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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/10/2026

Ecuador - Luisa Gonzales arrestata dal narco-governo di Noboa

La narco-dittatura di destra sostenuta dagli Stati Uniti in Ecuador ha arrestato la candidata presidenziale Luisa González, del movimento correista di sinistra, con accuse fabbricate ad arte.

Questo è avvenuto dopo che il nerco regime dell’Ecuador ha bandito il principale partito di opposizione di sinistra.

L’Ecuador è governato dal dittatore Daniel Noboa, figlio del miliardario oligarca più ricco del paese, e stretto alleato di Donald Trump.

È stato ammesso persino da alcuni organi di stampa occidentali mainstream che la famiglia Noboa è profondamente coinvolta nel traffico di cocaina e collabora strettamente con le reti della criminalità organizzata.

Questo avviene a 5 mesi dalle prossime elezioni in Ecuador, e dopo la messa al bando dell’organizzazione politica “Rivoluzione Cittadina” e la persecuzione della maggioranza dei suoi dirigenti.

Ecco la democrazia liberale in azione quando si è di sinistra: o si vince, o si finisce morti o in prigione. Nessuna alternativa.

Evo Morales: “Esprimiamo la nostra solidarietà e il nostro assoluto sostegno alla compagna Luisa González, ex candidata presidenziale dell’Ecuador, ingiustamente detenuta da stamattina presto. Luisa, Raúl Castro e molti altri compagni sono vittime di un piano regionale di persecuzione per eliminare i riferimenti di sinistra, criminalizzare i movimenti sociali e proscrivere le forze popolari.
Proprio come negli anni ’70, quando gli Stati Uniti hanno articolato le forze militari per perseguire la sinistra nel nome della lotta contro il comunismo, oggi utilizzano il pretesto del narcoterrorismo per coordinare la persecuzione giudiziaria e politica.
Cambiano i pretesti ma mantengono l’obiettivo: perseguire coloro che lottano per la sovranità per imporre governi sottomessi all’impero”
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Fonte

19/03/2026

Corpi carbonizzati al confine tra Colombia ed Ecuador, Petro accusa: “Quito bombarda”

Il presidente colombiano, Gustavo Petro, ha annunciato il ritrovamento di 27 corpi carbonizzati lungo la frontiera condivisa con l’Ecuador, suggerendo apertamente che la responsabilità sia in un’azione militare del paese vicino in territorio colombiano. Un ordigno è esploso a poca distanza da una famiglia di contadini, che hanno confermato l’accaduto ai giornalisti di Agence France Presse.

“Sono arrivati circa tre aerei, più o meno, dal lato ecuadoriano, e hanno sganciato quegli ordigni e alcuni sono effettivamente esplosi, ma sul lato ecuadoriano”, ha detto l’agricoltore Julián Imbacuán. Un ordigno inesploso sarebbe arrivato in territorio colombiano, ed è stato poi disinnescato dagli artificieri del paese lo scorso giovedì.

Gli esperti colombiani, osservandone i resti, hanno parlato di una bomba a caduta libera di tipo MK, prodotta negli Stati Uniti e in Brasile. Già martedì sera, Petro scriveva su X che “è stato dimostrato che la bomba in territorio colombiano appartiene all’esercito ecuadoriano”, e il presidente di Bogotà ha poi annunciato che il suo governo avrebbe inviato una “nota diplomatica di protesta”.

Da Quito, Daniel Noboa ha respinto categoricamente le accuse. Sempre su X, il presidente ecuadoriano ha scritto che stanno “bombardando i luoghi che fungevano da nascondigli” per gruppi criminali legati al narcotraffico. Rivolgendosi direttamente a Petro, ha affermato che questi gruppi sono “in gran parte colombiani, che il suo stesso governo ha permesso di infiltrarsi nel nostro Paese a causa della negligenza al confine”.

L’Ecuador ha infatti lanciato da qualche settimana una massiccia operazione militare, di cui l’obiettivo è stato definito il narcotraffico. A sostenerla c’è il Comando Sud delle forze armate degli Stati Uniti (SOUTHCOM), ed è evidente come l’azione di Noboa sia concertata con Washington: l’obiettivo è scaricare all’esterno le difficoltà dell’attuale governo, e allo stesso tempo offrire alla narrazione di Trump una sponda.

La Casa Bianca ha già usato il tema del narcotraffico per sequestrare il presidente venezuelano Maduro, e sembra che la giustizia stelle-e-strisce stia preparando simili accuse anche nei confronti de L’Avana. Petro e il Pacto Historico sono gli altri obiettivi di questa offensiva contro ogni resistenza antimperialista in America Latina, in vista delle presidenziali che si terranno il prossimo 31 maggio.

Delegazioni dei due paesi si incontreranno il prossimo 24 e 25 marzo a Quito, con la mediazione della Comunità Andina. Intanto, però, il ministro della Difesa colombiano, Pedro Sánchez, ha annunciato il dispiegamento di truppe nella zona di confine dove è stato ritrovato l’ordigno inesploso.

La situazione rischia di scaldarsi ulteriormente, e questo potrebbe essere uno degli obiettivi della coalizione tra Ecuador e USA: esercitare una larga pressione sul controllo dei confini da parte di Petro, in modo tale da indebolire la sua posizione in vista del voto.

Fonte

15/03/2026

Ecuador - Sospesa la sinistra di Correa

Il Tribunale per le controversie elettorali (TCE) dell’Ecuador ha ufficialmente sospeso per nove mesi Rivoluzione Cittadina, la formazione guidata dall’ex presidente Rafael Correa. L’accusa è quella di aver ricevuto “fondi illegali” dal Venezuela, per finanziare la campagna presidenziale di Luisa Gonzalez, poi persa contro l’attuale presidente Daniel Noboa nel 2023.

Il caso è nato dall’inchiesta denominata “Caja Chica”, sollevata dal procuratore generale ad interim Carlos Alarcón. Il caso poggia in gran parte sulle dichiarazioni di Santiago Díaz, ex responsabile della campagna di Correa ed ex deputato, figura però aspramente contestata dai progressisti.

Díaz, espulso dal partito dopo un’accusa di violenza su minore, ha sostenuto di aver trasferito denaro da Caracas su ordine di Correa, pur senza fornire alcuna prova documentale. Per l’ex presidente Correa, si tratta di un chiaro atto di persecuzione politica volto a screditare il movimento in vista delle prossime scadenze elettorali. Mancano tre anni alle presidenziali, ma la sospensione potrebbe impedire la partecipazione a scadenze locali.

Con uno sguardo più ampio, l’attacco di Noboa al partito di Correa deve essere inteso come un tassello dell’aggressione imperialista che gli Stati Uniti stanno perpetrando contro il “socialismo del XXI secolo” dell’America Latina: prima il Venezuela bolivariano, poi l’assedio di Cuba, e ora l’Ecuador, in attesa delle presidenziali colombiane.

Noboa ha consolidato un’alleanza strategica con l’amministrazione statunitense di Donald Trump, puntando tutto su misure economiche antipopolari, gestite attraverso un’agenda di ferro sul lato della dialettica politica interna, giustificata ancora una volta con la lotta al “narcotraffico”.

Carta usata strumentalmente e tradizionalmente dagli Stati Uniti nella proiezione del proprio controllo sull’America Latina, la questione del traffico di droga è stata usata anche da Noboa stesso per imporre dazi alle merci colombiane, dal primo febbraio scorso. Bogotà ha risposto in maniera speculare.

Proprio domani, il 15 marzo, prenderanno il via una serie di operazioni militari congiunte con gli USA, un passo che sta sollevando non poche polemiche interne. Questo perché, appena qualche mese fa, un referendum ha bocciato la presenza di basi militari stelle-e-strisce su suolo nazionale, mentre Noboa sta procedendo spedito verso una cooperazione militare sempre più stretta con Washington.

I sostenitori di Correa denunciano una deriva autoritaria pericolosa, in cui l’attuale presidente usa il potere giudiziario per fare tabula rasa delle opposizioni. Ed è paradossale che la coalizione di governo, guidata da Azione Democratica Nazionale, rivendichi la necessità di ripulire le istituzioni dalle influenze straniere e condotte “anti-nazionali”, mentre si piega all’establishment statunitense.

Qui di seguito il comunicato di Rivoluzione Cittadina.

*****

L’Ecuador sta attraversando uno dei momenti più bui della sua democrazia

Un giudice del Tribunale Elettorale intende sospendere la Rivoluzione Cittadina per nove mesi, su richiesta della Procura, dimostrando ancora una volta la sua intenzione di mettere a tacere la principale forza di opposizione del Paese, che rappresenta milioni di ecuadoriani.

L’intento è chiaro: impedirci di partecipare con il nostro voto alle prossime elezioni locali, poiché il periodo di sospensione che intendono imporre coincide con il processo di registrazione dei candidati. Qualcuno dubita ancora che viviamo in una dittatura? Nessun giornalista, accademico, politico o attivista sociale che si dichiari difensore della democrazia può rimanere in silenzio di fronte a una simile aberrazione giudiziaria.

Quando il potere usa il sistema giudiziario per eliminare l’opposizione, ciò che è in gioco non è più un movimento politico: è la democrazia stessa. Oggi cercano di mettere a tacere noi; domani potrebbe toccare a chiunque osi alzare la voce. Oggi hanno persino usato carri armati e forze militari per intimidire la gente comune a Quito, mentre il Paese sanguina ogni giorno a causa dell’insicurezza.

Ma nessuno si illuda: la Rivoluzione Cittadina non si arrenderà. Intraprenderemo tutte le azioni legali e democratiche necessarie per difendere i nostri diritti e quelli di milioni di ecuadoriani. La nostra forza più grande non risiede nei tribunali controllati da chi detiene il potere, ma nella coscienza di un popolo che comprende ogni giorno meglio ciò che sta accadendo. Qui continuerete a trovarci, fermi e dignitosi.

Siamo milioni. Siamo il seme. Siamo la resistenza.

Quito, 6 marzo 2026.

Fonte

18/11/2025

Non passano i referendum in Ecuador: una sconfitta per Noboa... e per Trump

In Ecuador sono naufragati i quattro quesiti referendari che il presidente Daniel Noboa aveva proposto. Votazioni su quesiti che avevano una doppia natura reazionaria: da una parte avrebbero permesso di riscrivere le regole del gioco democratico del paese, dall’altro avrebbero aperto le porte alla presenza militare statunitense.

Noboa, con la sua Azione Democratica Nazionale, aveva vinto le presidenziali dello scorso aprile con molte polemiche sollevate sui risultati da parte della sfidante Luisa González, di Revolucion Ciudadana (Rivoluzione dei Cittadini), il partito progressista che aveva governato il paese con Rafael Correa. Noboa confermava il mandato ottenuto nell’aprile 2023, durante il quale il suo governo si era contraddistinto per i caratteri repressivi e neoliberisti.

