La Federazione Russa si è appena lasciata alle spalle le elezioni del parlamento e un voto che ha segnato la conferma di “Russia Unita” come primo partito, seppur notevolmente ridimensionato nel suo livello di consenso.
I contorni disegnati dal voto – non esattamente trasparente – sono quelli di un paese con un asse politico spostato verso sinistra, con milioni di russi evidentemente poco entusiasti della propria condizione sociale – specie in certe regioni – e delle proprie prospettive di vita.
La principale novità del voto è infatti l’importante rafforzamento del secondo partito, il KPRF (Partito Comunista della Federazione Russa) attestatosi sulla soglia del 20% dei consensi. Un rafforzamento avvenuto nonostante le irregolarità che lo stesso partito ha denunciato.
Lo scenario politico sostanziatosi all’indomani del voto può portare ad evoluzioni di diverso genere: il rischio che i contrasti tra il KPRF, di cui Gennadij Zjuganov è segretario, e il blocco di potere di “Russia Unita” si facciano più aspri non è zero.
Ma se da una parte la verticale del potere del Cremlino cercherà di contenere il più possibile il ruolo dei comunisti, dall’altra si troverà a dover tener conto del favore di cui questi godono in seno alla società russa: un fatto che difficilmente porterà il Cremlino a sostenere politiche che creino una contrapposizione frontale tra le due principali forze del paese e che rischino di compromettere l’unità nazionale.
All’indomani del voto, Zjuganov ha dichiarato: «Nel paese ci sono due pilastri che si confrontano: quello patriottico, che si confronta con noi, e quello liberal-cosmopolita, sempre disposto a mentire e a svendere il Paese».
Benché la Federazione Russa sia tutt’altro che un fulgido esempio di democrazia liberale, l’elemento imprescindibile che su cui poggia l’equilibrio tra politica e società è quello del consenso.
Un elemento fondamentale, visto il numero di dipendenti di organismi e aziende pubbliche, forze militari e di polizia presenti in seno alla società russa. Fondamentale, a dispetto di una situazione in cui gli organi legislativi, esecutivi e giudiziari sono di fatto tutti sotto il controllo del medesimo blocco di potere.
Rispetto alla politica estera, ed in particolare al rapporto con l’Occidente, la stragrande maggioranza dell’opposizione russa sostiene orientamenti e posizioni ben più radicali di quelle di “Russia Unita” e assai meno propense al dialogo ed al compromesso.
Non di rado le opposizioni stigmatizzano l’azione del Cremlino come poco risoluta nei confronti dell’Occidente: se da una parte certe prese di posizione potrebbero essere considerate in larga misura volte alla ricerca del consenso, dall’altra questo atteggiamento implica che certi umori siano piuttosto diffusi in seno alla società russa.
“Russia Unita” e la Crimea
Il fatto che alcune pulsioni compongano il senso comune di ampie porzioni della società russa emerge in modo sistematico: ad esempio, il centro di ricerca sociale “Levada” rilevò il picco della popolarità di Vladimir Putin all’indomani dell’operazione che nel 2014 riportò la Crimea de facto sotto sovranità russa.
Dopotutto, il peso politico delle forze d’opposizione russe con un orientamento filooccidentale continua a risultare risibile.
La nostalgia del passato
Per stemperare una rilevante insofferenza nei confronti di “Russia Unita” sono state presentate le candidature del Ministro degli Esteri Sergej Lavrov e del Ministro della Difesa, Sergej Shoigu: due pilastri della politica estera del Cremlino e della sua politica militare.
Una scelta volta a polarizzare il consenso dei milioni di russi che guardano con nostalgia e favore al passato sovietico, al rinnovato prestigio internazionale di Mosca, così come alla figura di Vladimir Putin.
Al contempo, l’esposizione mediatica dell’ex primo ministro Dmitry Medvedev, anch’egli membro di “Russia Unita”, è stata ridotta al minimo. Il favore – ridimensionato – che il sistema “Russia Unita” si è dimostrato in grado di raccogliere è in larga misura legato alla popolarità di Vladimir Putin.
Se in occasione delle scorse presidenziali il presidente russo ha cercato di distanziare il più possibile la propria immagine da quella del partito, durante la campagna elettorale che ha preceduto le elezioni della Duma “Russia Unita” ha profuso ogni sforzo in direzione opposta.
Le incognite sul futuro della Russia post-putiniana e la successione alla presidenza restano aperte, così come quelle che riguardano la figura di Vladimir Putin: tra queste, un nuovo incarico da primo ministro (come tra il 2008 ed il 2012), la presidenza del Consiglio di Sicurezza – sulla falsa riga di quanto avvenuto in Kazakistan -, la presidenza di un’ipotetica Unione di Russia e Bielorussia e molte altre.
In ogni caso, la lenta uscita di scena di Vladimir Putin potrebbe ridimensionare ulteriormente “Russia Unita”, problematizzandone non poco le prospettive. Di questo, e della necessità di nuove “cinghie di trasmissione” il Cremlino sembra consapevole.
A questa consapevolezza si può ricondurre infatti la comparsa sulla scena politica del partito “Novij Liudi” (in italiano: gente nuova) – espressione prevalente dell’imprenditoria metropolitana –. partito che ha collezionato circa il 5% delle preferenze.
Paradossalmente le sanzioni ed il tentativo di isolare il Cremlino da parte dell’Unione Europea e degli Stati Uniti hanno finito per stimolare l’iniziativa industriale russa: parallelamente la Federazione Russa ha ridotto in modo significativo le proprie riserve valutarie in dollari ed aumentato quelle in oro.
Oltre a ciò, Mosca si è dimostrata in grado di assorbire meglio di molte economie occidentali l’impatto pandemico, istituendo recentemente un fondo statale che possa fungere da riserva in caso di bruschi cali dei prezzi degli idrocarburi, variabile decisiva per Mosca.
Gli attuali livelli sono favorevoli e, se si manterranno stabili, per Mosca far crescere gli investimenti pubblici e la spesa sociale sarà un compito meno arduo. La congiuntura piuttosto favorevole per il Cremlino è dovuta anche ai successi in politica estera e al completamento del raddoppio del gasdotto North Stream2.
Intanto, secondo il centro di ricerca sociale “Levada” il 62% dei russi propende per il protagonismo economico dello stato e per la pianificazione, solo il 24% per il libero mercato.
Le tendenze nichilistiche
Ma le problematiche con cui la Federazione Russa deve fare i conti non sono soltanto di natura economica o politica. All’indomani del voto si è consumata una strage costata la vita ad otto persone presso l’università di Perm (Urali), dove un giovane ha imbracciato un fucile, sparando all’impazzata contro chiunque fosse a tiro. Nel maggio scorso qualcosa di molto simile era successo a Kazan, con un bilancio di undici morti.
Quelli che si registrano ormai con una certa frequenza in Russia sono episodi che ricordano molto le stragi che si consumano negli Stati Uniti. Le modalità in cui questi fenomeni hanno luogo suggeriscono che le loro radici affondino nella disgregazione sociale e in quella ideologica e identitaria.
Tendenze nichiliste che si rintracciano anche nel fenomeno dei suicidi tra i giovanissimi, come nel caso di Blue Whale, gioco on line che negli scorsi anni ha indotto diversi adolescenti a uccidersi, e almeno in parte nelle situazioni connesse con la radicalizzazione islamica.
Se la Russia vuole rimanere veramente unita ha un imperativo categorico da rispettare: quello di scongiurare fratture nette nel proprio corpo sociale e di prevenire il dilagare di derive ideologiche nelle nuove generazioni.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/09/2021
23/09/2021
La Russia dopo le elezioni: conferme e nuove tendenze politiche
di Maurizio Vezzosi
Ben pochi erano i dubbi che alla vigilia delle elezioni della Duma (il Parlamento della Federazione Russa) si potevano avanzare riguardo la conferma di Edinaja Rossija (in italiano: Russia unita) come primo partito del panorama politico russo. Nonostante la possibilità del voto elettronico, l’affluenza alle urne si è attestata sui livelli delle precedenti elezioni parlamentari del 2016, ossia poco al di sotto della soglia del 50% degli aventi diritto al voto: un dato che conferma l’atteggiamento di disinteresse, sfiducia e disincanto di metà degli elettori. L’assenza di osservatori provenienti dall’Europa occidentale o dagli Stati Uniti ‒ già registratasi in occasione delle ultime presidenziali – ha peraltro reso plateale il disinteresse del Cremlino rispetto al giudizio dell’opinione pubblica occidentale.
Con un’affluenza simile a quella della precedente tornata elettorale, Russia unita si è confermata la principale forza politica del Paese, anche se con una perdita di voti di circa il 4-5%, e ciò nonostante i brogli denunciati dalle opposizioni ed una serie di misure ‒ anche di iniziativa presidenziale – con cui a ridosso del voto sono stati assegnati per decreto a forze di polizia e militari “premi” tra i 10.000 ed i 15.000 rubli. Al netto di tutto ciò, permane il dato che vede ancora Russia unita godere di un ampio consenso, in larga misura riconducibile alla popolarità di Vladimir Putin.
Interessante è il dato che riguarda il Partito comunista della Federazione Russa (KPRF, Kommunisticeskaya Partija Rossijskoi Federatsii) di Gennadij Zjuganov, che esce notevolmente rafforzato dalle urne, ottenendo il 20% circa dei consensi: uno dei suoi migliori risultati – il secondo, dopo quello del 1996 ‒ nella storia post-sovietica. Lo stesso segretario Gennadij Zjuganov, tradizionalmente molto prudente e restio ad alzare i toni della polemica politica, ha tuonato contro «le falsificazioni e i furti» che hanno penalizzato il partito. All’indomani del voto i sostenitori del KPRF si sono radunati nella centralissima piazza Pushkin di Mosca per protestare contro i brogli e le macchinazioni elettorali. Oltre a questo, il KPRF ha annunciato di non riconoscere l’esito del voto elettronico nelle circoscrizioni di Mosca: le conseguenze e gli sviluppi di questa presa di posizione, nient’affatto scontata, potranno essere misurati nelle prossime settimane.
In termini generali il voto fotografa gli umori diffusi in seno alla società russa. Umori che si sono fatti più consistenti in particolare nel corso delle proteste degli ultimi anni contro l’aumento dell’IVA e dell’età pensionabile. A questi provvedimenti impopolari si devono aggiungere il calo del potere d’acquisto e le conseguenze economiche della pandemia, tutt’altro che irrilevanti.
Attribuire il rafforzamento ed il (relativo) successo dell’KPRF allo strumento anti-Russia unita ideato dal blogger Alexei Navalny appare in questo quadro poco realistico. Ben pochi sono infatti i voti raccolti dal partito di Gennadij Zjuganov grazie agli algoritmi pensati per far confluire su base locale i voti dell’elettorato avverso a Russia unita sui candidati con maggiore possibilità di insidiarne il primato, non fosse altro per il fatto che le autorità russe sono riuscite a bloccarli in buona misura. La ragione fondamentale per la quale il KPRF ha potuto attestarsi sulla soglia del 20% dei consensi va ricercata altrove, soprattutto nella capacità del KPRF di attrarre giovani, rinnovare la propria dirigenza e svecchiare l’immagine percepita dalla società russa, oltre che di costruire un’alleanza con il Levij front (in italiano: Fronte di Sinistra) di Sergei Udaltsov. Al contempo, dei limiti di Russia unita sembrano ben consapevoli, oltre che una quota ampia della società russa, sia la dirigenza del partito sia lo stato profondo. Sulla base di questa consapevolezza anche Russia unita ha investito moltissimo sui giovani e sulla formazione dei propri quadri.
Nonostante il generale rafforzamento del KPRF ed una serie di successi su base locale ‒ circoscrizioni, città, regioni – l’attuale assetto politico non sembra correre rischi: il sistema elettorale della Federazione Russa prevede infatti un ampio premio di maggioranza per la forza politica con maggiore consenso, blindando così un Parlamento già fortemente limitato nelle sue competenze effettive. Il risultato, dati alla mano, assegna a Russia unita ben 324 seggi della Duma, che garantiscono al partito la maggioranza assoluta e quindi la possibilità di modificare la costituzione senza bisogno del voto di altri partiti.
Dal risultato delle elezioni della Duma emerge quindi lo spaccato di un Paese con un asse politico spostato verso sinistra: se da una parte ciò potrebbe innescare alcuni contrasti nelle vicende interne della Federazione Russa, dall’altra potrebbe convincere il Cremlino della necessità di una maggiore attenzione alle politiche sociali, alla lotta alla povertà ed alle difficoltà con cui ampi territori e milioni di cittadini russi fanno tutt’ora i conti. I segnali che il voto porta con sé potrebbero inoltre suggerire al Cremlino un atteggiamento più prudente nei confronti del passato sovietico e del suo retaggio.
Restano intanto aperte le incognite su cosa avverrà a ridosso della conclusione del quarto mandato di Vladimir Putin e le modalità con cui questo delicatissimo passaggio sarà gestito.
Fonte
Ben pochi erano i dubbi che alla vigilia delle elezioni della Duma (il Parlamento della Federazione Russa) si potevano avanzare riguardo la conferma di Edinaja Rossija (in italiano: Russia unita) come primo partito del panorama politico russo. Nonostante la possibilità del voto elettronico, l’affluenza alle urne si è attestata sui livelli delle precedenti elezioni parlamentari del 2016, ossia poco al di sotto della soglia del 50% degli aventi diritto al voto: un dato che conferma l’atteggiamento di disinteresse, sfiducia e disincanto di metà degli elettori. L’assenza di osservatori provenienti dall’Europa occidentale o dagli Stati Uniti ‒ già registratasi in occasione delle ultime presidenziali – ha peraltro reso plateale il disinteresse del Cremlino rispetto al giudizio dell’opinione pubblica occidentale.
