Il Presidente del Consiglio Nazionale Elettorale del Venezuela ha trasmesso i dati ufficiali emersi dai verbali elettorali:
Partecipazione: 59,97%
Votanti: 12.386.669
Voti validi: 12.335.884
Voti nulli: 50.785
Risultati:
Nicolás Maduro 6.408.844 voti, 51,95%
Edmundo González 5.326.104 voti, 43,18%
Luis Martinez 152.360 voti, 1.24%
Antonio Ecarri 116.421 voti, 0,94%
Benjamin Rausseo 92.903 voti, 0,75%
José Brito 84.231 voti, 0,68%
Javier Bertucci 64.452 voti, 0,52%
Claudio Fermín 40.902 voti, 0,33%
Enrique Márquez 29.611 voti, 0.24%
Daniel Ceballos 20.056 voti, 0,16%
Adesso che i risultati dei verbali delle elezioni sono stati esaminati e certificati dal Comitato Nazionale Elettorale (organismo designato a farlo) gli argomenti delle opposizioni golpiste e dei loro alleati internazionali non reggono più.
Tra l’altro sta emergendo come la pubblicazione delle schede dell’opposizione fosse già prevista prima delle elezioni nel quadro di una operazione di destabilizzazione e delegittimazione dei risultati.
Non è che hanno deciso di farlo perché “il CNE non aveva dato i risultati”. Il piano dei golpisti era quello di interrompere la trasmissione dei dati e lasciare il Consiglio Nazionale Elettorale muto di notte e il Paese nell’incertezza; lanciare falsi exit poll durante il giorno; sabotare e rendere caotica la chiusura dei seggi elettorali per dire che il governo voleva nascondere la sconfitta; annunciare al mondo i “loro risultati”, indipendentemente da ciò che ha detto il CNE. Ricordate Biggio Pilieri: “Riconosceremo solo i nostri risultati”. Il candidato dell’opposizione, Edmundo González Urrutia, aveva già dichiarato domenica pomeriggio che: “Se il CNE ci mette troppo a dare i risultati, noi daremo i nostri”.
Infine scatenare già da lunedì il caos, il vandalismo e la violenza facendole presentare dai media complici come “proteste spontanee” del popolo “in difesa del risultato”.
Adesso che il Tribunale Supremo di Giustizia ha convocato tutti i candidati per portare i verbali in modo che possano indagare, María Corina Machado si è nascota e si dichiara clandestina invitando a proclamare Edmundo González Urrutia. Il Piano Guaidó è 2.0 in pieno svolgimento.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/08/2024
04/06/2020
Nicaragua, il virus del golpismo
Il diffondersi del virus Covid-19 in tutto il pianeta ha obbligato
ogni nazione a prendere misure cautelative. Sono state diverse da Paese a
Paese, perché diverso è stato l’impatto della pandemia e perché diversa
è la realtà socioeconomica di ognuno. Sul piano politico interno, si è
registrata generalmente una riduzione della conflittualità politica; c’è
stata una risposta in buona sostanza unitaria tra governi ed
opposizioni, dato che tutte le forze politiche hanno ritenuto di dover
puntare tutte le energie nella difesa nazionale dall’emergenza
sanitaria. Ovunque è stato così. Ma non in Nicaragua.
La destra nicaraguense, per tradizione priva di un qualsivoglia spirito patriottico o anche solo di coscienza nazionale, orfana sin dalla nascita del senso di responsabilità, ha pensato di utilizzare la pandemia esclusivamente come strategia di attacco al governo. L’obiettivo finale? Interrompere la relazione di fiducia tra il popolo del Nicaragua e il Frente Sandinista. Perché alla fine, ciò che interessa alla destra nicaraguense non è la difesa della nazione dalla pandemia, ancor meno quella della sua economia e della sua popolazione. L’opposizione vuole solo le dimissioni del governo e il crollo del sistema di uguaglianza, diritti e sviluppo che questo ha costruito.
Ma l’obiettivo è tutt’altro che facile da raggiungere: come ottenere le dimissioni di un governo che, in termini assoluti e anche relativamente in percentuale agli altri, sta gestendo nel modo migliore la pandemia, impedendogli di divenire crisi sanitaria? E come cacciare un governo il cui agire in economia e politica è condiviso dalla maggioranza assoluta della popolazione, e che si riverbererà nelle urne il prossimo anno, come certificano tutti gli osservatori internazionali e i sondaggi di opinione?
Visto da destra, il Covid-19 non è una pandemia ma una opportunità. Di fronte a questa emergenza la ricetta golpista, come già nel 2018, è la stessa: seminare il caos, provocare il terrore affinché si generi panico nella popolazione, che indebolisca il governo e che, per converso, possa darsi un aumento dei consensi verso l’opposizione. I passaggi del suo agire, come allora, sono presi alla lettera dal manuale dell’ex agente CIA, Gene Sharp, sui colpi di stato. Come nel 2018, il filo conduttore che lega concetti ed emotività è sempre lo stesso: l’odio. Assoluto, totale, senza ritegno alcuno: la diffusione ad ogni livello dell’odio espresso in forma ossessiva, si conferma il motore della narrazione. Perché l’opposizione al FSLN, come che possa chiamarsi, come che voglia presentarsi, è somozista e tale resta, piaccia o no ai suoi amici all’estero.
Una campagna di odio e menzogne
Come già nel 2018, i golpisti assegnano alla comunicazione un ruolo decisivo per il raggiungimento dei loro obiettivi utilizzando la manipolazione mediatica senza alcun ritegno. Disconoscimento delle ragioni del governo a sostegno delle scelte compiute; negazione della veridicità delle fonti ufficiali; manipolazione delle notizie; inversione del nesso tra azione e reazione; cifre ed argomentazioni ignorate mentre si propone la distorsione delle seconde e l’abnormità falsa delle prime; affermazione reiterata del falso. Il tutto spacciato sui giornali, le tv e le radio della famiglia Chamorro.
In effetti, come nel 2018, il ragionamento articolato non sarebbe altrettanto efficace nella trasmissione rapida dei concetti; ma a ben vedere non vi sono concetti da spiegare, bensì falsità da diffondere allo scopo di generare shock emotivi. Si agisce con messaggi brevi e falsi; il metodo è la semplificazione della complessità e la banalizzazione della realtà. Si veicolano messaggi visibilmente privi di credibilità e lo si fa con ritmo veloce per impedire la confutazione degli stessi. Si utilizzano fake news sulla Rete basate sulla sovrapposizione del formale con l’informale manipolato, definendo il primo ufficiale e il secondo indipendente, il primo prova di regime e il secondo veritiero. Per quanto riguarda la circolazione “a terra”, si utilizza la tecnica del “passa parola”, subordinando la realtà alla propaganda politica. Il tutto con la falsificazione di dati, immagini, parole e con l’aggiunta di un apparente atteggiamento cospirativo che prova ad insinuare ulteriore veridicità alle menzogne.
L’esempio più eclatante è stato un presunto epidemiologo che prevedeva 238.000 morti al 4 Maggio (ma al 4 maggio i morti erano 5), e poi i finti medici e i finti infermieri che narrano di un collasso ospedaliero; come già nel 2018 ci sono i finti morti (costretti a smentire dimostrandosi vivi) o i falsi malati; il trasporto delle bare finte senza niente e nessuno dentro; i funerali sempre senza parenti e senza messe a suffragio di presunti malati. Copione già visto. I golpisti operano con la tecnica di comunicazione di massa del gerarca nazista Goebbels, che stabilisce come una menzogna ripetuta mille volte diventi una verità.
La narrazione golpista cita migliaia di morti, ospedali al collasso, popolazione abbandonata a se stessa e governo inetto. Tutto il contrario, esattamente l’opposto. Al momento contagiati, curati e deceduti confermano la gestione eccellente in un paese che non si è fermato, al massimo ha rallentato. La destra non spiega quale sarebbe l’interesse del Nicaragua ad occultare i suoi morti, ammesso che vi riuscirebbe. Al contrario, denunciando una catastrofe umanitaria otterrebbe maggiori aiuti, no? Ancor meno spiegano come mai l’Organizzazione Panamericana della Sanità dice che Managua riporta i dati correttamente e che lo stesso Fondo Monetario Internazionale si complimenta con il Nicaragua per la gestione dell’emergenza sanitaria. Ma le menzogne proseguono, la verità li costringerebbe a dimostrare come le entità socioeconomiche, politiche e clericali golpiste siano completamente assenti dall’opera di contrasto alla pandemia, raccontando così l’assenza di senso di responsabilità nazionale e l’egoismo padronale che li contraddistingue.
La difficoltà a penetrare il tessuto di una società ormai addestrata a far fronte alle fandonie, viene bilanciata sul piano internazionale con l’attivazione delle risorse del mainstream generale: alle catene televisive statunitensi e ai giornali dell’ultradestra continentale si aggiunge l’apparato mediatico della destra internazionale, configurandosi così l’alleanza tra l’internazionale nera, la Casa Bianca in mano ai nazi-evangelici e la destra fascista nicaraguense capitanata da oligarchi e traditori del sandinismo. Una triade nauseabonda che propone uno scenario non nuovo e che ha tra le sue armi anche la rete di relazioni che alcuni dei terroristi del MRS mantengono con settori progressisti europei, negli anni trasformatisi in orfani della sinistra di classe e divenuti coscienza critica del pensiero liberale, sacerdoti del monetarismo, inquisitori implacabili del socialismo.
Le fasi della strategia golpista
Ma, detto il metodo di comunicazione, qual è la strategia golpista? Da un punto di vista operativo il piano per l’affermazione del caos dovrebbe svilupparsi in più fasi. La prima prevede che, a seguito delle pressioni internazionali, il Paese entri in lockdown. In questo modo la paralisi dell’attività produttiva genererebbe una crisi economica. La seconda fase del piano prevede il blocco dei rifornimenti alimentari e della mobilità, che creerebbe un forte malessere della popolazione che verrebbe montato quotidianamente. La terza fase prevede proprio il passaggio da malessere a protesta di strada, possibilmente violenta. A questo proposito, la destra golpista ha già un’idea precisa sul procedere: la riattivazione dei gruppi mercenari e delinquenziali torna all’ordine del giorno. La produzione di fake news a ciclo continuato tenterà ovviamente di etichettare come “repressione” ogni misura preventiva che il governo metterà in campo per evitare che i criminali tornino liberi di terrorizzare. Lo scatenarsi di scontri con vittime e devastazioni farà gridare alla ingovernabilità del Paese nel bel mezzo di una pandemia e, a questo punto, si passerebbe all’intervento degli organismi internazionali che eserciterebbero ulteriori pressioni antigovernative.
Il combinato disposto di lockdown, caos, violenza, sanzioni e applicazione della Nica Act configurerebbe una morsa sull’economia nazionale che in poco tempo collasserebbe. Managua dovrebbe allora rivolgersi agli organismi finanziari internazionali che però, su richiesta statunitense e come già avvenuto per il Venezuela, negherebbero prestiti e aiuti. A quel punto, con l’economia interna ferma e il blocco dei crediti e prestiti internazionali, il Paese sarebbe in ginocchio e il governo si troverebbe con le spalle al muro. Spunterebbe probabilmente la OEA a proporsi come mediatore presentando la seguente proposta: aiuti in cambio delle dimissioni del governo e sua sostituzione con un organo misto garantito dalla stessa OEA (cioè gli USA), elezioni anticipate e incandidabilità di Daniel Ortega. Questo appena esposto è, a grandi linee, un esempio di ciò che si sogna nella Conferenza episcopale e nella Confindustria locale.
