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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/09/2021

Mosca dopo le elezioni, tra nostalgia del passato, tendenze nichiliste e incognite internazionali

La Federazione Russa si è appena lasciata alle spalle le elezioni del parlamento e un voto che ha segnato la conferma di “Russia Unita” come primo partito, seppur notevolmente ridimensionato nel suo livello di consenso.

I contorni disegnati dal voto – non esattamente trasparente – sono quelli di un paese con un asse politico spostato verso sinistra, con milioni di russi evidentemente poco entusiasti della propria condizione sociale – specie in certe regioni – e delle proprie prospettive di vita.

La principale novità del voto è infatti l’importante rafforzamento del secondo partito, il KPRF (Partito Comunista della Federazione Russa) attestatosi sulla soglia del 20% dei consensi. Un rafforzamento avvenuto nonostante le irregolarità che lo stesso partito ha denunciato.

Lo scenario politico sostanziatosi all’indomani del voto può portare ad evoluzioni di diverso genere: il rischio che i contrasti tra il KPRF, di cui Gennadij Zjuganov è segretario, e il blocco di potere di “Russia Unita” si facciano più aspri non è zero.

Ma se da una parte la verticale del potere del Cremlino cercherà di contenere il più possibile il ruolo dei comunisti, dall’altra si troverà a dover tener conto del favore di cui questi godono in seno alla società russa: un fatto che difficilmente porterà il Cremlino a sostenere politiche che creino una contrapposizione frontale tra le due principali forze del paese e che rischino di compromettere l’unità nazionale.

All’indomani del voto, Zjuganov ha dichiarato: «Nel paese ci sono due pilastri che si confrontano: quello patriottico, che si confronta con noi, e quello liberal-cosmopolita, sempre disposto a mentire e a svendere il Paese».

Benché la Federazione Russa sia tutt’altro che un fulgido esempio di democrazia liberale, l’elemento imprescindibile che su cui poggia l’equilibrio tra politica e società è quello del consenso.

Un elemento fondamentale, visto il numero di dipendenti di organismi e aziende pubbliche, forze militari e di polizia presenti in seno alla società russa. Fondamentale, a dispetto di una situazione in cui gli organi legislativi, esecutivi e giudiziari sono di fatto tutti sotto il controllo del medesimo blocco di potere.

Rispetto alla politica estera, ed in particolare al rapporto con l’Occidente, la stragrande maggioranza dell’opposizione russa sostiene orientamenti e posizioni ben più radicali di quelle di “Russia Unita” e assai meno propense al dialogo ed al compromesso.

Non di rado le opposizioni stigmatizzano l’azione del Cremlino come poco risoluta nei confronti dell’Occidente: se da una parte certe prese di posizione potrebbero essere considerate in larga misura volte alla ricerca del consenso, dall’altra questo atteggiamento implica che certi umori siano piuttosto diffusi in seno alla società russa.

“Russia Unita” e la Crimea

Il fatto che alcune pulsioni compongano il senso comune di ampie porzioni della società russa emerge in modo sistematico: ad esempio, il centro di ricerca sociale “Levada” rilevò il picco della popolarità di Vladimir Putin all’indomani dell’operazione che nel 2014 riportò la Crimea de facto sotto sovranità russa.

Dopotutto, il peso politico delle forze d’opposizione russe con un orientamento filooccidentale continua a risultare risibile.

La nostalgia del passato

Per stemperare una rilevante insofferenza nei confronti di “Russia Unita” sono state presentate le candidature del Ministro degli Esteri Sergej Lavrov e del Ministro della Difesa, Sergej Shoigu: due pilastri della politica estera del Cremlino e della sua politica militare.

Una scelta volta a polarizzare il consenso dei milioni di russi che guardano con nostalgia e favore al passato sovietico, al rinnovato prestigio internazionale di Mosca, così come alla figura di Vladimir Putin.

Al contempo, l’esposizione mediatica dell’ex primo ministro Dmitry Medvedev, anch’egli membro di “Russia Unita”, è stata ridotta al minimo. Il favore – ridimensionato – che il sistema “Russia Unita” si è dimostrato in grado di raccogliere è in larga misura legato alla popolarità di Vladimir Putin.

Se in occasione delle scorse presidenziali il presidente russo ha cercato di distanziare il più possibile la propria immagine da quella del partito, durante la campagna elettorale che ha preceduto le elezioni della Duma “Russia Unita” ha profuso ogni sforzo in direzione opposta.