Con un’affluenza simile a quella della precedente tornata elettorale, Russia unita si è confermata la principale forza politica del Paese, anche se con una perdita di voti di circa il 4-5%, e ciò nonostante i brogli denunciati dalle opposizioni ed una serie di misure ‒ anche di iniziativa presidenziale – con cui a ridosso del voto sono stati assegnati per decreto a forze di polizia e militari “premi” tra i 10.000 ed i 15.000 rubli. Al netto di tutto ciò, permane il dato che vede ancora Russia unita godere di un ampio consenso, in larga misura riconducibile alla popolarità di Vladimir Putin.
Interessante è il dato che riguarda il Partito comunista della Federazione Russa (KPRF, Kommunisticeskaya Partija Rossijskoi Federatsii) di Gennadij Zjuganov, che esce notevolmente rafforzato dalle urne, ottenendo il 20% circa dei consensi: uno dei suoi migliori risultati – il secondo, dopo quello del 1996 ‒ nella storia post-sovietica. Lo stesso segretario Gennadij Zjuganov, tradizionalmente molto prudente e restio ad alzare i toni della polemica politica, ha tuonato contro «le falsificazioni e i furti» che hanno penalizzato il partito. All’indomani del voto i sostenitori del KPRF si sono radunati nella centralissima piazza Pushkin di Mosca per protestare contro i brogli e le macchinazioni elettorali. Oltre a questo, il KPRF ha annunciato di non riconoscere l’esito del voto elettronico nelle circoscrizioni di Mosca: le conseguenze e gli sviluppi di questa presa di posizione, nient’affatto scontata, potranno essere misurati nelle prossime settimane.
In termini generali il voto fotografa gli umori diffusi in seno alla società russa. Umori che si sono fatti più consistenti in particolare nel corso delle proteste degli ultimi anni contro l’aumento dell’IVA e dell’età pensionabile. A questi provvedimenti impopolari si devono aggiungere il calo del potere d’acquisto e le conseguenze economiche della pandemia, tutt’altro che irrilevanti.
Attribuire il rafforzamento ed il (relativo) successo dell’KPRF allo strumento anti-Russia unita ideato dal blogger Alexei Navalny appare in questo quadro poco realistico. Ben pochi sono infatti i voti raccolti dal partito di Gennadij Zjuganov grazie agli algoritmi pensati per far confluire su base locale i voti dell’elettorato avverso a Russia unita sui candidati con maggiore possibilità di insidiarne il primato, non fosse altro per il fatto che le autorità russe sono riuscite a bloccarli in buona misura. La ragione fondamentale per la quale il KPRF ha potuto attestarsi sulla soglia del 20% dei consensi va ricercata altrove, soprattutto nella capacità del KPRF di attrarre giovani, rinnovare la propria dirigenza e svecchiare l’immagine percepita dalla società russa, oltre che di costruire un’alleanza con il Levij front (in italiano: Fronte di Sinistra) di Sergei Udaltsov. Al contempo, dei limiti di Russia unita sembrano ben consapevoli, oltre che una quota ampia della società russa, sia la dirigenza del partito sia lo stato profondo. Sulla base di questa consapevolezza anche Russia unita ha investito moltissimo sui giovani e sulla formazione dei propri quadri.
Nonostante il generale rafforzamento del KPRF ed una serie di successi su base locale ‒ circoscrizioni, città, regioni – l’attuale assetto politico non sembra correre rischi: il sistema elettorale della Federazione Russa prevede infatti un ampio premio di maggioranza per la forza politica con maggiore consenso, blindando così un Parlamento già fortemente limitato nelle sue competenze effettive. Il risultato, dati alla mano, assegna a Russia unita ben 324 seggi della Duma, che garantiscono al partito la maggioranza assoluta e quindi la possibilità di modificare la costituzione senza bisogno del voto di altri partiti.
Dal risultato delle elezioni della Duma emerge quindi lo spaccato di un Paese con un asse politico spostato verso sinistra: se da una parte ciò potrebbe innescare alcuni contrasti nelle vicende interne della Federazione Russa, dall’altra potrebbe convincere il Cremlino della necessità di una maggiore attenzione alle politiche sociali, alla lotta alla povertà ed alle difficoltà con cui ampi territori e milioni di cittadini russi fanno tutt’ora i conti. I segnali che il voto porta con sé potrebbero inoltre suggerire al Cremlino un atteggiamento più prudente nei confronti del passato sovietico e del suo retaggio.
Restano intanto aperte le incognite su cosa avverrà a ridosso della conclusione del quarto mandato di Vladimir Putin e le modalità con cui questo delicatissimo passaggio sarà gestito.
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22/09/2021
Russia - Voto per la Duma, i commenti dei comunisti russi
I risultati definitivi del voto per il rinnovo della Duma russa verranno presentati venerdì prossimo, ha dichiarato lunedì scorso la presidente della Commissione elettorale centrale Ella Pamfilova: «Per ora, finché non tracciamo il bilancio definitivo, non mi congratulo con nessuno».
A tutt’oggi, dunque, i risultati sono quelli ufficiosi già diffusi il 20 settembre, a scrutinio ultimato di oltre il 99% delle schede: affluenza al 51,68%; voti: Russia Unita (ER) 49,82%, KPRF 19%, LDPR 7,49%, Russia giusta 7,42%, Nuove persone 5,35%. Altre nove formazioni non hanno superato la soglia del 5%.
L’analista dell’ufficialissima RIA Novosti, Irina Alksnis, scrive che ER ha perso meno di cinque punti percentuali nel voto di lista, smentendo le tetre previsioni di chi parlava di 20% di voti in meno rispetto al 2016, mentre i risultati nei collegi uninominali «hanno permesso al partito di conservare la maggioranza costituzionale».
Così che «punto focale, comune a tutte le discussioni sui risultati, è la tesi sulla significativa vittoria di ER, da alcuni definita addirittura un trionfo».
Come sia stato possibile raggiungere una tale vittoria, stante la politica antipopolare, a esser magnanimi, del partito di governo (due punti per tutti: la riforma che ha innalzato l’età pensionistica e la frantumazione del sistema sanitario pubblico, esasperata ora dalla pandemia) questo è invece il “punto focale” di discussione, comune pressoché a tutte le forze comuniste e di sinistra russe.
E la parola che più ricorre in queste discussioni è “falsificazione”: definizione per l’appunto ripetuta soprattutto dal più “sistemico” dei partiti di sinistra, leale sostenitore di Vladimir Putin, quanto avversario totale del governo: il KPRF di Gennadij Zjuganov.
Il Fronte unito del lavoro (ROTFront) scriveva lunedì che già alla vigilia del voto (quello elettronico ha preso il via il 17 e 18 settembre, mentre il 19 settembre ci si recava ai seggi) erano ricominciate le lamentele dei lavoratori di imprese pubbliche, o comunque dipendenti statali, “molto esortati” a optare per il voto elettronico a distanza.
Ecco il risultato, scrive ROTFront, «l’affluenza alle urne registrata col sistema di voto elettronico ha raggiunto a Mosca un vertiginoso 93%, mentre l’affluenza diretta ai seggi alle 16 di domenica era solo del 36,37%».
Imporre ai dipendenti delle aziende di stato o agli impiegati degli uffici pubblici di “esprimere la propria volontà” e non astenersi dalla partecipazione al voto, è una pratica usata da molto tempo, scrive ROTFront.
Ora, lo sviluppo delle tecnologie informatiche permette di «facilitare tale processo e il controllo dell’esecuzione. Nella primavera del 2021, per creare l’apparenza di un “sostegno nazionale” alle primarie di ER, anche i dipendenti pubblici delle regioni di Mosca e Kaluga sono stati costretti a registrarsi ai “servizi statali”; mentre gli insegnanti di Piter sono stati esortati a registrarsi sul sito web di ER».
Lo stesso Zjuganov, nella conferenza stampa del 20 settembre, ha squalificato il voto elettronico, affermando che ad aver risposto all’appello del KPRF è stata soprattutto la “Russia profonda”, che è andata di persona ai seggi il 19 settembre; in particolare, ha detto, i giovani fino a trent’anni di età hanno rifiutato il voto elettronico.
Il KPRF ha ottenuto rilevanti risultati soprattutto nelle repubbliche e regioni dell’estremo oriente e della Siberia: per la prima volta da molti anni, ha detto Zjuganov, in pratica da Sakhalin fino a Tomsk, «ER, che da 20 anni conduce una politica assolutamente nefasta per la Russia e in queste elezioni non era un semplice opponente, ma il nostro principale nemico, ha perso il primo posto e ora siamo praticamente alla pari. Negli ultimi cinque anni, ER ha approvato una serie di leggi che affossano il paese e lo condannano all’estinzione. Hanno distrutto 80.000 imprese industriali e 50.000 kolkhozy».
Nella stessa Mosca, dice Zjuganov, la disparità di redditi tra il 10% dei più ricchi e il 10% dei più poveri è di 18 volte, mentre continua lo smantellamento dei settori di istruzione e sanità pubblici: nei 3 anni precedenti la pandemia il personale sanitario era stato ridotto del 40%.
Ringraziando per il sostegno elettorale il Partito del Nuovo socialismo di Nikolaj Platoškin e il Fronte della sinistra di Sergej Udal’tsov, Zjuganov ha ribadito la propria lealtà al Presidente, accusando invece ER e la compagine di governo di “sabotare” le direttive di Putin per adeguare i ritmi di sviluppo a quelli mondiali, mentre oggi sono di 3 volte inferiori.
Per cui, ha detto, è necessario rimediare alla situazione, perché la violenza contro il sistema elettorale, la violenza contro i cittadini, il furto dei loro voti non aggiungono nulla né all’autorità del Presidente, né alla sua politica, mentre «noi siamo pronti per un dialogo normale».
Zjuganov ha parlato di risultati più che positivi, con il KPRF davanti a ER, ad esempio nel territorio di Khabarovsk, o in Jakutija. A proposito di quest’ultima, Zjuganov ha ricordato la politica boschiva di ER, con servizio forestale liquidato, interi specchi d’acqua prosciugati, sette milioni di ettari di bosco bruciati il mese scorso: «i risultati del voto in Jakutija esprimono lo stato d’animo reale della società».
In altre aree, la distanza tra ER e KPRF è stata di appena 1-3 punti “nelle regioni di Irkutsk, Omsk, Novosibirsk, Sakhalin, Territorio di Altaj, Kamčatka, Primor’e, Repubblica Marij-El. Ma ci sono stati anche episodi “singolari”, ha detto Zjuganov.
«In Estremo oriente e Siberia, alle ore 19 del 19 settembre, i risultati di ER e KPRF erano in media quasi allo stesso livello, entrambi tra il 25 e il 30%. Poi, nel corso degli scrutini della notte, ER è inspiegabilmente passata avanti, mentre KPRF è sceso di 6 punti».
“Nessuno ha bisogno di elezioni falsificate”, titolava lunedì Sovetskaja Rossija, organo ufficioso del KPRF e riportava la testimonianza del vice presidente del KPRF, Dmitrij Novikov, secondo cui il presidente e un componente del seggio 803 a Piter avevano messo a soqquadro il locale, rompendo le urne e disperdendo le schede, sicuri che «non avessero dato i risultati dovuti»; più o meno la stessa cosa al seggio 1641.
Un altro dei vice presidenti del KPRF, Jurij Afonin ha parlato di «pericoloso arbitrio» del potere. Dmitrij Novikov ha dichiarato che nelle elezioni a vari livelli, «non solo i dati digitali vengono falsificati, riscritti, la mostruosità della situazione sta nel fatto che il processo elettorale viene falsificato in quanto tale fin dall’inizio. Giudicate voi stessi: se 5 dei nostri compagni non possono partecipare affatto alle elezioni dei capi di regione, si tratta di una procedura elettorale?
È molto comodo vincere le elezioni per governatore quando i tuoi principali avversari non partecipano affatto alle elezioni. È molto comodo vincere quando i candidati del partito di governo non escono dagli schermi televisivi da mattina a sera, mentre gli avversari non vi compaiono affatto».
In queste elezioni, ha detto Novikov, ER ha «cessato di essere un partito. Sinora, poteva esser considerato un partito con forte presenza in tutte le strutture di potere, in particolare nell’esecutivo. Oggi è chiaro che non esiste affatto un tale partito, ma esiste una corporazione di potere, che si camuffa da partito per vincere un certo numero di seggi a favore dei propri padroni alla Duma».
Nel corso della conferenza stampa del 20 settembre, il KPRF ha mostrato anche brevi video girati da propri scrutatori: dal minuto 0,52 a 1,15 ci sono immagini su personale di seggio che mette nelle urne schede votate – si presume a favore di ER.
Il buco nella ciambella è solo diventato più largo, con l’avanzata del KPRF; ma è pur sempre la solita “ciambella”, dicono al Partito comunista operaio russo (RKRP). Il Segretario, Stepan Malentsov constata che i risultati del voto erano «noti in partenza a ogni persona pensante dunque non sorprendono minimamente nessuno».
Per dirla in breve, insomma, quella minoranza di persone che «credono nelle elezioni, una minoranza di elettori, ha scelto chi ne assicurerà lo sfruttamento generale per i prossimi cinque anni. Non un solo partito, tra quelli che veramente si oppongono al capitalismo, che lottano per cambiare il sistema sociale e organizzano la lotta dei lavoratori, ha potuto anche solo avvicinarsi alle elezioni. Anzi: non ha nemmeno potuto accedere alla registrazione, per avere anche solo l’opportunità di risultare nei sondaggi».
E se anche la partecipazione è stata più alta di qualche punto rispetto al 2016, è dovuto al fatto che hanno «prolungato il voto su tre giorni e il voto elettronico si è trasformato in un’arma di potere. Nelle grandi città industriali, con una percentuale maggiore di lavoratori industriali, come Piter, l’affluenza è stata di circa il 30%. Questo parla di insoddisfazione per le politiche della borghesia e di sfiducia nei suoi partiti».
Anche il risultato del KPRF, balzato dal 13,5 al 19%, «cambia poco o nulla. ER, come prima, avrà una maggioranza costituzionale per approvare qualsiasi legge. E non sto nemmeno a parlare della composizione dei deputati del KPRF: signori, capitalisti e milionari, ex membri di ER, parlamentari di lunga data; mancano però lavoratori e organizzatori del movimento operaio».
