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09/07/2026

Colombia - Petro contesta i brogli elettorali della destra e chiama alla mobilitazione il 20 luglio di Rino Condemi

Il presidente colombiano uscente Gustavo Petro in un recente tweet sul social network X, ha affermato che il suo successore Abelardo De La Espriella è un presidente illegittimo. “Il presidente della Colombia non riconosce la legittimità del governo entrante. Abelardo non ha vinto le elezioni”, ha detto Petro, denunciando che la frode nelle elezioni del 21 giugno è stata falsificata a Los Angeles, Stati Uniti, tramite una società israeliana e con finanziamenti di un prestigioso avvocato dello Stato della Florida.

Il Presidente Petro ha denunciato su X che “Gli algoritmi che hanno falsato i risultati elettorali sono stati utilizzati con le liste elettorali di coloro che non votano mai, sostituendole con elettori che potevano votare più volte o con elettori assenti nei seggi con giurie omogenee”.

Egli ha spiegato che nei seggi elettorali all’estero, ove il candidato dell’estrema destra ha ottenuto 177.000 voti in più rispetto al candidato della sinistra, Ivan Cepeda, i voti provenivano invece dalla Colombia e non da residenti negli USA o in Spagna.

Petro ha invitato i colombiani a scendere pubblicamente in piazza il 20 luglio, giorno dell’indipendenza della Colombia dove, ha detto, “Dirò addio pubblicamente ma difenderemo le riforme sociali promosse dal mio governo”.

Intanto il candidato della destra e “presidente eletto” della Colombia, Abelardo De La Esprellia ha accusato Gustavo Petro di promuovere “un colpo di Stato” con il mancato riconoscimento della sua vittoria alle elezioni del 21 giugno scorso ed ha chiesto alle Forze armate di preservare l’ordine. De la Espriella aveva già ordinato di sospendere il processo di transizione con il Governo uscente.

“Ho appena dato istruzioni al signor vicepresidente eletto della Repubblica perché sospenda immediatamente il processo di transizione con il Governo corrotto che sta concludendo il suo mandato, un Governo che, con le sue decisioni e il suo comportamento, pretende di distruggere la Colombia”, ha dichiarato De la Espriella sul suo account X.

De la Espriella, “vincitore” contestato con l’1% in più dei voti, è andato sui social media a minacciare il suo competitore Iván Cepeda con il carcere per aver proposto una “disobbedienza civile pacifica” contro il suo governo.

“Alcuni pazzi (riferito a Cepeda, ndr) parlano di disobbedienza civile, che non è altro che fronti, blocchi e terrorismo urbano”, ha detto De La Esprellia aggiungendo che “tutto ciò che è fuori dalla legge, indipendentemente da dove provenga o da chi lo promuove, sarà affrontato con tutta la forza dello stato di diritto. Sia chiaro”.

Dal canto suo il presidente uscente Gustavo Petro ha assicurato che consegnerà il potere il 6 agosto a mezzanotte, pur non riconoscendo Abelardo de la Espriella come suo successore, affermando che rispetterà il mandato costituzionale.

Il candidato presidenziale della sinistra “sconfitto” lo scorso 21 giugno, Ivan Cepeda, ha insistito nel riconoscere formalmente l’elezione di De la Espriella, ma ha assicurato di considerarlo un presidente “illegittimo”.

“Il mio partito – Il Patto Storico – e i più di 12.700.000 voti continueranno a promuovere azioni pacifiche e a respingere qualsiasi forma di violenza”, ha ribadito Iván Cepeda.

Con questo spirito il presidente uscente della Colombia, Gustavo Petro, ha invitato domenica scorsa a una mobilitazione generale in difesa delle riforme sociali il 20 luglio, giorno dell’indipendenza del paese. “Il 20 luglio, un giorno di mobilitazione generale per gridare indipendenza e permanenza delle riforme sociali”.

Fonte

01/06/2026

Colombia al ballottaggio tra estrema destra e Pacto Historico, che denuncia brogli

La polarizzazione della politica colombiana è stata sancita anche nelle urne, nel primo turno delle elezioni presidenziali svoltesi ieri. I risultati sono ancora preliminari, ma ormai piuttosto precisi, con la corsa alla successione di Gustavo Petro che si deciderà al ballottaggio del prossimo 21 giugno, e che vedrà sfidarsi l’estrema destra e il Pacto Historico, la formazione del presidente uscente.

Nessun candidato ha raggiunto la metà dei voti necessari per evitare il secondo turno, ma le preferenze si sono suddivise in maniera molto netta tra l’avvocato penalista Abelardo de la Espriella (Defensores de la Patria), che ha ottenuto il 43,7% dei consensi (circa 10,3 milioni di voti) e il senatore Iván Cepeda Castro (Pacto Histórico), che ha raggiunto il 41,1% (9,6 milioni di voti).

L’affluenza complessiva è stata di quasi 24 milioni di elettori (su 40 milioni di aventi diritto), con un aumento di quasi due milioni e mezzo di votanti rispetto al 2022. La destra conservatrice neoliberale uribista (dall’ex presidente Álvaro Uribe Vélez) viene subito dopo, ma senza raggiungere il 7% dei voti: la partita è stata a due già al primo turno.

Abelardo de la Espriella, soprannominato “El Tigre” dai suoi sostenitori, nei sondaggi delle ultime tre settimane è passato dal giocarsi un posto al ballottaggio con l’uribista Paloma Valencia ad essere il favorito della competizione elettorale. Outsider della politica, con una retorica ultra-nazionalista e militarista ha fatto campagna soprattutto su temi di sicurezza nazionale.

I punti chiave del suo programma ricalcano i metodi della (fallimentare, è bene ricordarlo) presidenza di estrema destra di Nayib Bukele, in El Salvador: arresti di massa e sospensione temporanea di alcuni diritti civili per imporre l’ordine nei territori piagati da organizzazioni del narcotraffico, il tutto affiancato, ovviamente, dalla costruzione di carceri di massima sicurezza a gestione privata. Dal punto di vista economico, l’idea è quella di tagliare le spese pubbliche cancellando circa 700 mila impieghi pubblici.

Dall’altro lato della barricata c’è Iván Cepeda, figlio di un leader comunista assassinato anni fa da gruppi paramilitari. Cepeda incarna la continuità con l’agenda sociale di Gustavo Petro e difende il progetto della “Paz Total”, basato sulla negoziazione e la riconciliazione con tutte le formazioni armate attive nel paese. Cepeda insiste sulla necessità di preservare la sovranità nazionale e i diritti civili, opponendosi fermamente ai piani di militarizzazione totale e alle influenze statunitensi.

Proprio questi due sono stati elementi centrali nella campagna elettorale. Trump si è messo a capo di una “alleanza internazionale” di estrema destra attraverso cui porre un’ipoteca sulle esperienze progressiste delle Americhe. E de la Espriella è ben conosciuto tra i repubblicani stelle-e-strisce, dato che dal 2018 ha donato loro ben 95 milioni di dollari, mentre oggi si dice disposto ad offrire agli USA le ricchezze dell’Amazzonia colombiana.

Dall’argentino Milei all’ecuadoriano Noboa, passando anche per ingerenze sioniste, sono stati mossi soldi e forze armate per creare un clima di emergenza e insicurezza continua in Colombia, a cui è stata aggiunta una vergognosa campagna di disinformazione contro la figura di Cepeda. Il terreno adatto per far crescere i consensi intorno a de la Espriella.

Ma a quanto denuncia il Pacto Historico, l’attività destabilizzante dell’estrema destra colombiana e dei suoi legami internazionali non si sarebbe fermata fuori dalle urne. Sia Petro che lo stesso Cepeda hanno congelato il riconoscimento dei risultati, denunciando anomalie macroscopiche nel censimento elettorale gestito dalla società privata incaricata dei servizi tecnici, attendendo i dati ufficiali delle Corti di Giustizia.

“Il cosiddetto conteggio trasmesso non ha forza vincolante”, ha detto Petro. “Come presidente, non accetto i risultati del pre-conteggio della ditta privata dei fratelli Bautista (l’azienda che si occupa di stampare le carte di identità -ndR), perché gli algoritmi del software di conteggio nell’ultima settimana sono stati modificati in tre occasioni, aggiungendo 800.000 schede di persone che non si sono presentate nel censimento ufficiale”.

La risposta di de la Espriella non si è fatta attendere, facendo addirittura “un appello formale all’esercito affinché attivi i meccanismi costituzionali se il governo tenterà di ignorare il voto”. Un avvertimento verso il ballottaggio, che ora rappresenta il vero traguardo della vicenda elettorale colombiana.

Sebbene Paloma Valencia abbia immediatamente garantito l’appoggio a de la Espriella, bisogna ricordare che alla scorsa tornata elettorale ci furono addirittura più votanti che al primo turno, e ciò favorì il Pacto Historico che superò largamente gli 11 milioni di voti. La partita è aperta, ma la polarizzazione politica del paese assume sempre più toni guerreschi: c’è da mantenere alta l’attenzione.

Fonte

28/12/2025

Honduras: un golpe sotto l’albero di Natale

Quale miglior data per l’ultimo atto del golpe elettorale che la vigilia di Natale? In Honduras, i poteri forti non stanno con le mani in mano e, lungi dal partecipare alla messa di mezzanotte da bravi cattolici, cospirano contro la democrazia. Ancora una volta, i fatti smentiscono il vecchio adagio per cui “a Natale siamo tutti più buoni”.

Dopo 24 giorni dalle elezioni nel Paese centro-americano, il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) ha appena proclamato vincitore delle elezioni presidenziali Nasry Asfura, candidato del Partido Nacional sponsorizzato da Donald Trump.

La proclamazione è stata fatta da un CNE, totalmente delegittimato, a maggioranza (non all’unanimità), dato che uno dei suoi 3 membri, Marlon Ochoa, rappresentante del governante partito LIBRE, si è rifiutato di firmare il verbale di proclamazione. Prima del voto finale, Ochoa ha abbandonato la sessione del CNE nella quale aveva esposto punto per punto le incongruenze e falsificazioni del conteggio elettorale: caduta del segnale internet, interruzioni per giorni e giorni del conteggio, manipolazione del “codice sorgente” del programma di trasmissione dati, ingerenza della criminalità organizzata, e un lungo etc. di “anomalie” e corrispondenti denunce. Ochoa aveva anche ricordato che solo nel 30% dei seggi (5690) c’è stata coincidenza tra il rilevamento biometrico e i verbali redatti, mentre nei restanti 13.135 erano palesi le difformità.

Tra le altre “anomalie” del processo elettorale, salta agli occhi che la proclamazione sia avvenuta senza che fosse concluso il conteggio di migliaia di voti contestati, sia per non avere riscontro biometrico, che per la incongruenza nei dati numerici ed altro. A giudizio di Ochoa, la proclamazione di Asfura manca di validità legale, sia nella forma che nel contenuto, visto che l’organismo deve prima esaminare i verbali contestati e finire lo scrutinio. Uno scrutinio iniziato con un ritardo di 5 giorni, tra le denunce degli altri 2 candidati alla Presidenza, Salvador Nasralla (Partito Liberale) e Rixi Moncada (Libre) e delle mobilitazioni di piazza di entrambi i partiti.

Ochoa ha inoltre depositato una denuncia penale alla giustizia honduregna per investigare possibili “reati elettorali”.

Le reazioni nel Paese

Nasralla, che secondo il conteggio “ufficiale” era a poche migliaia di voti di distanza quando è stato interrotto, non ha fatto sconti: “In Honduras non governerà Nasry Asfura, ma la criminalità organizzata diretta da Juan Orlando Hernández”. Quest’ultimo è l’ex-Presidente (dello stesso Partido Nacional di Asfura) che scontava 45 anni di carcere negli USA per narcotraffico, oggetto di indulto da Trump alla vigilia delle elezioni. “Stanno impedendo il conteggio dei voti”, aveva affermato Nasralla, aggiungendo che non avrebbe accettato alcun risultato proclamato senza revisionare tutta la documentazione ed il riconteggio di tutte le schede elettorali. Nasralla ha messo in dubbio sia i risultati delle elezioni presidenziali, che quelle di deputati e sindaci. Tra le altre irregolarità, ha citato l’interruzione a singhiozzo della trasmissione dei dati, l’uso di schede elettorali di dimensioni diverse ed altre arbitrarietà commesse da membri del Partito Nazionale. Azioni che, a suo avviso, hanno compromesso la credibilità dell’organo elettorale con “risultati totalmente falsi”.

