punto primo. Le grandi banche sono delle centrali criminali in senso giuridico, ai sensi dei vari codici penali esistenti nel normale mondo capitalistico. Non sparano a nessuno – almeno in prima persona – ma provocano stragi fisiche di dimensioni apocalittiche, manovrando in modo criminale e illegale su grandezze monetarie, tassi, contratti, ecc. Nulla di nuovo, per noi. Ma certo sorprendente per il giornale che ha tra i referenti obbligati la seconda banca italiana (IntesaSanPaolo).
Punto secondo. Le loro attività criminali sono costate, solo negli ultimi otto anni di crisi, “1.100 miliardi di dollari in termini di occupazione e produzione persa, e ha estorto ai tesori nazionali 430 miliardi di dollari” per i salvataggi dal fallimento. A proposito di rispetto delle regole del mercato e della meritocrazia capitalistica (esiste anche un’altra meritocrazia, ma ne parleremo in altra sede)...
Fin qui siamo comunque in terre conosciute, ben studiate da decenni. Il punto vero salta fuori quando si evidenzia come assolutamente vero quello che è sempre stato un diffuso sospetto. Ossia che il riciclaggio del denaro dei grandi cartelli della droga o delle mafie avvenisse con la piena consapevolezza dei gruppi dirigenti delle banche. Anzi. Per iniziativa delle banche, non delle mafie o dei narcos...
Un rovesciamento totale che spiega molto del mondo capitalistico attuale, dove di fatto le élites ai vertici sono niente altro che i criminali che ce l’hanno fatta, si sono ripuliti (da due-tre generazioni, certo...), mandano i figli nelle università migliori, a volte dirigono un governo o fanno i ministri per qualche anno, poi ritornano a fare i manager, e girano con gli yacht o gli aerei personali. Mentre quelli di Sinaloa o Corleone sono quelli che ancora stanno fuori la porta d’ingresso, impegnati nella gestione fisica del business criminale di basso livello (e quindi sparano, ammazzano, comprano amministratori pubblici, ecc.), con l’obiettivo di salire ai piani alti.
E intanto un ragazzo che ha ecceduto nell’uso di qualcuna di quelle sostanze così remunerative rischia di passare a miglior vita se incappa nei controlli di qualche poliziotto o carabiniere in vena di “legalità muscolare”.
Naturalmente da un articolo pubblicato su La Stampa non ci si può attendere anche una proposta soluzione all’altezza di problemi così radicali. Tutto viene alla fine ridotto a una questione di “moralità”, il che fa quasi ridere quando si parla di migliaia di miliardi di dollari. In un mondo guidato – come unica regola – dalla libertà dell’impresa privata nella ricerca del massimo profitto, non c’è moralità possibile.
Alcune grandi banche hanno finanziato narcotraffico e mafie pagando solo multe
Antonio Maria Costa
Europol ha pubblicato l’elenco dei criminali più ricercati in Europa; Interpol ha aggiornato gli Avvisi Rossi. Entrambe le agenzie individuano i grandi nemici della società: terroristi e mafiosi. Nei due elenchi non appaiono altri pericoli pubblici, per esempio i responsabili di reati concepiti in grattacieli di vetro e acciaio.
Reati perpetrati davanti a ettari di schermi policromatici BenQ, con grafici e tabelle. L’elenco di questi crimini spaventa: manipolazione dei tassi di cambio e d’interesse, riciclaggio, frode, falsa fatturazione, evasione fiscale, aggiotaggio, vendita di derivati tossici, schemi a piramide Ponzi, violazione delle sanzioni, rischi eccessivi coi risparmi altrui, abuso dei mutuatari – e naturalmente, usura. Delitti che generano un enorme bottino (calcolato freddamente, valutando rendimenti attesi contro l’eventuale penalità), sottratto a un enorme numero di vittime. Secondo le Nazioni Unite la crisi del 2008, frutto della speculazione finanziaria, è costata 1.100 miliardi di dollari in termini di occupazione e produzione persa, e ha estorto ai tesori nazionali 430 miliardi di dollari per assistere (a volte, nazionalizzare) le istituzioni fallimentari.
«Occorre evitare nuove crisi, risarcire le vittime, e punire i colpevoli» – così ha pensato l’opinione pubblica dopo il collasso, auspicando riforme, sanzioni, incarcerazioni. È andata diversamente.
Alcune riforme hanno fortificato il sistema, ri-capitalizzato le banche, resa più affidabile la loro liquidità. Ma in Europa, l’unione bancaria (gemella dell’unione monetaria) rappresenta un lavoro in corso: la singola supervisione (della Bce) è opaca; la singola risoluzione (dalle bancarotte) è complessa; la singola assicurazione (sui depositi) è incerta. Negli Usa la legislazione Dodd-Frank rafforza responsabilità e trasparenza bancaria, per proteggere i risparmiatori. Eppure, dopo l’entusiasmo iniziale, diversi articoli sono stati abrogati dal Congresso, e l’elemento centrale (la separazione tra banche commerciali e quelle d’affari) non è ancora promulgato. Le sanzioni imposte? Globalmente, circa 270 miliardi di dollari, pari a una modesta percentuale dei profitti annuali delle banche. Di incarcerazioni neanche a parlarne: alcuni operatori marginali sono sotto processo, ma nessun presidente, amministratore o consigliere è alle sbarre.
C’è di peggio. Durante la crisi, la grande illiquidità generata dal crollo dei prestiti interbancari ha fornito alla criminalità organizzata (ricca di contante) l’opportunità di penetrare il sistema finanziario. «Non è la mafia a cercare la finanza, ma viceversa», mi dice un magistrato dell’antimafia. Le prove abbondano. Negli Usa la Wachovia Bank ha riciclato 380 miliardi di dollari del cartello messicano di Sinaloa negli anni 2006-10. Nel 2014, grazie alla «procedura differita» offerta dal Tesoro Usa, gli amministratori evitano sanzioni promettendo di «non ricadere nel reato in futuro». La banca è multata di spiccioli: 160 milioni di dollari, pari al 2% del profitto annuale.
Similmente la più grande banca in Europa, la londinese Hsbc, ammette di avere riciclato miliardi di narco-reddito, e dozzine di altri crimini. Paga l’ammenda (2 miliardi), evita conseguenze penali e mostra l’ipocrisia che caratterizza la lotta alla droga. Un giovane con qualche grammo di droga in tasca finisce in galera; banchieri che agevolano traffici a tonnellate si godono yacht e jet privati.
Ma c’è dell'altro ancora. Il presidente Renzi, indispettito per i commenti tedeschi sulle banche italiane, ribatte: «ma che pensino alle loro!» In effetti, la vera bomba nucleare nel cuore dell’Europa è la Deutsche Bank. Con 2 mila miliardi di capitalizzazione (la maggiore nell’Eurozona), è sotto inchiesta per reati in tutto il mondo: manipolazione del tasso Libor (in Inghilterra), riciclaggio di denaro (Russia e Messico), finanziamento al terrorismo (nel Golfo), violazione dell’embargo (Iran), collaborazione con giurisdizioni canaglia (nel Pacifico), falsificazione del rischio (Francia), vendita fraudolenta di strumenti «derivati» tossici (Usa) e così via.
A questo punto, il pubblico chiede: perché le banche sono salvate dal contribuente, e i banchieri sono salvati dalla galera? Ora sappiamo la risposta. I crimini finanziari non sono il risultato delle azioni di pochi avidi banksters, ma «il prodotto di una cultura finanziaria che ha perso la bussola morale – avvelenata da frode, avidità e azzardo». Questo dice il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney. Per rimediare, occorre porre fine alla collusione tra politica e finanza, che non è solo corruzione (politici disonesti comprati dal capitale), ma è inter-dipendenza fra tesori nazionali e banche private, entrambi in dissesto: un contratto di reciproca difesa, che mira a conservare il potere di entrambi.
Una situazione irrimediabile? Senz’altro no. Per restituire alle banche il ruolo di mediazione tra risparmiatori e investitori, occorre convertirle in aziende private di pubblica utilità (come acqua e elettricità), specializzate e tassate per disincentivare decisioni lucrose a breve, sconsiderate a lungo. Papa Francesco ha tracciato la via, ricordando la relazione enigmatica di Cristo con il denaro: «nel Tempio nostro Signore scaccia i cambia-valute che speculano; nelle parabole loda chi bene investe i talenti».
Fonte
Incipit folgorante, degno della migliori penne marxiste del ‘900: “Nei due elenchi [i criminali ricercati in tutto il mondo, ndr] non appaiono altri pericoli pubblici, per esempio i responsabili di reati concepiti in grattacieli vetro e acciaio”.