Lo spettacolo chiamato “elezioni per la Duma di Stato” è giunto nuovamente al termine, scrivono al VKPB, il partito della defunta Nina Andreeva; «Internet è di nuovo pieno di video che documentano numerose violazioni e brogli elettorali ai seggi. I “risultati” ufficiali non sono sorprendenti ed erano abbastanza prevedibili. ER tiene, grazie sia al voto dei burocrati di stato e della borghesia (e delle loro famiglie), sia a spese degli strati più arretrati della popolazione».
Per quanto riguarda il KPRF, che ha ottenuto il secondo posto con il 19% nella “circoscrizione unica”: si tratta di un «partito essenzialmente socialdemocratico, che raccoglie i voti di una parte dei lavoratori insoddisfatti del regime politico e della situazione socio-economica.
I leader del KPRF, come sempre, esprimono insoddisfazione per le macchinazioni nel voto. Ma questo malcontento non dura a lungo: faranno rumore e poi si calmeranno, e andranno a sedersi alla Duma, riceveranno stipendi parlamentari e “regalie” dalla borghesia per fare da lobbisti delle aziende private».
I media borghesi tacciono però sull’esito principale: la «maggioranza degli elettori non è andata a votare, o ha cancellato dalle schede tutti i candidati. Se l’affluenza ufficiale è stata del 51% e sapendo che un gran numero di voti viene “attribuito”, si può concludere che solo una minoranza di cittadini russi è andata alle urne».
La maggior parte dei cittadini ha capito da tempo che «nella Russia borghese di oggi le elezioni non influiscono su nulla; tanto più le elezioni alla Duma, le cui decisioni, secondo la Costituzione, possono essere annullate dal Consiglio della Federazione o dal Presidente. La maggioranza dei lavoratori dimostra una posizione più cosciente degli attivisti di molte organizzazioni di sinistra, che ogni cinque anni impazziscono e esortano tutti ad andare alle urne: parliamo non solo del KPRF, ma anche dei suoi satelliti, come il “Fronte di sinistra”, o i neo-trotskisti del “Partito rivoluzionario dei lavoratori”.
E se i leader di queste organizzazioni agiscono in modo abbastanza razionale, negoziando con il KPRF alcuni Geschäft per se stessi, gli attivisti di base “si sacrificano per l’idea”: prima chiedono a tutti di andare alle urne, e poi piangono sulle frodi ai seggi o si lamentano delle persone “poco coscienti”».
Per concludere, a proposito dei supposti voti dell’opposizione naval’niana confluiti sul KPRF e che ne avrebbero consentito l’avanzata, non è possibile confermare o escludere con certezza tale ipotesi, prospettata per altro non solo dalla stampa liberale occidentale, che piange ancora per il proprio eroe “ingiustamente incarcerato”.
E non è possibile escludere la congettura, sia per la politica dello stesso KPRF, sia per le semplice constatazione che moltissime persone, tra coloro che a parole sostengono Aleksej Naval’nyj, appoggiano non tanto lui o gli adepti della sua setta, quanto sono stanche della oligarchia finanziaria e della politica che ne è espressione.
Da Facebook: «Dopo le manifestazioni e i cortei dal 2000 in qua, agli inizi degli anni ’20 i liberali sono rimasti senza nulla in mano: il leader in prigione, gli attivisti sparpagliati; così, per la disperazione, quei ragazzi hanno sputato su tutto e hanno invitato a sostenere chiunque, tranne ER. In una parola, la Russia ha fatto un passo verso un sistema borghese “normale” (scherzo)».
Tanto basti.
Fonte
A tutt’oggi, dunque, i risultati sono quelli ufficiosi già diffusi il 20 settembre, a scrutinio ultimato di oltre il 99% delle schede: affluenza al 51,68%; voti: Russia Unita (ER) 49,82%, KPRF 19%, LDPR 7,49%, Russia giusta 7,42%, Nuove persone 5,35%. Altre nove formazioni non hanno superato la soglia del 5%.
L’analista dell’ufficialissima RIA Novosti, Irina Alksnis, scrive che ER ha perso meno di cinque punti percentuali nel voto di lista, smentendo le tetre previsioni di chi parlava di 20% di voti in meno rispetto al 2016, mentre i risultati nei collegi uninominali «hanno permesso al partito di conservare la maggioranza costituzionale».
Così che «punto focale, comune a tutte le discussioni sui risultati, è la tesi sulla significativa vittoria di ER, da alcuni definita addirittura un trionfo».
Come sia stato possibile raggiungere una tale vittoria, stante la politica antipopolare, a esser magnanimi, del partito di governo (due punti per tutti: la riforma che ha innalzato l’età pensionistica e la frantumazione del sistema sanitario pubblico, esasperata ora dalla pandemia) questo è invece il “punto focale” di discussione, comune pressoché a tutte le forze comuniste e di sinistra russe.
E la parola che più ricorre in queste discussioni è “falsificazione”: definizione per l’appunto ripetuta soprattutto dal più “sistemico” dei partiti di sinistra, leale sostenitore di Vladimir Putin, quanto avversario totale del governo: il KPRF di Gennadij Zjuganov.
Il Fronte unito del lavoro (ROTFront) scriveva lunedì che già alla vigilia del voto (quello elettronico ha preso il via il 17 e 18 settembre, mentre il 19 settembre ci si recava ai seggi) erano ricominciate le lamentele dei lavoratori di imprese pubbliche, o comunque dipendenti statali, “molto esortati” a optare per il voto elettronico a distanza.
Ecco il risultato, scrive ROTFront, «l’affluenza alle urne registrata col sistema di voto elettronico ha raggiunto a Mosca un vertiginoso 93%, mentre l’affluenza diretta ai seggi alle 16 di domenica era solo del 36,37%».
Imporre ai dipendenti delle aziende di stato o agli impiegati degli uffici pubblici di “esprimere la propria volontà” e non astenersi dalla partecipazione al voto, è una pratica usata da molto tempo, scrive ROTFront.
Ora, lo sviluppo delle tecnologie informatiche permette di «facilitare tale processo e il controllo dell’esecuzione. Nella primavera del 2021, per creare l’apparenza di un “sostegno nazionale” alle primarie di ER, anche i dipendenti pubblici delle regioni di Mosca e Kaluga sono stati costretti a registrarsi ai “servizi statali”; mentre gli insegnanti di Piter sono stati esortati a registrarsi sul sito web di ER».
Lo stesso Zjuganov, nella conferenza stampa del 20 settembre, ha squalificato il voto elettronico, affermando che ad aver risposto all’appello del KPRF è stata soprattutto la “Russia profonda”, che è andata di persona ai seggi il 19 settembre; in particolare, ha detto, i giovani fino a trent’anni di età hanno rifiutato il voto elettronico.
Il KPRF ha ottenuto rilevanti risultati soprattutto nelle repubbliche e regioni dell’estremo oriente e della Siberia: per la prima volta da molti anni, ha detto Zjuganov, in pratica da Sakhalin fino a Tomsk, «ER, che da 20 anni conduce una politica assolutamente nefasta per la Russia e in queste elezioni non era un semplice opponente, ma il nostro principale nemico, ha perso il primo posto e ora siamo praticamente alla pari. Negli ultimi cinque anni, ER ha approvato una serie di leggi che affossano il paese e lo condannano all’estinzione. Hanno distrutto 80.000 imprese industriali e 50.000 kolkhozy».
Nella stessa Mosca, dice Zjuganov, la disparità di redditi tra il 10% dei più ricchi e il 10% dei più poveri è di 18 volte, mentre continua lo smantellamento dei settori di istruzione e sanità pubblici: nei 3 anni precedenti la pandemia il personale sanitario era stato ridotto del 40%.
Ringraziando per il sostegno elettorale il Partito del Nuovo socialismo di Nikolaj Platoškin e il Fronte della sinistra di Sergej Udal’tsov, Zjuganov ha ribadito la propria lealtà al Presidente, accusando invece ER e la compagine di governo di “sabotare” le direttive di Putin per adeguare i ritmi di sviluppo a quelli mondiali, mentre oggi sono di 3 volte inferiori.
Per cui, ha detto, è necessario rimediare alla situazione, perché la violenza contro il sistema elettorale, la violenza contro i cittadini, il furto dei loro voti non aggiungono nulla né all’autorità del Presidente, né alla sua politica, mentre «noi siamo pronti per un dialogo normale».
Zjuganov ha parlato di risultati più che positivi, con il KPRF davanti a ER, ad esempio nel territorio di Khabarovsk, o in Jakutija. A proposito di quest’ultima, Zjuganov ha ricordato la politica boschiva di ER, con servizio forestale liquidato, interi specchi d’acqua prosciugati, sette milioni di ettari di bosco bruciati il mese scorso: «i risultati del voto in Jakutija esprimono lo stato d’animo reale della società».
In altre aree, la distanza tra ER e KPRF è stata di appena 1-3 punti “nelle regioni di Irkutsk, Omsk, Novosibirsk, Sakhalin, Territorio di Altaj, Kamčatka, Primor’e, Repubblica Marij-El. Ma ci sono stati anche episodi “singolari”, ha detto Zjuganov.
«In Estremo oriente e Siberia, alle ore 19 del 19 settembre, i risultati di ER e KPRF erano in media quasi allo stesso livello, entrambi tra il 25 e il 30%. Poi, nel corso degli scrutini della notte, ER è inspiegabilmente passata avanti, mentre KPRF è sceso di 6 punti».
“Nessuno ha bisogno di elezioni falsificate”, titolava lunedì Sovetskaja Rossija, organo ufficioso del KPRF e riportava la testimonianza del vice presidente del KPRF, Dmitrij Novikov, secondo cui il presidente e un componente del seggio 803 a Piter avevano messo a soqquadro il locale, rompendo le urne e disperdendo le schede, sicuri che «non avessero dato i risultati dovuti»; più o meno la stessa cosa al seggio 1641.
Un altro dei vice presidenti del KPRF, Jurij Afonin ha parlato di «pericoloso arbitrio» del potere. Dmitrij Novikov ha dichiarato che nelle elezioni a vari livelli, «non solo i dati digitali vengono falsificati, riscritti, la mostruosità della situazione sta nel fatto che il processo elettorale viene falsificato in quanto tale fin dall’inizio. Giudicate voi stessi: se 5 dei nostri compagni non possono partecipare affatto alle elezioni dei capi di regione, si tratta di una procedura elettorale?
È molto comodo vincere le elezioni per governatore quando i tuoi principali avversari non partecipano affatto alle elezioni. È molto comodo vincere quando i candidati del partito di governo non escono dagli schermi televisivi da mattina a sera, mentre gli avversari non vi compaiono affatto».
In queste elezioni, ha detto Novikov, ER ha «cessato di essere un partito. Sinora, poteva esser considerato un partito con forte presenza in tutte le strutture di potere, in particolare nell’esecutivo. Oggi è chiaro che non esiste affatto un tale partito, ma esiste una corporazione di potere, che si camuffa da partito per vincere un certo numero di seggi a favore dei propri padroni alla Duma».
Nel corso della conferenza stampa del 20 settembre, il KPRF ha mostrato anche brevi video girati da propri scrutatori: dal minuto 0,52 a 1,15 ci sono immagini su personale di seggio che mette nelle urne schede votate – si presume a favore di ER.
Il buco nella ciambella è solo diventato più largo, con l’avanzata del KPRF; ma è pur sempre la solita “ciambella”, dicono al Partito comunista operaio russo (RKRP). Il Segretario, Stepan Malentsov constata che i risultati del voto erano «noti in partenza a ogni persona pensante dunque non sorprendono minimamente nessuno».
Per dirla in breve, insomma, quella minoranza di persone che «credono nelle elezioni, una minoranza di elettori, ha scelto chi ne assicurerà lo sfruttamento generale per i prossimi cinque anni. Non un solo partito, tra quelli che veramente si oppongono al capitalismo, che lottano per cambiare il sistema sociale e organizzano la lotta dei lavoratori, ha potuto anche solo avvicinarsi alle elezioni. Anzi: non ha nemmeno potuto accedere alla registrazione, per avere anche solo l’opportunità di risultare nei sondaggi».
E se anche la partecipazione è stata più alta di qualche punto rispetto al 2016, è dovuto al fatto che hanno «prolungato il voto su tre giorni e il voto elettronico si è trasformato in un’arma di potere. Nelle grandi città industriali, con una percentuale maggiore di lavoratori industriali, come Piter, l’affluenza è stata di circa il 30%. Questo parla di insoddisfazione per le politiche della borghesia e di sfiducia nei suoi partiti».
Anche il risultato del KPRF, balzato dal 13,5 al 19%, «cambia poco o nulla. ER, come prima, avrà una maggioranza costituzionale per approvare qualsiasi legge. E non sto nemmeno a parlare della composizione dei deputati del KPRF: signori, capitalisti e milionari, ex membri di ER, parlamentari di lunga data; mancano però lavoratori e organizzatori del movimento operaio».
Lo spettacolo chiamato “elezioni per la Duma di Stato” è giunto nuovamente al termine, scrivono al VKPB, il partito della defunta Nina Andreeva; «Internet è di nuovo pieno di video che documentano numerose violazioni e brogli elettorali ai seggi. I “risultati” ufficiali non sono sorprendenti ed erano abbastanza prevedibili. ER tiene, grazie sia al voto dei burocrati di stato e della borghesia (e delle loro famiglie), sia a spese degli strati più arretrati della popolazione».
Per quanto riguarda il KPRF, che ha ottenuto il secondo posto con il 19% nella “circoscrizione unica”: si tratta di un «partito essenzialmente socialdemocratico, che raccoglie i voti di una parte dei lavoratori insoddisfatti del regime politico e della situazione socio-economica.
I leader del KPRF, come sempre, esprimono insoddisfazione per le macchinazioni nel voto. Ma questo malcontento non dura a lungo: faranno rumore e poi si calmeranno, e andranno a sedersi alla Duma, riceveranno stipendi parlamentari e “regalie” dalla borghesia per fare da lobbisti delle aziende private».