Da parte sua, Rixi Moncada, candidata del governante Partito Libre, in un messaggio diffuso su X, ha detto che “In Honduras, il CNE, seguendo le istruzioni dell’impero, ha ucciso la nostra democrazia nascente, ma il nostro popolo non è ingenuo: la proclamazione del “presidente eletto” è una frode e un’imposizione straniera”. “I popoli civilizzati del mondo devono sapere che il presidente eletto è uno degli imprenditori che hanno chiesto l’intervento di Donald Trump” ha continuato. “Nel periodo di obbligatorio silenzio elettorale, hanno pagato l’invio massiccio di messaggi minacciosi contro gli elettori che ricevono rimesse, con l’unico intento di distorcere la volontà popolare”, ha scritto la candidata di Libre.

Al coro pro-Nasfura, non poteva mancare la voce dei padroni. “L’Honduras sta attraversando una profonda crisi post-elettorale che ha messo alla prova la solidità della sua democrazia e delle sue istituzioni”, ha avvertito Anabel Gallardo, presidente del Consiglio honduregno delle imprese private (Cohep), riferendosi al clima elettorale a 24 giorni dallo svolgimento delle elezioni generali. Gallardo ha difeso a spada tratta le due consigliere golpiste del CNE, Cossette López e Ana Paola Hall. “Il loro operato è stato caratterizzato da coraggio, integrità morale, impegno patriottico e un forte senso democratico”, ha affermato Gallardo.

In un clima di crescente tensione e di conflitto istituzionale, il presidente del Parlamento, Luis Redondo, ha appena qualificato la proclamazione di Asfura come un “tradimento alla Patria”, rifiutandosi di riconoscerlo come Presidente eletto. Una dichiarazione che lascia aperta la strada ad una crisi istituzionale di cui, al momento, non si vede lo sbocco.

L’ingerenza a stelle e a strisce

Tra le reazioni internazionali degne di nota, quella del Segretario di Stato, Marco Rubio, il falco anti-cubano, anti-chavista e anticomunista della Casabianca. “Il popolo dell’Honduras ha espresso il proprio verdetto: Nasry Asfura è il prossimo presidente dell’Honduras. Gli Stati Uniti si congratulano con il presidente eletto e auspicano di poter collaborare con la sua amministrazione per promuovere la prosperità e la sicurezza nel nostro emisfero”. Una “sicurezza emisferica” che, nella concezione monroista del Dipartimento di Stato coincide con la “sicurezza nazionale” degli Usa.

Dapprima Trump aveva minacciato sanzioni all’Honduras (oltre a rimandare indietro le migliaia di migranti) se il “suo candidato” non avesse vinto. Dopo che le azioni golpiste erano state denunciate, prima della scadenza elettorale, con la divulgazione di 26 intercettazioni telefoniche che ne evidenziavano la strategia, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti aveva espresso la sua “profonda preoccupazione per le azioni di alcuni partiti e candidati che continuano a perturbare il processo elettorale honduregno”. Anche qui, il bue dice cornuto all’asino: i principali organizzatori del golpe elettorale dichiaravano quindi che “Chiunque ostacoli o tenti di ritardare il lavoro del CNE dovrà affrontare delle conseguenze. Il popolo honduregno ha aspettato troppo a lungo. Merita un processo tempestivo, trasparente e credibile”. Della serie: si fa come diciamo noi e chiunque si frapponga dovrà vedersela con l’impero.

Il bastone Usa senza la carota

Rimane incerta la posizione delle gerarchie militari, protagoniste del golpe civile-militare contro Mel Zelaya del 2009. A scanso di equivoci, poche ore prima della proclamazione di Asfura, il capo di Stato Maggiore delle forze armate dell’Honduras, il generale di brigata Héctor Benjamín Valerio Ardón, si era riunito con il capo delle truppe degli Stati Uniti in Honduras, il colonnello statunitense Victor Allan Kent. Secondo una nota stampa, “i due leader militari hanno scambiato opinioni su questioni di interesse bilaterale, e rafforzato i legami di cooperazione e fiducia tra le istituzioni militari dell’Honduras e degli Stati Uniti, nel quadro della sicurezza emisferica e dell’impegno condiviso per la pace e la stabilità regionale” [i].

Prima della proclamazione di Nasfura, con un comunicato di Marco Rubio, il Dipartimento di Stato Usa ha imposto restrizioni sui visti a Mario Morazán, magistrato titolare del Tribunale elettorale (TJE), e a Marlon Ochoa, consigliere del Consiglio nazionale elettorale (CNE). L’accusa è di “aver minato la democrazia ed impedito lo scrutinio dei voti” nel Paese centroamericano. “Gli Stati Uniti non tollereranno azioni che minino la nostra sicurezza nazionale e la stabilità della nostra regione. Prenderemo in considerazione tutte le misure appropriate per dissuadere coloro che ostacolano il conteggio dei voti in Honduras”, ha concluso. Il visto di entrata è stato negato anche al presidente del Parlamento honduregno, Luis Redondo, per “aver minato la democrazia”.

Altre reazioni internazionali

Sul versante del fascismo internazionale, si è pronunciato anche il cosiddetto Foro di Madrid, un’alleanza politica internazionale delle destre, lanciata nel 2020 dalla Fondazione Disenso, il centro studi legato al partito politico spagnolo Vox. Il Foro attacca il candidato del Partito Liberale, Salvador Nasralla, definito “ex vicepresidente alleato degli Zelaya” e “agente destabilizzatore”. In perfetto stile neocoloniale, l’organizzazione a guida spagnola esige che “Mel Zelaya accetti la sua schiacciante sconfitta e taccia”. Nella narrazione del “mondo al rovescio”, il Foro sostiene che “il golpista consumato Mel Zelaya intende compiere un nuovo colpo di Stato, come quello del 2009, approfittando delle falle del software elettorale acquistato dal Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) dell’Honduras”. “Su ordine di Maduro, Zelaya vuole approfittare della differenza di voti tra Nasry Asfura e Salvador Nasralla per destabilizzare il Paese”, afferma il Foro nel suo farneticante e aggressivo comunicato.

Tra coloro che si sono congratulati con Nasfura, oltre ai governi di Argentina e Perù, c’è stato il governo cileno di Gabriel Boric, che ha immediatamente accettato i dati “ufficiali”, nonostante le denunce nazionali ed internazionali sulla mancata trasparenza del processo. Il governo cileno ha assicurato che rispetta la decisione del CNE: “Garantisce la certezza giuridica del processo elettorale”, ha affermato il Ministero degli Esteri, facendo riferimento alle relazioni dell’OEA e dell’UE. Un atteggiamento molto diverso da quello utilizzato nei confronti delle elezioni presidenziali in Venezuela del 2024, quando chiese il riconteggio di tutti i voti, rifiutandosi di riconoscere l’elezione di Maduro. Una posizione che ha trovato d’accordo anche il prossimo presidente cileno, il pinochetista José Antonio Kast, che ha mandato le proprie congratulazioni ad Asfura.

Hanno brillato per il loro silenzio complice la missione della OEA e quella della UE che, a parte il rosario di parole retoriche, ipocritamente si sono limitati a chiedere al CNE di “accelerare lo scrutinio, rispettando la volontà del popolo honduregno”. Una posizione degna delle famose tre scimmiette, “non vedo, non sento, non parlo”.

Conclusioni?

Lungi dal concludersi, la vicenda del golpe elettorale apre scenari incerti, sia in termini istituzionali, che nella vita quotidiana di milioni di honduregni-e, nonché sul versante internazionale. Oltre alle mobilitazioni di piazza nel Paese, c’è bisogno di un accompagnamento internazionale contro il golpe elettorale, per il rispetto della Costituzione e della normativa elettorale. Ciò che succede in Honduras ha effetto sul resto del continente la cui svolta a destra marca la controffensiva statunitense contro i governi “progressisti”: una vera e propria “rivoluzione conservatrice” e reazionaria a guida Trump.

Note

[i] https://www.latribuna.hn/2025/12/23/jefe-del-emc-de-las-ffaa-se-reune-con-titular-del-grupo-militar-de-eeuu-en-honduras/

Fonte

18/12/2025

Honduras nel caos post-elettorale: accuse di brogli, ingerenze esterne e lo spettro di un golpe

Si complicano e non poco le cose in Honduras dopo le elezioni generali del 30 novembre. A più di due settimane dal voto non è ancora stato dichiarato un vincitore e sono sempre più forti le denunce di brogli e di un possibile “golpe” elettorale.

Con oltre il 99% di voti trasmessi con il discusso sistema di trasmissione di risultati preliminari (Trep), il candidato conservatore Nasry Asfura, che ha avuto il sostegno più che plateale del presidente statunitense Donald Trump, supera di circa 40 mila voti l’altro candidato del bipartitismo tradizionale Salvador Nasralla.

Entrambi sono espressione del modello neoliberista estrattivista che promuove la privatizzazione del pubblico, divora territori, saccheggia le casse dello Stato e apre le porte al capitale transnazionale che fagocita beni comuni e servizi pubblici.

Più staccata la candidata del governante Libertà e rifondazione (Libre), Rixi Moncada, che non risparmia pesanti accuse di gravi irregolarità e manipolazioni del Trep, nonché di ingerenza straniera e coazione al voto a destra da parte delle bande legate al crimine organizzato.

Si calcola che almeno 4 milioni di messaggi siano stati inviati ai telefoni degli elettori che ricevono invii di denaro (remesas) da familiari che vivono negli Stati Uniti. Diverse le minacce: dalla tassazione o sospensione degli invii, a espulsioni e ritorsioni varie.

Secondo i dati forniti dal membro del Consiglio nazionale elettorale (Cne) in carica a Libre, Marlon Ochoa, sarebbero più di 5.000 i verbali elettorali con zero voti, quasi la stessa cifra i seggi in cui non sono state usate le misure di sicurezza biometriche e più del 95 per cento i verbali redatti fisicamente e poi inviati elettronicamente, che presentano errori di conteggio e incongruenze grossolane tra la registrazione biometrica e il contenuto dei verbali stessi. Si calcola che almeno due milioni di voti siano stati compromessi da irregolarità di diverso genere.

Inoltre, lo stesso Trep non è stato in grado di leggere e interpretare correttamente gli scrutini e i voti riportati manualmente sui verbali ed ha anche trasferito ingenti quantità di voti da un candidato all’altro o da un partito all’altro.

Si calcola che siano almeno 17 mila (su un totale di poco più di 19 mila) i verbali rimasti bloccati nel sistema di trasmissione per oltre 40 ore, mentre la pagina ufficiale di divulgazione dei risultati è rimasta inattiva per giorni, subendo anche continue interruzioni durante i pochi periodi di attività.

“Il Trep è stato manipolato nel suo codice sorgente e il software è stato adulterato e manomesso alle spalle dei tecnici responsabili”, denuncia Ocha.

“Uno schema matematico – continua il consigliere – fatto su misura per il sistema bipartitico con il sostegno pubblico di Washington. Un’operazione coordinata tra forze interne ai due partiti tradizionali e ingerenze esterne straniere, che vogliono imporre una decisione elettorale che spetta solo al popolo sovrano”.

Nei giorni precedenti al voto, lo stesso Ochoa aveva denunciato gravi errori durante la prova generale di funzionamento del sistema di trasmissione dei risultati, nonché un piano ordito dalle consigliere del Cne in forza ai due partiti tradizionali per manipolare il risultato delle elezioni.

A gettare benzina sul fuoco è poi giunta la decisione delle due consigliere di selezionare e verificare unicamente 1.081 verbali dei più di 17 mila inviati a revisione per vari tipi di irregolarità. Una decisione che viola apertamente la legge elettorale.

Dati che farebbero rabbrividire qualsiasi Stato sovrano, ma che non sembrano scalfire le incomprensibili certezze delle missioni di osservazione elettorale dell’Unione europea e dell’Organizzazione degli stati americani (Osa). Per loro, tutto si è svolto in totale trasparenza e non resta che accelerare la proclamazione del vincitore.

Abbastanza debole anche il comunicato emesso dal Consiglio permanente dell’Osa, in cui si chiede un generico rispetto della trasparenza delle elezioni e dell’autodeterminazione del popolo honduregno, nonché una revisione dei voti emessi.

