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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/10/2025

Iran, Russia e Cina all’ONU: “l’accordo sul nucleare di Teheran ha terminato la sua validità”

Sabato 18 ottobre i rappresentanti di Iran, Russia e Cina hanno trasmesso al Segretario Generale dell’ONU e al suo Consiglio di Sicurezza una lettera congiunta con cui dichiarano terminata la validità delle disposizioni contenute nella Risoluzione 2231, sul programma nucleare di Teheran.

È infatti scaduto il JCPOA, l’accordo siglato nel 2015 tra l’Iran, i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, la Germania e la UE. Il suo scopo era dare vita a un meccanismo attraverso il quale venivano poste pesanti limitazioni allo sviluppo del nucleare civile iraniano in cambio della rimozione delle sanzioni subite dal paese.

La storia di questo accordo è stata travagliata, gli Stati Uniti lo hanno abbandonato in maniera unilaterale, ed è in sostanza naufragato con gli attacchi israeliani della scorsa estate e con la partecipazione di Washington. E questo nonostante la Repubblica Islamica, anche dopo tali eventi, abbia seguito la strada della diplomazia con la pur compromessa Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA).

Su iniziativa dell’E3 (Regno Unito, Francia, Germania) sono state reintrodotte le sanzioni, come se nel frattempo ogni trattativa non fosse stata interrotta da un attacco illegale e immotivato di un firmatario del JCPOA. Ogni sforzo per garantire la continuazione del dialogo, che sia Pechino sia Mosca avevano promosso, è stato rifiutato.

I due membri del Consiglio di Sicurezza hanno dunque deciso di firmare questa lettera insieme all’Iran, in cui scrivono: “gli E3, avendo cessato di adempiere ai propri impegni ai sensi sia del JCPOA che della Risoluzione 2231 e non avendo esaurito le procedure del Meccanismo di risoluzione delle controversie (DRM), non hanno la legittimazione ad invocarne le disposizioni”.

Cina e Russia, in sostanza, non riconoscono le sanzioni all’Iran, e dunque le limitazioni dei rapporti che queste implicano. E tuttavia, i due paesi hanno tenuto a ribadire l’impegno a “trovare una soluzione politica che tenga conto delle preoccupazioni di tutte le parti attraverso un impegno diplomatico e un dialogo basati sul rispetto reciproco”.

Il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, ha affermato: “da questo momento, il paese è vincolato esclusivamente dai suoi diritti e obblighi ai sensi del TNP, senza ulteriori limitazioni”. Il che significa, nonostante molti media occidentali provino a nasconderlo, che la Repubblica Islamica non può dotarsi di un’arma nucleare, e rispetterà le disposizioni che rispettano tutti gli altri paesi aderenti al trattato (non Israele, ad esempio).

In poche parole, l’Iran si doterà di un nucleare civile, come è nei suoi diritti, senza dover sottostare a restrizioni unilaterali di sorta. Mosca si è già dimostrata pronta ad aiutare Teheran, attraverso un accordo concluso da Rosatom a fine settembre dal valore di 25 miliardi di dollari per la costruzione di 4 nuovi reattori nel sud del paese.

Nel frattempo, l’Iran si muove su vari campi diplomatici per rafforza la legittimità internazionale della propria posizione. La ministeriale del Movimento dei Non-Allineati (NAM) ha diffuso un comunicato finale dal suo recente incontro in Uganda nel quale oltre 100 paesi condannano la decisione delle potenze europee di aver riattivato le sanzioni.

Da quell’incontro, svoltosi il 16 ottobre, è arrivata anche la condanna dell’attacco condotto da Israele e USA contro l’Iran. Lo stesso giorno in cui è stata inviata la lettera congiunta con Cina e Iran, il portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran Esmaeil Baghaei ha annunciato l’avvio di una larga campagna legale per chiamare i vertici israeliani a rispondere di quella aggressione secondo il diritto internazionale.

Possiamo dire senza sbagliarci che un decennio di eventi avvenuti intorno al nucleare iraniano (che sono in realtà intorno al ruolo iraniano nella regione) avrà, da oggi in poi, un quadro di riferimento tutto nuovo. Un altro teatro di tensioni che sono state esacerbate dalle azioni unilaterali dell’imperialismo occidentale.

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21/09/2025

Rientrodotte le sanzioni all’Iran, si complicano gli scenari nucleari del Medio Oriente

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha votato venerdì per la reintroduzione delle sanzioni all’Iran, sospese in virtù del JCPOA, l’accordo sul nucleare che Teheran aveva stretto con i membri permanenti dell’organo delle Nazioni Unite, la Germania e la UE nel 2015. Questo voto rappresenta probabilmente il chiodo finale sulla bara dell’intesa sull’energia atomica iraniana.

Rimane però uno spiraglio. Le sanzioni saranno reimposte il 28 settembre, ma fino ad allora è possibile ancora trovare una mediazione con le potenze che lo scorso 28 agosto hanno attivato lo ‘snapback‘, ovvero il meccanismo del JCPOA che permette di reintrodurre le misure in questione nel caso in cui vengano riscontrate “significative inadempienze” da parte della Repubblica Islamica.

È difficile immaginare una propensione in questo senso da parte di Francia, Regno Unito e Germania, i paesi che, appunto, hanno usato lo snapback. Allo stesso tempo, Teheran ha al contrario mostrato una ostinata ricerca della collaborazione internazionale sul tema, pur con un dibattito politico interno fortemente diviso.

Nei fatti, il Consiglio di Sicurezza ha bocciato una bozza di risoluzione riguardante il mantenimento della sospensione delle sanzioni: 4 i voti a favore (Russia, Cina, Pakistan e Algeria), 9 i contrari e 2 le astensioni. Erano state proprio Mosca e Pechino a sottolineare che una mossa del genere sarebbe stata deleteria, e hanno poi sottolineato che continueranno normalmente nei loro rapporti con l’Iran.

I vertici di Cina e Russia avevano stilato un’altra bozza, non ancora posta al voto, consapevoli della necessità di tempi più ampi per ricomporre la situazione dopo gli attacchi illegali di Israele ai siti iraniani lo scorso giugno. È di una decina di giorni fa l’accordo con cui l’Iran ha riaperto il dialogo con l’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Lo aveva reso chiaro, ad esempio, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun, che in conferenza stampa aveva dichiarato: “l’avvio del meccanismo di sanzione immediata del Consiglio di sicurezza non è costruttivo e comprometterà il processo di risoluzione politica e diplomatica della questione nucleare iraniana”.

Difatti, il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, ha confermato che la cooperazione con l’AIEA è di nuovo sospesa, e non poteva essere altrimenti. L’ambasciatore iraniano all’ONU, Amir Saeid Iravani, ha dichiarato dopo il voto: “la porta alla diplomazia non è chiusa, ma sarà l’Iran, non gli avversari, a decidere con chi e su quali basi interagire”.

È chiaro che le parole del diplomatico sono un modo di fare riferimento alle condizioni poste dalle potenze europee per tornare a trattare: ripristinare l’accesso agli ispettori delle Nazioni Unite, affrontare il nodo delle scorte di uranio arricchito e avviare colloqui con gli Stati Uniti. Sui primi due punti Teheran si era mostrata collaborativa già prima dell’attacco israeliano.

Per quanto riguarda la terza condizione, l’ambasciatrice statunitense Dorothy Shea ha affermato che, nonostante gli Stati Uniti abbiano votato per la reintroduzione delle sanzioni, ciò “non impedisce la possibilità di una vera diplomazia”, ​​aggiungendo che il voto di venerdì “non preclude una successiva rimozione attraverso la diplomazia”.

Questa potrebbe essere la soluzione preferibile da parte di Washington, mentre Teheran, pur non potendo che condannare gli USA come voltagabbana quando hanno chiuso le trattative già in corso, bombardando i siti nucleari iraniani, non ha mai negato l’apertura per un nuovo dialogo, almeno inizialmente informale.

Questo, come detto, ha portato a infiammarsi il dibattito interno della Repubblica Islamica, e la realtà è che i paesi occidentali vogliono approfittare di queste faglie cresciute nella classe dirigente iraniana. Ma, allo stesso tempo, il risultato è quello di irrigidire e sclerotizzare il confronto internazionale su un terreno delicato come quello del nucleare.

L’allargamento delle infrastrutture nucleari israeliane e l’accordo militare tra Arabia Saudita e Pakistan parla di un Medio Oriente che diventa sempre più un luogo di tensione, con il terrorismo israeliano che continua ad accendere micce in tutta la regione.

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28/08/2025

Colloqui sul nucleare iraniano a Ginevra, ma già si alzano i toni...

Due giorni fa si è tenuto a Ginevra il secondo round dei colloqui tra il formato E3 (Regno Unito, Francia, Germania) e l’Iran riguardo il programma nucleare civile di quest’ultimo. Il clima però è tutt’altro che disteso, e persino l’ipotesi di un rinfocolarsi della guerra contro la Repubblica Islamica è apparsa nel dibattito pubblico.

A diffondere la notizia è stato il Financial Times, che ha riportato come un diplomatico occidentale abbia affermato al giornale britannico che “potrebbe verificarsi un altro ciclo [di conflitto] perché le operazioni militari non hanno risolto nulla”. Ha anche aggiunto che “si discute sulla gravità dei danni subiti dagli impianti nucleari, ma non sono così gravi da compromettere il programma nucleare”.

Affermazioni di un certo peso, quando al di là dell’Atlantico il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth ha licenziato il capo dell’agenzia di intelligence del Pentagono Jeffrey Kruse e altri due alti comandanti militari proprio perché, almeno secondo Reuters, avrebbero firmato un rapporto che affermava che i danni dell’attacco statunitense ai siti iraniani ne avevano ritardato i lavori solo di qualche mese.

Tornando all’incontro di Ginevra, il dialogo sembra impantanato di fronte alle prese di posizione arbitrarie dei rappresentanti delle tre grandi potenze europee, mentre chiedono all’Iran di tornare a confrontarsi con gli USA. Cosa che è difficile pensare possa accadere dopo che è stata Washington a interrompere i contatti bombardando i siti di Teheran. E tuttavia, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha lasciato aperta la porta per possibili negoziati indiretti, purché gli USA si impegnino a non attaccare l’Iran nel mezzo della discussione.

Il fulcro dell’incontro in Svizzera era la riattivazione del meccanismo di snapback previsto dall’accordo sul nucleare del 2015, lo stesso che è stato disconosciuto, ancora una volta, dalla prima amministrazione Trump, non dall’Iran. Si tratta, in sostanza, della reimposizione automatica delle sanzioni sospese in funzione delle trattative nel caso in cui venisse accertata una violazione dell’accordo.

Già il 20 giugno c’era stato un primo faccia a faccia tra i ministri degli Esteri di Francia, Germania, Regno Unito, l’Alto rappresentante UE Kaja Kallas e l’Iran, con gli europei che continuano a sostenere che il programma iraniano è privo di uno scopo civile.