I media borghesi tacciono però sull’esito principale: la «maggioranza degli elettori non è andata a votare, o ha cancellato dalle schede tutti i candidati. Se l’affluenza ufficiale è stata del 51% e sapendo che un gran numero di voti viene “attribuito”, si può concludere che solo una minoranza di cittadini russi è andata alle urne».
La maggior parte dei cittadini ha capito da tempo che «nella Russia borghese di oggi le elezioni non influiscono su nulla; tanto più le elezioni alla Duma, le cui decisioni, secondo la Costituzione, possono essere annullate dal Consiglio della Federazione o dal Presidente. La maggioranza dei lavoratori dimostra una posizione più cosciente degli attivisti di molte organizzazioni di sinistra, che ogni cinque anni impazziscono e esortano tutti ad andare alle urne: parliamo non solo del KPRF, ma anche dei suoi satelliti, come il “Fronte di sinistra”, o i neo-trotskisti del “Partito rivoluzionario dei lavoratori”.
E se i leader di queste organizzazioni agiscono in modo abbastanza razionale, negoziando con il KPRF alcuni Geschäft per se stessi, gli attivisti di base “si sacrificano per l’idea”: prima chiedono a tutti di andare alle urne, e poi piangono sulle frodi ai seggi o si lamentano delle persone “poco coscienti”».
Per concludere, a proposito dei supposti voti dell’opposizione naval’niana confluiti sul KPRF e che ne avrebbero consentito l’avanzata, non è possibile confermare o escludere con certezza tale ipotesi, prospettata per altro non solo dalla stampa liberale occidentale, che piange ancora per il proprio eroe “ingiustamente incarcerato”.
E non è possibile escludere la congettura, sia per la politica dello stesso KPRF, sia per le semplice constatazione che moltissime persone, tra coloro che a parole sostengono Aleksej Naval’nyj, appoggiano non tanto lui o gli adepti della sua setta, quanto sono stanche della oligarchia finanziaria e della politica che ne è espressione.
Da Facebook: «Dopo le manifestazioni e i cortei dal 2000 in qua, agli inizi degli anni ’20 i liberali sono rimasti senza nulla in mano: il leader in prigione, gli attivisti sparpagliati; così, per la disperazione, quei ragazzi hanno sputato su tutto e hanno invitato a sostenere chiunque, tranne ER. In una parola, la Russia ha fatto un passo verso un sistema borghese “normale” (scherzo)».
Tanto basti.
Fonte
22/02/2021
Russia: le repressioni contro i comunisti
Il 23 febbraio si celebra in Russia il 103° anniversario della fondazione dell’Esercito Rosso Operaio-Contadino, una delle poche feste di epoca sovietica ancora marcate in rosso sul calendario.
Da settimane, il KPRF di Gennadij Zjuganov ha indetto per il 23 febbraio manifestazioni in tutta la Russia che, nei propositi degli organizzatori, dovranno essere di celebrazione dell’anniversario, ma anche di protesta contro le politiche socio-economiche del Cremlino. A Mosca, uno degli slogan già lanciati dal KPRF in vista del 23 febbraio è “Per la giustizia, il potere popolare e il socialismo! Contro repressioni, corruzione e oligarchia!”.
Il problema delle repressioni contro l’opposizione comunista e di sinistra è da tempo al centro della politica delle organizzazioni comuniste russe (per semplicità, esaminiamo qui solo quelle riferite dal KPRF, ma ogni organizzazione comunista può “vantare” decine di denunce, arresti, condanne), anche se non sembra scuotere più di tanto la tranquillità governativa, impegnata quasi esclusivamente a rintuzzare gli attacchi occidentali per la “persecuzione del principale oppositore di Putin”, il pregiudicato filo-fascista Aleksej Naval’nyj.
D’altra parte, la “questione Naval’nyj” è da tempo appiccicata alle controversie internazionali tra Mosca e l’Occidente e, dunque, su quella si concentrano i riflettori; mentre, chi vuoi che a Bruxelles o Washington si scomponga per qualche decina di comunisti che vengono menati in strada e poi messi in galera: quella è pratica comune a ogni latitudine e l’Occidente può anzi impartire lezioni a chiunque.
Così, il governo ha preso per tempo a negare le autorizzazioni per i meeting o i picchetti pubblici del 23 febbraio; attivisti di sinistra vengono fermati dalla polizia anche solo se presi a diffondere volantini che invitano alle manifestazioni.
L’ex governatore della regione di Irkutsk, il comunista Sergei Levčenko, ha detto che in 19 capoluoghi della regione in cui erano state comunicate le richieste di manifestazione, queste sono state respinte con le motivazioni più varie (fino alla necessità di sgomberare le strade dalla neve) e in barba alla legge.
La Procura della regione di Lipetsk (400 km a sud di Mosca) è andata direttamente alla sede locale del KPRF per ammonire a non organizzare alcunché. A Penza (oltre 600 km a sudest di Mosca), già da tempo si è cominciato a fermare attivisti e deputati delle assemblee locali del KPRF e del Fronte della sinistra, che stavano pubblicizzando l’iniziativa del 23 febbraio, pur anche come semplice “incontro con gli elettori”, dato che si sapeva in anticipo che altri tipi di manifestazioni non sarebbero stati permessi.
Alla Duma, il segretario di Mosca del KPRF, Valerij Raškin, ha fatto un elenco degli episodi di repressione ai danni di rappresentanti del suo partito, qualificati come «vero e proprio terrore», a partire da bastonature squadristiche, nel 2005, a Mosca, Krasnojarsk, Orël, Samara, per non parlare dei casi di omicidio di vari deputati e militanti del KPRF, sin dagli anni ’90, tuttora non “scoperti” dalla polizia.
Indicativo del clima «medievale», ha detto Raškin, è il caso di Andrej Levčenko, arrestato (tutt’ora in isolamento) non appena apparsa la notizia che il padre, Sergej, si sarebbe nuovamente candidato all’assemblea regionale di Irkutsk.
A Saratov (200 km a sud di Penza), si è agito con più finezza: accolta la domanda del KPRF per il 23 febbraio, la Procura ha chiesto di inoltrare una nuova domanda, con un numero di partecipanti dimezzato; ma la domanda deve pervenire con 10 giorni di anticipo sul meeting!
Tra l’altro, la frazione del governativo “Russia Unita” all’assemblea legislativa della regione di Saratov, ha posto all’ordine del giorno la revoca del mandato a due deputati locali del KPFR, Aleksandr Anidalov e Nikolaj Bondarenko, per il fatto di aver partecipato a manifestazioni non autorizzate il 31 gennaio.
È stato proprio Bondarenko, pochi giorni fa, a ironizzare sulle dichiarazioni di Putin a proposito del fatto che la Russia «non ha ancora raggiunto il picco del proprio sviluppo storico»: quasi mezzo milione in meno di popolazione nel 2020, ha scritto Bondarenko, un numero di ospedali pari a quello di prima della rivoluzione, ¼ di fanciulli che vivono sotto la soglia di povertà e il 70% della popolazione con redditi inferiori a 25.000 rubli e quasi il 50% con redditi al di sotto dei 15.000 rubli.
Riguardo le privatizzazioni cominciate negli anni ’90, Vladimir Putin, in un’intervista a Oliver Stone, ha detto che, nella Russia di oggi, avrebbero avuto un minor impatto sociale, ma che comunque va dato merito alla risolutezza di uomini come Egor Gajdar, Anatolij Čubajs, Andrej Nečaev, artefici allora delle privatizzazioni che, a detta di Putin, non devono esser fermate nemmeno oggi, tanto che il governo programma per il prossimo anno di privatizzare ancora un paio di centinaia di imprese a partecipazione statale, oltre a un migliaio di altri asset.
Non fermare dunque le privatizzazioni, nemmeno ricordando che, ad esempio, tra il 1991 e il 1999, “epoca d’oro” dei Gajdar, Čubajs, Nečaev e simili, i redditi della stragrande maggioranza dei russi si dimezzarono e la mortalità in quegli anni superò di circa 7 milioni di persone la mortalità media.
A proposito dei vari Gajdar, Chubajs & Co., elogiati da Putin, e degli omaggi resi dal Presidente alla memoria di Aleksandr Solženitsyn, tra i comunisti russi circola oggi un aforisma che dice: «La storia viene riscritta per riscrivere la proprietà. Prima vengono i Solženitsyn e dietro a loro arrivano i Čubajs».
PS – all’ultimo momento il KPRF ha rinviato «a marzo l’incontro degli elettori coi deputati della Duma», dizione con cui erano presentate le manifestazioni per il 23 febbraio e domani si limiterà a «deporre corone di fiori alla tomba del milite ignoto». Il dietro-front era stato indirettamente annunciato allorché i leader del KPRF avevano scritto che se il Governo avesse confermato il divieto a manifestare, il KPRF non avrebbe «scatenato la guerra civile». Non a caso altre organizzazioni comuniste definiscono il KPRF «opposizione di sua maestà»...
Fonte
Da settimane, il KPRF di Gennadij Zjuganov ha indetto per il 23 febbraio manifestazioni in tutta la Russia che, nei propositi degli organizzatori, dovranno essere di celebrazione dell’anniversario, ma anche di protesta contro le politiche socio-economiche del Cremlino. A Mosca, uno degli slogan già lanciati dal KPRF in vista del 23 febbraio è “Per la giustizia, il potere popolare e il socialismo! Contro repressioni, corruzione e oligarchia!”.
Il problema delle repressioni contro l’opposizione comunista e di sinistra è da tempo al centro della politica delle organizzazioni comuniste russe (per semplicità, esaminiamo qui solo quelle riferite dal KPRF, ma ogni organizzazione comunista può “vantare” decine di denunce, arresti, condanne), anche se non sembra scuotere più di tanto la tranquillità governativa, impegnata quasi esclusivamente a rintuzzare gli attacchi occidentali per la “persecuzione del principale oppositore di Putin”, il pregiudicato filo-fascista Aleksej Naval’nyj.
D’altra parte, la “questione Naval’nyj” è da tempo appiccicata alle controversie internazionali tra Mosca e l’Occidente e, dunque, su quella si concentrano i riflettori; mentre, chi vuoi che a Bruxelles o Washington si scomponga per qualche decina di comunisti che vengono menati in strada e poi messi in galera: quella è pratica comune a ogni latitudine e l’Occidente può anzi impartire lezioni a chiunque.
Così, il governo ha preso per tempo a negare le autorizzazioni per i meeting o i picchetti pubblici del 23 febbraio; attivisti di sinistra vengono fermati dalla polizia anche solo se presi a diffondere volantini che invitano alle manifestazioni.
L’ex governatore della regione di Irkutsk, il comunista Sergei Levčenko, ha detto che in 19 capoluoghi della regione in cui erano state comunicate le richieste di manifestazione, queste sono state respinte con le motivazioni più varie (fino alla necessità di sgomberare le strade dalla neve) e in barba alla legge.
La Procura della regione di Lipetsk (400 km a sud di Mosca) è andata direttamente alla sede locale del KPRF per ammonire a non organizzare alcunché. A Penza (oltre 600 km a sudest di Mosca), già da tempo si è cominciato a fermare attivisti e deputati delle assemblee locali del KPRF e del Fronte della sinistra, che stavano pubblicizzando l’iniziativa del 23 febbraio, pur anche come semplice “incontro con gli elettori”, dato che si sapeva in anticipo che altri tipi di manifestazioni non sarebbero stati permessi.
Alla Duma, il segretario di Mosca del KPRF, Valerij Raškin, ha fatto un elenco degli episodi di repressione ai danni di rappresentanti del suo partito, qualificati come «vero e proprio terrore», a partire da bastonature squadristiche, nel 2005, a Mosca, Krasnojarsk, Orël, Samara, per non parlare dei casi di omicidio di vari deputati e militanti del KPRF, sin dagli anni ’90, tuttora non “scoperti” dalla polizia.
Indicativo del clima «medievale», ha detto Raškin, è il caso di Andrej Levčenko, arrestato (tutt’ora in isolamento) non appena apparsa la notizia che il padre, Sergej, si sarebbe nuovamente candidato all’assemblea regionale di Irkutsk.
A Saratov (200 km a sud di Penza), si è agito con più finezza: accolta la domanda del KPRF per il 23 febbraio, la Procura ha chiesto di inoltrare una nuova domanda, con un numero di partecipanti dimezzato; ma la domanda deve pervenire con 10 giorni di anticipo sul meeting!
Tra l’altro, la frazione del governativo “Russia Unita” all’assemblea legislativa della regione di Saratov, ha posto all’ordine del giorno la revoca del mandato a due deputati locali del KPFR, Aleksandr Anidalov e Nikolaj Bondarenko, per il fatto di aver partecipato a manifestazioni non autorizzate il 31 gennaio.
È stato proprio Bondarenko, pochi giorni fa, a ironizzare sulle dichiarazioni di Putin a proposito del fatto che la Russia «non ha ancora raggiunto il picco del proprio sviluppo storico»: quasi mezzo milione in meno di popolazione nel 2020, ha scritto Bondarenko, un numero di ospedali pari a quello di prima della rivoluzione, ¼ di fanciulli che vivono sotto la soglia di povertà e il 70% della popolazione con redditi inferiori a 25.000 rubli e quasi il 50% con redditi al di sotto dei 15.000 rubli.
Riguardo le privatizzazioni cominciate negli anni ’90, Vladimir Putin, in un’intervista a Oliver Stone, ha detto che, nella Russia di oggi, avrebbero avuto un minor impatto sociale, ma che comunque va dato merito alla risolutezza di uomini come Egor Gajdar, Anatolij Čubajs, Andrej Nečaev, artefici allora delle privatizzazioni che, a detta di Putin, non devono esser fermate nemmeno oggi, tanto che il governo programma per il prossimo anno di privatizzare ancora un paio di centinaia di imprese a partecipazione statale, oltre a un migliaio di altri asset.
