Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/07/2017

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: Corruzione, di Don Winslow

Torna Don Winslow, ormai a rischio serialità. Il filone è quello della corruzione nella polizia e negli apparati burocratici del potere statunitense, d’ambientazione newyorkese (Missing. New York) ma diverso dalla sua narrativa sul narcotraffico (California, Messico). La storia è basilare: Dennis Malone è un poliziotto scelto a capo di un’unità d’élite della polizia di New York, la task force di Manhattan North creata col compito di stroncare i cartelli della droga che imperversano ad Harlem. Si scopre che non solo tutti gli appartenenti a questo corpo scelto hanno legami con i cartelli del narcotraffico, ma che nel frattempo si muovono essi stessi come vero e proprio cartello, sequestrando e rivendendo droga. In questa spirale perversa che risucchia torti e ragioni tutti sono complici, dai colleghi ai diretti superiori, dall’Fbi alla politica municipale. La conclusione rimanda alle consuete domande della narrativa winslowiana, riguardo al labile (labilissimo) confine tra il potere legale e il contropotere criminale, tra presunti buoni e altrettanto immaginati cattivi.

In questo romanzo Don Winslow ci dice alcune cose sostanziali. La prima, che la corruzione dilaga anche tra chi dovrebbe combatterla. La seconda, che tale corruzione riguarda tutti i livelli del potere burocratico, da quelli direttamente organizzativi ai piani alti della politica. La terza, che le motivazioni vanno ricercate in un circuito velenoso di processi causali secondo i quali la violenza genera disillusione, questa sfocia nella più completa rassegnazione, a sua volta alla radice della amoralità che feconda il cancro della corruzione, generando ulteriore violenza e ancora più rassegnazione. Una perversione sociale in cui sfumano i contorni dei “buoni” e dei “cattivi”, perché buoni e cattivi sono in realtà la stessa cosa. 

Nonostante le tematiche ricorrenti, siamo in presenza di un notevole impoverimento tanto dei contenuti quanto dello stile winslowiano. Per tornare ai caratteri essenziali ricordati poc’anzi, quello della “polizia corrotta” è un topos letterario vecchio come la letteratura americana. La forza del Winslow maturo stava proprio nel disvelamento di questa corruzione, che non è un processo di decadimento burocratico ma il frutto di una strategia politica di sostanziale convergenza coi contropoteri criminali. La gestione della società impone, per i diversi poteri che la controllano (politica, media, narcotrafficanti, imprenditoria, eccetera), una convergenza di fatto che si trasforma in modello politico. In Corruzione siamo tornati all’avidità personale, alla rassegnazione di fronte al male inevitabile che, in forme contorte e ambigue, giustifica l’amoralità di chi “sta sul campo” o “in prima linea”.

Tutti i livelli burocratici sono coinvolti, ma non tutti i presunti copri intermedi sono coinvolti nello stesso modo, ci racconta Winslow. Si salvano, in forma tragicamente equivoca, i media, e scompare la politica, se non costretta, sembrerebbe per “ragioni di forza maggiore”, alla trattativa col mondo criminale. Il circuito perverso che alla fine della fiera sembra “comprendere” le ragioni della corruzione dei livelli più bassi – i poliziotti, per intenderci – è pure totalmente sballato e reazionario. Come detto, le motivazioni politiche, che poi sono il frutto della gestione capitalistica della società americana, vengono meno concentrando tutta l’attenzione su una somma di avidità individuali che affascinano il lettore sprovveduto ma totalmente incapaci di spiegare alcunché dei processi reali che stanno alla base della corruzione. Insomma, se ne Il potere del cane o ne Il cartello non si salvava nessuno, qui invece c’è una selezione che sottrae alla resa dei conti proprio chi porta sulle proprie spalle le responsabilità maggiori della crisi endemica della società capitalistica (di qualsiasi società, e in particolar modo quella statunitense).

Riguardo allo stile, c’è una torsione addirittura à la Don Brown del racconto che non fa onore ad un autore pure importante. Certo il romanzo scorre sin troppo velocemente. 542 pagine che si potrebbero leggere addirittura in un giorno. Ma tra leggibilità e facilità scorre il confine tra lo scrittore capace e quello mainstream, tra chi possiede le chiavi della comprensibilità e chi sfrutta ogni luogo comune per attirare nella rete il lettore estivo: i poliziotti sono tutti novelli ispettori Callaghan, duri e puri che nella battaglia contro l’orrore mafioso finiscono risucchiati loro malgrado nella corruzione.

Il modo in cui viene trattato lo scontro razziale conclude la traiettoria involutiva del romanzo. Chi combatte la segregazione etnica e sociale della popolazione nera americana è trattato da vero e proprio cacacazzi in oggettiva combutta col contropotere criminale capace di infilarsi nelle contraddizioni della politica liberale. La “lotta alla droga” va ben al di là di qualche nero ammazzato, coi “giornalisti” sempre in cerca di motivi per delegittimare l’azione della polizia per difendere associazioni di solidarietà antirazzista in definitiva, si dice a volte espressamente a volte lasciandolo intendere, corrotte tanto quanto il resto della società.

In conclusione. Il libro si apre con una citazione in esergo di Raymond Chandler. Non a caso. Con questo romanzo Winslow fa propria l’illusione chandleriana, la crisi come fatto privato tra cattivi ed eroi, protagonisti contraddittori eppure morali. Lo schematismo assolutorio chandleriano non è replicato tale e quale (la condanna in Winslow è generale, ma è solo di facciata), ma se col Potere del cane Winslow aveva saputo mettersi al fianco dei grandi, quantomeno per le tematiche suscitate, con questo Corruzione siamo ancora al mondo delle guardie e dei ladri. Per quanto imbarbariti possono essere i poliziotti, sono ancora dei nostri. Avremmo bisogno, al contrario, di chi ci sottrae a questa falsa dicotomia. Ancora lontani sembrano i tempi di Hammett, Thompson o Ellroy.