Poi giù una serie di informazioni per anni tenute lontane dalle prime pagine dei giornali più importanti (dunque più influenti sull’opinione pubblica, non solo italiana).
Punto primo. Le grandi banche sono delle centrali criminali in senso giuridico, ai sensi dei vari codici penali esistenti nel normale mondo capitalistico. Non sparano a nessuno – almeno in prima persona – ma provocano stragi fisiche di dimensioni apocalittiche, manovrando in modo criminale e illegale su grandezze monetarie, tassi, contratti, ecc. Nulla di nuovo, per noi. Ma certo sorprendente per il giornale che ha tra i referenti obbligati la seconda banca italiana (IntesaSanPaolo).
Punto secondo. Le loro attività criminali sono costate, solo negli ultimi otto anni di crisi, “1.100 miliardi di dollari in termini di occupazione e produzione persa, e ha estorto ai tesori nazionali 430 miliardi di dollari” per i salvataggi dal fallimento. A proposito di rispetto delle regole del mercato e della meritocrazia capitalistica (esiste anche un’altra meritocrazia, ma ne parleremo in altra sede)...
Fin qui siamo comunque in terre conosciute, ben studiate da decenni. Il punto vero salta fuori quando si evidenzia come assolutamente vero quello che è sempre stato un diffuso sospetto. Ossia che il riciclaggio del denaro dei grandi cartelli della droga o delle mafie avvenisse con la piena consapevolezza dei gruppi dirigenti delle banche. Anzi. Per iniziativa delle banche, non delle mafie o dei narcos...
Un rovesciamento totale che spiega molto del mondo capitalistico attuale, dove di fatto le élites ai vertici sono niente altro che i criminali che ce l’hanno fatta, si sono ripuliti (da due-tre generazioni, certo...), mandano i figli nelle università migliori, a volte dirigono un governo o fanno i ministri per qualche anno, poi ritornano a fare i manager, e girano con gli yacht o gli aerei personali. Mentre quelli di Sinaloa o Corleone sono quelli che ancora stanno fuori la porta d’ingresso, impegnati nella gestione fisica del business criminale di basso livello (e quindi sparano, ammazzano, comprano amministratori pubblici, ecc.), con l’obiettivo di salire ai piani alti.
E intanto un ragazzo che ha ecceduto nell’uso di qualcuna di quelle sostanze così remunerative rischia di passare a miglior vita se incappa nei controlli di qualche poliziotto o carabiniere in vena di “legalità muscolare”.
Naturalmente da un articolo pubblicato su La Stampa non ci si può attendere anche una proposta soluzione all’altezza di problemi così radicali. Tutto viene alla fine ridotto a una questione di “moralità”, il che fa quasi ridere quando si parla di migliaia di miliardi di dollari. In un mondo guidato – come unica regola – dalla libertà dell’impresa privata nella ricerca del massimo profitto, non c’è moralità possibile.
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La più grande industria è il riciclaggio di denaro
Alcune grandi banche hanno finanziato narcotraffico e mafie pagando solo multe
Antonio Maria Costa
Europol ha pubblicato l’elenco dei criminali più ricercati in Europa; Interpol ha aggiornato gli Avvisi Rossi. Entrambe le agenzie individuano i grandi nemici della società: terroristi e mafiosi. Nei due elenchi non appaiono altri pericoli pubblici, per esempio i responsabili di reati concepiti in grattacieli di vetro e acciaio.
Reati perpetrati davanti a ettari di schermi policromatici BenQ, con grafici e tabelle. L’elenco di questi crimini spaventa: manipolazione dei tassi di cambio e d’interesse, riciclaggio, frode, falsa fatturazione, evasione fiscale, aggiotaggio, vendita di derivati tossici, schemi a piramide Ponzi, violazione delle sanzioni, rischi eccessivi coi risparmi altrui, abuso dei mutuatari – e naturalmente, usura. Delitti che generano un enorme bottino (calcolato freddamente, valutando rendimenti attesi contro l’eventuale penalità), sottratto a un enorme numero di vittime. Secondo le Nazioni Unite la crisi del 2008, frutto della speculazione finanziaria, è costata 1.100 miliardi di dollari in termini di occupazione e produzione persa, e ha estorto ai tesori nazionali 430 miliardi di dollari per assistere (a volte, nazionalizzare) le istituzioni fallimentari.
«Occorre evitare nuove crisi, risarcire le vittime, e punire i colpevoli» – così ha pensato l’opinione pubblica dopo il collasso, auspicando riforme, sanzioni, incarcerazioni. È andata diversamente.
Alcune riforme hanno fortificato il sistema, ri-capitalizzato le banche, resa più affidabile la loro liquidità. Ma in Europa, l’unione bancaria (gemella dell’unione monetaria) rappresenta un lavoro in corso: la singola supervisione (della Bce) è opaca; la singola risoluzione (dalle bancarotte) è complessa; la singola assicurazione (sui depositi) è incerta. Negli Usa la legislazione Dodd-Frank rafforza responsabilità e trasparenza bancaria, per proteggere i risparmiatori. Eppure, dopo l’entusiasmo iniziale, diversi articoli sono stati abrogati dal Congresso, e l’elemento centrale (la separazione tra banche commerciali e quelle d’affari) non è ancora promulgato. Le sanzioni imposte? Globalmente, circa 270 miliardi di dollari, pari a una modesta percentuale dei profitti annuali delle banche. Di incarcerazioni neanche a parlarne: alcuni operatori marginali sono sotto processo, ma nessun presidente, amministratore o consigliere è alle sbarre.
C’è di peggio. Durante la crisi, la grande illiquidità generata dal crollo dei prestiti interbancari ha fornito alla criminalità organizzata (ricca di contante) l’opportunità di penetrare il sistema finanziario. «Non è la mafia a cercare la finanza, ma viceversa», mi dice un magistrato dell’antimafia. Le prove abbondano. Negli Usa la Wachovia Bank ha riciclato 380 miliardi di dollari del cartello messicano di Sinaloa negli anni 2006-10. Nel 2014, grazie alla «procedura differita» offerta dal Tesoro Usa, gli amministratori evitano sanzioni promettendo di «non ricadere nel reato in futuro». La banca è multata di spiccioli: 160 milioni di dollari, pari al 2% del profitto annuale.
Similmente la più grande banca in Europa, la londinese Hsbc, ammette di avere riciclato miliardi di narco-reddito, e dozzine di altri crimini. Paga l’ammenda (2 miliardi), evita conseguenze penali e mostra l’ipocrisia che caratterizza la lotta alla droga. Un giovane con qualche grammo di droga in tasca finisce in galera; banchieri che agevolano traffici a tonnellate si godono yacht e jet privati.
Ma c’è dell'altro ancora. Il presidente Renzi, indispettito per i commenti tedeschi sulle banche italiane, ribatte: «ma che pensino alle loro!» In effetti, la vera bomba nucleare nel cuore dell’Europa è la Deutsche Bank. Con 2 mila miliardi di capitalizzazione (la maggiore nell’Eurozona), è sotto inchiesta per reati in tutto il mondo: manipolazione del tasso Libor (in Inghilterra), riciclaggio di denaro (Russia e Messico), finanziamento al terrorismo (nel Golfo), violazione dell’embargo (Iran), collaborazione con giurisdizioni canaglia (nel Pacifico), falsificazione del rischio (Francia), vendita fraudolenta di strumenti «derivati» tossici (Usa) e così via.
A questo punto, il pubblico chiede: perché le banche sono salvate dal contribuente, e i banchieri sono salvati dalla galera? Ora sappiamo la risposta. I crimini finanziari non sono il risultato delle azioni di pochi avidi banksters, ma «il prodotto di una cultura finanziaria che ha perso la bussola morale – avvelenata da frode, avidità e azzardo». Questo dice il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney. Per rimediare, occorre porre fine alla collusione tra politica e finanza, che non è solo corruzione (politici disonesti comprati dal capitale), ma è inter-dipendenza fra tesori nazionali e banche private, entrambi in dissesto: un contratto di reciproca difesa, che mira a conservare il potere di entrambi.
Una situazione irrimediabile? Senz’altro no. Per restituire alle banche il ruolo di mediazione tra risparmiatori e investitori, occorre convertirle in aziende private di pubblica utilità (come acqua e elettricità), specializzate e tassate per disincentivare decisioni lucrose a breve, sconsiderate a lungo. Papa Francesco ha tracciato la via, ricordando la relazione enigmatica di Cristo con il denaro: «nel Tempio nostro Signore scaccia i cambia-valute che speculano; nelle parabole loda chi bene investe i talenti».
