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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/05/2021

Blinken e Nuland a Kiev per sostenere “l’avamposto dell’Europa”

È verosimile supporre che, nei giorni scorsi, Vladimir Zelenskij abbia convocato i notabili ucraini, per annunci urgenti. Ma, a differenza del Sindaco Skvoznik-Dmukhanovskij, invece di comunicar loro “una notizia oltremodo spiacevole: sta per venire da noi un revisore”, abbia dato l’annuncio con gioia.

È infatti atteso per oggi a Kiev il Segretario di stato USA Antony Blinken e, con lui, una delle protagoniste più disgustose del majdan neo-nazista, quella Victoria-FucktheEU-Nuland, confermata alla carica di vice di Blinken per le questioni politiche. E se, a differenza di quello gogoliano, il “revisore” d’oltreoceano non è affatto in incognito, è però improbabile che non porti ordini segreti. Le settimane seguenti ci diranno probabilmente quali.

D’altronde, non è escluso che anche Zelenskij, alla maniera di Svkoznik-spiffero, abbia avuto incubi notturni alla notizia dell’arrivo, se si pensa che i recentissimi ricambi ai vertici di “Naftogaz”, Ministero delle finanze e Consiglio di sicurezza sono visti – in particolare da FMI, Dipartimento di stato e Paesi del G7 – come anti-occidentali e, in questo senso, potrebbero nascondere alcuni do-ut-des di Kiev con Mosca.

In generale, Washington giudica la squadra di Zelenskij non del tutto affidabile: proprio i forti legami con l’oligarca Igor Kolomojskij (a suo tempo acerrimo nemico di Petro Porošenko) potrebbero aver portato la junta a imporre proprie figure ai vertici di società statali, normalmente controllate da “Consigli di vigilanza indipendenti”, in cui siedono manager imposti dalle capitali euro-atlantiche: uno sgarro davvero imperdonabile.

Comunque, gas a parte (ma nemmeno tanto: grazie agli ambientalisti tedeschi del NABU, che hanno intentato una causa contro il Bundesamt für Seeschifffahrt und Hydrographie, Washington può rallegrarsi dell’interruzione dei lavori al “North stream 2” fino a fine di maggio), tema principale della visita di Blinken è sicuramente il Donbass.

Qui, anche martedì, sulla direttrice di Donetsk, le forze ucraine hanno martellato l’area attorno a Veseloe con mortai da 120 mm, lanciagranate e mitragliatrici pesanti; sulla direttrice di Mariupol, mortai da 120 mm hanno colpito l’area di Sakhanka. Più tragicamente, colpi sparati da cecchini ucraini sono stati esplosi contro l’area di Kominternovo, uccidendo un miliziano della DNR.

Oltre al tema del Donbass, Kiev si attende anche rassicurazioni yankee, in vista del possibile prossimo incontro Biden-Putin. Tra tali assicurazioni, un posto centrale è quello di nuove forniture di armi, concessione di fondi per la guerra a est, sostegno alla “Piattaforma crimeana” di Kiev e, soprattutto, appoggio ai propositi ucraini per una road map di adesione alla NATO. Tema che dovrebbe essere affrontato al vertice di giugno dell’Alleanza atlantica, quantomeno per concedere a Kiev lo status di “major non-NATO ally”, nonostante la contrarietà di vari Paesi.

Intanto, anche senza il consenso (?) di Kiev, proseguono i voli di aerei-spia e droni USA e NATO sulla linea del fronte, attorno alla Crimea e ai confini meridionali della Russia.

E, in attesa di Blinken-Khlestakov, ecco che Vladimir Zelenskij ha raccolto qualche sostegno (almeno verbale) dai vicini settentrionali: il 3 maggio, in visita a Varsavia per i 230 anni della Costituzione polacca, si è incontrato con Andrzej Duda e i Presidenti dei tre Paesi baltici, coi quali ha sottoscritto una dichiarazione di «fiducia che il successo del nostro patrimonio comune e della nostra casa comune, le cui radici stanno nella civiltà europea, richieda che l’Europa sia costruita su valori e principi fondamentali»; questo perché «l’Europa, che unisce, deve essere aperta a tutti i Paesi e popoli che ne condividono i valori».

Di sicuro, scrivendo di valori, i cinque Presidenti avevano in mente le sfilate di veterani SS, marce di ex polizei e komplizen, meeting sanfedisti e galere per i comunisti, cui i loro Paesi si attengono scrupolosamente.

Un incontro, quello di Varsavia, che ha visto i cinque Presidenti divisi per status: Duda e il lituano Gitanas Nauseda in qualità di esponenti principali, quali eredi di quella Rzeczpospolita Obojga Narodow (Repubblica delle due nazioni: regno di Polonia e granducato di Lituania) che, tra il 1569 e il 1795, includeva anche tutto o parte degli altri tre stati.

Così che, mentre Duda e Nauseda sono intervenuti di fronte ai due parlamenti riuniti, il lettone Egils Levitis, la estone Kersti Kaljulaid e Vladimir Zelenskij hanno preso parte alla cerimonia al castello reale, in cui il 3 maggio 1791 era stata adottata la Costituzione, in base alla quale solo la Szlachta (nobiltà) godeva di ogni diritto, la borghesia di alcuni e i contadini di nessun diritto.

In qualche modo, comunque, Zelenskij può dirsi soddisfatto che Duda gli abbia promesso di appoggiare l’adesione ucraina alla NATO al vertice di Bruxelles. D’altra parte, nonostante Zelenskij abbia espresso l’auspicio di risolvere presto le controversie storiche tra Ucraina e Polonia, gli osservatori dubitano che i due Presidenti abbiano affrontato la questione che al momento sta più a cuore a Varsavia: l’impossibilità di riesumare le tombe delle vittime dei massacri della Volynia del 1943, nonostante che, proprio per questo, ultimamente Varsavia abbia ridotto drasticamente la retorica anti-Bandera e abbia addirittura restaurato, con fondi statali, le tombe dei membri del UPA in Polonia.

È invece probabile che Duda abbia chiesto a Zelenskij di richiamare all’ordine i capi di Pravyj Sektor e Corpo nazionale di L’vov, che di recente hanno minacciato il locale vescovo di quella Chiesa cattolica, notoriamente braccio “spirituale” di Varsavia.

In cambio, il Presidente polacco ha promesso di appoggiare l’aspirazione ucraina all’integrazione nella UE, tanto più che Zelenskij ha tenuto a sottolineare come «già da sette anni l’Ucraina rimanga un autentico e non metaforico avamposto dell’Europa»: la marcia del 28 aprile a Kiev in onore della Divisione SS “Galičina”, e quella del 2 maggio a Odessa, per inneggiare agli assassini dei 48 antifascisti ammazzati alla Casa dei sindacati, stanno lì a ricordarcelo.

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21/05/2020

Donbass: mobilitazione generale delle milizie contro le provocazioni ucraine

Si è ulteriormente inasprito nelle ultime ore il conflitto nel Donbass, tornato ad acutizzarsi dall’inizio del mese di maggio. Le forze ucraine hanno bersagliato ripetutamente le posizioni delle Repubbliche popolari, prendendo di mira infrastrutture civili, abitazioni, linee elettriche vitali per il funzionamento di strutture industriali e sociali di alcune aree della LNR.

In risposta alle provocazioni, sia la Repubblica popolare di Lugansk che la Repubblica popolare di Donetsk hanno annunciato prima la mobilitazione generale delle milizie e, successivamente, la messa in stato di massima allerta, mentre denunciano il continuo approssimarsi di mezzi militari pesanti ucraini alla linea di separazione, in violazione degli accordi di Minsk. Secondo il canale Telegram WarGonzo, la LNR avrebbe avviato anche la mobilitazione dei riservisti.

L’agenzia rusvesna.su scrive che è stato rilevato l’arrivo, nella zona di operazioni del raggruppamento “Nord” ucraino, di giornalisti di ben 11 media di Kiev, il che potrebbe significare l’approssimarsi di grosse operazioni militari, cui si affiancherebbero i servizi del Centro per le operazioni informativo-psicologiche delle forze armate ucraine.

Questo avviene alla vigilia del primo anniversario dell’insediamento di Vladimir Zelenskij alla presidenza dell’Ucraina: un anno che non è si è certo caratterizzato per mutamenti di posizioni di Kiev rispetto alla presidenza Porošenko, in particolar modo per quanto riguarda l’aggressione al Donbass.

Stando a Novorosinform, nelle ultime 24 ore le forze di Kiev hanno bersagliato in special modo Gorlovka, l’area del “Volvo-tsentr” a Donetsk, le aree di Staromikhajlovka, Žabičevo, Spartak, Veseloe, Jasinovataja, Krutaja Valka, nella DNR. Nella LNR, mortai da 120 mm hanno colpito soprattutto Zolotoe-5, Donetskij, Frunze, Berezovskoe, Golubovskoe, Želobok.

Il Presidente della LNR, Leonid Pasečnik ha denunciato il carattere terroristico delle azioni ucraine, che nell’ultimo mese stanno prendendo di mira soprattutto obiettivi civili di primaria importanza, come linee elettriche e condutture idriche, bersagliando anche con tiri di fucileria le squadre di operai preposte al loro ripristino.

Il leader della LNR si è rivolto direttamente a Vladimir Zelenskij, invitandolo ad “adottare misure per la cessazione del bombardamento del nostro territorio, garantendo la sicurezza dei lavori di ripristino delle infrastrutture civili estremamente vitali”.

Pasečnik ha anche avvertito che, “nel caso tali azioni delle forze ucraine proseguano, lei, Vladimir Aleksandrovič, non ci lascerà altra scelta che adottare misure efficaci e risolutive per spostare la linea di contatto dalle condutture elettriche bersagliate. Saremo costretti ad agire allo stesso modo, se continueranno i bombardamenti della popolazione civile e delle strutture vitali”.

L’ex rappresentante ufficiale delle milizie della LNR, Andrej Maročko, ha commentato positivamente all’agenzia Kharkov i passi della leadership di Lugansk, in particolare l’avvertimento lanciato a Zelenskij sul possibile spostamento della linea di separazione, per garantire la sicurezza della popolazione civile.

Intanto, l’osservatore politico Sergej Jakovlev scrive da Donetsk su zen.yandex.ru che Mosca non dovrebbe sottovalutare l’ennesima mossa ucraina per il Donbass. Il riferimento è, in particolare, alla “nuova delegazione” che Kiev starebbe approntando in rappresentanza di “alcuni distretti delle regioni di Donetsk e Lugansk” ai colloqui di Minsk, composta da persone “non macchiatesi” di collaborazione con LNR e DNR, fuggite in Ucraina e favorevoli al governo golpista.

Nulla di nuovo, scrive Jakovlev: è noto che i colloqui di Minsk o il “formato normanno” sono serviti solo a far guadagnare tempo a Kiev per sistemare a suo modo la questione del Donbass.

D’altronde, è questa la strategia generale occidentale: né l’Ucraina, né tantomeno il Donbass sono i loro obiettivi; sono solo uno strumento di espansione, con ruoli ben distribuiti tra Washington, Bruxelles, Berlino, Parigi e un gruppo di paesi limitrofi di nuovo europeismo. Tanto più che, osserva Jakovlev, le scelte del Cremlino sono in gran parte dettate dai propri “specialisti sulle questioni ucraine”, che per lo più sono interessati alla difesa dei propri affari privati in Ucraina.

Sono necessari cambiamenti radicali, conclude Jakovlev, puntando il dito addirittura su alcuni vertici di LNR e DNR, sugli ambienti moscoviti responsabili per Ucraina e L-DNR, ma, soprattutto, sulla linea generale russa per il Donbass e per “tutti quei connazionali che vivono in paesi retti da regimi a loro ostili, non solo nell’area della CSI”.

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20/02/2020

Il Donbass sotto le bombe ucraine e la tragedia del Boeing malese


Il 18 febbraio delegazioni delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk hanno ricordato insieme il quinto anniversario della conclusione dell'operazione Debaltsevo-Černukhino, con cui le milizie congiunte di entrambe le Repubbliche impartirono alle truppe ucraine e ai battaglioni neonazisti una delle più cocenti sconfitte – se non la più forte, insieme a quella precedente a Ilovajsk – nella storia di un conflitto di cui oggi, purtroppo, ci si ricorda solo allorché Kiev intensifica più del solito gli attacchi aggressivi al territorio del Donbass.