Il sandinismo non dorme
Ma un quadro come quello appena descritto è in realtà impossibile da disegnare sul terreno e l’oligarchia si predisporrebbe a ricevere un ulteriore schiaffo. A differenza del 2018 il sandinismo non verrà colto di sorpresa. Ha già ben chiari obiettivi golpisti e come rispondere. Il sogno del chamorrismo, ovvero il somozismo senza Somoza, è quello di affondare il sandinismo e la sua figura storica di maggior rilievo, il Presidente, Comandante Daniel Ortega. Ma qui il terreno passa dal difficilissimo all’impossibile, perché il sandinismo è coeso intorno al suo Comandante, forte politicamente, attrezzato socialmente ed armato fino ai denti. L’epoca della generosità umana e politica si è chiusa con l’amnistia del 2018 e, di fronte ad un nuovo tentativo di destabilizzazione violenta, i colpevoli pagherebbero un prezzo alto, a cominciare da chi incita dietro poltrone o a bordo di lussuosi yacht.
Proprio per l’odio e il desiderio revanchista espresso dalla destra, il sandinismo è conscio che un golpe aprirebbe la caccia all’uomo e dunque sa come regolarsi. Come con malcelata metafora si dice a Managua, quale oligarca si salverebbe dalla presentazione della fattura per le vittime e i danni procurati? Difficile credano all’esistenza di un santo protettore che garantisca l’immunità ai mandanti. La destra ci prova perché da Washington le pressioni sono incalzanti, ma sa perfettamente il destino che l’aspetta in caso di una forzatura violenta ed è per questo che, conscia della sua scarsa credibilità e consapevole della forza del sandinismo, sa che non ci riuscì due anni fa e non riuscirebbe ora.
Il governo non ha, al momento, alcuna intenzione di forzare l’agenda politica. Il mantenimento della pace è l’obiettivo del FSLN. La chiave del successo sandinista di questi ultimi 13 anni – o, per meglio dire, dal 2007 al 2018 – è stato proprio il vincolo ineludibile stabilitosi tra pace e progresso socio-economico. Nell’impostazione teorico-politica della seconda tappa della Rivoluzione Sandinista, la pace è stata vista non solo come convivenza pacifica ma anche come elemento di coesione nazionale, come obiettivo di metodo e sostanza per la crescita della nazione. Questo sia per il rigetto di un conflitto che ha riempito i cimiteri nicaraguensi, sia per voler girare una volta e per sempre le pagine della storia più dura e ridurre le differenze ideologiche a dialettica politica.
Quello iniziato alla fine del 2006 ed ancora vigente, non è stato solo un mandato elettorale: il governo guidato dal Comandante Ortega non è stato solo un governo che seguiva il precedente e precedeva il successivo. Bensì si trattava – e si tratta ancora – di una vera e propria Rivoluzione dei paradigmi e delle fondamenta su cui si regge la società. Non si trattava – e non si tratta – di una accelerazione, di una migliore gestione tecnico e amministrativa, di una ottimizzazione del sistema esistente: era ed è una Rivoluzione dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto.
Questo è stato ed è il senso del “popolo Presidente”. Un processo di ribaltamento delle priorità preesistenti, un consegnare nelle mani della popolazione la scommessa di una nuova Nicaragua. Tutto questo aveva – ed ha – bisogno di un processo di cambiamento, ma la modernizzazione di un sistema non può darsi con un conflitto sociale in corso. La pace e la concordia nazionale sono le condizioni per lo sviluppo e, parallelamente, solo lo sviluppo economico genera la pace. Può non essere condizione sufficiente ma certo è necessaria. Così si disegna una società ed un futuro. Per questo il golpismo oligarchico ha come obiettivo la fine della pace e, con essa, dello sviluppo. L’insistenza criminale della destra nel voler generare caos e violenza vuole appunto mettere in discussione la pace e la modernizzazione del Paese.
Riuscire a farlo certificherebbe l’entrata in crisi del progetto di governo del sandinismo, che proprio nella pace, nella convivenza tra le differenze e nella crescita economica collettiva, dispiega la sua missione di questa fase storica, fatta di modernizzazione e giustizia sociale, perequazione ed opportunità per tutti, fine dei privilegi e crescita dei diritti sociali collettivi. Un modello di economia che costruisce ricchezza con i postulati del mercato ma che la distribuisce con l’impostazione socialista egualitaria e solidale.
Una opposizione disperata e priva di credibilità
La strategia golpista nasce tanto per il naturale sovversivismo delle classi dirigenti, come lo definiva Antonio Gramsci, quanto per ovviare la realtà di una opposizione completamente priva di credibilità. Non c’è spazio per la dialettica politica tra maggioranza e opposizione, perché esiste la maggioranza ma non l’opposizione. Essa è un aggregato eterogeneo dei peggiori arnesi dell’oligarchia latifondista che si sono associati con la gerarchia ecclesiale e l’ultradestra rappresentata dai traditori del MRS e le ONG di loro appartenenza. È un miscuglio di interessi inconfessabili, una cloaca di rancori privati e frustrazioni, con famiglie e personaggi in lotta l’uno contro l’altro per accaparrarsi le notevoli risorse finanziarie messe a disposizione dagli USA e dalla UE ed approfittare di visibilità mediatica e ruolo politico che mai avrebbero contando solo sulle proprie abilità ed idee.
È una opposizione serva dello straniero ma che vuole servi i propri connazionali e che, non avendo un leader, un programma, una coalizione e nemmeno un coordinamento, vede nell’implosione del Paese la sua unica speranza. Ma il calcolo è comunque sbagliato: ogni nicaraguense che ha compiuto i 30 anni ricorda perfettamente cosa successe quando l’opposizione di oggi governò per 16 lunghissimi e maledetti anni: ha nelle proprie carni impresse la ingiustizie, la fame, le morti per malattie evitabili, la fine dell’istruzione di massa e del sistema assistenziale e previdenziale del Paese, il buio e la mancanza di acqua quale condizione quotidiana, la riduzione del Nicaragua ad un punto moribondo nella cartina centroamericana. Persino Haiti venne superata nella triste classifica della povertà regionale. Quei sedici anni non sono passati invano ed oggi la principale difficoltà per l’opposizione è proprio quella di farli dimenticare.
I critici di professione del sandinismo dovrebbero capire come correre in soccorso ad una opposizione che si regge sul razzismo e l’odio di classe, nel disprezzo della Costituzione e persino della decenza, sia davvero improponibile. I suoi complici internazionali, statunitensi ed europei, non importa quale vesti indossino, se siano di autentica destra o di finta sinistra, sono o diventano utili idioti al servizio delle mire imperiali statunitensi e collaborazionisti del somozismo. Non è possibile non vedere ciò che è lampante se non si partecipa al progetto di riconquista oligarchica. Dando credito all’oligarchia nicaraguense, direttamente o indirettamente, si diventa alleati dei carnefici del Nicaragua. Che guarda con forza ma senza rabbia l’agitarsi scomposto del golpismo e prepara la dura risposta popolare alle ambizioni di riconquista. Libero è il Nicaragua e libero resterà. Se ne facciano tutti una ragione.
Fonte
La destra nicaraguense, per tradizione priva di un qualsivoglia spirito patriottico o anche solo di coscienza nazionale, orfana sin dalla nascita del senso di responsabilità, ha pensato di utilizzare la pandemia esclusivamente come strategia di attacco al governo. L’obiettivo finale? Interrompere la relazione di fiducia tra il popolo del Nicaragua e il Frente Sandinista. Perché alla fine, ciò che interessa alla destra nicaraguense non è la difesa della nazione dalla pandemia, ancor meno quella della sua economia e della sua popolazione. L’opposizione vuole solo le dimissioni del governo e il crollo del sistema di uguaglianza, diritti e sviluppo che questo ha costruito.
Ma l’obiettivo è tutt’altro che facile da raggiungere: come ottenere le dimissioni di un governo che, in termini assoluti e anche relativamente in percentuale agli altri, sta gestendo nel modo migliore la pandemia, impedendogli di divenire crisi sanitaria? E come cacciare un governo il cui agire in economia e politica è condiviso dalla maggioranza assoluta della popolazione, e che si riverbererà nelle urne il prossimo anno, come certificano tutti gli osservatori internazionali e i sondaggi di opinione?
Visto da destra, il Covid-19 non è una pandemia ma una opportunità. Di fronte a questa emergenza la ricetta golpista, come già nel 2018, è la stessa: seminare il caos, provocare il terrore affinché si generi panico nella popolazione, che indebolisca il governo e che, per converso, possa darsi un aumento dei consensi verso l’opposizione. I passaggi del suo agire, come allora, sono presi alla lettera dal manuale dell’ex agente CIA, Gene Sharp, sui colpi di stato. Come nel 2018, il filo conduttore che lega concetti ed emotività è sempre lo stesso: l’odio. Assoluto, totale, senza ritegno alcuno: la diffusione ad ogni livello dell’odio espresso in forma ossessiva, si conferma il motore della narrazione. Perché l’opposizione al FSLN, come che possa chiamarsi, come che voglia presentarsi, è somozista e tale resta, piaccia o no ai suoi amici all’estero.
Una campagna di odio e menzogne
Come già nel 2018, i golpisti assegnano alla comunicazione un ruolo decisivo per il raggiungimento dei loro obiettivi utilizzando la manipolazione mediatica senza alcun ritegno. Disconoscimento delle ragioni del governo a sostegno delle scelte compiute; negazione della veridicità delle fonti ufficiali; manipolazione delle notizie; inversione del nesso tra azione e reazione; cifre ed argomentazioni ignorate mentre si propone la distorsione delle seconde e l’abnormità falsa delle prime; affermazione reiterata del falso. Il tutto spacciato sui giornali, le tv e le radio della famiglia Chamorro.
In effetti, come nel 2018, il ragionamento articolato non sarebbe altrettanto efficace nella trasmissione rapida dei concetti; ma a ben vedere non vi sono concetti da spiegare, bensì falsità da diffondere allo scopo di generare shock emotivi. Si agisce con messaggi brevi e falsi; il metodo è la semplificazione della complessità e la banalizzazione della realtà. Si veicolano messaggi visibilmente privi di credibilità e lo si fa con ritmo veloce per impedire la confutazione degli stessi. Si utilizzano fake news sulla Rete basate sulla sovrapposizione del formale con l’informale manipolato, definendo il primo ufficiale e il secondo indipendente, il primo prova di regime e il secondo veritiero. Per quanto riguarda la circolazione “a terra”, si utilizza la tecnica del “passa parola”, subordinando la realtà alla propaganda politica. Il tutto con la falsificazione di dati, immagini, parole e con l’aggiunta di un apparente atteggiamento cospirativo che prova ad insinuare ulteriore veridicità alle menzogne.