Particolarmente preoccupante invece il contenuto dell’indagine svolta dalla rivista The Incept, in cui si rivela la coincidenza di interessi e sostegno politico al candidato Asfura tra l’amministrazione Trump e la famigerata Mara Salvatrucha (MS-13), tra l’altro inserita dagli Stati Uniti nella lista delle organizzazioni terroriste.

Telefonate e messaggi diretti con gravi minacce alla popolazione e un ultimatum: votare per Asfura o attenersi alle conseguenze. I membri dell’MS-13 trasportavano persino le persone al voto in mototaxi e venivano visti controllare le schede all’interno e fuori dai seggi.

E mentre il partito Libre, riunito in assemblea straordinaria, denuncia il tentativo di colpo di Stato elettorale, condanna l’ingerenza statunitense e l’indulto concesso all’ex presidente Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere per narcotraffico (circa 400 tonnellate di cocaina introdotte negli USA) ed esige un riconteggio voto per voto, non riconoscendo i risultati del Cne, la presidente Xiomara Castro scende in campo e lancia un grido d’allarme.

Non solo per la prima volta da quando ha assunto la prima carica dello Stato la polizia ha represso con violenza la protesta pacifica, in questo caso dei militanti di Libre che presidiavano i locali in cui si svolge la revisione dei verbali, ma le possibilità che si passi da un colpo di Stato elettorale a un colpo di Stato vero e proprio sembrano aumentare ogni giorno di più.

“Le elezioni sono nulle e prive di qualsiasi valore. Denunceremo questo colpo di Stato elettorale nelle sedi opportune. La sovranità non è negoziabile e la democrazia non può essere svenduta. Il popolo non può e non deve accettare elezioni basate su ingerenza straniera e ricatti”, ha detto in un comunicato.

Ha poi rincarato la dose ed ha chiesto l’immediata destituzione di chi ha ordinato la repressione la notte di ieri 15 dicembre.

“Ho avuto notizia che Juan Orlando Hernández sta preparando il suo rientro in Honduras per proclamare il vincitore delle elezioni, si sta preparando un’aggressione orientata a rompere l’ordine costituzionale e democratico attraverso un colpo di Stato contro il mio governo”.

Ha quindi invocato la mobilitazione immediata e pacifica del popolo honduregno.

“Convoco il popolo, i movimenti sociali, i collettivi, gli organismi di base, la militanza e la cittadinanza in generale a muoversi verso la capitale per difendere il mandato popolare, rifiutare qualsiasi tentativo golpista, e diffondere a livello internazionale ciò che sta accadendo”.

Le prossime ore saranno chiave per definire il futuro del paese centroamericano.

Fonte

18/04/2025

Ecuador - Un risultato elettorale più che dubbio

In Ecuador si è svolto il secondo turno delle elezioni presidenziali ecuadoriane, tra l’attuale presidente Daniel Noboa, di Azione Democratica Nazionale e la candidata della Rivoluzione dei Cittadini, Luisa González.

Va ricordato che il primo turno di domenica 9 febbraio si era concluso con un pareggio tecnico tra Noboa (4:527.606 voti = 44,17%) e Luisa González (4:510.860 voti = 44%).

Allo stesso modo, tutti i sondaggi precedenti prevedevano un nuovo pareggio tecnico e gli exit poll prevedevano una vittoria di González con un margine compreso tra il 3% e il 5%.

Previsioni logiche tenendo conto del sostegno a questo secondo turno del Movimento di Unità Plurinazionale Pachakutik, che ha ottenuto il 5% dei voti al primo turno.

Risultato “sorprendente” o peggio?

Secondo il Consiglio Nazionale Elettorale dell’Ecuador, il risultato con il 97,73% dei voti scrutinati indica che Noboa ha vinto con il 55,63% contro il 44,37% di González.

La differenza tra il primo e il secondo turno è passata da 17mila a più di un milione di voti.

Ciò ha portato alla denuncia della candidata Luisa González per brogli e alla richiesta che sia il conteggio finale che il precedente processo elettorale fossero indagati.

Se prendiamo in considerazione i risultati dei sondaggi dei giorni precedenti, possiamo dire che il risultato è sorprendente.

Ma se lo confrontiamo con gli exit poll effettuati con le testimonianze dei primi elettori nei circuiti, possiamo parlare di un risultato insolito e poco credibile, che ci costringe a rivedere le lamentele su quanto accaduto nei giorni precedenti e il giorno del voto.

Nei giorni precedenti sono accadute alcune cose:

- Il rifiuto di Noboa di rispettare l’obbligo di richiedere una licenza normativa dalla sua posizione per poter fare campagna elettorale e quindi impedire alla vicepresidente Verónica Abad di assumere la presidenza, con la quale ha forti differenze.

- Una propaganda ufficiale che utilizza fino a quattro volte al giorno la rete nazionale nei giorni in cui era in vigore il silenzio elettorale.

- Uso di denaro pubblico per finanziare le visite guidate del candidato del partito di governo.

- Proibizione del voto agli ecuadoriani residenti in Venezuela, che erano in modo schiacciante favorevoli all’opposizione al primo turno.

- Dichiarazione dello stato di emergenza per 60 giorni in metà del paese con sospensione dei diritti di riunione, libera circolazione, inviolabilità del domicilio e della corrispondenza; Per coincidenza, nella regione in cui l’opposizione ha ottenuto il suo miglior voto.

Nel giorno delle elezioni

- Espulsione dei delegati dell’opposizione da alcuni seggi elettorali.

Alcune reazioni nella regione

L’OSA, che ha inviato osservatori alla legge elettorale, pur non mettendo in discussione il risultato della stessa, ha dichiarato nel suo rapporto di “aver osservato con preoccupazione che il processo elettorale è stato caratterizzato da condizioni di iniquità durante la campagna” e ha anche osservato che c’è stato un “uso improprio delle risorse pubbliche e dell’apparato statale per scopi di proselitismo”.

Va notato che non tutte le dichiarazioni dei governanti progressisti nella regione erano dello stesso tenore.

Mentre Lula, Orsi e Boric si congratulavano con il popolo ecuadoriano e con il candidato trionfante, il presidente del Messico e il presidente della Colombia non hanno fatto lo stesso.

Claudia Sheinbaum nella sua conferenza stampa del 16 è stata categorica nell’affermare che il Messico non riprenderà le relazioni diplomatiche con l’Ecuador finché Daniel Noboa ne è il presidente, poiché è stato responsabile dell’invasione dell’ambasciata messicana in Ecuador e dell’arresto di Jorge Glas che vi si rifugiava (1)

Da parte sua, Gustavo Petro ha dichiarato il 15 di aver ricevuto notizie preoccupanti sulle elezioni in Ecuador. “In sette province è stato decretato lo stato di emergenza. L’esercito dirigeva il giorno delle elezioni, i seggi elettorali durante le elezioni e il conteggio dei voti. Non ci sono elezioni libere in uno stato d’assedio. Non riesco a riconoscere le elezioni in Ecuador”. Ha ritenuto che il governo ecuadoriano “debba consegnare i verbali di ogni tavolo da verificare”, come ha chiesto dopo le elezioni in Venezuela (2)

Credo che queste dichiarazioni di Petro siano le più appropriate e coerenti di fronte a una situazione come quella che sta attraversando l’Ecuador, e dovrebbero essere accompagnate da tutti i leader progressisti della nostra regione.

Note

(1) Jorge Glas era vicepresidente dell’Ecuador nel governo di Rafael Correa.

(2) Petro lo aveva richiesto insieme ai presidenti del Brasile e del Messico; Lula e Andrés Manuel López Obrador

Fonte

29/11/2024

UE sulla Georgia: elezioni da ripetere finché non vinciamo

A un mese dalle contestate elezioni parlamentari in Georgia, il Parlamento Europeo, ieri, ha votato favorevolmente una risoluzione con la quale non riconosce il risultato uscito dalle urne, chiedendo di ripetere il voto entro un anno, sotto la supervisione internazionale e per opera di un’amministrazione “indipendente”.

Alla tornata appena conclusa, il partito Sogno Georgiano aveva confermato la maggioranza con il 54% dei voti. L’opposizione, forte anche dell’appoggio della presidente uscente Salomé Zourabichvili, ha subito denunciato brogli e violenze, fatte risalire alla presunta influenza russa nelle procedure di votazione.

Sogno Georgiano, pur avendo seguito in passato le linee dettate dall’euro-atlantismo, prima si è opposto prima alla politica di sanzioni contro Mosca, poi ha spinto l’adozione di una legge sulle “interferenze straniere” del tutto simile a quelle statunitensi ed europee, ma ciò l’ha fatto etichettare subito come filo-russo.

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha denunciato pressioni e tensioni che avrebbero inficiato i risultati. Si tratta della stessa istituzione che ha ignorato gli ostacoli al voto posti ai moldavi residenti in Russia, in occasioni delle recenti elezioni presidenziali e del referendum per inserire l’ingresso in UE da inserire nella Costituzione di Chisinau.

Inoltre, è molto difficile considerare come “neutrale” un soggetto il cui coordinatore speciale in Europa, Pascal Allizard, ha detto che spera il paese si avvicini agli obiettivi di integrazione europea. È chiaro che ci sia un pesante condizionamento rispetto agli indirizzi di politica estera che, a suo avviso, Tbilisi dovrebbe seguire.

Varie proteste di piazza avevano già attraversato il paese, e altre manifestazioni sono state organizzate nelle ultime settimane sotto le bandiere della UE e della NATO. La prima sessione del Parlamento è stata boicottata sia dalla Zourabichvili (che, ricordiamo, è un’ex ambasciatrice francese, poi naturalizzata georgiana) sia dalle opposizioni.

Zourabichvili non ha ratificato il voto e ha intentato una causa presso la Corte Costituzionale per annullarlo. Ma ad ogni modo, sempre secondo la carta fondante del paese, i numeri di Sogno Georgiano hanno permesso di dare avvio alla nuova legislatura, potendo contare su la metà più uno del numero totale dei parlamentari.

La questione si fa però ora spinosa non solo dal punto di vista legale, ma anche – e soprattutto – per ciò che riguarda la polarizzazione nelle strade. Sempre in Costituzione si legge che “il Parlamento acquisisce pieni poteri una volta riconosciuto da due terzi dei membri del Parlamento stesso”.

Questo numero, finché almeno 11 membri dell’opposizione non vi si siederanno, non può essere raggiunto. E intanto, il 14 dicembre il consesso rinnovato dovrebbe votare anche il nuovo Presidente, con la Zourabichvili che è in scadenza di mandato e sta dunque avvicinandosi a operare fuori dalla legalità costituzionale.

Risulta chiaro come la questione georgiana si sta giocando sul filo di un vuoto di potere accompagnato da mobilitazioni di piazza fortemente orientate dalle centrali imperialistiche occidentali. Da Strasburgo arriva il sostegno tramite la risoluzione appena votata dal Parlamento Europeo, affermando inoltre che la strada presa dalle Georgia è incompatibile con l’integrazione euroatlantica.

Invocando “indagini internazionali” che però ancora non sono state fatte, la UE invita comunque già da ora a imporre sanzioni contro singole personalità ritenute responsabili di aver allontanato il paese da Bruxelles. Non propriamente un iter limpido e fondato, che rischia solo di peggiorare una situazione già al limite della rottura.

Nella serata di ieri, il primo ministro Irakli Kobakhidze ha reso noto che il processo di adesione della Georgia alla UE verrà interrotto, almeno fino al 2028. La risposta è stata un rinfocolarsi delle piazze, con barricate e scontri davanti al Parlamento.

Potrebbe allora essere proprio l’opzione “golpista” ad attirare la classe dirigente europea. La richiesta di supervisione internazionale e di un’amministrazione indipendente che organizzi un nuovo voto è già di per sé un’evidente ingerenza esterna, anche se ancora presentata come fosse nell’alveo di un processo democratico.

Non è molta la distanza che separa il far parlare le risoluzione dal far parlare i fatti...

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28/10/2024

La Georgia dice no alla opzione euroatlantica

Ci avevano provato anche in Georgia così come in Moldavia, ma la maggioranza della popolazione ha detto no all’opzione filo-Ue. La Commissione elettorale di Tbilisi, secondo il conteggio effettuato in più del 99% dei collegi elettorali, ha annunciato i risultati definitivi delle elezioni legislative con il partito il Sogno Georgiano che ha ottenuto il 54,08% dei voti, contro il 37,58% della coalizione filoeuropea e pro Nato.