Uno dei suoi cavalli di battaglia fino a oggi è stata la “lotta alle organizzazioni del narcotraffico”, tanto da arrivare a dichiarare lo stato di “conflitto armato interno” a inizio 2024. Ma oltre che cavallo di battaglia, è stato soprattutto un cavallo di troia per la militarizzazione della vita del paese, mentre le proteste dei lavoratori sfruttati venivano represse.

Dopo l’elezione di aprile, Noboa ha tentato di cambiare alle fondamenta la cornice costituzionale dell’Ecuador stesso. Tre quesiti referendari l’avrebbero di fatto svuotata: uno sulla proibizione di basi militari straniere sul territorio ecuadoriano, uno sulla riduzione del numero dei parlamentari, uno sull’eliminazione dei finanziamenti pubblici ai partiti.

C’era poi una quarta domanda, un quesito di Consulta popolare per la convocazione di una nuova Assemblea costituente allo scopo di redigere una nuova Costituzione. Appare chiaro il doppio binario su cui si voleva muovere Noboa: aprire il proprio paese agli USA, e tratteggiare un nuovo “sistema di regole” che seppellisse l’architettura istituzionale dell’era di Rafael Correa.

Tutti e quattro i questi referendari sono stati respinti dal popolo ecuadoriano. Va sottolineato che la proposta di una nuova Assemblea costituente ha ricevuto oltre il 60% di no, e la possibilità di accettare basi militari stranieri ha visto addirittura oltre i due terzi dei votanti contrari. Quest’ultimo nodo è in stretta connessione con il cambio di indirizzo strategico statunitense.

La dottrina trumpiana ha deciso di dedicare maggiore attenzione all’America Latina, tradizionale “cortile di casa” dell’imperialismo stelle-e-strisce. Uno degli strumenti che sta venendo utilizzato – contro Venezuela e Colombia – è proprio quello della lotta al narcotraffico, caro anche a Noboa. I due presidenti, quello ecuadoriano e quello statunitense, si sono pure incontrati nel marzo scorso.

La Casa Bianca guardava con interesse alla presenza di una base presso Manta e Salinas, ma la Costituzione del 2008 impedisce di avere basi straniere sul territorio dell’Ecuador. Cancellare questo divieto avrebbe aperto la strada alle forze armate statunitensi, con la vittoria strategica di un nuovo solido presidio militare in Sud America, dopo aver già ottenuto un ampliamento del proprio dispiegamento a ridosso del Canale di Panama.

Ma per ora, questa possibilità è scongiurata. Ciò non toglie il fatto che il governo ecuadoriano continua la propria politica antipopolare, e che i rischi di un pesante condizionamento straniero, con danni per l’intera America Latina, rimangono alti.

Fonte

18/04/2025

Ecuador - Un risultato elettorale più che dubbio

In Ecuador si è svolto il secondo turno delle elezioni presidenziali ecuadoriane, tra l’attuale presidente Daniel Noboa, di Azione Democratica Nazionale e la candidata della Rivoluzione dei Cittadini, Luisa González.

Va ricordato che il primo turno di domenica 9 febbraio si era concluso con un pareggio tecnico tra Noboa (4:527.606 voti = 44,17%) e Luisa González (4:510.860 voti = 44%).

Allo stesso modo, tutti i sondaggi precedenti prevedevano un nuovo pareggio tecnico e gli exit poll prevedevano una vittoria di González con un margine compreso tra il 3% e il 5%.

Previsioni logiche tenendo conto del sostegno a questo secondo turno del Movimento di Unità Plurinazionale Pachakutik, che ha ottenuto il 5% dei voti al primo turno.

Risultato “sorprendente” o peggio?

Secondo il Consiglio Nazionale Elettorale dell’Ecuador, il risultato con il 97,73% dei voti scrutinati indica che Noboa ha vinto con il 55,63% contro il 44,37% di González.

La differenza tra il primo e il secondo turno è passata da 17mila a più di un milione di voti.

Ciò ha portato alla denuncia della candidata Luisa González per brogli e alla richiesta che sia il conteggio finale che il precedente processo elettorale fossero indagati.

Se prendiamo in considerazione i risultati dei sondaggi dei giorni precedenti, possiamo dire che il risultato è sorprendente.

Ma se lo confrontiamo con gli exit poll effettuati con le testimonianze dei primi elettori nei circuiti, possiamo parlare di un risultato insolito e poco credibile, che ci costringe a rivedere le lamentele su quanto accaduto nei giorni precedenti e il giorno del voto.

Nei giorni precedenti sono accadute alcune cose:

- Il rifiuto di Noboa di rispettare l’obbligo di richiedere una licenza normativa dalla sua posizione per poter fare campagna elettorale e quindi impedire alla vicepresidente Verónica Abad di assumere la presidenza, con la quale ha forti differenze.

- Una propaganda ufficiale che utilizza fino a quattro volte al giorno la rete nazionale nei giorni in cui era in vigore il silenzio elettorale.

- Uso di denaro pubblico per finanziare le visite guidate del candidato del partito di governo.

- Proibizione del voto agli ecuadoriani residenti in Venezuela, che erano in modo schiacciante favorevoli all’opposizione al primo turno.

- Dichiarazione dello stato di emergenza per 60 giorni in metà del paese con sospensione dei diritti di riunione, libera circolazione, inviolabilità del domicilio e della corrispondenza; Per coincidenza, nella regione in cui l’opposizione ha ottenuto il suo miglior voto.

Nel giorno delle elezioni

- Espulsione dei delegati dell’opposizione da alcuni seggi elettorali.

Alcune reazioni nella regione

L’OSA, che ha inviato osservatori alla legge elettorale, pur non mettendo in discussione il risultato della stessa, ha dichiarato nel suo rapporto di “aver osservato con preoccupazione che il processo elettorale è stato caratterizzato da condizioni di iniquità durante la campagna” e ha anche osservato che c’è stato un “uso improprio delle risorse pubbliche e dell’apparato statale per scopi di proselitismo”.

Va notato che non tutte le dichiarazioni dei governanti progressisti nella regione erano dello stesso tenore.

Mentre Lula, Orsi e Boric si congratulavano con il popolo ecuadoriano e con il candidato trionfante, il presidente del Messico e il presidente della Colombia non hanno fatto lo stesso.

Claudia Sheinbaum nella sua conferenza stampa del 16 è stata categorica nell’affermare che il Messico non riprenderà le relazioni diplomatiche con l’Ecuador finché Daniel Noboa ne è il presidente, poiché è stato responsabile dell’invasione dell’ambasciata messicana in Ecuador e dell’arresto di Jorge Glas che vi si rifugiava (1)

Da parte sua, Gustavo Petro ha dichiarato il 15 di aver ricevuto notizie preoccupanti sulle elezioni in Ecuador. “In sette province è stato decretato lo stato di emergenza. L’esercito dirigeva il giorno delle elezioni, i seggi elettorali durante le elezioni e il conteggio dei voti. Non ci sono elezioni libere in uno stato d’assedio. Non riesco a riconoscere le elezioni in Ecuador”. Ha ritenuto che il governo ecuadoriano “debba consegnare i verbali di ogni tavolo da verificare”, come ha chiesto dopo le elezioni in Venezuela (2)

Credo che queste dichiarazioni di Petro siano le più appropriate e coerenti di fronte a una situazione come quella che sta attraversando l’Ecuador, e dovrebbero essere accompagnate da tutti i leader progressisti della nostra regione.

Note

(1) Jorge Glas era vicepresidente dell’Ecuador nel governo di Rafael Correa.

(2) Petro lo aveva richiesto insieme ai presidenti del Brasile e del Messico; Lula e Andrés Manuel López Obrador

Fonte

14/04/2025

Ecuador - Vittoria inaspettata e ampia di Noboa. Gonzaléz contesta il risultato

Il Consiglio Elettorale Nazionale dell’Ecuador ha proclamato la vittoria del presidente uscente di destra Daniel Noboa alle elezioni presidenziali, dopo un netto vantaggio sulla candidata di sinistra Luisa González. Con il 92% delle urne scrutinate, Noboa ha ottenuto il 55,8% dei voti, contro il 44,1% della sfidante, con un margine superiore al milione di preferenze.

I dati, giudicati “irreversibili” dalla presidente del Consiglio elettorale Diana Atamaint, hanno segnato un divario sorprendente rispetto al primo turno dello scorso febbraio, quando Noboa superò González per poco più di 16.000 voti. L’ampiezza dello scarto ha alimentato sospetti e polemiche tra i sostenitori dell’opposizione.

González, parlando ieri sera a Quito ai suoi simpatizzanti, ha rifiutato di riconoscere la sconfitta. “È il peggiore e più grottesco broglio elettorale nella storia dell’Ecuador”, ha dichiarato, annunciando la richiesta di un riconteggio e dell’apertura delle urne. “Mi rifiuto di credere che un popolo preferisca la menzogna alla verità, la violenza alla pace e all’unità”, ha aggiunto.

Anche l’ex presidente Rafael Correa, mentore politico di González, è intervenuto sui social definendo i risultati “impossibili” e denunciando presunte irregolarità. Già nei giorni scorsi, Correa aveva lanciato l’allarme sul rischio che il governo in carica potesse rifiutarsi di lasciare il potere in caso di sconfitta.

Dall’altra parte, Noboa ha ringraziato i suoi elettori definendo il risultato “indiscutibile” e frutto del lavoro svolto soprattutto nelle sette province del litorale, dove ha concentrato la campagna con operazioni militari contro la criminalità e aiuti diretti a famiglie e imprese.

Nella capitale Quito la tensione resta alta. A Guayaquil e lungo la costa centinaia di sostenitori di Noboa sono scesi in strada tra bandiere e cori, celebrando quella che considerano una conferma della linea dura contro l’insicurezza e la crisi economica.

La proclamazione ufficiale dei risultati definitivi è attesa nei prossimi giorni. Nel frattempo, si profila un acceso braccio di ferro politico e legale attorno alla legittimità del voto.