L’esempio più eclatante è stato un presunto epidemiologo che prevedeva 238.000 morti al 4 Maggio (ma al 4 maggio i morti erano 5), e poi i finti medici e i finti infermieri che narrano di un collasso ospedaliero; come già nel 2018 ci sono i finti morti (costretti a smentire dimostrandosi vivi) o i falsi malati; il trasporto delle bare finte senza niente e nessuno dentro; i funerali sempre senza parenti e senza messe a suffragio di presunti malati. Copione già visto. I golpisti operano con la tecnica di comunicazione di massa del gerarca nazista Goebbels, che stabilisce come una menzogna ripetuta mille volte diventi una verità.
La narrazione golpista cita migliaia di morti, ospedali al collasso, popolazione abbandonata a se stessa e governo inetto. Tutto il contrario, esattamente l’opposto. Al momento contagiati, curati e deceduti confermano la gestione eccellente in un paese che non si è fermato, al massimo ha rallentato. La destra non spiega quale sarebbe l’interesse del Nicaragua ad occultare i suoi morti, ammesso che vi riuscirebbe. Al contrario, denunciando una catastrofe umanitaria otterrebbe maggiori aiuti, no? Ancor meno spiegano come mai l’Organizzazione Panamericana della Sanità dice che Managua riporta i dati correttamente e che lo stesso Fondo Monetario Internazionale si complimenta con il Nicaragua per la gestione dell’emergenza sanitaria. Ma le menzogne proseguono, la verità li costringerebbe a dimostrare come le entità socioeconomiche, politiche e clericali golpiste siano completamente assenti dall’opera di contrasto alla pandemia, raccontando così l’assenza di senso di responsabilità nazionale e l’egoismo padronale che li contraddistingue.
La difficoltà a penetrare il tessuto di una società ormai addestrata a far fronte alle fandonie, viene bilanciata sul piano internazionale con l’attivazione delle risorse del mainstream generale: alle catene televisive statunitensi e ai giornali dell’ultradestra continentale si aggiunge l’apparato mediatico della destra internazionale, configurandosi così l’alleanza tra l’internazionale nera, la Casa Bianca in mano ai nazi-evangelici e la destra fascista nicaraguense capitanata da oligarchi e traditori del sandinismo. Una triade nauseabonda che propone uno scenario non nuovo e che ha tra le sue armi anche la rete di relazioni che alcuni dei terroristi del MRS mantengono con settori progressisti europei, negli anni trasformatisi in orfani della sinistra di classe e divenuti coscienza critica del pensiero liberale, sacerdoti del monetarismo, inquisitori implacabili del socialismo.
Le fasi della strategia golpista
Ma, detto il metodo di comunicazione, qual è la strategia golpista? Da un punto di vista operativo il piano per l’affermazione del caos dovrebbe svilupparsi in più fasi. La prima prevede che, a seguito delle pressioni internazionali, il Paese entri in lockdown. In questo modo la paralisi dell’attività produttiva genererebbe una crisi economica. La seconda fase del piano prevede il blocco dei rifornimenti alimentari e della mobilità, che creerebbe un forte malessere della popolazione che verrebbe montato quotidianamente. La terza fase prevede proprio il passaggio da malessere a protesta di strada, possibilmente violenta. A questo proposito, la destra golpista ha già un’idea precisa sul procedere: la riattivazione dei gruppi mercenari e delinquenziali torna all’ordine del giorno. La produzione di fake news a ciclo continuato tenterà ovviamente di etichettare come “repressione” ogni misura preventiva che il governo metterà in campo per evitare che i criminali tornino liberi di terrorizzare. Lo scatenarsi di scontri con vittime e devastazioni farà gridare alla ingovernabilità del Paese nel bel mezzo di una pandemia e, a questo punto, si passerebbe all’intervento degli organismi internazionali che eserciterebbero ulteriori pressioni antigovernative.
Il combinato disposto di lockdown, caos, violenza, sanzioni e applicazione della Nica Act configurerebbe una morsa sull’economia nazionale che in poco tempo collasserebbe. Managua dovrebbe allora rivolgersi agli organismi finanziari internazionali che però, su richiesta statunitense e come già avvenuto per il Venezuela, negherebbero prestiti e aiuti. A quel punto, con l’economia interna ferma e il blocco dei crediti e prestiti internazionali, il Paese sarebbe in ginocchio e il governo si troverebbe con le spalle al muro. Spunterebbe probabilmente la OEA a proporsi come mediatore presentando la seguente proposta: aiuti in cambio delle dimissioni del governo e sua sostituzione con un organo misto garantito dalla stessa OEA (cioè gli USA), elezioni anticipate e incandidabilità di Daniel Ortega. Questo appena esposto è, a grandi linee, un esempio di ciò che si sogna nella Conferenza episcopale e nella Confindustria locale.
Il sandinismo non dorme
Ma un quadro come quello appena descritto è in realtà impossibile da disegnare sul terreno e l’oligarchia si predisporrebbe a ricevere un ulteriore schiaffo. A differenza del 2018 il sandinismo non verrà colto di sorpresa. Ha già ben chiari obiettivi golpisti e come rispondere. Il sogno del chamorrismo, ovvero il somozismo senza Somoza, è quello di affondare il sandinismo e la sua figura storica di maggior rilievo, il Presidente, Comandante Daniel Ortega. Ma qui il terreno passa dal difficilissimo all’impossibile, perché il sandinismo è coeso intorno al suo Comandante, forte politicamente, attrezzato socialmente ed armato fino ai denti. L’epoca della generosità umana e politica si è chiusa con l’amnistia del 2018 e, di fronte ad un nuovo tentativo di destabilizzazione violenta, i colpevoli pagherebbero un prezzo alto, a cominciare da chi incita dietro poltrone o a bordo di lussuosi yacht.
Proprio per l’odio e il desiderio revanchista espresso dalla destra, il sandinismo è conscio che un golpe aprirebbe la caccia all’uomo e dunque sa come regolarsi. Come con malcelata metafora si dice a Managua, quale oligarca si salverebbe dalla presentazione della fattura per le vittime e i danni procurati? Difficile credano all’esistenza di un santo protettore che garantisca l’immunità ai mandanti. La destra ci prova perché da Washington le pressioni sono incalzanti, ma sa perfettamente il destino che l’aspetta in caso di una forzatura violenta ed è per questo che, conscia della sua scarsa credibilità e consapevole della forza del sandinismo, sa che non ci riuscì due anni fa e non riuscirebbe ora.
Il governo non ha, al momento, alcuna intenzione di forzare l’agenda politica. Il mantenimento della pace è l’obiettivo del FSLN. La chiave del successo sandinista di questi ultimi 13 anni – o, per meglio dire, dal 2007 al 2018 – è stato proprio il vincolo ineludibile stabilitosi tra pace e progresso socio-economico. Nell’impostazione teorico-politica della seconda tappa della Rivoluzione Sandinista, la pace è stata vista non solo come convivenza pacifica ma anche come elemento di coesione nazionale, come obiettivo di metodo e sostanza per la crescita della nazione. Questo sia per il rigetto di un conflitto che ha riempito i cimiteri nicaraguensi, sia per voler girare una volta e per sempre le pagine della storia più dura e ridurre le differenze ideologiche a dialettica politica.
Quello iniziato alla fine del 2006 ed ancora vigente, non è stato solo un mandato elettorale: il governo guidato dal Comandante Ortega non è stato solo un governo che seguiva il precedente e precedeva il successivo. Bensì si trattava – e si tratta ancora – di una vera e propria Rivoluzione dei paradigmi e delle fondamenta su cui si regge la società. Non si trattava – e non si tratta – di una accelerazione, di una migliore gestione tecnico e amministrativa, di una ottimizzazione del sistema esistente: era ed è una Rivoluzione dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto.
Questo è stato ed è il senso del “popolo Presidente”. Un processo di ribaltamento delle priorità preesistenti, un consegnare nelle mani della popolazione la scommessa di una nuova Nicaragua. Tutto questo aveva – ed ha – bisogno di un processo di cambiamento, ma la modernizzazione di un sistema non può darsi con un conflitto sociale in corso. La pace e la concordia nazionale sono le condizioni per lo sviluppo e, parallelamente, solo lo sviluppo economico genera la pace. Può non essere condizione sufficiente ma certo è necessaria. Così si disegna una società ed un futuro. Per questo il golpismo oligarchico ha come obiettivo la fine della pace e, con essa, dello sviluppo. L’insistenza criminale della destra nel voler generare caos e violenza vuole appunto mettere in discussione la pace e la modernizzazione del Paese.
Riuscire a farlo certificherebbe l’entrata in crisi del progetto di governo del sandinismo, che proprio nella pace, nella convivenza tra le differenze e nella crescita economica collettiva, dispiega la sua missione di questa fase storica, fatta di modernizzazione e giustizia sociale, perequazione ed opportunità per tutti, fine dei privilegi e crescita dei diritti sociali collettivi. Un modello di economia che costruisce ricchezza con i postulati del mercato ma che la distribuisce con l’impostazione socialista egualitaria e solidale.
Una opposizione disperata e priva di credibilità
La strategia golpista nasce tanto per il naturale sovversivismo delle classi dirigenti, come lo definiva Antonio Gramsci, quanto per ovviare la realtà di una opposizione completamente priva di credibilità. Non c’è spazio per la dialettica politica tra maggioranza e opposizione, perché esiste la maggioranza ma non l’opposizione. Essa è un aggregato eterogeneo dei peggiori arnesi dell’oligarchia latifondista che si sono associati con la gerarchia ecclesiale e l’ultradestra rappresentata dai traditori del MRS e le ONG di loro appartenenza. È un miscuglio di interessi inconfessabili, una cloaca di rancori privati e frustrazioni, con famiglie e personaggi in lotta l’uno contro l’altro per accaparrarsi le notevoli risorse finanziarie messe a disposizione dagli USA e dalla UE ed approfittare di visibilità mediatica e ruolo politico che mai avrebbero contando solo sulle proprie abilità ed idee.
È una opposizione serva dello straniero ma che vuole servi i propri connazionali e che, non avendo un leader, un programma, una coalizione e nemmeno un coordinamento, vede nell’implosione del Paese la sua unica speranza. Ma il calcolo è comunque sbagliato: ogni nicaraguense che ha compiuto i 30 anni ricorda perfettamente cosa successe quando l’opposizione di oggi governò per 16 lunghissimi e maledetti anni: ha nelle proprie carni impresse la ingiustizie, la fame, le morti per malattie evitabili, la fine dell’istruzione di massa e del sistema assistenziale e previdenziale del Paese, il buio e la mancanza di acqua quale condizione quotidiana, la riduzione del Nicaragua ad un punto moribondo nella cartina centroamericana. Persino Haiti venne superata nella triste classifica della povertà regionale. Quei sedici anni non sono passati invano ed oggi la principale difficoltà per l’opposizione è proprio quella di farli dimenticare.
I critici di professione del sandinismo dovrebbero capire come correre in soccorso ad una opposizione che si regge sul razzismo e l’odio di classe, nel disprezzo della Costituzione e persino della decenza, sia davvero improponibile. I suoi complici internazionali, statunitensi ed europei, non importa quale vesti indossino, se siano di autentica destra o di finta sinistra, sono o diventano utili idioti al servizio delle mire imperiali statunitensi e collaborazionisti del somozismo. Non è possibile non vedere ciò che è lampante se non si partecipa al progetto di riconquista oligarchica. Dando credito all’oligarchia nicaraguense, direttamente o indirettamente, si diventa alleati dei carnefici del Nicaragua. Che guarda con forza ma senza rabbia l’agitarsi scomposto del golpismo e prepara la dura risposta popolare alle ambizioni di riconquista. Libero è il Nicaragua e libero resterà. Se ne facciano tutti una ragione.