Ovviamente, durante la notte, la coalizione filo-Ue si è rifiutata di ammettere la sconfitta. A differenza della Moldavia, dove i brogli sono stati fatti dalle forze filo-Ue, in Georgia la coalizione euroatlantica si è affrettata a dichiarare che “Non riconosciamo i risultati distorti di elezioni rubate”. Lo ha  affermato in una conferenza stampa Tina Bokoutchava, capo del Movimento nazionale unito (Unm), uno dei quattro partiti della coalizione filoccidentale.

“Come dimostrano i risultati resi pubblici dalla commissione elettorale centrale, il Sogno Georgiano ha ottenuto una solida maggioranza” ha dichiarato invece ai giornalisti il segretario esecutivo del partito, Mamuka Mdinaradze.

Secondo gli osservatori dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), della Nato e dell’Ue, le elezioni in Georgia sono state “inficiate da disuguaglianze (tra i candidati), pressioni e tensioni”. Si tratta però degli stessi osservatori rivelatisi “piuttosto distratti” di fronte ai brogli avvenuti in Moldavia e che hanno consentito una vittoria di strettissima misura delle forze che vogliono l’adesione all’Unione Europea.

Il voto di sabato si è svolto dopo mesi di aspri scontri interni ma anche di fortissime e differenziate ingerenze internazionali sulla Georgia. Il partito Sogno Georgiano è stato accusato dai circoli di Bruxelles di ostacolare il percorso europeo del Paese. L’adozione di una legge “sulla trasparenza dell'influenza straniera” – anche nota come “legge sugli agenti stranieri” – aveva suscitato gli attacchi al governo georgiano da parte della Ue e degli USA, ed aveva portato ad un riavvicinamento di Tbilisi a Mosca, malgrado i problemi ancora esistenti tra Georgia e Russia in seguito al conflitto russo-georgiano del 2008. In questi tre anni, il governo georgiano non ha adottato sanzioni contro Mosca in seguito all’intervento in Ucraina.

Per i commentatori e le classi dirigenti europee sta diventando una cattiva sorpresa scoprire che, dopo la sbornia degli anni Novanta del secolo scorso, in Europa non è più affatto scontato che tutti siano entusiasti di finire dentro la gabbia dell’Unione Europea, al contrario.

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22/10/2024

Moldavia - Per imporre l’opzione euroatlantica sono ricorsi ai brogli

I fatti sono questi. Dopo una notte di vantaggio del “No” nel referendum sull’adesione della Moldavia all’Unione Europea (in realtà all’inserimento di questo obiettivo nella Costituzione), arriva la mattina e improvvisamente il “Sì” è passato in vantaggio per un pugno di voti. Il risultato alla fine è stato che il Sì all’ingresso della Moldavia in Ue ha ottenuto il 50,4% (747.347 voti) e il No all’ingresso della Moldavia in Ue: 49,5% (735.104 voti).

Una stranezza che suscita più di qualche sospetto di brogli.

Ma la canea politica-mediatica in Europa ci ha abituato – o meglio, vorrebbe farci abituare – all’idea che i brogli li fanno solo gli “altri”, gli stati inseriti sulla “lista nera” di chi ha diviso il mondo nel Giardino e la Jungla.

In questo caso, invece, sembra proprio che i brogli possano essere ascritti agli amici della Ue e della Nato. Soprattutto attraverso la filiera dei voti dei moldavi all’estero. Gran parte della diaspora è appunto nei paesi europei, e questi hanno ricevuto tutto il necessario per votare. Al contrario, per il quasi mezzo milione di moldavi residenti in Russia il governo Sandu ha messo a disposizione solo 10.000 schede.

Per coprire questa contraddizione e il rovesciamento repentino di un risultato che appariva acquisito, i mass media europei diffondono l’idea che i brogli si che c’erano e che ci sarebbero stati, solo da parte dei partiti anti-Ue e filo-russi ovviamente, ma “prima” del referendum e delle elezioni presidenziali svoltesi domenica.

Per condizionare politicamente e materialmente il voto, il governo Sandu – sostenuto dalla Ue e dalla Nato – nelle settimane precedenti il referendum e le elezioni aveva dato vita a centinaia di arresti di militanti dei partiti dell’opposizione con l’accusa, ormai dilagante e troppo spesso ingiustificata, di essere “filo-russi”.

Su questa repressione di massa in Moldavia l’Unione Europea è stata totalmente silente e complice. Fosse avvenuto in Venezuela gli strepiti si sarebbero sentiti fino su Marte.

Ma la partita potrebbe non essere chiusa. Non solo la polarizzazione si è rivelata comunque enorme, ma la presidente filo-Ue e filo-Nato, Maia Sandu, è costretta ad andare al ballottaggio contro il candidato del Partito Socialista avendo ottenuto al primo turno meno del 42%.

Non sappiamo se gli osservatori internazionali occidentali anche al ballottaggio si gireranno dall’altra parte, ma la prossima volta che un governo o un giornale europeo strillerà ai brogli in qualche altro paese che non gli garba meriterà, senza sconto alcuno, un sonoro calcio nel culo.

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22/09/2021

Russia - Voto per la Duma, i commenti dei comunisti russi

I risultati definitivi del voto per il rinnovo della Duma russa verranno presentati venerdì prossimo, ha dichiarato lunedì scorso la presidente della Commissione elettorale centrale Ella Pamfilova: «Per ora, finché non tracciamo il bilancio definitivo, non mi congratulo con nessuno».

A tutt’oggi, dunque, i risultati sono quelli ufficiosi già diffusi il 20 settembre, a scrutinio ultimato di oltre il 99% delle schede: affluenza al 51,68%; voti: Russia Unita (ER) 49,82%, KPRF 19%, LDPR 7,49%, Russia giusta 7,42%, Nuove persone 5,35%. Altre nove formazioni non hanno superato la soglia del 5%.

L’analista dell’ufficialissima RIA Novosti, Irina Alksnis, scrive che ER ha perso meno di cinque punti percentuali nel voto di lista, smentendo le tetre previsioni di chi parlava di 20% di voti in meno rispetto al 2016, mentre i risultati nei collegi uninominali «hanno permesso al partito di conservare la maggioranza costituzionale».

Così che «punto focale, comune a tutte le discussioni sui risultati, è la tesi sulla significativa vittoria di ER, da alcuni definita addirittura un trionfo».

Come sia stato possibile raggiungere una tale vittoria, stante la politica antipopolare, a esser magnanimi, del partito di governo (due punti per tutti: la riforma che ha innalzato l’età pensionistica e la frantumazione del sistema sanitario pubblico, esasperata ora dalla pandemia) questo è invece il “punto focale” di discussione, comune pressoché a tutte le forze comuniste e di sinistra russe.

E la parola che più ricorre in queste discussioni è “falsificazione”: definizione per l’appunto ripetuta soprattutto dal più “sistemico” dei partiti di sinistra, leale sostenitore di Vladimir Putin, quanto avversario totale del governo: il KPRF di Gennadij Zjuganov.

Il Fronte unito del lavoro (ROTFront) scriveva lunedì che già alla vigilia del voto (quello elettronico ha preso il via il 17 e 18 settembre, mentre il 19 settembre ci si recava ai seggi) erano ricominciate le lamentele dei lavoratori di imprese pubbliche, o comunque dipendenti statali, “molto esortati” a optare per il voto elettronico a distanza.

Ecco il risultato, scrive ROTFront, «l’affluenza alle urne registrata col sistema di voto elettronico ha raggiunto a Mosca un vertiginoso 93%, mentre l’affluenza diretta ai seggi alle 16 di domenica era solo del 36,37%».

Imporre ai dipendenti delle aziende di stato o agli impiegati degli uffici pubblici di “esprimere la propria volontà” e non astenersi dalla partecipazione al voto, è una pratica usata da molto tempo, scrive ROTFront.

Ora, lo sviluppo delle tecnologie informatiche permette di «facilitare tale processo e il controllo dell’esecuzione. Nella primavera del 2021, per creare l’apparenza di un “sostegno nazionale” alle primarie di ER, anche i dipendenti pubblici delle regioni di Mosca e Kaluga sono stati costretti a registrarsi ai “servizi statali”; mentre gli insegnanti di Piter sono stati esortati a registrarsi sul sito web di ER».

Lo stesso Zjuganov, nella conferenza stampa del 20 settembre, ha squalificato il voto elettronico, affermando che ad aver risposto all’appello del KPRF è stata soprattutto la “Russia profonda”, che è andata di persona ai seggi il 19 settembre; in particolare, ha detto, i giovani fino a trent’anni di età hanno rifiutato il voto elettronico.

Il KPRF ha ottenuto rilevanti risultati soprattutto nelle repubbliche e regioni dell’estremo oriente e della Siberia: per la prima volta da molti anni, ha detto Zjuganov, in pratica da Sakhalin fino a Tomsk, «ER, che da 20 anni conduce una politica assolutamente nefasta per la Russia e in queste elezioni non era un semplice opponente, ma il nostro principale nemico, ha perso il primo posto e ora siamo praticamente alla pari. Negli ultimi cinque anni, ER ha approvato una serie di leggi che affossano il paese e lo condannano all’estinzione. Hanno distrutto 80.000 imprese industriali e 50.000 kolkhozy».

Nella stessa Mosca, dice Zjuganov, la disparità di redditi tra il 10% dei più ricchi e il 10% dei più poveri è di 18 volte, mentre continua lo smantellamento dei settori di istruzione e sanità pubblici: nei 3 anni precedenti la pandemia il personale sanitario era stato ridotto del 40%.

Ringraziando per il sostegno elettorale il Partito del Nuovo socialismo di Nikolaj Platoškin e il Fronte della sinistra di Sergej Udal’tsov, Zjuganov ha ribadito la propria lealtà al Presidente, accusando invece ER e la compagine di governo di “sabotare” le direttive di Putin per adeguare i ritmi di sviluppo a quelli mondiali, mentre oggi sono di 3 volte inferiori.

Per cui, ha detto, è necessario rimediare alla situazione, perché la violenza contro il sistema elettorale, la violenza contro i cittadini, il furto dei loro voti non aggiungono nulla né all’autorità del Presidente, né alla sua politica, mentre «noi siamo pronti per un dialogo normale».

Zjuganov ha parlato di risultati più che positivi, con il KPRF davanti a ER, ad esempio nel territorio di Khabarovsk, o in Jakutija. A proposito di quest’ultima, Zjuganov ha ricordato la politica boschiva di ER, con servizio forestale liquidato, interi specchi d’acqua prosciugati, sette milioni di ettari di bosco bruciati il mese scorso: «i risultati del voto in Jakutija esprimono lo stato d’animo reale della società».

In altre aree, la distanza tra ER e KPRF è stata di appena 1-3 punti “nelle regioni di Irkutsk, Omsk, Novosibirsk, Sakhalin, Territorio di Altaj, Kamčatka, Primor’e, Repubblica Marij-El. Ma ci sono stati anche episodi “singolari”, ha detto Zjuganov.

«In Estremo oriente e Siberia, alle ore 19 del 19 settembre, i risultati di ER e KPRF erano in media quasi allo stesso livello, entrambi tra il 25 e il 30%. Poi, nel corso degli scrutini della notte, ER è inspiegabilmente passata avanti, mentre KPRF è sceso di 6 punti».

“Nessuno ha bisogno di elezioni falsificate”, titolava lunedì Sovetskaja Rossija, organo ufficioso del KPRF e riportava la testimonianza del vice presidente del KPRF, Dmitrij Novikov, secondo cui il presidente e un componente del seggio 803 a Piter avevano messo a soqquadro il locale, rompendo le urne e disperdendo le schede, sicuri che «non avessero dato i risultati dovuti»; più o meno la stessa cosa al seggio 1641.

Un altro dei vice presidenti del KPRF, Jurij Afonin ha parlato di «pericoloso arbitrio» del potere. Dmitrij Novikov ha dichiarato che nelle elezioni a vari livelli, «non solo i dati digitali vengono falsificati, riscritti, la mostruosità della situazione sta nel fatto che il processo elettorale viene falsificato in quanto tale fin dall’inizio. Giudicate voi stessi: se 5 dei nostri compagni non possono partecipare affatto alle elezioni dei capi di regione, si tratta di una procedura elettorale?