Le incognite sul futuro della Russia post-putiniana e la successione alla presidenza restano aperte, così come quelle che riguardano la figura di Vladimir Putin: tra queste, un nuovo incarico da primo ministro (come tra il 2008 ed il 2012), la presidenza del Consiglio di Sicurezza – sulla falsa riga di quanto avvenuto in Kazakistan -, la presidenza di un’ipotetica Unione di Russia e Bielorussia e molte altre.

In ogni caso, la lenta uscita di scena di Vladimir Putin potrebbe ridimensionare ulteriormente “Russia Unita”, problematizzandone non poco le prospettive. Di questo, e della necessità di nuove “cinghie di trasmissione” il Cremlino sembra consapevole.

A questa consapevolezza si può ricondurre infatti la comparsa sulla scena politica del partito “Novij Liudi” (in italiano: gente nuova) – espressione prevalente dell’imprenditoria metropolitana –. partito che ha collezionato circa il 5% delle preferenze.

Paradossalmente le sanzioni ed il tentativo di isolare il Cremlino da parte dell’Unione Europea e degli Stati Uniti hanno finito per stimolare l’iniziativa industriale russa: parallelamente la Federazione Russa ha ridotto in modo significativo le proprie riserve valutarie in dollari ed aumentato quelle in oro.

Oltre a ciò, Mosca si è dimostrata in grado di assorbire meglio di molte economie occidentali l’impatto pandemico, istituendo recentemente un fondo statale che possa fungere da riserva in caso di bruschi cali dei prezzi degli idrocarburi, variabile decisiva per Mosca.

Gli attuali livelli sono favorevoli e, se si manterranno stabili, per Mosca far crescere gli investimenti pubblici e la spesa sociale sarà un compito meno arduo. La congiuntura piuttosto favorevole per il Cremlino è dovuta anche ai successi in politica estera e al completamento del raddoppio del gasdotto North Stream2.

Intanto, secondo il centro di ricerca sociale “Levada” il 62% dei russi propende per il protagonismo economico dello stato e per la pianificazione, solo il 24% per il libero mercato.

Le tendenze nichilistiche

Ma le problematiche con cui la Federazione Russa deve fare i conti non sono soltanto di natura economica o politica. All’indomani del voto si è consumata una strage costata la vita ad otto persone presso l’università di Perm (Urali), dove un giovane ha imbracciato un fucile, sparando all’impazzata contro chiunque fosse a tiro. Nel maggio scorso qualcosa di molto simile era successo a Kazan, con un bilancio di undici morti.

Quelli che si registrano ormai con una certa frequenza in Russia sono episodi che ricordano molto le stragi che si consumano negli Stati Uniti. Le modalità in cui questi fenomeni hanno luogo suggeriscono che le loro radici affondino nella disgregazione sociale e in quella ideologica e identitaria.

Tendenze nichiliste che si rintracciano anche nel fenomeno dei suicidi tra i giovanissimi, come nel caso di Blue Whale, gioco on line che negli scorsi anni ha indotto diversi adolescenti a uccidersi, e almeno in parte nelle situazioni connesse con la radicalizzazione islamica.

Se la Russia vuole rimanere veramente unita ha un imperativo categorico da rispettare: quello di scongiurare fratture nette nel proprio corpo sociale e di prevenire il dilagare di derive ideologiche nelle nuove generazioni.

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23/09/2021

La Russia dopo le elezioni: conferme e nuove tendenze politiche

di Maurizio Vezzosi

Ben pochi erano i dubbi che alla vigilia delle elezioni della Duma (il Parlamento della Federazione Russa) si potevano avanzare riguardo la conferma di Edinaja Rossija (in italiano: Russia unita) come primo partito del panorama politico russo. Nonostante la possibilità del voto elettronico, l’affluenza alle urne si è attestata sui livelli delle precedenti elezioni parlamentari del 2016, ossia poco al di sotto della soglia del 50% degli aventi diritto al voto: un dato che conferma l’atteggiamento di disinteresse, sfiducia e disincanto di metà degli elettori. L’assenza di osservatori provenienti dall’Europa occidentale o dagli Stati Uniti ‒ già registratasi in occasione delle ultime presidenziali – ha peraltro reso plateale il disinteresse del Cremlino rispetto al giudizio dell’opinione pubblica occidentale.