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09/04/2025

Ecuador - “Queste elezioni potrebbero rappresentare l’ultima possibilità per il Paese”

di Geraldina Colotti

Il 13 aprile, Luisa González, candidata alla presidenza dell’Ecuador per la Revolución Ciudadana affronterà al ballottaggio il banchiere Daniel Noboa, figlio dell’uomo più ricco dell’Ecuador, sostenuto dal Comando Sud degli Stati Uniti in quanto “trumpista di ferro”: agli ordini del tycoon non solo per ricevere i migranti deportati, ma anche per accogliere le basi militari statunitensi, a cui i governi di Rafael Correa non avevano rinnovato le concessioni. Nelle urne, si scontrano due diversi modelli di paese; e se Luisa González non riuscisse a diventare la prima donna presidente dell’Ecuador, “non ci sarà più nulla a cui aggrapparsi per risalire il precipizio”, ci ha detto Gabriela Rivadeneira. Ex Presidenta del Parlamento ecuadoriano, Rivadeneira dirige oggi l’Istituto Eloy Alfaro per la Democrazia (Ideal) un centro di ricerca, di confronto e di formazione “di nuovi leader politici per l’America Latina”. Ideal, il cui presidente è l’ex capo di stato ecuadoriano, Rafael Correa, conta su prestigiosi collaboratori internazionali. Con Gabriela, che ha ottenuto asilo politico in Messico a causa delle persecuzioni seguite al ritorno del neoliberismo in Ecuador, abbiamo parlato delle elezioni presidenziali, a pochi giorni dal ballottaggio del 13 aprile.

Siamo a ridosso del 13 aprile, il secondo turno delle elezioni presidenziali. Un appuntamento cruciale per il destino del paese ma anche per quello del continente. Come si sta preparando l’Ecuador? Quali sono le aspettative?

Dopo otto anni, il persistente attacco alle istituzioni ha comportato anche il rapido e radicale impoverimento di gran parte della popolazione, l’Ecuador è passato dall’essere il secondo paese più sicuro del continente, all’essere quello più violento e insicuro. Penso che ciò abbia scosso profondamente anche il tessuto sociale e popolare. Andremo al ballottaggio tra Luisa González, candidata della Revolución Ciudadana, che potrebbe diventare la prima donna presidente dell’Ecuador, e il banchiere Daniel Noboa, figlio dell’uomo più ricco del paese. Vale a dire che l’Ecuador, in questo preciso momento e in queste elezioni, si trova di fronte ai due poli opposti che emergono in tutta la regione. Da una parte, l’imposizione di un “diritto” sempre più irrazionale, sempre più violento, dall’altra la possibilità di ricostruire un vero stato di diritto. Vale a dire che oggi non aspiriamo nemmeno a radicalizzare un processo politico, ma semplicemente a recuperare lo Stato affinché possa essere utile a soddisfare i bisogni immediati della popolazione. Questa elezione è cruciale perché ci troviamo davvero in un momento di profonda crisi, una crisi multidimensionale. Se non riusciremo a far sì che il popolo ecuadoriano prenda subito una decisione per cambiare direzione, temo che in seguito sarà troppo tardi: perché non ci sarà più nulla a cui aggrapparsi, non abbiamo più nulla a cui aggrapparci all’interno del processo politico nazionale.

Noboa si è incontrato con Trump per discutere le modalità del ritorno delle forze statunitensi e la costruzione della nuova base navale a Manta. C’è il rischio di brogli?

Sì, con il pretesto di garantire la “sicurezza” di Noboa e dello Stato ecuadoriano, sono presenti nel paese il Dipartimento di Stato, il Comando Sud, la DEA e anche i mercenari della ex Blackwater. Ciò che sta accadendo è estremamente pericoloso, perché si tratta anche di una configurazione che si sta “naturalizzando”. La sfida è quella di non permettere che ciò avvenga, prima che sia troppo tardi.

In Europa è presente un alto numero di migranti ecuadoriani: in Spagna, Italia e Germania. Quale messaggio vuole inviare a questi elettori in un momento così complicato per la mobilità dei migranti?

Vorrei innanzitutto esprimere loro la mia gratitudine, perché i migranti hanno sempre dato un voto molto consapevole al processo politico e perché stanno vivendo momenti complessi, non solo in Ecuador, ma in tutto il mondo. C’è una situazione di guerra, una situazione di instabilità, di disperazione. In questo senso, i voti dei migranti, e in particolare quelli degli ecuadoriani migranti all’estero, ci hanno dato una lezione di saggezza e di resilienza. Ci auguriamo che questa volta non sarà diverso.

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18/11/2024

Ecuador - Manifestazioni e scioperi per un Paese in caduta libera

Venerdì 15 novembre in Ecuador si sono registrate mobilitazioni popolari in buona parte del paese. Nella città di Quito, Guayaquil, Cuenca e Latacunga migliaia di studenti, lavoratori e lavoratrici, precari, docenti ed altri settori della società civile hanno manifestato contro il governo Noboa, reo di una pessima gestione politica ed economica nel suo anno di presidenza. A convocare le mobilitazioni due piattaforme composte dai sindacati, dalle organizzazioni studentesche, dai collettivi femministi e dal movimento indigeno. Nella capitale due grandi cortei hanno attraversato le principali arterie cittadine. Dalle 15 alle 16, in due parti della città, si sono concentrati circa 7000 manifestanti con l’obiettivo di raggiungere la centralissima piazza della Repubblica, sede della presidenza. Si sono registrati anche scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine che hanno arrestato 4 manifestanti, poi liberati durante la notte. Il movimento indigeno, che in un primo momento aveva fatto intendere di voler raggiungere la capitale, ha poi deciso di realizzare cortei nella zona interna del Paese, dove ha più radicamento come nelle regioni del Chimborazo e del Cotopaxi, in particolare. Come e perché si è giunti a questa grande giornata di mobilitazione popolare?

Crisi Energetica, idrica e aumento della disoccupazione

In Ecuador la crisi energetica ha già compiuto un anno e poco più. Dallo scorso 26 ottobre 2023, nel paese si registrano black-out giornalieri. L’allora Ministro Santo Alvite del governo neoliberista di Guillermo Lasso annunciò che si sarebbero realizzati dei razionamenti di energia elettrica a livello nazionale. Da allora i razionamenti sono all’ordine del giorno. Ogni settimana gli ecuadoriani ricevono la programmazione settimanale dei razionamenti di energia elettrica con orari, zone e settori della propria città. Si interrompe la fornitura di energia elettrica anche per 12 ore al giorno ed in alcune regioni del paese, come Santo Domingo de los Tsáchilas ed Esmeraldas si sono registrati picchi fino a 16 ore giornaliere. Nella città di Ambato, nel centro dell’Ecuador, l’intero settore industriale, con le sue 100 imprese cittadine, ha annunciato nella giornata del 13 novembre, un black-out di 64 ore consecutive. Secondo le stime fornite dalla Camera di Commercio di Guayaquil una settimana di razionamenti di energia elettrica di 8-9 ore al giorno genera una perdita economica pari a 700 milioni di dollari del settore formale a livello nazionale con una perdita di 2/3 della produzione nazionale.

Questa crisi ne genera un’altra quella sociale, in un paese in cui delinquenza e criminalità aumentano a vista d’occhio. Secondo le fonti del Ministero del Lavoro, solo nel mese di settembre di quest’anno sono stati licenziati 4000 lavoratori dai vari settori produttivi e commerciali del paese.

A questa crisi se ne aggiunge un’altra e cioè quella idrica. Anche per l’acqua ci sono razionamenti di 4 ore al giorno nelle varie regioni del paese, però la EMAAP, l’Ente Nazionale che gestisce l'erogazione d’acqua ha già allertato la popolazione che se la situazione continua cosi, in dicembre non ci sarà più acqua sufficiente e quindi aumenteranno i razionamenti anche per 8 ore al giorno. In questo scenario si registra un incremento di acquisti di generatori elettrici in tutto l’Ecuador. Secondo i dati della Banca Centrale dell’Ecuador, dal mese di gennaio del 2024 al mese d’agosto dello stesso anno, si sono importati 5990 tonnellate di generatori elettrici. Il numero rappresenta una crescita del 210% rispetto al 2023.

Crisi Politica

Tre avvenimenti da annoverare nel campo politico fanno presagire un ulteriore crisi politica nel paese e un crescere di tensioni tra il potere esecutivo e quello legislativo. La prima è datata 10 novembre quando il Tribunale Contenzioso Elettorale dell’Ecuador ha negato la candidatura di Jan Topic accogliendo la richiesta del Partido Social Patriottico e Pachakutik. Secondo i giudici del Tribunale, per il già candidato presidenziale del partito SUMA, esiste un presunto conflitto d’interessi considerando che l’imprenditore ha contratti con istituzioni dello stato. Sebbene lo stesso abbia venduto gran parte delle azioni delle tre imprese Telconet, Megadatos e Consorcio Tránsito che hanno contratti con lo stato, l’imprenditore, secondo i giudici, ha un “controllo effettivo” di queste imprese e del beneficiario finale. Topic, secondo i sondaggi di inizio novembre si attestava a un 15% di intenzioni di voto e il suo consenso era in aumento negli ultimi due mesi. Nello stesso periodo il consenso del presidente della Repubblica, Daniel Noboa – nuovamente candidato per le elezioni presidenziali del 2025 – si assottigliavano.

L’altro avvenimento è datato 12 novembre quando il Il Presidente della Repubblica, ha sospeso per 5 mesi senza retribuzione la vicepresidenta Verónica Abad per abbandono ingiustificato sul posto di lavoro per tre giorni, come previsto dall’articolo 48 della Legge Organica del Servizio Pubblico. Misura criticata duramente dalla stessa vicepresidente che attraverso le reti sociali non ha risparmiato parole forti contro il primo mandatario colpevole di una deriva autoritaria per la democrazia ecuadoriana. Pronta la risposta del Presidente che ha poi deciso di licenziarla definitivamente e di nominare al suo posto Sariha Moya che eserciterà quest’incarico per i prossimi 5 mesi.

Infine le due votazioni tra il 13 e 14 novembre dell’Assamblea Nazionale. In una votazione l’Organo Legislativo con 75 voti contrari, 38 a favore e 20 astenuti ha detto no al giudizio penale contro la vicepresidente, mentre con un’altra votazione con 86 voti a favore, 27 contrari e 5 astenuti ha detto no alla sospensione della vicepresidente dal suo incarico. Questi due ultimi atti hanno creato un ulteriore tensione tra il potere legislativo ed esecutivo.

Ennesima crisi carceraria

Nella giornata del 12 novembre si è registrata un nuovo massacro nel sistema penitenziario di Guayaquil con l’uccisione di 15 detenuti e 14 feriti. Ma le cifre, secondo la stampa, potrebbero aumentare. Quella di martedì è il massacro carceraio più grave dell’anno 2024 che si aggiunge ai 15 precedenti cominciati dal 2021. Nel biennio 2021 – 2022 i morti nelle carceri per massacri interni sono stati 419. Eppure negli ultimi mesi, c’è stata la militarizzazione dell’intero sistema penitenziario nazionale da parte delle Forze Armate dell’Ecuador. Sorprende come sia potuto avvenire quest’ultimo atto drammatico a Guayaquil.