Fonte
29/02/2016
I linguaggi della Narcoguerra
La “guerra alla droga” è lo strumento politico attraverso cui gli
Stati Uniti mantengono il controllo amministrativo ed economico di
alcuni Stati dell’America Latina e centrale. Non è una lotta del “bene
contro il male”, soprattutto laddove il primo è rappresentato dagli Usa
o, peggio ancora, dalle sue particolari agenzie repressive (Cia, Dea,
Nsa); l’obiettivo non è quello di estinguere il problema, sia perché
questo è il prodotto di una domanda incontrollabile dei paesi
occidentali, sia perché droga e narcos costituiscono
privilegiati strumenti di controllo di territori e dinamiche sociali da
utilizzare come “agenti di prossimità”; è, infine, una questione
eminentemente politica e non semplicemente criminale, d’ordine pubblico,
militare o in qualche modo tecnica: è politica perché deriva da
specifiche cause sociali che la determinano; perché è prodotto diretto
degli accordi neoliberisti di libero scambio tra paesi subalterni
all’economia Usa; perché serve ai politici locali per costruire
legittimazione che poi riversano contro le popolazioni povere
dei rispettivi contesti e per facilitare gli accordi di libero scambio
di cui sopra. Sebbene scomparsa dai radar dei media occidentali, la
lotta alla droga costituisce uno dei più rilevanti ambiti di gestione
imperialista dei territori. In questi anni è soprattutto il mondo della
cultura di massa ad essersene occupata, con linguaggi e obiettivi
differenti, a volte opposti. E’ interessante capire come avviene il
racconto della “guerra alla droga”, alla luce di alcuni specifici lavori
usciti in questo anno, che contribuiscono a dare una panoramica degli
interessi e delle sensibilità sul tema in questione.
Dei due imprescindibili romanzi di Don Winslow (qui e qui) ce ne siamo occupati tanto in passato e di recente. Al di là del livello letterario, molto alto, costituiscono dei lavori capitali perché rompono uno schema narrativo sia giornalistico che politico altamente tossico e pacificante: secondo tale visione, i cartelli della droga costituivano il sottoprodotto di economie povere in mano a signori locali che gestivano un’economia informale illegale, economia capace di condizionare la politica locale in maniera anche molto incisiva e che creava disturbi al corretto sviluppo economico di questi Stati e delle loro relazioni con gli Usa. La conseguenza è che ad un certo punto gli Stati Uniti dichiarano guerra al narcotraffico durante la presidenza Nixon, mettono in campo uomini e finanziamenti, ma gli apparati onesti targati Usa si scontrano con la corruzione delle società al sud del Rio Bravo fallendo l’opera di rimozione definitiva del problema.
Lo schema è manicheo nella sua contrapposizione tra bene (la Dea, e più in generale la politica di fondo degli Usa, anche quando viene criticata) e male (le società, nel loro complesso, del centro e sud America); è impolitico laddove rimuove tutte le cause sociali che producono l’economia della droga; e mira, infine, a colpevolizzare le società latinoamericane tutte invariabilmente corrotte, e l’unico sogno degli uomini onesti lì residenti consiste nella fuga verso gli Usa alla ricerca della tanto agognata “carta verde”. L’unica onestà possibile coincide coi valori statunitensi. Don Winslow capovolge la questione. Non esiste bene e male: l’economia narcotrafficante è il prodotto di precise scelte politiche degli Stati Uniti, e le agenzie preposte al contrasto sono corrotte tanto quanto le politiche nazionali degli Stati latinoamericani; lo scontro è tra due mali, e soprattutto – qui sta l’importanza dei lavori dell’autore newyorkese – anche l’agente onesto è costretto a corrompersi perché inserito dentro una dinamica di per sé corrotta potremmo dire ontologicamente; soprattutto ne Il potere del cane, Winslow traccia l’origine del commercio illegale, le politiche agricole imposte dagli Usa, le ragioni sociali dello sviluppo del mercato della droga, ed è lì che inserisce la sua critica sociale e politica più rilevante, legando cioè il fenomeno alle cause economiche che lo determinano.
Nel 2015 sono usciti però altri due lavori che affrontano la questione. La serie tv prodotta da Netflix, Narcos, che ha spopolato in tutto il mondo ed è stata evento mediatico anche in Italia, che ha portato le vicende dei narcotrafficanti al grande pubblico. E il libro di Fabrizio Lorusso, Narcoguerra, edito da Odoya nel giugno dello scorso anno, anche questa opera capace di raggiungere il grande pubblico nonostante i mezzi chiaramente più ristretti tanto di Netflix quanto di Winslow. Si tratta di due lavori agli antipodi, che descrivono bene la varietà di linguaggi e di schemi mentali ancora persistenti sul fenomeno.
Narcos racconta della storia di Pablo Escobar. Sebbene quindi ambientato in Colombia e concentrato sulle vicende colombiane, si propone di parlare, attraverso l’esempio particolare, della vicenda droga nel suo complesso. E’ in tal senso allora che va affrontato e su cui bisognerebbe riflettere. La serie è il concentrato più plateale del manicheismo deviante imposto dalla narrazione liberale-liberista del fenomeno droga. La Dea, l’attività diplomatica statunitense e, per estensione, l’intera politica americana di lotta alla droga, sono inequivocabilmente il bene. Sono il bene soprattutto laddove vengono impercettibilmente criticate. Ogni critica è su aspetti superficiali, irrilevanti rispetto al quadro generale: il modo di condurre un’operazione; l’atteggiamento reprensibile di questo o quel poliziotto; le lungaggini burocratiche che impediscono azioni veloci ed efficaci; e via dicendo. Gli eroi sono gli agenti Usa, il bene risiede nei valori americani della libertà e del rispetto della legge, gli agenti della Dea novelli Clint Eastwood magari un po’ bruschi nei modi ma, diamine, contro i signori della droga non possiamo certo badare alle formalità giuridiche. Di converso, il male è la società latinoamericana. Attenzione, non Pablo Escobar, con cui, come in ogni pessimo lavoro che si rispetti, si arriva ad “empatizzare”. Escobar è, implicitamente, uno che “ce l’ha fatta”, ricco perché intelligente, arguto, coraggioso. E’ un criminale, ma gli si rende l’onore delle armi. Quell’onore che invece viene recisamente negato alla società colombiana nel suo complesso. La povertà è colpa della politica locale nonostante gli aiuti Usa. Soprattutto, nessuna liberazione è possibile senza l’aiuto Usa. Lo scimmiottamento della guerra rivoluzionaria delle Farc supera ogni decenza anche agli occhi di un onesto liberale: i combattenti sono pedine dei narcotrafficanti, al più idealisti pronti a vendersi per qualche dollaro di mancia, al soldo e al servizio degli interessi narcos, studentelli a cui piace l’avventura e che finiscono male per stupidità propria. I più pragmatici appena passano dalla parte dei buoni chiedendo un bel visto per gli Usa e tanti saluti. La chiesa colombiana è una sezione dell’internazionale marxista, proto-terrorista, fiancheggiatrice della violenza e, in ultima analisi, degli stessi narcotrafficanti.
Ma non mancano riferimenti europei. A smistare la droga in Spagna ci pensa l’Eta, organizzazione terrorista narcotrafficante dedita al taglieggiamento interno e all’economia criminale verso l’estero: ad un certo punto, quando a Escobar servono delle bombe, viene chiamato direttamente dalla Spagna un importante membro della stessa Eta che, ovviamente in cambio della cocaina, gliene fabbrica a profusione. I politici colombiani invece si dividono in due: i corrotti, al soldo dei narcotrafficanti, e che celano il loro tornaconto personale ammantandolo di retorica antimperialista; e gli onesti, tali perché diretti dall’ambasciata Usa, di cui assecondano ogni ingerenza. Un’opera talmente degradante che non dovrebbe trovare commento se non fosse che, proprio perché fatta secondo i canoni dell’estetica mainstream, rischia di produrre immedesimazione e coinvolgimento emotivo e dunque politico in larghe fasce di popolazione, persino di sinistra, che introietterebbero inconsciamente un chiaro messaggio politico reazionario. La serie è sponsorizzata, recensita, promossa, veicolata, da numerose testate trasversali, da Repubblica al Fatto Quotidiano. Va allora smontata in ogni dove, criticata senza cedimenti, perché si tratta dell’ennesima operazione massmediatica che veicola un messaggio culturalmente disarmante. Oltretutto, è pure di pessima fattura e recitata male.