Con un’affluenza simile a quella della precedente tornata elettorale, Russia unita si è confermata la principale forza politica del Paese, anche se con una perdita di voti di circa il 4-5%, e ciò nonostante i brogli denunciati dalle opposizioni ed una serie di misure ‒ anche di iniziativa presidenziale – con cui a ridosso del voto sono stati assegnati per decreto a forze di polizia e militari “premi” tra i 10.000 ed i 15.000 rubli. Al netto di tutto ciò, permane il dato che vede ancora Russia unita godere di un ampio consenso, in larga misura riconducibile alla popolarità di Vladimir Putin.

Interessante è il dato che riguarda il Partito comunista della Federazione Russa (KPRF, Kommunisticeskaya Partija Rossijskoi Federatsii) di Gennadij Zjuganov, che esce notevolmente rafforzato dalle urne, ottenendo il 20% circa dei consensi: uno dei suoi migliori risultati – il secondo, dopo quello del 1996 ‒ nella storia post-sovietica. Lo stesso segretario Gennadij Zjuganov, tradizionalmente molto prudente e restio ad alzare i toni della polemica politica, ha tuonato contro «le falsificazioni e i furti» che hanno penalizzato il partito. All’indomani del voto i sostenitori del KPRF si sono radunati nella centralissima piazza Pushkin di Mosca per protestare contro i brogli e le macchinazioni elettorali. Oltre a questo, il KPRF ha annunciato di non riconoscere l’esito del voto elettronico nelle circoscrizioni di Mosca: le conseguenze e gli sviluppi di questa presa di posizione, nient’affatto scontata, potranno essere misurati nelle prossime settimane.

In termini generali il voto fotografa gli umori diffusi in seno alla società russa. Umori che si sono fatti più consistenti in particolare nel corso delle proteste degli ultimi anni contro l’aumento dell’IVA e dell’età pensionabile. A questi provvedimenti impopolari si devono aggiungere il calo del potere d’acquisto e le conseguenze economiche della pandemia, tutt’altro che irrilevanti.

Attribuire il rafforzamento ed il (relativo) successo dell’KPRF allo strumento anti-Russia unita ideato dal blogger Alexei Navalny appare in questo quadro poco realistico. Ben pochi sono infatti i voti raccolti dal partito di Gennadij Zjuganov grazie agli algoritmi pensati per far confluire su base locale i voti dell’elettorato avverso a Russia unita sui candidati con maggiore possibilità di insidiarne il primato, non fosse altro per il fatto che le autorità russe sono riuscite a bloccarli in buona misura. La ragione fondamentale per la quale il KPRF ha potuto attestarsi sulla soglia del 20% dei consensi va ricercata altrove, soprattutto nella capacità del KPRF di attrarre giovani, rinnovare la propria dirigenza e svecchiare l’immagine percepita dalla società russa, oltre che di costruire un’alleanza con il Levij front (in italiano: Fronte di Sinistra) di Sergei Udaltsov. Al contempo, dei limiti di Russia unita sembrano ben consapevoli, oltre che una quota ampia della società russa, sia la dirigenza del partito sia lo stato profondo. Sulla base di questa consapevolezza anche Russia unita ha investito moltissimo sui giovani e sulla formazione dei propri quadri.

Nonostante il generale rafforzamento del KPRF ed una serie di successi su base locale ‒ circoscrizioni, città, regioni – l’attuale assetto politico non sembra correre rischi: il sistema elettorale della Federazione Russa prevede infatti un ampio premio di maggioranza per la forza politica con maggiore consenso, blindando così un Parlamento già fortemente limitato nelle sue competenze effettive. Il risultato, dati alla mano, assegna a Russia unita ben 324 seggi della Duma, che garantiscono al partito la maggioranza assoluta e quindi la possibilità di modificare la costituzione senza bisogno del voto di altri partiti.

Dal risultato delle elezioni della Duma emerge quindi lo spaccato di un Paese con un asse politico spostato verso sinistra: se da una parte ciò potrebbe innescare alcuni contrasti nelle vicende interne della Federazione Russa, dall’altra potrebbe convincere il Cremlino della necessità di una maggiore attenzione alle politiche sociali, alla lotta alla povertà ed alle difficoltà con cui ampi territori e milioni di cittadini russi fanno tutt’ora i conti. I segnali che il voto porta con sé potrebbero inoltre suggerire al Cremlino un atteggiamento più prudente nei confronti del passato sovietico e del suo retaggio.

Restano intanto aperte le incognite su cosa avverrà a ridosso della conclusione del quarto mandato di Vladimir Putin e le modalità con cui questo delicatissimo passaggio sarà gestito.