Non fermare dunque le privatizzazioni, nemmeno ricordando che, ad esempio, tra il 1991 e il 1999, “epoca d’oro” dei Gajdar, Čubajs, Nečaev e simili, i redditi della stragrande maggioranza dei russi si dimezzarono e la mortalità in quegli anni superò di circa 7 milioni di persone la mortalità media.
A proposito dei vari Gajdar, Chubajs & Co., elogiati da Putin, e degli omaggi resi dal Presidente alla memoria di Aleksandr Solženitsyn, tra i comunisti russi circola oggi un aforisma che dice: «La storia viene riscritta per riscrivere la proprietà. Prima vengono i Solženitsyn e dietro a loro arrivano i Čubajs».
PS – all’ultimo momento il KPRF ha rinviato «a marzo l’incontro degli elettori coi deputati della Duma», dizione con cui erano presentate le manifestazioni per il 23 febbraio e domani si limiterà a «deporre corone di fiori alla tomba del milite ignoto». Il dietro-front era stato indirettamente annunciato allorché i leader del KPRF avevano scritto che se il Governo avesse confermato il divieto a manifestare, il KPRF non avrebbe «scatenato la guerra civile». Non a caso altre organizzazioni comuniste definiscono il KPRF «opposizione di sua maestà»...
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11/02/2021
Russia: i comunisti e la “naval’niade”
Se in occidente, per ovvii motivi, si presenta quale “unico oppositore” in Russia il pregiudicato Aleksej Naval’nyj, nella stessa Russia, per motivi non altrettanto ovvii, si associa spesso la contestazione (difficile parlare di contrapposizione) del Cremlino alle sole manifestazioni “contro la corruzione”, organizzate da una parte dei settori liberali: i naval’niani, appunto.
Complice di ciò, con ogni probabilità, l’atteggiamento benevolo, o quantomeno, cauto, nei confronti del potere classista moscovita, da parte dell’unico partito, tra quelli usciti una trentina d’anni fa dalle ceneri del PCUS, che conti una frazione parlamentare e rappresentanze in tutto il Paese, anche ai vertici in alcune Regioni e Circondari: il KPRF di Gennadij Zjuganov.
Un partito che, oltretutto, proprio sulla questione della naval’niade, sta manifestando “articolate” posizioni interne, in una dialettica parzialmente legata anche al timore di perdere quote di elettorato. Se infatti c’è pressoché unanimità nel giudicare le manifestazioni liberali quale espressione di una élite che aspira al potere, contro un’altra cerchia che il potere ce l’ha già, si notano però chiaramente dei distinguo sulla valutazione dei meeting di quella opposizione, sulla composizione sociale e generazionale dei partecipanti e, soprattutto, se vi si debba prender parte o meno, pur con proprie parole d’ordine, in attesa di organizzarne dei propri (così, ad esempio, Valerij Raškin, Primo segretario di Mosca del KPRF, o l’ex Governatore della regione di Irkutsk, Sergej Levčenko, fatto dimettere mesi fa e il cui figlio è stato arrestato con accuse poco chiare) avendo comunque presente la natura sistemica del cosiddetto “principale oppositore”.
Oppure se si debba invece smascherarli come passi che ricalcano una strada ormai sperimentata, denunciando il carattere di “ariete” dell’opposizione naval’niana, ma contestando al tempo stesso i metodi del potere, che oggi sembrano rivolti contro gli “agenti del capitale straniero”, ma che possono benissimo dirigersi anche contro chi denuncia il prezzo fatto pagare ai lavoratori per l’arricchimento del capitale interno.
E ci si chiede anche chi ci sia dietro il blogger “perseguitato”. Non certo solo CIA ed MI6. Il politologo Platon Besedin, ad esempio, ricorda su iarex.ru le parole di Èduard Limonov: «Avete visto molte persone, in Russia, messe dietro le sbarre e poco dopo rimesse in libertà?»; oltretutto, più di una volta.
“Voglio ricordare che Naval’nyj è l’unica persona con due condanne condizionali. A nessun altro è stata accordata una tale estrema clemenza“, ha detto il Pubblico ministero il 2 febbraio. Non pochi sono pronti a scommettere che, anche questa volta, Naval’nyj non sconterà per intero i due anni e mezzo inflittigli.
Per quanto riguarda le tendenze manifestate in alcuni settori della sinistra a partecipare alle manifestazioni “contro la corruzione”, ancora su iarex.ru Vladimir Pavlenko osserva che Naval’nyj agisce a vantaggio degli interessi stranieri ed è ben coperto da precisi settori interni, azzardando quindi un parallelo tra la situazione attuale e l’alleanza, nel febbraio 1917, di alcune forze di sinistra con la borghesia “liberal-compradora” filo-occidentale, con palesi addentellati in alte sfere del potere.
Di conseguenza, secondo Pavlenko, l’aggressione liberal-compradora interna non può che spingere all’interazione tattica dei comunisti con i «settori liberal-nazionali, per difendere sovranità e integrità territoriale e contrastare l’espansione sovversiva dell’Occidente, condotta per mano dei liberal-compradori. Come nel febbraio 1917, i comunisti, senza preoccuparsi delle accuse di “collaborazione col regime”, dato che si tratta del confronto tra posizioni patriottiche e antinazionali, non prenderanno parte alle manifestazioni della borghesia compradora e sosterranno gli sforzi del potere per contrastare il golpe arancione, verso cui quella spinge».
Da qui, l’obiettivo strategico di «una svolta a sinistra», per cui la linea «patriottica in politica estera verrà completata dal ripristino della giustizia sociale in politica interna».
In che modo? Qui l’autore si limita a dire che, nel caso il golpe arancione si realizzi, i comunisti dovranno riappropriarsi dello slogan di Lenin di un secolo fa «Nessun sostegno al governo provvisorio!» e, in vista dell’«inevitabile e totale collasso» di esso, la «logica porterà agli stessi risultati dell’ottobre 1917».
Par di capire, insomma, che i comunisti à la Pavlenko, i “risultati dell’ottobre 1917” li auspichino solo in caso di “insurrezione” contro il possibile golpe liberale, mentre la “svolta a sinistra”, data dalla “giustizia sociale”, verrebbe lasciata al buon cuore dei settori “liberal-nazionali”.
Ora, a parte che, a nostro modesto parere, il paragone con il 1917 sembra zoppicare quantomeno da una gamba (vero che il governo provvisorio era agli ordini del capitale anglo-francese e, nell’interesse di quello, aveva rovesciato il regime zarista; ma, quest’ultimo, era altrettanto dipendente da quello stesso capitale, ai cui occhi aveva però la colpa di non condurre adeguatamente la guerra. Chi interpreta oggi il ruolo della corte zarista?), un appoggio così completo ai «settori liberal-nazionali», da parte delle forze chiamate a sostenere gli interessi dei lavoratori, ci sembra che sia un po’ come affidarsi al papa per difendersi dall’imperatore, auspicando che lo Stato pontificio tagli meno teste.
Che si rimangi cioè l’aumento dell’età pensionabile, metta un freno all’aumento dei prezzi, soprattutto per i generi alimentari, cessi la “ottimizzazione” di scuola e sanità pubblica e le privatizzazioni industriali, contrasti la disoccupazione, e via di questo passo. Tutti obiettivi che qualsiasi governo “liberal-nazionale” inserisce sempre spontaneamente tra le proprie priorità... come no!
Insomma, le domande rimangono: che significato dare alla partecipazione (che ora va scemando, ma non è detto che non torni a crescere) alle manifestazioni dell’opposizione liberale da parte delle persone (non solo giovanissimi) stanche del corso sociale e politico del Cremlino?
Che atteggiamento devono tenere i comunisti russi? Devono cercare di diffondere proprie parole d’ordine, con concrete rivendicazioni sociali e indicazioni politiche, tra i settori oggi “solo stanchi” di una crescente disparità di condizione, data da stipendi (ufficiali) che il russo comune fatica a immaginare?
Come passare dalle proteste “contro la corruzione” – la ricchezza così sfacciatamente ostentata, solo in certi casi deriva da corruttela – all’organizzazione della lotta, non per la rivoluzione, ma anche soltanto per una “svolta sociale”?
Tutte domande che, al momento, non sembrano trovare risposte precise e concrete tra le forze comuniste russe.
Certo, oggi, in Russia, c’è corruzione; c’è anche sfoggio di ricchezza, di contro a disoccupazione, bassi salari, redditi poco al disopra del minimo di sussistenza per almeno venti milioni di persone, ecc. E questo non sembra turbare particolarmente la quiete del Cremlino.
Che ci sia corruzione, in diversi casi fino ai più alti vertici statali, lo dimostrano gli episodi (da non confondere con le vicende di mazzette milionarie “scoperte” solo per far fuori un ministro concorrente in tema di privatizzazioni) che ogni tanto mandano dietro le sbarre personaggi più o meno noti: l’ultimo episodio è di un paio di giorni fa e riguarda il dirottamento di centinaia di milioni di rubli nella realizzazione del cosmodromo “Vostočnyj”, nella regione di Amur.
Come reagisce il russo medio di fronte al frequentissimo ripetersi di tali episodi e, soprattutto, all’allargarsi della forbice sociale, corruzione o meno? In questa cornice, il punto principale è davvero (soltanto) la fantomatica “reggia di Putin” – che: “non è sua”, e invece “è mia”, o forse “è mia e di mio fratello” – che agita così tanto le acque dei media occidentali?
Chi non sa che in Russia (ma anche in Ucraina, Kazakhstan, per dire, o in altre ex Repubbliche sovietiche) “villini” simili a quello del film girato non si sa bene dove, abbiano cominciato a spuntare come funghi più di trent’anni fa?
All’inizio, forse un po’ per pudore, forse perché non tutti avevano ben chiaro come sarebbe andata a finire, si cominciò a costruirli lontano dagli occhi dei russi comuni; poi, via via che le cose prendevano la piega voluta, certe remore sparirono e lo sfoggio di ricchezza, come diceva Marx, diventava anche un «mezzo di credito, diventa addirittura una necessità di mestiere per il “disgraziato” capitalista. Il lusso rientra nelle spese di rappresentanza del capitale».
Ora, al 1 gennaio 2021, afferma l’economista Elena Veduta su realtribune.ru, le disuguaglianze sociali erano cresciute di una volta e mezzo rispetto al 1 gennaio 2020 e la fuga di capitali di 2,2 volte (47,8 miliardi di dollari), mentre la popolazione era diminuita di 510.000 unità (una diminuzione più acuta si era registrata solo nel 2005: 564.500 persone) e non solo a causa della pandemia: «La fonte dei mali è il capitalismo in putrefazione, che guadagna sui mali dell’umanità e sfrutta nel proprio interesse una pandemia, comparsa casualmente o non casualmente», dice Veduta.
In ogni caso, tra il 2013 e il 2021, la popolazione con redditi inferiori al minimo di sussistenza è passata dal 11% al 13,3%.
E all’altro capo, per dire, Aleksej Miller, capo di Gazprom, guadagna ufficialmente 2 miliardi di rubli all’anno; 1 miliardo lo intasca il capo di Sberbank, German Gref; ma anche la ballerina Marija Šuvalova, figlia ventiduenne del banchiere ed ex vice premier Igor Šuvalov, può ignorare la povertà con 176 milioni al mese.
E la direttrice dell’osannata RT, Margarita Simon’jan può ben spiegare ai pensionati perché debbano essere soddisfatti delle attuali misere pensioni: basta che ricordino, ha detto, come fossero ancor più misere le pensioni negli anni ’90.
In effetti, mettendo in tasca, tra RT e TV-Novosti, poco meno di un milione e mezzo di rubli al mese (insieme al marito, Tigran Keosajan, attore e conduttore di NTV, pare che portino a casa un po’ più di 150 milioni l’anno) non è difficile sostenere, parlando della Rivoluzione d’Ottobre, che “nel mio organismo si è formata una resistente allergia a giustificare Stalin”, il quale, secondo voci storiche consolidate, alla morte avrebbe lasciato non dače o regge sparse per l’Unione Sovietica, ma solo “due pastrani sgualciti e una divisa militare”.
E moltissimi russi questo lo sanno. E, forse, un pensierino ce lo fanno, a paragonare quei “due pastrani” con la “reggia” il cui fortunato beneficiario sarebbe Arkadij Rotenberg, al 36° posto tra i i più ricchi biznesmeny russi, con un patrimonio di appena 2,9 miliardi di dollari.
Tra l’altro, se la graduatoria individuale russa è guidata da Vladimir Potanin, con 19,7 mld $, i Rotenberg si sono aggiudicati il primo posto nella classifica dei clan familiari più ricchi per il 2020 (5,45 mld $), sommando al patrimonio di Arkadij quello del fratello Boris (1,1 mld $), del figlio Igor’ (0,95 mld $) e della figlia Lilija (0,5 mld $) e aumentando in un anno il patrimonio complessivo di 270 milioni di dollari, grazie anche alla vendita della “Strojgazmontaž” alla statale “Gazprom” per 75 miliardi di rubli.
E comunque, in totale, a dispetto della pandemia e nonostante la crisi del mercato, nel 2020 il patrimonio complessivo delle dieci famiglie più ricche è cresciuto di 1,5 mld $, arrivando a quota 26,8 miliardi, mentre i dieci miliardari più ricchi hanno accresciuto i propri patrimoni complessivi di 33 miliardi di dollari.
Chiarita dunque la vicenda della fantomatica “reggia” a Gelendžik (o dove diavolo sia), significa che tutto è a posto? Non esattamente, perché, come dice lo storico comunista Evgenij Spitsyn, al di là dei giovanissimi che rispondono agli appelli della naval’diade, molte persone, bene o male, vuoi per esperienza diretta, o per essersi informate, o per i racconti di famiglia, conoscono la situazione sovietica, pur anche degli ultimi anni, e la confrontano con quella attuale.
Questo non aggiunge ottimismo tra la gente. «Palazzi, palazzi, aerei, yacht, ville... quand’è che ne faranno indigestione?» sospira Spitsyn; «non un solo dirigente o alto funzionario sovietico possedeva, non dico un palazzo, ma nemmeno una dača: alla morte, tornava tutto allo Stato. Era tutto patrimonio statale».