Era seguito un altro incontro il 25 luglio, senza raggiungere alcun avanzamento. Secondo alcuni funzionari occidentali, riferisce Axios, gli esponenti iraniani continuano a presentare proposte piuttosto vaghe.

A tutto ciò è seguita una chiamata telefonica tra Araqchi, i suoi omologhi europei e Kallas, poco prima del vertice a Ginevra. Araqchi ha criticato qualsiasi tentativo di attivare il meccanismo sanzionatorio dell’accordo del 2015: esso sarà valido fino al 18 ottobre, e le sanzioni possono essere attivate solo entro il 18 settembre. Secondo Reuters, l’E3 potrebbe avviare le procedure relative già oggi, giovedì 28 agosto.

Dal canto loro, le autorità iraniane sono di tutt’altro avviso. Nel frattempo, Rafael Grossi, a capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) delle Nazioni Unite, ha reso noto che una squadra di ispettori è tornata in Iran per la prima volta dopo gli attacchi israeliani e statunitensi, mostrando la predisposizione dialogante della Repubblica Islamica.

È stato controllato il sito di Bushehr, di cui il cambio del materiale fissile esausto deve essere effettuato sotto la supervisione AIEA, dove comunque non avviene l’arricchimento dell’uranio. L’approvazione, arrivata dal Consiglio Nazionale Supremo di Sicurezza, guidato da Ali Larijani – considerato una figura diplomatica e di dialogo – ha comunque suscitato alcune critiche all’interno del Parlamento iraniano.

Va ricordato che, proprio sul fronte interno, lo scorso 17 agosto è stato lanciato un appello proveniente dalle file dei partiti che sostengono l’attuale presidente iraniano Pezeshkian. In 11 punti, si propone di offrire la sospensione dell’arricchimento dell’uranio in cambio della rimozione delle sanzioni, ma si chiede anche un’amnistia generale per i prigionieri politici e la separazione tra i militari e la politica. Le scelte fatte dal governo sembrano, dunque, finalizzate a ricomporre la frattura interna, per rafforzarsi verso l’esterno.

Allo stesso tempo, Teheran mette in guardia gli imperialisti occidentali dal continuare sulla via dell’escalation. Altre dichiarazioni hanno reso chiaro che non c’è alcuna disponibilità a restare in balia delle angherie occidentali. Il comandante delle Forze Armate, il generale di divisione Amir Hatami, ha affermato: “in un mondo del genere, non abbiamo altra scelta che diventare più forti”.

Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha invece avvertito che se l’Iran verrà nuovamente attaccato, “nuove aree geografiche e nuovi obiettivi saranno aggiunti alla nostra risposta”. Ricordiamo anche che lunedì il Cremlino ha riferito di un colloquio telefonico tra Putin e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, in cui l’omologo russo ha sostenuto il “diritto all’arricchimento” di Teheran.

Il quotidiano russo Kommersant ha riportato la notizia che Mosca si oppone all’idea della riattivazione delle sanzioni: “Le minacce di Gran Bretagna, Germania e Francia di attivare il meccanismo per reintrodurre le sanzioni ONU precedentemente sospese contro l’Iran rappresentano un grave fattore di destabilizzazione”, ha citato il giornale da una dichiarazione del ministero degli Esteri russo.

Dall’Australia – membro dell’Aukus – è arrivata un’altra entrata a gamba tesa. Il governo ha accusato i Guardiani della rivoluzione iraniani di aver ordinato “due attacchi antisemiti” sul suo territorio (di cui non c’è praticamente traccia sui media) ed ha espulso l’ambasciatore di Teheran.

Si prospettano settimane cariche di tensione, che potrebbero far ricadere il Medio Oriente nella crisi del terrorismo sionista e statunitense.

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04/07/2025

L’arma MOSAIC dell’AIEA: spionaggio predittivo e guerra all’Iran

Kit Klarenberg è un giornalista britannico che ha prodotto varie inchieste di spessore sull’Ucraina e sul complesso quadro mediorientale. Per questo, è finito nel mirino della repressione della corona di Londra, secondo la quale non è possibile criticare gli indirizzi di politica estera del Regno Unito, degli Stati Uniti e dei loro alleati in guerra.

Per questo, nel giugno 2023, fu addirittura detenuto e interrogato per ore dall’antiterrorismo britannica all’aeroporto di Luton, a Londra. In quell’occasione, i poliziotti gli sequestrano i dispositivi elettronici, le carte bancarie e le schede digitali di memoria. Questo è il modo in cui la libera informazione viene trattata in Occidente... lo abbiamo visto bene anche con Julian Assange.

Oggi pubblichiamo un suo articolo, apparso il 2 luglio sul giornale online The Cradle. Pochi mesi fa, ne avevamo pubblicato un altro sulle interferenze statunitensi in Iran, che avevano tra l’altro l’effetto finale di scoraggiare qualsiasi genuina crescita di un’opposizione reale al governo degli Ayatollah.

Ora Klarenberg è tornato sull’Iran, e sul suo rapporto con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. A suo avviso, gli strumenti usati da quest’ultima istituzione, forniti da Palantir (l’azienda stelle-e-strisce che si occupa di analisi di Big Data e di piattaforme di gestione per l’IA, ma sempre più interessata al settore bellico) e ‘nutriti’ di dati creati ad arte da Israele, hanno aiutato le attività di spionaggio sioniste e hanno poi costruito delle propagandistiche motivazioni pubbliche alla guerra illegale aperta da Tel Aviv contro Teheran.

Buona lettura.

***** 

Da quando Israele ha lanciato la sua guerra illegale di aggressione contro l’Iran il 13 giugno, si sono moltiplicate le speculazioni sul ruolo svolto da MOSAIC, uno strumento creato dalla misteriosa società di spionaggio tecnologico Palantir.

Questo software è stato profondamente integrato nelle operazioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), in particolare nella sua missione di “tutela”: ispezioni e monitoraggio del rispetto da parte degli Stati degli accordi di non proliferazione.

Il programma MOSAIC ha avuto un ruolo centrale in questo lavoro per un decennio ed è stato silenziosamente integrato dall’amministrazione dell’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama nell’accordo nucleare con l’Iran del luglio 2015, denominato Piano d’azione congiunto globale (JCPOA).
Spionaggio mascherato da controllo

L’accordo ha concesso agli ispettori dell’AIEA accesso illimitato agli impianti nucleari iraniani per confermare l’assenza di un programma nucleare militare. Nel frattempo, l’agenzia ha accumulato un’immensa quantità di dati: immagini di sorveglianza, misurazioni dei sensori, documenti degli impianti, tutti inseriti nel sistema predittivo di MOSAIC.

Tuttavia, il ruolo fondamentale del software nell’accordo è rimasto nascosto fino a una denuncia di Bloomberg nel maggio 2018, pochi giorni prima che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, durante il suo primo mandato, stracciasse unilateralmente l’accordo e lanciasse la cosiddetta campagna di “massima pressione” di Washington contro Teheran.

Nonostante Trump abbia stracciato l’accordo, le ispezioni degli impianti nucleari iraniani sono continuate, così come il monitoraggio del programma nucleare di Teheran da parte di MOSAIC. Come ha osservato Bloomberg, la tecnologia di Palantir ha aiutato l’AIEA a esaminare vaste quantità di informazioni provenienti da fonti disparate, inclusi 400 milioni di “oggetti digitali” a livello globale, come “feed di social media e fotografie satellitari all’interno dell’Iran” – una capacità che “ha sollevato il timore che l’AIEA possa oltrepassare il confine tra monitoraggio nucleare e raccolta di informazioni”.

L’articolo di Bloomberg ha anche alimentato la preoccupazione iraniana, spesso espressa, secondo cui MOSAIC stava aiutando gli israeliani a rintracciare scienziati iraniani per assassinarli: “lo strumento è il fulcro analitico della nuova piattaforma MOSAIC da 50 milioni di dollari dell’agenzia, che trasforma i database di informazioni classificate in mappe che aiutano gli ispettori a visualizzare i legami tra le persone, i luoghi e i materiali coinvolti nelle attività nucleari, come dimostrano i documenti dell’AIEA”.

Bloomberg ha citato il responsabile di una società britannica che “fornisce consulenza ai governi su questioni di verifica” dei rischi derivanti dall’immissione di dati falsi in MOSAIC, “sia accidentalmente che intenzionalmente”: “Se aggiungi un presupposto falso al sistema senza specificare il qualificatore appropriato, otterrai un risultato falso... Finirai per convincerti che le ombre sono reali”.

La preoccupazione di fondo e costante per Teheran è che MOSAIC sia fortemente influenzato dal “software di polizia predittiva” di Palantir. Impiegata da molte forze dell’ordine in tutto il mondo occidentale a costi enormi, questa tecnologia è altamente controversa e si è scoperto che presenta pericolosi e fuorvianti distorsioni, che portano a interventi “pre-crimine” errati.

In effetti, il MIT Technology Review ha chiesto apertamente lo smantellamento della tecnologia predittiva in un rapporto che esamina quanto questa tecnologia sia pericolosa nell’analisi dei dati criminali anche a livello nazionale: “La mancanza di trasparenza e i dati di addestramento distorti fanno sì che questi strumenti non siano adatti allo scopo. Se non riusciamo a risolverli, dovremmo abbandonarli”.

Considerata l’inclusione di informazioni di dubbia provenienza – come l’archivio nucleare iraniano rubato dal Mossad, apertamente celebrato dall’agenzia israeliana per i suoi inganni – è altamente probabile che tali dati corrotti abbiano innescato ispezioni ingiustificate. Bloomberg ha citato un negoziatore che ha contribuito a elaborare l’accordo del 2015, esprimendo preoccupazione per come “dati sporchi o non strutturati” potessero portare a “una raffica di ispezioni tempestive inutili”.

Il software di Palantir ha specificamente aiutato l’AIEA a “pianificare e giustificare indagini non programmate”, almeno 60 delle quali sono state condotte prima che gli attacchi israelo-americani mettessero fine alle ispezioni. 

I dati come arma

Il 31 maggio, l’AIEA aveva pubblicato un rapporto che suggeriva come l’Iran potesse ancora sviluppare armi nucleari. Sebbene non presentasse nuove prove, le accuse dubbie si riferivano ad “attività risalenti a decenni fa” in tre siti dove, presumibilmente, fino all’inizio degli anni 2000, veniva gestito “materiale nucleare non dichiarato”.

Le sue conclusioni hanno spinto il Consiglio dei governatori dell’organismo di controllo nucleare delle Nazioni Unite ad accusare l’Iran di “violazione degli obblighi di non proliferazione” il 12 giugno, fornendo a Tel Aviv un pretesto propagandistico per il suo attacco illegale del giorno successivo.

