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martedì 23 luglio 2019

Ucraina: un “Servo del popolo” dal cinema alla conquista della Rada

Vittoria schiacciante del partito di Vladimir Zelenskij, “Servo del popolo”, alle elezioni di domenica scorsa per il rinnovo della Rada ucraina, sciolta dal nuovo presidente ucraino immediatamente dopo l’entrata in carica, lo scorso 20 maggio, col pretesto del basso (4%, secondo i sondaggi) “gradimento” tra la gente; in realtà, per garantirsi una maggioranza parlamentare, dato che il suo partito, nato esclusivamente in vista delle elezioni presidenziali, non era presente alla Rada.

Rada in cui 225 deputati vengono eletti per liste di partito (24 partiti in lizza), 199 nei collegi uninominali (41 formazioni hanno presentato un solo candidato da eleggersi col maggioritario), per un totale di 424 e non più 450, come stabilito dalla Costituzione, dato che, per la riunificazione della Crimea alla Russia e il conflitto in Donbas, ci sono 26 circoscrizioni in meno.

Stamani, a scrutini completati per il 90%, “Servo del popolo” confermava pienamente le previsioni della vigilia, attestandosi oltre il 43% dei consensi per liste di partito e ottenendo la maggioranza in 126 collegi uninominali su 199. Superano la soglia del 5% altri quattro partiti: “Piattaforma d’opposizione”, di Jurij Bojko, Viktor Medvedčuk e Vadim Rabinovič (12,94%); “Solidarietà europea”, dell’ex Presidente Petro Porošenko e “Patria”, di Julija Timošenko (entrambi 8,10%) e “La voce”, del cantante Svjatoslav (5,92%). Secondo le dichiarazioni di Porošenko, anzi, la sua formazione potrebbe allearsi proprio con quella del cantante, considerata da Petro “la più vicina idealmente”, con una comune “piattaforma europea ed euro-atlantica”.

Anche “Servo del popolo” sembra però non disdegnare una possibile alleanza con “La voce”, pur se potrebbe aspirare a un governo “monocolore”, superando (a quanto pare) abbastanza agevolmente la soglia richiesta dei 225 seggi. Zelenskij, anzi, non esclude la possibilità di vedere Svjatoslav Vakarčuk addirittura al posto di Primo ministro: un comico e un cantante, per alleggerire al popolo ucraino le imposizioni del FMI e asfaltare la dolorosa e costosa strada verso UE e NATO: una strada che Zelenskij, al pari di Porošenko, è tutt’altro che intenzionato a mettere in discussione.

Come ricorda l’esponente dei sindacati di Lugansk, Andrej Kočetov, “prima di partecipare alle elezioni presidenziali, Zelenskij era un comico molto popolare, uno degli organizzatori dello spettacolo “Quartiere 95” (tra parentesi: in lingua russa; dato che il cinema ucraino è praticamente morto, tutti i film sono girati con soldi russi, compresi film e spettacoli di Zelenskij) e molti elettori, probabilmente memori del film “Servo del popolo“, in cui egli interpreta un Presidente in guerra coi deputati-oligarchi, possono essere stati influenzati nel voto.

Tra avversione a Porošenko e desiderio di vedere nel vero Presidente Zelenskij l’eroe del film, che combatte i clan oligarchici al potere, il passo probabilmente è stato breve. Come che sia, appena salito al vertice del potere, sin dai primi giorni Zelenskij si è trovato di fronte a una chiara resistenza della Rada“ continua Kočetov, “che rifiutava di destituire il Procuratore generale Juriij Lutsenko e il Ministro degli esteri Pavel Klimkin. Ora gli elettori sembrano avergli dato ragione, anche nonostante una bassissima affluenza (49,84%: 14,7 milioni sui 29,2 aventi diritto) e decine di casi di violazioni procedurali“.

Ma, a testimonianza di come il partito dell’ex primo golpista d’Ucraina, nonostante il rilevante distacco dalla formazione di Zelenskij, riscuota tuttora il favore degli ucraini che non assaggiano quotidianamente le delizie del patrio “europeismo”, nei seggi esteri il suo “Solidarietà europea” sopravanza di oltre un punto percentuale “Servo del popolo”: 29,55% contro 28,13%, con “La voce” a 19,67%.

Non è comunque il caso di dimenticare come, oltre alla proibizione di partecipare al voto con una propria lista imposta al PC ucraino, circa dieci milioni di ucraini siano stati lasciati fuori dalle elezioni: si parla di circa tre milioni di persone residenti in Russia (qui, non sono stati allestiti seggi), più o meno altrettanti residenti in Donbass; 1,5 milioni circa in Crimea e un altro paio di milioni in Polonia.