Mobilitazioni e sciopero nazionale

In questo drammatico scenario e in un paese in caduta libera, il Presidente Nazionale della CONAIE, Leonidas Iza ha convocato mobilitazioni nei territori di tutta la nazione per venerdì 15 novembre. Durante la conferenza stampa dello scorso martedì, il leder indigeno ha dichiarato che bisogna creare unità tra lavoratori, contadini, sindacati e popoli indigeni di fronte al pericolo delle politiche neoliberiste. Il suo invito all’unità si è diretto in particolare alla Federazione Unitaria dei Lavortori (FUT) affinché si costruisca un’alleanza comune contro il neoliberismo per i prossimi mesi. La stessa FUT ha proclamato un altro sciopero nazionale per il 21 novembre in occasione dei 102 anni del famoso massacro contro i 1500 lavoratori nella città di Guayaquil in un 21 novembre del 1922. Questo evento tragico della storia dell’Ecuador, ha ispirato il militante comunista, nonché scrittore ecuadoriano Joaquìn Gallegos Lara che nell’anno 1946 scrisse la famosa opera “Le croci sull’acqua”, oggi considerata un’opera classica della letteratura ecuadoriana. La FUT, tuttavia parteciperà anche alla mobilitazione del giorno 15 insieme ad altre sigle sindacali come l’Unione Generale dei Lavoratori (UGTE) che si somma allo sciopero nazionale.

La CONAIE ha emanato un comunicato, dopo l’Assemblea dei Popoli e delle Organizzazioni Sociali, in cui ha presentato 9 petizioni tra le quali ci sono:

1) Azioni immediate per terminare l’estrazione illegale dei minerali

2) Trasparenza nelle contrattazioni con le imprese elettriche

3) Esortazione verso le Forze Armate affinché rispettino la Costituzione e non appoggino una deriva autoritaria e dittatoriale dello stato ecuadoriano

4) Stabilità e protezione per i lavoratori di fronte al licenziamento illegittimo in mezzo ad una crisi energetica

5) Pagamento del debito sociale e delle tasse per i grandi gruppi evasori

Fonte

09/04/2024

L’Ecuador invade militarmente l’ambasciata messicana per sequestrare un rifugiato politico

Nella notte di venerdì scorso forze speciali di polizia hanno fatto irruzione nell’ambasciata messicana di Quito per arrestare l’ex-vicepresidente del periodo progressista, Jorge Glas, calpestando le più elementari norme del diritto internazionale e la sovranità messicana.

Dopo aver scontato 5 anni di carcere a seguito del golpe giudiziario con cui la destra si riprese il controllo del governo nel 2017, Glas risiedeva all’interno dell’ambasciata messicana con lo status di rifugiato politico di fronte a nuove condanne che lo volevano traslare nuovamente in carcere.

Sentenze eseguite senza il rispetto delle basi del diritto, come riconosciuto dal tribunale federale del Brasile, tanto da aprire una chiamata generale contro la persecuzione politica presente in Ecuador.

Un atto che può essere considerato facilmente una dichiarazione di guerra da qualsiasi Paese al pari, per capirsi, del bombardamento dell’ambasciata iraniana a Damasco – di fronte a violenza esercitata non solo sul suolo dell’ambasciata quanto anche sui rappresentanti diplomatici messicani presenti, a soli due giorni dall’espulsione dal Paese dell’ambasciatrice messicana.

Espulsione derivante dal risentimento del governo ecuadoriano davanti alle parole del presidente messicano Amlo Lopez Obrador, che aveva evidenziato come l’uccisione del candidato ecuadoriano Fernando Villavicencio avesse favorito la destra durante le ultime elezioni ecuadoriane.

Nonostante egli fosse agli ultimi posti nei sondaggi era infatti un riconosciuto giornalista anti-Correista e i sospetti furono facilmente direzionati dai media contro le forze progressiste.

Un assassinio politico che sembra però eseguito da principianti dato che gli esecutori del gesto, tutti arrestati, furono trovati morti nelle loro celle in carcere pochi giorni dopo, proprio mentre stavano emergendo vincoli tra alcuni clan criminali che li avrebbero assoldati e il governo di destra in carica.

Il nuovo Ecuador dell’oligarca Noboa, sotto l’ala militare e operativa statunitense, incrementa la propria involuzione autoritaria, mentre il sicariato e la violenza nel Paese continuano ad aumentare.

Nel caos generato da una situazione securitaria sempre più grave, nonostante mesi di militari nelle strade e centinaia di arresti di minorenni dei quartieri popolari, si assiste ad un giro di vite feroce per abbattere l’opposizione, ancora primo partito del Paese, e reprimere le organizzazioni sociali.

Nelle ultime settimane sono stati uccisi tre amministratori pubblici del partito progressista Revolucion Ciudadana. Tra i quali spicca quella che era la sindaca più giovane del Paese, eletta a soli 27 anni.

Il suo omicidio è stato fatto passare dalla stampa in modo rivoltante come “delitto passionale”, nonostante il giudice che segue il caso abbia rifiutato questa ipotesi. Un vecchia tattica tipica, anche alle nostre latitudini, nei delitti di mafia o politici.

Contemporaneamente nuove rivelazioni di “testimoni chiave” starebbero alimentando le inchieste giudiziarie tutte volte a coinvolgere esponenti del mondo progressista con le inchieste sul narcotraffico.

Un’accelerazione, da parte della destra oligarchica, che dopo aver aperto le proprie frontiere a personale militare degli Stati Uniti si avvia ad un referendum con l’obiettivo di unire il superamento di norme elementari dello stato di diritto, proponendo l’impunità per tutte le forze dell’ordine, con una riforma neoliberale che prevede la possibilità di stipulare contratti di lavoro di una sola ora.

Azioni di protesta si sono svolte di fronte alle ambasciate ecuadoriane in vari paesi dell’America Latina, mentre Bolivia e Nicaragua stanno avviando le procedure per interrompere le relazioni diplomatiche con l’Ecuador in sostegno al Messico.


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23/02/2024

Ecuador atto finale: si chiude la cintura militare statunitense nella regione

L’Ecuador approva il trattato militare con gli Stati Uniti, “caldamente” consigliato da parte dei diplomatici a stelle e strisce che si sono affannati a visitare il Paese in queste settimane. Un accordo che segue l’intento di riprendere il controllo del continente, cercando di spezzare le esperienze progressiste degli ultimi decenni e garantendo uno spazio di manovra militare privo di presenze di altre potenze indesiderate.

Poco dopo l’assunzione della direzione del Comando Sur, il braccio militare USA che opera in America Latina, fu la stessa comandante Laura Richardson a dichiarare candidamente in conferenza stampa quanto fosse “strategico” per gli USA riprendere controllo di importanti materie prime, soprattutto il litio, togliendole ai rivali cinesi e russi offrendo il proprio supporto alle multinazionali yankee nella regione.

Ma la collocazione geografica del Paese lo rende strategico soprattutto per le sua acque territoriali che, grazie alla presenza delle isole Galapagos, si estendono per migliaia di chilometri nell’Oceano Pacifico di fatto collidendo con quelle di altri Paesi del Centro America come la Costa Rica, chiudendo una sorta di semicerchio che include Colombia e Panama.

Una posizione preziosa soprattutto rispetto al canale di Panama ma che ancor di più serve agli Usa per blindare i confini meridionali del proprio “giardino di casa” puntando a cancellare i posizionamenti politici indipendenti dalla volontà USA che i governi progressisti hanno messo in campo negli ultimi due decenni.

L’Ecuador è l’ultima parte di una catena di trattati militari stipulati negli ultimi anni tra i Paesi del Pacifico meridionale e gli Stati Uniti. Infatti sia il Perù che il Cile hanno rafforzato la propria collaborazione militare con il Nord America negli ultimi anni. Quest’ultimo, con un accordo di collaborazione militare stipulato nel 2016 e in gran parte segreto, ha avviato varie esercitazioni congiunte nel mare antartico.

Il trattato

Il presidente Noboa ha firmato il trattato di “collaborazione militare” con gli USA, dopo che la Corte Costituzionale del Paese andino lo aveva giudicato costituzionale nelle scorse settimane.

La decisione della Corte ha impedito di fatto la discussione del trattato nell’Assemblea nazionale dove probabilmente si sarebbe arenato o sarebbe stato direttamente bocciato dato che il primo partito per numero di voti resta il progressista Revolución Ciudadana profondamente contrario.

Il trattato è infatti stato stipulato dal precedente governo del banchiere Lasso e mai discusso in Parlamento, sfruttando il semestre bianco generato dallo scioglimento delle camere che ha portato alle elezioni anticipate e all’attuale governo di Noboa. Un uso spregiudicato di leggi e istituzioni per temi così delicati.

L’accordo in questione determina una collaborazione militare con la scusa di combattere il narcotraffico, permettendo operazioni militari USA sul suolo e nelle acque ecuadoriane. A questo si aggiunge una lunga lista di immunità e privilegi fiscali a tutti i militari e contrattisti statunitensi in missione nel paese. Sono previsti oltre 95 milioni di dollari in 5 anni, presenza di consiglieri militari nel Paese e programmi di addestramento per ecuadoriani negli Stati Uniti.

Non è il primo atto di cessione di sovranità del Paese, nella primavera dello scorso anno l’Ecuador ha di fatto ceduto il controllo di un’immensa porzione di acque territoriali ad un fondo finanziario con sede negli USA in cambio di uno sconto sul proprio debito pubblico. Azione salutata da molti come una rivoluzione della finanza verde: il greenwashing non copre solo la solita speculazione ma anche manovre di posizionamento strategico.

L’Ecuador torna quindi ad aprire le proprie porte alla presenza statunitense, dopo che il decennio progressista diretto da Correa era riuscito a liberarsi della basa militare nordamericana sul proprio suolo, a togliere il controllo dell’ambasciata USA su servizi segreti e polizia e ad abbassare drasticamente il livello di criminalità nel Paese attraverso una strategia che univa politiche sociali e rafforzamento delle istituzioni, raggiungendo sorprendentemente il secondo posto come Paese più sicuro del continente in pochi anni.

Per sancire in forma ancora più chiara il completo allineamento con il gendarme del continente, Noboa ha dichiarato che l’equipaggiamento delle forze armate attualmente di origine russa sarebbe stato devoluto al governo ucraino in cambio di 200 milioni di dollari di nuovo equipaggiamento made in USA. Una decisione che ha portato le relazioni diplomatiche con la Russia sull’orlo della rottura.

Nell’ultima settimana infatti il Cremlino ha bloccato le importazioni dall’Ecuador, generando perdite per milioni di dollari ai principali settori esportatori ecuadoriani, considerando che la Russia è il terzo partner commerciale del Paese. Il colpo è stato così duro che lo stesso presidente Noboa nelle ultime ora ha dovuto fare una acrobatica marcia indietro, smentendo la propria precedente dichiarazione. La sudditanza politica e il dilettantismo si pagano salati.