Il 17 giugno, il direttore generale dell’AIEA, Rafael Grossi, ha ammesso che l’agenzia non aveva “alcuna prova di un tentativo sistematico di entrare in possesso di un’arma nucleare” da parte di Teheran. Eppure, il danno era fatto. I legislatori iraniani, citando la condivisione segreta di dati sensibili da parte dell’AIEA con Tel Aviv e la collusione segreta di Grossi con funzionari israeliani, hanno sospeso ogni collaborazione con l’agenzia.

Questa potrebbe essere la strada più saggia per gli altri stati sotto il controllo dell’AIEA. Il MOSAIC è ormai così strettamente legato alle attività quotidiane dell’agenzia che qualsiasi paese preso di mira per un cambio di regime potrebbe ritrovarsi accusato di ambizioni nucleari sulla base di prove inventate.

Un documento dell’AIEA del 2017 rivela che MOSAIC è composto da “oltre 20 diversi progetti di sviluppo software”. Lanciato nel maggio 2015, si sperava che rivoluzionasse la “tutela” in tutto il mondo.

Il rapporto descriveva MOSAIC come un sistema che fornisce agli ispettori “una serie di strumenti per affrontare le sfide di domani”. Ad esempio, l’Electronic Verification Package (EVP) consente la raccolta e l’elaborazione automatica dei dati sul campo, inclusi pianificazione, reporting e revisione. Quando gli ispettori visitano una struttura, registrano enormi quantità di informazioni, che vengono immediatamente analizzate in sede centrale tramite l’EVP.

Inoltre, la Piattaforma di Analisi Collaborativa (CAP) consente un approfondito confronto incrociato di dati interni e open source, comprese le immagini aeree. Essa supporta i principali processi di salvaguardia dell’AIEA: “pianificazione, raccolta e analisi delle informazioni, verifica e valutazione”.

CAP offre all’AIEA “la capacità di ricercare, raccogliere e integrare molteplici fonti di dati e informazioni per consentire un’analisi completa”. Un funzionario dell’AIEA citato nel documento ha dichiarato che la piattaforma ha rappresentato “un importante passo avanti nell’analisi” e “una svolta decisiva”, consentendo all’AIEA di raccogliere “una quantità di informazioni nettamente maggiore e di analizzarle in modo più approfondito rispetto a prima”.

Tale capacità analitica garantisce agli ispettori “la capacità di stabilire relazioni tra informazioni provenienti da più fonti, nel tempo” e di “dare un senso a enormi quantità di dati”.

CAP supporta anche la raccolta e la valutazione di informazioni open source. Il documento osserva che la piattaforma potrebbe “elaborare molte più informazioni open source di quelle che può attualmente elaborare il Dipartimento” e consente al personale di “cercare informazioni nell’intero archivio; di effettuare un attento controllo incrociato di diverse tipologie di informazioni; e di utilizzare le informazioni in formati visivi”, come “immagini aeree”. 

Contributi extra-bilancio del governo statunitense

Tutte queste informazioni sono estremamente sensibili e rappresenterebbero una miniera d’oro per gli stati intenzionati a intraprendere azioni militari contro nazioni nel mirino dell’AIEA. Secondo il rapporto del 2017, gli ispettori hanno trascorso 13.248 giorni sul campo nel 2015 e hanno ispezionato 709 impianti nucleari. Da allora, queste cifre sono aumentate. Nel frattempo, MOSAIC – uno strumento poco conosciuto per la “rilevazione precoce dell’uso improprio di materiale o tecnologia nucleare” – è rimasto operativo.

Il rapporto osservava che MOSAIC era finanziato attraverso il bilancio ordinario dell’AIEA, il Major Capital Investment Fund e “contributi extra-bilancio”. Il suo costo all’epoca si aggirava intorno ai 41 milioni di euro (circa 44,15 milioni di dollari), quasi il 10% del bilancio annuale totale dell’agenzia. L’origine e l’entità di questi contributi extra-bilancio rimangono vaghe, forse deliberatamente, ma una nota informativa del Congressional Research Service indica che Washington finanzia formalmente l’AIEA con oltre 100 milioni di dollari all’anno.

Inoltre, gli Stati Uniti forniscono costantemente oltre 90 milioni di dollari in contributi extra-bilancio ogni anno. In altre parole, quasi la metà del bilancio dell’AIEA proviene dagli Stati Uniti, il che suggerisce che il MOSAIC sia stato creato interamente con i soldi di Washington.

La tempistica del suo lancio – due mesi prima della stipula dell’accordo sul nucleare con l’amministrazione Obama – potrebbe ulteriormente indicare che il finanziamento fosse stato esplicitamente pensato per l’Iran. Come rivelò l’allora direttore generale dell’AIEA Yukiya Amano nel marzo 2018, la penetrazione dell’associazione a Teheran era senza precedenti.

In una conferenza stampa, Amano ha definito il “regime di verifica” nucleare dell’AIEA in Iran “il più robusto al mondo”. Gli ispettori dell’organizzazione trascorrevano “3.000 giorni di calendario all’anno sul campo” nel Paese, raccogliendo “centinaia di migliaia di immagini catturate quotidianamente dalle nostre sofisticate telecamere di sorveglianza”, ovvero “circa la metà del numero totale di immagini di questo tipo che raccogliamo in tutto il mondo”.

In totale, l’AIEA raccoglieva ogni mese “oltre un milione di informazioni open source”.

L’ossessione dell’AIEA per l’Iran, unita al sospetto che abbia fornito i nomi di scienziati nucleari (in seguito assassinati da Israele), solleva la domanda: l’accordo del 2015 è sempre stato un’operazione di spionaggio su scala industriale progettata per preparare la guerra?

Un’ondata di omicidi di scienziati nucleari e comandanti delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC) nelle prime fasi della fallita guerra di Tel Aviv contro l’Iran sembra corroborare questa conclusione.

I funzionari iraniani non solo hanno sospeso la cooperazione con l’AIEA e ordinato lo smantellamento delle telecamere di ispezione, ma hanno anche respinto la richiesta di Grossi di visitare i siti nucleari bombardati. Il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha definito “insensata e forse persino malevola” l’insistenza del capo dell’AIEA nel visitare il sito con il pretesto di fornire garanzie.

Ciò che è chiaro è che ogni Stato che collabora ancora con l’AIEA deve ora fare i conti con la possibilità che non venga monitorato, ma che venga mappato per la guerra.

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22/06/2025

Iran e nucleare: una lunga storia /1 parte

di Massimo Zucchetti

La conoscete la lunga storia del nucleare iraniano? Beh, adesso eccovela qui, molto riassunta, ma non breve ahimè.

1. Tecnologia nucleare e Iran

L’accordo di salvaguardia globale dell’AIEA (CSA) per l’Iran è entrato in vigore nel 1974, quando il paese era guidato dallo Scià. Tuttavia, l’Iran ha attirato l’attenzione internazionale dall’agosto 2002, quando l’esistenza di un sospetto programma nucleare clandestino è stata rivelata attraverso la denuncia di un gruppo di opposizione iraniano, affermando che “la costruzione clandestina in Iran di un grande impianto di arricchimento dell’uranio a Natanz e di un reattore ad acqua pesante ad Arak” era una realtà.

In realtà, l’Iran è stato trattato come un “paese profondamente enigmatico” e un “caso speciale” molto prima del 2002, in realtà dal cambio di regime nel paese che ha avuto luogo nel 1979.

In effetti, le attività nucleari iraniane risalgono agli anni ’50: fino al 1979, però, il paese aveva relazioni amichevoli con gli Stati occidentali, e alcuni paesi in quel periodo hanno sostenuto l’Iran nella costruzione del suo programma di energia nucleare, ad esempio, la costruzione della centrale nucleare di Bushehr è stata avviata nel 1975 da società tedesche, tuttavia il lavoro è stato interrotto nel 1979 dopo il cambio di regime in Iran.

Il reattore è stato poi completato moltissimi anni dopo grazie alla collaborazione della Russia: è un potentissimo, pacifico e mansueto reattore nucleare che non ha nulla a che vedere con il nucleare bellico.

I paesi occidentali nel 2002 hanno iniziato a condannare l’Iran per aver violato le norme internazionali di non proliferazione firmate nel NPT. Questo fatto fa parte della spiegazione del perché è stato così difficile raggiungere un accordo sul programma nucleare iraniano tra la comunità occidentale e internazionale, da un lato, e l’Iran, dall’altro. Una “storia mutua di errate percezioni culturali e politiche e alti livelli di tensione e sfiducia” ha accompagnato le relazioni internazionali tra questi paesi.

L’applicazione delle garanzie dell’AIEA in Iran, garantendo l’uso pacifico di tutto il materiale nucleare, ha attraversato un processo di 13 anni, da quando l’AIEA, nel 2003, ha riferito sulla mancata dichiarazione del materiale nucleare e delle attività dell’Iran in conformità con il CSA.

L’Iran ha allora firmato volontariamente il protocollo aggiuntivo dell’AIEA (AP). L’AP è un documento legale che integra gli accordi di salvaguardia dell’AIEA degli Stati: concede all’AIEA l’autorità giuridica complementare per verificare gli obblighi di salvaguardia di uno Stato ed è progettato per tutti gli Stati che hanno uno dei tre tipi di accordi di salvaguardia con l’AIEA.

Poiché l’Iran non ha poi ratificato l’AP, questo percorso, per quanto importante nell’azione dell’AIEA per l’attuazione delle salvaguardie in Iran, ha avuto un’interruzione temporanea quando l’Iran ha smesso di attuare l’AP nel 2006.

Dopo anni di negoziati condotti dall’AIEA, un nuovo importante passo è stato fatto nel 2013, quando un quadro per la cooperazione è stato firmato dall’AIEA e dall’Iran.

Nello stesso anno 2013, un piano d’azione congiunto (JPOA) è stato concordato il 24 novembre a Ginevra dai cosiddetti paesi E3+3 (Francia, Regno Unito, Germania, Cina, Stati Uniti e Russia) e Iran, dopo lunghi negoziati. L’obiettivo era quello di raggiungere una soluzione globale a lungo termine reciproca che garantisse che il programma nucleare iraniano fosse esclusivamente pacifico.

A seguito di ciò, nel quadro di una tabella di marcia per il chiarimento di tutte le questioni in sospeso firmate nel 2015 dall’AIEA e dall’Iran, la soluzione della crisi era a portata di mano.

L’AIEA ha finalmente riferito nel 2015 sulla valutazione finale di tutte le questioni di primo piano, e nello stesso anno il piano d’azione congiunto globale (JCPOA) è stato concordato dall’E3+3/UE (gli ex sei Stati, tra cui l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza) e dall’Iran.

Quindi, dopo molti anni di negoziati e dialoghi difficili, il 14 luglio 2015 a Vienna è stato finalmente concluso un accordo definitivo, che coinvolge l’E3+3/UE e l’Iran.

Il JCPOA rappresenta un passo importante per la soluzione della crisi iraniana e, più in generale, nella lotta contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Inoltre, il 20 luglio 2015, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità la risoluzione 2231 che lo approvava.