Fonte
22/02/2018
Caos nel Brasile. Perché hanno condannato Lula
Intervista di ADIATV con Achille Lollo
Negli ultimi tre mesi il governo golpista di Michel Temer ha reso sempre più evidente le sue incapacità istituzionali e, quindi, la sua debolezza politica, al punto di mercanteggiare la condanna nei confronti di Lula e di sfruttare l’immagine delle Forze Armate che pattugliano le strade di Rio de Janeiro e la frontiera con il Venezuela, per dire, agli emissari della Casa Bianca, che la situazione è sotto controllo. Per questo, ADIATV ha intervistato il giornalista Achille Lollo per capire cosa sta succedendo in Brasile e perché l’ex-presidente Inácio Lula da Silva è stato condannato a dodici anni, non potendo più essere il candidato del PT nelle elezioni di ottobre, nonostante avesse il 38% delle preferenze.
Per quali motivi il governo Temer ha richiesto allo Stato Maggiore delle Forze Armate una maggiore presenza dell’esercito negli stati di Roraima e di Rio Grande do Norte e dopo il Carnevale ha dichiarato lo “Stato di Emergenza” nello stato di Rio de Janeiro?
«In realtà si tratta di due situazioni differenti. Infatti, negli ultimi sei mesi sono arrivati nello stato di Roraima all’incirca 40.000 venezuelani. La maggior parte di questi sono stati attirati dal miraggio di andare a lavorare nelle nuove miniere artigianali di oro e diamanti, chiamate “garimpo”, tra i cui proprietari ci sono molti venezuelani. Questi, in mancanza di mano d’opera brasiliana, disposta a lavorare dodici ore al giorno a “prezzi di banana”, hanno cominciato a far venire i propri connazionali, con la falsa promessa di guadagnare autentiche fortune e di diventare soci. Un altro importante flusso di emigrazione è alimentato dai missionari statunitensi delle sette pentecostali, che sognano il riconoscimento, da parte dell’ONU, di uno stato indigeno indipendente per proteggere il “Popolo della Foresta”, vale a dire le tribù degli Yanomani, che vivono nel nord dello stato brasiliano di Roraima e nel sud dello stato venezuelano di Amazonas.
Dietro questo complesso scenario c’è la manipolazione dei media che utilizzano il fenomeno dell’emigrazione per attaccare il governo bolivariano di Nicolás Maduro dicendo che “...I venezuelani dello stato di Amazonas fuggono nel Brasile perché stanno morendo di fame...”.
Da rilevare che la militarizzazione brasiliana lungo il confine con il Venezuela è un altro favore che il governo brasiliano del golpista Michel Temer ha fatto alla Casa Bianca!
Lo “Stato di Emergenza” nello stato e soprattutto nella città di Rio de Janeiro è una misura elettorale per accontentare la classe media e l’alta borghesia impaurita dall’ondata di violenza che ha macchiato il Carnevale di Rio de Janeiro. Nello stesso tempo è anche una misura preventiva, con cui il governo vorrebbe intimidire le manifestazioni che si faranno a Rio de Janeiro contro a) la privatizzazione della Petrobrás, del Banco do Brasil, della Caixa Economica e dell’Eletrobrás; b) contro la riforma delle pensioni; c) e contro la detenzione di Lula, se il Tribunale Superiore Federale respingerà il ricorso della difesa, decretando la detenzione dell’ex-presidente.
È opportuno ricordare che, Rio de Janeiro, dai tempi della dittatura, è sempre stata la città brasiliana più politicizzata e, quindi, quella sempre pronta allo scontro. Quindi, con il mantenimento indeterminato dello stato di assedio nella città e nello stato di Rio de Janeiro, il governo Temer spera di poter controllare la situazione fino al mese di ottobre, quando si realizzeranno le elezioni».
Parliamo adesso della situazione di Lula, dopo che la Corte di Appello di Curitiba ha aumentato la condanna da nove a dodici anni di prigione. Infatti nei prossimi giorni, in Brasilia, il Tribunale Federale Superiore dovrà giudicare l’ultimo ricorso della difesa. Pensi che nel TSF gli avvocati di Lula potranno ribaltare la sentenza costruita da Moro e quindi permettere a Lula di partecipare nelle prossime elezioni?
«Purtroppo Lula ha pochissime possibilità di uscire vittorioso nel Tribunale Superiore Federale. Innanzitutto, perché il giudice del Tribunal Superiore di Giustizia (TSJ) ha risposto negativamente a un altro ricorso della difesa, ponendo l’accento sul fatto che se il plenario del Tribunale Supremo Federale confermerà la condanna, Lula sarà immediatamente arrestato e detenuto in regime di semilibertà. D’altra parte nel processo di appello tutti e tre i giudici votarono a favore della condanna. Il terzo giudice, addirittura non ha nemmeno motivato la sua decisione per la condanna, ma ha semplicemente scritto “confermo”. Questo elemento pregiudicherà abbastanza il ricorso dei difensori di Lula nel TSF.
In pratica, i dieci giudici del TSF potranno:
a) annullare le due sentenze per “difetti procedurali”. In questo caso il TSF riconoscerebbe che il giudice Sergio Moro e la Polizia Federale avrebbero commesso gravi errori nell’istruzione del processo. Di conseguenza il TSF richiederebbe al TSJ di indicare una nuova corte per rifare il processo. In questo modo Lula potrebbe partecipare alle elezioni di ottobre.
b) Il TSF – solo se tutti i dieci giudici saranno d’accordo – potrà dichiarare Lula innocente per insufficienza di prove o per non aver commesso il fatto, o per essere estraneo ai fatti.
c) Può confermare la sentenza di condanna emessa dalla Corte di Appello e ordinare l’immediata detenzione che, in funzione dell’età di Lula (72 anni), potrà essere trasformata in arresti domiciliari.
Però, conoscendo le posizioni conservatrici dei dieci giudici del TSF è molto difficile che questi intercedano in favore di Lula. Anche perché i giudici che dovranno sentenziare Lula sono gli stessi che permisero la realizzazione del falso Impeachment contro il presidente Dilma Roussef, nel 2015!
In realtà la condanna di Lula è una sentenza tipicamente politica. È l’ultimo tassello che mancava alle eccellenze della Casa Bianca per avviare il nuovo ciclo geopolitico e geostrategico dell’imperialismo in Brasile e quindi in America Latina. Basti pensare che il 7 febbraio Lula sarebbe dovuto andare in Etiopia, per presiedere un seminario organizzato dalla FAO. Ebbene il giudice istruttore di Brasilia ha subito richiesto il ritiro del passaporto di Lula, proibendogli di allontanarsi dal Brasile!».
Ma per quali motivi la Casa Bianca vorrebbe la detenzione di Lula?
«Vorrei chiarire che non si tratta di una rivalsa personale voluta da Bush, da Obama o da Trump. In realtà gli USA vogliono annullare il simbolismo politico che Lula, il PT e la CUT hanno rappresentato per venti anni nella congiuntura politica brasiliana. Infatti, fu in funzione di questo simbolismo che Lula, nel primo mandato presidenziale (2003/2007), sottoscrisse tutte le decisioni del governo che sconvolsero l’architettura geostrategica che l’imperialismo statunitense pretende d'imporre in America Latina.
Mi riferisco, innanzitutto: 1) al fallimento del “Progetto Brasile”; 2) al tracollo dell’ALCA, ricordando che quando Lula comunicò l’abbandono del Brasile dalla presidenza della Commissione Preparatoria, immediatamente Argentina, Uruguay, Bolivia, Ecuador, Paraguay e Venezuela dichiararono la propria incompatibilità economica con la proposta statunitense; 3) in seguito Lula dinamizzò il Mercosur, che divenne l’antagonista dell’ALCA, per poi il 28 maggio 2008 dar vita all’UNASUR, che unì il Mercosur e il CAN (Comunità Andina), diventando il primo organismo politico permanente di una futura unione continentale; 4) appena eletto Lula autorizzò la Petrobrás a inviare in Venezuela diverse navi petroliere cariche di benzina e di diesel. Quest’aiuto contribuì all’insuccesso del “Paro Petrolero”, che avrebbe dovuto innescare il secondo colpo di stato contro il presidente Hugo Chávez; 5) ci fu poi l’autorizzazione di Lula affinché la Petrobrás realizzasse a Cuba degli studi geologici con cui definire l’ampiezza delle falde degli scisti petroliferi, violando in questo modo il Blocco Economico imposto dagli Stati Uniti; 6) nell’accordo con gli USA sui biocombustibili (etanolo) Lula rigettò la proposta di Bush di utilizzare i semi transgenici delle multinazionali statunitensi (Monsanto) per le colture di granturco e di canna da zucchero, destinate alla produzione dei biocombustibili; 7) a livello di OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) Lula rafforzò la posizione del Brasile, denunciando gli eccessi del protezionismo degli Stati Uniti per quanto riguarda il cotone, la carne bovina, il succo d’arancia e i sussidi federali all’agricoltura statunitense; 8) Nel 2009 Lula definì con i presidenti Medvedev, Hu Jintao e Singh, la creazione dei BRICS, per contrapporsi alle pratiche estorsive del FMI e della Banca Mondiale; 9) Infine, nel 2011, nel Forum di Davos, dopo aver suggerito la formazione di un fondo internazionale per combattere la fame e la povertà, Lula criticò duramente la globalizzazione affermando “...È assolutamente necessario costruire un ordine economico mondiale che attenda i bisogni di miliardi di persone che, oggi, vivono ai margini del cosiddetto benessere...”.
Per ultimo, non possiamo dimenticare gli scontri con la Casa Bianca sulle questioni militari, vale a dire: a) il contratto con l’Ucraina di Poroschenko (all’epoca alleata della Russia di Putin) per l’uso della base aereo-spaziale di Alcantara, b) l’acquisto di trentasei cacciabombardieri “Gripen” della svedese Saab, al posto degli F-18 della Boeing statunitense; c) la decisione dell’ex primo ministro José Dirceu di riattivare il progetto della Marina brasiliana per la costruzione del sottomarino nucleare.»
Potresti spiegare in cosa consisteva il “Progetto Brasile”?
«Nel 1991, dopo lo smembramento dell’URSS e la fine del PCUS, le eccellenze della Casa Bianca e soprattutto quelle di Wall Street capirono che i progetti per disarticolare la Cina in termini ideologici e a livello di geo-strategia erano in sostanza falliti per quattro motivi: 1) il Partito Comunista Cinese continuava a controllare il paese e le Forze Armate; 2) tutti i tentativi per smembrare la Cina con rivendicazioni etniche, linguistiche e religiose si erano spenti sul nascere; 3) nonostante il massiccio trasferimento di modelli di produzione capitalista nelle provincie con statuto speciale, l’esplosione del consumismo e la creazione di una borghesia industriale, gli USA non avevano nessuna influenza sulle decisioni politiche ed economiche del governo cinese; 4), il rapido adattamento dell’economia cinese alle regole del mercato, indicava che in quindici anni la Cina sarebbe diventata il principale concorrente commerciale degli Stati Uniti.