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02/08/2016

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: London Underground, China Girl, di Don Winslow

Alle origini del fenomeno Winslow ci sono le “indagini di Neal Carey”, che Einaudi Stile Libero ci presenta sotto forma di due corposi libri scritti nientemeno che nel 1991 e nel ’92. Racchiudono, questi due romanzi, le forme embrionali della narrativa dello scrittore statunitense, a cui seguiranno in futuro altri tre titoli inediti in italiano. Oltretutto, per espressa ammissione dell’autore, le indagini raccontate attingono dalla sua esperienza diretta come investigatore privato. Ci sono dunque tutti gli elementi per comprendere la genesi di uno dei più importanti scrittori contemporanei, autore di uno dei libri più notevoli di questo ventennio, Il potere del cane.


I due libri viaggiano in coppia, per tale ragione dunque li recensiamo congiuntamente. Sono due capitoli di una stessa storia: la formazione e l’attività di investigatore privato sui generis del giovane Neal Carey, uno sbandato ragazzino newyorkese, orfano di padre e con la madre tossica, che viene salvato dalle durezze della strada da Joe Graham, membro di una misteriosa agenzia investigativa privata (al servizio di una banca) del New England. Molta acqua sotto i ponti dev’essere passata per Don Winslow da questi due romanzi d’esordio. Nonostante la grande capacità narrativa che si intravede soprattutto in London Underground, i due libri costituiscono un triplo salto carpiato all’indietro rispetto alle vette del Winslow degli anni Duemila. I due romanzi sono infatti un concentrato di espedienti narrativi tipici di certa letteratura di serie b. Non è tanto la godibilità della lettura il problema, quanto l’artificiosità manieristica della costruzione narrativa, dei temi trattati, delle scene descritte e dei riferimenti sociali e politici che prendono forma nei due romanzi, a farne opere di letteratura inferiore.

Anzitutto, il protagonista. Neal Carey è il concentrato di tutti i peggiori stereotipi letterari possibili: un ragazzo di strada sbandato e povero, ma intelligente (più intelligente della media, ovviamente) e pronto a cogliere l’occasione, che prontamente si manifesta attraverso le sembianze del burbero “buon padre di famiglia” (Joe Graham) che, dopo essersi fatto derubare del portafoglio lo prende sotto la propria ala protettiva affiliandolo ad una società segreta(!). Il tutto ovviamente passando attraverso il classico periodo di formazione all’americana, sullo stile di Full Metal Jacket, per capirci, che trasformerà l’inesperto moccioso in novello James Bond. Ovviamente il ragazzino passa tutte le prove, altrettanto ovviamente sorprendendo il vecchio Graham. I finanziatori di questa impresa non potevano che essere ricchi (ricchissimi) banchieri illuminati, tanto più illuminati per aver salvato un povero sotto-proletario newyorkese dal suo tragico destino di povertà e marginalità. C’è sempre una possibilità nella vita, per chi sa coglierla: questa la morale, molto american dream, del libro.

Nella sua prima indagine il ragazzino, che nel frattempo studia nelle più importanti università del paese e viene mandato in giro per il mondo a salvare gli interessi dei facoltosi clienti della banca, viene spedito a Londra per recuperare la figlia di un importante senatore Usa con mire nientemeno che alla presidenza. A Londra si immerge nella scena punk cittadina, raccontata ovviamente secondo i più triti cliché mainstream: i punk sono tutti drogati – di eroina ovviamente – di cui detengono le redini dello spaccio nazionale; rubano a più non posso, senza alcuna misericordia sociale; hanno il proprio giro di prostituzione – come poteva mancare – e sono ubriachi dalla mattina alla sera, e questa forse è l’unica aderenza alla realtà. Scarti umani travestiti da sottocultura. La ragazza è scappata, ovviamente, perché aveva problemi familiari: infatti si viene a scoprire che il padre, cioè il senatore, la violentava: per tale ragione si trasforma in ninfomane incallita ed eroinomane scalmanata: la sagra del cliché. Ovviamente – ovviamente – la ragazza è bellissima, e il giovane protagonista se ne innamora (...), prontamente contraccambiato (…), non prima di numerose incomprensioni dovute alla reale natura del loro incontro (e figuriamoci).

Il fondo però viene raggiunto nel secondo romanzo, China Girl, dove il protagonista si reca addirittura in Cina per riportare in patria uno scienziato sedotto dalle sirene comuniste. Se il disvelamento degli intrecci politico-economici di fondo della società statunitense è il punto forte del Winslow degli anni Duemila, qui la divagazione politica diviene al contrario insopportabile sommatoria di stereotipi liberali da far impallidire un Sallusti qualsiasi. L’autore si serve quasi di metà del racconto (200 su 466 pagine, più o meno) per portare avanti una sequela ininterrotta di insulti, falsità, riflessioni oniriche, pregiudizi politici e paradossali ricostruzioni artefatte della Cina comunista, e contro il suo presidente Mao Tse Tung. Il professore, e per sineddoche qualsiasi altra persona sana di mente, non può scegliere volontariamente la “prigione a cielo aperto” cinese, distopia contrapposta inevitabilmente al regno delle libertà americano. Una serie di sociologiche ricostruzioni della società cinese servono a narrare una popolazione soggiogata dal comunismo, che vorrebbe solamente vivere in pace coltivando il riso(!!!), impossibilitata a farlo dalla follia del presidente Mao che al contrario cercherebbe in tutti i modi di provocare carestie per forgiare il nuovo uomo comunista.