Il contesto di violenza e caos

La decisione della Corte sulla costituzionalità del trattato avviene durante la condizione di conflitto armato interno al Paese dichiarato il passato 9 gennaio e che determina uno stato di emergenza permanente con uso dell’esercito per operazioni di polizia interna.

A fronte però dei migliaia di operativi di queste settimane, soprattutto nei quartieri popolari, nessun leader delle bande narcos definite obiettivi militari è stato catturato.

Le operazioni hanno visto numerosi casi di violazione della dignità umana, dei diritti minimi delle persone con scene di tortura filmate dagli stessi militari in azione e persecuzione nei confronti della popolazione nera e con tatuaggi. Gli arresti di questi giorni vedono una spaventosa percentuale di minorenni.

In tutto ciò il leader della banda più grande del paese, alias Fito, evaso platealmente dal carcere a inizio gennaio sembrerebbe attualmente rifugiato in Colombia. Paese con la più alta presenza di intelligence, agenzie antidroga e forze armate statunitensi della regione e la cui principale banda narcos-criminale, il Clan del Golfo, è evoluzione diretta dei paramilitari creati per combattere la guerriglia ed eliminare fisicamente la sinistra del Paese.

Oggi quegli stessi cartelli, che dopo trent’anni di “guerra alla droga by USA” continuano ad essere i fornitori del 90% della cocaina consumata negli Stati Uniti, sarebbero i responsabili del caos ecuadoriano.

In questa situazione drammatica il governo porta avanti il suo progetto politico neoliberale bloccando il pagamento dei salari ai dipendenti pubblici e alzando l’IVA sotto pressione del FMI mentre condona evasioni fiscali di decine di milioni di dollari ai principali gruppi imprenditoriali del Paese.

In aggiunta si cerca di aggirare l’Assemblea Legislativa convocando un referendum che cerca di sancire l’immunità di fatto per polizia e militari e la creazione di tribunali indipendenti per giudicarne eventuali crimini ed il loro uso per fronteggiare problematiche interne. Apertamente ci si riferisce al narcotraffico ma è evidente che si mira a colpire le mobilitazioni sociali che negli scorsi anni hanno dimostrato in più momenti forza e capacità di bloccare il Paese fermando alcune decisioni del governo.

Il paese andino sembra essere nell’occhio di un ciclone che è cresciuto in intensità negli ultimi anni e che si accompagna ad un crescente interesse mostrato da parte degli Stati Uniti e dei suoi bracci diplomatici (FMI e Ong dipendenti da fondi governativi) per le sue sorti.

Ciclone generato in modo sapiente dagli ultimi presidenti con obiettivi precisi: riaprire il Paese e le sue acque territoriali alla presenza militare statunitense; disarticolare il partito progressista di Correa che nonostante la repressione giudiziaria e l’estromissione da oltre 8 anni dal governo continua ad essere la prima forza politica del Paese; potenziare l’azione offensiva e repressiva dello Stato contro le organizzazioni sociali che negli ultimi anni sono riuscite a tenere in scacco e bloccare i vari governi neoliberali e le loro politiche.

Il braccio di ferro sulle Ande ecuadoriane continua ad andare avanti nonostante lo spadroneggiare dei cartelli del narcotraffico e la militarizzazione dello Stato. Le organizzazioni sociali del Paese sono però pronte ad opporsi a progetti di legge neoliberali proposti dal nuovo governo.

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20/02/2024

Mosca chiama Quito: volete vendere armi o banane?

Il tricolore russo sui punti strategici di Avdeevka ha una portata militare che è difficile sottovalutare e anche sul piano dei prossimi rapporti tra Kiev e i padrini occidentali il suo significato è di valore considerevole.

C’è anche un aspetto che, quantunque apparentemente limitato alle sole relazioni commerciali bilaterali, riflette però i mutamenti di prospettiva tra la junta nazigolpista e i possibili suoi sponsor, ancorché occasionali e di non pesante impatto.

Dunque, bisogna sapere che l’Ecuador, stando alle stime internazionali, è il maggiore esportatore mondiale di banane (secondo il ITC Trademap, nel 2021 era in testa col 26%), sebbene non ne sia il più forte produttore, rimanendo molto al disotto di paesi come India e Cina, le quali però destinano la quasi totalità della produzione al mercato interno.

Bisogna anche sapere che circa il 97% delle banane che finiscono sul mercato russo sono ecuadoregne, pari al 21% (alcuni analisti, come l’accademico Viktor Khejfets, parlano del 40%) della sua produzione: nel 2023, la Russia ne ha importate quasi 1,4 milioni di tonnellate.

Ora, si ricorderà che in gennaio è venuta in primo piano la notizia del possibile accordo Washington-Quito, per cui gli USA avrebbero fornito all’Ecuador armi moderne per 200 milioni di dollari, in cambio di un determinato numero di mezzi d’epoca sovietica ancora in servizio nelle forze armate del paese latinoamericano, che poi il Pentagono avrebbe girato alla junta di Kiev.

Nell’occasione, il presidente Daniel Noboa aveva cercato di giustificare lo scambio, affermando che si tratterebbe di “ferrovecchio” e, quindi, non ci sarebbero violazioni delle clausole contrattuali con Mosca sul trasferimento di armi a paesi terzi.

A Mosca non si erano scomposti e avevano semplicemente osservato che tale “scambio” sarebbe stato giudicato come ostile e contrario alla neutralità del paese e che, in definitiva, Quito le banane avrebbe ben potuto andarsele a vendere da un’altra parte.

Per evitare di gettare benzina sul fuoco, ancora una decina di giorni fa, la cosa veniva presentata come un embargo russo su circa il 30% dell’importazione dall’Ecuador, dovuto alla scoperta di parassiti (foridi) nei prodotti di cinque compagnie produttrici. Dopo le banane, il Rossel’khoznadzor chiedeva anche a Olanda, Germania, Lettonia e Lituania, da cui transitano le consegne alla Russia, di interrompere la certificazione dei garofani dell’Ecuador, in cui si erano scoperti tripidi dei fiori.

Come che sia, a gennaio è stato un susseguirsi di servizi, anche dei principali media russi, su come si sarebbe potuta evitare la “crisi bananiera” per i consumatori russi e quali paesi avrebbero potuto sostituire l’import dall’Ecuador. A quel punto, un po’ di panico deve aver preso i piani alti di Quito: privarsi di una così larga fetta di introiti bananieri non dev’esser sembrato un toccasana.

Poi è venuta la fase finale di Avdeevka.

Il presidente Daniel Noboa ha chiesto di incontrare l’ambasciatore russo Vladimir Sprinchan e in quell’occasione ha assicurato che il paese «non può consentire di venir coinvolto in un conflitto, dalla parte di nessuno».

La decisione di Quito dovrebbe essere ufficializzata nei prossimi giorni. Il 17 febbraio si è quindi potuto leggere che l’Ecuador mantiene la neutralità e non consegnerà agli USA le vecchie armi sovietiche, molte delle quali acquistate negli anni ‘90, in parte dalla Russia, ma anche dall’Ucraina. La posizione dell’Ecuador, ha poi riassunto Sprinchan, è quella di non inviare armi e munizionamento in zone calde, contribuendo invece alla regolazione dei conflitti per via pacifica, con strumenti diplomatici.

Quantomeno “originale” il fatto che, il giorno prima dell’incontro Noboa-Sprinchan, le cinque aziende ecuadoriane “incriminate”, avessero inviato al Rossel’khoznadzor la documentazione necessaria a riesaminare la decisione sull’embargo delle banane di Quito e che il direttore dell’ente russo abbia concesso il permesso ai cinque esportatori.

Vero è che, secondo l’accademico Viktor Khejfets, direttore della rivista Latinskaja Amerika, al momento, di sicuro ci sono solo le parole di Sprinchan sulla neutralità di Quito e la decisione del Rossel’khoznadzor di togliere l’embargo. Rimane non del tutto chiaro quanto circolato in rete nei giorni scorsi, secondo cui un An-124 da trasporto sarebbe partito dall’Ecuador, avendo presumibilmente a bordo proprio quelle armi il cui volume, in fin dei conti, non era così grande da non potersi stivare sul velivolo.

Ora, afferma Khejfets, l’Ecuador ha in arsenale non solo armi sovietiche russe, ma anche armi sovietiche fornite dall’Ucraina negli anni ’90; è perciò possibile che Quito abbia trasferito agli USA le seconde, ma non quelle acquistate dalla Russia: in tal modo si sarebbe rispettato l’accordo Quito-Mosca.

Nella vendita di armi, infatti, viene stabilita l’ammissibilità o meno a che il destinatario finale rivenda quelle armi e nel certificato del Ministero degli esteri russo era fissata l’inammissibilità di trasferire a terzi armi russe (anche smontate e vendute come parti di ricambio) senza il consenso di Mosca.

È dunque ipotizzabile che, senza annullare in toto l’accordo con gli USA, Quito possa aver fornito a Mosca alcune garanzie solo sulle armi russe: «Sono sicuro che non sia stato firmato alcun documento e tutto si sia convenuto a voce», afferma Khejfets.

C’è dell’altro: l’Ecuador non è un alleato militare diretto degli americani, ma Washington ha comunque in programma di realizzarvi una grande base militare. È dunque possibile, dice ancora Khejfets, che l’ambasciatore Sprinchan abbia fatto intendere che Mosca valuterebbe la comparsa di tale base non esattamente come una manifestazione di amicizia.

Tutte ipotesi e tutte possibili. E, in definitiva, per le armi ecuadoregne, non si tratta poi di cifre “europeiste” a nove zeri.

Di sicuro c’è l’importantissima tappa di Avdeevka, con la reazione ufficiale occidentale che fa finta di nulla – così che a nessuno venga in mente di azzardare un “l’aveva detto il nazista Zalužnyj, ma voi avete dato retta al nazista Zelenskij” – complice il bizzarro tempismo dell’annuncio sul decesso di Naval’nyj, seguito dall’italico “giochi senza frontiere di partito” per aggiudicarsi la palma dell’erostratismo, senza incendiare alcun tempio – per carità di dio! – ma dando fuoco alle micce di un conflitto mondiale, mentre ci si omaggia di reciproci garbi parlamentari e si inneggia ai «valori della libertà» dappertutto ma non qui, giurando che «solo un’Europa unita, federale, con una politica estera e di difesa comune può arginare la grande minaccia putiniana».

Almeno le banane sono salve. Ma, si sa, Quito non è un diretto alleato yankee. Qui da noi, invece...

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12/01/2024

Ecuador, la fine dello Stato

La violenza scatenatasi in Ecuador trova ampio risalto nelle reti informative e reazioni diffuse nelle Cancellerie latinoamericane. Tutte unanimi nel condannare la violenza delle bande narcos che seminano il terrore nel Paese, ma solo il Dipartimento di Stato USA propone la sua “assistenza” al governo dell'Ecuador.