La tabella di marcia istituita nel JPCOA per il periodo fino al 15 ottobre 2015 è stata completata nei tempi previsti, come riportato nella relazione dell’AIEA del direttore generale del 18 novembre 2015.

2. Gli infiniti guasti della politica, e la nostra vittoria del 2015

Mentre negli anni ’90 l’Europa era in dialogo con la Repubblica islamica dell’Iran ed entrambi erano interessati a uno scambio fruttuoso di materie prime energetiche, dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre la politica è cambiata: gli Stati Uniti, che miravano a un “doppio contenimento” dell’Iran e dell’Iraq, hanno invaso l’Iraq mentre le relazioni con l’Iran continuavano a peggiorare; l’UE ha “ghiacciato” i suoi contatti con l’Iran come conseguenza, con la preoccupazione che l’Iran possedesse la capacità di armi nucleari in primo luogo nelle ragioni addotte per il peggioramento delle relazioni.

Le dichiarazioni sull'“Asse del Male” di Bush, in cui è stato incluso l’Iran, hanno contribuito a condizionare il rapporto con l’Iran, creando un atteggiamento anti-occidentale che, in realtà, è andato ben oltre la questione nucleare.

Anche se a livello dell’UE, i negoziati su un possibile TCA (accordo di cooperazione commerciale) con l’Iran sono continuati e l’UE ha cercato di assumere una posizione più morbida rispetto agli Stati Uniti, ma comunque ferma: ad esempio, l’UE ha dichiarato fermamente in diverse occasioni che era necessario che l’Iran firmasse il suddetto protocollo aggiuntivo dell’AIEA.

Sebbene l’Iran avesse formalmente accettato, in dichiarazioni pubbliche, quello che hanno chiamato “il controllo dell’AIEA” (in realtà, nient’altro che la corretta attuazione delle disposizioni del CSA e dell’AP) e avesse accettato di sospendere i programmi di arricchimento dell’uranio, le elezioni presidenziali del 2005 di Ahmadinejad hanno cambiato lo scenario e l’Iran ha interrotto i suoi legami diplomatici con l’UE e il suo impegno nei confronti del protocollo aggiuntivo dell’AIEA.

L’AIEA non ha potuto fare altro che riferire il caso iraniano al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (SC), che ha deciso di imporre sanzioni, a causa del mancato rispetto da parte dell’Iran delle pertinenti risoluzioni SC. Più precisamente, il SC ha chiesto che l’Iran sospenda tutte le attività relative all’arricchimento e al ritrattamento, compresa la ricerca e lo sviluppo, e ha chiesto che la verifica dell’accertamento dei fatti fosse attuata dall’AIEA.

Sono state decise anche le sanzioni sulle importazioni iraniane di materiali e tecnologie nucleari e il congelamento dei beni di individui coinvolti in attività nucleari, nonché divieti di viaggio.

Nel 2007, l’UE ha anche pubblicato un elenco ampliato di individui iraniani considerati persona non grata nell’Unione, e gli Stati Uniti hanno emanato nuove sanzioni unilaterali che hanno colpito più di 20 organizzazioni associate al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica iraniana (cioè le guardie pretoriane del leader supremo Khomeini, che erano considerate i principali operatori dell’industria petrolifera e i leader del programma nucleare) dal sistema finanziario degli Stati Uniti.

Con l’avvento dell’amministrazione Obama nel 2009 e l’adozione del Trattato di Lisbona, seguita dalla nomina di Catherine Ashton come nuovo Alto rappresentante dell’UE per la politica estera e di sicurezza comune, il clima ha iniziato a cambiare, poiché è stata adottata una politica di riavvicinamento all’Iran.

Gli Stati Uniti e l’UE hanno offerto all’Iran un accordo “freeze-for-freeze”, che stabiliva che nessuna sanzione aggiuntiva sarebbe stata imposta all’Iran se quest’ultimo avesse accettato di congelare l’arricchimento dell’uranio. Tuttavia, le sanzioni dell’UE e degli Stati Uniti sono continuate, anche se la loro efficacia è rimasta incerta.

Nel 2012, sotto lo sforzo costante e la consulenza tecnologica dell’AIEA, i negoziati stavano migliorando, al fine di raggiungere un accordo con l’Iran che potesse consentirgli di sviluppare l’energia nucleare per scopi pacifici, rispettando il suo diritto in conformità con l’articolo IV del TNP, ma impedendogli di sviluppare un carico utile nucleare. Tuttavia, in pratica, i miglioramenti erano piccoli e il ritmo dei negoziati era piuttosto lento.

Nel 2013, il cambiamento politico con l’elezione del presidente Rouhani e il suo approccio basato su “prudenza e speranza” hanno aperto nuovi flussi di collaborazione e un desiderio di apertura verso la comunità internazionale. Gli incontri tra i ministri degli Esteri John Kerry (USA) e Javad Zarif (Iran), lo scambio di lettere e telefonate tra Obama e Rouhani hanno presentato una nuova era per i contatti bilaterali.

Tutto ciò ha portato a un accordo provvisorio (redatto il 24 novembre 2013 a Ginevra), in cui l’Iran ha accettato di limitare il suo programma e ha consentito i controlli dell’AIEA, mentre l’E3+3 ha accettato di ridurre le sanzioni.

Si può notare che, come accennato in precedenza, poco prima del JCPOA, l’Iran e l’AIEA firmassero un quadro per la cooperazione. Il suo obiettivo fondamentale era quello di risolvere tutte le questioni in sospeso, passate e presenti, attraverso una cooperazione rafforzata e un approccio graduale.

Il 18 febbraio 2014 sono iniziate le discussioni per l’accordo definitivo, e la scadenza è stata fissata al 24 novembre 2014. Il 2 aprile 2015, un piano quadro è stato adottato a Losanna e la data finale dell’accordo è stata posticipata al 30 giugno 2015, e infine al 14 luglio 2015, quando l’accordo iraniano JCPOA è stato raggiunto.

I passi avanti hanno incluso l’adozione della risoluzione 2231 (2015) del Consiglio di sicurezza, che ha approvato il JCPOA: è stato adottato il 20 luglio 2015 all’unanimità e ha rinviato la sua attuazione ufficiale per 90 giorni, per consentire agli Stati Uniti la considerazione da parte del Congresso.

Lo stesso 20 luglio 2015, l’UE ha discusso e approvato il JCPOA tramite un voto del Consiglio per gli affari esteri dell’UE (cioè il gruppo dei ministri degli esteri dell’UE), mentre negli Stati Uniti, dopo la revisione di sessanta giorni nel Congresso, il JCPOA è stato approvato il 10 e l’11 settembre. Il 13 ottobre 2015, anche il Majlis iraniano (Parlamento) ha approvato l’accordo.

3. La rivincita della politica di guerra

Donald Trump diventa Presidente degli USA, primo mandato. Gli USA, senza nessuna motivazione plausibile, nel 2018 denunciano il JCPOA – ottenuto con 13 anni di sforzi congiunti e grazie all’Amministrazione Obama – distruggendo il negoziato. L’Iran reagisce utilizzando l’arricchimento dell’Uranio come leva politica per riprendere i negoziati e sospendere le sanzioni.

In pratica, c’è questo limite all’arricchimento dell’Uranio che la IAEA ha imposto all’Iran, intorno al 3,5%. Siamo lontanissimi dall’arricchimento necessario per un uso bellico, ma l’Iran ha più volte superato “dimostrativamente” questo limite.

Uno dei primi atti della amministrazione Biden fu poi, nel 2020, la ri-adesione degli USA al JPCOA.

Chiaramente, dopo due anni di sospensione e di “buco nero”, era necessario riprendere in mano il trattato, verificare cosa era successo nel frattempo e stabilire una nuova time-table.

Ritorna presidente Trump. Il JPCOA ridiventa carta straccia, l’Iran riprende a giocare col fuoco valicando il limite di arricchimento. Fra proclami pubblici molto duri ed un atteggiamento pratico più improntato al pragmatismo, gli USA tuttavia intraprendono una serie di negoziati bilaterali con l’Iran, un processo che era in atto fino a un paio di settimane fa e che prometteva, pur fra reciproche incomprensioni e roboanti strepiti, di arrivare di nuovo a un accordo.

Si noti che le altre potenze del E3+3 del JPCOA e l’Unione Europea sono fuori dalle trattative. Difficile partecipare a trattative sedendo dalla stessa parte del tavolo quando si è impegnati in una guerra (Russia vs. USA, Francia, Germania, UK in Ucraina). Tacciamo poi sul possibile ruolo di “mediazione” della UE, che dovrebbe essere affidato alla signora Kallas, un vero esempio di “moderazione e attitudine al negoziato”.

Fatto sta che si fa avanti Israele, che fino a poco tempo fa aveva abbaiato invano, restando sempre fuori da ogni negoziato. Oltretutto Israele non aderisce al Trattato di Non Proliferazione, rifiuta da sempre ogni ispezione della AIEA, e possiede illegalmente 80-100-150-200 (nessuno sa di preciso) ordigni nucleari.

La “trattativa” viene portata avanti da Israele con l’incursione e i bombardamenti che sappiamo.

Ed eccoci qua. Qualche giorno fa era prevista una ulteriore seduta dei negoziati USA-Iran. Secondo voi, ci sarà?

Fine della prima puntata. Le fonti le trovate nel mio capitolo di libro, del 2016, qui.

Fonte

17/06/2025

Iran, da Repubblica manipolazioni atomiche

Il 15 giugno La Repubblica ha pubblicato un articolo con all’interno un’intervista al fisico italiano Paolo Cotta-Ramusino (nella foto in copertina a un incontro di qualche anno fa). L’argomento è quello che tiene banco in queste ore, quello del nucleare iraniano, e il titolo riporta un virgolettato che l’analisi delle frase non può che far attribuire allo scienziato: “senza un accordo arriveranno alla bomba”.

Il titolo è uno di quelli che servono ad acchiappare clic e a spingere il lettore a pagare per leggere il testo completo. Ma che intanto, passando sui principali canali social, permette di fare un po’ di allarmismo, tanto utile a chi deve presentare il mondo al di fuori del ‘giardino’ europeo come una ‘giungla’ pericolosa da portare alla civiltà.

Questo è la funzione che si è voluta attribuire a questo articolo, nonostante la realtà di un’intervista che non risponde alla linea editoriale di uno dei principali media atlantisti. Perché, infatti, la realtà è che se uno va a leggere le parole di Cotta-Ramusino, non solo non dice mai quel che gli viene messo in bocca dal titolo, ma il messaggio che manda è diametralmente opposto.

Ovviamente, se si parla di nucleare e di trattative internazionali nel complesso quadrante mediorientale, il discorso è pieno di articolazioni delicate e incroci di interessi esteri che non possono essere ignorati. E questo lo sa anche lo scienziato italiano, appena rientrato da Teheran, dove si è recato per il movimento internazionale di studiosi Pugwash, premio Nobel per la pace nel 1995.