Per questi motivi, le eccellenze della Casa Bianca e di Wall Street scelsero il Brasile – che è una nazione di ambito continentale –, per implementare un mega-progetto con cui trasformare il disordinato processo di sviluppo dell’economia brasiliana post-dittatura in una moderna economia liberista, capace di sostituire con la sua produzione gran parte delle esportazioni cinesi. Di conseguenza, nel 1995, la Casa Bianca si affidò alla TV Globo per eleggere come presidente Fernando Henrique Cardozo, per poi con lui avviare la ristrutturazione del sistema economico brasiliano, realizzando un ampio programma di riforme liberiste e di privatizzazioni. Però, in otto anni di governo, Fernando Henrique, a causa della reazione dei sindacati e del movimento popolare, non riuscì a privatizzare quello che più interessava alla Casa Bianca e ai brokers di Wall Street, vale a dire le grandi banche statali (Banco do Brasile e Caixa Economica e le banche dei 24 stati), come pure le imprese pubbliche del settore petrolifero, petrochimico ed elettrico. Gli scioperi, le occupazione di terre e un clima di dure lotte rivendicative nelle periferie delle grandi città terrorizzò molti impresari della FIESP, che all’epoca dicevano “...il fallimento del programma politico di Fernando Henrique oltre alla crisi economica ha creato una difficile situazione di tipo pré-insurrezionale...”.
Quindi, nel 2002, la borghesia industriale di São Paulo, Rio de Janeiro, Porto Alegre, Salvador, Recife e di Belo Orizonte, pur di avere un minimo di pace sociale, appoggiò l’elezione di Lula e la formazione di un governo di centro sinistra, diretto dal PT. In questo modo Lula sconfisse il candidato della Casa Bianca, José Serra, interrompendo tutte le privatizzazioni previste da Fernando Henrique nell’ambito del “Progetto Brasile”. Una volta eletto, Lula sanzionò il cosiddetto “Programa Desenvolvimentista” (Programma per lo Sviluppo) che favoriva unicamente le industrie brasiliane e non le succursali delle multinazionali».
Ma perché la borghesia industriale, soprattutto quella dello stato di São Paulo che ha ricevuto enormi benefici dal governo del PT, non ha difeso Lula, permettendo che il suo governo fosse demonizzato dai media e dai giudici?
«Innanzitutto perché con la seconda vittoria di Lula nelle elezioni presidenziali del 2007, l’evoluzione della congiuntura politica del Brasile è stata influenzata da tre elementi. Il primo è di ambito culturale che presenta due fattori che hanno sempre contraddistinto l’evoluzione della società brasiliana, vale a dire a) la paura da parte di tutti i settori della borghesia, della classe media e dei latifondisti di dover convivere con un proletariato e una classe operaia rappresentata nel governo; b) il sentimento razzista da parte di tutte le componenti della borghesia nei confronti dei poveri, etnicamente composti, al 95%, da afro-discendenti, meticci e indigeni.
Il secondo elemento riguarda la pratica della corruzione nel sistema parlamentare brasiliano. In effetti, nonostante il Ministro della “Casa Civil” (primo ministro) José Dirceu avesse negoziato la formazione di un governo di coalizione, in seguito scoprì che la metà dei parlamentari alleati avrebbero votato le riforme proposte dal governo solo se pagati. Quindi per evitare di fare “leggi-burla”, per pagare il ricatto dei parlamentari alleati, Dirceu e i dirigenti storici del PT attivarono un sistema di pagamento mensile chiamato “Mensalão”, utilizzando i fondi per la pubblicità di alcune imprese statali. Però, nel 2005, il segretario nazionale del PTB, Roberto Jefferson – alleato del governo – vendette alla TV Globo l’esclusiva delle sue rivelazioni sul funzionamento del “Mensalão”. Da quel momento cominciò l’attacco dei giudici e dei media che culminò con la condanna di tutti principali dirigenti della direzione del PT e poi con quella di Lula.
Il terzo elemento riguarda il conflitto all’interno della borghesia, con l’affermazione di quei settori legati alle multinazionali e agli Stati Uniti, che volevano promuovere il cosiddetto “Cambiamento Liberista”. Di conseguenza, quando il “Desenvolvimentismo Lulista”, alla fine del primo governo di Dilma Roussef, registrò le prime contraddizioni, con la ripresa degli scioperi, le manifestazioni popolari contro gli sprechi, le occupazioni delle terre incolte, l’aumento dell’inflazione e l’avvicinarsi della crisi finanziaria, tutti i settori delle borghesia e della classe media considerarono conclusa la fase di convivenza politica con il governo del PT e quindi con il successore di Lula, Dilma Roussef. Per questo la “razza padrona” accettò a occhi chiusi le inchieste dei giudici contro Lula e contro il PT».
Se il PT ha vinto quattro elezioni presidenziali, per quali motivi ha dovuto allearsi con partiti come il PMDB e il PTB, che poi l’hanno tradito?
«Nella seconda elezione, Lula fu eletto con il 72% dei suffragi, mentre i parlamentari del PT ricevettero solo il 31% dei voti. Per questo motivo il PT fu obbligato a creare una maggioranza con alcuni partiti che non avevano nessun legame ideologico con il PT. Però avevano dei poderosi apparato elettorali che negli stati, comprando i voti dei poveri, eleggevano deputati e senatori a iosa. Purtroppo il PT non è mai riuscito a correggere questo vizio storico dell’elettorato povero. Anche perché le sette evangeliche e il narcotraffico si rivelarono il grande nemico del PT nelle favelas.
Infatti, vorrei ricordare che le chiese evangeliche e quelle pentecostali – tutte di origine statunitense – sono proprietarie di centinaia di radio AM e FM e della rete di televisione “RecordTV”, che, hanno sempre utilizzato la mistica del culto religioso per “convincere in nome di Dio” a votare i candidati dei partiti legati alle differenti chiese evangeliche. Lo stesso problema si è ripetuto in Ecuador, in Venezuela, in Argentina e in Cile.
Dal 1998, i gruppi del narcotraffico sono diventati i padroni delle “favelas” delle grandi metropoli brasiliane, esercitando un grande fascino nei giovani dei quartieri poveri. Per questo motivo i “Narcos”, si sono rivelati anche una perfetta macchina di propaganda elettorale, negoziando il voto degli abitanti delle “favelas con quei candidati a deputato o senatore che promettevano un “impegno minimo” da parte della polizia. Per questi motivi il PT ha sempre perso una parte importante di voti popolari che, invece, sono andati ai candidati dei partiti moderati o a quelli di destra».
Perché Lula ha radicalizzato il suo discorso nonostante i suoi 72 anni?
“L’ex-presidente Lula non è mai stato né comunista, né socialista, ma ha sempre avuto una posizione di socialdemocratico di sinistra alla Willy Brandt. Cioè amico di Cuba, di Hugo Chávez, di Evo Morales, dei movimenti popolari e difensore della sovranità nazionale.
Lula è sempre stato fautore della pace sociale e dell’interclassismo, contrario alla rottura politica ed economica con il capitalismo. Tanto è vero che non ha mai realizzato la Riforma Agraria e tantomeno quella della stampa!
Diciamo che Lula ha cominciato a cambiare il tono politico dei suoi discorsi, dopo la condanna in primo grado a nove anni di detenzione in regime di semi libertà. Solo allora Lula si è finalmente convinto del ruolo e del comportamento della borghesia. La radicalizzazione del suo discorso è anche una conseguenza della delusione che Lula ha provato quando si è sentito abbandonato da quella che lui definiva: “...la borghesia nazionale che produce...”».
Che cosa succederà nel movimento popolare se Lula non sarà il candidato del PT nelle elezioni di ottobre?
«Ci sarà una grande astensione, associata a una grande confusione politica, poiché, senza Lula, qualsiasi partito di sinistra o di centro-sinistra vorrà presentare il suo candidato.
Ma anche nella destra c’è confusione, poiché senza la candidatura di Lula non ha più senso avere come candidato Jair Bolsonaro, che è un ex-militare fascistoide, storicamente conosciuto per essere lo storico “Anti-Lula”. Inoltre, senza Lula, riprenderà la lotta tra il PMDB dell’attuale presidente golpista, Michel Temer e il PSDB di Fernando Henrique Cardoso.
Bisogna riconoscere che anche nei partiti di sinistra è di centro-sinistra è iniziato il carosello dei candidati e nessuno di questi è un personaggio nazionale. Per esempio, nel PSOL ci sono due candidati, Guilherme Boulos, che è il leader del MTST (Movimento dei Lavoratori Senza Casa) e anche il fondatore del “Fronte Sem Medo” (Fronte Senza Paura), uno dei più accaniti accusatori dell’attuale presidente Temer. L’altro candidato è l’intellettuale “Plininho”, figlio di Plinio Arruda Sampaio, (uno dei fondatori del PT e poi del PSOL), che però è sconosciuto alle masse proletarie. Da parte sua il PDT, il partito laburista brasiliano, presenterà Ciro Gomez che potrebbe essere la sorpresa del secondo turno.
Comunque è evidente che dopo le elezioni di ottobre i partiti della sinistra brasiliana dovranno rivedere molte cose. Primo fra tutti il problema del dialogo con le masse proletarie. Infatti, quando si è trattato di bloccare la votazione a Brasilia per la riforma delle pensioni sono scesi in piazza milioni e milioni di brasiliani. Mentre quando fu indetta la mobilizzazione contro l’Impeachment del presidente Dilma Russeff, solo i militanti e i sindacalisti scesero in piazza!»
Senza Lula, senza Dirceu, senza Genoino e tanti altri lider storici del gruppo di Lula, cosa succederà nel PT?
«Il problema è che il Direttorio Nazionale del PT non ha mai pensato a un piano B. Il presidente del partito, Gleisi Hofmann continua a dire che il candidato del PT è Lula. Purtroppo, anche se Lula ha radicalizzato il suo discorso, il partito non è in condizioni di fare lo stesso. Infatti, quando il PT è diventato partito di governo, il lulismo ha spurgato il partito, alimentando la scissione della sinistra che poi creò il PSOL. Per questo il PT lulista ha perso molta credibilità nel movimento popolare e negli intellettuali, soprattutto con il disastroso secondo governo di Dilma Russeff.
Probabilmente continuerà a perdere credibilità, a meno che, come l’ex-ministro Tarso Genro ha più volte ribadito “...non si realizzerà una rivoluzione all’interno del PT e soprattutto nella sua direzione politica...”. Purtroppo, l’attuale presidente del partito Gleisi Hoffmann è estremamente moderata e non ha il contatto con le masse, poiché è un quadro dell’apparato burocratico del partito. Il senatore, Lindberg Faria, di Rio de Janeiro, potrebbe dinamizzare la rinascita politica e ideologica del PT. Questa sarebbe la migliore soluzione. Ma è anche la più difficile, perché significa che il PT dovrebbe ritornare a essere un partito di militanti, correggendo tutte le deformazioni create e imposte dai “professionisti della politica” durante i quindici anni di governo federale».
* Achille Lollo è stato direttore del giornale brasiliano “Nação Brasil”, e delle riviste “Conjuntura Internacional” e “Crítica Social”. In Italia era corrispondente del giornale “Brasil de Fato” e poi di “Correio da Cidadania”.