La proposta ricorda con qualche brivido come vennero assistite Cile e Argentina, ma non è solo frutto del riflesso pavloviano dell’interventismo USA in America Latina, piuttosto cade ad hoc. In Ecuador, infatti, dall’Agosto del 2023 gli USA hanno avanzato un piano di intervento contenuto nel “Progetto di lotta alla delinquenza organizzata internazionale”.

Il progetto, firmato dai rispettivi governi su proposta degli USA ed ora al vaglio della Corte Costituzionale ecuadoregna, riassunto può ben essere definito una annessione de facto dell’Ecuador da parte degli Stati Uniti.

La proclamazione dello stato d’assedio a seguito delle violenze di questi giorni, originatesi con la fuga del leader dei Choneros dal carcere e proseguite poi con gli scontri successivi, si presentano sulla scena ecuadoriana con straordinario tempismo, come se avessero lo scopo di premere sulla Corte Costituzionale perché si faccia cieca e sorda di fronte allo stupro della Costituzione e alla fine della sovranità nazionale ed abdichi il suo ruolo e le sue funzioni direttamente alla locale ambasciata statunitense.

Gli scontri non dureranno ancora molto ma le conseguenze di questa situazione sì. L’Accordo, infatti, che si articola in tre progetti, prevede al primo posto l’appoggio USA all’Ecuador per “migliorare la sua capacità operativa al fine di mitigare, intercettare, investigare, processare e castigare i reati che hanno un grande impatto per la viabilità delle organizzazioni internazionali. Il secondo progetto riguarda “la sicurezza cittadina e l’appoggio all’ordine pubblico. Gli USA offrono appoggio, consulenza e mezzi alla polizia nazionale e alla polizia penitenziaria. Raccoglieranno dati e realizzeranno analisi per fornire al Ministero dell’Interno la formulazione ed esecuzione di un piano di modernizzazione della polizia della durata di dieci anni”.

Il terzo progetto si chiama “Rafforzamento e riforma del sistema giudiziario" ed ha come fine la capacità di "investigare, processare e condannare effettivamente ed efficacemente ai delinquenti". Gli USA rafforzeranno la capacità amministrativa e giuridica della Procura Generale dello Stato, dell’avvocatura, della Corte Nazionale di Giustizia e di altri attori delle funzioni giudiziarie, compresa la recentemente fondata Unità giudiziaria Specializzata in Corruzione e Crimine Organizzato”. Questa mostruosità politica ha prodotto una sconcezza giuridica con la firma - avvenuta il 3 Settembre 2023 - dell’Accordo tra Ecuador e Stati Uniti sulla forza”.

Tale e tanta è la libertà assoluta concessa al personale statunitense - sia esso appartenente alle forze armate USA o a società di contractor privati che per gli USA lavorano - che supera di gran lunga ogni disposizione legislativa statunitense. Il personale statunitense è libero da obblighi, responsabilità, certificazioni ed ogni tipo di imposte; può girare armato, in uniforme o in borghese; non risponde alle disposizioni stabilite dalle forze di sicurezze ecuadoriane; non risponde in nessun caso del suo operato ed è legislativamente impune; è libero di entrare, uscire, transitare e risiedere in Ecuador senza l’obbligo di comunicazione alle autorità di Quito. E’ bene specificare che nelle 5 pagine di cui si compone l’Accordo, non solo non si prevede nessuna forma di reciprocità tra i due Paesi, ma nemmeno mezzo rigo parla dei doveri statunitensi in terra ecuadoregna.

Si tratta insomma di una operazione di svendita della dignità nazionale dell’Ecuador senza precedenti: nemmeno le dittature militari insediatesi in America Latina negli anni '60-'70 sotto la direzione di Washington, avevano mai avuto il coraggio e l’assenza di pudore di mettere nero su bianco la svendita di un Paese ad uno Stato straniero.

Le violenze di questi giorni aiutano straordinariamente il progetto della destra al governo, con la diffusione del terrore generalizzato, trasversale agli schieramenti politici, che ha nello scontro tra potere costituito e contropotere criminale la sua apparenza, ma che in realtà mira ad una operazione di manipolazione politica e mediatica per attribuire al correismo una qualche forma di collateralismo con i Choneros, che invece proprio con Correa videro ridursi spazio e business.

L’orrore serve poi a tentare di stabilire una connessione tra sinistra e narcos che è ridicola solo a pensarla ma permette alla destra estrema della quale Noboa fa parte di sfruttare politicamente il clima di paura generale della popolazione. Non si parla dell'alleanza tra cartelli e destra, che portò anche all'eliminazione di un candidato in piena campagna elettorale e che ora sembra preparare alla perfezione un clima che predisponga l’opinione pubblica ad accettare lo stato d’assedio ed a reprimere la sinistra sociale e politica, assimilandola alla delinquenza e predisponendo una serie di misure destinate alla militarizzazione della società.

I consulenti USA sono stati chiari: c’è la necessità di far passare un messaggio semplice e forte. Chi si oppone all’Accordo con gli USA - come fa la sinistra - è complice dei delinquenti. Finirà che i narcos rientreranno nelle loro tane esigendo da Noboa il rispetto dei patti e con lo stesso Noboa che apparirà come “l’uomo forte” verso il quale riporre fiducia. Sparatorie e orrore sono funzionali all'obiettivo: far passare come positivo nella società ecuadoregna l’accordo con gli USA e la cessione del Paese a Washington, prima consegnandogli le sue istituzioni militari e giuridiche, poi le sue risorse energetiche e ambientali. L’Argentina, per chi non se ne fosse accorto, era solo il primo boccone.

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11/01/2024

Ecuador - Dichiaratop il conflitto armato interno

Negli ultimi due giorni il neo presidente conservatore Daniel Noboa ha dichiarato lo Stato d’Emergenza e un decreto con cui annuncia lo stato di Conflitto Armato Interno e individua come obiettivi militari una lista delle bande più grandi del paese dispiegando l’esercito sul territorio nazionale.

La decisione è stata presa in seguito a profondi episodi di violenza che vive il paese, esplosi negli ultimi giorni. Sono infatti in corso rivolte simultanee nelle varie carceri del paese in cui i narcos detenuti sono riusciti a prenderne il controllo e a tenere come ostaggi i secondini.

Rivolte dirette da due delle principali bande narcos del Paese, Choneros e Lobos, dopo che i rispettivi leader sono evasi pochi giorni fa dalle carceri in cui erano detenuti.

Detenzione che non impediva loro di continuare a gestire i propri affari e relazioni con componenti dello Stato. Negli ultimi anni le azioni con cui le diverse bande tentavano di strapparsi il controllo del carcere l’una con l’altra hanno generato centinaia di morti tra i detenuti comuni.

Alle azioni carcerarie si sommano atti di violenza in tutto il paese, con incendi di auto, sparatorie, assalti a negozi e nella giornata di ieri l’irruzione di bande armate all’interno dell’Università di Guayaquil e di uno studio televisivo in Quito mentre stava trasmettendo in diretta, prendendo come ostaggi operatori e conduttore.

Il Paese sta vivendo le ore più buie degli ultimi decenni, con uno Stato che fino ad oggi non sembra essere in grado non solo di avere il controllo ma di garantire la sicurezza minima ai propri cittadini.

Una condizione di generale incertezza che nelle ultime giornate è sfociata in paura generalizzata a cui ora si somma l’esercito per le strade. Il triste record di una destra che in soli sette anni è riuscita non solo a smantellare qualsiasi parvenza di stato sociale e funzionamento delle proprie istituzioni ma ha portato il Paese ad essere il più pericoloso del continente con un tasso di omicidi e sequestri fuori controllo.

Mentre i governi neoliberali si affannavano ad accusare di narco-politica i rappresentanti progressisti, il Paese scivolava nelle mani di bande criminali con connessioni fino ai vertici più alti del governo, come dimostrarono le inchieste che videro le connessioni tra il governo Lasso e narcotrafficanti internazionali.

Il presidente Noboa, esponente di una delle famiglie più ricche del continente, ha vinto le scorse elezioni in ottobre con un 2% in più dei voti rispetto la sfidante progressista Luisa Gonzalez.

Oltre a due visioni antitetiche della gestione economica del paese i due sfidanti si erano scontrati sulle misure da adottare per affrontare il problema della sicurezza nel paese. Noboa si era infatti detto interessato ad importare il modello Bukele dal Salvador insieme a nuovi contratti con industrie israeliane del settore della sicurezza.

Oggi la situazione nel Paese sembra permettergli un maggiore slancio per realizzare le sue proposte, ergendosi come paladino del pugno duro contro la delinquenza e cercando di solidificare consensi in vista del prossimo passaggio elettorale.

Nel mezzo della crisi securitaria però il progetto politico generale di controriforma neoliberale del Presidente viene portato avanti così come l’incremento dell’influenza statunitense sul territorio: in assenza di una maggioranza sicura nell’Assemblea nazionale Noboa ha presentato una serie di riforme e leggi da approvare con un referendum.

Una pratica che la destra ecuadoriana continua a provare a mettere in pratica per scavalcare un parlamento in cui il partito progressista Revolucion Ciudadana continua ad avere un numero di rappresentati importanti e capacità di ostacolare almeno in parte i governi di destra degli ultimi anni.

Riuscì in parte al governo di Lenin Moreno nel 2018, con cui si iniziò a disintegrare gran parte dello Stato nato dalla costituzione progressista del 2008, mentre il successivo governo Lasso naufragò nel 2023 di fronte al voto popolare contrario.

Solo la settimana precedente ai fatti violenti Noboa aveva depositato la proprie domande referendarie secondo il modello, già usato dai presidenti precedenti, per cui ad alcune proposte che dovrebbero attirare il consenso della gente comune (maggiore libertà di azione per le forze dell’ordine e limitazioni alle estrazioni minerarie illegali) se ne affiancano altre tremendamente regressive.

Spiccano tra le varie:

- la riapertura dei Casinò e del gioco d’azzardo (chiusi dal progressista Correa nel 2011 per evitare il riciclaggio di denaro);

- la possibilità di stipulare contratti di lavoro ad ore (rischiando di far esplodere ancora di più il precariato e ricattabilità dei lavoratori);

- l’estradizione di detenuti negli Stati Uniti (sullo stile di paesi come la Colombia);

- l'indulto per i reati commessi da polizia ed esercito e un sistema giudiziario parallelo che giudichi i reati commessi da membri delle forze dell’ordine (una sorta di immunità e status extragiudiziale per le forze dell’ordine);

- l’ingresso del Paese negli arbitrati internazionali (decisione che vedrebbe lo stato Ecuadoriano dover pagare 9 miliardi di dollari alla compagnia petrolifera statunitense Texaco-Chevron per una criminale sentenza che questi stessi organismi hanno emesso nel 2019).