Che Winslow non fosse “di sinistra”, era chiaro. Il suo cinismo politico lo ha portato nel tempo però alla completa disillusione rispetto alle retoriche liberali americane, perfettamente disvelate nei suoi romanzi migliori. Tra guardie (Usa) e ladri (narcotrafficanti, terroristi, ecc) c’è una sostanziale equivalenza perché i secondi sono il prodotto delle scelte politiche dei primi: questo il messaggio di fondo presente ne Il Potere del Cane o ne Il Cartello. Qui invece, e in questo sta forse la natura embrionale e acerba della riflessione “winslowiana”, il cinismo è ancora di là da venire, e l’approvazione dell’american way of life è tutto sommato convinta. C’è uno scetticismo fisiologico, ma che di fronte al nemico (il comunismo cinese, ma anche la marginalità sociale della scena punk londinese) passa in secondo piano ristabilendo la propria scala di valori liberali alla quale non riesce a transigere.

Nonostante la godibilità della lettura, caratteristica questa evidentemente innata dello scrittore, siamo in presenza di due opere minori e davvero poco interessanti. Come fossimo in un libro di Dan Brown, ci si può appassionare fuggevolmente, ben sapendo che la vita reale è un’altra cosa, dove non ci sono eroi ma solo rapporti di forza. Quegli stessi messi in luce ne Il potere del cane, ma ancora nascosti dietro fuochi artificiali deformanti in questi pessimi esordi.

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29/02/2016

I linguaggi della Narcoguerra

La “guerra alla droga” è lo strumento politico attraverso cui gli Stati Uniti mantengono il controllo amministrativo ed economico di alcuni Stati dell’America Latina e centrale. Non è una lotta del “bene contro il male”, soprattutto laddove il primo è rappresentato dagli Usa o, peggio ancora, dalle sue particolari agenzie repressive (Cia, Dea, Nsa); l’obiettivo non è quello di estinguere il problema, sia perché questo è il prodotto di una domanda incontrollabile dei paesi occidentali, sia perché droga e narcos costituiscono privilegiati strumenti di controllo di territori e dinamiche sociali da utilizzare come “agenti di prossimità”; è, infine, una questione eminentemente politica e non semplicemente criminale, d’ordine pubblico, militare o in qualche modo tecnica: è politica perché deriva da specifiche cause sociali che la determinano; perché è prodotto diretto degli accordi neoliberisti di libero scambio tra paesi subalterni all’economia Usa; perché serve ai politici locali per costruire legittimazione che poi riversano contro le popolazioni povere dei rispettivi contesti e per facilitare gli accordi di libero scambio di cui sopra. Sebbene scomparsa dai radar dei media occidentali, la lotta alla droga costituisce uno dei più rilevanti ambiti di gestione imperialista dei territori. In questi anni è soprattutto il mondo della cultura di massa ad essersene occupata, con linguaggi e obiettivi differenti, a volte opposti. E’ interessante capire come avviene il racconto della “guerra alla droga”, alla luce di alcuni specifici lavori usciti in questo anno, che contribuiscono a dare una panoramica degli interessi e delle sensibilità sul tema in questione.


Dei due imprescindibili romanzi di Don Winslow (qui e qui) ce ne siamo occupati tanto in passato e di recente. Al di là del livello letterario, molto alto, costituiscono dei lavori capitali perché rompono uno schema narrativo sia giornalistico che politico altamente tossico e pacificante: secondo tale visione, i cartelli della droga costituivano il sottoprodotto di economie povere in mano a signori locali che gestivano un’economia informale illegale, economia capace di condizionare la politica locale in maniera anche molto incisiva e che creava disturbi al corretto sviluppo economico di questi Stati e delle loro relazioni con gli Usa. La conseguenza è che ad un certo punto gli Stati Uniti dichiarano guerra al narcotraffico durante la presidenza Nixon, mettono in campo uomini e finanziamenti, ma gli apparati onesti targati Usa si scontrano con la corruzione delle società al sud del Rio Bravo fallendo l’opera di rimozione definitiva del problema.

Lo schema è manicheo nella sua contrapposizione tra bene (la Dea, e più in generale la politica di fondo degli Usa, anche quando viene criticata) e male (le società, nel loro complesso, del centro e sud America); è impolitico laddove rimuove tutte le cause sociali che producono l’economia della droga; e mira, infine, a colpevolizzare le società latinoamericane tutte invariabilmente corrotte, e l’unico sogno degli uomini onesti lì residenti consiste nella fuga verso gli Usa alla ricerca della tanto agognata “carta verde”. L’unica onestà possibile coincide coi valori statunitensi. Don Winslow capovolge la questione. Non esiste bene e male: l’economia narcotrafficante è il prodotto di precise scelte politiche degli Stati Uniti, e le agenzie preposte al contrasto sono corrotte tanto quanto le politiche nazionali degli Stati latinoamericani; lo scontro è tra due mali, e soprattutto – qui sta l’importanza dei lavori dell’autore newyorkese – anche l’agente onesto è costretto a corrompersi perché inserito dentro una dinamica di per sé corrotta potremmo dire ontologicamente; soprattutto ne Il potere del cane, Winslow traccia l’origine del commercio illegale, le politiche agricole imposte dagli Usa, le ragioni sociali dello sviluppo del mercato della droga, ed è lì che inserisce la sua critica sociale e politica più rilevante, legando cioè il fenomeno alle cause economiche che lo determinano.

Nel 2015 sono usciti però altri due lavori che affrontano la questione. La serie tv prodotta da Netflix, Narcos, che ha spopolato in tutto il mondo ed è stata evento mediatico anche in Italia, che ha portato le vicende dei narcotrafficanti al grande pubblico. E il libro di Fabrizio Lorusso, Narcoguerra, edito da Odoya nel giugno dello scorso anno, anche questa opera capace di raggiungere il grande pubblico nonostante i mezzi chiaramente più ristretti tanto di Netflix quanto di Winslow. Si tratta di due lavori agli antipodi, che descrivono bene la varietà di linguaggi e di schemi mentali ancora persistenti sul fenomeno.