È molto comodo vincere le elezioni per governatore quando i tuoi principali avversari non partecipano affatto alle elezioni. È molto comodo vincere quando i candidati del partito di governo non escono dagli schermi televisivi da mattina a sera, mentre gli avversari non vi compaiono affatto»
.

In queste elezioni, ha detto Novikov, ER ha «cessato di essere un partito. Sinora, poteva esser considerato un partito con forte presenza in tutte le strutture di potere, in particolare nell’esecutivo. Oggi è chiaro che non esiste affatto un tale partito, ma esiste una corporazione di potere, che si camuffa da partito per vincere un certo numero di seggi a favore dei propri padroni alla Duma».

Nel corso della conferenza stampa del 20 settembre, il KPRF ha mostrato anche brevi video girati da propri scrutatori: dal minuto 0,52 a 1,15 ci sono immagini su personale di seggio che mette nelle urne schede votate – si presume a favore di ER.

Il buco nella ciambella è solo diventato più largo, con l’avanzata del KPRF; ma è pur sempre la solita “ciambella”, dicono al Partito comunista operaio russo (RKRP). Il Segretario, Stepan Malentsov constata che i risultati del voto erano «noti in partenza a ogni persona pensante dunque non sorprendono minimamente nessuno».

Per dirla in breve, insomma, quella minoranza di persone che «credono nelle elezioni, una minoranza di elettori, ha scelto chi ne assicurerà lo sfruttamento generale per i prossimi cinque anni. Non un solo partito, tra quelli che veramente si oppongono al capitalismo, che lottano per cambiare il sistema sociale e organizzano la lotta dei lavoratori, ha potuto anche solo avvicinarsi alle elezioni. Anzi: non ha nemmeno potuto accedere alla registrazione, per avere anche solo l’opportunità di risultare nei sondaggi».

E se anche la partecipazione è stata più alta di qualche punto rispetto al 2016, è dovuto al fatto che hanno «prolungato il voto su tre giorni e il voto elettronico si è trasformato in un’arma di potere. Nelle grandi città industriali, con una percentuale maggiore di lavoratori industriali, come Piter, l’affluenza è stata di circa il 30%. Questo parla di insoddisfazione per le politiche della borghesia e di sfiducia nei suoi partiti».

Anche il risultato del KPRF, balzato dal 13,5 al 19%, «cambia poco o nulla. ER, come prima, avrà una maggioranza costituzionale per approvare qualsiasi legge. E non sto nemmeno a parlare della composizione dei deputati del KPRF: signori, capitalisti e milionari, ex membri di ER, parlamentari di lunga data; mancano però lavoratori e organizzatori del movimento operaio».

Lo spettacolo chiamato “elezioni per la Duma di Stato” è giunto nuovamente al termine, scrivono al VKPB, il partito della defunta Nina Andreeva; «Internet è di nuovo pieno di video che documentano numerose violazioni e brogli elettorali ai seggi. I “risultati” ufficiali non sono sorprendenti ed erano abbastanza prevedibili. ER tiene, grazie sia al voto dei burocrati di stato e della borghesia (e delle loro famiglie), sia a spese degli strati più arretrati della popolazione».

Per quanto riguarda il KPRF, che ha ottenuto il secondo posto con il 19% nella “circoscrizione unica”: si tratta di un «partito essenzialmente socialdemocratico, che raccoglie i voti di una parte dei lavoratori insoddisfatti del regime politico e della situazione socio-economica.

I leader del KPRF, come sempre, esprimono insoddisfazione per le macchinazioni nel voto. Ma questo malcontento non dura a lungo: faranno rumore e poi si calmeranno, e andranno a sedersi alla Duma, riceveranno stipendi parlamentari e “regalie” dalla borghesia per fare da lobbisti delle aziende private»
.

I media borghesi tacciono però sull’esito principale: la «maggioranza degli elettori non è andata a votare, o ha cancellato dalle schede tutti i candidati. Se l’affluenza ufficiale è stata del 51% e sapendo che un gran numero di voti viene “attribuito”, si può concludere che solo una minoranza di cittadini russi è andata alle urne».

La maggior parte dei cittadini ha capito da tempo che «nella Russia borghese di oggi le elezioni non influiscono su nulla; tanto più le elezioni alla Duma, le cui decisioni, secondo la Costituzione, possono essere annullate dal Consiglio della Federazione o dal Presidente. La maggioranza dei lavoratori dimostra una posizione più cosciente degli attivisti di molte organizzazioni di sinistra, che ogni cinque anni impazziscono e esortano tutti ad andare alle urne: parliamo non solo del KPRF, ma anche dei suoi satelliti, come il “Fronte di sinistra”, o i neo-trotskisti del “Partito rivoluzionario dei lavoratori”.

E se i leader di queste organizzazioni agiscono in modo abbastanza razionale, negoziando con il KPRF alcuni Geschäft per se stessi, gli attivisti di base “si sacrificano per l’idea”: prima chiedono a tutti di andare alle urne, e poi piangono sulle frodi ai seggi o si lamentano delle persone “poco coscienti”»
.

Per concludere, a proposito dei supposti voti dell’opposizione naval’niana confluiti sul KPRF e che ne avrebbero consentito l’avanzata, non è possibile confermare o escludere con certezza tale ipotesi, prospettata per altro non solo dalla stampa liberale occidentale, che piange ancora per il proprio eroe “ingiustamente incarcerato”.

E non è possibile escludere la congettura, sia per la politica dello stesso KPRF, sia per le semplice constatazione che moltissime persone, tra coloro che a parole sostengono Aleksej Naval’nyj, appoggiano non tanto lui o gli adepti della sua setta, quanto sono stanche della oligarchia finanziaria e della politica che ne è espressione.

Da Facebook: «Dopo le manifestazioni e i cortei dal 2000 in qua, agli inizi degli anni ’20 i liberali sono rimasti senza nulla in mano: il leader in prigione, gli attivisti sparpagliati; così, per la disperazione, quei ragazzi hanno sputato su tutto e hanno invitato a sostenere chiunque, tranne ER. In una parola, la Russia ha fatto un passo verso un sistema borghese “normale” (scherzo)».

Tanto basti.

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03/03/2020

Bolivia - Non ci fu alcuna frode elettorale. La vittoria di Evo Morales era legittima

Il quotidiano statunitense The Washington Post ha pubblicato giovedì scorso un’investigazione che conferma come non esistono evidenze di frode nelle elezioni del 20 ottobre 2019 in Bolivia: “La nostra investigazione non ha trovato nessuna ragione per sospettare una frode”.

“Come specialisti in integrità elettorale, troviamo che l’evidenza statistica non appoggia la denuncia di frode nelle elezioni di ottobre in Bolivia”, affermano John Curiel e Jack Williams, esperti del Laboratorio di Scienza e Dati Elettorali del Massachusetts Institute of Technology (MIT), nell’articolo apparso nella sezione di politica del quotidiano statunitense.

“Considerando tutto, l’analisi statistica e le conclusioni dell’OSA sembrano enormemente difettose”, riferisce l’articolo.

La notizia di quell’organizzazione, ricorda The Washington Post, è stato il supporto principale per le denunce di frode.

L’OSA ha parlato di “profonda preoccupazione e sorpresa per il cambiamento drastico e difficile da spiegare nella tendenza dei risultati preliminari”. Ma l’analisi statistica dietro questa affermazione è problematica.

“Nel momento del fermo nel conteggio, dato che Morales aveva superato la soglia del 40%, la questione chiave è se il suo calcolo di voti era di 10 punti più alto rispetto al suo competitore più vicino. Altrimenti, avrebbe dovuto sostenere un secondo turno contro l’ex presidente Carlos Mesa.

“I nostri risultati sono stati diretti. Non sembra esserci statisticamente una differenza significativa nel margine prima e dopo il fermo nel conteggio preliminare. Invece, è altamente probabile che Morales avesse sorpassato il margine di 10 punti nel primo turno.

“Come arriviamo lì? La messa a fuoco dell’OSA si appoggia su ipotesi binarie: che il conteggio ufficioso riflette con esattezza il voto continuamente misurato, e che le preferenze di voto riportate non variano durante il giorno. Se queste ipotesi fossero certe, un cambiamento di tendenza a favore di un partito col passare del tempo allora potrebbe indicare potenzialmente una frode.

“L’OSA non cita un’investigazione previa su cui dovrebbero basarsi queste ipotesi per reggere. Ci sono ragioni per credere che le preferenze degli elettori e le notifiche sui votanti possono variare nel tempo: aree dove si ammucchiano elettori poveri possono avere file più lunghe e minore capacità per contare e riportare rapidamente il totale dei voti. E questi fattori si possono applicare molto bene in Bolivia, dove ci sono brecce severe nelle infrastruttura e nelle situazioni economiche tra zone urbane e rurali.

La pubblicazione del Washington Post segnala inoltre l’assenza di un cambiamento drastico nei risultati prima e dopo la detenzione preliminare del conteggio o nella tendenza del voto che ha sempre favorito Morales.

“Non troviamo nessuna evidenza di queste anomalie”, hanno assicurato Curiel e Williams dopo aver analizzato i dati sull’investigazione, che hanno notificato all’OSA, però senza ricevere risposta.

Le rivelazioni del Washington Post hanno confermato che la differenza di più del 10% a favore di Morales è legittima e coincide col conteggio preliminare.

Denunciano che ci sono state numerose irregolarità e mancanza di evidenza nella relazione dell’OSA, e che i dati dimostrano chiaramente che la frode non esiste e che il margine di differenza che ha dato la vittoria ad Evo Morales è corretto.

Curiel e Williams concludono: “La frode elettorale è un problema grave, però basarsi su prove non verificate come segno di frode è una seria minaccia per qualsiasi democrazia”.

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10/11/2019

Bolivia - Evo Morales accetta la risoluzione dell’OSA per nuove elezioni

Ultima ora. Con una decisione sofferta e inaspettata, Evo Morales ha annunciato la richiesta di nuove elezioni generali e il rinnovo del Tribunale Supremo Elettorale, l’organo ufficiale finito sotto accusa per frode elettorale che aveva consentito al presidente Morales una nuova vittoria.

La decisione del presidente boliviano arriva dopo una relazione preliminare resa nota questa mattina (vedi sotto) dal segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), Luis Alamagro. L’agenzia ha concluso che, nel corso dell’audit dei risultati e dopo aver esaminato elementi quali la tecnologia utilizzata nelle elezioni, la catena di custodia, l’integrità dei verbali e le proiezioni statistiche, “sono state riscontrate irregolarità che vanno da molto gravi a indicative”.

In particolare, il documento indica che vi era una manipolazione nel sistema di trasmissione dei risultati elettorali preliminari (TREP), che “influiva sui risultati di tale sistema” e sul calcolo finale, che era anche direttamente influenzato dall’esistenza di “atti fisici con alterazioni e firme contraffatte“.

La risoluzione cita esempi del conteggio dei voti fatti all’estero e denuncia che “dei 176 minuti di analisi del campione che era stato esaminato in Argentina, il 38,07% presenta incoerenze con il numero di cittadini che hanno pagato, riflette un numero maggiore di voti rispetto al totale nelle liste indice. ”

Pertanto, l’OSA afferma che il gruppo incaricato dell’audit “non può convalidare una vittoria al primo turno” per il presidente Evo Morales e ha raccomandato che “un altro processo elettorale” venga svolto, sebbene con “nuove autorità elettorali per lo svolgimento di elezioni affidabili”.

Questo audit è stato condotto con l’approvazione del governo boliviano, tuttavia è stato respinto dal leader dell’opposizione Carlos Mesa, quindi ci si aspetta quale sarà la sua posizione, ora che i risultati dell’OSA recepiscono quello che hanno richiesto con le violente manifestazioni nelle strade ossia la ripetizione delle elezioni.

Qui di seguito il testo della Risoluzione dell’OSA.

*****

Il Segretariato Generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) segue costantemente i molti aspetti della situazione in Bolivia mentre, di fronte alle tensioni nel paese, ha richiesto al team di audit il massimo impegno per avanzare i risultati del rapporto nel processo di preparazione delle ultime elezioni.
La situazione nel paese richiede attori governativi (principalmente) e politici delle diverse opzioni, nonché tutte le istituzioni per agire in conformità con la Costituzione, la responsabilità e il rispetto dei mezzi pacifici.