Bisogna però sottolineare innanzitutto questo: Cotta-Ramusino era lì, in Iran, a parlare di nucleare con i vertici del paese segnalando la mancanza di ostacoli alla discussione. Considerato che Israele non vuole nemmeno far entrare giornalisti nella Striscia di Gaza, già si può avere un’idea della distanza negli atteggiamenti. Ma, appunto, la vera notizia sono le parole del fisico italiano.

“Il solo modo per impedire che l’Iran costruisca ordigni atomici – dice – è fare un accordo analogo a quello stipulato nel 2015 con l’Amministrazione Obama. Attaccando l’Iran lo si induce a costruirsi la bomba. È il contrario dell’obiettivo dichiarato”. È facile vedere la manipolazione fatta nel titolo: non dice una cosa ‘falsa’, ma la racconta eliminando tutto il contesto.

Perché, apriti cielo, l’esperto italiano ha detto che è la guerra di Israele che porta l’Iran a indurre la ricerca di uno strumento di deterrenza contro il terrorismo sionista. E che l’unico modo per impedirlo è fare un accordo come quello del 2015, che era poi quello che l’Iran stava trattando con gli Stati Uniti, prima che Washington decidesse che anche il nucleare civile doveva essere proibito all’Iran.

E poi Cotta-Ramusino continua con un’altra verità che alle nostre latitudini stanno tutti cercando di censurare: “Israele è l’unico paese che possiede armi nucleari senza dichiararle. E prende questa posizione nei confronti dell’Iran perché ha paura di essere aggredito?” Viene così svelato il doppio standard delle pretese di Tel Aviv, oltre a mostrare l’evidente pericolo per la pace che rappresenta Israele.

Continua lo scienziato: “faccio notare che il ritorno al JCPOA (l’accordo del 2015, stracciato da Trump, ndr) non l’ha voluto nemmeno l’amministrazione Biden. L’approccio occidentale alla vicenda del nucleare iraniano è stato, per essere gentili, scoordinato. Se invece vogliamo essere cattivi, potremmo dire che è stato malintenzionato”.

Non è l’Iran che non vuole trattare, è l’Occidente collettivo. E fa finta di nulla, mentre il braccio sionista ha bombardato le installazioni nucleari, con tutti i rischi annessi, appartenenti a un paese facente parte del Trattato di non proliferazione nucleare – a differenza di Israele – che appunto col suo protocollo aggiuntivo pone l’Iran sotto la completa supervisione dell’agenzia ONU per il nucleare, l’AIEA.

Nella redazione di Repubblica possono inventarsi tutti i titoli che vogliono, ma i fatti parlano chiaro su chi sia un pericolo per l’umanità.

Fonte

16/06/2025

Sterminati branchi di castronerie

di Massimo Zuchetti

Insegno al MIT un corso dal titolo: “Protect yourself at all times. Nuclear proliferation and control strategies through technology”.

Nonostante quello che mi hanno fatto, l’anno prossimo lo terrò anche al Politecnico di Torino, in un corso di dottorato.

La prima frase del titolo è quello che dicono gli arbitri ai due pugili prima dell’incontro.

Succede che il sottoscritto sia il maggior esperto italiano di disarmo nucleare. È un fatto, non una vanteria. C’è una classifichina internazionale piena di stranieri, perché in Italia – essendo un paese di servi asservito agli USA – pochi *tecnologi* se ne occupano. Sono, bontà loro, il primo italiano in codesto elenco, se si escludono colleghi che lavorano per la IAEA, ma quando sei lì rinunci naturalmente alla tua “nazionalità”.

Ho partecipato ai negoziati per l’accordo JPCOA con l’Iran nel 2015.

Leggo in questi giorni – da buoni e cattivi – castronerie a branchi. Sterminati branchi di castronerie.

Proviamo a smentirle, non si sa mai che uno su un milione capisca in quale oceano di bullshit lo stanno affogando.

1) L’Iran NON ha la bomba atomica. Non ci è neanche vicino, ad averla.

2) La IAEA ha ultimamente intensificato la frequenza delle sue ispezioni, dati i timori USA sulla non-adempienza dell’Iran ad alcune regolette, soprattutto sull’arricchimento dell’uranio. USA e Iran stavano facendo colloqui bilaterali, Trump al solito giocava sporco, mettendo avanti dei proclami ideologici del direttore della IAEA che purtroppo non è un El Baradei, ma un amico del “carota”. Gli iraniani facevano notare che nei rapporti ufficiali degli ispettori IAEA non c’erano dati che giustificassero tutto il cancan di Trump, che però quando va in fissa, è difficile farlo ragionare. Ma pian piano si sarebbe arrivati a un accordo.

3) La IAEA è fatta apposta per quei controlli: dato che abbiamo “convinto” gli iraniani a firmare il Protocollo Aggiuntivo del TNP, ha potere di intromissione totale nel nucleare iraniano: ispezioni a sorpresa, controlli distruttivi, etc. sappiamo davvero tutto, anche quante volte vanno al bagno.

4) In 80 anni, la tecnologia nucleare bellica ha fatto molti passi avanti, bimbi belli, non si parla più di “bombe atomiche” come ai tempi di Oppenheimer, ma di ordigni come minimo a tre stadi fusione-fissione-fusione termonucleare. La “bomba atomica” vecchio stile è solo più un innesco per le moderne bombe. E per queste, NON SERVE una bomba all’Uranio, ma al Plutonio weapons-grade a implosione: parlando come al tempo dei nonni, qualcosa di simile al Fat Man caduto su Nagasaki.

5) Quindi tutte queste beghe sull’arricchimento dell’uranio sono senza senso, oggi la strada per dotarsi di un’arma termonucleare non passa più attraverso l’Uranio arricchito, ma attraverso il Plutonio: in Iran in questo momento non c’è un grammo di Plutonio weapons-grade. I controlli sono così stretti che li teniamo letteralmente per le palle. Certamente, uno può in teoria pensare ancora a fabbricare una bomba all’uranio arricchito al 90% come Little Boy: è un vicolo cieco e da 70 anni non le fa più nessuno, però è sempre una atomica. L’Iran è lontanissimo da questo. Piccolo particolare: 90% è l’arricchimento richiesto, la disputa USA-Iran riguardava se loro avessero superato il limite imposto dal JPCOA, intorno al 3,5%. Si noti che il JPCOA del 2015, per il quale si son sudate sette camicie, è stato denunciato proprio dagli USA. I quali per metterla in caciara hanno addirittura chiesto che l’Iran NON arricchisse più l’Uranio. Al che gli iraniani han chiesto: e i nostri reattori con cosa li facciamo funzionare? A brillantina?

6) Israele, che di punto in bianco si sostituisce alla IAEA e al TNP, al diritto internazionale a suon di bombe, sa bene queste cose. E comunque da che pulpito: Israele non ha mai sottoscritto il TNP (gli altri stati-canaglia come loro si contano sulle dita di una mano) perché “non vuole controlli” per “motivi di sicurezza”. Ed ha circa 150 ordigni termonucleari “mai dichiarati” e pronti all’uso.

7) La Russia, la Cina, la DPRK non aiuteranno mai l’Iran fornendo loro assistenza per sviluppare atomiche o addirittura dandogliele “chiavi in mano”; verrebbero beccate ALL’ISTANTE e sarebbero guai serissimi.

8 ) Anche se le installazioni nucleari iraniane sono state bombardate, non si tratta di esplosioni atomiche, ma di contaminazioni radioattive localizzate che sono davvero un piccolo problema rispetto a questo enorme casino.

Mi fermo qui.

Qualche volta sogno di aprire la TV e ascoltare un giornalista o un politico fare su questi argomenti un discorso sensato e privo di minchiate da ignoranti.

Esempio *per assurdo* di discorso “sionista”: “beh Israele vuole l’egemonia nell’area, è una potenza nucleare bellica, non tollera l’Iran, e ha deciso – vista l’impunità di cui gode, specie ultimamente – di infliggergli un’umiliazione cosmica, colpirlo nel loro punto di orgoglio, il loro programma nucleare. Che non è un pericolo: ma è dove abbiamo potuto dar loro una bella ridimensionata. Questo può portare all’escalation e alla guerra? Eccoci, siamo qua pronti. Siete solo chiacchiere e distintivo: chiunque ci dà un minimo fastidio, lo attacchiamo e lo facciamo a pezzi”.

Ecco. Nessun “erano a due settimane dall’aver la bomba”, “ci sentivamo minacciati”, “bombardiamo per la liberazione delle donne”... 

Basta castronerie!


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31/01/2025

[Contributo al dibattito] - Teheran tra la “massima pressione” di Trump e le possibilità di una intesa /2

La nuova amministrazione americana non ha ancora espresso una posizione ufficiale su come affrontare la questione del nucleare iraniano. Tuttavia, pochi giorni dopo il suo insediamento, Trump, in un’intervista a Fox News, ha espresso la speranza che i problemi dell’Iran vengano risolti senza la necessità di “un attacco da parte di Israele”. “L’unica cosa che ho detto sull’Iran – voglio che abbiano un grande paese, hanno un grande potenziale, la gente è straordinaria – è che non possono avere un’arma nucleare”, ha detto Trump.

Ci sono diversi indizi che lasciano ipotizzare che la nuova amministrazione americana tenterà di aprire un dialogo con Teheran. Secondo alcune fonti americane, questo processo sarebbe già stato avviato attraverso la mediazione europea. Sembra che durante l’incontro dei rappresentanti dell’Iran e della Troika europea a Ginevra, tenutosi una settimana prima del ritorno di Donald Trump per discutere del programma nucleare di Teheran, l’Iran abbia avanzato una “proposta” per negoziare un nuovo accordo nucleare con la partecipazione del governo americano.

Secondo alcuni osservatori, Trump è determinato a ottenere un accordo con la Repubblica Islamica a tutti i costi, per presentarlo come una sua vittoria diplomatica. In questa prospettiva, ci si possono aspettare minacce e, forse, anche un inasprimento delle sanzioni economiche imposte all’Iran, in particolare nel settore energetico e nelle esportazioni di petrolio. In extremis, Trump potrebbe persino considerare l’opzione di un attacco agli impianti nucleari iraniani, nella sua visione di ottenere accordi vantaggiosi attraverso una dimostrazione di forza. Tuttavia, è difficile pensare che il bullismo politico possa funzionare con gli iraniani, come invece ha recentemente avuto successo con i colombiani.