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22/09/2021

Russia - Voto per la Duma, i commenti dei comunisti russi

I risultati definitivi del voto per il rinnovo della Duma russa verranno presentati venerdì prossimo, ha dichiarato lunedì scorso la presidente della Commissione elettorale centrale Ella Pamfilova: «Per ora, finché non tracciamo il bilancio definitivo, non mi congratulo con nessuno».

A tutt’oggi, dunque, i risultati sono quelli ufficiosi già diffusi il 20 settembre, a scrutinio ultimato di oltre il 99% delle schede: affluenza al 51,68%; voti: Russia Unita (ER) 49,82%, KPRF 19%, LDPR 7,49%, Russia giusta 7,42%, Nuove persone 5,35%. Altre nove formazioni non hanno superato la soglia del 5%.

L’analista dell’ufficialissima RIA Novosti, Irina Alksnis, scrive che ER ha perso meno di cinque punti percentuali nel voto di lista, smentendo le tetre previsioni di chi parlava di 20% di voti in meno rispetto al 2016, mentre i risultati nei collegi uninominali «hanno permesso al partito di conservare la maggioranza costituzionale».

Così che «punto focale, comune a tutte le discussioni sui risultati, è la tesi sulla significativa vittoria di ER, da alcuni definita addirittura un trionfo».

Come sia stato possibile raggiungere una tale vittoria, stante la politica antipopolare, a esser magnanimi, del partito di governo (due punti per tutti: la riforma che ha innalzato l’età pensionistica e la frantumazione del sistema sanitario pubblico, esasperata ora dalla pandemia) questo è invece il “punto focale” di discussione, comune pressoché a tutte le forze comuniste e di sinistra russe.

E la parola che più ricorre in queste discussioni è “falsificazione”: definizione per l’appunto ripetuta soprattutto dal più “sistemico” dei partiti di sinistra, leale sostenitore di Vladimir Putin, quanto avversario totale del governo: il KPRF di Gennadij Zjuganov.

Il Fronte unito del lavoro (ROTFront) scriveva lunedì che già alla vigilia del voto (quello elettronico ha preso il via il 17 e 18 settembre, mentre il 19 settembre ci si recava ai seggi) erano ricominciate le lamentele dei lavoratori di imprese pubbliche, o comunque dipendenti statali, “molto esortati” a optare per il voto elettronico a distanza.

Ecco il risultato, scrive ROTFront, «l’affluenza alle urne registrata col sistema di voto elettronico ha raggiunto a Mosca un vertiginoso 93%, mentre l’affluenza diretta ai seggi alle 16 di domenica era solo del 36,37%».

Imporre ai dipendenti delle aziende di stato o agli impiegati degli uffici pubblici di “esprimere la propria volontà” e non astenersi dalla partecipazione al voto, è una pratica usata da molto tempo, scrive ROTFront.

Ora, lo sviluppo delle tecnologie informatiche permette di «facilitare tale processo e il controllo dell’esecuzione. Nella primavera del 2021, per creare l’apparenza di un “sostegno nazionale” alle primarie di ER, anche i dipendenti pubblici delle regioni di Mosca e Kaluga sono stati costretti a registrarsi ai “servizi statali”; mentre gli insegnanti di Piter sono stati esortati a registrarsi sul sito web di ER».

Lo stesso Zjuganov, nella conferenza stampa del 20 settembre, ha squalificato il voto elettronico, affermando che ad aver risposto all’appello del KPRF è stata soprattutto la “Russia profonda”, che è andata di persona ai seggi il 19 settembre; in particolare, ha detto, i giovani fino a trent’anni di età hanno rifiutato il voto elettronico.

Il KPRF ha ottenuto rilevanti risultati soprattutto nelle repubbliche e regioni dell’estremo oriente e della Siberia: per la prima volta da molti anni, ha detto Zjuganov, in pratica da Sakhalin fino a Tomsk, «ER, che da 20 anni conduce una politica assolutamente nefasta per la Russia e in queste elezioni non era un semplice opponente, ma il nostro principale nemico, ha perso il primo posto e ora siamo praticamente alla pari. Negli ultimi cinque anni, ER ha approvato una serie di leggi che affossano il paese e lo condannano all’estinzione. Hanno distrutto 80.000 imprese industriali e 50.000 kolkhozy».

Nella stessa Mosca, dice Zjuganov, la disparità di redditi tra il 10% dei più ricchi e il 10% dei più poveri è di 18 volte, mentre continua lo smantellamento dei settori di istruzione e sanità pubblici: nei 3 anni precedenti la pandemia il personale sanitario era stato ridotto del 40%.