E infatti, proprio in questi giorni, sono tornati ad accentuarsi i tiri di artiglierie e mortai ucraini, in particolare su Frunze, Stakhanov e su gran parte della linea di contatto tra le parti, ricorrendo tra l’altro – Kiev non ha mai smesso di farlo! – ai grossi calibri, proibiti dagli accordi di Minsk del 2015. Proprio il 18 febbraio, un reparto di sabotatori ucraini è finito su un campo minato, sulla linea di contatto con la LNR, nell’area di Golubovskoe, mentre si intensificava il martellamento ucraino su Novotoškovskoe, Orekhovo, Krymskoe. Da parte sua, ovviamente, il comando delle Operazioni delle Forze riunite (OOS) ucraine, ha accusato Mosca di aver attaccato le forze di Kiev in quegli stessi punti del fronte.

Appena quattro giorni fa, alla conferenza di Monaco sulla “sicurezza”, il vice Ministro degli esteri russo, Aleksandr Gruško, aveva ribadito la necessità del rispetto da parte ucraina di tutti gli accordi raggiunti, aggiungendo di considerare “oltremodo dubbi” i benefici degli incontri al vertice internazionali sul Donbass, se poi le intese non vengono rispettate e Kiev rifiuta apertamente di trovare un accordo con le Repubbliche popolari.

Il politologo Aleksandr Šatilov ha dichiarato a Novorosinform che la Russia, a suo tempo, “contribuendo alla conclusione degli accordi di Minsk, aveva fatto enormi concessioni all’Ucraina: ha sostenuto l’integrità territoriale in cambio di alcune riforme, decentralizzazione e smilitarizzazione”. Nonostante questo, Kiev, una volta ripresasi dalle sonore sconfitte del 2014-2015 (Ilovajsk e Debaltsevo, appunto), ha voluto “ignorare gli accordi di Minsk e oggi sta facendo di tutto per rimescolare i diversi punti degli accordi, rifiutare il dialogo diretto con Lugansk e Donetsk e cercare di arrivare militarmente alle frontiere di LNR e DNR con la Russia”. Il che significherebbe, per le Repubbliche popolari, la fine della Krajina serba.

A dispetto delle apparenze, nulla è cambiato a Kiev, rispetto all’era Porošenko. E non potrebbe essere altrimenti, dato che poco è sinora cambiato, da parte delle forze che spingono l’Ucraina a fare da cuscinetto ai confini con la Russia e che, già molto prima del 2014, avevano cominciato a foraggiare i futuri golpisti con miliardi di dollari, attraverso USAID e strutture di George Soros, con la diretta partecipazione dei vari Obama, Clinton, Biden, Kerry, McCain, Nuland & Co.

Nessuna inversione di politica, nonostante i media, anche nostrani, vogliano mostrare un Vladimir Zelenskij portatore “di novità”, fino a presentarlo “mattatore” alla Conferenza di Monaco; nonostante addirittura l’ex presidente Viktor Janukovič abbia aperto un credito fantasioso al successore di Porošenko, scrivendo, nel sesto anniversario della carneficina di majdan perpetrata dai cecchini georgiani, lituani, ecc. il 20 febbraio 2014, che “i primi passi di V. Zelenskij infondono speranza nella pace, nella giustizia, nel ristabilimento della pace nel nostro paese”. Se lo dice lui!

Intanto, quasi nelle stesse ore, – sarà un caso? – si sono riaccesi i riflettori anche sul Boeing malese MH-17 abbattuto sopra il Donbass nel luglio 2014 e, scrive iarex.ru, citando il canale Bonanza Media, vien fuori che, sin dall’inizio del lavoro della “commissione congiunta d’indagine”(JIT), i servizi segreti olandesi sapevano che non c’era un singolo sistema missilistico “Buk” nell’area dell’incidente e nel 2016 ne avevano anche informato la Procura generale, evidenziando che tutti i sistemi di difesa aerea, sia ucraini che russi, erano dislocati a una distanza di circa 70 km, che le milizie popolari non disponevano di sistemi “Buk” e che nessun “Buk” russo aveva attraversato la frontiera col Donbass.

La cosa, però, non aveva impedito alla JIT di dichiarare che un “Buk M1” russo sarebbe entrato in Donbass, avrebbe sparato il missile che avrebbe abbattuto il Boeing con 298 persone a bordo, e se ne sarebbe tornato in Russia. Stessa cosa, con il testimone oculare, mai ascoltato dalla JIT, che aveva dichiarato alla polizia olandese – i passeggeri erano in gran parte olandesi – di aver visto in cielo, oltre al Boeing civile, anche due caccia, dopo di che aveva udito una forte esplosione, aveva visto una colonna di fumo e poi l’aereo che cadeva.

Ora, scrive tsargrad.tv, quando mancano poche settimane all’inizio del processo a L’Aja, la tragedia del Boeing rischia di trasformarsi in farsa. L’olandese NRC Next, ad esempio, dà notizia del licenziamento di tutti e sei i funzionari della Procura generale ucraina che si occupavano del caso: con uno spoils system sui generis, Zelenskij ha prima licenziato tutti i 1.339 procuratori del paese, per poi, previo esame, riassumerne 710: tra i non ammessi all’esame, i giudici che si occupavano del Boeing. Dunque, chi sarà presente a L’Aja per l’Ucraina?

D’altronde, la JIT non ha mai tenuto conto di altre “quisquilie”, quali: Vladislav Vološin, il pilota del Su-25 ucraino in volo al momento della tragedia, suicidato; la ragazza controllore di volo ucraina, scomparsa; per non parlare del rifiuto USA a mettere a disposizione i dati satellitari e del rifiuto della JIT di prendere in esame i rilievi di Almaz-Antej, costruttore del sistema “Buk”.

E che diamine, simili “quisquilie” non servono a incolpare le milizie; dunque, perché tirarle fuori?

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08/02/2020

Zelenskij chiede a Conte di chiudere le rappresentanze del Donbass in Italia

Villaggi martellati dai tiri di mortaio e di artiglierie pesanti: quelle stesse che, in base agli accordi di Minsk, almeno da tre anni avrebbero dovuto essere portate indietro rispetto al fronte di una decina di chilometri; cittadine private dell’elettricità (e dunque anche dell’acqua potabile, per l’interruzione dell’energia necessaria alle pompe di sollevamento).

Miliziani delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk che continuano a morire, praticamente ogni giorni, sotto i bombardamenti ucraini. Truppe di Kiev che continuano, come per il passato, a posizionare mezzi blindati e corazzati a ridosso delle abitazioni civili nelle aree del Donbass (ad esempio: nei villaggi di Papasnaja, Trëkhizbenka, Rajgorodki) sotto controllo ucraino, così che le milizie non possano rispondere al fuoco, pena il pericolo di colpire la popolazione civile.

Convogli ferroviari carichi di mezzi corazzati ucraini che continuano a essere spediti verso le zone di combattimento; abitanti dei villaggi di DNR e LNR prossimi alla linea del fronte che, come per il passato, lamentano “Come sparavano prima, così continuano a sparare; non sappiamo più dove rifugiarci”, ha detto, ad esempio, al corrispondente di news-front un’anziana di Staromikhajlovka, nel distretto di Marijnka della DNR.

È questa la situazione in Donbass, a quasi sei anni dall’inizio dell’aggressione dei nazi-golpisti di Kiev.

Intanto i cosiddetti “volontari”, le milizie neonaziste che combattono dalla parte di Kiev e che, nominalmente, sembravano dover essere ritirate dal fronte già da qualche anno, per togliere dai riflettori i loro crimini contro i civili del Donbass, si preparano in realtà a ricorrere a metodi propri dei loro passati “eroi”, in caso di sfondamento del fronte.

Tra tali “volontari”, c’era anche Vytalij Markov, condannato in Italia per l’assassinio di Andrea Rochelli e dell’interprete Andrej Mironov, nel maggio 2014, nell’area di Slavjansk, di cui, per l’ennesima volta, Kiev chiede all’Italia la scarcerazione.

Lo ha fatto, questa volta, direttamente il presidente ucraino Vladimir Zelenskij, incontrando il 7 febbraio a Roma il presidente del consiglio Giuseppe Conte e aggiungendo anche la richiesta all’Italia di chiudere le tre rappresentanze del Donbass (non entriamo nel merito della composizione di tali rappresentanze) di Torino, Verona e Messina. Il ritornello è ormai conosciuto.

Chi invece dice qualcosa di (molto apparentemente) diverso è Donald Trump, che già più di una volta – almeno 6, secondo “BuzzFed” – avrebbe bloccato l’invio di armi americane, anche già pagate da Kiev, all’Ucraina, per per circa 400 milioni di dollari.

L’ultimo caso di cui si ha notizia riguarda una partita di armi e munizionamento per una trentina di milioni di dollari, già pagati, e di cui Kiev chiede ora la restituzione. Niente di “filo-Donbass” da parte dell’amministrazione yankee: molto più prosaicamente, secondo news-front, si tratterebbe di una delle solite ritorsioni trumpiane, nella guerra commerciale USA-Cina, per il fatto che Pechino sarebbe interessata all’acquisto dell’impresa aeronautica ucraina “Motor Sič”.

Sono d’altra parte le milizie del Donbass, impegnate nell’area di Mariupol, a lanciare un appello per l’aiuto ad acquistare i piccoli periscopi da trincea TR-8 e TR-9, fondamentali per non esporsi al fuoco nemico.

Ci pensa in ogni caso un vecchio arnese dell’epoca post-sovietica a stelle e strisce e della più nuova Ucraina golpista del dopo-majdan, a profetizzare il reale destino ucraino. L’ex presidente georgiano, ex governatore di Odessa, ex apolide in fuga tra le capitali di mezza Europa, dopo essere entrato in conflitto (per romantiche questioni di ... interesse) con i più forti oligarchi golpisti, quel Mikhail Saakašvili tutt’oggi ricercato in Georgia per vari crimini (i meno gravi: concorso in omicidio e appropriazione indebita) che è ricomparso nei giorni scorsi per “profetizzare” che ben presto l’Ucraina si sgretolerà in cinque diversi stati.

In un’intervista al canale “112 Ucraina”, Saakašvili ha detto che vari Governatori regionali stanno già preparando il terreno (milizie regionali e personali) per venire a capo, ognuno per proprio conto, della profonda crisi in cui il paese sarebbe entrato a causa delle politiche del nuovo presidente Zelenskij.

Se l’ha detto lui, ci si potrebbe anche credere. Se non fosse per il fatto che, come ha dimostrato anche l’ultimo tour euro-asiatico del Segretario di Stato USA Mike Pompeo, gli USA sono interessati a un’Ucraina (e anche a una Bielorussia, a un Kazakhstan, un Uzbekistan, ecc.) che garantisca gli interessi yankee ai confini con la Russia. Dunque, uno spezzettamento feudale di satrapi in guerra l’uno con l’altro, non fanno certamente al caso statunitense.

“Gli Stati Uniti difendono la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina. Continuiamo a sostenere l’Ucraina nell’adesione alla NATO e nell’avvicinarsi all’Unione europea“, aveva detto Pompeo, sottolineando anche il fatto che Washington, solo dal gennaio 2017 a oggi, ha fornito all’Ucraina oltre 1 miliardo di dollari di aiuti “per la difesa”.

E, si sa, i padroni sanno fare molto bene i conti in tasca ai propri dipendenti e non vogliono che essi scialacquino i denari così “generosamente elargiti” a uno scopo ben preciso, in miserevoli dispute tra vassalli.

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11/12/2019

Il “quartetto normanno” a Parigi sul Donbass

Dopo l’ultimo incontro del 2016, si è svolta lunedì a Parigi la riunione del cosiddetto “quartetto normanno” sulla questione del Donbass. Vladimir Putin, Vladimir Zelenskij, Angela Merkel e Emmanuel Macron hanno discusso i punti principali di una “road map” che fatica molto a ingranare una presa diretta, impegnandosi ad appianare almeno due problemi da qui a fine anno: scambio di prigionieri e fissazione di almeno altre tre “aree pilota” per l’arretramento delle forze, dopo quelle di Zolotoe e Petrovskoe.

Vero è che, secondo i calcoli non poco interessati di Zelenskij, il ritiro completo di tutte le forze potrebbe richiedere da 6 a 8 anni. Non chiara la questione delle elezioni in Donbass, previste dagli accordi di Minsk del 12 febbraio 2015 e mai ammesse da Kiev: il “quartetto normanno” le ha confermate, ma sembra che l’Ucraina, tento per cambiare, intenda la cosa a modo suo.