Narcos racconta della storia di Pablo Escobar. Sebbene quindi ambientato in Colombia e concentrato sulle vicende colombiane, si propone di parlare, attraverso l’esempio particolare, della vicenda droga nel suo complesso. E’ in tal senso allora che va affrontato e su cui bisognerebbe riflettere. La serie è il concentrato più plateale del manicheismo deviante imposto dalla narrazione liberale-liberista del fenomeno droga. La Dea, l’attività diplomatica statunitense e, per estensione, l’intera politica americana di lotta alla droga, sono inequivocabilmente il bene. Sono il bene soprattutto laddove vengono impercettibilmente criticate. Ogni critica è su aspetti superficiali, irrilevanti rispetto al quadro generale: il modo di condurre un’operazione; l’atteggiamento reprensibile di questo o quel poliziotto; le lungaggini burocratiche che impediscono azioni veloci ed efficaci; e via dicendo. Gli eroi sono gli agenti Usa, il bene risiede nei valori americani della libertà e del rispetto della legge, gli agenti della Dea novelli Clint Eastwood magari un po’ bruschi nei modi ma, diamine, contro i signori della droga non possiamo certo badare alle formalità giuridiche. Di converso, il male è la società latinoamericana. Attenzione, non Pablo Escobar, con cui, come in ogni pessimo lavoro che si rispetti, si arriva ad “empatizzare”. Escobar è, implicitamente, uno che “ce l’ha fatta”, ricco perché intelligente, arguto, coraggioso. E’ un criminale, ma gli si rende l’onore delle armi. Quell’onore che invece viene recisamente negato alla società colombiana nel suo complesso. La povertà è colpa della politica locale nonostante gli aiuti Usa. Soprattutto, nessuna liberazione è possibile senza l’aiuto Usa. Lo scimmiottamento della guerra rivoluzionaria delle Farc supera ogni decenza anche agli occhi di un onesto liberale: i combattenti sono pedine dei narcotrafficanti, al più idealisti pronti a vendersi per qualche dollaro di mancia, al soldo e al servizio degli interessi narcos, studentelli a cui piace l’avventura e che finiscono male per stupidità propria. I più pragmatici appena passano dalla parte dei buoni chiedendo un bel visto per gli Usa e tanti saluti. La chiesa colombiana è una sezione dell’internazionale marxista, proto-terrorista, fiancheggiatrice della violenza e, in ultima analisi, degli stessi narcotrafficanti.

Ma non mancano riferimenti europei. A smistare la droga in Spagna ci pensa l’Eta, organizzazione terrorista narcotrafficante dedita al taglieggiamento interno e all’economia criminale verso l’estero: ad un certo punto, quando a Escobar servono delle bombe, viene chiamato direttamente dalla Spagna un importante membro della stessa Eta che, ovviamente in cambio della cocaina, gliene fabbrica a profusione. I politici colombiani invece si dividono in due: i corrotti, al soldo dei narcotrafficanti, e che celano il loro tornaconto personale ammantandolo di retorica antimperialista; e gli onesti, tali perché diretti dall’ambasciata Usa, di cui assecondano ogni ingerenza. Un’opera talmente degradante che non dovrebbe trovare commento se non fosse che, proprio perché fatta secondo i canoni dell’estetica mainstream, rischia di produrre immedesimazione e coinvolgimento emotivo e dunque politico in larghe fasce di popolazione, persino di sinistra, che introietterebbero inconsciamente un chiaro messaggio politico reazionario. La serie è sponsorizzata, recensita, promossa, veicolata, da numerose testate trasversali, da Repubblica al Fatto Quotidiano. Va allora smontata in ogni dove, criticata senza cedimenti, perché si tratta dell’ennesima operazione massmediatica che veicola un messaggio culturalmente disarmante. Oltretutto, è pure di pessima fattura e recitata male.

Il lavoro di Fabrizio Lorusso è invece uno strumento indispensabile per comprendere le caratteristiche della guerra alla droga in Messico. E’ un’opera davvero unica nel panorama giornalistico italiano, capace di ibridare generi narrativi differenti in funzione di una comprensibilità del problema davvero a 360°: articoli e inchieste giornalistiche, racconti a cavallo tra realtà e fiction, interviste, documenti. La somma, lungi dal cedere all’eclettismo narrativo, è invece in grado di svelare un processo storico. E’ un’opera che va letta insieme ai romanzi di Don Winslow, per interpretare correttamente tutti i passaggi narrativi ma reali descritti nei due libri. Lorusso vive in Messico, quindi sa di cosa parla. E’ anche un atto di coraggio, perché generalmente chi accende fari sull’argomento, in Messico, trova la morte. Dal 2001 al 2011 la guerra civile messicana ha fatto 100.000 morti, più del doppio invece i desaparecidos e migrati oltrefrontiera. Cifre da contesto mediorientale o africano, da vera e propria guerra tra opposti eserciti. Gli eserciti concorrenti non sono però quelli della Dea e dei cartelli, ma della Dea e dei cartelli contro le popolazioni locali, oltre che fra di loro per il controllo dei territori.

Lorusso individua le ragioni sociali del narcotraffico:

Le politiche aperturiste applicate dagli anni Ottanta e Novanta in poi in America Latina, in particolare i trattati di libero commercio siglati con gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la Cina in condizioni di asimmetria, hanno favorito solo alcuni settori dell’economia, mentre hanno penalizzato le masse di piccoli agricoltori che, quindi, hanno trovato nella coca, nell’oppio e nella marijuana delle alternative di sopravvivenza”.