Il lavoro di Fabrizio Lorusso è invece uno strumento indispensabile per comprendere le caratteristiche della guerra alla droga in Messico. E’ un’opera davvero unica nel panorama giornalistico italiano, capace di ibridare generi narrativi differenti in funzione di una comprensibilità del problema davvero a 360°: articoli e inchieste giornalistiche, racconti a cavallo tra realtà e fiction, interviste, documenti. La somma, lungi dal cedere all’eclettismo narrativo, è invece in grado di svelare un processo storico. E’ un’opera che va letta insieme ai romanzi di Don Winslow, per interpretare correttamente tutti i passaggi narrativi ma reali descritti nei due libri. Lorusso vive in Messico, quindi sa di cosa parla. E’ anche un atto di coraggio, perché generalmente chi accende fari sull’argomento, in Messico, trova la morte. Dal 2001 al 2011 la guerra civile messicana ha fatto 100.000 morti, più del doppio invece i desaparecidos e migrati oltrefrontiera. Cifre da contesto mediorientale o africano, da vera e propria guerra tra opposti eserciti. Gli eserciti concorrenti non sono però quelli della Dea e dei cartelli, ma della Dea e dei cartelli contro le popolazioni locali, oltre che fra di loro per il controllo dei territori.
Lorusso individua le ragioni sociali del narcotraffico:
“Le politiche aperturiste applicate dagli anni Ottanta e Novanta in poi in America Latina, in particolare i trattati di libero commercio siglati con gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la Cina in condizioni di asimmetria, hanno favorito solo alcuni settori dell’economia, mentre hanno penalizzato le masse di piccoli agricoltori che, quindi, hanno trovato nella coca, nell’oppio e nella marijuana delle alternative di sopravvivenza”.
Non c’è qui una “giustificazione sociale” del problema droga. C’è un’analisi della origini politico-economiche. I contadini poveri dei paesi meridionali, sudamericani quanto globali, non potevano reggere i livelli di competizione e di produttività delle economie agricole sovvenzionate dagli aiuti di Stato di Stati Uniti e Unione europea. Liberando ogni vincolo economico, doganale, statale, alla produzione, i contadini messicani si trovavano a competere direttamente coi i giganti del comparto alimentare Usa, che ne determinarono il fallimento. A quel punto le masse contadine messicane si sono trovate costrette al ricatto di lavorare nelle maquiladoras che producevano per le aziende Usa, o cedere all’economia criminale, che certamente garantiva maggiori guadagni nonché protezione. La causa dell’economia criminale va ricercata allora nei trattati di libero scambio, esattamente come quello che vorrebbero approvare tra Stati Uniti e Unione europea, il TTIP. Ma l’autore non si ferma qui, centrando la radice politica per cui la lotta alla droga è una guerra senza possibili vincitori perché in realtà a nessuno interessa la vittoria:
“La battaglia contro le droghe rappresenta un affare sostanzioso per gli Usa ma non per i paesi che ne sopportano il peso sociale, umano ed economico: la droga a nord e i morti a sud. Le armi americane invadono il mercato e in America Latina finiscono in mano a narcos, poliziotti, gruppi di autodefensa e paramilitari. La “war on drugs”, lanciata da Nixon nel 1971 e ripresa da tutti i suoi successori alla Casa Bianca, è un potente discorso di legittimazione e uno strumento ricorrente nella politica estera statunitense, specialmente nei confronti del Latinoamerica, e da quasi mezzo secolo serve a giustificare azioni d’ingerenza politica, diplomatica, militare ed economica. E’ l’hard power della cocaina legato al soft power di Breaking Bad”.
Il piano politico è però multilivello. Serve a controllare le economie subalterne imponendo scelte politiche e produttive determinate. Ma serve anche per gestire proxy wars, o per portare avanti operazioni di regime change, o, infine, come strumento di controllo del territorio per i politici locali espressione del potere Usa:
“Anche la Cia, per combattere il regime rivoluzionario dei sandinisti in Nicaragua, non esitò a stipulare accordi col boss Felix Gallardo e la Federaciòn, il progenitore del cartello di Sinaloa. Grazie a loro poteva ricavare dalla vendita della cocaina e della marijuana i fondi necessari per le armi delle Contras, le bande paramilitari e antinsurrezionali che operavano contro il regime nicaraguense partendo dal territorio honduregno. Le ricerche sul coinvolgimento della Cia e della Dfs messicana coi narcos sono state confermate dalle rivelazioni, riportate dalla rivista Proceso alla fine del 2013, di ex agenti della Dea che lavoravano in Messico negli anni Ottanta[…]La Cia vendeva cocaina e derivati in casa propria per finanziare operazioni segrete, vietate dal Parlamento, e forniva armamenti ai mercenari Contras che dall’Honduras conducevano una guerra contro il governo rivoluzionario sandinista di Managua”.
Ecco spiegato il problema nella sua complessità e profondità, non solo dal lato dell’offerta (cioè perché in determinati Stati latinoamericani si sia concentrata la produzione della droga), ma anche in quello della domanda: la crescente richiesta di cocaina negli Stati Uniti è funzionale al controllo degli Usa sui paesi poveri del sud, e questa funzionalità è incentivata vendendo direttamente la droga alla popolazione statunitensi. Sono gli Stati Uniti che incentivano la produzione di droga all’estero per venderne il prodotto al proprio interno al fine di generare un’economia da spendere nell’ingerenza negli affari dei paesi produttori di droga. Questo è il circolo vizioso che sta all’origine della questione droga nel continente americano. Strumenti come il libro di Lorusso aprono gli occhi e svelano protagonisti e interessi. Opere massmediatiche come Narcos contribuiscono invece alla reiterazione di una narrazione deviante, spoliticizzante, una vera e propria droga culturale che inibisce al pensiero critico su uno dei fenomeni decisivi di questi ultimi decenni. E’ importante mantenere alta l’attenzione sull’argomento anche qui in Italia, perché giornalisti e militanti politici che dicono le stesse cose in Messico trovano sovente la morte. E’ a loro, allora, che dedichiamo questi brevi appunti.
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Dei due imprescindibili romanzi di Don Winslow (qui e qui) ce ne siamo occupati tanto in passato e di recente. Al di là del livello letterario, molto alto, costituiscono dei lavori capitali perché rompono uno schema narrativo sia giornalistico che politico altamente tossico e pacificante: secondo tale visione, i cartelli della droga costituivano il sottoprodotto di economie povere in mano a signori locali che gestivano un’economia informale illegale, economia capace di condizionare la politica locale in maniera anche molto incisiva e che creava disturbi al corretto sviluppo economico di questi Stati e delle loro relazioni con gli Usa. La conseguenza è che ad un certo punto gli Stati Uniti dichiarano guerra al narcotraffico durante la presidenza Nixon, mettono in campo uomini e finanziamenti, ma gli apparati onesti targati Usa si scontrano con la corruzione delle società al sud del Rio Bravo fallendo l’opera di rimozione definitiva del problema.
Lo schema è manicheo nella sua contrapposizione tra bene (la Dea, e più in generale la politica di fondo degli Usa, anche quando viene criticata) e male (le società, nel loro complesso, del centro e sud America); è impolitico laddove rimuove tutte le cause sociali che producono l’economia della droga; e mira, infine, a colpevolizzare le società latinoamericane tutte invariabilmente corrotte, e l’unico sogno degli uomini onesti lì residenti consiste nella fuga verso gli Usa alla ricerca della tanto agognata “carta verde”. L’unica onestà possibile coincide coi valori statunitensi. Don Winslow capovolge la questione. Non esiste bene e male: l’economia narcotrafficante è il prodotto di precise scelte politiche degli Stati Uniti, e le agenzie preposte al contrasto sono corrotte tanto quanto le politiche nazionali degli Stati latinoamericani; lo scontro è tra due mali, e soprattutto – qui sta l’importanza dei lavori dell’autore newyorkese – anche l’agente onesto è costretto a corrompersi perché inserito dentro una dinamica di per sé corrotta potremmo dire ontologicamente; soprattutto ne Il potere del cane, Winslow traccia l’origine del commercio illegale, le politiche agricole imposte dagli Usa, le ragioni sociali dello sviluppo del mercato della droga, ed è lì che inserisce la sua critica sociale e politica più rilevante, legando cioè il fenomeno alle cause economiche che lo determinano.
Nel 2015 sono usciti però altri due lavori che affrontano la questione. La serie tv prodotta da Netflix, Narcos, che ha spopolato in tutto il mondo ed è stata evento mediatico anche in Italia, che ha portato le vicende dei narcotrafficanti al grande pubblico. E il libro di Fabrizio Lorusso, Narcoguerra, edito da Odoya nel giugno dello scorso anno, anche questa opera capace di raggiungere il grande pubblico nonostante i mezzi chiaramente più ristretti tanto di Netflix quanto di Winslow. Si tratta di due lavori agli antipodi, che descrivono bene la varietà di linguaggi e di schemi mentali ancora persistenti sul fenomeno.