Fonte
Negli ultimi tre mesi il governo golpista di Michel Temer ha reso sempre più evidente le sue incapacità istituzionali e, quindi, la sua debolezza politica, al punto di mercanteggiare la condanna nei confronti di Lula e di sfruttare l’immagine delle Forze Armate che pattugliano le strade di Rio de Janeiro e la frontiera con il Venezuela, per dire, agli emissari della Casa Bianca, che la situazione è sotto controllo. Per questo, ADIATV ha intervistato il giornalista Achille Lollo per capire cosa sta succedendo in Brasile e perché l’ex-presidente Inácio Lula da Silva è stato condannato a dodici anni, non potendo più essere il candidato del PT nelle elezioni di ottobre, nonostante avesse il 38% delle preferenze.
Per quali motivi il governo Temer ha richiesto allo Stato Maggiore delle Forze Armate una maggiore presenza dell’esercito negli stati di Roraima e di Rio Grande do Norte e dopo il Carnevale ha dichiarato lo “Stato di Emergenza” nello stato di Rio de Janeiro?
«In realtà si tratta di due situazioni differenti. Infatti, negli ultimi sei mesi sono arrivati nello stato di Roraima all’incirca 40.000 venezuelani. La maggior parte di questi sono stati attirati dal miraggio di andare a lavorare nelle nuove miniere artigianali di oro e diamanti, chiamate “garimpo”, tra i cui proprietari ci sono molti venezuelani. Questi, in mancanza di mano d’opera brasiliana, disposta a lavorare dodici ore al giorno a “prezzi di banana”, hanno cominciato a far venire i propri connazionali, con la falsa promessa di guadagnare autentiche fortune e di diventare soci. Un altro importante flusso di emigrazione è alimentato dai missionari statunitensi delle sette pentecostali, che sognano il riconoscimento, da parte dell’ONU, di uno stato indigeno indipendente per proteggere il “Popolo della Foresta”, vale a dire le tribù degli Yanomani, che vivono nel nord dello stato brasiliano di Roraima e nel sud dello stato venezuelano di Amazonas.
Dietro questo complesso scenario c’è la manipolazione dei media che utilizzano il fenomeno dell’emigrazione per attaccare il governo bolivariano di Nicolás Maduro dicendo che “...I venezuelani dello stato di Amazonas fuggono nel Brasile perché stanno morendo di fame...”.
Da rilevare che la militarizzazione brasiliana lungo il confine con il Venezuela è un altro favore che il governo brasiliano del golpista Michel Temer ha fatto alla Casa Bianca!
Lo “Stato di Emergenza” nello stato e soprattutto nella città di Rio de Janeiro è una misura elettorale per accontentare la classe media e l’alta borghesia impaurita dall’ondata di violenza che ha macchiato il Carnevale di Rio de Janeiro. Nello stesso tempo è anche una misura preventiva, con cui il governo vorrebbe intimidire le manifestazioni che si faranno a Rio de Janeiro contro a) la privatizzazione della Petrobrás, del Banco do Brasil, della Caixa Economica e dell’Eletrobrás; b) contro la riforma delle pensioni; c) e contro la detenzione di Lula, se il Tribunale Superiore Federale respingerà il ricorso della difesa, decretando la detenzione dell’ex-presidente.
È opportuno ricordare che, Rio de Janeiro, dai tempi della dittatura, è sempre stata la città brasiliana più politicizzata e, quindi, quella sempre pronta allo scontro. Quindi, con il mantenimento indeterminato dello stato di assedio nella città e nello stato di Rio de Janeiro, il governo Temer spera di poter controllare la situazione fino al mese di ottobre, quando si realizzeranno le elezioni».
Parliamo adesso della situazione di Lula, dopo che la Corte di Appello di Curitiba ha aumentato la condanna da nove a dodici anni di prigione. Infatti nei prossimi giorni, in Brasilia, il Tribunale Federale Superiore dovrà giudicare l’ultimo ricorso della difesa. Pensi che nel TSF gli avvocati di Lula potranno ribaltare la sentenza costruita da Moro e quindi permettere a Lula di partecipare nelle prossime elezioni?
«Purtroppo Lula ha pochissime possibilità di uscire vittorioso nel Tribunale Superiore Federale. Innanzitutto, perché il giudice del Tribunal Superiore di Giustizia (TSJ) ha risposto negativamente a un altro ricorso della difesa, ponendo l’accento sul fatto che se il plenario del Tribunale Supremo Federale confermerà la condanna, Lula sarà immediatamente arrestato e detenuto in regime di semilibertà. D’altra parte nel processo di appello tutti e tre i giudici votarono a favore della condanna. Il terzo giudice, addirittura non ha nemmeno motivato la sua decisione per la condanna, ma ha semplicemente scritto “confermo”. Questo elemento pregiudicherà abbastanza il ricorso dei difensori di Lula nel TSF.
In pratica, i dieci giudici del TSF potranno:
a) annullare le due sentenze per “difetti procedurali”. In questo caso il TSF riconoscerebbe che il giudice Sergio Moro e la Polizia Federale avrebbero commesso gravi errori nell’istruzione del processo. Di conseguenza il TSF richiederebbe al TSJ di indicare una nuova corte per rifare il processo. In questo modo Lula potrebbe partecipare alle elezioni di ottobre.
b) Il TSF – solo se tutti i dieci giudici saranno d’accordo – potrà dichiarare Lula innocente per insufficienza di prove o per non aver commesso il fatto, o per essere estraneo ai fatti.
c) Può confermare la sentenza di condanna emessa dalla Corte di Appello e ordinare l’immediata detenzione che, in funzione dell’età di Lula (72 anni), potrà essere trasformata in arresti domiciliari.
Però, conoscendo le posizioni conservatrici dei dieci giudici del TSF è molto difficile che questi intercedano in favore di Lula. Anche perché i giudici che dovranno sentenziare Lula sono gli stessi che permisero la realizzazione del falso Impeachment contro il presidente Dilma Roussef, nel 2015!
In realtà la condanna di Lula è una sentenza tipicamente politica. È l’ultimo tassello che mancava alle eccellenze della Casa Bianca per avviare il nuovo ciclo geopolitico e geostrategico dell’imperialismo in Brasile e quindi in America Latina. Basti pensare che il 7 febbraio Lula sarebbe dovuto andare in Etiopia, per presiedere un seminario organizzato dalla FAO. Ebbene il giudice istruttore di Brasilia ha subito richiesto il ritiro del passaporto di Lula, proibendogli di allontanarsi dal Brasile!».
Ma per quali motivi la Casa Bianca vorrebbe la detenzione di Lula?
«Vorrei chiarire che non si tratta di una rivalsa personale voluta da Bush, da Obama o da Trump. In realtà gli USA vogliono annullare il simbolismo politico che Lula, il PT e la CUT hanno rappresentato per venti anni nella congiuntura politica brasiliana. Infatti, fu in funzione di questo simbolismo che Lula, nel primo mandato presidenziale (2003/2007), sottoscrisse tutte le decisioni del governo che sconvolsero l’architettura geostrategica che l’imperialismo statunitense pretende d'imporre in America Latina.
Mi riferisco, innanzitutto: 1) al fallimento del “Progetto Brasile”; 2) al tracollo dell’ALCA, ricordando che quando Lula comunicò l’abbandono del Brasile dalla presidenza della Commissione Preparatoria, immediatamente Argentina, Uruguay, Bolivia, Ecuador, Paraguay e Venezuela dichiararono la propria incompatibilità economica con la proposta statunitense; 3) in seguito Lula dinamizzò il Mercosur, che divenne l’antagonista dell’ALCA, per poi il 28 maggio 2008 dar vita all’UNASUR, che unì il Mercosur e il CAN (Comunità Andina), diventando il primo organismo politico permanente di una futura unione continentale; 4) appena eletto Lula autorizzò la Petrobrás a inviare in Venezuela diverse navi petroliere cariche di benzina e di diesel. Quest’aiuto contribuì all’insuccesso del “Paro Petrolero”, che avrebbe dovuto innescare il secondo colpo di stato contro il presidente Hugo Chávez; 5) ci fu poi l’autorizzazione di Lula affinché la Petrobrás realizzasse a Cuba degli studi geologici con cui definire l’ampiezza delle falde degli scisti petroliferi, violando in questo modo il Blocco Economico imposto dagli Stati Uniti; 6) nell’accordo con gli USA sui biocombustibili (etanolo) Lula rigettò la proposta di Bush di utilizzare i semi transgenici delle multinazionali statunitensi (Monsanto) per le colture di granturco e di canna da zucchero, destinate alla produzione dei biocombustibili; 7) a livello di OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) Lula rafforzò la posizione del Brasile, denunciando gli eccessi del protezionismo degli Stati Uniti per quanto riguarda il cotone, la carne bovina, il succo d’arancia e i sussidi federali all’agricoltura statunitense; 8) Nel 2009 Lula definì con i presidenti Medvedev, Hu Jintao e Singh, la creazione dei BRICS, per contrapporsi alle pratiche estorsive del FMI e della Banca Mondiale; 9) Infine, nel 2011, nel Forum di Davos, dopo aver suggerito la formazione di un fondo internazionale per combattere la fame e la povertà, Lula criticò duramente la globalizzazione affermando “...È assolutamente necessario costruire un ordine economico mondiale che attenda i bisogni di miliardi di persone che, oggi, vivono ai margini del cosiddetto benessere...”.
Per ultimo, non possiamo dimenticare gli scontri con la Casa Bianca sulle questioni militari, vale a dire: a) il contratto con l’Ucraina di Poroschenko (all’epoca alleata della Russia di Putin) per l’uso della base aereo-spaziale di Alcantara, b) l’acquisto di trentasei cacciabombardieri “Gripen” della svedese Saab, al posto degli F-18 della Boeing statunitense; c) la decisione dell’ex primo ministro José Dirceu di riattivare il progetto della Marina brasiliana per la costruzione del sottomarino nucleare.»
Potresti spiegare in cosa consisteva il “Progetto Brasile”?
«Nel 1991, dopo lo smembramento dell’URSS e la fine del PCUS, le eccellenze della Casa Bianca e soprattutto quelle di Wall Street capirono che i progetti per disarticolare la Cina in termini ideologici e a livello di geo-strategia erano in sostanza falliti per quattro motivi: 1) il Partito Comunista Cinese continuava a controllare il paese e le Forze Armate; 2) tutti i tentativi per smembrare la Cina con rivendicazioni etniche, linguistiche e religiose si erano spenti sul nascere; 3) nonostante il massiccio trasferimento di modelli di produzione capitalista nelle provincie con statuto speciale, l’esplosione del consumismo e la creazione di una borghesia industriale, gli USA non avevano nessuna influenza sulle decisioni politiche ed economiche del governo cinese; 4), il rapido adattamento dell’economia cinese alle regole del mercato, indicava che in quindici anni la Cina sarebbe diventata il principale concorrente commerciale degli Stati Uniti.