Non c’è qui una “giustificazione sociale” del problema droga. C’è un’analisi della origini politico-economiche. I contadini poveri dei paesi meridionali, sudamericani quanto globali, non potevano reggere i livelli di competizione e di produttività delle economie agricole sovvenzionate dagli aiuti di Stato di Stati Uniti e Unione europea. Liberando ogni vincolo economico, doganale, statale, alla produzione, i contadini messicani si trovavano a competere direttamente coi i giganti del comparto alimentare Usa, che ne determinarono il fallimento. A quel punto le masse contadine messicane si sono trovate costrette al ricatto di lavorare nelle maquiladoras che producevano per le aziende Usa, o cedere all’economia criminale, che certamente garantiva maggiori guadagni nonché protezione. La causa dell’economia criminale va ricercata allora nei trattati di libero scambio, esattamente come quello che vorrebbero approvare tra Stati Uniti e Unione europea, il TTIP. Ma l’autore non si ferma qui, centrando la radice politica per cui la lotta alla droga è una guerra senza possibili vincitori perché in realtà a nessuno interessa la vittoria:

La battaglia contro le droghe rappresenta un affare sostanzioso per gli Usa ma non per i paesi che ne sopportano il peso sociale, umano ed economico: la droga a nord e i morti a sud. Le armi americane invadono il mercato e in America Latina finiscono in mano a narcos, poliziotti, gruppi di autodefensa e paramilitari. La “war on drugs”, lanciata da Nixon nel 1971 e ripresa da tutti i suoi successori alla Casa Bianca, è un potente discorso di legittimazione e uno strumento ricorrente nella politica estera statunitense, specialmente nei confronti del Latinoamerica, e da quasi mezzo secolo serve a giustificare azioni d’ingerenza politica, diplomatica, militare ed economica. E’ l’hard power della cocaina legato al soft power di Breaking Bad”.

Il piano politico è però multilivello. Serve a controllare le economie subalterne imponendo scelte politiche e produttive determinate. Ma serve anche per gestire proxy wars, o per portare avanti operazioni di regime change, o, infine, come strumento di controllo del territorio per i politici locali espressione del potere Usa:

Anche la Cia, per combattere il regime rivoluzionario dei sandinisti in Nicaragua, non esitò a stipulare accordi col boss Felix Gallardo e la Federaciòn, il progenitore del cartello di Sinaloa. Grazie a loro poteva ricavare dalla vendita della cocaina e della marijuana i fondi necessari per le armi delle Contras, le bande paramilitari e antinsurrezionali che operavano contro il regime nicaraguense partendo dal territorio honduregno. Le ricerche sul coinvolgimento della Cia e della Dfs messicana coi narcos sono state confermate dalle rivelazioni, riportate dalla rivista Proceso alla fine del 2013, di ex agenti della Dea che lavoravano in Messico negli anni Ottanta[…]La Cia vendeva cocaina e derivati in casa propria per finanziare operazioni segrete, vietate dal Parlamento, e forniva armamenti ai mercenari Contras che dall’Honduras conducevano una guerra contro il governo rivoluzionario sandinista di Managua”.

Ecco spiegato il problema nella sua complessità e profondità, non solo dal lato dell’offerta (cioè perché in determinati Stati latinoamericani si sia concentrata la produzione della droga), ma anche in quello della domanda: la crescente richiesta di cocaina negli Stati Uniti è funzionale al controllo degli Usa sui paesi poveri del sud, e questa funzionalità è incentivata vendendo direttamente la droga alla popolazione statunitensi. Sono gli Stati Uniti che incentivano la produzione di droga all’estero per venderne il prodotto al proprio interno al fine di generare un’economia da spendere nell’ingerenza negli affari dei paesi produttori di droga. Questo è il circolo vizioso che sta all’origine della questione droga nel continente americano. Strumenti come il libro di Lorusso aprono gli occhi e svelano protagonisti e interessi. Opere massmediatiche come Narcos contribuiscono invece alla reiterazione di una narrazione deviante, spoliticizzante, una vera e propria droga culturale che inibisce al pensiero critico su uno dei fenomeni decisivi di questi ultimi decenni. E’ importante mantenere alta l’attenzione sull’argomento anche qui in Italia, perché giornalisti e militanti politici che dicono le stesse cose in Messico trovano sovente la morte. E’ a loro, allora, che dedichiamo questi brevi appunti.

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06/02/2016

Che cos’è l’imperialismo?


Di seguito, riportiamo uno stralcio del capolavoro di Don Winslow, Il Cartello. Un passaggio che spiega, meglio e più direttamente di molte analisi, il significato dell’imperialismo. Soprattutto, che chiarisce i motivi per cui l’imperialismo occidentale – statunitense in questo caso – sia ancora oggi il principale problema politico a livello globale. Un estratto che illumina sulla scala di priorità e di responsabilità storiche dell’Occidente e degli Stati Uniti in particolare. Questo ventennio ha visto imporsi una sorta di relativismo culturale che ha posto ogni Stato e governo mondiale sullo stesso piano, confondendo torti, ragioni e ruoli storici. Eppure, tutte le malefatte immaginabili dell’ultimo dei “dittatori” di qualche sperduto paese povero eletto di volta in volta come “male assoluto”, non eguaglierebbero neanche in un secolo gli orrori prodotti dalle politiche occidentali in uno qualsiasi dei paesi soggetti alla repressione imperialista. Come nel Guatemala, in questo caso. Dove per mano americana vennero uccise duecentomila persone e altre due milioni sradicate dalle proprie terre e costrette ad emigrare. In fondo, un piccolo caso senza importanza della lunga storia imperialista. A ricordarcelo è un autore non comunista e in fondo convinto della battaglia contro le storture di un sistema che altrimenti genererebbe progresso e dignità umana. Ed è emblematico anche questo, purtroppo.

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Mille anni fa, scopre Keller, il Petén era una delle zone più popolate della terra.

Era un centro della civiltà maya, una zona di giungle e foreste pluviali, in cui sorgevano decine di città con templi in pietra e cortili, vasti campi terrazzati con canali di irrigazione e chinampas, fattorie galleggianti sui laghi.

Poi era cominciato il declino.