La situazione della regione non è più la stessa rispetto al primo mandato di Trump. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno avviato un processo di distensione stabile e tangibile con la Repubblica Islamica. Il tentativo di sostenere i diritti dei palestinesi rappresenta, almeno apparentemente, la preoccupazione principale per i paesi arabi. Il tema degli Accordi di Abramo, che Trump considera la “soluzione del secolo”, non sembra più occupare una posizione di rilievo nell’agenda dell'area. L’Arabia Saudita ha finora subordinato la normalizzazione delle relazioni con Israele alla creazione di uno Stato palestinese indipendente. Durante il primo mandato di Trump, le tensioni tra l’Iran e i due paesi arabi avevano raggiunto il loro apice. Sebbene questa situazione rimanga fragile, non vi è alcuna garanzia che stavolta questi paesi collaborino con Trump nella sua politica di “massima pressione”.

Un eventuale fallimento nel raggiungere un accordo con Teheran si rifletterebbe negativamente sull’immagine del presidente e avrebbe un impatto negativo sulla possibilità di avviare ampie iniziative regionali, prima fra tutte un accordo di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita. Ancora più importante, potrebbe portare a un’escalation di tensioni nella regione.

Secondo molti analisti indipendenti iraniani, il programma nucleare si è rivelato un piano profondamente dannoso per gli interessi nazionali, compromettendo gravemente sia l’economia che la sicurezza del paese. Ha portato all’imposizione di sanzioni senza apportare alcuna reale utilità e ha fornito un pretesto al regime israeliano per giustificare, dietro la minaccia iraniana, le sue nefaste aggressioni contro i palestinesi, eludendo che il problema principale sia l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi.

L’arricchimento dell’uranio alla soglia del 60% è stato sfruttato come uno strumento di negoziazione con l’Occidente dopo l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo. Per costruire una bomba nucleare, l’Iran avrebbe bisogno di raggiungere la soglia del 90% di arricchimento dell’uranio. Teheran ha ripetutamente dichiarato di non avere alcuna intenzione di costruire un’arma nucleare e, secondo i servizi di intelligence americani, non ci sono evidenze concrete che indichino un movimento in quella direzione. Inoltre, un’arma nucleare potrebbe creare una deterrenza, ma non sarebbe comunque in grado di risolvere i gravi problemi economici che Teheran sta affrontando.

In una visione ottimistica, sembra possibile un accordo sulla riduzione dell’arricchimento dell’uranio al 5% e una supervisione serrata da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica a Teheran, in cambio della rimozione graduale delle sanzioni, lasciando le altre questioni per negoziati futuri. Ciò rappresenterebbe una vittoria per il governo di Pezeshkian, che, rafforzando la sua posizione all’interno del paese, potrebbe spingersi a negoziare anche su altri temi controversi. Un simile accordo incontrerebbe il malcontento dei settori più intransigenti e ultraconservatori del potere della Repubblica Islamica, ma troverebbe il favore e il sostegno della popolazione.

Ma è quasi certo che Trump e i suoi alleati metteranno sul tavolo delle negoziazioni anche altri temi, oltre alla questione nucleare, come la politica regionale, il programma missilistico iraniano e la sicurezza di Israele, che potrebbero rivelarsi determinanti per il raggiungimento di un accordo.

Se l’amministrazione americana includesse nell’agenda i 13 punti di John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale durante il primo mandato di Trump, che miravano a costringere Teheran a modificare radicalmente la sua politica e la strategia militare, la speranza di un accordo diventerebbe quasi nulla.

Tuttavia, si sa che la questione non è così semplice, e dal cappello del presidente Trump potrebbero emergere richieste o soluzioni imprevedibili. Inoltre, il predominio del settore della sicurezza e della difesa negli Stati Uniti, la complessa burocrazia, la separazione dei poteri e le dinamiche che influenzano le relazioni estere e gli equilibri di potere globali potrebbero rendere difficile l’attuazione completa anche delle volontà del neo-presidente.

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07/07/2024

Iran - Pezeshkian l’uomo della mano tesa

Vince Pezeshkian, l’uomo della mano tesa. Vince con tre milioni di preferenze più di Jalili. E lo fa con un elettorato che sfiora il 50% di partecipazione, risollevando di dieci punti la percentuale della settimana scorsa. Dunque sei milioni di astenuti non se la sono sentita di voltare le spalle ai seggi. E già che c’erano hanno consegnato la presidenza al riformista, scudisciando il candidato d’apparato Saeed Jalili.

Perdono gli ultraconservatori, almeno nell’aspetto di facciata di non avere un proprio uomo al vertice delle Istituzioni. Possono sperare nel tradizionalismo di Khamenei che però già da un anno chiude gli occhi davanti a una tolleranza di fatto: accettare tante donne, non solo giovanissime, che girano per le strade senza velo. Il simbolo intoccabile voluto da Khomeini, che aveva infiammato le proteste dopo le azioni violente della Gašt-e Eršâd innanzitutto contro Masha Amini e poi su centinaia di donne che bruciavano pubblicamente l’hijab e si tagliavano ciocche di capelli, non è più al centro della repressione. Almeno per ora.

Fra i duellanti Masoud Pezeshkian ha promesso in campagna elettorale tolleranza assoluta sulla questione. Da presidente non cambierà idea, ma il suo impegno ancor più corposo sul fronte geopolitico resta la disponibilità a riaprire le trattative sul nucleare, e qui bisogna vedere come reagiranno le controparti internazionali e interna. Molto dipenderà da chi governerà quello che per Teheran resta il Grande Satana, la Casa Bianca. Un ritorno di Trump, teoricamente dovrebbe chiudere tutte le porte a un rilancio del dialogo, visto che fu proprio lui a staccare il filo sette anni or sono. Ma sia il tycoon sia un rivale miracolato come 47° presidente americano potrebbero sorprendere tutti e riproporre le trattative. Come la prenderebbe il partito dei militari sarà tutto da scoprire. Per costume costoro risultano sì integerrimi, ma sono al tempo stesso pragmatici, non avvezzi a colpi di testa. Davanti a decisioni delicate, soprattutto in politica estera, valutano ciò che può maggiormente convenire.

E l’attuale momento non è fra i migliori per decisioni puramente ideologiche, visti: la crisi economica pungente, il malcontento popolare, il rischio di nuove rivolte, il rovente clima bellico mediorientale, la sponda ritrovata per il riformismo interno. In fondo c’è un gran pezzo del Paese disgustato dalla gestione repressiva del potere che protesta astenendosi dal voto, e fra chi si è recato alle urne è cresciuto il sostegno a un elemento outsider e diventato presidente.

Entrambi i candidati di potenti apparati come i basiji (Jalili) e i pasdaran (Ghalibaf) sono stati battuti da chi teoricamente non vanta gruppi di pressione dalla sua parte. L’aria sembrerebbe tornata a girare. Ma almeno due generazioni che hanno sostenuto il riformismo con tanto di presidente eletto per due mandati, Khatami fra la fine degli anni '90 e il nuovo secolo, oppure mediato, Rohani perché i più esposti Karroubi e Mousavi erano finiti ai domiciliari dopo l’Onda verde, hanno incamerato delusioni in luogo di soddisfazioni. E non perché siano mancate idee e proposte, ma perché i pilastri del khomeinismo, l’ingombrante presenza del clero nelle Istituzioni, lo strapotere dei Guardiani della Rivoluzione fin dentro l’economia col controllo delle Fondazioni, chiudevano spazi politici e d’impresa.

In aggiunta il clima internazionale non è favorevole, la stessa diaspora od opposizione iraniana all’estero, a meno che non elabori nostalgie para dinastiche, è carezzata da tanti che parlano di diritti negati, ma considerano l’Iran uno Stato-canaglia. Alcuni lo rivorrebbero come ai tempi in cui la Cia e l’MI6 scalzavano con metodi spicci Mossadeq. Perché agli imperi che non tramontano, gli amici piacciono prostrati o sottomessi.

Per ora il neo eletto presidente dichiara di voler “Tendere la mano dell’amicizia a tutti. Siamo tutti popolo di questo Paese. Ci sarà bisogno di tutti per il progresso”. Una scommessa e un azzardo. Eppure l’azero dal sorriso triste ci prova.

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22/05/2024

Iran - Le ripercussioni della morte di Raisi

Il capo dell’amministrazione presidenziale iraniana, Gholam-Hossein Esmaili, che accompagnava il presidente iraniano Ebrahim Raisi in un altro elicottero, ha raccontato all’agenzia Irna le fasi dell’incidente.

“Forse c’era nebbia nelle profondità della gola, ma non c’era nebbia sulla traiettoria del nostro volo. Le nuvole erano leggermente più alte dell’elicottero”, ha detto Esmaily.

Secondo il funzionario, l’equipaggio dell’elicottero su cui stava volando ha notato la scomparsa dell’elicottero del consiglio presidenziale circa 30 secondi dopo che il suo pilota aveva ordinato al resto degli equipaggi di guadagnare quota per salire sopra le nuvole.

Dopo la scomparsa dell’elicottero di Raisi, l’equipaggio del secondo velivolo è andato a cercarlo cercando di mettersi in contatto con lui. I piloti sono riusciti a chiamare l’imam, che era a bordo con Raisi. L’equipaggio, secondo Esmaily, è rimasto in contatto con lui per diverse ore prima della sua morte. Dalle sue parole, è diventato chiaro che l’elicottero presidenziale si era schiantato. “Non mi sento bene, non so cosa sia successo, non so dove sono, sono sotto gli alberi, non lo so, non vedo nessuno, sono solo”, così il capo dell’amministrazione presidenziale ha riferito le ultime parole dell’imam.

La morte del presidente iraniano Raisi è arrivata sicuramente in un momento difficile per il Medio Oriente. Fatta eccezione per Israele e Stati Uniti – quest’ultimi in modo fin troppo sguaiato – i leader mondiali hanno inviato le loro condoglianze all’Iran.

Raisi, in qualità di presidente dell’Iran, era la seconda persona più potente del paese, dopo il leader supremo Ayatollah Ali Khamenei.

Il primo vicepresidente dell’Iran, Mohammed Mokhber, è ora presidente ad interim mentre il negoziatore Ali Bagheri Kani è stato nominato ministro degli Esteri ad interim. Sulla base della Costituzione iraniana, entro 50 giorni sarà eletto un nuovo presidente.

L‘eredità di Raisi dopo la sua morte avrà un forte impatto sulle relazioni interne ed estere iraniane in futuro, soprattutto su tre dossier: le tensioni con Israele, la normalizzazione delle relazioni con l’Arabia Saudita, l’accordo sul nucleare. Sul piano interno Raisi era stato un punto di equilibrio dentro le rivalità nei gruppi conservatori al comando del paese.

Le tensioni tra Iran e Israele

Durante la presidenza di Raisi, le tensioni tra l’Iran e l’asse USA-Israele hanno raggiunto i livelli più alti dalla rivoluzione del 1979. Il 1° aprile 2024, un attacco aereo israeliano su un edificio consolare iraniano a Damasco ha ucciso diversi alti ufficiali iraniani.

In risposta, il 13 aprile, l’Iran ha effettuato il suo primo attacco diretto sul territorio israeliano lanciando oltre 300 velivoli senza pilota e missili. Una continuazione dell’attuale tendenza tra l’Iran e l’Occidente e Israele potrebbe portare a una guerra totale tra Iran e Israele.