Già ieri sera, al termine dell’incontro separato Putin-Zelenskij, dopo il summit a quattro, il Presidente russo si era detto soddisfatto del colloquio col partner ucraino e Mosca ironizza non poco sulla dichiarazione di Zelenskij su un risultato “zero a zero”, a fronte di un “assenso completo” di Kiev su tutte le questioni. Anche se, come nota Sergej Veselovskij su news-front, da un lato Merkel e Macron si sono in buona sostanza “lavati le mani” e, dall’altro, Zelenskij si trova ora di fronte a un bivio: salvare il proprio paese dalla guerra oppure salvare se stesso dai nazionalisti.

Non a caso, già alla vigilia del vertice, un esponente del partito presidenziale “Servo del popolo” aveva parlato degli obiettivi postisi da Zelenskij in vista del summit: principalmente “cessazione delle ostilità lungo la linea di demarcazione e elezioni in Donbass secondo la legislazione ucraina”, dopo il ritiro “delle formazioni armate illegali”, escludendo in ogni caso ogni dialogo diretto con le Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk e puntando invece sul ristabilimento del controllo delle frontiere con la Russia in Donbass da parte di Kiev.

Il tutto – come è evidente, diametralmente opposto alla visione di LNR e DNR – parlando della “necessità di una revisione degli accordi di Minsk e senza nemmeno escludere una riacutizzazione degli scontri, a vertice parigino concluso.

Posizioni, queste, su cui avevano senz’altro influito le “Linee rosse” della nuova “majdan”, organizzata l’8 dicembre a Kiev dai partiti “Evropejskaja solidarnost”, “Batkivščina” e “Golos” (facenti capo rispettivamente a Petro Porošenko, Julija Timošenko e Svjatoslav Vakarčuk) con lo slogan “No alla capitolazione”, contro ogni “compromesso con Mosca”, ponendo quali punti fermi inammissibili: rinuncia alla “eurointegrazione” ucraina, elezioni in Donbass prima di aver realizzato condizioni di sicurezza (tradotto: disarmo delle milizie), dialogo diretto con LNR e DNR, compromessi sulla Crimea.

D’altronde, già il 6 dicembre, Zelenskij, aveva “corretto” il precedente assenso dato dal rappresentante ucraino a Minsk, l’ex Presidente Leonid Kučma, alla “Formula Steinmaier” per lo status speciale da concedere al Donbass, affermando invece che la formula diverrà legge solo dopo il disarmo delle Repubbliche del Donbass.

Su tale sfondo, c’è comunque chi non manca di ottimismo. Il politologo Aleksej Česnakov ha dichiarato all’agenzia Rambler che “Uno dei più importanti risultati del recente “quartetto normanno” consiste nel fatto che Zelenskij abbia confermato per scritto gli impegni ucraini ad adempiere in pieno e alla lettera gli accordi di Minsk”.

Altro aspetto positivo, il fallimento del tentativo ucraino di rivedere gli accordi di Minsk e il passaggio delle frontiere sotto controllo ucraino, prima di aver tenuto le elezioni in Donbass. Non si può d’altra parte escludere, ha detto Česnakov, che Kiev voglia continuare il “metodo Porošenko”: sottoscrivere documenti, affermare che sia necessario adempiere gli accordi di Minsk, ma di fatto non adempiere un bel niente.

Nei fatti, per il Donbass, altre giornate di bombardamenti, pur con minore intensità: ieri, riporta Novorosinform, “solo” una volta è stato bersagliato il territorio della LNR, nell’area di Logvinovo e “appena” dodici volte quello della DNR, soprattutto le zone di Veseloe, Krutaja Balka, i villaggi minerari di “Trudovskaja” e Gagarin, i soliti rioni del “Volvo-Tsentr” e dell’aeroporto a Donetsk, i villaggi di Belaja Kamenka e Kominternovo.

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01/11/2019

Ucraina: scontri interni su come non far finire la guerra in Donbass

Le forze ucraine continuano a bombardare il Donbass. A un mese esatto dall’accordo raggiunto a Minsk dai rappresentanti di DNR, LNR, Ucraina, Russia e OSCE, sulla “formula Steinmeier”, come condizione per il proseguimento del “formato Normandia” e che prevedeva, come primo passo, la separazione di mezzi e forze militari nelle aree pilota di Petrovskoe e Zolotoe, mortai e artiglierie pesanti continuano a martellare i villaggi più a ridosso della linea del fronte.

Ancora ieri Leninskoe, Belaja Kamenka, Kulikovo, Petrovskoe, Sakhanka, Zajtsevo, Staromikhajlovka, Spartak, Avdeevka, Jasinovataja, l’area dell’aeroporto di Donetsk, sono stati bersagliati da mortai, lanciagranate, mitragliatrici pesanti.

Solo il 29 ottobre, le forze ucraine hanno infine esploso i razzi di segnalazione convenuti, per l’inizio dell’arretramento delle forze nell’area di Zolotoe, che la “formula Steinmeier” prevedeva per il 7 ottobre. Il Ministro degli esteri ucraino Vadim Pristajko aveva dichiarato che, dopo Zolotoe, sarà la volta di Petrovskoe; ieri, Vladimir Zelenskij, nel corso dell’incontro a Kiev con il Segretario generale NATO, Jens Stoltenberg, ha detto che ciò avverrà il 4 novembre.

Intanto, però, già il 30 ottobre, reparti della 14° Brigata meccanizzata ucraina avevano intensificato i tiri nell’area di Želobok, dove un miliziano della LNR è rimasto ucciso. Lo stesso giorno, le forze di Kiev hanno abbattuto un drone da osservazione del OSCE; lo hanno fatto, ha dichiarato l’addetto stampa delle milizie della LNR, Ivan Filiponenko, per impedire agli osservatori di rilevare i mezzi militari dislocati in violazione degli accordi di Minsk.

Durante l’incontro a Budapest con Viktor Orban, Vladimir Putin ha detto che la questione fondamentale è vedere se Zelenskij riuscirà a concretizzare quanto annunciato, vale a dire l’arretramento delle forze lungo la linea di contatto”. Al momento, l’ostacolo diretto sembra costituito dalle forze nazionaliste e dai reparti neonazisti, che possono influire sulle mosse delle truppe. I “nazionalisti non vogliono andarsene dal Donbass” ha detto Putin, “e non vogliono che le truppe ucraine lascino l’area. Non so se le autorità ucraine possano giungere a una soluzione, ma molte cose dipendono davvero da ciò”.

In effetti, si infittiscono le segnalazioni da parte delle milizie popolari, su scontri armati tra truppe regolari ucraine e reparti nazisti, proprio nelle aree in cui sono previsti gli arretramenti di mezzi e uomini. Il “führer” del “Corpo nazionale”, Andrej Biletskij, ha apertamente dichiarato che i veterani di “Azov” non lasceranno Zolotoe e non obbediranno agli ordini dei Comandi militari ucraini.

Una situazione che, a parere di alcuni osservatori sentiti da news-front.info, sarebbe ulteriormente alimentata dai giochi di potere del ministro degli interni Arsen Avakov (sponsor del “Corpo nazionale”), a braccetto con quello che, alle presidenziali dello scorso aprile, era stato il “padrino politico” di Zelenskij, cioè il magnate Igor Kolomojskij, che in quel voto cercava sicuramente la sconfitta del rivale politico-affaristico Petro Porošenko.

Secondo il politologo Andrej Zolotarëv, Avakov, rimasto in carica anche con la nuova presidenza, starebbe conducendo un gioco per niente originale: si servirebbe dei gruppi nazionalisti e nazisti per creare un grosso problema a Zelenskij e venderne poi cara la “soluzione”. Avakov ha bisogno di avere, come vari vice, uomini propri, e che la Guardia nazionale (il corpo in cui sono stati “istituzionalizzati” molti ex di “Pravyj Sektor”) rimanga alle dipendenze del suo Ministero, che protegge anche i nazisti di “Azov”. Ministero della difesa a parte, infatti, il dicastero di Avakov controlla praticamente tutte le strutture “di forza” e costituisce per questo un perno di cui la nuova presidenza deve tener conto.

È in questo quadro, che ieri Zelenskij si è incontrato a Kiev con Jens Stoltenberg; lo ha fatto, con il cappello in mano, sperando, secondo quanto scrive rusvesna.su, sulla “accelerazione del processo di integrazione delle forze ucraine con quelle dell’Alleanza” e su una correzione “dell’adesione ucraina al programma di allargamento della NATO” avrebbe detto Zelenskij, aggiungendo che Kiev è “interessata a rafforzare la cooperazione per il ripristino di stabilità e sicurezza nella regione del mar Nero”.

Proprio quello per cui Stoltenberg era venuto a Kiev. Già alla vigilia, infatti, al vertice NATO a Odessa, il Segretario NATO aveva annunciato una “nuova iniziativa”, per “coordinare e combinare i formati di lavoro”. Più che di ingresso formale nell’Alleanza atlantica – l’Ucraina ne è già membro di fatto – Stoltenberg aveva parlato di “una partnership a lungo termine con l’Ucraina, che aggiorniamo regolarmente; abbiamo programmi annuali, abbiamo un pacchetto complessivo di assistenza e abbiamo una Commissione Ucraina-NATO, che è uno strumento importante”.

Tant’è che in questi giorni, proprio nel porto di Odessa, sono attraccati quattro cacciamine NATO, tra cui anche uno italico della classe “Lerici”; un segnale, questo, ha detto Stoltenberg, di “sostegno all’Ucraina”: “La presenza di quattro vascelli NATO è un’altra conferma dell’importanza di questa regione per l’alleanza e dimostra anche il nostro appoggio all’Ucraina”.

L’unico soggetto della cui opinione Stoltenberg ha assicurato di fregarsene, a proposito dell’ingresso dell’Ucraina nella NATO, è Mosca. “È questa una decisione” ha dichiarato Stoltenberg, “che deve esser presa dall’Ucraina e dai 29 membri dell’alleanza. Nessun altro ha diritto a intromettervisi. La Russia non ha diritto di voto. Essi non hanno basi giuridiche o reali per godere di una qualche influenza in tale decisione”.

Stoltenberg ha anche assicurato che, prima o poi, – sembra, più poi che prima: esperti parlano di molti anni – “l’Ucraina diverrà membro dell’Alleanza”, dato che “rimane valida” la decisione assunta nel 2008 a Bucarest e per cui i golpisti di Kiev nel 2016 avevano apportato le relative correzioni alla Costituzione, buttando a mare lo status di paese “fuori dei blocchi”.

Fintanto che Zelenskij garantirà tale linea di Kiev, “consiglieri” e istruttori militari NATO potranno assicurargli anche il sostegno nelle lotte interne contro gli “eccessi” dei nazisti, divenuti, a quanto pare, abbastanza ingombranti anche per Washington.

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06/10/2019

Ucraina: la “democrazia miliardaria” della famiglia Biden



“La democrazia si difende difendendo la democrazia”, tuonano i democratici tutti d’un pezzo, sbigottiti all’idea che Donald Trump continui a “chiedere aiuti stranieri per infangare la famiglia del vicepresidente Biden” . Hanno scordato, gli integerrimi democratici, di quando Joe Biden, per coordinare meglio l’aggressione ucraina al Donbass, fatta in nome della “democrazia” targata Obama-Biden-Clinton, dichiarava tra il serio e il faceto di “incontrarsi con Petro Porošenko più spesso che con la propria moglie”, per i continui viaggi a Kiev, a curare gli affari di stato e di famiglia? Dunque, quale “democrazia si difende difendendola”? Quella del golpe nazista a Kiev, finanziato da Washington con 5 miliardi di $; degli antifascisti bruciati vivi alla casa dei Sindacati di Odessa; quella demo-repubblicana USA, che addestra e finanzia i battaglioni neonazisti ucraini, che fanno stragi in Donbass, o dei fascisti yankee che si addestrano in Ucraina tra i nazisti di “Azov”; quella del FMI che ha ridotto alla fame il popolo ucraino e lo lascia al freddo ogni inverno, che privatizza i terreni ucraini per svenderli ai monopoli energetici e agro-alimentari USA; quella dell’ex vice Presidente USA, che impone le dimissioni del Procuratore ucraino Viktor Šokhin, colpevole di indagare sulla Burisma Holding? Ma quando mai! La democrazia, la si difende salvaguardando il buon nome di un cristallino “democratico”, oltraggiato da un Trump che “non sta bene, non è lucido, non è in sé”.