Nessuno sa esattamente perché, se per colpa della siccità, delle epidemie o invasioni, ma all’arrivo di Cortés negli anni Venti del XVI secolo, la foresta pluviale si era ripresa la maggior parte delle città e delle fattorie, e le poche persone sopravvissute al vaiolo portato dagli stranieri vivevano di una piccola agricoltura con il sistema taglia e brucia, in villaggi isolati.

Ciò nonostante, gli spagnoli ci misero quasi duecento anni per sottomettere definitivamente i discendenti dei Maya nel Petén e stabilire un sistema di colonizzazione che rendeva loro e i loro discendenti mestizos i padroni delle terre, mentre i nativi maya, gli indios, rimasero contadini senza terra.

Il sistema tenne per circa quattrocento anni, anche dopo che i nuovi imperialisti americani della United Fruit Company ebbero preso il potere in Guatemala. Solo nel 1944 i “Rivoluzionari d’ottobre” lanciarono un programma di riforme liberali, emettendo nel 1952 un decreto che intimava la ridistribuzione delle terre.

I latifondisti reagirono.

Il due per cento della popolazione, che possedeva il novantotto per cento del territorio, non intendeva perdere la propria posizione, e con l’appoggio della Cia preparò un colpo di Stato, rovesciando il governo civile.

La sinistra, una coalizione di studenti, operai e contadini, formò l’Mr-13, un movimento di guerriglia che combatteva l’esercito e la polizia del Guatemala. Dopo cinque anni di scontri sporadici, gli Stati Uniti inviarono le forze speciali dell’esercito, i “berretti verdi”, per contribuire a combattere i “guerriglieri comunisti”.

Quello che seguì fu definito il “terrore bianco”. I commandos delle forze speciali e l’organizzazione paramilitare Mano Blanca, in pratica soldati e polizia, fecero “sparire” migliaia di persone di sinistra a Città del Guatemala e nelle campagne. Il presidente, Carlos Arana Osorio, dichiarò lo stato d’assedio annunciando: “Se per portare la pace sarà necessario trasformare il Paese in un cimitero, io non esiterò”.

Nei tre anni successivi ci furono settemila desaparecidos.

La sinistra reagì formando il Cuc (Comitato di Unità Contadina) a sud e a est, e l’Egp (Esercito Guerrigliero dei Poveri) al Nord, in territorio maya. E la guerra civile proseguì.

Se c’è mai stata una definizione più impropria di “problema messicano alla droga”, deve trattarsi di “guerra civile guatemalteca”. Fu una guerra civile condotta da una sola parte, combattuta da soldati e poliziotti professionisti, armati e addestrati dagli americani, contro pochi guerriglieri male armati.

Nel 1978 le forze speciali, i cosiddetti kaibiles, aprirono il fuoco contro un gruppo di manifestanti disarmati, a Panzos, uccidendone centocinquanta. Nel 1980 i morti erano saliti a cinquemila.

Keller si era dedicato con puntiglio a studiare la storia di un particolare villaggio del Petén: Dos Erres.

Una storia tragica.

Nell’ottobre del 1982, alcuni guerriglieri dell’Egp tesero un agguato a un convoglio dell’esercito in prossimità di Dos Erres, uccidendo ventuno soldati e impossessandosi di diciannove fucili.

Il 4 dicembre, cinquantotto kaibiles travestiti da guerriglieri si paracadutarono in zona. Due giorni dopo, entrarono nel villaggio alle due e mezza del mattino. Tirarono la gente già dal letto, separando uomini e donne, gli uomini nella scuola, le donne e i bambini nella chiesa. Poi perquisirono il villaggio in cerca delle armi rubate. Non le trovarono, perché i guerriglieri che avevano teso l’imboscata ai soldati non venivano da Dos Erres.

Non importava.

I Kaibiles annunciarono che dopo colazione avrebbero “vaccinato” gli abitanti di Dos Erres.

Fecero uno scempio forsennato.

Presero i bambini per le caviglie, spaccando loro la testa contro gli alberi e i muri. Poiché non volevano sprecare munizioni, ammazzarono gli uomini a martellate. Strapparono i feti dalla pancia delle donne incinte, e nel corso dei due giorni successivi violentarono le altre, prima di ucciderle e gettare i loro corpi sopra quelli dei loro familiari, nel pozzo del villaggio.

L’ultima mattina del massacro, altri quindici contadini maya capitarono nel villaggio. Poiché i pozzi erano pieni, i kaibiles li portarono a mezzo chilometro di distanza, li uccisero, risparmiando solo due ragazze adolescenti, che violentarono ripetutamente e poi strangolarono prima di lasciare la zona.

La “guerra civile” del Guatemala durò altri quattordici anni dopo il massacro di Dos Erres. Furono uccise oltre duecentomila persone, tra cui quaranta o cinquantamila desaparecidos. Un milione e mezzo di persone furono sradicate dalle loro case e portate altrove, un altro milione emigrarono, principalmente negli Stati Uniti.

Ma la sofferenza del Petén continua, stavolta perché i cartelli della droga vogliono avere il controllo della zona, che è vicina al confine con il Messico.

P.S. Nella foto a corredo dell’articolo, i resti umani dell’eccidio di Dos Erres.

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04/02/2016

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: Il Cartello, di Don Winslow

Il potere del cane è il capolavoro degli anni Duemila, il libro finora insuperato. Ci sbagliavamo. Il Cartello è almeno al suo livello. Non è facile essere riconosciuti in vita come l’autore di uno dei romanzi più importanti degli ultimi decenni. Ma essere l’autore dei due romanzi più importanti degli ultimi decenni, beh, questo apre a Don Winslow le porte dell’immortalità letteraria. James Ellroy ha definito il libro “il Guerra e pace della lotta alla droga”. È maledettamente così. E a noi non rimane che prenderne atto.