Il diritto alla protesta pacifica deve essere protetto e garantito, mentre le istituzioni dello Stato boliviano devono agire in conformità con le disposizioni della Costituzione e le leggi del paese.

La cosa più preziosa da tenere a mente in questo momento è il diritto alla vita dei boliviani ed evitare qualsiasi confronto violento tra compatrioti.

Dal Segretariato Generale dell’OSA ribadiamo la volontà di cooperare nella ricerca di soluzioni democratiche per il Paese, motivo per cui, a causa della gravità delle denunce e delle analisi relative al processo elettorale che il team di revisori dei conti ci ha trasferito Va notato che il primo turno delle elezioni del 20 ottobre deve essere annullato e il processo elettorale deve ricominciare, il primo turno ha luogo non appena ci siano nuove condizioni che diano nuove garanzie per la sua celebrazione, tra cui una nuova composizione del corpo elettorale.

Naturalmente, rimane il rapporto finale dettagliato sulla questione che verrà elaborato secondo le ipotesi stabilite.

Resta inoltre inteso che i mandati costituzionali non dovrebbero essere interrotti, incluso quello del presidente Evo Morales.

Il Segretariato Generale ribadisce la richiesta di evitare l’estensione della violenza e fa pervenire la sua solidarietà al popolo boliviano.

*****

Dichiarazione del Presidente Evo Morales – Vogliamo esprimere nuovamente la situazione politica che vive la nostra amata Bolivia.

La Bolivia sta vivendo momenti di conflitto con il rischio di un serio scontro tra boliviani.

Come presidente, la mia missione principale è proteggere la vita, preservare la pace, la giustizia sociale, la stabilità economica di tutta la famiglia boliviana, ascoltando così i membri della sede dei lavoratori boliviani, il patto di unità dei settori sociali che ho deciso:
1) di rinnovare tutti i membri della TSE. Nelle ore successive l’Assemblea Plurinazionale stabilirà le procedure per questo, in conformità con la legge e con le forze politiche;
2) convocare nuove elezioni nazionali che, attraverso il voto, consentano al popolo boliviano di eleggere democraticamente le loro nuove autorità incorporando nuovi attori politici.

Sorelle e fratelli, dopo la decisione che abbiamo preso, voglio chiedere alla stampa e al popolo della Bolivia di lavorare per pacificare la Bolivia. Abbassare tutta la tensione.

Faccio appello: rispetto tra le famiglie, rispetto per la proprietà privata, rispetto per le autorità, rispetto per tutti i settori sociali, tutto ciò che abbiamo in Bolivia è patrimonio del popolo boliviano e tra i boliviani non possiamo fronteggiarci a vicenda per farci del male.

Ecco perché ho chiesto a tutti di garantire una convivenza pacifica, ponendo fine alla violenza per il bene di tutti.

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25/04/2019

Egitto - Voto farsa, al-Sisi al potere fino al 2030

di Pino Dragoni

Con l’88,8% dei voti validi vincono i «Sì» e passa la controversa riforma costituzionale fortemente voluta dal presidente al Sisi e dai suoi sostenitori. Tra accuse di compravendita di voti, la censura di internet, e la repressione delle opposizioni, il regime ha spinto sull’acceleratore per chiudere il più rapidamente possibile la partita su una riforma senza precedenti per l’Egitto. Prevedibile il risultato. Molto meno l’affluenza, che secondo i dati ufficiali è stata del 44,3% su 61 milioni circa di aventi diritto.

IN UN PRIMO MOMENTO le autorità avevano dichiarato che ci sarebbero voluti tra i tre e i cinque giorni per i risultati ufficiali. Dopo il bombardamento mediatico delle ultime settimane, improvvisamente a urne chiuse sul referendum era calato un silenzio inusuale. Sin dalle prime ore della serata di lunedì è stato impedito ai magistrati che monitoravano le operazioni di spoglio di rilasciare dichiarazioni ufficiali. Nessun dato sull’affluenza, niente exit poll, e sui maggiori canali televisivi erano stati persino cancellati i programmi previsti per seguire e commentare le notizie sul voto, come è sempre accaduto in tutte le tornate elettorali dal 2011 in poi. Poi l’annuncio a sorpresa dell’Autorità nazionale per le elezioni nel tardo pomeriggio di ieri, con la convocazione in tutta fretta di una pomposa conferenza stampa.

C’erano pochi dubbi su un risultato già dato per scontato in partenza. Impossibile anche pensare a una bocciatura della riforma che permetterà di far restare al Sisi in carica fino al 2030, oltre ad estendere la sua autorità sulla magistratura, e ad ampliare enormemente il ruolo politico dell’esercito.

LA VERA SFIDA PER IL REGIME era quella di portare alle urne il maggior numero possibile di persone, per investire di legittimità popolare il riassetto totale delle istituzioni statali in chiave ancora più autoritaria. E a sorprendere davvero è proprio il dato sull’affluenza, considerando che numeri del genere sono paragonabili soltanto ai primi due anni del post-rivoluzione, quando l’entusiasmo per la «transizione» era ai massimi storici, così come la fiducia nei processi elettorali. Difficile però in ogni caso verificarne l’attendibilità, vista l’assenza di osservatori nazionali e internazionali credibili.

LE OPERAZIONI DI VOTO sono iniziate sabato, appena tre giorni dopo che la riforma era stata approvata dal parlamento a larghissima maggioranza. Ma la macchina di propaganda del regime si era messa in moto già da settimane per invitare la gente a partecipare e votare «Sì», quando ancora i dettagli delle modifiche non erano definitivi. Numerose fonti indipendenti hanno riferito di come fosse invece impossibile scovare per le strade dell’Egitto qualsiasi traccia di una campagna per il «No». Nella giornata di lunedì un giovane è stato arrestato per essersi fatto fotografare in pubblico con un cartello fatto a mano su cui aveva scritto «No alla riforma costituzionale». La petizione online lanciata da alcuni attivisti di opposizione è stato invece oscurata nel giro di poche ore, riuscendo comunque a raggiungere centinaia di migliaia di adesioni.

IL VOTO È STATO MACCHIATO inoltre da numerose denunce di compravendita dei voti. In molti tra giornalisti, attivisti e cittadini hanno diffuso sui social media video e racconti che testimoniano come in alcune zone popolari del Cairo siano stati distribuiti scatoloni di prodotti alimentari o buoni acquisto a chi dimostrava di aver votato, una scena tipica delle elezioni dei tempi di Mubarak. L’agenzia di stampa Associated Press ha riferito di votanti trasportati in massa ai seggi da autobus e minivan tappezzati di manifesti a favore del referendum. Il sito egiziano indipendente Mada Masr, entrato in possesso di una delle «scatole del referendum», ha pubblicato una scheda con una lista dei prodotti contenuti: pacchi di pasta, riso, olio, zucchero, salsa di pomodoro e sale, per un valore totale di circa 38 pound (2 euro).

IL REFERENDUM è stato però anche un’occasione per rinserrare i ranghi delle opposizioni. Abbandonando una lunga tradizione di boicottaggio delle urne (in tempi di elezioni autoritarie, partecipare può significare una legittimazione del potere), questa volta molti attivisti, intellettuali e organizzazioni politiche hanno deciso di convergere su una campagna per il «No». L’avvocata Mahinour el-Masry (a cui è stato impedito di votare perché arrestata in passato) ha spiegato: «È un messaggio e un gesto per dire che siamo ancora vivi».

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03/04/2019

Ucraina - Strane cose succedono a Kiev dopo il voto del 31 marzo

Nella serata di ieri, allorché erano state scrutinate più del 90% delle schede per le presidenziali ucraine (30,25% a Zelenskij, 15,97% a Porošenko, 13,37% a Timošenko e 11,53% a Bojko; ma nei seggi all’estero Porošenko ha avuto addirittura il 39%, contro il 26% di Zelenskij e la Timošenko è finita sesta con il 4,2%), fatti incredibili, quanto pericolosi, si sarebbero verificati negli uffici del palazzo presidenziale di Kiev.

Ne ha scritto nel tardo pomeriggio di lunedì il sito news-front.info e riportiamo la notizia così come apparsa, aggiungendo solamente che i due principali protagonisti dell’accaduto, il Presidente ucraino Petro Porošenko e l’ambasciatrice USA a Kiev, Mari Jovanovič, sono gli stessi che – il primo – nel 2018, stando alla sua dichiarazione dei redditi, avrebbe aumentato il proprio patrimonio di circa 95 volte (non un solo business al mondo produce tali profitti, a parte l’appropriazione indebita dal bilancio pubblico, chiosa il sito iarex.ru).

La seconda, cioè l’ambasciatrice USA, colei che tre giorni prima delle elezioni presidenziali si era incontrata col Ministro degli interni Arsen Avakov, per verificare con lui, considerato l’ago della bilancia dell’attuale scontro “politico” in Ucraina, le ulteriori mosse USA; la stessa Mari Jovanovič che ancora qualche giorno prima aveva dettato al Procuratore generale ucraino, l’elettrotecnico Jurij Lutsenko, l’elenco dei The Untouchables” ucraini. Un documento che, come osserva il sito colonelcassad.com, non sorprende particolarmente, dato che, anche senza di esso, è noto come gli Stati Uniti controllino la politica “interna” ucraina con metodi dirigenziali; e i “nomi stessi di quell’elenco non sorprendono: tutti in qualche modo legati al golpe del 2014 e saliti ai vertici dell’Ucraina sui corpi delle decine di migliaia di persone uccise durante la guerra civile”.

E dunque, ecco come news-front.info descrive l’accaduto.

Mari Jovanovič era al centro dell’ufficio presidenziale. Porošenko, con un abito sgualcito, era seduto al tavolo e si teneva la testa. “Petro Aleksevič , Lei se ne deve andare”, gli avrebbe detto l’ambasciatrice USA; “Donald Trump non ha dimenticato come Lei abbia sostenuto Hillary Clinton alle elezioni”. Tra parentesi, osserva news-front.info, Jared Kushner, genero e senior advisor di Donald Trump, sarebbe un parente alla lontana di Vladimir Zelenskij.

Sembra che Porošenko l’abbia guardata con occhi spenti, pieni dei postumi della sbornia, davanti ai quali gli sarebbero lampeggiate le sue fabbriche di cioccolato sottrattegli da Igor Kolomojskij e poi L’Aja e infine Saddam Hussein impiccato.

Fatto sta che Porošenko avrebbe deciso in un attimo: tirata fuori dal cassetto del tavolo la sua “SIG Sauer P226”, avrebbe esploso due colpi contro la Jovanovič, che crolla sul tappeto. Pare che Porošenko si sia quindi alzato dal tavolo e le abbia detto: “Ricordati, straniera, che qui il padrone è ucraino”; dopo di che avrebbe finito l’americana con un colpo alla testa.

Poche ore dopo l’accaduto, e convocato d’urgenza il Consiglio dei Ministri, appena arrivato, Arsen Avakov avrebbe fatto la stessa fine della Jovanovič. Contemporaneamente, incendi sarebbero divampati a bordo delle due fregate NATO all’ancora nel porto di Odessa e gli uomini del SBU, dalle banchine, avrebbero cominciato a sparare sui marines USA (per l’esattezza: il redattore di news-front.info pare abbia fatto confusione, perché le due fregate sono una canadese e una spagnola e non pare avessero a bordo marines USA; ndt) che cercavano di salvarsi dagli incendi gettandosi in acqua.

Però, concludeva sconsolato il redattore di news-front.info, “nemmeno il 1° aprile riesco a immaginare che l’Ucraina mostri quantomeno qualche indizio di indipendenza”. Qui finiva la cronaca.

Ma, se tutto ciò è da ascriversi alla giornata di ieri, 1 aprile, c’è da dire che già oggi la stessa news-front.info osserva che, in vista del secondo turno elettorale del 21 aprile, in cui si contenderanno la poltrona presidenziale Petro Porošenko e Igor Kolomojski, nella persona di Vladimir Zelenskij, Washington avrebbe qualche chances di “ricominciare tutto da zero”.

Porošenko, scrive Evgenij Gaman, è un politico esperto, e a un certo punto ha cominciato a rivolgere questa esperienza contro i “padroni”. Zelenskij non ha esperienza, il che significa che avrà bisogno di consulenti, consiglieri, ecc: avranno un bel da fare all’ambasciata americana.