Per questi motivi, le eccellenze della Casa Bianca e di Wall Street scelsero il Brasile – che è una nazione di ambito continentale –, per implementare un mega-progetto con cui trasformare il disordinato processo di sviluppo dell’economia brasiliana post-dittatura in una moderna economia liberista, capace di sostituire con la sua produzione gran parte delle esportazioni cinesi. Di conseguenza, nel 1995, la Casa Bianca si affidò alla TV Globo per eleggere come presidente Fernando Henrique Cardozo, per poi con lui avviare la ristrutturazione del sistema economico brasiliano, realizzando un ampio programma di riforme liberiste e di privatizzazioni. Però, in otto anni di governo, Fernando Henrique, a causa della reazione dei sindacati e del movimento popolare, non riuscì a privatizzare quello che più interessava alla Casa Bianca e ai brokers di Wall Street, vale a dire le grandi banche statali (Banco do Brasile e Caixa Economica e le banche dei 24 stati), come pure le imprese pubbliche del settore petrolifero, petrochimico ed elettrico. Gli scioperi, le occupazione di terre e un clima di dure lotte rivendicative nelle periferie delle grandi città terrorizzò molti impresari della FIESP, che all’epoca dicevano “...il fallimento del programma politico di Fernando Henrique oltre alla crisi economica ha creato una difficile situazione di tipo pré-insurrezionale...”.
Quindi, nel 2002, la borghesia industriale di São Paulo, Rio de Janeiro, Porto Alegre, Salvador, Recife e di Belo Orizonte, pur di avere un minimo di pace sociale, appoggiò l’elezione di Lula e la formazione di un governo di centro sinistra, diretto dal PT. In questo modo Lula sconfisse il candidato della Casa Bianca, José Serra, interrompendo tutte le privatizzazioni previste da Fernando Henrique nell’ambito del “Progetto Brasile”. Una volta eletto, Lula sanzionò il cosiddetto “Programa Desenvolvimentista” (Programma per lo Sviluppo) che favoriva unicamente le industrie brasiliane e non le succursali delle multinazionali».
Ma perché la borghesia industriale, soprattutto quella dello stato di São Paulo che ha ricevuto enormi benefici dal governo del PT, non ha difeso Lula, permettendo che il suo governo fosse demonizzato dai media e dai giudici?
«Innanzitutto perché con la seconda vittoria di Lula nelle elezioni presidenziali del 2007, l’evoluzione della congiuntura politica del Brasile è stata influenzata da tre elementi. Il primo è di ambito culturale che presenta due fattori che hanno sempre contraddistinto l’evoluzione della società brasiliana, vale a dire a) la paura da parte di tutti i settori della borghesia, della classe media e dei latifondisti di dover convivere con un proletariato e una classe operaia rappresentata nel governo; b) il sentimento razzista da parte di tutte le componenti della borghesia nei confronti dei poveri, etnicamente composti, al 95%, da afro-discendenti, meticci e indigeni.
Il secondo elemento riguarda la pratica della corruzione nel sistema parlamentare brasiliano. In effetti, nonostante il Ministro della “Casa Civil” (primo ministro) José Dirceu avesse negoziato la formazione di un governo di coalizione, in seguito scoprì che la metà dei parlamentari alleati avrebbero votato le riforme proposte dal governo solo se pagati. Quindi per evitare di fare “leggi-burla”, per pagare il ricatto dei parlamentari alleati, Dirceu e i dirigenti storici del PT attivarono un sistema di pagamento mensile chiamato “Mensalão”, utilizzando i fondi per la pubblicità di alcune imprese statali. Però, nel 2005, il segretario nazionale del PTB, Roberto Jefferson – alleato del governo – vendette alla TV Globo l’esclusiva delle sue rivelazioni sul funzionamento del “Mensalão”. Da quel momento cominciò l’attacco dei giudici e dei media che culminò con la condanna di tutti principali dirigenti della direzione del PT e poi con quella di Lula.
Il terzo elemento riguarda il conflitto all’interno della borghesia, con l’affermazione di quei settori legati alle multinazionali e agli Stati Uniti, che volevano promuovere il cosiddetto “Cambiamento Liberista”. Di conseguenza, quando il “Desenvolvimentismo Lulista”, alla fine del primo governo di Dilma Roussef, registrò le prime contraddizioni, con la ripresa degli scioperi, le manifestazioni popolari contro gli sprechi, le occupazioni delle terre incolte, l’aumento dell’inflazione e l’avvicinarsi della crisi finanziaria, tutti i settori delle borghesia e della classe media considerarono conclusa la fase di convivenza politica con il governo del PT e quindi con il successore di Lula, Dilma Roussef. Per questo la “razza padrona” accettò a occhi chiusi le inchieste dei giudici contro Lula e contro il PT».
Se il PT ha vinto quattro elezioni presidenziali, per quali motivi ha dovuto allearsi con partiti come il PMDB e il PTB, che poi l’hanno tradito?
«Nella seconda elezione, Lula fu eletto con il 72% dei suffragi, mentre i parlamentari del PT ricevettero solo il 31% dei voti. Per questo motivo il PT fu obbligato a creare una maggioranza con alcuni partiti che non avevano nessun legame ideologico con il PT. Però avevano dei poderosi apparato elettorali che negli stati, comprando i voti dei poveri, eleggevano deputati e senatori a iosa. Purtroppo il PT non è mai riuscito a correggere questo vizio storico dell’elettorato povero. Anche perché le sette evangeliche e il narcotraffico si rivelarono il grande nemico del PT nelle favelas.
Infatti, vorrei ricordare che le chiese evangeliche e quelle pentecostali – tutte di origine statunitense – sono proprietarie di centinaia di radio AM e FM e della rete di televisione “RecordTV”, che, hanno sempre utilizzato la mistica del culto religioso per “convincere in nome di Dio” a votare i candidati dei partiti legati alle differenti chiese evangeliche. Lo stesso problema si è ripetuto in Ecuador, in Venezuela, in Argentina e in Cile.
Dal 1998, i gruppi del narcotraffico sono diventati i padroni delle “favelas” delle grandi metropoli brasiliane, esercitando un grande fascino nei giovani dei quartieri poveri. Per questo motivo i “Narcos”, si sono rivelati anche una perfetta macchina di propaganda elettorale, negoziando il voto degli abitanti delle “favelas con quei candidati a deputato o senatore che promettevano un “impegno minimo” da parte della polizia. Per questi motivi il PT ha sempre perso una parte importante di voti popolari che, invece, sono andati ai candidati dei partiti moderati o a quelli di destra».
Perché Lula ha radicalizzato il suo discorso nonostante i suoi 72 anni?
“L’ex-presidente Lula non è mai stato né comunista, né socialista, ma ha sempre avuto una posizione di socialdemocratico di sinistra alla Willy Brandt. Cioè amico di Cuba, di Hugo Chávez, di Evo Morales, dei movimenti popolari e difensore della sovranità nazionale.
Lula è sempre stato fautore della pace sociale e dell’interclassismo, contrario alla rottura politica ed economica con il capitalismo. Tanto è vero che non ha mai realizzato la Riforma Agraria e tantomeno quella della stampa!
Diciamo che Lula ha cominciato a cambiare il tono politico dei suoi discorsi, dopo la condanna in primo grado a nove anni di detenzione in regime di semi libertà. Solo allora Lula si è finalmente convinto del ruolo e del comportamento della borghesia. La radicalizzazione del suo discorso è anche una conseguenza della delusione che Lula ha provato quando si è sentito abbandonato da quella che lui definiva: “...la borghesia nazionale che produce...”».
Che cosa succederà nel movimento popolare se Lula non sarà il candidato del PT nelle elezioni di ottobre?
«Ci sarà una grande astensione, associata a una grande confusione politica, poiché, senza Lula, qualsiasi partito di sinistra o di centro-sinistra vorrà presentare il suo candidato.
Ma anche nella destra c’è confusione, poiché senza la candidatura di Lula non ha più senso avere come candidato Jair Bolsonaro, che è un ex-militare fascistoide, storicamente conosciuto per essere lo storico “Anti-Lula”. Inoltre, senza Lula, riprenderà la lotta tra il PMDB dell’attuale presidente golpista, Michel Temer e il PSDB di Fernando Henrique Cardoso.
Bisogna riconoscere che anche nei partiti di sinistra è di centro-sinistra è iniziato il carosello dei candidati e nessuno di questi è un personaggio nazionale. Per esempio, nel PSOL ci sono due candidati, Guilherme Boulos, che è il leader del MTST (Movimento dei Lavoratori Senza Casa) e anche il fondatore del “Fronte Sem Medo” (Fronte Senza Paura), uno dei più accaniti accusatori dell’attuale presidente Temer. L’altro candidato è l’intellettuale “Plininho”, figlio di Plinio Arruda Sampaio, (uno dei fondatori del PT e poi del PSOL), che però è sconosciuto alle masse proletarie. Da parte sua il PDT, il partito laburista brasiliano, presenterà Ciro Gomez che potrebbe essere la sorpresa del secondo turno.
Comunque è evidente che dopo le elezioni di ottobre i partiti della sinistra brasiliana dovranno rivedere molte cose. Primo fra tutti il problema del dialogo con le masse proletarie. Infatti, quando si è trattato di bloccare la votazione a Brasilia per la riforma delle pensioni sono scesi in piazza milioni e milioni di brasiliani. Mentre quando fu indetta la mobilizzazione contro l’Impeachment del presidente Dilma Russeff, solo i militanti e i sindacalisti scesero in piazza!»
Senza Lula, senza Dirceu, senza Genoino e tanti altri lider storici del gruppo di Lula, cosa succederà nel PT?
«Il problema è che il Direttorio Nazionale del PT non ha mai pensato a un piano B. Il presidente del partito, Gleisi Hofmann continua a dire che il candidato del PT è Lula. Purtroppo, anche se Lula ha radicalizzato il suo discorso, il partito non è in condizioni di fare lo stesso. Infatti, quando il PT è diventato partito di governo, il lulismo ha spurgato il partito, alimentando la scissione della sinistra che poi creò il PSOL. Per questo il PT lulista ha perso molta credibilità nel movimento popolare e negli intellettuali, soprattutto con il disastroso secondo governo di Dilma Russeff.
Probabilmente continuerà a perdere credibilità, a meno che, come l’ex-ministro Tarso Genro ha più volte ribadito “...non si realizzerà una rivoluzione all’interno del PT e soprattutto nella sua direzione politica...”. Purtroppo, l’attuale presidente del partito Gleisi Hoffmann è estremamente moderata e non ha il contatto con le masse, poiché è un quadro dell’apparato burocratico del partito. Il senatore, Lindberg Faria, di Rio de Janeiro, potrebbe dinamizzare la rinascita politica e ideologica del PT. Questa sarebbe la migliore soluzione. Ma è anche la più difficile, perché significa che il PT dovrebbe ritornare a essere un partito di militanti, correggendo tutte le deformazioni create e imposte dai “professionisti della politica” durante i quindici anni di governo federale».
* Achille Lollo è stato direttore del giornale brasiliano “Nação Brasil”, e delle riviste “Conjuntura Internacional” e “Crítica Social”. In Italia era corrispondente del giornale “Brasil de Fato” e poi di “Correio da Cidadania”.
Fonte
14/11/2017
Venezuela, approvata legge contro crimini d'odio chiesta dal popolo
L'Assemblea Nazionale Costituente (ANC) ha approvato all'unanimità la ‘Ley Constitucional contra el Odio, por la Convivencia Pacífica y la Tolerancia’, che stabilisce, sanzioni fino a venti anni di carcere per i colpevoli di reati d’odio e intolleranza.
Perché?
Durante il primo mandato presidenziale di Hugo Chávez, le operazioni mediatiche di alcuni canali televisivi incitarono la violenza fino al punto di spingere il paese in una situazione di panico collettivo che finì per esplodere nell'aprile del 2002 durante un tentativo di colpo di stato contro il governo democratico.