Narcos racconta della storia di Pablo Escobar. Sebbene quindi ambientato in Colombia e concentrato sulle vicende colombiane, si propone di parlare, attraverso l’esempio particolare, della vicenda droga nel suo complesso. E’ in tal senso allora che va affrontato e su cui bisognerebbe riflettere. La serie è il concentrato più plateale del manicheismo deviante imposto dalla narrazione liberale-liberista del fenomeno droga. La Dea, l’attività diplomatica statunitense e, per estensione, l’intera politica americana di lotta alla droga, sono inequivocabilmente il bene. Sono il bene soprattutto laddove vengono impercettibilmente criticate. Ogni critica è su aspetti superficiali, irrilevanti rispetto al quadro generale: il modo di condurre un’operazione; l’atteggiamento reprensibile di questo o quel poliziotto; le lungaggini burocratiche che impediscono azioni veloci ed efficaci; e via dicendo. Gli eroi sono gli agenti Usa, il bene risiede nei valori americani della libertà e del rispetto della legge, gli agenti della Dea novelli Clint Eastwood magari un po’ bruschi nei modi ma, diamine, contro i signori della droga non possiamo certo badare alle formalità giuridiche. Di converso, il male è la società latinoamericana. Attenzione, non Pablo Escobar, con cui, come in ogni pessimo lavoro che si rispetti, si arriva ad “empatizzare”. Escobar è, implicitamente, uno che “ce l’ha fatta”, ricco perché intelligente, arguto, coraggioso. E’ un criminale, ma gli si rende l’onore delle armi. Quell’onore che invece viene recisamente negato alla società colombiana nel suo complesso. La povertà è colpa della politica locale nonostante gli aiuti Usa. Soprattutto, nessuna liberazione è possibile senza l’aiuto Usa. Lo scimmiottamento della guerra rivoluzionaria delle Farc supera ogni decenza anche agli occhi di un onesto liberale: i combattenti sono pedine dei narcotrafficanti, al più idealisti pronti a vendersi per qualche dollaro di mancia, al soldo e al servizio degli interessi narcos, studentelli a cui piace l’avventura e che finiscono male per stupidità propria. I più pragmatici appena passano dalla parte dei buoni chiedendo un bel visto per gli Usa e tanti saluti. La chiesa colombiana è una sezione dell’internazionale marxista, proto-terrorista, fiancheggiatrice della violenza e, in ultima analisi, degli stessi narcotrafficanti.
Ma non mancano riferimenti europei. A smistare la droga in Spagna ci pensa l’Eta, organizzazione terrorista narcotrafficante dedita al taglieggiamento interno e all’economia criminale verso l’estero: ad un certo punto, quando a Escobar servono delle bombe, viene chiamato direttamente dalla Spagna un importante membro della stessa Eta che, ovviamente in cambio della cocaina, gliene fabbrica a profusione. I politici colombiani invece si dividono in due: i corrotti, al soldo dei narcotrafficanti, e che celano il loro tornaconto personale ammantandolo di retorica antimperialista; e gli onesti, tali perché diretti dall’ambasciata Usa, di cui assecondano ogni ingerenza. Un’opera talmente degradante che non dovrebbe trovare commento se non fosse che, proprio perché fatta secondo i canoni dell’estetica mainstream, rischia di produrre immedesimazione e coinvolgimento emotivo e dunque politico in larghe fasce di popolazione, persino di sinistra, che introietterebbero inconsciamente un chiaro messaggio politico reazionario. La serie è sponsorizzata, recensita, promossa, veicolata, da numerose testate trasversali, da Repubblica al Fatto Quotidiano. Va allora smontata in ogni dove, criticata senza cedimenti, perché si tratta dell’ennesima operazione massmediatica che veicola un messaggio culturalmente disarmante. Oltretutto, è pure di pessima fattura e recitata male.
Il lavoro di Fabrizio Lorusso è invece uno strumento indispensabile per comprendere le caratteristiche della guerra alla droga in Messico. E’ un’opera davvero unica nel panorama giornalistico italiano, capace di ibridare generi narrativi differenti in funzione di una comprensibilità del problema davvero a 360°: articoli e inchieste giornalistiche, racconti a cavallo tra realtà e fiction, interviste, documenti. La somma, lungi dal cedere all’eclettismo narrativo, è invece in grado di svelare un processo storico. E’ un’opera che va letta insieme ai romanzi di Don Winslow, per interpretare correttamente tutti i passaggi narrativi ma reali descritti nei due libri. Lorusso vive in Messico, quindi sa di cosa parla. E’ anche un atto di coraggio, perché generalmente chi accende fari sull’argomento, in Messico, trova la morte. Dal 2001 al 2011 la guerra civile messicana ha fatto 100.000 morti, più del doppio invece i desaparecidos e migrati oltrefrontiera. Cifre da contesto mediorientale o africano, da vera e propria guerra tra opposti eserciti. Gli eserciti concorrenti non sono però quelli della Dea e dei cartelli, ma della Dea e dei cartelli contro le popolazioni locali, oltre che fra di loro per il controllo dei territori.
Lorusso individua le ragioni sociali del narcotraffico:
“Le politiche aperturiste applicate dagli anni Ottanta e Novanta in poi in America Latina, in particolare i trattati di libero commercio siglati con gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la Cina in condizioni di asimmetria, hanno favorito solo alcuni settori dell’economia, mentre hanno penalizzato le masse di piccoli agricoltori che, quindi, hanno trovato nella coca, nell’oppio e nella marijuana delle alternative di sopravvivenza”.
Non c’è qui una “giustificazione sociale” del problema droga. C’è un’analisi della origini politico-economiche. I contadini poveri dei paesi meridionali, sudamericani quanto globali, non potevano reggere i livelli di competizione e di produttività delle economie agricole sovvenzionate dagli aiuti di Stato di Stati Uniti e Unione europea. Liberando ogni vincolo economico, doganale, statale, alla produzione, i contadini messicani si trovavano a competere direttamente coi i giganti del comparto alimentare Usa, che ne determinarono il fallimento. A quel punto le masse contadine messicane si sono trovate costrette al ricatto di lavorare nelle maquiladoras che producevano per le aziende Usa, o cedere all’economia criminale, che certamente garantiva maggiori guadagni nonché protezione. La causa dell’economia criminale va ricercata allora nei trattati di libero scambio, esattamente come quello che vorrebbero approvare tra Stati Uniti e Unione europea, il TTIP. Ma l’autore non si ferma qui, centrando la radice politica per cui la lotta alla droga è una guerra senza possibili vincitori perché in realtà a nessuno interessa la vittoria:
“La battaglia contro le droghe rappresenta un affare sostanzioso per gli Usa ma non per i paesi che ne sopportano il peso sociale, umano ed economico: la droga a nord e i morti a sud. Le armi americane invadono il mercato e in America Latina finiscono in mano a narcos, poliziotti, gruppi di autodefensa e paramilitari. La “war on drugs”, lanciata da Nixon nel 1971 e ripresa da tutti i suoi successori alla Casa Bianca, è un potente discorso di legittimazione e uno strumento ricorrente nella politica estera statunitense, specialmente nei confronti del Latinoamerica, e da quasi mezzo secolo serve a giustificare azioni d’ingerenza politica, diplomatica, militare ed economica. E’ l’hard power della cocaina legato al soft power di Breaking Bad”.
Il piano politico è però multilivello. Serve a controllare le economie subalterne imponendo scelte politiche e produttive determinate. Ma serve anche per gestire proxy wars, o per portare avanti operazioni di regime change, o, infine, come strumento di controllo del territorio per i politici locali espressione del potere Usa:
“Anche la Cia, per combattere il regime rivoluzionario dei sandinisti in Nicaragua, non esitò a stipulare accordi col boss Felix Gallardo e la Federaciòn, il progenitore del cartello di Sinaloa. Grazie a loro poteva ricavare dalla vendita della cocaina e della marijuana i fondi necessari per le armi delle Contras, le bande paramilitari e antinsurrezionali che operavano contro il regime nicaraguense partendo dal territorio honduregno. Le ricerche sul coinvolgimento della Cia e della Dfs messicana coi narcos sono state confermate dalle rivelazioni, riportate dalla rivista Proceso alla fine del 2013, di ex agenti della Dea che lavoravano in Messico negli anni Ottanta[…]La Cia vendeva cocaina e derivati in casa propria per finanziare operazioni segrete, vietate dal Parlamento, e forniva armamenti ai mercenari Contras che dall’Honduras conducevano una guerra contro il governo rivoluzionario sandinista di Managua”.