Non meno importante è il fatto che ora la leadership di Zelenskij simboleggia un autentico voto e una “scelta popolare, secondo i canoni della democrazia”. Questo fattore s'inserisce perfettamente nella politica statunitense e per un po’ di tempo Washington lo potrà sfruttare; del resto, lo stesso Porošenko era andato al potere nel 2014 secondo tali canoni.

“Tutti gli credettero; persino Mosca. Il risultato si conosce”, conclude Gaman. E non va dimenticato che in rete circolano notizie su procedimenti penali che in USA sarebbero stati avviati contro l’entourage di Porošenko. Pare che “gli Stati Uniti si stiano preparando alla sconfitta di Porošenko, ma non lo lasceranno nemmeno uscire di scena così pacificamente. Con lo slogan della giustizia, pretenderanno da lui una buona parte di ciò che è riuscito a saccheggiare e diranno che gli USA non hanno nulla a che fare con ciò che ha combinato lui, che sono stati ingannati e ora stanno amministrando la giustizia”.

E al suo posto metteranno, con gli stessi metodi di sempre, la pedina di un altro oligarca e allora il fantasma di Saddam Hussein apparirà davvero davanti agli occhi di Porošenko, il quale tenterà fino all’ultimo di gettare nella mischia i suoi pretoriani di “C 14” e SBU, non foss’altro che per ribaltare il voto del 21 aprile.

Già al primo turno si è visto di quali “miracoli” sia capace l’Ucraina golpista. Per un verso, oltre ai circa 3,5 milioni della popolazione delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk, sono stati privati del diritto di voto 3 milioni di ucraini residenti in Russia – dove Kiev non ha allestito seggi presso ambasciata di Mosca e i consolati di Rostov, Ekaterinburg, Novosibirsk, Piter – cui era stato proposto di andare a votare a migliaia di km di distanza in Georgia, Kazakhstan e Finlandia; oltre a circa 50.000 ucraini della Transnistria.

Per un altro verso, stando ai dati della Commissione elettorale ucraina, dei 35.566.212 di elettori registrati, i votanti sono stati appena 18.821.157, così che il 47% degli aventi diritto non ha partecipato alle elezioni. Ma la stessa CEC ha registrato un’affluenza del 63,5%: cioè, è balzata fuori un’eccedenza del 10,6%. Sembra che “non solo Mikhail Tolstykh ‘Givii” e Alexandr Zakharčenko siano resuscitati per andare a sostenere Porošenko”, ironizza ritmeurazija.org, ma lo abbiano fatto “anche moltissimi nonni e bisnonni degli attuali eroi ucraini di OUN e UPA”.

I golpe servono anche a questo e al 21 aprile mancano ancora tre settimane.

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27/03/2019

Il “libero” voto in Ucraina dell’Ambasciata USA a Kiev

Nei giorni scorsi il sito gorlovka.today pubblicava la registrazione scritta di conversazioni telefoniche – intercettate da hacker ucraini – tra funzionari dell’ambasciata USA a Kiev e addetti della Commissione elettorale centrale ucraina che non fanno altro che confermare quanto tutti sanno: la scelta del vincitore delle elezioni presidenziali del 31 marzo non è che un dettaglio, cui Washington può metter mano fino a domenica prossima, o anche dopo.

Che alla corsa partecipino 39 concorrenti, non è che una sfumatura di colore (nero-bruno); da alcune settimane si insiste su quattro o cinque cavalli favoriti e si aspettano solo gli ultimissimi rilanci e accordi sulle quotazioni, tra “bookmaker” d’oltreoceano e oligarchi ucraini che stanno dietro a ognuno dei candidati.

Come sempre in casi del genere, ci sarebbe quasi da divertirsi su tali registrazioni hackerate. Lo si potrebbe fare, se solo la questione non riguardasse tragicamente il destino di un popolo che da cinque anni, “grazie” alle imposizioni di FMI, Banca Mondiale e cancellerie euro-atlantiche su tariffe, prezzi, condizioni di lavoro e pensionistiche, è ridotto alla fame, all’emigrazione semischiavistica verso i paesi vicini, costretto a subire le angherie e le brutalità dei gruppi neonazisti e la costrizione, per i giovani in età di leva, di andare a terrorizzare, bombardare e massacrare una parte del proprio stesso popolo che ha deciso di non sottostare agli ordini USA-UE. In queste condizioni, una parte degli ucraini andrà domenica a votare – un’altra parte, sfidando l’intimazione dei golpisti di recarsi ai seggi, se ne rimarrà a casa – per un qualunque candidato-farsa, in una “competizione” da cui è sì esclusa per “legge” tutta la popolazione del Donbass, ma in cui sono ufficialmente “registrati a votare” oltre duecentomila “anime morte”, compresi addirittura comandanti delle milizie assassinati dagli ucraini.

E così:

8.3.2019, Commissione Elettorale Centrale d’Ucraina:

“Egregi Signori! Come da voi richiesto, inviamo la previsione dei risultati delle elezioni presidenziali in Ucraina. Secondo le ricerche del nostro servizio sociologico, il primo posto, con il risultato del 56%, è occupato da Ju.V. Timošenko. Il secondo posto andrà a V.A. Zelenskij, il terzo a A.S. Gritsenko. Con ossequi, vostra CEC”.

9.3.2019, Ambasciata USA:

“Dove hanno comprato i diplomi i vostri sociologi? Timošenko ha un background tossico, una condanna per il gas e una insopportabile abitudine a cogliere i presidenti degli Stati Uniti fuori dal bagno. Presentate entro domani sera i dati delle previsioni, precisati per l’approvazione”.

9.3.2019, CEC dell’Ucraina:

“Egregi signori! Come da voi richiesto, vi inviamo la previsione precisata dei risultati elettorali per la loro approvazione da parte del signor Ambasciatore. Dunque: in base ai dati del nostro servizio sociologico, il primo posto andrà a V.A Zelenskij, con il 56%, il secondo a A.S. Gritsenko, il terzo a O.V. Ljaško. Con ossequi, vostra CEC”:

11.3.2019, Ambasciata USA:

“Ma vi rendete conto che eleggendo presidente un clown, facciamo il gioco dei russi? Che addirittura nessuno dei nostri “partner” minori europei vorrà avere a che fare con lui, senza parlare poi delle varie Italia, Germania, Austria e simili. Volete forse farci diventare ridicoli? Perfezionare i risultati e fare rapporto! Il termine è di due giorni”

11.3.2019, CEC d’Ucraina:

“Egregi signori! Il precedente staff della nostra sezione sociologica è stato licenziato al completo, per incompetenza professionale. Presentiamo le nostre scuse. Secondo i dati puntualizzati, il primo posto sarà occupato da O.V. Ljaško con il 56%. Il secondo da P.A. Porošenko e il terzo da A.S. Gritsenko. Con ossequi, vostra CEC”.

13.3.2019, ambasciata USA:

“Va già abbastanza meglio. Si avverte l’approccio professionale dei vostri nuovi specialisti. Ljaško è indubbiamente un buon candidato, un autentico gay e partigiano della scelta atlantica, ma non è sicuro: potrebbe tranquillamente spostarsi verso una convergenza con i “partner” vecchi-europei. Il nostro consiglio: non dilungatevi, osservate meglio il candidato in seconda posizione. La risposta serve per domani”.

14.3.2019, CEC d’Ucraina:

“Egregi signori! Secondo i dati più precisi, considerando anche le possibilità del nostro nuovo sistema automatizzato di conteggio dei voti, il candidato P.A. Porošenko non può vincere le elezioni. Il massimo che possiamo fare è piazzarlo al secondo posto e andare poi al secondo turno con O.V. Ljaško. Preghiamo di comprendere e di scusarci. Con ossequi, vostra CEC”.

15.3.2019, Ambasciata USA:

“Un secondo turno è uno scenario del tutto realistico. Il livello professionale dei vostro sociologi sta crescendo. E chi avremo vincitore al secondo turno? Consigliamo di riflettere attentamente, prima di dare una risposta”.

17.3.2019, CEC d’Ucraina:

“Egregi signori! I nostri specialisti hanno condotto un monitoraggio completo della situazione pre elettorale e nuove indagini di voto. Tuttavia, al secondo turno, con un risultato del 56%, vincerà di nuovo O.V. Ljaško. Il sistema di conteggio automatico dei voti sta scricchiolando e manda fumo, ma non è in grado di rafforzare la posizione e dare la vittoria a P.A. Porošenko. Con ossequi, vostra CEC”.

18.3.2019, Ambasciata USA:

“Mandate al diavolo il vostro sistema automatizzato! Ve ne impianteremo uno nuovo. E dunque: terza tappa, con il nuovo sistema automatizzato di conteggio dei voti ad alta tecnologia. Al secondo turno Porošenko e Ljaško. Qualè il vostro pronostico?”

19.3.2019, CEC d’Ucraina:

“Egregi signori! Bastava dirlo subito. Questa volatilità elettorale e l’imperfezione tecnica del sistema di conteggio dei voti ci hanno esauriti. E dunque: alla terza tappa, avendo ottenuto il 56% dei voti, l’attuale presidente P.A. Porošenko conquista una sicura vittoria. Gloria all’Ucraina! All’Ambasciatore USA gloria! Con ossequi, vostra CEC”.

21.3.2019, Ambasciata USA:

“OK! Avendo esaminato i risultati del monitoraggio delle attività elettorali e i dati delle complessive previsioni sociologiche da voi presentati, l’Ambasciata USA, in nome della libertà e della democrazia, concorda con la strategia generale della campagna elettorale e accoglie favorevolmente lo sviluppo del processo elettorale democratico in Ucraina”.

“Come si può vedere dalla corrispondenza” conclude Gorlovka.today, “la scelta è fatta e la candidatura del vincitore della corsa presidenziale è definitivamente concordata…”. E, come si sa, quasi sempre la realtà supera la più vulcanica fantasia.

Fonte

27/02/2019

Moldavia - USA e UE spingono per un governo di coalizione filo-occidentale

Comunisti fuori dal parlamento: nessun deputato per il partito dell’ex Presidente della repubblica (dal 2001 al 2009) Vladimir Voronin, giunto appena al 3,77%. Questo il risultato forse più singolare (per quanto non inatteso) delle elezioni parlamentari svoltesi domenica scorsa in Moldavia.

Nessun deputato anche per il Partito liberale (1,24%), finora membro della coalizione di governo PD-PLD-PL: in entrambi i casi si sono confermate le previsioni della vigilia. Il Partito socialista, cui fa capo il Presidente Igor Dodon, pur confermando le attese di primo partito, non ha raggiunto il risultato sperato e ha ottenuto solo 33 seggi, molto lontano dalla maggioranza di 51 deputati.

Il dato principale è dunque quello che nessun partito ha raggiunto la maggioranza necessaria a formare un governo e si danno come molto probabili nuove elezioni anticipate. In alternativa, la soluzione che più farebbe gioco a USA-NATO-UE: una coalizione tra il Partito democratico (31 seggi) e il blocco “ACUM” (27 seggi), giunti rispettivamente secondo e terzo nei risultati e con comuni linee di euro-integrazione e pro-NATO e dunque sostenuti da Bruxelles e Washington.

Per quanto i rapporti tra i due schieramenti non siano esattamente lineari, le “diplomazie” occidentali lavorano, già da prima delle elezioni, per appianare le controversie, nessuna delle quali riveste un carattere tale da impedire all’Occidente di continuare, per tramite loro, l’opera di “reclutamento” di Kišinëv e di un suo progressivo allontanamento da Mosca. Quarta formazione a entrare in Parlamento, “Shor” (7 seggi), dell’affarista Ilan Shor, con sulle spalle una condanna a sette anni per lo scandalo del famoso miliardo di dollari “scomparso” da tre banche.

L’oligarca e leader del PD, Vladimir Plahotniuc, pur di conservare le posizioni di governo, si è dichiarato disposto a formare una maggioranza parlamentare con qualsiasi altra formazione; altrettanto ha detto Ilan Shor.

La maggior parte dei commentatori sono concordi nel rilevare che il nuovo sistema elettorale (50 deputati eletti per liste di partito e 51 in collegi uninominali), cui era favorevole soprattutto il PD, ha effettivamente favorito questo partito, che ha raccolto una gran parte dei propri seggi nei collegi uninominali, grazie alla campagna personalistica legata a figure del sottobosco oligarchico che, in definitiva, fa il gioco di Plohotniuc.