Nell’ormai inflazionato colloquio telefonico del 25 luglio, Trump avrebbe così ricattato il presidente ucraino Vladimir Zelenskij: per non congelare i 391 milioni di $ di aiuti militari stanziati dal Congresso, gli avrebbe chiesto di far luce su “cosa sia successo in tutta questa situazione con l’Ucraina”, intendendo le voci sul ruolo di hacker ucraini nella campagna elettorale USA del 2016. Si sarebbe anche parlato di una possibile dichiarazione pubblica, in cui Zelenskij avrebbe dovuto annunciare l’avvio di indagini su Burisma. In effetti, per “infangare” la famiglia Biden, il lestofante ora di turno alla Casa Bianca, avrebbe anche potuto fare a meno di ricorrere a “paesi stranieri”: da almeno cinque-sei anni, le cronache politico-affaristiche di alcuni media riportano le vicissitudini in terra ucraina dei Biden, padre e figlio.

“Biden sa della corruzione in Ucraina non per sentito dire”, titolava la russa Vzgljad nel dicembre 2015, e citava il New York Times: “Joe Biden ha detto che Petro Porošenko è un membro della sua famiglia. Entrambi non nascondono i propri interessi personali in questa unione”. Nel momento in cui “il vicepresidente Joe Biden invita la leadership ucraina a compiere ogni sforzo per combattere la corruzione” continuava il NYT, “il rapporto di suo figlio Hunter Biden con una delle più grandi compagnie ucraine di gas, la Burisma Holdings, induce a dubitare della sincerità delle intenzioni di suo padre”. Anche Wall Street Journal calcava la mano sul fatto che Hunter Biden lavorasse “per un’azienda ucraina, diretta da un ex Ministro ucraino, Nikolaj Zločevskij, accusato di riciclaggio”.

Non erano ancora freddi i cadaveri di poliziotti e manifestanti contro cui avevano sparato i cecchini polacchi, lituani, georgiani pagati dall’ambasciata USA a Kiev, che già Hunter Biden e Devon Archer, nell’aprile 2014, entravano nel CdA della Burisma, all’epoca la più forte compagnia energetica privata ucraina: proprio nel momento in cui, secondo il NYT, era partita l’indagine sul riciclaggio. A marzo 2014, infatti, Zločevskij – finanziatore dei nazisti di “Azov” – aveva tentato di trasferire a Cipro 23 milioni di $ dal suo conto britannico presso la francese BNP Paribas. Ciò aveva sollevato sospetti di riciclaggio e Londra aveva congelato i suoi fondi. La portavoce di Joe Biden si era affrettata a dichiarare che gli affari di Hunter Biden non hanno nulla a che fare con la politica del padre per l’Ucraina.

Ora, lo storico americano Eric Suess scrive su Global Research che, per comprendere il perché Zelenskij sia riluttante a render pubblico tutto il lerciume su Joe Biden, bisogna sapere che il boss e benefattore di Hunter Biden alla Burisma è stato, almeno in parte, anche boss e benefattore di Zelenskij stesso. Vale a dire: l’ex governatore della regione di Dnepropetrovsk, concorrente in affari di Petro Porošenko: l’oligarca Igor Kolomojskij, il cui impero finanziario si estendeva a nord del bacino del Dnepr-Donets – la principale regione estrattiva ucraina che, secondo la US Energy Information Agency, racchiuderebbe 42 trilioni di m3 di gas di scisto – in cui Burisma detiene i diritti di perforazione.

Suess si rifà ad altre fonti e dice: “nel maggio 2014, con il titolo “Hunter Biden dovrebbe dichiarare a chi appartenga davvero il suo nuovo datore di lavoro ucraino, la Burisma Holdings”, Richard Smith aveva scritto che Hunter era diventato “membro del CdA” e che la “compagnia energetica ucraina ha acquisito un consigliere nella persona del figlio del vice-presidente e amico stretto del Segretario di stato”. A sua volta, Smith riportava quanto scoperto da un giornalista ucraino nel 2012. “Burisma ha cambiato proprietà nel 2011: al posto di Zločevskij e Lisin, la società è stata incorporata nella società offshore cipriota Brociti Investments Ltd. Pari e Esko-Pivnich. Una terza compagnia li stava già aspettando nello stesso edificio, la Ukrnaftoburinnja”, fondata da Zločevskij, ma passata poi al Privat Group di Igor Kolomojskij”.

Ancora Suess citaThe Washington Examiner, secondo cui, nel 2015 Burisma avrebbe pagato oltre 3 milioni di $ a Biden e Archer, successivamente però rimossi dal CdA e sostituiti da un consiglio di quattro elementi che, già dal 2013 includeva Alan Apter, della Sullivan & Cromwell, Merrill Lynch, Morgan Stanley and Renaissance Capital. Gli altri tre erano: Alexander Kwasniewski (Presidente polacco dal 1995 al 2005), membro del Consiglio Atlantico e del Bilderberg Club; Joseph Cofer Black, ex direttore del Centro antiterrorismo della CIA (1999-2002), poi vice-presidente del Blackwater Worldwide (ora Blackwater/Academi, di proprietà di Erik Prince, fratello di Betsy Prince, moglie di Dick DeVos, dell’impero Amway, Ministro della Pubblica Istruzione con Trump.

Il quarto membro è Karina Zločevskaja, figlia di Nikolaj Zločevskij, che sembra così rimanere socio di minoranza dell’azienda.

Dunque, evidenzia Suess, a controllare Burisma è Zločevskij o Kolomojskij? Obama ha sempre accusato Zločevskij di corruzione, ma lui aveva venduto Burisma a Kolomojskij ancor prima che Obama prendesse il controllo dell’Ucraina.

Ora, si sa che Viktor Šokhin – divenuto Procuratore generale nel 2015, ereditando le indagini su Burisma già avviate dalla Procura nel 2012 – nel marzo 2016 era stato rimosso con l’intervento dell’ex ambasciatore Geoffrey Pyatt, proprio su pressione di Joe Biden, per le sue indagini su Burisma. Proprio l’amministrazione Obama, sottolinea Suess, “aveva insistito a che il governo ucraino perseguisse Zločevskij, che però non era il boss di Hunter Biden, non controllava Burisma e non era collegato al governo ucraino, installato da Obama nel 2014”.

A proposito di Cofer Black e Blackwater/Academi, Suess ricorda come proprio Obama avesse ingaggiato la compagnia mercenaria per tenere sotto controllo il bacino Dnepr-Donets, per proteggere le perforazioni di Burisma. Secondo Zero Hedge, addirittura, mentre alcuni reparti ucraini proseguivano incursioni e bombardamenti contro città e villaggi del Donbass, altri erano impegnati nell’installazione delle attrezzature estrattive di Burisma nell’area di Slavjansk. “Il motivo della guerra?”, chiede retoricamente la pubblicazione: “si prevedeva che in tempo di pace il processo estrattivo avrebbe richiesto molti anni, durante i quali l’Europa sarebbe finita sotto la dittatura energetica di Putin. Ma, con la guerra, il processo, che a causa delle solite proteste contro il fracking, dura solitamente una decina d’anni, se non di più, può essere completato in pochi mesi!”. Anche se poi si è scoperto che non solo l’operazione Kolomojskij-Shell nel bacino del Dnepr, ma anche quella del governo ucraino con Chevron nel giacimento di Oleska erano economicamente ingiustificate.

Ora, tra i principali detentori del debito ucraino si possono contare Russia, FMI, American Franklin Templeton Fund, Blackstone Group, Banca mondiale, oltre a un gruppo di miliardari detentori di Eurobond, rappresentati dallo studio legale Weil Gotshal & Manges. Inoltre, anche governo USA e paesi UE sono indirettamente azionisti, attraverso le loro quote in FMI e Banca mondiale. Kolomojskij aveva derubato l’Ucraina a spese di tutti loro, i quali a loro volta fecero pressione su Porošenko perché lo destituisse da governatore. Oggi, conclude Suess, Zelenskij ha definito pubblicamente Kolomojskij come “il mio socio in affari”, ma deve anche poter contare sul sostegno americano per non crollare; probabilmente teme che, se “esaudisce la richiesta di Trump, il suo patron principale, Kolomojskij, possa finire in galera. Ma, da parte sua, Trump teme che se mette sotto pressione Zelenskij, allora l’intero “deep state”, non solo i miliardari del Partito democratico, ma anche i repubblicani, gli si rivolgano contro.

Un bel dilemma. Mica come la quisquilia su “come si difende la democrazia”! E, soprattutto: quale democrazia, repubblicana o democratica che sia; democrazia per chi; per quale classe; e chi deve esser chiamato a difenderla.


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03/10/2019

Donbass: “formula Steinmeier” e bombardamenti ucraini

Il 1 ottobre, alla riunione del “Gruppo di contatto” per gli accordi di Minsk, le parti (DNR e LNR, Ucraina, Russia, OSCE) si sono accordate sulla “formula Steinmeier”, come primo passo obbligato per il proseguimento del “formato Normandia” sul Donbass. Il piano, presentato nel 2015 dall’allora Ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, e accolto dal “quartetto normanno” (i Presidenti di Francia, Germania, Ucraina, Russia) prevede la concessione di uno “status speciale temporaneo” ad “alcuni distretti delle regioni di Donetsk e di Lugansk” – come noto, i territori di DNR e LNR non coincidono con l’intera area delle omonime regioni – per le elezioni locali, da tenersi secondo la legge ucraina; dopo la pubblicazione del rapporto OSCE sul voto, il Donbass godrà di definitivo status speciale.

Status approvato dalla Rada ucraina già dopo gli accordi di Minsk del febbraio 2015, ma mai entrato in vigore e mai rispettato da Kiev. Tra l’altro, a Donetsk fanno notare come i primi articoli del documento coincidano con le principali rivendicazioni delle Repubbliche popolari, tra cui: status della lingua russa, particolari regimi economici e di cooperazione con la Russia, rapporti con Kiev.

Nell’incontro di martedì a Minsk, si è concordata anche la separazione di mezzi e forze militari nelle aree di Petrovskoe e Zolotoe della LNR per il 7 ottobre. Il rappresentante russo al gruppo di contatto, Boris Gryzlov, ha sottolineato come l’accordo sia stato raggiunto solo grazie alle pressioni esercitate da Parigi e Berlino su Kiev che, alla precedente riunione, non aveva voluto firmare. Ma, a parere del politologo Pavel Rudjakov, il ruolo decisivo l’ha senz’altro giocato Washington: il rifiuto di Kučma, tre settimane fa e il suo assenso, oggi, indicano che “Kiev attendeva il segnale USA”.

Prevedibile, l’isteria dei neonazisti ucraini, che già martedì sera e poi di nuovo ieri avevano circondato il palazzo presidenziale, con fiaccole e insegne di “Svoboda”, “Natsionalnyj korpus”, “C14”; così come dell’ex primo golpista Petro Porošenko, della “martire” del gas Julija Timošenko. Già alla vigilia dell’accordo, l’ex rappresentante ucraino al sottogruppo sulle questioni politiche, Roman Bezsmertnyj aveva definito il progetto di documento “una trappola del Cremlino”. Resta a vedere quanto sincero sia l’entusiasmo per la firma manifestato dall’attore Vladimir Zelenskij. Alla Rada si è arrivati a dire che, formalmente, la parte ucraina non ha firmato il documento, ma ne ha solo approvato il testo.

Ma, come sempre, i più accaniti si rivelano essere gli ex. L’ex consigliere di Putin e ora senior advisor presso il Center for Global Liberty and Prosperity del Cato Institute americano, Andrej Illarionov dichiara all’ucraina Gordonua.com che “le parole di Zelenskij, secondo cui la formula Steinmeier è uno “spauracchio” insignificante, testimoniano o della sua incompetenza, o dell’intenzione di nascondere alla società la resa a Putin. Status speciale per il Donbass” dice Illarionov, significa che verrà liquidato “il carattere unitario dello stato, con il passaggio alla federazione, spinto da Putin.