Ringraziando per il sostegno elettorale il Partito del Nuovo socialismo di Nikolaj Platoškin e il Fronte della sinistra di Sergej Udal’tsov, Zjuganov ha ribadito la propria lealtà al Presidente, accusando invece ER e la compagine di governo di “sabotare” le direttive di Putin per adeguare i ritmi di sviluppo a quelli mondiali, mentre oggi sono di 3 volte inferiori.

Per cui, ha detto, è necessario rimediare alla situazione, perché la violenza contro il sistema elettorale, la violenza contro i cittadini, il furto dei loro voti non aggiungono nulla né all’autorità del Presidente, né alla sua politica, mentre «noi siamo pronti per un dialogo normale».

Zjuganov ha parlato di risultati più che positivi, con il KPRF davanti a ER, ad esempio nel territorio di Khabarovsk, o in Jakutija. A proposito di quest’ultima, Zjuganov ha ricordato la politica boschiva di ER, con servizio forestale liquidato, interi specchi d’acqua prosciugati, sette milioni di ettari di bosco bruciati il mese scorso: «i risultati del voto in Jakutija esprimono lo stato d’animo reale della società».

In altre aree, la distanza tra ER e KPRF è stata di appena 1-3 punti “nelle regioni di Irkutsk, Omsk, Novosibirsk, Sakhalin, Territorio di Altaj, Kamčatka, Primor’e, Repubblica Marij-El. Ma ci sono stati anche episodi “singolari”, ha detto Zjuganov.

«In Estremo oriente e Siberia, alle ore 19 del 19 settembre, i risultati di ER e KPRF erano in media quasi allo stesso livello, entrambi tra il 25 e il 30%. Poi, nel corso degli scrutini della notte, ER è inspiegabilmente passata avanti, mentre KPRF è sceso di 6 punti».

“Nessuno ha bisogno di elezioni falsificate”, titolava lunedì Sovetskaja Rossija, organo ufficioso del KPRF e riportava la testimonianza del vice presidente del KPRF, Dmitrij Novikov, secondo cui il presidente e un componente del seggio 803 a Piter avevano messo a soqquadro il locale, rompendo le urne e disperdendo le schede, sicuri che «non avessero dato i risultati dovuti»; più o meno la stessa cosa al seggio 1641.

Un altro dei vice presidenti del KPRF, Jurij Afonin ha parlato di «pericoloso arbitrio» del potere. Dmitrij Novikov ha dichiarato che nelle elezioni a vari livelli, «non solo i dati digitali vengono falsificati, riscritti, la mostruosità della situazione sta nel fatto che il processo elettorale viene falsificato in quanto tale fin dall’inizio. Giudicate voi stessi: se 5 dei nostri compagni non possono partecipare affatto alle elezioni dei capi di regione, si tratta di una procedura elettorale?

È molto comodo vincere le elezioni per governatore quando i tuoi principali avversari non partecipano affatto alle elezioni. È molto comodo vincere quando i candidati del partito di governo non escono dagli schermi televisivi da mattina a sera, mentre gli avversari non vi compaiono affatto»
.

In queste elezioni, ha detto Novikov, ER ha «cessato di essere un partito. Sinora, poteva esser considerato un partito con forte presenza in tutte le strutture di potere, in particolare nell’esecutivo. Oggi è chiaro che non esiste affatto un tale partito, ma esiste una corporazione di potere, che si camuffa da partito per vincere un certo numero di seggi a favore dei propri padroni alla Duma».

Nel corso della conferenza stampa del 20 settembre, il KPRF ha mostrato anche brevi video girati da propri scrutatori: dal minuto 0,52 a 1,15 ci sono immagini su personale di seggio che mette nelle urne schede votate – si presume a favore di ER.

Il buco nella ciambella è solo diventato più largo, con l’avanzata del KPRF; ma è pur sempre la solita “ciambella”, dicono al Partito comunista operaio russo (RKRP). Il Segretario, Stepan Malentsov constata che i risultati del voto erano «noti in partenza a ogni persona pensante dunque non sorprendono minimamente nessuno».

Per dirla in breve, insomma, quella minoranza di persone che «credono nelle elezioni, una minoranza di elettori, ha scelto chi ne assicurerà lo sfruttamento generale per i prossimi cinque anni. Non un solo partito, tra quelli che veramente si oppongono al capitalismo, che lottano per cambiare il sistema sociale e organizzano la lotta dei lavoratori, ha potuto anche solo avvicinarsi alle elezioni. Anzi: non ha nemmeno potuto accedere alla registrazione, per avere anche solo l’opportunità di risultare nei sondaggi».