Da notare, come in alcune circoscrizioni delle regioni di Lugansk e Donetsk (s’intende, la parte sotto controllo ucraino) “Piattaforma d’opposizione” abbia raggiunto punte del 53-55%: ha giocato a favore il fatto di esser stata rappresentata come “filo-russa”, nonostante nella lista figurasse un personaggio quale Ilja Kiva, leader della “Unione dei veterani del Donbass” di Poltava ed ex ras locale di “Pravyj Sektor”, che ora sostiene di “non considerare più nemici gli abitanti del Donbass”. “Piattaforma” in testa anche in alcune circoscrizioni della regione di Odessa, ma con percentuali inferiori al 40%. In tutti gli altri collegi primeggia “Servo del popolo”, a eccezione di 5-6 (su 12) della regione di L’vov, che vedono in testa “La voce”.

Chi invece, nel Donbass occupato, più esattamente nel collegio uninominale 51, nella parte di Zajtsevo controllata da Kiev, ha avuto quanto si meritava (otto voti otto) è stata l’ex Jeanne d’Arc del battaglione “Ajdar” ed ex deputata Nadežda Savčenko. Pressoché scomparsi – ma, forse, solo sul piano elettorale – i majdanisti che si erano radunati nel cartello “Svoboda” di Oleg Tjaghnibok, che riuniva nazionalisti e neonazisti seguaci di Andrej Biletskij, Andrej Tarasenko, Dmitro Jaroš, Stepan Bratsjun e altri simili galantuomini. Si dice che in buona parte abbiano optato per il voto al partito di Porošenko e che, per altro verso, l’élité di potere cerchi ormai di liberarsi della loro immagine violenta. Non è chiaro, però, cosa essi stessi intendano intraprendere nel prossimo futuro nelle piazze ucraine, oltre a continuare a terrorizzare il Donbass.

In ogni caso, “è ancora difficile dire quanto sarà produttiva la nuova Rada“ osserva ancora Kočetov, “ma si deve riconoscere che si tratta di una chiara vittoria politica per Vladimir Zelenskij. E questo ovviamente gli renderà la vita più facile come Capo di stato; rimane da attendere ancora un po’, per capire se il nuovo Presidente ucraino manterrà le promesse elettorali“.

Sin dall’insediamento, è detto in una nota del PC della DNR, Zelenskij ha definito quali “priorità, il cessate il fuoco nell’est del Paese e lo scioglimento anticipato della Rada“. Il secondo punto è stato immediatamente attuato e “le speranze di pace si sono rinvigorite in larga parte dei cittadini delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk“. Purtroppo, “nei due mesi di governo, il nuovo Presidente non ha dato l’ordine di cessate il fuoco, e i bombardamenti da parte delle truppe ucraine si sono anzi di molto intensificati. Inoltre, come per il passato, Kiev non intende condurre colloqui di pace diretti con DNR e LNR“.

Secondo il Ministero degli esteri russo, la vittoria schiacciante della formazione di Zelenskij “testimonia di come il popolo ucraino sia stanco della politica di terrore, condotta dal precedente potere. Si possono definire queste come “elezioni della speranza. Contiamo che il credito di fiducia accordato al Parlamento dal popolo ucraino, venga speso in modo saggio a fini pacifici e a beneficio della popolazione dell’intero paese. La valutazione delle nuove autorità ucraine si farà sulla base delle loro azioni pratiche”.

Tra queste, si segnalano: al pari di Porošenko, Zelenskij conferma l’ucraino quale unica lingua di stato; tace sulla strage di Odessa del 2 maggio 2014; rifiuta colloqui diretti con le Repubbliche popolari; dopo che, formalmente, l’ennesimo cessate il fuoco in Donbass era scattato alla mezzanotte di sabato, alle 12 di domenica era già stato prontamente violato dalle truppe di Kiev, sia nei confronti della DNR (bersagliate Novaja Tavrja, Vasilevka, Verkhnetoretskoe), che della LNR (nuovamente colpita Pervomajsk, dove il giorno precedente si erano avuti un morto e sette feriti civili). E, di sfuggita, ricordiamo anche come, lo scorso aprile, in vista delle presidenziali, il consigliere di Zelenskij per le questioni della difesa, Ivan Aparšin, avesse solleticato i voti delle forze armate, garantendo altri cinque anni di guerra in Donbass, con stipendi raddoppiati.

Tanto per non dimenticarsi di nulla.

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