Ecco spiegato il problema nella sua complessità e profondità, non solo dal lato dell’offerta (cioè perché in determinati Stati latinoamericani si sia concentrata la produzione della droga), ma anche in quello della domanda: la crescente richiesta di cocaina negli Stati Uniti è funzionale al controllo degli Usa sui paesi poveri del sud, e questa funzionalità è incentivata vendendo direttamente la droga alla popolazione statunitensi. Sono gli Stati Uniti che incentivano la produzione di droga all’estero per venderne il prodotto al proprio interno al fine di generare un’economia da spendere nell’ingerenza negli affari dei paesi produttori di droga. Questo è il circolo vizioso che sta all’origine della questione droga nel continente americano. Strumenti come il libro di Lorusso aprono gli occhi e svelano protagonisti e interessi. Opere massmediatiche come Narcos contribuiscono invece alla reiterazione di una narrazione deviante, spoliticizzante, una vera e propria droga culturale che inibisce al pensiero critico su uno dei fenomeni decisivi di questi ultimi decenni. E’ importante mantenere alta l’attenzione sull’argomento anche qui in Italia, perché giornalisti e militanti politici che dicono le stesse cose in Messico trovano sovente la morte. E’ a loro, allora, che dedichiamo questi brevi appunti.
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04/02/2016
Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: Il Cartello, di Don Winslow
Il potere del cane è il capolavoro degli anni Duemila, il libro finora insuperato. Ci sbagliavamo. Il Cartello è almeno al
suo livello. Non è facile essere riconosciuti in vita come l’autore di
uno dei romanzi più importanti degli ultimi decenni. Ma essere l’autore
dei due romanzi più importanti degli ultimi decenni, beh,
questo apre a Don Winslow le porte dell’immortalità letteraria. James
Ellroy ha definito il libro “il Guerra e pace della lotta alla droga”. È maledettamente così. E a noi non rimane che prenderne atto.
Il libro racconta la lunga, straziante, soffocante, sporca e ambigua lotta al narcotraffico tra Stati Uniti e Messico. Una lotta dove non ci possono essere vincitori o sconfitti, perché ambedue le parti – chi produce e vende droga e chi dice di combatterla – sono un unico cartello. La forza degli uni aumenta la potenza degli altri. Gli interessi collimano, le persone si scambiano di ruolo. Il cartello vince sempre, sia nella sua veste ufficiale del narcotraffico che in quella ufficiosa della “lotta al narcotraffico”. Come già raccontato dal Potere del cane, la droga è paradossalmente il prodotto della “lotta alla droga”. Una lotta alla droga che sradica popolazioni che ingrossano le file dei cartelli narcotrafficanti in una spirale di interessi convergenti che rende impossibile immaginare spazi di sviluppo sociale ed economico. Gli unici a perdere sono i poveri, massacrati da tutte e due le parti, inutili orpelli di una storia che non li riguarda se non come carne da macello.
Tutti i protagonisti della guerra hanno nel romanzo una centralità narrativa, fatto questo che giustifica le quasi 900 pagine necessarie una dopo l’altra a descrivere gli interessi in campo. I poveri delle periferie urbane, ininterrotto esercito di riserva del narcotraffico; la vita delle famiglie messicane costrette tra povertà, repressione e supporto logistico ai cartelli; le migliaia di giornalisti massacrati in questo decennio; la corruzione endemica della polizia; il ruolo degli eserciti – messicano e statunitense; il ruolo della politica, tanto messicana quanto statunitense, coi livelli di corruzione più o meno palesi; e poi i cartelli, i loro protagonisti, la vita latitante, le motivazioni e gli aspetti umani e “antiumani” della vicenda. Un racconto che ha la forza della realtà. Tutto ciò che è narrato nel libro è reale, è successo, è la vita quotidiana del confine tra Messico e Usa. Le collusioni, le piccole e grandi corruzioni; il rapporto tra narcotrafficanti e governo statunitense tramite le sue agenzie di controllo e spionaggio; le migliaia di morti violente (al ritmo di 10.000 l’anno tra i soli cartelli) che fanno della lotta alla droga in Messico la guerra civile più lunga e cruenta del nostro tempo. È tutto documentato, e quella di Don Winslow è la grande inchiesta giornalistica dei nostri tempi, capace di svelare un meccanismo di potere che alimenta il suo nemico per giustificare un suo ruolo.
Ne Il potere del cane c’era forse più profondità politica. Anche qui è presente chiara la natura politica del conflitto, il fatto lapalissiano che il problema messicano della droga è in realtà il problema americano della droga. Sono gli Usa il più grande mercato consumatore al mondo, che incentivano una produzione che altrimenti non avrebbe questa portata. Non basta però, e questo è forse l’unico passaggio sottotono del libro. La droga non è solo uno strumento di controllo per gli effetti sulla popolazione. E’ uno strumento di controllo politico per giustificare un potere costituito. La lotta alla droga è alla base del controllo americano sugli stati centroamericani, alla base della povertà delle popolazioni residenti, impossibilitate ad emanciparsi proprio per le politiche della lotta alla droga. È lo strumento attraverso cui impedire militarmente lo sviluppo dei movimenti di protesta, delle lotte contadine.
Il cartello ha però più tensione narrativa. Se Il potere del cane poteva risultare sovrabbondante in alcune sue parti, Il cartello procede soffocando, stringendo lentamente la corda attorno al collo del lettore che finisce il libro in trance narrativa. Nessuna parte del libro è eccessiva, pleonastica o ridondante. Il calo della tensione serve a recuperare fiato entrando letteralmente nella vita dei personaggi, riuscendo in una descrizione profonda, mai banale e che invece ha il pregio di moltiplicare la comprensione reale degli eventi. Nessun personaggio è abbozzato, nessun contesto è lasciato a se stesso. Quando la tensione si alza, al contrario, diventa difficile restare ancorati ad una capacità narrativa fuori dal comune. E se pensiamo che molto poco nel romanzo è “inventato”, che la gran parte delle scene descritte sono avvenute realmente, capiamo che ci troviamo di fronte ad uno strumento di comprensione del presente che non ha solo il pregio della straordinaria capacità narrativa, ma la forza della parresia, lo svelamento della verità, anche cinico, senza veli e accomodamenti, per l’appunto. Raccontare la verità per quella che è, eccedendo in cinismo, se necessario.
Il potere del cane e Il cartello sono, insieme, il grande libro del nostro tempo. L’atto di accusa decisivo delle politiche imperialiste, lo svelamento dei meccanismi economici, politici, culturali e militari con cui vengono governati territori e popolazioni. Due libri per un racconto necessario a comprendere gli ingranaggi del potere. Don Winslow ha portato il genere noir su livelli mai visti prima. E oggi noi ne cantiamo le lodi.
La costruzione dei protagonisti de Il Cartello
In letteratura come nella cinematografia, la qualità di un’opera si valuta dalla capacità dell’autore nella costruzione dei personaggi messi in scena. È uno dei criteri fondamentali, non l’unico ma fra i più importanti, che determinano il giudizio su di un libro o un film. Costruire un personaggio è impresa titanica. Ogni personaggio risponde ad un cliché, ad un riferimento, un topos letterario determinato. Scardinare un paradigma è una questione complessa da maneggiare. Solo i grandi autori riescono a possedere così bene un topos da decidere di disattivarlo. Il più delle volte il tentativo non riesce. Sono infatti frequenti i casi, soprattutto nel passato, quando era viva una sperimentazione artistica sia nel campo letterario che cinematografico, di grandi autori che fallivano nel tentativo di andare oltre i confini determinati da una “tradizione” culturale. Antonioni è uno degli esempi più ricordati di parziale fallimento artistico nel tentativo di superare se stesso nella sperimentazione. Kubrick, al contrario, è uno dei maestri del cinema capaci di sfornare capolavori senza mai cercare il salto nel vuoto dell’uscita dal canone (anche se tale affermazione è solo parzialmente vera: con 2001 Kubrick inaugura un nuovo canone, che ancora oggi determina le regole stilistiche del genere fantascientifico, e al tempo stesso “deturna” il genere stesso producendo uno dei film più importanti e “densi” della storia del cinema).
Tornando a noi, Il Cartello di Don Winslow è un capolavoro di costruzione del personaggio. Il libro rientra nel classico tema “guardia e ladri” con sfondo sociale. Una sorta di polar, ma è riferimento da prendere con le pinze. C’è un eroe, il poliziotto Art Keller; c’è l’antieroe, il capo del cartello della droga messicana Adan Barrera; ci sono una serie di personaggi di contorno tanto positivi (gli aiutanti dell’eroe), quanto negativi (aiutanti e antagonisti secondari dell’antieroe). Uno schema classico, come detto. Eppure.