Il libro racconta la lunga, straziante, soffocante, sporca e ambigua lotta al narcotraffico tra Stati Uniti e Messico. Una lotta dove non ci possono essere vincitori o sconfitti, perché ambedue le parti – chi produce e vende droga e chi dice di combatterla – sono un unico cartello. La forza degli uni aumenta la potenza degli altri. Gli interessi collimano, le persone si scambiano di ruolo. Il cartello vince sempre, sia nella sua veste ufficiale del narcotraffico che in quella ufficiosa della “lotta al narcotraffico”. Come già raccontato dal Potere del cane, la droga è paradossalmente il prodotto della “lotta alla droga”. Una lotta alla droga che sradica popolazioni che ingrossano le file dei cartelli narcotrafficanti in una spirale di interessi convergenti che rende impossibile immaginare spazi di sviluppo sociale ed economico. Gli unici a perdere sono i poveri, massacrati da tutte e due le parti, inutili orpelli di una storia che non li riguarda se non come carne da macello.

Tutti i protagonisti della guerra hanno nel romanzo una centralità narrativa, fatto questo che giustifica le quasi 900 pagine necessarie una dopo l’altra a descrivere gli interessi in campo. I poveri delle periferie urbane, ininterrotto esercito di riserva del narcotraffico; la vita delle famiglie messicane costrette tra povertà, repressione e supporto logistico ai cartelli; le migliaia di giornalisti massacrati in questo decennio; la corruzione endemica della polizia; il ruolo degli eserciti – messicano e statunitense; il ruolo della politica, tanto messicana quanto statunitense, coi livelli di corruzione più o meno palesi; e poi i cartelli, i loro protagonisti, la vita latitante, le motivazioni e gli aspetti umani e “antiumani” della vicenda. Un racconto che ha la forza della realtà. Tutto ciò che è narrato nel libro è reale, è successo, è la vita quotidiana del confine tra Messico e Usa. Le collusioni, le piccole e grandi corruzioni; il rapporto tra narcotrafficanti e governo statunitense tramite le sue agenzie di controllo e spionaggio; le migliaia di morti violente (al ritmo di 10.000 l’anno tra i soli cartelli) che fanno della lotta alla droga in Messico la guerra civile più lunga e cruenta del nostro tempo. È tutto documentato, e quella di Don Winslow è la grande inchiesta giornalistica dei nostri tempi, capace di svelare un meccanismo di potere che alimenta il suo nemico per giustificare un suo ruolo.

Ne Il potere del cane c’era forse più profondità politica. Anche qui è presente chiara la natura politica del conflitto, il fatto lapalissiano che il problema messicano della droga è in realtà il problema americano della droga. Sono gli Usa il più grande mercato consumatore al mondo, che incentivano una produzione che altrimenti non avrebbe questa portata. Non basta però, e questo è forse l’unico passaggio sottotono del libro. La droga non è solo uno strumento di controllo per gli effetti sulla popolazione. E’ uno strumento di controllo politico per giustificare un potere costituito. La lotta alla droga è alla base del controllo americano sugli stati centroamericani, alla base della povertà delle popolazioni residenti, impossibilitate ad emanciparsi proprio per le politiche della lotta alla droga. È lo strumento attraverso cui impedire militarmente lo sviluppo dei movimenti di protesta, delle lotte contadine.
Il cartello ha però più tensione narrativa. Se Il potere del cane poteva risultare sovrabbondante in alcune sue parti, Il cartello procede soffocando, stringendo lentamente la corda attorno al collo del lettore che finisce il libro in trance narrativa. Nessuna parte del libro è eccessiva, pleonastica o ridondante. Il calo della tensione serve a recuperare fiato entrando letteralmente nella vita dei personaggi, riuscendo in una descrizione profonda, mai banale e che invece ha il pregio di moltiplicare la comprensione reale degli eventi. Nessun personaggio è abbozzato, nessun contesto è lasciato a se stesso. Quando la tensione si alza, al contrario, diventa difficile restare ancorati ad una capacità narrativa fuori dal comune. E se pensiamo che molto poco nel romanzo è “inventato”, che la gran parte delle scene descritte sono avvenute realmente, capiamo che ci troviamo di fronte ad uno strumento di comprensione del presente che non ha solo il pregio della straordinaria capacità narrativa, ma la forza della parresia, lo svelamento della verità, anche cinico, senza veli e accomodamenti, per l’appunto. Raccontare la verità per quella che è, eccedendo in cinismo, se necessario.

Il potere del cane e Il cartello sono, insieme, il grande libro del nostro tempo. L’atto di accusa decisivo delle politiche imperialiste, lo svelamento dei meccanismi economici, politici, culturali e militari con cui vengono governati territori e popolazioni. Due libri per un racconto necessario a comprendere gli ingranaggi del potere. Don Winslow ha portato il genere noir su livelli mai visti prima. E oggi noi ne cantiamo le lodi.

La costruzione dei protagonisti de Il Cartello

In letteratura come nella cinematografia, la qualità di un’opera si valuta dalla capacità dell’autore nella costruzione dei personaggi messi in scena. È uno dei criteri fondamentali, non l’unico ma fra i più importanti, che determinano il giudizio su di un libro o un film. Costruire un personaggio è impresa titanica. Ogni personaggio risponde ad un cliché, ad un riferimento, un topos letterario determinato. Scardinare un paradigma è una questione complessa da maneggiare. Solo i grandi autori riescono a possedere così bene un topos da decidere di disattivarlo. Il più delle volte il tentativo non riesce. Sono infatti frequenti i casi, soprattutto nel passato, quando era viva una sperimentazione artistica sia nel campo letterario che cinematografico, di grandi autori che fallivano nel tentativo di andare oltre i confini determinati da una “tradizione” culturale. Antonioni è uno degli esempi più ricordati di parziale fallimento artistico nel tentativo di superare se stesso nella sperimentazione. Kubrick, al contrario, è uno dei maestri del cinema capaci di sfornare capolavori senza mai cercare il salto nel vuoto dell’uscita dal canone (anche se tale affermazione è solo parzialmente vera: con 2001 Kubrick inaugura un nuovo canone, che ancora oggi determina le regole stilistiche del genere fantascientifico, e al tempo stesso “deturna” il genere stesso producendo uno dei film più importanti e “densi” della storia del cinema).