E se anche la partecipazione è stata più alta di qualche punto rispetto al 2016, è dovuto al fatto che hanno «prolungato il voto su tre giorni e il voto elettronico si è trasformato in un’arma di potere. Nelle grandi città industriali, con una percentuale maggiore di lavoratori industriali, come Piter, l’affluenza è stata di circa il 30%. Questo parla di insoddisfazione per le politiche della borghesia e di sfiducia nei suoi partiti».

Anche il risultato del KPRF, balzato dal 13,5 al 19%, «cambia poco o nulla. ER, come prima, avrà una maggioranza costituzionale per approvare qualsiasi legge. E non sto nemmeno a parlare della composizione dei deputati del KPRF: signori, capitalisti e milionari, ex membri di ER, parlamentari di lunga data; mancano però lavoratori e organizzatori del movimento operaio».

Lo spettacolo chiamato “elezioni per la Duma di Stato” è giunto nuovamente al termine, scrivono al VKPB, il partito della defunta Nina Andreeva; «Internet è di nuovo pieno di video che documentano numerose violazioni e brogli elettorali ai seggi. I “risultati” ufficiali non sono sorprendenti ed erano abbastanza prevedibili. ER tiene, grazie sia al voto dei burocrati di stato e della borghesia (e delle loro famiglie), sia a spese degli strati più arretrati della popolazione».

Per quanto riguarda il KPRF, che ha ottenuto il secondo posto con il 19% nella “circoscrizione unica”: si tratta di un «partito essenzialmente socialdemocratico, che raccoglie i voti di una parte dei lavoratori insoddisfatti del regime politico e della situazione socio-economica.

I leader del KPRF, come sempre, esprimono insoddisfazione per le macchinazioni nel voto. Ma questo malcontento non dura a lungo: faranno rumore e poi si calmeranno, e andranno a sedersi alla Duma, riceveranno stipendi parlamentari e “regalie” dalla borghesia per fare da lobbisti delle aziende private»
.

I media borghesi tacciono però sull’esito principale: la «maggioranza degli elettori non è andata a votare, o ha cancellato dalle schede tutti i candidati. Se l’affluenza ufficiale è stata del 51% e sapendo che un gran numero di voti viene “attribuito”, si può concludere che solo una minoranza di cittadini russi è andata alle urne».

La maggior parte dei cittadini ha capito da tempo che «nella Russia borghese di oggi le elezioni non influiscono su nulla; tanto più le elezioni alla Duma, le cui decisioni, secondo la Costituzione, possono essere annullate dal Consiglio della Federazione o dal Presidente. La maggioranza dei lavoratori dimostra una posizione più cosciente degli attivisti di molte organizzazioni di sinistra, che ogni cinque anni impazziscono e esortano tutti ad andare alle urne: parliamo non solo del KPRF, ma anche dei suoi satelliti, come il “Fronte di sinistra”, o i neo-trotskisti del “Partito rivoluzionario dei lavoratori”.

E se i leader di queste organizzazioni agiscono in modo abbastanza razionale, negoziando con il KPRF alcuni Geschäft per se stessi, gli attivisti di base “si sacrificano per l’idea”: prima chiedono a tutti di andare alle urne, e poi piangono sulle frodi ai seggi o si lamentano delle persone “poco coscienti”»
.

Per concludere, a proposito dei supposti voti dell’opposizione naval’niana confluiti sul KPRF e che ne avrebbero consentito l’avanzata, non è possibile confermare o escludere con certezza tale ipotesi, prospettata per altro non solo dalla stampa liberale occidentale, che piange ancora per il proprio eroe “ingiustamente incarcerato”.

E non è possibile escludere la congettura, sia per la politica dello stesso KPRF, sia per le semplice constatazione che moltissime persone, tra coloro che a parole sostengono Aleksej Naval’nyj, appoggiano non tanto lui o gli adepti della sua setta, quanto sono stanche della oligarchia finanziaria e della politica che ne è espressione.

Da Facebook: «Dopo le manifestazioni e i cortei dal 2000 in qua, agli inizi degli anni ’20 i liberali sono rimasti senza nulla in mano: il leader in prigione, gli attivisti sparpagliati; così, per la disperazione, quei ragazzi hanno sputato su tutto e hanno invitato a sostenere chiunque, tranne ER. In una parola, la Russia ha fatto un passo verso un sistema borghese “normale” (scherzo)».

Tanto basti.

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