Anzitutto, la capacità di dare profondità ai singoli personaggi è fuori dal comune. Partendo da un dato elementare spesso dimenticato: la costruzione del contesto. Tutti i protagonisti della storia vengono inseriti in un contesto di riferimento dettagliato. I personaggi emergono dalle viscere della realtà che prede forma nella narrazione. Costruire il senso della realtà è una cosa facile a dirsi ma difficilissima a farsi. Si può procedere attraverso passaggi “saggistici” o cronachistici, l’inserimento di dati e fatti che definisce un particolare contesto socio-culturale. Presenta però due limiti. Da una parte appesantisce notevolmente il racconto; dall’altra può essere fatta su fatti relativamente circoscritti, ma è impossibile o quasi da prodursi su eventi e contesti molto grandi, complessi e articolati. Per descrivere il disagio socio-culturale del Messico da cui prende forma l’economia della droga a sua volta figlia delle politiche statunitensi che utilizzano la “lotta alla droga” come strumento di controllo delle popolazioni a loro volta “costrette” ad affidarsi ai narcotrafficanti per emanciparsi almeno economicamente dalla condizione di povertà storica di cui sono vittime, non basterebbe un’intera libreria di saggi. Come rendere efficacemente il paesaggio umano e socio-economico allora? Come lasciar intuire questa spirale, suscitandola senza la necessità di descriverla per intero? Tramite l’utilizzo di particolari figure retoriche. La sineddoche, ad esempio. Il Cartello procede per “sineddochi”, inserisce i personaggi in contesti particolari che però hanno la forza di descrivere una società più in generale.
La profondità dei protagonisti è l’altra caratteristica decisiva del romanzo. Nessun personaggio è accennato. Non è la storia o la trama a servirsi dei personaggi che mano a mano prendono forma nel racconto, gettandoli via una volta serviti allo scopo. Ogni singolo attore ha la propria personalità, viene inserito per un particolare e decisivo motivo, sappiamo la sua psicologia, le sue paure e i suoi obiettivi. Se i due protagonisti erano già conosciuti e le loro vite raccontate ne Il potere del cane, il contorno di personaggi che affollano Il Cartello hanno tutti autonoma dignità narrativa. Decine di personaggi vengono calati nella storia dopo che il lettore ha conosciuto il loro passato, le proprie ambizioni, i propri sentimenti, la propria famiglia, e solo dopo entrano in azione, divengono protagonisti di una parte del racconto. È chiaro che per fare quest’opera di contestualizzazione serve lo spazio adeguato. Novecento pagine sono anche poche, e sembra paradossale dirlo ma il lavoro di sintesi è notevole. Ogni personaggio è un romanzo a se stante, le pagine avrebbero potute essere molto di più.
Ci si affeziona ad ogni protagonista, soprattutto a quelli che muoiono, dove invece il cliché letterario lascia morire precocemente i personaggi minori e appena tratteggiati. Dopo l’opera di contestualizzazione, che non è solo sociale ma anche emotiva, ogni individuo riveste un ruolo nella storia. Eppure tutti ne escono male. L’eroe deve fare per forza una bella fine. Nella maggior parte dei casi, ne esce vivo. In altri, muore onorevolmente. Qui invece tutti perdono, vengono umiliati e si umiliano, rompono gli schemi tradizionali che li vogliono già inseriti in determinati stereotipi, vengono raccontati nei loro limiti psicologici, nelle loro ambizioni animalesche, nella loro paura della morte. La morte alita su tutti i protagonisti, nessuno ne sarà immune, ma chi vive non se la passa meglio. La corruzione, economica, morale o etica poco importa in questo caso, aleggia parimenti su ogni persona descritta. Il buono (il giornalista intransigente, la campesina del paese di confine, il poliziotto integerrimo, eccetera), è anch’esso corrotto o corruttore, scende a patti con se stesso che successivamente si trova costretto a violare. È marcio, perché prodotto da una società che imputridisce. Viceversa il cattivo (il narcotrafficante, il politico corrotto, il poliziotto al soldo dei narcos, eccetera) può essere una persona da salvare, malvagio ma anche costretto dagli eventi, e comunque mai responsabile esclusivo di un sistema corrotto potremmo dire ontologicamente. Non c’è alcuna parabola cristiana o determinismo sociale, attenzione. È un sistema che produce i suoi protagonisti, individui unici e collettivi al tempo stesso, ognuno con le proprie responsabilità, possibili però unicamente in un ingranaggio collettivo e politico.
E il bello è che tutti i personaggi descritti, tranne Art Keller e pochi altri marginali, sono veri. Sono vissuti o sono ancora vivi. Le loro vicende sono reali, anche quelle a prima vista più “romanzate”: è cronaca recuperabile, neanche troppo difficilmente (basta farsi un giro sul blog messicano El blog del narco per capire quanta realtà c’è dietro la fiction del Cartello). La fiction si inserisce negli interstizi di una vicenda in atto da un ventennio e che ha avuto negli anni Duemila il suo apogeo. È cronaca quotidiana in Messico, è la normalità per intere popolazioni. E questo rende Il Cartello l’opera monumentale dei nostri tempi.
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Il libro racconta la lunga, straziante, soffocante, sporca e ambigua lotta al narcotraffico tra Stati Uniti e Messico. Una lotta dove non ci possono essere vincitori o sconfitti, perché ambedue le parti – chi produce e vende droga e chi dice di combatterla – sono un unico cartello. La forza degli uni aumenta la potenza degli altri. Gli interessi collimano, le persone si scambiano di ruolo. Il cartello vince sempre, sia nella sua veste ufficiale del narcotraffico che in quella ufficiosa della “lotta al narcotraffico”. Come già raccontato dal Potere del cane, la droga è paradossalmente il prodotto della “lotta alla droga”. Una lotta alla droga che sradica popolazioni che ingrossano le file dei cartelli narcotrafficanti in una spirale di interessi convergenti che rende impossibile immaginare spazi di sviluppo sociale ed economico. Gli unici a perdere sono i poveri, massacrati da tutte e due le parti, inutili orpelli di una storia che non li riguarda se non come carne da macello.
Tutti i protagonisti della guerra hanno nel romanzo una centralità narrativa, fatto questo che giustifica le quasi 900 pagine necessarie una dopo l’altra a descrivere gli interessi in campo. I poveri delle periferie urbane, ininterrotto esercito di riserva del narcotraffico; la vita delle famiglie messicane costrette tra povertà, repressione e supporto logistico ai cartelli; le migliaia di giornalisti massacrati in questo decennio; la corruzione endemica della polizia; il ruolo degli eserciti – messicano e statunitense; il ruolo della politica, tanto messicana quanto statunitense, coi livelli di corruzione più o meno palesi; e poi i cartelli, i loro protagonisti, la vita latitante, le motivazioni e gli aspetti umani e “antiumani” della vicenda. Un racconto che ha la forza della realtà. Tutto ciò che è narrato nel libro è reale, è successo, è la vita quotidiana del confine tra Messico e Usa. Le collusioni, le piccole e grandi corruzioni; il rapporto tra narcotrafficanti e governo statunitense tramite le sue agenzie di controllo e spionaggio; le migliaia di morti violente (al ritmo di 10.000 l’anno tra i soli cartelli) che fanno della lotta alla droga in Messico la guerra civile più lunga e cruenta del nostro tempo. È tutto documentato, e quella di Don Winslow è la grande inchiesta giornalistica dei nostri tempi, capace di svelare un meccanismo di potere che alimenta il suo nemico per giustificare un suo ruolo.
Ne Il potere del cane c’era forse più profondità politica. Anche qui è presente chiara la natura politica del conflitto, il fatto lapalissiano che il problema messicano della droga è in realtà il problema americano della droga. Sono gli Usa il più grande mercato consumatore al mondo, che incentivano una produzione che altrimenti non avrebbe questa portata. Non basta però, e questo è forse l’unico passaggio sottotono del libro. La droga non è solo uno strumento di controllo per gli effetti sulla popolazione. E’ uno strumento di controllo politico per giustificare un potere costituito. La lotta alla droga è alla base del controllo americano sugli stati centroamericani, alla base della povertà delle popolazioni residenti, impossibilitate ad emanciparsi proprio per le politiche della lotta alla droga. È lo strumento attraverso cui impedire militarmente lo sviluppo dei movimenti di protesta, delle lotte contadine.