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10/01/2024

Ecuador - Un'ondata di violenza scuote il paese mentre si affaccia l'ingerenza USA

“Stato di emergenza” dichiarato a seguito dell’esplosione di un “conflitto armato interno”, che ha portato a un’ondata di violenza senza precedenti legata al traffico di droga e all’inefficienza dello Stato.

Queste sono le motivazioni riportate dagli analisti locali su quanto sta accadendo in questi giorni in Ecuador, Sudamerica nordoccidentale.

Le violenze in diverse città del paese, come Guayaquil, Quito, Cuenca, Riobamba e Latacunga, hanno spinto il presidente della Repubblica Daniel Noboa a ordinare alle forze armate di intervenire nelle strade.

Il caso più eclatante è stato l’irruzione di un gruppo di criminali incappucciati, probabilmente nell’emittente televisiva TC Televisión a Guayaquil, dove hanno preso in ostaggio il personale durante una diretta.

Il giovane presidente, salito al potere da meno di due mesi, si trova ad affrontare la prima crisi interna. Proprio la campagna elettorale aveva avuto come punto cardine la promessa di reprimere i gruppi di narcotrafficanti, bollando una ventina di queste organizzazioni come “terroristiche”.

“Il capo dell’esecutivo ha descritto l’attacco come una ritorsione per le sue azioni volte a riprendere il controllo delle carceri e ha avvertito che non avrebbe negoziato con i terroristi”, riporta l’agenzia di stampa Prensa Latina.

L’Ecuador ha chiuso il 2023 come il Paese più violento dell’America Latina, con oltre 7.800 morti violente, una cifra senza precedenti che contrasta con la diminuzione del crimine registrata fino al 2017.

In continuità con l’anno precedente, l’8 gennaio in Ecuador si sono sollevati i detenuti in alcuni centri penitenziari del Paese, intimando al presidente ecuadoriano di non intervenire militarmente nelle carceri perché, in caso contrario, ci sarebbe stata una carneficina.

E in effetti, le immagini giunte fino a noi tramite le reti social mostrano bande di uomini incappucciati che brandiscono coltelli e machete alle spalle delle guardie carcerarie, prese in ostaggio.

In questo quadro, durante la sollevazione è evaso Adolfo Macías, noto come “Fito”, leader del principale gruppo criminale del paese.

Tutto ciò è il risultato della marginalizzazione di ampie fette del tessuto sociale, che nel tempo ha lasciato strada aperta ai gruppi criminali.

“La violenza sistematica in questo Paese sudamericano è il prodotto di un processo di smantellamento deliberato dello Stato di diritto, frutto delle politiche attuate dagli ultimi tre governi del Paese”, afferma Jorge Paladines, professore dell’Università Centrale dell’Ecuador.

La militarizzazione delle strade per la risoluzione dei problemi sociali, in aumento anche dalle nostre parti (anche se per ora in funzione di deterrenza e non in maniera attiva), semplicemente non funziona.

“La militarizzazione delle strade è insufficiente, è necessario ripulire le istituzioni perché all’interno dello Stato c’è un varco attraverso il quale le informazioni entrano ed escono per le bande criminali”, dichiara Luis Córdova, anch’egli accademico dell’Università Centrale.

“È essenziale un approccio di politica pubblica, non un Piano Phoenix, come quello proposto da Noboa, i cui obiettivi, mezzi e portata non sono chiari”, ha aggiunto.

Ancora più pesanti sono le parole dell’ex viceministro degli Esteri ecuadoriano, Kintto Lucas: “il caos è preordinato, elaborato dall’intelligence per giustificare e vincere una consultazione che consolida un modello neoliberale nella sfera economica, fascista nella sfera politica, contrario all’integrazione e sottomesso nella sfera internazionale”.

Non è un caso, riporta Prensa Latina, che l’ambasciatore statunitense, Michel Fitzpatrick, è stato visto entrare nel Palazzo Carondelet, sede dell’esecutivo, poco prima dell’inizio della riunione del gabinetto di sicurezza di ieri, il giorno dopo l’inizio della sommossa.

Da Washington intanto l’assistente segretario del Dipartimento di Stato Usa per gli affari dell’emisfero occidentale, Brian Nichols, ha dichiarato di essere “pronto a fornire assistenza al governo ecuadoriano”.

Una mano tesa che è più di un campanello d’allarme per il futuro del popolo ecuadoriano e per la “stabilità” dell’intera regione.

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16/10/2023

Ecuador - La destra di Daniel Noboa vince le elezioni

di Davide Matrone

I primi risultati e le dichiarazioni a caldo

Con il 91% dei voti scrutinati il candidato Daniel Noboa vince con il 52.1% dei consensi e uno scarto di quasi 500 mila voti sulla candidata Luisa González. Quest’ultima, nonostante avesse recuperato nelle ultime due settimane, non è stata capace di ribaltare il risultato che comunque era sfavorevole sin dal primo turno. I primi exit poll diffusi alle 18, un’ora dopo la chiusura dei seggi, davano in vantaggio Noboa con un 53% a 47%. Il tam tam dei primi exit poll ha creato confusione e malumore tra gli addetti ai lavori. Luisa Gonzalez è intervenuta sul suo account di Twitter scrivendo: “Gli exit poll a volte hanno commesso, in passato, dei gravi errori. Attendiamo con calma e determinazione. Con responsabilità democratica seguiremo i dati ufficiali e avremo fiducia nella volontà popolare”.

Dopo i risultati ufficiali, la stessa González con Andrés Arauz e i quadri della Revolución Ciudadana ha ringraziato tutti coloro che hanno camminato insieme durante questi giorni di campagna elettorale riconoscendo la vittoria del candidato Daniel Noboa. “Bisogna rispettare la democrazia e la serietà della politica. Il nostro è un progetto che continuerà per il prossimo futuro”.

Verso le 21:30 il neoeletto presidente della Repubblica dell’Ecuador (il più giovane della storia) ha scritto sul suo account twitter: “Oggi abbiamo fatto la storia. Le famiglie ecuadoriane hanno scelto il Nuovo Ecuador, un paese più sicuro e con più occupazione. Andiamo avanti per realizzare le promesse fatte in campagna elettorale e che la corruzione venga castigata. Grazie Ecuador”.

Il primo a fare i complimenti a Daniel Noboa è stato il Presidente uscente Guillermo Lasso che ha scritto le seguenti parole sul suo account di Twitter: “Caro Daniel, presidente eletto dell’Ecuador: i miei complimenti. Oggi, il nostro paese ti ha dato la fiducia per governarlo. Sarà un piacere riceverti martedì al Palacio Carondelet (sede della Presidenza della Repubblica). Dovremo già cominciare il processo di transizione perché conosca fino in fondo la situazione dell’Ecuador per quanto concerne l’economia, la parte sociale e la sicurezza. Complimenti. La nostra democrazia si rafforza”.

Un’analisi del voto

La partecipazione resta stazionaria rispetto a 2 anni fa e cioè intorno all’82% degli aventi diritto con un lieve incremento dello 0,4%. Si registra un calo del voto nullo che passa da 1 milione e 700 mila a 730 mila voti in queste ultime elezioni con un -3,5%. Alle scorse elezioni, il candidato Yaku Perez – che in due anni passa dal 19,3% al 3,9% – fece una dura campagna per il nullo ideologico anche se una parte del suo elettorato votò per Lasso al ballottaggio. Ricordiamo che lo stesso Yaku aveva più volte dichiarato “meglio un banchiere che un despota”.

Se si analizza a prima vista la distribuzione territoriale del voto, si replica il voto del 2021.

La Revolución Ciudadana, che rappresenta la forza di centro-sinistra, marca la sua presenza nella costa, da Esmeraldas al Guayas e conserva e si difende nelle due regioni amazzoniche di Sucumbios e Orellana. Mantiene il suo elettorato in definitiva ma non cresce. Questo elemento deve fare riflettere l’entourage della prima forza politica del Paese.

Arauz aveva conquistato al secondo turno il 47,64% (4 milioni 263, 515 voti) e Luisa González ieri il 47,70% (4 milioni 451,243 voti). In termini percentuali +0,06% e + 187,728 voti. Pochini per conquistare Palacio Carondelet.

Mentre invece la destra – che aveva vinto con Lasso nel 2021 con il 52,36% pari a 4 milioni 656,426 voti – in queste elezioni conquista il 52,30 (-0,06%) e 4 milioni 881 100 voti (+ 224,674 voti). Gli ecuadoriani premiano e ridanno fiducia alla destra nonostante il suo ultimo Presidente in carica – di destra – sia stato sfiduciato nel referendum popolare dello scorso febbraio ed esca con una bassissima accettazione popolare, intorno al 15%, secondo gli ultimi sondaggi Gallup del giugno 2023.

Il paradigma di sviluppo neoliberista esce dalla finestra con Lasso e rientra dalla porta con Noboa.

È curioso notare come la destra vinca nelle regioni e zone economicamente più depresse e con maggior indici di povertà (la Sierra interna per esempio). Questo ci porta a pensare che un maggior impatto negativo del neoliberismo non si traduce, necessariamente, in una reazione allo stesso; c’è accettazione, rassegnazione e addirittura rancore verso chi si oppone. Quindi non è il neoliberista il responsabile del fracasso, bensì il suo oppositore che in Ecuador si configura con Correa e con lo slogan “la colpa è di Correa”. Slogan costruito e trasmesso all’infinito dai mezzi di comunicazione privati.

Un altro dato da analizzare è quello del voto all’estero che si è svolto nelle 97 zone elettorali delle 3 circoscrizioni speciali. Qui, gli oltre 400 mila ecuadoriani (180 mila solo in Spagna) hanno votato dalle 9 alle 19 (in base ai differenti fusi orari). Non hanno votato per motivazioni logistiche e politiche gli ecuadoriani residenti in Israele, Russia, Bielorussia e Nicaragua.

Ricordiamo che con questo voto si dovevano assegnare 6 parlamentari sui 137 totali. Secondo i dati emanati dal CNE (Consiglio Nazionale Elettorale) la Revolución Ciudadana ha vinto nelle 3 circoscrizioni. In quella Latinoamericana, Caraibi ed Africa ottiene il 37% dei voti validi, nella circoscrizione Europa, Oceania ed Asia conquista il 63% e in Canada e Stati Uniti il 42,1%. Questo vuol dire che la RC conquisterebbe i 6 posti che si sommano ai 48 parlamentari già ottenuti al primo turno.