Sebbene la situazione fu superata, lasciò un saldo doloroso di 19 morti e decine di feriti, oltre alla certezza collettiva ben espressa dal capo del gruppo di dissidenti militari che si rivoltarono contro Chávez: «Le nostre armi furono i mezzi di comunicazione», affermò il militare in un video.
L’opposizione di destra ha continuato a utilizzare questo strumento contro la Rivoluzione Bolivariana, con momenti di maggiore radicalizzazione e protagonismo, come le proteste di inizio 2014 o i recenti quattro mesi, da aprile a luglio del 2017, che hanno fatto sprofondare il paese in uno stato di terrore.
Quando parliamo di ‘crimini di odio’ non facciamo riferimento solo all’atto pratico, ma anche all’aspetto teorico, a quel che spinge al loro compimento. Tanto a chi compie quello che dicono i media, così come ai media che dettano la linea di condotta.
Il terrorismo viene instillato e poi, praticato. Pertanto, un crimine d’odio non è compiuto solo dalla persona che materialmente lo compie. Questi metodi di manipolazione sociale inoculano cellule il cui obiettivo è «distruggere l'unità politica, territoriale, economica e culturale che tiene coeso un paese», come sottolinea la giornalista Larissa Costas.
L'insegnante dell'Università di Carabobo, Eve Corvo Rivas, afferma che se intendiamo il terrorismo come violenza politica organizzata, dobbiamo osservarlo da tre prospettive:
01. Lesione o pericolo di diritti individuali.
02. Situazione di allarme o di emergenza in materia di sicurezza pubblica.
03. Sfida all'ordine democratico e alla vita stessa dello Stato.
Oggi in Venezuela
Gruppi pagati per compiere atti di violenza, a loro volta, guidavano altre persone che, alienate dai fatti, si unirono a questi focolai commettendo i propri orrori; creando situazioni di violenza incontrollata che arrivarono, tra aprile e luglio di quest'anno, a situazioni inumane.
Poi sono arrivati i casi del giovane dirigente chavista ucciso da un colpo di pistola, Bryan Principal; quello di Carlos Ramírez, prima pugnalato e poi dato alle fiamme perché ritenuto vicino al governo; quello del ragazzo che non sopravvive dopo essere stato pugnalato e bruciato vivo, Orlando Figuera; Henry Escalona, Wladimir Peña e Giovanny González, tutti invece sopravvissuti dopo essere stati dati alle fiamme; Danny Subero, linciato fino alla morte; il crimine di Hector Anuel, il cui corpo squarciato e bruciato continuava ad essere colpito dai suoi assassini; l’omicidio del sindacalista Esmin Ramírez e la dirigente comunale Jaqueline Ortega Delgado, e molti altri atti in cui sono stati uccisi, picchiati, intimiditi, perseguitati e offesi coloro anche solo sospettati di essere chavisti e sostenitori di Nicolas Maduro.
Il dirigente della destra, Leopoldo López, sta attualmente scontando una condanna ai domiciliari per la sua responsabilità nella morte di 43 persone durante le proteste del 2014, dopo aver varie volte promosso pubblicamente la violenza. «Il mio appello è rivolto ai giovani affinché si organizzino (...) per articolare meccanismi non pacifici per esprimere la loro frustrazione», affermò, per esempio, in una conferenza stampa.
Quest'anno l'opposizione ha agito allo stesso modo e, da aprile a luglio, è stato frequente vedere deputati e rappresentanti di partiti di destra incoraggiare le persone incappucciate e dare loro sostegno, anche assumendo e riconoscendo il rischio a cui hanno esposto i cittadini e gli stessi manifestanti durante le proteste violente.
Pertanto, la ‘Ley Constitucional contra el Odio, por la Convivencia Pacífica y la Tolerancia’ sanziona tutti i modi possibili in cui la violenza e l'odio vengono generati, riprodotti e ramificati.
Proteggendo quindi la cittadinanza e garantendo il diritto di non essere aggrediti emotivamente e psicologicamente, una situazione ben conosciuta per i residenti del Venezuela che hanno dovuto sopportare l'aggressiva molestia dell'invasione del terrorismo negli ultimi anni, con carenze indotte, assedi, minacce, manipolazione di informazioni e media che attaccano il proprio paese, distruggendo l'immagine della nazione davanti al mondo, associandola ad elementi negativi; generando angosce e paura tra i suoi abitanti. Quello che la giornalista canadese, Naomi Klein, chiama ‘La dottrina dello shock’.
La ‘Ley Constitucional contra el Odio, por la Convivencia Pacífica y la Tolerancia’ è uno strumento che protegge il cittadino e lo Stato e, allo stesso tempo, li rafforza, riparandoli da possibili attacchi volti ad insidiare il tessuto sociale, economico e politico del paese. È, dunque, una risposta pacifica e organizzativa agli attacchi continui e dannosi che offre al Venezuela dignità e autonomia.
Fonte
Perché?
Durante il primo mandato presidenziale di Hugo Chávez, le operazioni mediatiche di alcuni canali televisivi incitarono la violenza fino al punto di spingere il paese in una situazione di panico collettivo che finì per esplodere nell'aprile del 2002 durante un tentativo di colpo di stato contro il governo democratico.
Sebbene la situazione fu superata, lasciò un saldo doloroso di 19 morti e decine di feriti, oltre alla certezza collettiva ben espressa dal capo del gruppo di dissidenti militari che si rivoltarono contro Chávez: «Le nostre armi furono i mezzi di comunicazione», affermò il militare in un video.
L’opposizione di destra ha continuato a utilizzare questo strumento contro la Rivoluzione Bolivariana, con momenti di maggiore radicalizzazione e protagonismo, come le proteste di inizio 2014 o i recenti quattro mesi, da aprile a luglio del 2017, che hanno fatto sprofondare il paese in uno stato di terrore.
Quando parliamo di ‘crimini di odio’ non facciamo riferimento solo all’atto pratico, ma anche all’aspetto teorico, a quel che spinge al loro compimento. Tanto a chi compie quello che dicono i media, così come ai media che dettano la linea di condotta.
Il terrorismo viene instillato e poi, praticato. Pertanto, un crimine d’odio non è compiuto solo dalla persona che materialmente lo compie. Questi metodi di manipolazione sociale inoculano cellule il cui obiettivo è «distruggere l'unità politica, territoriale, economica e culturale che tiene coeso un paese», come sottolinea la giornalista Larissa Costas.
L'insegnante dell'Università di Carabobo, Eve Corvo Rivas, afferma che se intendiamo il terrorismo come violenza politica organizzata, dobbiamo osservarlo da tre prospettive:
01. Lesione o pericolo di diritti individuali.
02. Situazione di allarme o di emergenza in materia di sicurezza pubblica.
03. Sfida all'ordine democratico e alla vita stessa dello Stato.
Oggi in Venezuela
Gruppi pagati per compiere atti di violenza, a loro volta, guidavano altre persone che, alienate dai fatti, si unirono a questi focolai commettendo i propri orrori; creando situazioni di violenza incontrollata che arrivarono, tra aprile e luglio di quest'anno, a situazioni inumane.
#Venezuela | Guido Rodríguez, detenido por actos vandálicos, dice que miembro de PJ, partido de @hcapriles, le pagó para generar violencia pic.twitter.com/qpfHMw9Dk7 — teleSUR TV (@teleSURtv) 17 aprile 2017Molti sono i casi di crimini d’odio con esito mortale registrati nei quattro mesi. Uno dei primi fu quello riguardante Almelina Carrillo. La donna che si stava recando al lavoro, quando attraversando una mobilitazione chavista fu colpita da una bottiglia d’acqua congelata gettata dall’alto. Morì dopo tre giorni di agonia.
Asesinada Almelina Carrillo por opositor, le reventó la cabeza cuando atacaba a chavistas, por incitacion via tuiter pic.twitter. com/iFG9RWYSvN — Saber Importante (@SaberImportante) 23 maggio 2017La manipolazione mediatica era tale che nonostante la brutalità del crimine, altre persone cominciarono a gettare oggetti simili, con la coscienza e l’obiettivo di causare un danno simile o peggiore.
Poi sono arrivati i casi del giovane dirigente chavista ucciso da un colpo di pistola, Bryan Principal; quello di Carlos Ramírez, prima pugnalato e poi dato alle fiamme perché ritenuto vicino al governo; quello del ragazzo che non sopravvive dopo essere stato pugnalato e bruciato vivo, Orlando Figuera; Henry Escalona, Wladimir Peña e Giovanny González, tutti invece sopravvissuti dopo essere stati dati alle fiamme; Danny Subero, linciato fino alla morte; il crimine di Hector Anuel, il cui corpo squarciato e bruciato continuava ad essere colpito dai suoi assassini; l’omicidio del sindacalista Esmin Ramírez e la dirigente comunale Jaqueline Ortega Delgado, e molti altri atti in cui sono stati uccisi, picchiati, intimiditi, perseguitati e offesi coloro anche solo sospettati di essere chavisti e sostenitori di Nicolas Maduro.
¡Facismo puro! Opositores detienen, golpean brutalmente y desnudan a dos jóvenes que se identificaron como chavistas pic.twitter.com/0AUoZmWl65 — Con el Mazo Dando (@ConElMazoDando) 2 luglio 2017Il ruolo dei partiti
Il dirigente della destra, Leopoldo López, sta attualmente scontando una condanna ai domiciliari per la sua responsabilità nella morte di 43 persone durante le proteste del 2014, dopo aver varie volte promosso pubblicamente la violenza. «Il mio appello è rivolto ai giovani affinché si organizzino (...) per articolare meccanismi non pacifici per esprimere la loro frustrazione», affermò, per esempio, in una conferenza stampa.
Quest'anno l'opposizione ha agito allo stesso modo e, da aprile a luglio, è stato frequente vedere deputati e rappresentanti di partiti di destra incoraggiare le persone incappucciate e dare loro sostegno, anche assumendo e riconoscendo il rischio a cui hanno esposto i cittadini e gli stessi manifestanti durante le proteste violente.
Pertanto, la ‘Ley Constitucional contra el Odio, por la Convivencia Pacífica y la Tolerancia’ sanziona tutti i modi possibili in cui la violenza e l'odio vengono generati, riprodotti e ramificati.
Proteggendo quindi la cittadinanza e garantendo il diritto di non essere aggrediti emotivamente e psicologicamente, una situazione ben conosciuta per i residenti del Venezuela che hanno dovuto sopportare l'aggressiva molestia dell'invasione del terrorismo negli ultimi anni, con carenze indotte, assedi, minacce, manipolazione di informazioni e media che attaccano il proprio paese, distruggendo l'immagine della nazione davanti al mondo, associandola ad elementi negativi; generando angosce e paura tra i suoi abitanti. Quello che la giornalista canadese, Naomi Klein, chiama ‘La dottrina dello shock’.
La ‘Ley Constitucional contra el Odio, por la Convivencia Pacífica y la Tolerancia’ è uno strumento che protegge il cittadino e lo Stato e, allo stesso tempo, li rafforza, riparandoli da possibili attacchi volti ad insidiare il tessuto sociale, economico e politico del paese. È, dunque, una risposta pacifica e organizzativa agli attacchi continui e dannosi che offre al Venezuela dignità e autonomia.
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