Non a caso, la Tass ricorda come il petroliere del PD, già nel 2014, nonostante si votasse allora solo per liste di partito (il sistema misto è stato introdotto ora per la prima volta) e avesse ottenuto appena 19 mandati, era riuscito poi a foraggiare altri 35 deputati da formazioni diverse e prendersi in tal modo la maggioranza necessaria a formare il governo.

Da parte loro, i socialisti mettono l’accento sul gran numero di brogli e sulla corruzione che si sarebbe registrata dietro le quinte delle votazioni. L’ex deputata comunista, ex Primo ministro (2008-2009) e dal 2016 presidente del Partito socialista, Zinaida Greceanîi, ha dichiarato che il suo partito non esclude di far ricorso contro il risultato elettorale, almeno in sei circoscrizioni, proprio a causa delle irregolarità nel voto e dei casi di corruzione degli elettori con fondi governativi. La Greceanîi non esclude nemmeno un nuovo voto anticipato.

Il leader del PC, Vladimir Voronin ha dichiarato che il sistema misto ha dato esattamente il “risultato per cui è stato introdotto. Sono entrati in Parlamento aperti truffatori, funzionari corrotti e persone moralmente disposte a tutto. Tuttavia, nessun singolo partito ha acquisito un chiaro vantaggio, e oggi l’organo legislativo somiglia a un cigno, un luccio e un tacchino. Il passaggio al sistema elettorale misto ha giocato sicuramente a favore del PD, che ottiene 31 seggi, senza contare i tre deputati “indipendenti”, che aspettano solo l’ordine di passare sotto il comando di Plahotniuc”.

Formalmente, dunque, il PS avrebbe vinto le elezioni, ottenendo il maggior numero di voti per le liste di partito e portando in Parlamento un numero di deputati eletti all’uninominale, all’incirca pari a quelli del PD. Di fatto, la previsione è che i socialisti rimangano all’opposizione, continuando in tal modo la contrapposizione tra Presidente della Repubblica, socialista, e Governo, presumibilmente in mano al PD. Al contempo, nota colonelcassad, il rafforzamento della posizione del PS (aumentato comunque di circa il 10%) potrebbe rendere quantomeno meno agevole la “eurointegrazione” e l’avvicinamento alla NATO, che sono i fattori chiave della situazione moldava.

Con un occhio alla carta geografica, non va dimenticato che la Moldavia, se a ovest deve fare i conti con le mire annessionistiche rumene (cui fanno da sponda varie forze interne, non escluse quelle di governo), su tutti gli altri versanti vede la maggioranza governativa ansiosa dell’avvicinamento all’Ucraina golpista, cui si contrappongono non proprio convintamente i socialisti, i quali ora dimostrano simpatie filo-russe, ora ondeggiano verso il ritiro (su cui incalzano da anni USA e NATO) del contingente di pace russo dalla Transnistria.

Tornando al voto, il Presidente Igor Dodon ha dichiarato che entro metà marzo dovrebbero esser rese note le conclusioni della Commissione elettorale circa i ricorsi per brogli e violazioni. In caso di via libera, egli convocherà la prima seduta del nuovo Parlamento non oltre il 26-27 marzo, contando nel fatto che si sia trovato un accordo sul nome del nuovo Primo ministro. Nel caso vengano accertate violazioni e brogli, saranno indette nuove elezioni.

Fonte

20/09/2018

Russia - Pensioni e favori ai ricchi indeboliscono la “fiducia” in Putin

Risultato annullato, nel kafkiano secondo turno delle amministrative nel Territorio di Primor’e, per l’elezione del Governatore. La vicenda consumatasi durante lo spoglio delle schede, nella notte tra domenica e lunedì, è ormai nota perché ci si debba ancora attardare sui dettagli.

In sostanza, scrutinate il 97,8% delle schede, il candidato del Partito Comunista della Federazione Russa (PCFR), Andrej Iščenko, era avanti di circa 28.000 voti sul Governatore uscente e candidato di “Russia Unita”, Andrej Tarasenko; improvvisamente, buttati fuori dai seggi i rappresentanti del PCFR, con il pretesto che avrebbero dichiarate nulle moltissime schede a favore di Tarasenko, si procede al riconteggio di quelle medesime schede e Tarasenko ottiene il 49,55% dei voti contro il 48,06% di Iščenko. Come avrebbe fatto? La Presidente della Commissione elettorale centrale, Ella Pamfilova, ha “rivelato” che 24.000 schede a favore Tarasenko sarebbero state non esattamente controllate da componenti di seggi “presi a caso” e “non competenti”.

Nel tira e molla delle accuse reciproche, ieri la Pamfilova ha proposto alla Commissione elettorale locale di dichiarare nulli i risultati e indire un ulteriore giro elettorale fra tre mesi. Iščenko insiste nella propria vittoria: ha dichiarato di non esser d’accordo con tale variante e di pretendere un’indagine giudiziaria approfondita sull’accaduto. Tarasenko, dopo aver cambiato opinione almeno tre o quattro volte, alla fine avrebbe acconsentito invece alla nuova consultazione. Dal Cremlino, dopo che inizialmente erano giunte posizioni non univoche sulla decisione della Commissione elettorale, si è poi optato per l’annullamento del voto.

Insomma, da tutte le parti si è parlato di brogli sfacciati. Brogli che, evidentemente, sono andati a favore del candidato governativo.

Ecco una sintesi di quanto trovato in rete: ovviamente, con tutte le cautele dovute nella “navigazione” e, per l’appunto, il territorio di Primor’e comprende il litorale che fa capo a Vladivostok. Dunque, a bordo del mercantile “Narval” (seggio 5824) l’equipaggio di 72 persone avrebbe dato 71 voti a Tarasenko. Il fatto è che il mercantile risulterebbe arenato dal 2015 e l’ultimo equipaggio pare fosse composto non di 72, ma di 27 uomini. Seggio 5859, peschereccio “Eglajne”: 21 su 21 per Tarasenko; ma il battello pare fosse stato disarmato sei mesi fa. Seggio 5876, peschereccio “Faro marin”: sembra che la compagnia armatrice sia stata liquidata un anno fa; l’equipaggio avrebbe comunque votato compatto per Tarasenko. E così per almeno altri quattro o cinque vascelli, con equipaggi reali di alcune volte inferiori al numero di marinai votanti. Chiaro che, “navigando” in altre acque, si legge che, semplicemente, numeri di seggi e nome di vascelli sarebbero stati confusi, col risultato di dichiarare in disarmo navi tuttora in servizio, con equipaggi effettivi e coscientemente votanti. Ma tant’è.

Questa è la situazione dopo la “vittoria a sorpresa” di Andrej Tarasenko, che si incunea perfettamente nella “risorsa di fiducia dei cittadini” verso il governo, che Vladimir Putin ha dichiarato esser confermata da un’affluenza media del 30%, giudicata dal Presidente “abbastanza alta”.

Una fiducia espressa d’altronde direttamente a Vladimir Vladimirovič da Christine Lagarde a nome del FMI, in particolare per quanto riguarda il “ritocco” all’età pensionabile, sanzionato dal Presidente alla vigilia del voto, che riduce, ha detto Lagarde, “l’effetto delle negative tendenze demografiche in atto nel paese”! In pochi arriveranno a riscuotere la pensione.

Un “ritocco” approvato non a caso praticamente in contemporanea con l’altro, dell’imposta sul reddito. Oggi in Russia esistono cinque diversi coefficienti di tassazione (dal 9 al 35%, su stipendi, dividendi, obbligazioni, vincite, ecc.), ma l’imposta fondamentale sui redditi è uguale per tutti e, in sincronia con l’aumento dell’età pensionabile – da 60 a 65 per gli uomini e da 55 a 60 per le donne – è stata portata dal 13 al 15%. Naturalmente, per tutti.

Di più: alla vigilia del voto Putin aveva proposto di ridurre la durata degli assegni per disoccupazione: tre o sei mesi per tutti, a eccezione dei lavoratori in età pre-pensionamento, per i quali rimane di 12 mesi. La risposta è stata un’affluenza alle urne “abbastanza alta” (!) e a poco sembrano esser serviti anche i richiami, come quelli rivolti ad esempio agli operai della “Avtovaz” di Togliattigrad, di andare a votare, attirandoli con la prospettiva di poter vincere una “Lada-Granta”. E chi è andato a votare, in tanti casi ha preso a schiaffi il partito presidenziale. Così che Sergej Obukhov, del PCFR, ha potuto dichiarare che dopo “queste elezioni, una nuova realtà politica ha preso forma. Tre governatori, nominati direttamente dal Presidente, non sono riusciti a vincere al primo turno. Ciò dimostra che si sta sgretolando il perno dell’attuale sistema politico: il consenso al Presidente Putin, grazie soprattutto al suo sostegno alla riforma pensionistica”.

Probabilmente non è solo quello. Il governo, scriveva nei giorni scorsi Inosmi.ru (una branca dell’ufficialissima RIANovosti, che riproduce articoli della stampa straniera) “non solo non impedisce ai ricchi di guadagnare, ma sostiene attivamente i loro interessi: strutture e imprese statali assegnano spesso senza concorso i maggiori contratti alle società dei vari Timčenko (Novatek, Banca di Russia, Transoil, Sibur), Rotenberg (banche, costruzioni, aeroporti, agraria), Lisin (l’uomo più ricco di Russia, secondo Forbes, con un patrimonio di 19,1 miliardi di dollari nei settori dell’acciaio e dei trasporti) e altri”.

A fronte di un impoverimento della massa della popolazione – aggravato certo dalla crisi, ma non per questo meno pesante – i vertici politici non fanno nulla per nascondere il proseguimento della politica eltsiniana e l’adozione di misure a favore del grande capitale. Secondo Forbes, ripreso da Inosmi.ru, il capitale complessivo dei 200 russi più ricchi è cresciuto nel 2017 di 25 miliardi di dollari, raggiungendo quota 485: più delle riserve auree e in valuta estera della Banca Centrale (433 miliardi) e dei risparmi dell’intera popolazione (circa 390 miliardi).

In base al rapporto annuale di The Wealth Report della Knight Frank, nel 2017 è cresciuto del 27%, rispetto al 2016, il numero di persone con patrimoni da 5 a 50 milioni di dollari, superando le 38.000 unità (ma erano quasi 60.000 prima del 2012) e di quelle con fortune da 50 a 500 milioni $, arrivate a quota 2.600 (erano oltre 4.000). Cresciuto del 22% nell’ultimo anno (circa 220 individui; erano 360 prima della crisi) il numero di persone con patrimoni stimati in oltre 500 milioni. Knight Frank valuta che i 38.000 russi con patrimoni oltre 5 milioni di dollari, detengano un totale di 1,2 trilioni di dollari (il 73,5% del PIL russo) essendo diventati nel 2017 più ricchi del 22-27%. In compenso, secondo la Banca centrale, anche nel 2017 è cresciuta del 35% la fuga all’estero dei capitali, raggiungendo una cifra tra i 25 e i 31 miliardi dollari e indirizzatasi tra l’altro verso i settori immobiliari di USA, Gran Bretagna e Cipro (il 58% dei super-ricchi ha doppio passaporto).

Per i più, ha evidentemente il sapore di una beffa l’altro “ritocco” annunciato in questi giorni: l’innalzamento della misura minima di salario al livello del minimo di sussistenza e che verrà portato a 11.280 rubli dal prossimo 1 gennaio, insieme all’assegno massimo di disoccupazione, che sarà di 8.000 rubli mensili, contro i 1.500 di quello minimo. Decisamente “poco”, rispetto all’olimpo dei vip delle copertine patinate, quali ad esempio, per citarne solo un paio, l’ex portaborse di Putin e attuale capo di “Rosneft”, Igor Sečin, quotato a 2.000.000 di rubli al giorno, o la moglie del portavoce presidenziale Dmitrij Peskov, l’ex pattinatrice Tatjana Navka, “appena” 28° nella classifica di Forbes sulle celebrità russe, con 3,4 milioni di dollari annuali.

Considerando i dati che emergono dal rapporto “Il futuro del lavoro 2018”, pubblicato dal World Economic Forum, secondo cui entro il 2020, con lo sviluppo delle tecnologie e dell’automazione, circa 75 milioni di russi potrebbero rimanere senza lavoro, quell’affluenza “abbastanza alta” rischia di essere ancora più “alta” nel futuro più prossimo.

Fonte