Lo status speciale concesso dopo il rapporto OSCE, significa poi il trasferimento della sovranità statale a un soggetto straniero, l’OSCE, infarcito di agenti speciali russi”. Quanto la missione OSCE in Donbass sia “infarcita di agenti russi”, lo possono testimoniare gli abitanti di LNR e DNR, che vedono quegli “agenti russi” ben sistemati nelle loro sedi, al riparo dei bombardamenti ucraini, per impedire i quali non fanno praticamente nulla.

“Non è trascorsa nemmeno una settimana dalle dimissioni di Volker, che già sono cominciati i cambiamenti”, ha dichiarato il direttore del portale ucraino Strana.ua, Igor Gužva, notando però come la firma apposta dal rappresentante di Kiev, l’ex Presidente Leonid Kučma, rappresenti solo “l’inizio del viaggio. Ora la Rada deve adottare la legge sulle elezioni e anche fissarne la data. Senza questo, la “formula Steinmeier” è ancora un pezzo di carta”. Ed è difficile dargli torto, avendo alle spalle cinque anni di aggressione militare e di farse parlamentari ucraine sugli accordi di Minsk.

Tant’è che il politologo russo-ucraino Vladimir Kornilov ricorda per Ukraina.ru come lo stesso Kučma avesse firmato gli accordi di Minsk del 2015, ma poi, “in tutti questi anni, i capi ucraini non hanno fatto altro che spiegare perché l’Ucraina non li avrebbe rispettati, ma che per l’inadempimento avrebbe dovuto essere punita la Russia. Lo stesso ritornello comincerà ora di nuovo”.

Così che anche il politologo Aleksej Česnakov dichiara alla Tass che “preoccupa la dichiarazione di Zelenskij, secondo cui verrà adottata una nuova legge sullo status speciale del Donbass. Ciò ricorda il modo di Porošenko di sconfessare subito le proprie azioni. Con una mano sottoscrive la formula Steinmeier, e con l’altra dichiara che non è quello status speciale, che ce ne sarà uno diverso. La stessa voglia di Porošenko di castrare il processo di Minsk”.

Nella conferenza stampa convocata a Kiev subito la firma di martedì, Zelenskij ha infatti detto che le elezioni in Donbass non si terranno finché l’Ucraina non otterrà il controllo su tutte le frontiere con la Russia e aveva specificato sibillinamente che la formula Steinmeier dovrà essere “implementata in una nuova legge sullo status speciale”. Quella attuale, infatti, ancorché mai applicata, “è valida fino al 31 dicembre. Ci sarà una nuova legge che sarà messa a punto dal Parlamento dopo una discussione nella società”, ha detto; vale a dire: coi battaglioni neonazisti all’esterno della Rada e i deputati alla Parubij al suo interno.

Per quanto riguarda i diretti interessati, DNR e LNR, Denis Pušilin e Leonid Pasečnik hanno detto congiuntamente che le Repubbliche popolari proseguiranno i colloqui di Minsk con l’obiettivo finale della completa autodeterminazione. In una corposa dichiarazione ripresa dalla Tass, i leader delle due Repubbliche popolari hanno detto che “saremo noi stessi a decidere in che lingua parlare, quale sarà la nostra economia, come sarà formato il nostro sistema giudiziario, in che modo la milizia popolare difenderà i nostri cittadini, come ci integreremo con la Russia”.

E hanno aggiunto: “esortiamo il signor Zelenskij a non dettarci condizioni. Quando dice che le elezioni nel Donbass si terranno solo quando l’Ucraina conseguirà il controllo delle frontiere, non comprende che non spetta a lui, ma a noi, decidere quando terremo le elezioni. Kiev non otterrà alcun controllo sui confini”. Inoltre, il “signor Zelenskij ha parlato di una nuova legge sullo status speciale. Molte cose non ci piacciono nella redazione attuale, in cui Porošenko ha voluto inserire clausole inaccettabili. Ma in essa ci sono anche punti importanti, che non possono esser cambiati. Eventuali modifiche dovranno essere concordate con noi. In caso contrario, le considereremo una volgare violazione degli accordi di Minsk, che per noi diverranno giuridicamente nulli”.

Con lucido sguardo, Julija Vitjazeva, su news-front.info scrive che “se il desiderio degli ucraini di fermare la guerra fosse sincero, essi si sarebbero appigliati a ogni chance. Avrebbero obbligato Porošenko a rispettare gli accordi di Minsk. Applaudirebbero ora Zelenskij per la firma della formula Steinmeier. Soprattutto, avrebbero da tempo manifestato il desiderio di lasciar andare il Donbass e salvare così la vita dei propri soldati. Se i patrioti ucraini volessero davvero la pace per il proprio paese, ora, sulla loro ottusa majdan, canterebbero di gioia e lancerebbero petardi. Ma loro non hanno bisogno della pace. Sono pronti a mandare al macello i propri e uccidere senza pietà chi si trova dall’altra parte del fronte”.

È così che, mentre a Minsk stava per esser sottoscritto il piano di Steinmeier, Zajtsevo, Luganskoe, Dokučaevsk, Leninskoe, Kominternovo, Sakhanka, il villaggio minerario di Trudovskaja erano ancora sotto il tiro di mortai, lanciagranate, mezzi blindati, mitragliatrici pesanti della 53° Brigata ucraina. E ieri reparti della 72° Brigata hanno martellato con mortai e lanciagranate Pervomajsk, nella LNR. “Formula Zelenskij”.

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30/09/2019

Il Donbass rimane sullo sfondo della lite tra Trump e Biden

Nella Repubblica popolare di Lugansk, fino a due giorni fa, la periferia stessa della capitale era sotto il fuoco ucraino: bersagliato con mitragliatrici pesanti il villaggio di Krasnyj Jar; colpi di mortaio da 82 mm su Kalinovo.

In violazione degli accordi di Minsk, blindati vengono dislocati in prossimità di centri abitati. Secondo Novorosinform, nella giornata di sabato, ancora nella LNR, le truppe di Kiev hanno ripetuto tiri di mortaio da 82 e 120 mm, lanciagranate su affusto SPG-9 e AGS-17 su Želobok, Kalinovo-Borščevatoe e Logvinovo.

Contro la Repubblica popolare di Donetsk, negli ultimi giorni, si è invece intensificata l’attività dei cecchini dell’esercito ucraino, in particolare nelle aree di Gorlovka, Golmovskij, del villaggio minerario di Gagarin, Aleksandrovka, Leninskoe, Marjinka, Zajtsevo. Il 25 settembre scorso, colpito il rione Kujbišev, alla periferia di Donetsk. Un villaggio della LNR su cui, a quanto pare, non cadranno più i colpi ucraini, è quello di Sokolniki, nel distretto di Slavjanoserbsk: semplicemente, rimasto sotto il martellamento ucraino dal 2014, gli abitanti hanno viste distrutte le proprie case e sono stati costretti a trasferirsi lontano dalla linea del fronte.

Una mano abbastanza pesante alla situazione del Donbass l’ha prestata in questi ultimi anni, tra gli altri, anche l’inviato speciale (oggi: ex) del Dipartimento di Stato per l’Ucraina Kurt Volker. Oltre al suo conosciuto appoggio all’ex presidente Petro Porošenko, alla malcelata russofobia, al tirare per le lunghe l’inconcludente “formato Volker-Surkov”, Volker rischia ora di essere accusato anche di una questione sussurrata da tempo. Di aver cioè cumulato in Ucraina, accanto agli “impegni” internazionali e alla cura per gli affari di casa Biden, anche quelli del BGR Group e del McCain Institute, padrini della Raytheon Company, produttrice dei sistemi anticarro “Javelin”. Su “raccomandazione” di Volker, Kiev avrebbe già acquistato 37 lanciatori ATGM “Javelin” e 210 dei relativi razzi.

Ma, ovviamente, l’attenzione pressoché esclusiva dei grandi media è ora concentrata sul duello elettorale tra democratici e repubblicani USA e sul ruolo di Kurt Volker: duello dietro cui la situazione delle popolazioni del Donbass fa appena da sfondo, e non sempre.

E così, ecco che, come scrive Jurij Barančik su iarex.ru, “le dimissioni di Volker sono associate al suo tradimento degli interessi degli Stati Uniti e al suo lavoro per un paese straniero”, per la proposta da lui fatta all’avvocato di Trump, Rudolph Giuliani, di incontrare il fiduciario di Vladimir Zelenskij, Andrej Ermak, la qual cosa viene considerata un tentativo di corruzione di Giuliani da parte ucraina tramite Volker.

Le dimissioni di Volker, soprattutto, aprono il sipario su una scena che tutti conoscono da anni, ma che sinora è sempre stata trattata quasi come “effetto collaterale” della questione ucraina: gli affari di casa Biden e, di conseguenza gli interessi “democratici” in terra (nel senso letterale: è ancora sul tappeto la liberalizzazione delle vendite di terre a monopoli stranieri, senza di che il FMI potrebbe chiudere la borsa) ucraina.

Soprattutto, ancora secondo Barančik, l’uscita di scena di Volker indica che a Zelenskij si è detto più o meno di cominciare a trattare con Mosca: “Trump si lava le mani del caso ucraino: questo è ora un problema dei democratici”. Sembra anche che i Presidenti di tre Commissioni del Congresso (esteri, intelligence, controllo e riforme) intendono ottenere la rimozione di altri quattro funzionari del Dipartimento di Stato in qualche modo collegati alla vicenda ucraina: l’ex ambasciatore a Kiev Mari Jovanovič, il vice assistente del Segretario di Stato George Kent, il Consigliere Ulrich Brechbuhl e l’Ambasciatore presso la UE Gordon Sonland.

Rudolph Giuliani aveva già avanzato il “sospetto” che i vertici di Kiev fossero invischiati nel riciclaggio di valuta a favore di Hunter Biden, figlio dell’ex vice Presidente USA, Joe, che, insediato nel CdA della holding del gas Burisma, avrebbe intascato 3 milioni di dollari, passati da Lettonia e Cipro, prima di finire nelle sue tasche.

Prima di Volker, a Kiev si era già dimesso il Segretario del Consiglio di sicurezza ucraino Aleksandr Daniljuk, (nei mesi scorsi aveva dichiarato che il Donbass non otterrà mai lo status speciale, previsto dagli accordi di Minsk), che quando occupava il posto di Ministro delle finanze, nel passato governo Grojsman, era stato a diretto contatto con Joe Biden, nelle frequentissime gite di questi a Kiev.

Ora, stando al Wall Street Journal, la quota maggiore dei fondi versati alla “Clinton Foundation” dal 1999 al 2014 veniva per l’appunto dall’Ucraina (10 milioni di $) e, secondo WikiLeaks, la parte del leone, con 8,6 milioni di $, l’aveva fatta l’oligarca Viktor Pinčuk: 4° miliardario d’Ucraina nella classifica Focus per il 2018.

Aveva fatto da “corriere” il deputato Sergej Leščenko, che a suo tempo aveva trasmesso ai Clinton non solo i soldi di Pinčuk, ma anche i “documenti” che costarono posto e carriera all’allora responsabile della campagna elettorale di Trump, Paul Manafort.

Non a caso, Giuliani ha fatto il nome di Leščenko tra i “nemici di Trump” a Kiev. Coinvolto nella storia anche l’ex candidato alla presidenza Mitt Romney (secondo la CNN l’unico “tra i repubblicani ad aver espresso preoccupazione per il colloquio Trump-Zelenskij) dal momento che il suo consigliere, Joseph Cofer Black, ex responsabile anti-terrorismo della CIA, faceva parte, insieme a Hunter Biden, del CdA di Burisma, in qualità di “consulente per la sicurezza e gli attacchi informatici”.

In tutta la vicenda, sembra però che qualcosa abbia da dire anche l’ex Procuratore generale (da febbraio 2015 a marzo 2016) ucraino Viktor Šokin, a suo tempo rimosso con l’intervento dell’ex ambasciatore Geoffrey Pyatt (e sostituito dall’elettrotecnico Lutsenko) proprio su pressione di Joe Biden, per le sue indagini sugli schemi corruttivi legati alla Burisma Holding.

Qualche tempo fa, Šokin aveva depositato una memoria a favore del gruppo “DF”, di proprietà del magnate Dmitrij Firtaš (sembra che le sue ricchezze vengono soprattutto dal transito del gas russo attraverso l’Ucraina) a proposito delle manovre messe in atto a fine 2015 da Petro Porošenko e Joe Biden e delle dichiarazioni del Ministro degli interni Arsen Avakov, secondo cui dagli USA sarebbe giunta una richiesta di arresto di Firtaš al suo rientro in Ucraina.