Le persone sono stanche di vedere «tutte queste ville, residenze, palazzi reali, da una parte e, dall’altra, interi complessi industriali ridotti in macerie» o venduti al capitale straniero.
A questo proposito, un discorso a sé meriterebbe la vicenda del recente passaggio di mano di “Rusal” (quasi tutta la bauxite e l’alluminio russi) e “Evrosibènergo” da Oleg Deripaska, miliardario della cerchia putiniana, che le controllava tramite la holding “En+”, a capitali statunitensi e britannici, il tutto tramite una manovra di sanzioni del Ministero delle finanze USA e, con la sponsorizzazione della russa Sberbank. “En+”, possiede impianti energetici in varie regioni russe e “Evrosibènergo”, controlla gigantesche centrali idroelettriche e 11 centrali termiche in Siberia.
“En+” controlla anche la holding “Russkie Mašiny” e “Gruppo GAZ”: “RM-Tereks”, GAZ, i famosi produttori di autobus PAZ e LiAZ, KAVZ e lo stabilimento automobilistico “Ural”: tutto finito sotto controllo yankee.
Tornando ai grattacapi delle organizzazioni comuniste e all’atteggiamento da adottare nei confronti dei meeting naval’niani, Gennadij Zjuganov afferma che la «questione non consiste in Naval’nyj in quanto tale. Vero colpevole delle proteste è l’attuale corso socio-economico, con una politica che rovina il Paese e umilia intere generazioni. E su questo giocano i nostri nemici esterni. Naval’nyj è il moderno pope Gapon, chiamato a incendiare una majdan russa. Cosa fanno invece le nostre autorità? Arrestano i cittadini senza motivo! Arrestano i nostri militanti e anche i nostri deputati locali. Naval’nyj non è che un’operazione speciale, elaborata per le persone deluse dalla politica attuale».
Dietro ogni episodio di questa «operazione speciale spiccano gli stessi burattinai, che prima hanno distrutto l’URSS con le mani di El’tsin e Čubajs. Emergono le stesse tecnologie con cui hanno affossato l’Ucraina, incendiato il Caucaso e l’Asia centrale. Oggi le stesse canaglie infiammano il nostro paese. Lo sfondo per questo è costituito dal partito presidenziale “Russia Unita” e dalla cannibalesca riforma pensionistica».
Non molto dissimile la posizione del RKRP (Partito comunista operaio russo) che qualifica Naval’nyj come “elemento del sistema” e però, nella prospettiva di un allargamento delle manifestazioni, si interroga su quale atteggiamento adottare.
«L’atteggiamento è quello che nasce dalla constatazione che nel paese ci sono molte persone indignate per le palesi disuguaglianze, il lusso insolente dei borghesi, il ladrocinio dei funzionari. Le persone sono indignate, ma non sanno cosa fare per cambiare la situazione», mentre Naval’nyj e i suoi basano le loro attività sulla «propaganda anti-corruzione, che trova eco tra la gente. La reggia a Gelendžik è secondaria. Il fatto invece che i parassiti stiano ingrassando è assolutamente certo. Ed è indubbio che tra quei parassiti... in prima linea ci siano gli amici di Putin».
Zjuganov ha definito Naval’nyj “l’ennesimo pope Gapon“. «Non si deve offendere Gapon; lui, quantunque sotto controllo della polizia, era abbastanza sincero nel predicare la lotta per liberare la classe operaia dallo sfruttamento. Naval’nyj, invece, che si definisce “sostenitore del nazionalismo civile”, non chiama ad alcuna liberazione dallo sfruttamento. Le sue richieste potrebbero benissimo risuonare dalle labbra di Putin e Mišustin. Il che dimostra che Naval’nyj è un elemento del sistema... è il portavoce della “borghesia liberale”, che esige privatizzazioni più decise, eliminazione di ogni limitazione al capitale e legami più stretti con l’Occidente.
In fin dei conti, una tale opposizione, quantunque non molto gradita, è vantaggiosa per il Cremlino: al confronto, Putin & Co. sembrano patrioti. Cosa dire del fatto che la radio e il sito web Ekho Moskvy, principali centri organizzatori e propagandisti dei liberali, appartengono a Gazprom, la compagnia più putiniana di Russia?».
Le contraddizioni nella società si sono «inasprite, aumenta l’indignazione per le disuguaglianze sociali. A sostegno di Naval’nyj intervengono sempre più coloro che tendono alla giustizia sociale, ma che non comprendono che, con le loro mani, si vuol sostituire una squadra della borghesia con un’altra. La crescita di tali proteste e l’assenza di slogan anticapitalisti parla, tra l’altro, dell’attuale debolezza del movimento comunista in Russia.
Il nostro compito è quello di portare questa coscienza e dirigere la lotta dei lavoratori contro il sistema capitalista in quanto tale, e non per la sostituzione di alcune figure al Cremlino con altre. Ci siamo già passati: Gorbacëv con El’tsin, El’tsin con Putin, Putin con Medvedev... e ora, Putin con Naval’nyj?».
La domanda, però, resta: cosa fare e come muoversi di fronte alle proteste “contro la corruzione”? Il 23 febbraio, anniversario della fondazione dell’Esercito Rosso, il KPRF sarà in strada con propri slogan sociali e per la scarcerazione dei comunisti arrestati.
Vedremo come reagirà il Cremlino.
Fonte
Complice di ciò, con ogni probabilità, l’atteggiamento benevolo, o quantomeno, cauto, nei confronti del potere classista moscovita, da parte dell’unico partito, tra quelli usciti una trentina d’anni fa dalle ceneri del PCUS, che conti una frazione parlamentare e rappresentanze in tutto il Paese, anche ai vertici in alcune Regioni e Circondari: il KPRF di Gennadij Zjuganov.
Un partito che, oltretutto, proprio sulla questione della naval’niade, sta manifestando “articolate” posizioni interne, in una dialettica parzialmente legata anche al timore di perdere quote di elettorato. Se infatti c’è pressoché unanimità nel giudicare le manifestazioni liberali quale espressione di una élite che aspira al potere, contro un’altra cerchia che il potere ce l’ha già, si notano però chiaramente dei distinguo sulla valutazione dei meeting di quella opposizione, sulla composizione sociale e generazionale dei partecipanti e, soprattutto, se vi si debba prender parte o meno, pur con proprie parole d’ordine, in attesa di organizzarne dei propri (così, ad esempio, Valerij Raškin, Primo segretario di Mosca del KPRF, o l’ex Governatore della regione di Irkutsk, Sergej Levčenko, fatto dimettere mesi fa e il cui figlio è stato arrestato con accuse poco chiare) avendo comunque presente la natura sistemica del cosiddetto “principale oppositore”.
Oppure se si debba invece smascherarli come passi che ricalcano una strada ormai sperimentata, denunciando il carattere di “ariete” dell’opposizione naval’niana, ma contestando al tempo stesso i metodi del potere, che oggi sembrano rivolti contro gli “agenti del capitale straniero”, ma che possono benissimo dirigersi anche contro chi denuncia il prezzo fatto pagare ai lavoratori per l’arricchimento del capitale interno.
E ci si chiede anche chi ci sia dietro il blogger “perseguitato”. Non certo solo CIA ed MI6. Il politologo Platon Besedin, ad esempio, ricorda su iarex.ru le parole di Èduard Limonov: «Avete visto molte persone, in Russia, messe dietro le sbarre e poco dopo rimesse in libertà?»; oltretutto, più di una volta.
“Voglio ricordare che Naval’nyj è l’unica persona con due condanne condizionali. A nessun altro è stata accordata una tale estrema clemenza“, ha detto il Pubblico ministero il 2 febbraio. Non pochi sono pronti a scommettere che, anche questa volta, Naval’nyj non sconterà per intero i due anni e mezzo inflittigli.
Per quanto riguarda le tendenze manifestate in alcuni settori della sinistra a partecipare alle manifestazioni “contro la corruzione”, ancora su iarex.ru Vladimir Pavlenko osserva che Naval’nyj agisce a vantaggio degli interessi stranieri ed è ben coperto da precisi settori interni, azzardando quindi un parallelo tra la situazione attuale e l’alleanza, nel febbraio 1917, di alcune forze di sinistra con la borghesia “liberal-compradora” filo-occidentale, con palesi addentellati in alte sfere del potere.
Di conseguenza, secondo Pavlenko, l’aggressione liberal-compradora interna non può che spingere all’interazione tattica dei comunisti con i «settori liberal-nazionali, per difendere sovranità e integrità territoriale e contrastare l’espansione sovversiva dell’Occidente, condotta per mano dei liberal-compradori. Come nel febbraio 1917, i comunisti, senza preoccuparsi delle accuse di “collaborazione col regime”, dato che si tratta del confronto tra posizioni patriottiche e antinazionali, non prenderanno parte alle manifestazioni della borghesia compradora e sosterranno gli sforzi del potere per contrastare il golpe arancione, verso cui quella spinge».
Da qui, l’obiettivo strategico di «una svolta a sinistra», per cui la linea «patriottica in politica estera verrà completata dal ripristino della giustizia sociale in politica interna».
In che modo? Qui l’autore si limita a dire che, nel caso il golpe arancione si realizzi, i comunisti dovranno riappropriarsi dello slogan di Lenin di un secolo fa «Nessun sostegno al governo provvisorio!» e, in vista dell’«inevitabile e totale collasso» di esso, la «logica porterà agli stessi risultati dell’ottobre 1917».
Par di capire, insomma, che i comunisti à la Pavlenko, i “risultati dell’ottobre 1917” li auspichino solo in caso di “insurrezione” contro il possibile golpe liberale, mentre la “svolta a sinistra”, data dalla “giustizia sociale”, verrebbe lasciata al buon cuore dei settori “liberal-nazionali”.
Ora, a parte che, a nostro modesto parere, il paragone con il 1917 sembra zoppicare quantomeno da una gamba (vero che il governo provvisorio era agli ordini del capitale anglo-francese e, nell’interesse di quello, aveva rovesciato il regime zarista; ma, quest’ultimo, era altrettanto dipendente da quello stesso capitale, ai cui occhi aveva però la colpa di non condurre adeguatamente la guerra. Chi interpreta oggi il ruolo della corte zarista?), un appoggio così completo ai «settori liberal-nazionali», da parte delle forze chiamate a sostenere gli interessi dei lavoratori, ci sembra che sia un po’ come affidarsi al papa per difendersi dall’imperatore, auspicando che lo Stato pontificio tagli meno teste.
Che si rimangi cioè l’aumento dell’età pensionabile, metta un freno all’aumento dei prezzi, soprattutto per i generi alimentari, cessi la “ottimizzazione” di scuola e sanità pubblica e le privatizzazioni industriali, contrasti la disoccupazione, e via di questo passo. Tutti obiettivi che qualsiasi governo “liberal-nazionale” inserisce sempre spontaneamente tra le proprie priorità... come no!
Insomma, le domande rimangono: che significato dare alla partecipazione (che ora va scemando, ma non è detto che non torni a crescere) alle manifestazioni dell’opposizione liberale da parte delle persone (non solo giovanissimi) stanche del corso sociale e politico del Cremlino?
Che atteggiamento devono tenere i comunisti russi? Devono cercare di diffondere proprie parole d’ordine, con concrete rivendicazioni sociali e indicazioni politiche, tra i settori oggi “solo stanchi” di una crescente disparità di condizione, data da stipendi (ufficiali) che il russo comune fatica a immaginare?
Come passare dalle proteste “contro la corruzione” – la ricchezza così sfacciatamente ostentata, solo in certi casi deriva da corruttela – all’organizzazione della lotta, non per la rivoluzione, ma anche soltanto per una “svolta sociale”?
Tutte domande che, al momento, non sembrano trovare risposte precise e concrete tra le forze comuniste russe.
Certo, oggi, in Russia, c’è corruzione; c’è anche sfoggio di ricchezza, di contro a disoccupazione, bassi salari, redditi poco al disopra del minimo di sussistenza per almeno venti milioni di persone, ecc. E questo non sembra turbare particolarmente la quiete del Cremlino.
Che ci sia corruzione, in diversi casi fino ai più alti vertici statali, lo dimostrano gli episodi (da non confondere con le vicende di mazzette milionarie “scoperte” solo per far fuori un ministro concorrente in tema di privatizzazioni) che ogni tanto mandano dietro le sbarre personaggi più o meno noti: l’ultimo episodio è di un paio di giorni fa e riguarda il dirottamento di centinaia di milioni di rubli nella realizzazione del cosmodromo “Vostočnyj”, nella regione di Amur.
Come reagisce il russo medio di fronte al frequentissimo ripetersi di tali episodi e, soprattutto, all’allargarsi della forbice sociale, corruzione o meno? In questa cornice, il punto principale è davvero (soltanto) la fantomatica “reggia di Putin” – che: “non è sua”, e invece “è mia”, o forse “è mia e di mio fratello” – che agita così tanto le acque dei media occidentali?
Chi non sa che in Russia (ma anche in Ucraina, Kazakhstan, per dire, o in altre ex Repubbliche sovietiche) “villini” simili a quello del film girato non si sa bene dove, abbiano cominciato a spuntare come funghi più di trent’anni fa?
All’inizio, forse un po’ per pudore, forse perché non tutti avevano ben chiaro come sarebbe andata a finire, si cominciò a costruirli lontano dagli occhi dei russi comuni; poi, via via che le cose prendevano la piega voluta, certe remore sparirono e lo sfoggio di ricchezza, come diceva Marx, diventava anche un «mezzo di credito, diventa addirittura una necessità di mestiere per il “disgraziato” capitalista. Il lusso rientra nelle spese di rappresentanza del capitale».
Ora, al 1 gennaio 2021, afferma l’economista Elena Veduta su realtribune.ru, le disuguaglianze sociali erano cresciute di una volta e mezzo rispetto al 1 gennaio 2020 e la fuga di capitali di 2,2 volte (47,8 miliardi di dollari), mentre la popolazione era diminuita di 510.000 unità (una diminuzione più acuta si era registrata solo nel 2005: 564.500 persone) e non solo a causa della pandemia: «La fonte dei mali è il capitalismo in putrefazione, che guadagna sui mali dell’umanità e sfrutta nel proprio interesse una pandemia, comparsa casualmente o non casualmente», dice Veduta.