Il riavvicinamento tra Iran e Arabia Saudita

Sotto la presidenza di Rouhani, nel gennaio 2016, una manifestazione in Iran di persone infuriate per l'esecuzioni da parte dell’Arabia Saudita di un importante religioso sciita e di 47 prigionieri, aveva fatto irruzione nell’ambasciata saudita, portando a una crisi diplomatica tra Riyadh e Teheran.

Nel marzo 2023, la Cina ha mediato il riavvicinamento tra Iran e Arabia Saudita.

Tuttavia, la ragione principale di questo sviluppo è che il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha adottato una nuova strategia per trasformare l’Arabia Saudita nella principale potenza economica del Medio Oriente da qui al 2030.

Per raggiungere questo obiettivo, ha agito per normalizzare le relazioni con i paesi della regione, tra cui Iran, Qatar, Egitto e Turchia, e persino con Israele, espandendo anche le relazioni con le potenze del blocco eurasiatico, Russia e Cina.

Questo sviluppo ha gettato le basi per migliorare le relazioni arabo-iraniane durante la successiva amministrazione iraniana.

L’altra importante iniziativa di Raisi è stata l’adesione permanente dell’Iran all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) e la richiesta di aderire ai Brics. Se le ostilità tra l’Occidente e l’Iran continuassero, l’adesione dell’Iran a queste due importanti organizzazioni fornirebbe una base per completare il processo di integrazione dell’Iran con questo nuovo blocco internazionale.

L’accordo sul nucleare iraniano

Sebbene la maggior parte dei conservatori si sia opposta con veemenza all’accordo sul nucleare iraniano, noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), il governo di Raisi ha fatto ogni sforzo per rilanciarlo, anche se senza successo, con l’amministrazione Biden che ha mostrato poca voglia di fare passi in avanti.

La Casa Bianca e l’Unione Europea non erano inclini a rilanciare il JCPOA a causa della cooperazione dell’Iran con la Russia, soprattutto nella guerra in Ucraina, e poi del sostegno dell’Iran ad Hamas.

Biden non solo ha mantenuto circa 1.500 sanzioni imposte contro l’Iran durante la presidenza di Donald Trump, ma ha anche aggiunto circa 700 nuove sanzioni. Anche i governi europei hanno imposto decine di nuove sanzioni contro l’Iran.

A causa delle sanzioni, all’inizio del 2024, la popolazione iraniana ha dovuto affrontare un’inflazione elevata e una valuta ancora più indebolita. Il tasso di cambio del libero mercato è passato da 250.000 rial per dollaro alla fine della presidenza di Hassan Rouhani nel 2021, a oltre 600.000 rial nel marzo 2024.

Di conseguenza, la reazione più significativa del governo Raisi è stata quella di prendere le distanze dal JCPOA, espandere il suo programma nucleare e di alzare la soglia dell’Iran verso uno stato nucleare. Resta da vedere se l’Iran riuscirà a diventare uno stato nucleare dopo la morte di Raisi.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea attualmente non hanno alcuna iniziativa diplomatica o volontà di impegnarsi in un dialogo serio e ampio con l’Iran, concentrandosi invece sull’aumento delle sanzioni e delle minacce. Se questa tendenza continua, indipendentemente da chi potrebbe essere il prossimo presidente, Teheran probabilmente andrà avanti con l’acquisizione di capacità nucleari.

Ripercussioni sul governo del paese

Raisi è stato il primo presidente dell’Iran durante i 35 anni di leadership dell’ayatollah Khamenei ad essere pienamente allineato con le politiche della leadership religiosa a livello nazionale, regionale e internazionale. I precedenti presidenti del campo riformista o moderato, come Akbar Rafsanjani, Mohammad Khatami e Rouhani, avevano infatti opinioni diverse sia sulla politica estera che su quella interna rispetto alla leadership. Anche Mahmoud Ahmadinejad, eletto dal fronte conservatore, alla fine ha avuto ampi disaccordi con la leadership religiosa del paese.

In effetti, l’era di Raisi ha segnato il primo periodo in cui la governance in Iran è diventata unificata, con i conservatori che detengono il potere su governo, parlamento, magistratura, sicurezza e istituzioni militari.

Sotto Raisi, tuttavia, il fronte conservatore ha conosciuto una divisione. Figure moderate del campo come Ali Larijani, ex presidente del parlamento, sono state messe da parte, mentre figure semi-moderate come Mohammad Bagher Ghalibaf, l’attuale presidente del parlamento, hanno affrontato severe critiche da parte della fazione più radicale. Raisi ha cercato di posizionarsi al centro di questa rivalità. Pertanto, l’idea di “unità di governo” era stata messa in discussione.

Di conseguenza, dopo Raisi, sono prevedibili due ipotesi sulla politica interna dell’Iran.

Uno suggerisce che i conservatori più radicali rafforzeranno la loro presa e controlleranno completamente il governo, il che potrebbe portare a un’escalation delle tensioni tra l’Iran e l’Occidente.

La seconda ipotesi è che, con la guida della leadership religiosa, entreranno in scena forze moderate all’interno del campo conservatore, il che aumenterebbe le possibilità di allentare le tensioni tra l’Iran e l’Occidente.

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11/04/2024

Medio Oriente. Il nucleare iraniano nel mirino

Ad alzare la tensione in un Medio Oriente, già a rischio escalation, è stata diffusa oggi la notizia che l’Iran starebbe aumentando rapidamente le proprie scorte di uranio arricchito, parte del quale sarebbe vicinissimo al livello di arricchimento necessario per l’impiego militare. A scriverlo è il quotidiano Washington Post, secondo cui Teheran potrebbe essere poco distante dalla realizzazione della sua prima testata atomica.

Lo scorso febbraio ispettori dell’Onu hanno visitato il complesso nucleare sotterraneo di Fordow. Secondo il quotidiano statunitense dal rapporto degli ispettori emergono indicazioni di un “allarmante cambiamento”. Le centrifughe iraniane per l’arricchimento dell’uranio starebbero lavorando a pieno regime, e l’impianto potrebbe presto arrivare a raddoppiare la propria capacità produttiva.

Ancor più preoccupante, secondo il Washington Post, è il fatto che a Fordow starebbe accelerando la produzione di una tipologia di uranio altamente arricchito prossimo a quello di livello militare (“weapons grade”), utilizzato per la produzione di testate nucleari.

L’Iran nega di volersi dotare di un’arma atomica, ma secondo il quotidiano statunitense le scorte di uranio altamente arricchito di cui il Paese dispone potrebbero essere convertite nel materiale necessario a produrre tre testate nucleari “nell’arco di poche settimane”.

Il Washington Post aggiunge però che di recente l’Iran ha diluito parte del suo uranio altamente arricchito, inviando un segnale della propria volontà di evitare escalation delle tensioni tramite “l’autoimposizione di limiti” alle proprie scorte di materiale fissile.

Dalle interviste con i funzionari dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) e con più di una dozzina di attuali ed ex funzionari dell’intelligence e della sicurezza statunitensi ed europei – che hanno parlato a condizione di anonimato per discutere di questioni sensibili – emerge l’idea che l’Iran starebbe avanzando lentamente ma con sicurezza, accumulando i mezzi per un’arma nucleare senza fare alcuna mossa palese per costruirne una.

Il giornale britannico The Guardian riporta invece che la scorsa settimana, Usa e alleati europei hanno lanciato l’allarme per la minaccia rappresentata dalla mancanza di cooperazione dell’Iran sul suo programma nucleare.

L’ avvertimento è arrivato in occasione della riunione trimestrale del consiglio dei governatori dell’Aiea, e il direttore dell’Agenzia, Rafael Grossi, ha persino ammesso che non c’è “continuità delle conoscenze sulla produzione e sullo stock di centrifughe, rotori, acqua pesante e concentrato di uranio”.

Anche il rappresentante russo presso le organizzazioni internazionali a Vienna, Mikhail Ulyanov, ha messo in guardia da una situazione “piena di pericoli” e che “rischia di finire fuori controllo”. Ma per il diplomatico russo, tutto va addebitato agli Usa che nel 2015 si ritirarono dall’accordo internazionale sul nucleare iraniano. Il Jcpoa era stato firmato come accordo decennale e il ritiro unilaterale degli Stati Uniti venne deciso da Donald Trump.

Occorre rammentare che nella regione l’unica potenza a disporre dell’arma nucleare è Israele, praticamente in condizione di monopolio. Nel 1981 Israele bombardò il reattore nucleare iracheno di Osirak per impedire il processo verso una “bomba araba”. Recentemente l’Arabia Saudita ha chiesto agli USA il via libera per un proprio programma nucleare come condizione per la normalizzazione dei rapporti con Israele. Ma Tel Aviv si è opposta furiosamente all’ipotesi.

I tentativi di creare un equilibrio della deterrenza in Medio Oriente sono finora falliti, così come le proposte di una conferenza regionale per il disarmo nucleare. In entrambi i casi a mettersi di traverso è stata Israele.

Tel Aviv infatti non ha firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare e in questi decenni si è semplicemente limitata a negare di possedere armi nucleari. La cosiddetta comunità internazionale se l’è fatto bastare e non ha mai chiesto spiegazioni.

L’Aiea quindi non ha mai potuto inviare propri ispettori negli impianti nucleari israeliani, il più noto è quello di Dimona nel deserto del Negev, dove si stima siano stipate alcune decine di testate atomiche.

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11/09/2023

USA-Iran, indizi d’intesa

Gli Stati Uniti e l’Iran sarebbero vicini a finalizzare un accordo per lo scambio di detenuti e, soprattutto, per lo sblocco di sei miliardi di dollari di fondi della Repubblica Islamica congelati in Corea del Sud a causa delle sanzioni unilaterali americane. L’intesa, mediata dal Qatar, deve probabilmente superare ancora qualche sconosciuto ostacolo, ma ha già sollevato interrogativi tra gli osservatori sui possibili riflessi che potrebbe avere, assieme ad alcuni altri recenti sviluppi, sulle trattative – in stallo da tempo – per il ripristino dell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA).

Il primo passo fatto da Teheran era stato registrato il 10 agosto scorso con il trasferimento dalla famigerata prigione di Evin agli arresti domiciliari di quattro cittadini americani e uno britannico. In base a quanto sarebbe stato ora stabilito, i cinque prigionieri verrebbero prima imbarcati su un volo per Doha e da lì proseguirebbero verso la loro destinazione finale. Un identico numero di cittadini iraniani detenuti in carceri degli Stati Uniti verrebbero a loro volta inviati nella capitale del Qatar prima di raggiungere Teheran.