Per “convincere Porošenko alla mia destituzione” afferma Šokin, “Biden minacciò di trattenere il previsto miliardo di dollari di sussidi all’Ucraina”. La verità, dice ancora l’ex Procuratore, “è che sono stato costretto alle dimissioni a causa dell’indagine avviata sulla corruzione nella Burisma Holdings”.

Nella sostanza, scrive colonelcassad.livejoirnal, Jurij Lutsenko fu nominato proprio per mettere a tacere il caso Burisma ed è naturale che egli continui tutt’oggi a proclamare che “dal punto di vista della legge ucraina, Hunter Biden non aveva violato nulla, dato che le infrazioni nel CdA di Burisma erano avvenute due anni prima del suo arrivo”. Per Vladimir Zelenskij, continua colonelcassad, “con lo sviluppo della guerra politica interna a Washington, sarà sempre più difficile rimanere seduto su due sedie: sarà necessario fare una scelta”, ora che anche Washington pare spingerlo a trattare con Mosca; cosa prometta di portare questo al Donbass, è un altro discorso.

In ogni caso, Šokin e la sua testimonianza nel caso Burisma “sono uno degli strumenti più efficaci nelle mani di Trump per fare pressione su Biden. Pertanto, avremo occasione di vedere ancora spesso l’ex Procuratore generale, a meno che non sia colto da un “improvviso” attacco cardiaco”.

Questa è l’Ucraina: un paese ridotto a servire gli interessi strategici, politici e militari, di UE e USA e dei loro monopoli, soprattutto energetici e agro-alimentari. Un paese in cui, per il prossimo inverno, qualche regione (Odessa) decide di interrompere l’approvvigionamento di calore, col pretesto della “mancanza di domanda da parte della popolazione per i servizi centralizzati di fornitura di acqua calda e l’aumento dei prezzi dell’energia”, ma in cui qualcun altro si è riempito le tasche anche attingendo ai 15 miliardi di dollari che la UE ha erogato dal 2014 ai nazi-golpisti di Kiev: così, per dire, si parla di 50.000 dollari al mese intascati da Hunter Biden alla Burisma Holding, nonostante la sua “totale mancanza di credenziali o qualifiche”.

Un paese in cui alcuni canali televisivi (112-Ucraina, NEWSONE, NAŠ, ZIK) rischiano di perdere le licenze di trasmissione, accusati di “attività sovversive contro lo stato ucraino”, ma che qualcun altro, sfidando l’evidenza, definisce “l’unica democrazia vera del mondo post sovietico (con l’ovvia eccezione dei Baltici ormai entrati nell’UE)”. Beh, se potessero dire la loro, i morti bruciati vivi il 2 maggio 2014 alla Casa dei sindacati di Odessa da cotanta “democrazia”...

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11/08/2019

Ucraina-Donbass: a Kiev non si placano i venti di guerra

Ricorre in questi giorni il quinto anniversario della sanguinosa battaglia di Ilovajsk, forse il principale scontro – insieme a quello di Debaltsevo, nel febbraio successivo – che mise in luce la resistenza delle milizie del Donbass contro l’aggressione ucraina.

Ilovajsk rivestiva un significato strategico di prim’ordine: importante snodo ferroviario e stradale, una decina di km a sud dell’importante arteria H-21, che unisce Lugansk a Donetsk.

Il 10 agosto partì l’offensiva di Kiev, con l’attacco dei battaglioni “Donbass” e “Šakhtërsk”, ricorda Danil Bezsonov su news-front.info, dopo tre giorni di martellamento d’artiglieria contro le posizioni delle milizie. I neonazisti furono respinti a prezzo di dure perdite e il 12 agosto fu la volta dell’esercito a tentare l’offensiva, con uguali risultati.

Nuovo tentativo il 18 agosto da parte di esercito e battaglioni “Donbass”, “Dnepr-1”, “Mirotvorets”, “Ivano-Frankovsk”, “Kherson” e “Svitjaz”: questa volta le forze di Kiev riuscirono a prendere alcuni quartieri occidentali della città.

Il 19 cominciarono le battaglie strada per strada, che provocarono la distruzione di oltre la metà degli edifici civili e di numerose strutture sanitarie. Il 26 agosto, la controffensiva delle milizie portò all’accerchiamento pressoché totale delle forze di Kiev. Il 29 agosto Vladimir Putin invitò le milizie della DNR ad aprire un corridoio umanitario per consentire alle truppe ucraine di mettersi in salvo.

Secondo il comandante del battaglione “Donbass” Semën Semenčenko, le perdite ucraine, tra morti e feriti, superarono i mille uomini; le milizie entrarono in possesso di un’enorme quantità di armi leggere e pesanti, e di mezzi blindati abbandonati dagli avversari.

Nel rapporto parlamentare sulla disfatta di Ilovajsk, la responsabilità veniva fatta ricadere sul ministro della difesa Valerij Gheletej (oggi comodamente a riposo, si dice, nella propria tenuta londinese, del valore di circa 25 milioni di sterline), sul Capo di stato maggiore Viktor Muženko e sul Capo dello staff della “Operazione anti-terrorismo” Viktor Nazarov, il quale ultimo parlò successivamente anche di migliaia di diserzioni durante la battaglia.

Secondo gli osservatori, la battaglia di Ilovajsk sgretolò ogni fiducia tra truppe regolari (in massima parte personale di leva e a ferma breve) e battaglioni neonazisti.

In questi cinque anni in Donbass non si cessa di contare le vittime, civili e militari. Si contano anche in questi ultimissimi giorni, a dispetto dell’ennesimo cessate il fuoco proclamato il 21 luglio. Venerdì scorso, sotto il fuoco ucraino, erano rimasti uccisi un civile e due miliziani della DNR; feriti altri 6 miliziani.

Quella che ha suscitato più di un interrogativo è stata la morte martedì scorso, in trincea, nell’area di Pavlopol, una quarantina di km a nordest di Mariupol, di quattro fanti di marina ucraini, a quanto pare colpiti da una granata: non è affatto chiaro sparata da chi e con quale arma. Kiev ha ovviamente incolpato le milizie; queste ultime, parlano di scoppio di un ordigno durante lo stivaggio di mine antiuomo e affermano che, in ogni caso, l’incidente si è verificato lontano dalla linea di contatto, al di là del raggio di portata delle loro armi.

Su odnarodyna.org, si arriva a ipotizzare una mossa del nuovo Presidente Vladimir Zelenskij – dopo le infruttuose telefonate a Putin e Macron per la convocazione del “formato normanno”: Francia, Germania, Russia, Ucraina – o contro di lui, da parte del “partito della guerra” ucraino.

D’altronde, il 7 agosto, la ricognizione della DNR aveva rilevato una notevole attivizzazione delle forze ucraine nell’area di Mariupol, con l’arrivo verso le posizioni avanzate di unità della riserva delle 35° e 36° Brigate della fanteria di marina e di artiglierie da 152 e 122 mm. Messo in allarme a Mariupol anche il reggimento “Azov”; accresciuta la ricognizione aerea di droni lungo la linea di contatto.

Il giorno precedente, Zelenskij aveva esonerato, dopo appena tre mesi dalla nomina, il Capo delle operazioni in Donbass, il generale Aleksandr Syrskij, sostituendolo col generale Vladimir Kravčenko. A differenza di Syrskij, nota sarcasticamente ritmeurasia.org, resosi famoso per la catastrofe nella sacca di Debaltsevo del febbraio 2015, il successore non ha la reputazione di “grande kotlovodets”: gioco di parole difficilmente traducibile, coniato con “polkovodets” (condottiero) e “kotël” (sacca o accerchiamento).

Ma, in ogni caso, a Lugansk constatano che la sua nomina contraddice le promesse di pace di Zelenskij: considerata l’intera biografia di Kravčenko, la sua “ardente russofobia”, le dichiarazioni sulla “vittoria contro i moskaly” e la sua direzione delle operazioni, senza mai esser stato in prima linea, nella LNR se ne conclude che “fattore principale per la sua nomina sia l’odio nei confronti del popolo russo, e non certo l’esperienza di guerra, che non possiede. Purtroppo, Kiev ha ancora bisogno di un castigatore a questa carica, e non di un operatore di pace”.

Non a caso, nella cerchia di Vladimir Zelenskij non si escludono piani bellicosi. Il suo consigliere militare, Ivan Aparšin (che qualcuno dà come probabile prossimo ministro della difesa) giudica “verosimile un conflitto con la Russia a breve termine”.

Il politologo Aleksandr Šatilov ha dichiarato a Novorosinform che, sebbene dal cessate il fuoco del 21 luglio l’intensità dei bombardamenti ucraini sia diminuita, è però difficile definire le mosse di Zelenskij come volte a instaurare un dialogo con le Repubbliche popolari: sempre più spesso si sentono dichiarazioni del suo entourage sulla “necessità di riprendersi il Donbass” con la forza. Nessun discorso sul dialogo diretto con LNR e DNR”, previsto invece dagli accordi di Minsk.

Šatilov parla di “duplicità rispetto a Donbass e Russia” da parte della cerchia di Zelenskij: da un lato, “sembrerebbero esserci degli impulsi di pace positivi; dall’altro, non si vogliono attuare gli accordi di Minsk, né stabilire relazioni costruttive con la Russia, e nemmeno rifiutare il precedente corso di Porošenko”, la cui politica anti-russa, d’altra parte, era quantomeno chiara e netta.

Šatilov mette in guardia dalle false “iniziative di pace” con cui si cerca di “addormentare la vigilanza della popolazione”, mentre è del tutto possibile che, di punto in bianco, “le truppe ucraine passino all’offensiva. Non a caso, l’establishment ucraino ricorda l’esperienza della Krajina serba”, allorché, come ricorda Novorosinform, nell’agosto 1995, le truppe di Croazia e Bosnia-Erzegovina liquidarono le Repubbliche di Krajina serba e della Bosnia occidentale, in una delle più grandi pulizie etniche d’Europa”.

Suonano dunque più che aggressive le dichiarazioni rilasciate, immediatamente dopo la morte dei quattro fanti di marina a Pavlopol, dal rappresentante ucraino al Gruppo di contatto a Minsk, Roman Bessmertnyj, che ha senz’altro incolpato del fatto le milizie, ha minacciato l’abbandono dei colloqui, “fino a che non si riunirà il formato normanno” e ha proposto di iniziare a colpire obiettivi predeterminati, oltre a “interrompere le forniture di acqua, elettricità, merci al territorio di L-DNR”.

Interessante l’analisi di colonelcassad, che ricorda come Vladimir Zelenskij fosse andato alle elezioni presidenziali con lo slogan “raggiungeremo la pace in Donbass”, mentre invece l’elenco delle perdite umane che si allunga ogni giorno testimonia come “le sue promesse siano sospese in aria, proprio come con Porošenko, allorquando, sullo sfondo di una vuota retorica su Minsk e “formato normanno”, si avevano continui rapporti su bombardamenti e perdite”.

Di fatto, sembra di intravedere un “forte desiderio di incolpare Russia, LNR e DNR per il fallimento delle “iniziative di pace”, e allargare le braccia come per dire “ho fatto tutto quel che potevo; io volevo la pace, ma quel malvagio di Putin non la vuole”.

Il politologo russo Sergej Markov ha dichiarato che Washington sta “spingendo Zelenskij sulla stessa strada di Petro Porošenko”: se non comincerà ad adempiere quanto previsto dagli accordi di Minsk, “approvati dall’Unione europea, allora, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, che esige l’assicurazione dei diritti umani e la protezione della vita delle persone”, si sarà costretti ad “avviare il processo di riconoscimento giuridico di L-DNR” e, dopo, verrà la firma “di un accordo militare sull’assistenza reciproca”. Dunque, ammonisce Markov, se “Vladimir Zelensky desidera un tale sviluppo degli eventi, allora deve tenere al suo posto quel provocatore di Bessmertnyj e mantenere il suo criminale di guerra Avakov” al Ministero degli interni.

Più che un “Servo del popolo”, il partito del nuovo Presidente ucraino sembra un valletto di Washington.

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06/08/2019

L’Ucraina verso la catastrofe demografica: ma a chi importa?