L’assemblea Nazionale vede quindi una maggioranza del partito della RC con 54 parlamentari su 137, seguito dal gruppo Movimento Construye (28) e poi dal Partido Social Cristiano (14). Il partito ADN del neopresidente Noboa ha solo 13 parlamentari. Quasi scompare Pachakutik che passa da 24 a 4 parlamentari. Sembra ripresentarsi la stessa situazione di 2 anni fa quando Lasso vinse le elezioni ma portò al Parlamento un’esigua pattuglia di 12 parlamentari che gli permisero di governare solo 2 dei 4 anni previsti. Lasso non riuscì a costruire alleanze politiche, anzi. Litigò finanche con il suo maggiore alleato Nebot. Inoltre, la dura opposizione dell’Assemblea Nazionale lo costrinse alla resa con la firma della famosa Muerte Cruzada (lo scioglimento anticipato delle Camere), atto che si è registrato per la prima volta nella storia del Paese.

Ora Noboa, forse, si troverà nella stessa situazione. Dovrà realizzare le riforme con le altre forze politiche e per farlo dovrà negoziare. A meno che non si formi una maggioranza amplia e compatta. Ci riuscirà?

In definitiva, c’è un’egemonia culturale delle élite dominanti in Ecuador che continua a rendere egemoni i propri valori e le proprie idee. Anche in queste elezioni vediamo concretizzarsi un processo mediante il quale i poveri e i subalterni appoggiano i propri oppressori. Gramsci lo spiegava quando diceva appunto che la classe dominante mantiene il suo potere non solo attraverso la forza ma anche attraverso un’egemonia culturale e ideologica (il consenso) sulla società. La classe dominante ecuadoriana riesce a stabilire quest’egemonia ideologica attraverso le istituzioni come il sistema educativo, i mezzi di comunicazione (tradizionali, reti sociali e influencer) e la religione. E continua a vincere. La sinistra, con l’uscita di scena di Correa e con il processo di neutralizzazione della destra attraverso i suoi mezzi, dovrà rendere maggioritaria la sua egemonia culturale che ha costruito solo in alcune zone del paese ma non riesce ancora a costruirla nelle altre.

Fonte

14/10/2023

Ecuador - Elezioni al bivio tra incubo neoliberale e rilancio del progressismo

Domenica 15 ottobre l’Ecuador è chiamato alle urne per il ballottaggio che determinerà la presidenza del paese. Il primo turno ha visto la candidata progressista Luisa Gonzalez per il movimento Revolucion Ciudadana uscire vincitrice con il 33% dei voti, distaccando il principale esponente della destra, Daniel Noboa, di ben dieci punti percentuali.

Non abbastanza però da vederle assegnata direttamente la prima carica dello Stato e neanche da assicurarle l’esito del ballottaggio, dove oltre un 40% degli elettori risulta ancora indeciso sul voto.

La campagna elettorale prosegue con una destra sempre più preoccupata di un possibile ritorno delle forze progressiste al potere, tanto da mettere in campo diversi mezzi per impedirne la vittoria.

Dopo l’assassinio in agosto di Fernando Villavicencio, uno dei candidati alla presidenza, da parte di un commando di sicari, era stata scatenata una serie di accuse sulla stampa che vedevano l’ex presidente progressista Correa come il mandante morale dell’omicidio, facendo calare nei sondaggi la propria rappresentante Luisa Gonzalez a pochi giorni dal voto.

Il candidato ucciso era un ex-giornalista e deputato che si era distinto come implacabile oppositore del governo Correa, tanto da fornire le basi per l’inchiesta che arriverà a condannarlo per aver determinato attraverso “influsso psichico” alcuni casi di corruzione, costringendolo tutt’ora all’esilio in Belgio come rifugiato politico.

Le indagini che stanno seguendo all’omicidio mostrano depistaggi da manuale: procedure equivoche della magistratura, non ascolto dei testimoni chiave o raccolta di prove evidenti come il telefono cellulare della vittima.

Come se non bastasse dei sette arrestati responsabili materiali dell’attentato, uno è stato ucciso nelle ore seguenti all’attacco, mentre gli altri sei sono stati strangolati quattro giorni fa nel carcere in cui erano sotto “supposta” sorveglianza come testimoni chiave del caso politico più importante del paese.

Un tempismo perfetto a sette giorni dal voto a cui fa seguito la comparsa di un super-testimone che accusa direttamente “il governo Correa” di essere il mandante dell’assassinio di Villavicencio. Una mossa che ricorda lo “scoop giornalistico” con cui nel 2021 i mezzi di informazione del paese accusarono per settimane il correismo di essere finanziato dalla guerriglia colombiana dell’ELN.

Il voto di questa domenica rappresenta un bivio determinante per le sorti del paese, presentando due orizzonti completamente diversi verso cui la nazione latinoamericana può dirigersi.

La candidata progressista di Revolución Ciudadana propone il ritorno energico ad uno stato sociale che allevi le contraddizioni sociali più pesanti del paese, combattendo la povertà e tornando a finanziare efficacemente l’istruzione e la sanità pubblica.

Uno Stato che assuma un ruolo interventista nell’economia e che redistribuisca i proventi del petrolio nazionalizzato all’interno delle fasce più deboli della popolazione sostenendo indirizzi di sviluppo che sul medio periodo possano superare la dipendenza del paese dall’esportazione di materie prime.

Tutte politiche che erano state ampiamente sviluppate nel decennio della Revolucion Ciudadana di Rafael Correa, dove all’introduzione della pianificazione delle politiche di sviluppo economiche e sociali si accompagnò il tentativo di democratizzarle con partecipazione e discussione pubblica dal basso.

Daniel Noboa propone invece la classica ricetta neoliberale, con riduzione di imposte per grandi imprese in modo da attrarre finanziamenti dall’estero, rendendo “più competitivo il paese” agli occhi del mercato internazionale.

Ha già dichiarato di avere pronti vari accordi con Israele per gestire la sicurezza interna ecuadoriana, sul modello degli accordi che da anni esistono anche in Colombia.

La campagna elettorale del rampollo milionario si è distinta fin da subito per attacchi diretti contro i lavoratori pubblici e i diritti sociali, arrivando ad accusare i medici di essere i responsabili delle pessime condizioni in cui versa la sanità del paese, settore ormai senza budget e in grave penuria di medicamenti da anni o a strizzare apertamente l’occhio ai settori del paese che lamentano i limiti imposti da Correa all’impiego di lavoro minorile nelle imprese.

Tutto questo non sorprende, dato che Noboa è esponente diretto dell’oligopolio più grande del paese, nipote del fondatore del Grupo Noboa, un conglomerato cresciuto attraverso l’esportazione di banane e che oggi controlla oltre un centinaio di imprese, istituti bancari, mezzi di informazione e amplissime estensioni di terreni agricoli.

Proprietà che rendono la famiglia Noboa una delle più ricche del continente, con una fortuna che supera il miliardo di dollari. Il padre, Alvaro Noboa, candidato senza successo in più riprese alla presidenza, è ricordato tra le altre cose per aver spedito la polizia privata a sparare sui propri lavoratori durante uno sciopero in una azienda bananiera.

Questi ultimi sono luoghi di lavoro, base della ricchezza della famiglia Noboa, in cui persistono ancora oggi condizioni di lavoro definiti “schiavitù moderna”, come denunciato da Oxfam e altre numerose organizzazioni internazionali.

Dopo un decennio di politiche progressiste in cui sembrava che il paese fosse ormai uscito dalla condizione di povertà e arretratezza più pesanti si assiste negli ultimi sette anni di governi di destra a un incessante lavoro per smantellare ogni avanzamento della gestione di sinistra, creando una crisi sociale spaventosa aggravata dal pesante ingresso dei cartelli del narcotraffico.

A un incremento degli indici di povertà e di crollo del sistema pubblico sempre più ecuadoriani scelgono la via dell’estero, generando in questi ultimi anni un vero e proprio esodo che si riversa lungo il continente risalendo fino al confine statunitense, tanto da produrre riunioni di emergenza tra istituzioni nordamericane e il governo ecuadoriano.

Il paese andino è entrato in un incubo dal quale sembra ogni giorno più difficile svegliarsi con una sequenza catastrofica di dati e controriforme con l’obiettivo dichiarato di impedire un ritorno del progressismo di Correa al potere, cancellare ogni politica redistributiva dello Stato e vincolare il paese agli Stati Uniti.

L’Ecuador è scivolato dalla seconda posizione come paese più sicuro della regione agli ultimi posti dietro Messico e Haiti, con un incremento di morti violente negli ultimi sei anni del 500% (da 924 a 4600 annui) e dei sequestri che solamente negli ultimi sei mesi sono cresciuti del 350%, per citare solo alcune cifre da capogiro.

Chiaramente una condizione di tale incertezza nel paese mette in secondo piano gran parte del dibattito politico che precedentemente insisteva su funzioni dello Stato, diritti sociali e matrice produttiva focalizzando l’attenzione quasi unicamente sul problema sicurezza.

Di fronte a questa situazione gli ultimi governi hanno intensificato accordi militari e di sicurezza con gli Usa, nonostante siano emersi recentemente legami tra narcotraffico e personaggi vicini al governo uscente, tra cui il cognato del presidente Lasso.

L’ultimo accordo di cooperazione con gli Usa in termini di tempo è di inizio ottobre e permetterà ai militari statunitensi di intervenire sul suolo ecuadoriano e partecipare a missioni di lotta al narcotraffico.

Uno scenario che ricorda tristemente la Colombia degli anni ‘90 dove con la scusa della “guerra alla droga” intervennero pesantemente gli Stati Uniti, trasformando il paese in un proprio avamposto militare nella regione operando ampiamente per contrastare la sinistra del paese.

Accordo militare che si aggiunge alla cessione di sovranità di oltre 200mila chilometri quadrati di riserva marina nelle acque della Galapagos ad un fondo finanziario internazionale e a una campagna mediatica interna al paese che insiste per la riapertura della base militare statunitense nella città costiera di Manta, base che il presidente Correa aveva chiuso nel 2010 con la celebre frase “se gli Usa vogliono una base in Ecuador, permettano all’Ecuador di aprirne una propria in Florida”.

Proprio nel congresso degli Stati Uniti è stata presentata a inizio mese la richiesta di assumere misure che impediscano la libera circolazione di Correa per il continente americano e che riflette la volontà degli USA di continuare a determinare con maggiore efficacia gli sviluppi futuri del proprio “giardino di casa”. Il voto di domenica non influirà soltanto sulle sorti di 17 milioni di ecuadoriani, ma avrà ripercussioni anche a livello regionale.

Il ritorno del paese andino tra le forze progressiste del continente contribuirebbe ad un nuovo slancio dell’integrazione regionale bruscamente interrotta dalla reazione delle destre e degli Stati Uniti che negli ultimi anni hanno organizzato e sostenuto golpe giudiziari e militari contro ogni esperienza progressista della regione.

L’Ecuador potrebbe ridare agibilità sia all’ALBA sia all’UNASUR di cui ospitava nella propria capitale la sede fino al 2019 oltre che partecipare attivamente alle recenti politiche proposte da Lula e Petro per la protezione del bacino amazzonico come base per costruire una politica comunitaria regionale.

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