Tornando a noi, Il Cartello di Don Winslow è un capolavoro di costruzione del personaggio. Il libro rientra nel classico tema “guardia e ladri” con sfondo sociale. Una sorta di polarma è riferimento da prendere con le pinze. C’è un eroe, il poliziotto Art Keller; c’è l’antieroe, il capo del cartello della droga messicana Adan Barrera; ci sono una serie di personaggi di contorno tanto positivi (gli aiutanti dell’eroe), quanto negativi (aiutanti e antagonisti secondari dell’antieroe). Uno schema classico, come detto. Eppure.

Anzitutto, la capacità di dare profondità ai singoli personaggi è fuori dal comune. Partendo da un dato elementare spesso dimenticato: la costruzione del contesto. Tutti i protagonisti della storia vengono inseriti in un contesto di riferimento dettagliato. I personaggi emergono dalle viscere della realtà che prede forma nella narrazione. Costruire il senso della realtà è una cosa facile a dirsi ma difficilissima a farsi. Si può procedere attraverso passaggi “saggistici” o cronachistici, l’inserimento di dati e fatti che definisce un particolare contesto socio-culturale. Presenta però due limiti. Da una parte appesantisce notevolmente il racconto; dall’altra può essere fatta su fatti relativamente circoscritti, ma è impossibile o quasi da prodursi su eventi e contesti molto grandi, complessi e articolati. Per descrivere il disagio socio-culturale del Messico da cui prende forma l’economia della droga a sua volta figlia delle politiche statunitensi che utilizzano la “lotta alla droga” come strumento di controllo delle popolazioni a loro volta “costrette” ad affidarsi ai narcotrafficanti per emanciparsi almeno economicamente dalla condizione di povertà storica di cui sono vittime, non basterebbe un’intera libreria di saggi. Come rendere efficacemente il paesaggio umano e socio-economico allora? Come lasciar intuire questa spirale, suscitandola senza la necessità di descriverla per intero? Tramite l’utilizzo di particolari figure retoriche. La sineddoche, ad esempio. Il Cartello procede per “sineddochi”, inserisce i personaggi in contesti particolari che però hanno la forza di descrivere una società più in generale.

La profondità dei protagonisti è l’altra caratteristica decisiva del romanzo. Nessun personaggio è accennato. Non è la storia o la trama a servirsi dei personaggi che mano a mano prendono forma nel racconto, gettandoli via una volta serviti allo scopo. Ogni singolo attore ha la propria personalità, viene inserito per un particolare e decisivo motivo, sappiamo la sua psicologia, le sue paure e i suoi obiettivi. Se i due protagonisti erano già conosciuti e le loro vite raccontate ne Il potere del cane, il contorno di personaggi che affollano Il Cartello hanno tutti autonoma dignità narrativa. Decine di personaggi vengono calati nella storia dopo che il lettore ha conosciuto il loro passato, le proprie ambizioni, i propri sentimenti, la propria famiglia, e solo dopo entrano in azione, divengono protagonisti di una parte del racconto. È chiaro che per fare quest’opera di contestualizzazione serve lo spazio adeguato. Novecento pagine sono anche poche, e sembra paradossale dirlo ma il lavoro di sintesi è notevole. Ogni personaggio è un romanzo a se stante, le pagine avrebbero potute essere molto di più.

Ci si affeziona ad ogni protagonista, soprattutto a quelli che muoiono, dove invece il cliché letterario lascia morire precocemente i personaggi minori e appena tratteggiati. Dopo l’opera di contestualizzazione, che non è solo sociale ma anche emotiva, ogni individuo riveste un ruolo nella storia. Eppure tutti ne escono male. L’eroe deve fare per forza una bella fine. Nella maggior parte dei casi, ne esce vivo. In altri, muore onorevolmente. Qui invece tutti perdono, vengono umiliati e si umiliano, rompono gli schemi tradizionali che li vogliono già inseriti in determinati stereotipi, vengono raccontati nei loro limiti psicologici, nelle loro ambizioni animalesche, nella loro paura della morte. La morte alita su tutti i protagonisti, nessuno ne sarà immune, ma chi vive non se la passa meglio. La corruzione, economica, morale o etica poco importa in questo caso, aleggia parimenti su ogni persona descritta. Il buono (il giornalista intransigente, la campesina del paese di confine, il poliziotto integerrimo, eccetera), è anch’esso corrotto o corruttore, scende a patti con se stesso che successivamente si trova costretto a violare. È marcio, perché prodotto da una società che imputridisce. Viceversa il cattivo (il narcotrafficante, il politico corrotto, il poliziotto al soldo dei narcos, eccetera) può essere una persona da salvare, malvagio ma anche costretto dagli eventi, e comunque mai responsabile esclusivo di un sistema corrotto potremmo dire ontologicamente. Non c’è alcuna parabola cristiana o determinismo sociale, attenzione. È un sistema che produce i suoi protagonisti, individui unici e collettivi al tempo stesso, ognuno con le proprie responsabilità, possibili però unicamente in un ingranaggio collettivo e politico.

E il bello è che tutti i personaggi descritti, tranne Art Keller e pochi altri marginali, sono veri. Sono vissuti o sono ancora vivi. Le loro vicende sono reali, anche quelle a prima vista più “romanzate”: è cronaca recuperabile, neanche troppo difficilmente (basta farsi un giro sul blog messicano El blog del narco per capire quanta realtà c’è dietro la fiction del Cartello). La fiction si inserisce negli interstizi di una vicenda in atto da un ventennio e che ha avuto negli anni Duemila il suo apogeo. È cronaca quotidiana in Messico, è la normalità per intere popolazioni. E questo rende Il Cartello l’opera monumentale dei nostri tempi.

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