In ogni caso, tra il 2013 e il 2021, la popolazione con redditi inferiori al minimo di sussistenza è passata dal 11% al 13,3%.
E all’altro capo, per dire, Aleksej Miller, capo di Gazprom, guadagna ufficialmente 2 miliardi di rubli all’anno; 1 miliardo lo intasca il capo di Sberbank, German Gref; ma anche la ballerina Marija Šuvalova, figlia ventiduenne del banchiere ed ex vice premier Igor Šuvalov, può ignorare la povertà con 176 milioni al mese.
E la direttrice dell’osannata RT, Margarita Simon’jan può ben spiegare ai pensionati perché debbano essere soddisfatti delle attuali misere pensioni: basta che ricordino, ha detto, come fossero ancor più misere le pensioni negli anni ’90.
In effetti, mettendo in tasca, tra RT e TV-Novosti, poco meno di un milione e mezzo di rubli al mese (insieme al marito, Tigran Keosajan, attore e conduttore di NTV, pare che portino a casa un po’ più di 150 milioni l’anno) non è difficile sostenere, parlando della Rivoluzione d’Ottobre, che “nel mio organismo si è formata una resistente allergia a giustificare Stalin”, il quale, secondo voci storiche consolidate, alla morte avrebbe lasciato non dače o regge sparse per l’Unione Sovietica, ma solo “due pastrani sgualciti e una divisa militare”.
E moltissimi russi questo lo sanno. E, forse, un pensierino ce lo fanno, a paragonare quei “due pastrani” con la “reggia” il cui fortunato beneficiario sarebbe Arkadij Rotenberg, al 36° posto tra i i più ricchi biznesmeny russi, con un patrimonio di appena 2,9 miliardi di dollari.
Tra l’altro, se la graduatoria individuale russa è guidata da Vladimir Potanin, con 19,7 mld $, i Rotenberg si sono aggiudicati il primo posto nella classifica dei clan familiari più ricchi per il 2020 (5,45 mld $), sommando al patrimonio di Arkadij quello del fratello Boris (1,1 mld $), del figlio Igor’ (0,95 mld $) e della figlia Lilija (0,5 mld $) e aumentando in un anno il patrimonio complessivo di 270 milioni di dollari, grazie anche alla vendita della “Strojgazmontaž” alla statale “Gazprom” per 75 miliardi di rubli.
E comunque, in totale, a dispetto della pandemia e nonostante la crisi del mercato, nel 2020 il patrimonio complessivo delle dieci famiglie più ricche è cresciuto di 1,5 mld $, arrivando a quota 26,8 miliardi, mentre i dieci miliardari più ricchi hanno accresciuto i propri patrimoni complessivi di 33 miliardi di dollari.
Chiarita dunque la vicenda della fantomatica “reggia” a Gelendžik (o dove diavolo sia), significa che tutto è a posto? Non esattamente, perché, come dice lo storico comunista Evgenij Spitsyn, al di là dei giovanissimi che rispondono agli appelli della naval’diade, molte persone, bene o male, vuoi per esperienza diretta, o per essersi informate, o per i racconti di famiglia, conoscono la situazione sovietica, pur anche degli ultimi anni, e la confrontano con quella attuale.
Questo non aggiunge ottimismo tra la gente. «Palazzi, palazzi, aerei, yacht, ville... quand’è che ne faranno indigestione?» sospira Spitsyn; «non un solo dirigente o alto funzionario sovietico possedeva, non dico un palazzo, ma nemmeno una dača: alla morte, tornava tutto allo Stato. Era tutto patrimonio statale».
Le persone sono stanche di vedere «tutte queste ville, residenze, palazzi reali, da una parte e, dall’altra, interi complessi industriali ridotti in macerie» o venduti al capitale straniero.
A questo proposito, un discorso a sé meriterebbe la vicenda del recente passaggio di mano di “Rusal” (quasi tutta la bauxite e l’alluminio russi) e “Evrosibènergo” da Oleg Deripaska, miliardario della cerchia putiniana, che le controllava tramite la holding “En+”, a capitali statunitensi e britannici, il tutto tramite una manovra di sanzioni del Ministero delle finanze USA e, con la sponsorizzazione della russa Sberbank. “En+”, possiede impianti energetici in varie regioni russe e “Evrosibènergo”, controlla gigantesche centrali idroelettriche e 11 centrali termiche in Siberia.
“En+” controlla anche la holding “Russkie Mašiny” e “Gruppo GAZ”: “RM-Tereks”, GAZ, i famosi produttori di autobus PAZ e LiAZ, KAVZ e lo stabilimento automobilistico “Ural”: tutto finito sotto controllo yankee.
Tornando ai grattacapi delle organizzazioni comuniste e all’atteggiamento da adottare nei confronti dei meeting naval’niani, Gennadij Zjuganov afferma che la «questione non consiste in Naval’nyj in quanto tale. Vero colpevole delle proteste è l’attuale corso socio-economico, con una politica che rovina il Paese e umilia intere generazioni. E su questo giocano i nostri nemici esterni. Naval’nyj è il moderno pope Gapon, chiamato a incendiare una majdan russa. Cosa fanno invece le nostre autorità? Arrestano i cittadini senza motivo! Arrestano i nostri militanti e anche i nostri deputati locali. Naval’nyj non è che un’operazione speciale, elaborata per le persone deluse dalla politica attuale».
Dietro ogni episodio di questa «operazione speciale spiccano gli stessi burattinai, che prima hanno distrutto l’URSS con le mani di El’tsin e Čubajs. Emergono le stesse tecnologie con cui hanno affossato l’Ucraina, incendiato il Caucaso e l’Asia centrale. Oggi le stesse canaglie infiammano il nostro paese. Lo sfondo per questo è costituito dal partito presidenziale “Russia Unita” e dalla cannibalesca riforma pensionistica».
Non molto dissimile la posizione del RKRP (Partito comunista operaio russo) che qualifica Naval’nyj come “elemento del sistema” e però, nella prospettiva di un allargamento delle manifestazioni, si interroga su quale atteggiamento adottare.
«L’atteggiamento è quello che nasce dalla constatazione che nel paese ci sono molte persone indignate per le palesi disuguaglianze, il lusso insolente dei borghesi, il ladrocinio dei funzionari. Le persone sono indignate, ma non sanno cosa fare per cambiare la situazione», mentre Naval’nyj e i suoi basano le loro attività sulla «propaganda anti-corruzione, che trova eco tra la gente. La reggia a Gelendžik è secondaria. Il fatto invece che i parassiti stiano ingrassando è assolutamente certo. Ed è indubbio che tra quei parassiti... in prima linea ci siano gli amici di Putin».
Zjuganov ha definito Naval’nyj “l’ennesimo pope Gapon“. «Non si deve offendere Gapon; lui, quantunque sotto controllo della polizia, era abbastanza sincero nel predicare la lotta per liberare la classe operaia dallo sfruttamento. Naval’nyj, invece, che si definisce “sostenitore del nazionalismo civile”, non chiama ad alcuna liberazione dallo sfruttamento. Le sue richieste potrebbero benissimo risuonare dalle labbra di Putin e Mišustin. Il che dimostra che Naval’nyj è un elemento del sistema... è il portavoce della “borghesia liberale”, che esige privatizzazioni più decise, eliminazione di ogni limitazione al capitale e legami più stretti con l’Occidente.
In fin dei conti, una tale opposizione, quantunque non molto gradita, è vantaggiosa per il Cremlino: al confronto, Putin & Co. sembrano patrioti. Cosa dire del fatto che la radio e il sito web Ekho Moskvy, principali centri organizzatori e propagandisti dei liberali, appartengono a Gazprom, la compagnia più putiniana di Russia?».
Le contraddizioni nella società si sono «inasprite, aumenta l’indignazione per le disuguaglianze sociali. A sostegno di Naval’nyj intervengono sempre più coloro che tendono alla giustizia sociale, ma che non comprendono che, con le loro mani, si vuol sostituire una squadra della borghesia con un’altra. La crescita di tali proteste e l’assenza di slogan anticapitalisti parla, tra l’altro, dell’attuale debolezza del movimento comunista in Russia.
Il nostro compito è quello di portare questa coscienza e dirigere la lotta dei lavoratori contro il sistema capitalista in quanto tale, e non per la sostituzione di alcune figure al Cremlino con altre. Ci siamo già passati: Gorbacëv con El’tsin, El’tsin con Putin, Putin con Medvedev... e ora, Putin con Naval’nyj?».
La domanda, però, resta: cosa fare e come muoversi di fronte alle proteste “contro la corruzione”? Il 23 febbraio, anniversario della fondazione dell’Esercito Rosso, il KPRF sarà in strada con propri slogan sociali e per la scarcerazione dei comunisti arrestati.
Vedremo come reagirà il Cremlino.
Fonte
25/01/2021
Russia - Repressioni contro Naval’nyj o contro il malcontento?
Tocca dire qualcosa sulle manifestazioni in Russia che, dopo i raduni e gli scontri con la polizia del 23 gennaio, stando ai pronostici, non cesseranno tanto presto.
Poco ci interessano i gemiti delle prefiche liberal-democratiche su “autoritarismo e dittatura dello zar”; e, però, tocca tornare sul “tema Naval’nyj” anche perché, in parte di quella che Contropiano definisce “compagneria”, si rischia troppo spesso di esondare, da un lato, negli allarmi contro “la dittatura putiniana”, lanciati da una sinistra in crisi di riferimenti e, dall’altro, in “atti di fede” (mal riposta) all’indirizzo dell’inquilino del Cremlino. Certo mossi dal ricordo delle “rivoluzioni della dignità” succedutesi in varie Repubbliche ex sovietiche, ma, appunto, poco più che salmi religiosi.
Per tornare sul tema, si è deciso di riprodurre per intero uno dei numerosi interventi pubblicati da vari esponenti del KPRF zjuganoviano, e succedutisi in questi giorni, tra il rientro del “martire” in Russia, il suo arresto e le manifestazioni per la sua scarcerazione.
Manifestazioni che, è vero, il 23 gennaio hanno visto in piazza quasi soltanto giovani e giovanissimi (non si sa quanto “disinteressati”), ma che, nel prossimo futuro, potrebbero coinvolgere strati ben più solidi di società.
Le prese di posizione del KPRF sul “tema Naval’nyj” sono oltremodo distanti da una visione rivoluzionaria; il KPRF non è certo un’organizzazione “estremista”; anzi, nella sinistra russa, è spesso qualificato come “l’opposizione di sua maestà” e in Russia molti ricordano con amarezza, tra l’altro, come, alle presidenziali del 1996, lo stesso Gennadyj Zjuganov avesse lasciato a Boris El’tsin una vittoria mai accertata (le schede votate furono tutte distrutte dopo il secondo turno).
Si dice, per paura delle ritorsioni del FMI e della guerra civile che gli oligarchi avrebbero senz’altro scatenato in caso di vittoria del candidato del KPRF; e si arriva a dire che l’allora capo del Servizio di sicurezza el’tsiniano, Aleksandr Koržakov, avesse addirittura promesso “una pallottola in testa” a Zjuganov, se si fosse ostinato a rivendicare la vittoria.
Ora, si possono nutrire legittimamente seri dubbi sul fatto che proprio il KPRF, come sostengono i suoi esponenti, rappresenti davvero la “reale alternativa al potere neo-liberale” in Russia. Può certo apparire poco convincente l’appello con cui si chiude l’intervento riportato sotto, che esorta a manifestare “sotto le insegne rosse” del KPRF, vista la sensazione, effettivamente, di una “opposizione di sua maestà” data dal riformismo-patriottico del partito.
E, però, ci sembra comunque che, nella loro “asetticità”, le considerazioni del KPRF sul caso Naval’nyj e sulla strada scelta dal Cremlino per rispondere al malcontento sociale così abilmente sfruttato dal “martire” neo-nazista, colgano il nodo della questione.
Da un lato, dunque, c’è il beniamino di turno dell’Occidente che, come nota il segretario regionale del KPRF di Krasnodar, Aleksandr Safronov, è “il politico più intoccabile della Russia odierna”.
Per la “marcia russa” del 2011 altri razzisti furono incarcerati, ma lui no; per le proteste del 2012 altri oppositori, anche della sinistra, furono arrestati: lui no; poi ci furono le truffe del commercio di legname e della Yves Roche, per cui fu arrestato suo fratello, ma lui no.
Con due condanne condizionali, chiunque sarebbe già in galera: lui invece viaggia liberamente per l’Europa: «Naval’nyj è legato strettamente al potere», scrive Safronov. «Anche nel suo ultimo video su “la reggia di Putin”, egli fa riferimento alle Guardie Ambientali e Andrej Rudomakha, intimo del governatore della regione di Krasnodar», ca va sans dire, putiniano.
Dall’altro, c’è un potere che non sembra nemmeno voler far nulla per nascondere una linea diretta alla salvaguardia degli interessi della cerchia di miliardari, i cui dieci più ricchi, nell’ultimo anno, sono diventati di 33 miliardi di dollari ancora più ricchi.
Sotto, molto più in basso, c’è una società civile che fa i conti con una situazione già grave – disoccupazione, salari fermi, prezzi galoppanti, sanità pubblica allo sbando, pensioni misere – acuita, come ovunque nel mondo capitalista, dalla pandemia.
A dicembre, scrive Svobodnaja Pressa su dati dell’ufficiale VTsIOM, il 38% dei russi dichiarava di potersi permettere solo alimenti e vestiario e per il 28% era un problema anche l’acquisto del solo vestiario. Se oggi il 47% è costretto a fare economie, afferma l’economista Vladimir Lepekhin, «la dinamica economica è tale che verso fine anno sarà il 66 o il 77% della popolazione a dover fare economie».
In questo quadro, lasciamo la parola a Valerij Raškin, Primo segretario del Comitato cittadino di Mosca del KPRF.
