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lunedì 29 luglio 2019

L'eredità di Amano, defunto direttore dell'AIEA, inquieta israele

di Michele Giorgio

La nomina del successore di Yukiya Amano alla direzione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) è una delle variabili che potrebbero influenzare gli sviluppi della crisi legata all’accordo sul programma nucleare iraniano del 2015 (Jcpoa) e il confronto tra Tehran e Washington.

Non sorprende che uno dei protagonisti della crisi, Israele – che si è battuto contro il Jcpoa e ha accolto con soddisfazione la decisione di Trump di uscire dall’accordo e di approvare sanzioni contro le esportazioni iraniane di petrolio – stia analizzando con attenzione vita, carriera e posizioni di coloro che dovrebbero prendere il posto di Amano. Il governo Netanyahu auspica, e con ogni probabilità sta già facendo, pressioni per ottenere che il vertice dell’Aiea si mostri più duro nei confronti dell’Iran.

Yukiya Amano è stato un convinto sostenitore dell’intesa del 2015 messa a dura prova dal ritiro unilaterale degli Usa. Nato nel 1947, il diplomatico giapponese era un prodotto della generazione traumatizzata dalla distruzione con le bombe atomiche Usa di Hiroshima e Nagasaki.

Quello spettro lo aveva spinto per tutta la vita a lavorare per il disarmo atomico e a trovare attraverso la diplomazia le migliori soluzioni politiche. «Se hai intenzione di litigare con un Paese che forse pensa di costruire armi nucleari, è meglio non farlo sentire in un angolo», ha dichiarato in una intervista del 2016. Per questo l’Iran, che pure non ha avuto rapporti semplici con Amano e talvolta lo ha accusato di essere nel campo americano, ha espresso dispiacere per la morte del direttore dell’Aiea.

«Mi rattrista la notizia della prematura scomparsa di Yukiya Amano, era un sostenitore convinto del Jcpoa fin dal suo inizio e ci aspettiamo che il suo successore segua lo stesso percorso», ha auspicato il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif. Anche gli Usa si sono detti dispiaciuti ma Trump e i falchi nel suo entourage hanno più volte accusato di mancanza di aggressività il diplomatico giapponese che, a loro dire, accettava facilmente le dichiarazioni dell’Iran sul suo programma nucleare.

Al momento della morte Amano era impegnato a convincere l’Iran a rimanere nel Jcpoa anche se Trump lo aveva abbandonato, provocando la crisi in atto dalle conseguenze imprevedibili. L’Aiea è quindi costretta a lavorare per una difficile successione in una fase delicata. Israele, riportava a inizio settimana il Jerusalem Post, ritiene che siano due i veri candidati alla successione.

A contendersi il comando saranno l’ambasciatore argentino all’Aiea, Rafael Grossi, e il rumeno Cornel Feruta, già capo dello staff di Amano. Feruta è considerato un sincero e accanito sostenitore dell’accordo del 2015 e se sarà eletto, aggiungeva il quotidiano di Gerusalemme, potrebbe ritrovarsi in conflitto con gli Stati Uniti e Israele.

Il rumeno nel 2016 ha dichiarato: «Penso che il Jcpoa rappresenti un vero successo dal punto di vista della verifica dei programmi nucleari». E come Amano anche Feruta ritiene che l’Iran pur avendo pensato, negli anni passati, alla possibilità di assemblare bombe atomiche, poi non sia andato oltre gli studi scientifici. Posizione in netto contrasto con quella di Tel Aviv che accusa l’Iran di volersi dotare di ordigni nucleari.

Di Rafael Grossi si sa poco. È stato e sarebbe ancora un sostenitore del Jcpoa ma di recente, partecipando a incontri e conferenze, ha fatto capire che gli sviluppi della crisi in atto avranno un impatto sulla tenuta e la validità dell’accordo siglato quattro anni fa.

Israele comunque è pessimista ed esprime forti dubbi sulla politica di controllo dell’Aiea delle centrali iraniane, al di là della linea di chi prenderà il posto di Amano. Ciò mentre, proprio Israele, continua a detenere segretamente armi atomiche e a non aderire al Trattato di non proliferazione nucleare.

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