Il cartello ha però più tensione narrativa. Se Il potere del cane poteva risultare sovrabbondante in alcune sue parti, Il cartello procede soffocando, stringendo lentamente la corda attorno al collo del lettore che finisce il libro in trance narrativa. Nessuna parte del libro è eccessiva, pleonastica o ridondante. Il calo della tensione serve a recuperare fiato entrando letteralmente nella vita dei personaggi, riuscendo in una descrizione profonda, mai banale e che invece ha il pregio di moltiplicare la comprensione reale degli eventi. Nessun personaggio è abbozzato, nessun contesto è lasciato a se stesso. Quando la tensione si alza, al contrario, diventa difficile restare ancorati ad una capacità narrativa fuori dal comune. E se pensiamo che molto poco nel romanzo è “inventato”, che la gran parte delle scene descritte sono avvenute realmente, capiamo che ci troviamo di fronte ad uno strumento di comprensione del presente che non ha solo il pregio della straordinaria capacità narrativa, ma la forza della parresia, lo svelamento della verità, anche cinico, senza veli e accomodamenti, per l’appunto. Raccontare la verità per quella che è, eccedendo in cinismo, se necessario.
Il potere del cane e Il cartello sono, insieme, il grande libro del nostro tempo. L’atto di accusa decisivo delle politiche imperialiste, lo svelamento dei meccanismi economici, politici, culturali e militari con cui vengono governati territori e popolazioni. Due libri per un racconto necessario a comprendere gli ingranaggi del potere. Don Winslow ha portato il genere noir su livelli mai visti prima. E oggi noi ne cantiamo le lodi.
La costruzione dei protagonisti de Il Cartello
In letteratura come nella cinematografia, la qualità di un’opera si valuta dalla capacità dell’autore nella costruzione dei personaggi messi in scena. È uno dei criteri fondamentali, non l’unico ma fra i più importanti, che determinano il giudizio su di un libro o un film. Costruire un personaggio è impresa titanica. Ogni personaggio risponde ad un cliché, ad un riferimento, un topos letterario determinato. Scardinare un paradigma è una questione complessa da maneggiare. Solo i grandi autori riescono a possedere così bene un topos da decidere di disattivarlo. Il più delle volte il tentativo non riesce. Sono infatti frequenti i casi, soprattutto nel passato, quando era viva una sperimentazione artistica sia nel campo letterario che cinematografico, di grandi autori che fallivano nel tentativo di andare oltre i confini determinati da una “tradizione” culturale. Antonioni è uno degli esempi più ricordati di parziale fallimento artistico nel tentativo di superare se stesso nella sperimentazione. Kubrick, al contrario, è uno dei maestri del cinema capaci di sfornare capolavori senza mai cercare il salto nel vuoto dell’uscita dal canone (anche se tale affermazione è solo parzialmente vera: con 2001 Kubrick inaugura un nuovo canone, che ancora oggi determina le regole stilistiche del genere fantascientifico, e al tempo stesso “deturna” il genere stesso producendo uno dei film più importanti e “densi” della storia del cinema).
Tornando a noi, Il Cartello di Don Winslow è un capolavoro di costruzione del personaggio. Il libro rientra nel classico tema “guardia e ladri” con sfondo sociale. Una sorta di polar, ma è riferimento da prendere con le pinze. C’è un eroe, il poliziotto Art Keller; c’è l’antieroe, il capo del cartello della droga messicana Adan Barrera; ci sono una serie di personaggi di contorno tanto positivi (gli aiutanti dell’eroe), quanto negativi (aiutanti e antagonisti secondari dell’antieroe). Uno schema classico, come detto. Eppure.
Anzitutto, la capacità di dare profondità ai singoli personaggi è fuori dal comune. Partendo da un dato elementare spesso dimenticato: la costruzione del contesto. Tutti i protagonisti della storia vengono inseriti in un contesto di riferimento dettagliato. I personaggi emergono dalle viscere della realtà che prede forma nella narrazione. Costruire il senso della realtà è una cosa facile a dirsi ma difficilissima a farsi. Si può procedere attraverso passaggi “saggistici” o cronachistici, l’inserimento di dati e fatti che definisce un particolare contesto socio-culturale. Presenta però due limiti. Da una parte appesantisce notevolmente il racconto; dall’altra può essere fatta su fatti relativamente circoscritti, ma è impossibile o quasi da prodursi su eventi e contesti molto grandi, complessi e articolati. Per descrivere il disagio socio-culturale del Messico da cui prende forma l’economia della droga a sua volta figlia delle politiche statunitensi che utilizzano la “lotta alla droga” come strumento di controllo delle popolazioni a loro volta “costrette” ad affidarsi ai narcotrafficanti per emanciparsi almeno economicamente dalla condizione di povertà storica di cui sono vittime, non basterebbe un’intera libreria di saggi. Come rendere efficacemente il paesaggio umano e socio-economico allora? Come lasciar intuire questa spirale, suscitandola senza la necessità di descriverla per intero? Tramite l’utilizzo di particolari figure retoriche. La sineddoche, ad esempio. Il Cartello procede per “sineddochi”, inserisce i personaggi in contesti particolari che però hanno la forza di descrivere una società più in generale.
La profondità dei protagonisti è l’altra caratteristica decisiva del romanzo. Nessun personaggio è accennato. Non è la storia o la trama a servirsi dei personaggi che mano a mano prendono forma nel racconto, gettandoli via una volta serviti allo scopo. Ogni singolo attore ha la propria personalità, viene inserito per un particolare e decisivo motivo, sappiamo la sua psicologia, le sue paure e i suoi obiettivi. Se i due protagonisti erano già conosciuti e le loro vite raccontate ne Il potere del cane, il contorno di personaggi che affollano Il Cartello hanno tutti autonoma dignità narrativa. Decine di personaggi vengono calati nella storia dopo che il lettore ha conosciuto il loro passato, le proprie ambizioni, i propri sentimenti, la propria famiglia, e solo dopo entrano in azione, divengono protagonisti di una parte del racconto. È chiaro che per fare quest’opera di contestualizzazione serve lo spazio adeguato. Novecento pagine sono anche poche, e sembra paradossale dirlo ma il lavoro di sintesi è notevole. Ogni personaggio è un romanzo a se stante, le pagine avrebbero potute essere molto di più.
Ci si affeziona ad ogni protagonista, soprattutto a quelli che muoiono, dove invece il cliché letterario lascia morire precocemente i personaggi minori e appena tratteggiati. Dopo l’opera di contestualizzazione, che non è solo sociale ma anche emotiva, ogni individuo riveste un ruolo nella storia. Eppure tutti ne escono male. L’eroe deve fare per forza una bella fine. Nella maggior parte dei casi, ne esce vivo. In altri, muore onorevolmente. Qui invece tutti perdono, vengono umiliati e si umiliano, rompono gli schemi tradizionali che li vogliono già inseriti in determinati stereotipi, vengono raccontati nei loro limiti psicologici, nelle loro ambizioni animalesche, nella loro paura della morte. La morte alita su tutti i protagonisti, nessuno ne sarà immune, ma chi vive non se la passa meglio. La corruzione, economica, morale o etica poco importa in questo caso, aleggia parimenti su ogni persona descritta. Il buono (il giornalista intransigente, la campesina del paese di confine, il poliziotto integerrimo, eccetera), è anch’esso corrotto o corruttore, scende a patti con se stesso che successivamente si trova costretto a violare. È marcio, perché prodotto da una società che imputridisce. Viceversa il cattivo (il narcotrafficante, il politico corrotto, il poliziotto al soldo dei narcos, eccetera) può essere una persona da salvare, malvagio ma anche costretto dagli eventi, e comunque mai responsabile esclusivo di un sistema corrotto potremmo dire ontologicamente. Non c’è alcuna parabola cristiana o determinismo sociale, attenzione. È un sistema che produce i suoi protagonisti, individui unici e collettivi al tempo stesso, ognuno con le proprie responsabilità, possibili però unicamente in un ingranaggio collettivo e politico.
E il bello è che tutti i personaggi descritti, tranne Art Keller e pochi altri marginali, sono veri. Sono vissuti o sono ancora vivi. Le loro vicende sono reali, anche quelle a prima vista più “romanzate”: è cronaca recuperabile, neanche troppo difficilmente (basta farsi un giro sul blog messicano El blog del narco per capire quanta realtà c’è dietro la fiction del Cartello). La fiction si inserisce negli interstizi di una vicenda in atto da un ventennio e che ha avuto negli anni Duemila il suo apogeo. È cronaca quotidiana in Messico, è la normalità per intere popolazioni. E questo rende Il Cartello l’opera monumentale dei nostri tempi.
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