Poco ci interessano i gemiti delle prefiche liberal-democratiche su “autoritarismo e dittatura dello zar”; e, però, tocca tornare sul “tema Naval’nyj” anche perché, in parte di quella che Contropiano definisce “compagneria”, si rischia troppo spesso di esondare, da un lato, negli allarmi contro “la dittatura putiniana”, lanciati da una sinistra in crisi di riferimenti e, dall’altro, in “atti di fede” (mal riposta) all’indirizzo dell’inquilino del Cremlino. Certo mossi dal ricordo delle “rivoluzioni della dignità” succedutesi in varie Repubbliche ex sovietiche, ma, appunto, poco più che salmi religiosi.
Per tornare sul tema, si è deciso di riprodurre per intero uno dei numerosi interventi pubblicati da vari esponenti del KPRF zjuganoviano, e succedutisi in questi giorni, tra il rientro del “martire” in Russia, il suo arresto e le manifestazioni per la sua scarcerazione.
Manifestazioni che, è vero, il 23 gennaio hanno visto in piazza quasi soltanto giovani e giovanissimi (non si sa quanto “disinteressati”), ma che, nel prossimo futuro, potrebbero coinvolgere strati ben più solidi di società.
Le prese di posizione del KPRF sul “tema Naval’nyj” sono oltremodo distanti da una visione rivoluzionaria; il KPRF non è certo un’organizzazione “estremista”; anzi, nella sinistra russa, è spesso qualificato come “l’opposizione di sua maestà” e in Russia molti ricordano con amarezza, tra l’altro, come, alle presidenziali del 1996, lo stesso Gennadyj Zjuganov avesse lasciato a Boris El’tsin una vittoria mai accertata (le schede votate furono tutte distrutte dopo il secondo turno).
Si dice, per paura delle ritorsioni del FMI e della guerra civile che gli oligarchi avrebbero senz’altro scatenato in caso di vittoria del candidato del KPRF; e si arriva a dire che l’allora capo del Servizio di sicurezza el’tsiniano, Aleksandr Koržakov, avesse addirittura promesso “una pallottola in testa” a Zjuganov, se si fosse ostinato a rivendicare la vittoria.
Ora, si possono nutrire legittimamente seri dubbi sul fatto che proprio il KPRF, come sostengono i suoi esponenti, rappresenti davvero la “reale alternativa al potere neo-liberale” in Russia. Può certo apparire poco convincente l’appello con cui si chiude l’intervento riportato sotto, che esorta a manifestare “sotto le insegne rosse” del KPRF, vista la sensazione, effettivamente, di una “opposizione di sua maestà” data dal riformismo-patriottico del partito.
E, però, ci sembra comunque che, nella loro “asetticità”, le considerazioni del KPRF sul caso Naval’nyj e sulla strada scelta dal Cremlino per rispondere al malcontento sociale così abilmente sfruttato dal “martire” neo-nazista, colgano il nodo della questione.
Da un lato, dunque, c’è il beniamino di turno dell’Occidente che, come nota il segretario regionale del KPRF di Krasnodar, Aleksandr Safronov, è “il politico più intoccabile della Russia odierna”.
Per la “marcia russa” del 2011 altri razzisti furono incarcerati, ma lui no; per le proteste del 2012 altri oppositori, anche della sinistra, furono arrestati: lui no; poi ci furono le truffe del commercio di legname e della Yves Roche, per cui fu arrestato suo fratello, ma lui no.
Con due condanne condizionali, chiunque sarebbe già in galera: lui invece viaggia liberamente per l’Europa: «Naval’nyj è legato strettamente al potere», scrive Safronov. «Anche nel suo ultimo video su “la reggia di Putin”, egli fa riferimento alle Guardie Ambientali e Andrej Rudomakha, intimo del governatore della regione di Krasnodar», ca va sans dire, putiniano.
Dall’altro, c’è un potere che non sembra nemmeno voler far nulla per nascondere una linea diretta alla salvaguardia degli interessi della cerchia di miliardari, i cui dieci più ricchi, nell’ultimo anno, sono diventati di 33 miliardi di dollari ancora più ricchi.
Sotto, molto più in basso, c’è una società civile che fa i conti con una situazione già grave – disoccupazione, salari fermi, prezzi galoppanti, sanità pubblica allo sbando, pensioni misere – acuita, come ovunque nel mondo capitalista, dalla pandemia.
A dicembre, scrive Svobodnaja Pressa su dati dell’ufficiale VTsIOM, il 38% dei russi dichiarava di potersi permettere solo alimenti e vestiario e per il 28% era un problema anche l’acquisto del solo vestiario. Se oggi il 47% è costretto a fare economie, afferma l’economista Vladimir Lepekhin, «la dinamica economica è tale che verso fine anno sarà il 66 o il 77% della popolazione a dover fare economie».
In questo quadro, lasciamo la parola a Valerij Raškin, Primo segretario del Comitato cittadino di Mosca del KPRF.
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Manganelli invece del dialogo – si calpestano i diritti delle persone!
Manganelli invece del dialogo – si calpestano i diritti delle persone!
Già da molto tempo nella società russa sta maturando un cupo malcontento. Il potere prosegue una politica socio-economica distruttiva, che porta all’impoverimento e all’esaurimento del popolo. Le riforme sono diventate particolarmente ciniche dopo le elezioni presidenziali del 2018, quando il potere è rimasto di nuovo nelle mani di V.V. Putin.
L’innalzamento dell’età pensionabile, l’aumento di prezzi, tariffe e tasse, l’ottimizzazione distruttiva dell’assistenza sanitaria, i tentativi, col pretesto della pandemia, di instaurare l’istruzione a distanza: queste e altre riforme antipopolari hanno portato all’accelerata caduta d’autorevolezza delle alte sfere dello stato e del rating del partito di governo “Russia Unita”.
Le forze liberali, parenti di classe dell’attuale potere, cercano di trarre profitto dal crescente potenziale di protesta del popolo. L’impetuosa ed estremamente potente promozione, sui media, della figura di A.A. Naval’nyj, insieme alla storia sul suo avvelenamento, il suo ritorno in Russia, il fermo e l’arresto, l’appello a scendere in piazza e l’uscita del film sul palazzo di Putin: tutto questo riveste il carattere di un tentativo di colpo di stato di vertice.
Per di più, le accuse di corruzione mosse al potere sembrano del tutto fondate. Fin dalla sua instaurazione, il potere politico in Russia ha mostrato le più orribili manifestazioni di corruzione: dalla privatizzazione ladresca, che ha consentito di traferire in mani private, per una vera miseria, migliaia di imprese realizzate dal lavoro di intere generazioni di sovietici; al famoso scandalo che ha coinvolto A.B. Čubais per centinaia di migliaia di dollari; dai miliardi di dollari sottratti de A.E. Serdjukov e E.N. Vasil’eva nel caso “Oboronservis”, all’appartamento del colonnello della polizia D.V. Zakharčenko, con le borse piene di 8,5 miliardi di rubli. E molto altro.
L’assenza di una risposta chiara all’accusa di corruzione lanciata contro V.V. Putin, mina in maniera fortissima l’autorevolezza del potere e mette in dubbio la possibilità per l’attuale Presidente di rimanere in carica.
Il 23 gennaio 2021 è stato segnato da proteste di massa in tutto il paese. Anche a Mosca, migliaia di persone sono scese in strada. In questa situazione, il potere, invece di ascoltare la voce del popolo e avviare un dialogo con la gente, indignata per le inique condizioni di vita, ha preso a ricorrere alla forza, fermando i manifestanti con metodi duri.
Il regime al potere dà a intendere, di fatto, il proprio rifiuto a condurre un dialogo con la società, a risolvere gli acuti problemi del paese e del popolo. La volontà di soffocare il malcontento popolare coi manganelli e le manette della polizia, gettando in galera le persone, mentre si adottano leggi repressive, contribuisce solo alla destabilizzazione della situazione in Russia.
Nelle condizioni dell’aggravarsi della crisi e del crescere degli umori di protesta tra larghi strati di cittadini, la classe dirigente cerca di distogliere l’attenzione della società dalle principali cause dei problemi del nostro Paese, imponendo una falsa scelta.
I “padroni di casa” creano un quadro illusorio, in cui, a loro dire, ci sarebbero solo due forze contrapposte: l’attuale potere e i liberali “anti-sistema”.
Si crea così una situazione molto comoda per i vertici oligarchici, in cui il popolo viene messo di fronte a una scelta falsa, creata artificialmente, tra due varianti: essere per Putin o per Naval’nyj. Oltre a ciò, la scelta si risolve di fatto nella possibilità di appoggiare i neo-liberali già al potere, o i neo-liberali che a quel potere mirano.
Di fatto, al popolo vien proposto di fare da pedina nel gioco di sostituzione di un personaggio con un altro, senza cambiare il sistema, quando invece è proprio il sistema capitalista, il dominio dei proprietari dei mezzi di produzione, che rappresenta la causa prima di tutte le disgrazie del popolo russo.
Il potere oligarchico e i leader dell’opposizione liberale sono interessati ad attirare dalla propria parte le simpatie del popolo: agli uni, il popolo serve per conservare il potere; agli altri, per conquistarlo.
Ambedue i raggruppamenti neo-liberali sono legati al capitale straniero: uno, continua a vendere all’Occidente risorse naturali uniche del nostro paese e a portarvi i propri capitali; l’altro raggruppamento è pronto a trasformare il paese ancora di più in colonia per le corporation transnazionali. E nessuno dei due campi ha intenzione di liquidare il capitalismo e pensa solo a ripartire a proprio vantaggio la proprietà e i profitti.
Disorientando il popolo con campagne a tappeto sui media, a stampa ed elettronici, alla televisione e sui social media, gli organizzatori delle proteste sono riusciti ad assicurarsi che un significativo numero di persone scendesse in strada.
Oltre a ciò, le stesse autorità hanno fatto di tutto, perché le azioni di protesta fossero non autorizzate. In tutti gli ultimi anni si è assistito a un inasprimento della legislazione su riunioni, meeting, cortei e picchetti.
Col pretesto delle limitazioni per il Coronavirus, il potere ha creato una situazione per cui, a Mosca, ottenere il permesso per iniziative pubbliche, è diventato decisamente impossibile. Il diritto dei cittadini, garantito dalla Costituzione, a riunirsi pacificamente, senz’armi, è stato, nel modo più sfacciato, calpestato e, di fatto, consegnato all’oblio.
I cittadini protestano contro l’ingiustizia che permea la società russa, l’illegalità, la violazione, da parte del potere, dei diritti e delle elementari norme morali. Il potere, con i fermi di massa e l’uso della forza, continua la propria politica repressiva, basandosi sull’arbitrio di polizia e giudici.
Già da molto tempo, il potere ricorre a un ampio arsenale repressivo contro le forze patriottiche di sinistra, unica vera alternativa alla lotta tra due forze neoliberiste. Solo il KPRF e i suoi alleati propongono un programma per l’uscita del Paese dalla crisi, con la nazionalizzazione e la gestione pianificata dell’economia, la liquidazione dei vertici oligarchici in quanto classe, la costruzione di una nuova società di giustizia sociale.
A questa alternativa reale, il potere del capitale risponde con il blocco informativo del KPRF e le repressioni. Sono state intentate più di 700 (!) cause giudiziarie contro il candidato a Presidente per il KPRF, Pavel Grudinin e l’impresa alimentare da lui diretta, il “Sovkhoz Lenin”; cause penali nei confronti dell’ex deputato della Duma per il KPRF, Vladimir Bessonov, il consigliere della Duma di Mosca, Oleg Šeremet’ev, il capogruppo all’Assemblea legislativa della regione di Irkutsk, Andrej Levčenko, contro il coordinatore del “Fronte della sinistra”, Sergej Udal’tsov, contro il leader del Movimento per un nuovo socialismo, Nikolaj Platoškin.
E ancora: le quasi trentennali non-indagini sull’omicidio del deputato del KPRF Valentin Martem’janov e sulle cause della morte di Viktor Iljukhin; le circostanze del crudele pestaggio dello scrutatore di seggio per il KPRF, Ivan Egorov; e poi, la montatura della droga “trovata” a Sergej Reznikov, membro della commissione elettorale territoriale del KPRF, condannato per la sua attività politica.
Tutto questo e molti altri casi di repressione contro i patrioti di sinistra, mostrano la natura criminale-oligarchica e banditesca del capitalismo russo.
Disperdendo le manifestazioni di protesta, l’élite al potere cerca non solo di mostrare la propria forza a tutti i malcontenti, ma anche di seminare paura tra la gente, eliminandone la volontà di difendere i propri diritti, contro l’illegalità. I comunisti sono convinti che l’arbitrio che si manifesta oggi contro le dimostrazioni possa portare soltanto a un’escalation del malcontento sociale e del confronto civile.
Il Comitato cittadino di Mosca del KPRF condanna fermamente l’arbitrio poliziesco e l’illegalità perpetrate dal potere. Riteniamo categoricamente inammissibile ergere ogni sorta di ostacoli all’ammissione di avvocati e deputati al dipartimento di polizia, compresa l’adozione a questo scopo del piano “Fortezza”.
Condanniamo fermamente qualsiasi persecuzione per motivi politici. Chiediamo il rilascio delle centinaia di fermati e la cessazione delle cause amministrative e penali contro i semplici partecipanti alle manifestazioni. Chiediamo anche che vengano chiamati a rispondere quei funzionari delle forze dell’ordine che vengano riconosciuti responsabili di abuso di potere.
Al tempo stesso, i comunisti si rivolgono ai partecipanti alle azioni di protesta, con l’appello a non farsi irretire dai trucchi nel gioco dei due raggruppamenti neo-liberali, partecipando invece alle proteste di classe sotto le insegne rosse.
La prossima azione di protesta si svolgerà esattamente tra un mese, il 23 febbraio: invitiamo tutti coloro che non sono indifferenti, a unirsi alla lotta per cambiare il sistema, contro le repressioni politiche, per la vittoria sull’arbitrio degli oligarchi, per il socialismo!
Fonte
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