L’ennesimo cessate il fuoco in Donbass era scattato, formalmente, alla mezzanotte dello scorso 21 luglio, per essere violato appena dodici ore dopo dalle truppe ucraine, che avevano colpito Novaja Tavrja, Vasilevka, Verkhnetoretskoe, nella Repubblica popolare di Donetsk e Pervomajsk, nella LNR, provocando nuovi lutti e distruzioni tra la popolazione civile.

In questo periodo, poco o nulla è cambiato: due giorni fa, la 54° Brigata meccanizzata ucraina ha aperto il fuoco contro le posizioni delle milizie della LNR nell’area del villaggio di Zolotoe-5, una settantina di km a nordovest di Lugansk. Il 4 agosto il reggimento neonazista “Azov” ha ripetutamente bersagliato l’area di Gorlovka, a nordest di Donetsk: colpito con tiri di mortai da 82 mm il villaggio di Dolomitnoe.

Intanto, il tuttora ministro degli esteri ucraino, Pavel Klimkin, lancia l’allarme su una futura “emigrazione in massa” degli ucraini: almeno la metà della popolazione avrebbe intenzione di lasciare il paese. Ne dà notizia la russa RT, che sottolinea come il prossimo censimento (non viene effettuato dal 2001: allora l’Ucraina contava 48,5 milioni di abitanti) potrebbe rivelare una vera e propria “catastrofe demografica” per Kiev.

Secondo Klimkin, che un anno fa parlava di un deflusso di 100.000 presone ogni mese, già oggi vivono all’estero qualcosa come 20-21 milioni di ucraini; il sito Fokus calcola che non più di 25-30 milioni siano quelli ancora in patria, mentre il canale NEWSONE, sulla base dei consumi di beni di prima necessità, li valuta a non più di 25 milioni. Questo, nonostante il Servizio statale di statistica valuti il numero di abitanti in 42,03 milioni.

Le mete più ambite per l’emigrazione sarebbero Polonia (46%; secondo Bloomberg, vi lavorano oggi, per lo più non legalmente, almeno 1,5 milioni di ucraini), Germania (30%) e Repubblica Ceca (25%; secondo Radio Praga, l’80% di immigrati illegali nel paese sarebbe costituito da ucraini).

Causa prima della fuga: chiusura di un’impresa dietro l’altra, pauroso deficit di quadri qualificati, globale dipendenza dai capitali esteri; tutto ciò arresta qualsiasi sviluppo del paese e costringe le persone a cercare lavoro e residenza stabile all’estero. Se a ciò si aggiungono l’alta mortalità, “grazie” anche alle imposizioni di FMI e Banca Mondiale, e la sempre più bassa natalità, i risultati non possono essere diversi. Secondo The World Factbook della CIA, nel 2018, la crescita della popolazione ucraina è stata dello 0,4%, che pone il Paese al 187° posto mondiale; il tasso di natalità di 10,1 per mille abitanti (190° posto) e quello di mortalità 14,3 per mille: 6° posto mondiale.

Il vice Ministro alle politiche sociali, Olga Krentovskaja, già un anno fa lanciava l’allarme per la “minaccia alla sicurezza economica dello stato”, causata dal forte deflusso di popolazione in età lavorativa. La qualcosa, però, non impensierisce l’ex vice Presidente USA e attuale candidato alle prossime presidenziali Joe Biden, il quale ha già dichiarato che, in caso di elezione alla Casa Bianca, farà dell’Ucraina la priorità della politica estera USA: aumento delle forniture militari e degli “aiuti” finanziari alle forze armate di Kiev, in modo da garantire “condizioni sicure” per gli investimenti delle compagnie occidentali, soprattutto nei settori che permettono di “elevare l’indipendenza energetica dalla Russia”.

Tradotto: ancora maggiori affari per sé e suo figlio Hunter, che siede tuttora nel Consiglio d’amministrazione della Burisma Holdings di estrazione del gas.

Meno problemi con l’emigrazione, a quanto sembra, li avrebbero i circa 300.000 ucraini della Transcarpazia, già in possesso di passaporto ungherese: loro, possono tranquillamente andare e venire in ogni Paese UE.

Chi invece se ne infischia proprio della sorte dei milioni di ucraini, in patria o all’estero, è ad esempio l’ex presidente golpista Petro Porošenko che, pur colpito da ben 12 procedimenti penali, pare si trovi comodamente rintanato nella sua villa fuori Londra, lui che può disporre a piacimento di cinque diversi passaporti (fonte, il canale TV “Razvedčik”, “L’esploratore”), con cinque nomi diversi, accumulati con preveggente cautela tra il 1996 e il 2014.

A Londra, gli fanno compagnia, tra gli altri, l’ex ministro della difesa Valerij Gheletej (avrebbe una tenuta del valore di circa 25 milioni di sterline) e l’ex presidente della Banca centrale Valerija Gontareva.

Destinazione al momento sconosciuta, invece, da ieri, per un’altra figura di spicco della “sapienza” golpista ucraina: l’ex peso massimo di boxe (se ne vedono gli effetti a ogni uscita televisiva: potrebbe dare lezioni di grammatica e sintassi all’ex ministra Valeria Fedeli!) e dal 2014 Sindaco di Kiev, Vitalij Kličkò, anche lui convocato dagli inquirenti lo scorso 26 luglio per possibili irregolarità in affari edilizi nella capitale.

Un affare (chi lo avrebbe detto!), fare il sindaco a Kiev se, come denunciato dal capo dell’amministrazione presidenziale Andrej Bogdanov, Kličkò gli avrebbe offerto 20 milioni di dollari per esser lasciato al proprio posto di capo dell’Amministrazione cittadina, in vista del generale repulisti annunciato dal nuovo Presidente Vladimir Zelenskij. In base alla legislazione ucraina, infatti, Kličkò ha potuto sinora riunire nella stessa figura – la sua – le funzioni di Sindaco, eletto dalla cittadinanza, e di capo dell’Amministrazione cittadina, nominato dal Presidente.

“È bello essere Sindaco”, potrebbe sospirare oggi Mel Brooks, aggiornando la sua pazza storia del mondo.

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23/07/2019

Ucraina: un “Servo del popolo” dal cinema alla conquista della Rada

Vittoria schiacciante del partito di Vladimir Zelenskij, “Servo del popolo”, alle elezioni di domenica scorsa per il rinnovo della Rada ucraina, sciolta dal nuovo presidente ucraino immediatamente dopo l’entrata in carica, lo scorso 20 maggio, col pretesto del basso (4%, secondo i sondaggi) “gradimento” tra la gente; in realtà, per garantirsi una maggioranza parlamentare, dato che il suo partito, nato esclusivamente in vista delle elezioni presidenziali, non era presente alla Rada.

Rada in cui 225 deputati vengono eletti per liste di partito (24 partiti in lizza), 199 nei collegi uninominali (41 formazioni hanno presentato un solo candidato da eleggersi col maggioritario), per un totale di 424 e non più 450, come stabilito dalla Costituzione, dato che, per la riunificazione della Crimea alla Russia e il conflitto in Donbas, ci sono 26 circoscrizioni in meno.

Stamani, a scrutini completati per il 90%, “Servo del popolo” confermava pienamente le previsioni della vigilia, attestandosi oltre il 43% dei consensi per liste di partito e ottenendo la maggioranza in 126 collegi uninominali su 199. Superano la soglia del 5% altri quattro partiti: “Piattaforma d’opposizione”, di Jurij Bojko, Viktor Medvedčuk e Vadim Rabinovič (12,94%); “Solidarietà europea”, dell’ex Presidente Petro Porošenko e “Patria”, di Julija Timošenko (entrambi 8,10%) e “La voce”, del cantante Svjatoslav (5,92%). Secondo le dichiarazioni di Porošenko, anzi, la sua formazione potrebbe allearsi proprio con quella del cantante, considerata da Petro “la più vicina idealmente”, con una comune “piattaforma europea ed euro-atlantica”.

Anche “Servo del popolo” sembra però non disdegnare una possibile alleanza con “La voce”, pur se potrebbe aspirare a un governo “monocolore”, superando (a quanto pare) abbastanza agevolmente la soglia richiesta dei 225 seggi. Zelenskij, anzi, non esclude la possibilità di vedere Svjatoslav Vakarčuk addirittura al posto di Primo ministro: un comico e un cantante, per alleggerire al popolo ucraino le imposizioni del FMI e asfaltare la dolorosa e costosa strada verso UE e NATO: una strada che Zelenskij, al pari di Porošenko, è tutt’altro che intenzionato a mettere in discussione.

Come ricorda l’esponente dei sindacati di Lugansk, Andrej Kočetov, “prima di partecipare alle elezioni presidenziali, Zelenskij era un comico molto popolare, uno degli organizzatori dello spettacolo “Quartiere 95” (tra parentesi: in lingua russa; dato che il cinema ucraino è praticamente morto, tutti i film sono girati con soldi russi, compresi film e spettacoli di Zelenskij) e molti elettori, probabilmente memori del film “Servo del popolo“, in cui egli interpreta un Presidente in guerra coi deputati-oligarchi, possono essere stati influenzati nel voto.

Tra avversione a Porošenko e desiderio di vedere nel vero Presidente Zelenskij l’eroe del film, che combatte i clan oligarchici al potere, il passo probabilmente è stato breve. Come che sia, appena salito al vertice del potere, sin dai primi giorni Zelenskij si è trovato di fronte a una chiara resistenza della Rada“ continua Kočetov, “che rifiutava di destituire il Procuratore generale Juriij Lutsenko e il Ministro degli esteri Pavel Klimkin. Ora gli elettori sembrano avergli dato ragione, anche nonostante una bassissima affluenza (49,84%: 14,7 milioni sui 29,2 aventi diritto) e decine di casi di violazioni procedurali“.

Ma, a testimonianza di come il partito dell’ex primo golpista d’Ucraina, nonostante il rilevante distacco dalla formazione di Zelenskij, riscuota tuttora il favore degli ucraini che non assaggiano quotidianamente le delizie del patrio “europeismo”, nei seggi esteri il suo “Solidarietà europea” sopravanza di oltre un punto percentuale “Servo del popolo”: 29,55% contro 28,13%, con “La voce” a 19,67%.

Non è comunque il caso di dimenticare come, oltre alla proibizione di partecipare al voto con una propria lista imposta al PC ucraino, circa dieci milioni di ucraini siano stati lasciati fuori dalle elezioni: si parla di circa tre milioni di persone residenti in Russia (qui, non sono stati allestiti seggi), più o meno altrettanti residenti in Donbass; 1,5 milioni circa in Crimea e un altro paio di milioni in Polonia.

Da notare, come in alcune circoscrizioni delle regioni di Lugansk e Donetsk (s’intende, la parte sotto controllo ucraino) “Piattaforma d’opposizione” abbia raggiunto punte del 53-55%: ha giocato a favore il fatto di esser stata rappresentata come “filo-russa”, nonostante nella lista figurasse un personaggio quale Ilja Kiva, leader della “Unione dei veterani del Donbass” di Poltava ed ex ras locale di “Pravyj Sektor”, che ora sostiene di “non considerare più nemici gli abitanti del Donbass”. “Piattaforma” in testa anche in alcune circoscrizioni della regione di Odessa, ma con percentuali inferiori al 40%. In tutti gli altri collegi primeggia “Servo del popolo”, a eccezione di 5-6 (su 12) della regione di L’vov, che vedono in testa “La voce”.

Chi invece, nel Donbass occupato, più esattamente nel collegio uninominale 51, nella parte di Zajtsevo controllata da Kiev, ha avuto quanto si meritava (otto voti otto) è stata l’ex Jeanne d’Arc del battaglione “Ajdar” ed ex deputata Nadežda Savčenko. Pressoché scomparsi – ma, forse, solo sul piano elettorale – i majdanisti che si erano radunati nel cartello “Svoboda” di Oleg Tjaghnibok, che riuniva nazionalisti e neonazisti seguaci di Andrej Biletskij, Andrej Tarasenko, Dmitro Jaroš, Stepan Bratsjun e altri simili galantuomini. Si dice che in buona parte abbiano optato per il voto al partito di Porošenko e che, per altro verso, l’élité di potere cerchi ormai di liberarsi della loro immagine violenta. Non è chiaro, però, cosa essi stessi intendano intraprendere nel prossimo futuro nelle piazze ucraine, oltre a continuare a terrorizzare il Donbass.

In ogni caso, “è ancora difficile dire quanto sarà produttiva la nuova Rada“ osserva ancora Kočetov, “ma si deve riconoscere che si tratta di una chiara vittoria politica per Vladimir Zelenskij. E questo ovviamente gli renderà la vita più facile come Capo di stato; rimane da attendere ancora un po’, per capire se il nuovo Presidente ucraino manterrà le promesse elettorali“.

Sin dall’insediamento, è detto in una nota del PC della DNR, Zelenskij ha definito quali “priorità, il cessate il fuoco nell’est del Paese e lo scioglimento anticipato della Rada“. Il secondo punto è stato immediatamente attuato e “le speranze di pace si sono rinvigorite in larga parte dei cittadini delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk“. Purtroppo, “nei due mesi di governo, il nuovo Presidente non ha dato l’ordine di cessate il fuoco, e i bombardamenti da parte delle truppe ucraine si sono anzi di molto intensificati. Inoltre, come per il passato, Kiev non intende condurre colloqui di pace diretti con DNR e LNR“.

Secondo il Ministero degli esteri russo, la vittoria schiacciante della formazione di Zelenskij “testimonia di come il popolo ucraino sia stanco della politica di terrore, condotta dal precedente potere. Si possono definire queste come “elezioni della speranza. Contiamo che il credito di fiducia accordato al Parlamento dal popolo ucraino, venga speso in modo saggio a fini pacifici e a beneficio della popolazione dell’intero paese. La valutazione delle nuove autorità ucraine si farà sulla base delle loro azioni pratiche”.

Tra queste, si segnalano: al pari di Porošenko, Zelenskij conferma l’ucraino quale unica lingua di stato; tace sulla strage di Odessa del 2 maggio 2014; rifiuta colloqui diretti con le Repubbliche popolari; dopo che, formalmente, l’ennesimo cessate il fuoco in Donbass era scattato alla mezzanotte di sabato, alle 12 di domenica era già stato prontamente violato dalle truppe di Kiev, sia nei confronti della DNR (bersagliate Novaja Tavrja, Vasilevka, Verkhnetoretskoe), che della LNR (nuovamente colpita Pervomajsk, dove il giorno precedente si erano avuti un morto e sette feriti civili). E, di sfuggita, ricordiamo anche come, lo scorso aprile, in vista delle presidenziali, il consigliere di Zelenskij per le questioni della difesa, Ivan Aparšin, avesse solleticato i voti delle forze armate, garantendo altri cinque anni di guerra in Donbass, con stipendi raddoppiati.

Tanto per non dimenticarsi di nulla.

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08/07/2019

Donbass: Zelenskij gioca alla “pace” continuando la guerra

Qualche giorno fa, in corrispondenza con l’ennesima seduta del Gruppo di contatto a Minsk, il nuovo capo del Servizio di sicurezza e difesa ucraino, Aleksandr Daniljuk aveva dichiarato che Kiev è intenzionata a risolvere il conflitto in Donbass, sulla base della piena attuazione degli accordi di Minsk. Ovviamente, l’obiettivo è quello, oggi come ieri, del reintegro del Donbass nella compagine ucraina. Secondo Daniljuk, sarebbe stata realizzata una parte delle condizioni previste dal “Minsk 2”: status speciale per il Donbass e amnistia per i combattenti; il tutto, però, dovrebbe passare per l’introduzione di un contingente di pace ONU (sulla cui composizione, già in passato erano sorte polemiche) e sul completo disarmo delle milizie. Sorvolando sul fatto che lo status speciale, secondo “Minsk 2”, dovrebbe essere formalizzato nella Costituzione, non sembra che sinora sia cambiato molto per il Donbass: come prima delle elezioni presidenziali, come dopo lo scioglimento della Rada, come in questo periodo di campagna elettorale per le elezioni parlamentari, i bombardamenti ucraini continuano quotidiani.

Solo negli ultimi due giorni, artiglierie da 152 mm, mortai da 120 mm e proiettili incendiari hanno bersagliato, sulla direttrice di Gorlovka: Zajtsevo-juzhnoe, Dolomitnoe, Vasilevka, Golmovskoj; sulla direttrice di Donetsk: Jasinovataja, Aleksandrovka, Mineralnoe e l’area dell’aeroporto di Donetsk; sulla direttrice di Mariupol: Kominternovo, Leninskoe e Sakhanka.

In contemporanea, era stato registrato l’arretramento delle forze (sia delle truppe ucraine, sia delle milizie della LNR) nell’area di Stanitsa Luganskaja, un passo giudicato comunque insufficiente dall’ex Ministro della difesa della DNR, Igor Ghirkin “Strelkov”, che ha sottolineato come i combattimenti proseguano in vari punti della linea di separazione e come, di fatto, le forze ucraine si siano ritirate solo di mezzo chilometro, abbandonando una piccola porzione della cosiddetta “zona grigia”, da essi precedentemente occupata. Lo stesso Ministro degli esteri della LNR, Vladislav Dejnego, ha osservato che il passo ucraino, in base agli accordi tra Ucraina, LNR, DNR, Russia e OSCE, era atteso “dal 2016, sabotato da Kiev per ben 81 volte” e che, in ogni caso, lo stesso deve ancora avvenire “per le aree di Zolotogo e di Petrovskoe”, quest’ultima nella DNR.

In effetti, nemmeno dopo il ritiro nell’area di Stanitsa Luganskaja, la situazione generale è mutata: la ricognizione della LNR ha rilevato due complessi di lanciarazzi multipli “Uragan” nella zona di Katerinovka, tre trasporti truppe (BMP-1) a Popasnaja, un cannone antiaereo e tre BMP-1 in mezzo a edifici residenziali a Mironovskij, oltre a un obice “Acacia”.

Kiev vorrebbe attuare un tale “ritiro”, alla sua maniera, anche nell’area di Mariupol: rimanere sulle proprie posizioni e far ritirare le milizie della DNR fino al confine russo. E’ forse a questo scopo che nei giorni scorsi il nuovo Presidente golpista, Vladimir Zelenski, è stato in visita ufficiale in Canada (vi risiede dal XIX secolo una consistente comunità ucraina), dal cui governo ha ottenuto nuove forniture di armi e attrezzature. E i risultati non mancano: il comando delle milizie della DNR ha comunicato che, nei passati sette giorni, sette miliziani sono rimasti uccisi e altri sei feriti, insieme a un civile. E anche l’ex capo del neonazista “Pravyj Sektor”, nonché deputato della Rada e attuale ras del cosiddetto Esercito Volontario Ucraino, Dmitro Jarosh, si è vantato su feisbuc che le sue bande, nell’ultima settimana di giugno, avrebbero “liquidato due posizioni nemiche”, uccidendo quattro miliziani della DNR e facendo un prigioniero. Di fatto, osserva topwar.ru, le bande di Jarosh avrebbero colpito e danneggiato tre abitazioni civili, dichiarando poi che, al loro interno, “si trovavano dei nemici”: una chiara dimostrazione di come tali formazioni rimangano tuttora fuori del controllo di Kiev, a dispetto delle affermazioni sul rispetto degli accordi di Minsk.

Ancora lo scorso 2 luglio, sotto i colpi ucraini erano andate a fuoco alcune case a Zajtsevo e forze di Kiev sparavano con armi leggere per impedire agli abitanti di spegnere l’incendio. Lo stesso giorno, nel villaggio di Aleksandrovka, nella parte occidentale di Donetsk, un civile era rimasto gravemente ferito da schegge di mortaio da 120 mm; artiglierie da 155 mm avevano colpito i villaggi di Kominternovo, Leninskoe, Patrioticeskoe, nel sud della DNR. Lo scorso 4 luglio, un gruppo di osservatori OSCE è finito sotto i tiri di mitragliatrici pesanti ucraine nell’area del teorico, quanto fantomatico, arretramento delle forze, non lontano da Lugansk. La scorsa settimana, ancora i delegati OSCE avevano comunicato che un loro drone di osservazione era stato abbattuto da reparti ucraini, nell’area di competenza della 54° Brigata meccanizzata.

E’ così che il Ministro degli esteri e difesa della DNR, Natalja Nikonorova ha dichiarato che alla riunione del sottogruppo sulle questioni politiche a Minsk, la Repubblica popolare di Donetsk ha ancora una volta presentato argomenti a favore “dell’attuazione della formula Steinmeier, senza cui è impossibile ottenere risultati a lungo termine”. Tale formula, proposta nel 2016 dall’ex Ministro degli esteri e attuale Presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, prevede l’inserimento formale nella Costituzione ucraina dello status speciale del Donbass.

Ma, quanto molte delle dichiarazioni della nuova “squadra” presidenziale ucraina si distanzino dalle sue azioni, lo indica anche il fatto dell’immediata smentita della pur semplice dichiarazione dell’addetto presidenziale, Andrej Bogdan, a proposito dello status regionale da attribuire alla lingua russa: a livello ufficiale, si è prontamente detto che essa, come per il passato, non è considerata quale “lingua di stato” a fianco di quella ucraina.

Sul fronte “politico” interno alle Repubbliche popolari, sembrano manifestarsi alcuni momenti problematici. Gorlovka.today riporta le dichiarazioni dell’ex consigliere di Aleksandr Zakharčenko, Alexandr Kazakov, secondo il quale, dopo l’assassinio di Zakharčenko, tutte le principali imprese industriali della DNR hanno iniziato a passare sotto il controllo dell’oligarca ucraino Sergej Kurčenko, ora riparato in Russia e a suo tempo definito “il portafogli di Viktor Janukovič”. Secondo Kazakov, il “nuovo” rappresentante ucraino ai colloqui di Minsk, l’ex Presidente Leonid Kučma, avrebbe posto quale condizione per eliminare il blocco del Donbass il ritorno delle imprese della DNR sotto il controllo degli oligarchi ucraini. Così che sarà la volta di “Akhmetov, Taruta, Kolomojskij, Novinskij” ha detto; il fatto è che queste “imprese metallurgiche, coke-chimiche, di carbone, flux-dolomite, ecc”, sono controllate dalla Vneštorgservis, cioè Kurčenko, “strettamente legato alle strutture di potere russe”. E dunque mi domando, continua Kazakov, “Kurčenko acconsentirà a che Akhmetov e gli altri gli sottraggano tali bocconcini dell’economia della DNR? E se no, allora Kiev chi accuserà della non capacità di negoziare? E la DNR sarà d’accordo a che profitti e tasse dalle maggiori imprese sul suo territorio finiscano nelle tasche degli oligarchi e del bilancio ucraini? D’altronde, lo stesso Vneštorgservis non paga tasse al bilancio della DNR”.

Non molto diverse, purtroppo, anche le considerazioni dell’ex speaker del Parlamento di Donetsk, Andrej Purghìn, che tratta di problemi più legati alla sfera sociale e alla vita quotidiana nella Repubblica e di alcuni aspetti non proprio positivi ai vertici politici, processi di degrado che danneggiano l’economia, corruzione, concussione, ecc.

Intrecciato con tali aspetti, e sicuramente dovuto alla nuova situazione interna ucraina, ma soprattutto alla brama di salvaguardare i propri investimenti in Russia, l’atteggiamento di alcuni di quegli oligarchi. L’ex governatore della regione di Dnepropetrovsk, sponsor di “Pravyj Sektor” e, si dice del nuovo Presidente Vladimir Zelenskij, il magnate Igor Kolomojskij ha improvvisamente contraddetto la consueta affermazione di Kiev, di una “aggressione russa” e ha invece definito la guerra in Donbass un “conflitto civile interno, non ispirato da nessuno, da nessuna Russia e che si stava preparando da 20 anni”. Nelle Repubbliche popolari, ha detto Kolomojskij, “ci sono molti militari russi, in congedo temporaneo o missione volontaria: essi adempiono a un dovere internazionale. E’ una cosa normale e non se ne deve fare una catastrofe. Gli USA riforniscono l’Ucraina di attrezzature e armi per il conflitto nel Donbass, perché è vantaggioso per l’America mantenere le sanzioni contro la Russia”.

Così che qualcuno comincia a domandarsi se sia Zelenskij a esser sponsorizzato da Kolomojskij, o viceversa; oppure, per riappropriarsi dei profitti dal Donbass e non perdere quelli dalla Russia, mentre si gioca alla “pace” continuando la guerra, insieme abbiano imbastito il vecchio gioco del buono e del cattivo, una parte che tocca alternativamente ora all’uno, ora all’altro. Rimangono i bombardamenti quotidiani: il brutto che tocca esclusivamente al popolo del Donbass.

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