La parte politicamente di maggior rilievo dell’accordo è però quella finanziaria. Come già anticipato, sei miliardi di dollari congelati nelle banche sudcoreane dovrebbero essere trasferiti prima in Svizzera, poi ancora in Qatar e, infine, in Iran. Il denaro di proprietà iraniana deriva dalla vendita di petrolio alla Corea del Sud ed è stato finora soggetto alle misure punitive con cui Washington cercava e cerca tuttora di mettere in ginocchio economicamente il paese mediorientale.

Gli ambienti di destra negli Stati Uniti, e non solo nel Partito Repubblicano, hanno indirizzato una valanga di critiche all’amministrazione Biden, definendo i sei miliardi di dollari come un “riscatto” da pagare in cambio della liberazione di cittadini americani. In realtà si tratta della restituzione di fondi che appartengono all’Iran e che sono stati bloccati in un paese terzo, teoricamente sovrano, in seguito a provvedimenti unilaterali dalla legalità molto dubbia.

Il ritorno del denaro in Iran sarà oltretutto vincolato a condizioni restrittive. La Reuters, basandosi su fonti anonime negli USA e in Iran, ha rivelato che i sei miliardi di dollari resteranno inizialmente su alcuni conti speciali in Qatar, sui quali Washington eserciterà una sorta di supervisione, influenzando i tempi del rimpatrio in Iran e le modalità con cui verranno utilizzati. Principalmente, scrive ancora la stessa agenzia di stampa, il denaro servirà a Teheran per acquistare cibo e medicinali.

Uno degli ostacoli principali sembra essere stata l’ideazione di un meccanismo che garantisse la trasparenza del trasferimento di una somma così ingente. Questo problema deriva però solo ed esclusivamente dall’imposizione di sanzioni americane con poco o nessun senso al di fuori dei calcoli strategici di Washington. Per superare queste e altre difficoltà, lo scorso giugno si sarebbero incontrati a Doha i governatori della banca centrale iraniana e di quella del Qatar. Lo stesso governo dell’emirato si è offerto infine di coprire le spese bancarie derivanti dal doppio trasferimento dei fondi fino a Doha.

L’accordo descritto, che potrebbe essere implementato già a partire dalla prossima settimana, è stato negoziato nel quadro più ampio delle trattative per la riesumazione del JCPOA. Si tratterebbe dunque di un punto di convergenza tra Washington e Teheran utile a costruire un clima di fiducia e come punto di partenza per alzare il livello dei colloqui, in ogni caso intrattenuti finora solo in maniera indiretta.

È ad ogni modo legittimo chiedersi se, dopo oltre due anni, sia finalmente in vista un qualche accordo per rimettere in piedi il cosiddetto JCPOA, sottoscritto a Vienna nel 2015 e poi abbandonato unilateralmente dal presidente Trump tre anni più tardi. Tra le voci più autorevoli dell’establishment USA a porsi la domanda è stato il Council on Foreign Relations (CFR) che ha accostato la notizia sullo scambio di detenuti ad altri segnali emersi nelle ultime settimane che fanno intravedere una possibile svolta.

Il più recente è l’ultimo rapporto trimestrale dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA) che ha rilevato un rallentamento del ritmo di arricchimento dell’uranio da parte della Repubblica Islamica. Il CFR avverte comunque che restano alcuni ostacoli prima di concludere definitivamente l’accordo, anche se la natura di essi non è del tutto chiara. Che il clima sia tutt’altro che disteso è d’altra parte facile da immaginare. Oltre alle solite minacce in funzione strumentale di Israele, è del fine settimana la conferma del sequestro da parte americana di quasi un milione di barili di petrolio diretti dall’Iran alla Cina.

Lo stesso articolo del CFR cerca in ogni caso di spiegare le ragioni del possibile gesto distensivo che include lo scambio di prigionieri e lo sblocco parziale di fondi iraniani congelati dalle sanzioni. L’interpretazione offerta fa riferimento al recente ristabilimento di normali relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita grazie alla mediazione cinese. In sostanza, l’iniziativa di Pechino punta a garantire una certa stabilità in Medio Oriente e, per questa ragione, il governo cinese avrebbe fatto pressioni su Teheran non solo per ammorbidire le proprie posizioni nei confronti di Riyadh, ma anche di Washington.

Questa tesi è tuttavia smentita da almeno un fattore, cioè che la disponibilità a trattare con gli USA non è mai venuta meno da parte iraniana. L’ostacolo è sempre stato al contrario la posizione troppo rigida o, tutt’al più, i tentennamenti dell’amministrazione Biden. La possibile decisione di raccogliere ora risultati concreti dalla trattativa con l’Iran sembra essere così dovuta, al contrario di quanto sostiene il CFR, alla rapida integrazione di Teheran nei vari progetti multipolari in atto a livello globale e al consolidamento della partnership strategica con Russia e Cina.

Il timore insomma di uno scivolamento definitivo nell’orbita eurasiatica dell’Iran rappresenta l’elemento principale di pressione sulle dinamiche dell’accordo sul nucleare, ma agisce non sulla Repubblica Islamica ma su Washington. Questo stesso principio aveva guidato d’altra parte la decisione dell’amministrazione Obama di sottoscrivere il JCPOA a Vienna nel 2015 nonostante la forte opposizione interna. L’evoluzione del processo diplomatico dipende quindi ora dagli Stati Uniti. La leadership iraniana ha invece già fatto le proprie scelte e, con o senza il ristabilimento del JCPOA, vede ormai principalmente a oriente le occasioni di crescita e sviluppo per il futuro del paese.

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24/06/2023

USA-Iran, il mistero dell’accordo

Sulla stampa americana circola con insistenza negli ultimi giorni la notizia di un possibile imminente “mini-accordo” tra Iran e Stati Uniti per riportare un minimo di stabilità nei rapporti tra i due paesi nemici ed evitare l’esplosione di un nuovo conflitto in Medio Oriente. Questi sviluppi sarebbero il risultato di colloqui segreti diretti iniziati a partire dallo scorso mese di maggio a Muscat, la capitale del sultanato dell’Oman. I contenuti della possibile intesa non sono del tutto chiari, ma, se i negoziati dovessero andare a buon fine, è probabile che possa avere luogo uno scambio di detenuti. In seguito Teheran potrebbe impegnarsi a non superare una certa soglia nel processo di arricchimento dell’uranio in cambio della sospensione di almeno una parte delle sanzioni economiche imposte da Washington.

L’ipotesi di accordo segue un periodo di estrema tensione nelle relazioni con la Repubblica Islamica. La morte, mentre era in custodia della polizia iraniana, della 22enne Mahsa Amini lo scorso settembre aveva fatto esplodere violente proteste in molte città e i fatti erano stati subito sfruttati dai governi occidentali per rialimentare il caos nel paese mediorientale. Più recentemente, lo scontro si era infiammato a causa di sequestri reciproci di petroliere nelle acque del Mare Arabico e del Golfo dell’Oman.

Il “file” del programma nucleare iraniano era stato infine riaperto, suscitando una valanga di accuse nei confronti di Teheran. Su istigazione di Israele e con il consenso americano, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) aveva affermato di avere riscontrato in un impianto iraniano la presenza di tracce di uranio a un livello di arricchimento molto vicino a quello necessario per la costruzione di un’arma nucleare.

Lo scenario che si stava delineando sembrava riproporre la solita escalation di minacce e fare aumentare pericolosamente il rischio di un conflitto armato attorno al nucleare iraniano. A fine maggio, invece, l’AIEA aveva a sorpresa chiuso la questione, scagionando completamente la Repubblica Islamica. Visto il grado di politicizzazione dell’AIEA, quest’ultima iniziativa doveva in effetti suggerire un qualche cambiamento nell’aria e, infatti, nelle settimane successive le voci di un accordo parziale tra USA e Iran si sono fatte più insistenti.

È importante notare come quella in discussione non sia la riproposizione dell’accordo sul nucleare (JCPOA), sottoscritto nel 2015 a Vienna e abbandonato unilateralmente dall’amministrazione Trump nel 2018. Biden si era impegnato a riesumare questa intesa, ma i vari round di colloqui seguiti al suo insediamento alla Casa Bianca sono stati infruttuosi. L’amministrazione democratica ha mostrato di non avere la volontà politica per rimettere in piedi l’accordo, sia per timore della reazione del Congresso americano dominato da “falchi” anti-iraniani sia per assecondare le posizioni di Israele.

La parabola dei rapporti tra Stati Uniti e Iran fatica quindi a spiegare le ragioni del possibile accordo ora allo studio, se non addirittura in fase di finalizzazione. Alcuni osservatori hanno riproposto la tesi della necessità, da parte di Washington, di offrire qualche incentivo alla Repubblica Islamica nel tentativo quanto meno di rallentare il processo di integrazione economico-strategica con Russia e Cina. Da parte iraniana non ci sono tuttavia illusioni sull’affidabilità americana, né d’altra parte gli USA hanno molto da offrire per convincere il governo di Teheran a girare le spalle a Mosca e Pechino.

Le ambizioni americane potrebbero essere perciò molto più contenute. Un’analisi pubblicata questa settimana dalla testata on-line libanese The Cradle spiega come Biden intenda sostanzialmente fermare l’aumento del livello di arricchimento dell’uranio iraniano “senza [scatenare] un conflitto militare”. Il precipitare della situazione in Medio Oriente sarebbe infatti l’ultima cosa che Washington desidera in questo frangente, dal momento che gli Stati Uniti “sono coinvolti nella crisi russo-ucraina” e le tensioni con la Cina hanno raggiunto un livello quasi senza precedenti.

Queste preoccupazioni sono legate in primo luogo a una possibile iniziativa militare di Israele che rischierebbe di scatenare una guerra su vasta scala nella regione. Le ansie americane per una simile eventualità sono giustificate, visto che il governo di estrema destra di Netanyahu si trova a dover fronteggiare una crisi politica dopo l’altra sul fronte interno e potrebbe utilizzare un’aggressione contro l’Iran come valvola di sfogo per superare le divisioni e ricompattare il paese.

In assenza di un qualche accordo con Teheran, l’amministrazione Biden si ritroverebbe davanti a una serie di opzioni poco incoraggianti. Oltre alla possibile soluzione militare israeliana, l’alternativa sarebbe l’intensificazione delle sanzioni o una nuova campagna di destabilizzazione per provocare proteste anti-governative. Questi tentativi, spiega ancora The Cradle, sono però già stati fatti e non hanno dato nessun risultato. Anzi, la politica della “massima pressione” ha spinto ancora di più l’Iran verso Russia e Cina, nonché consolidato la posizione di Tehran come fulcro della “resistenza” in Medio Oriente.

A livello concreto, l’eventuale “mini-accordo” potrebbe prevedere l’imposizione di un limite all’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, ad esempio al 60%, così da tenere ben lontana la soglia teoricamente necessaria per ottenere un’arma nucleare (90-95%). In cambio, gli USA potrebbero cancellare una parte delle sanzioni in vigore e liberare alcuni fondi iraniani congelati all’estero. Già nei giorni scorsi la Casa Bianca ha autorizzato il trasferimento di circa tre miliardi di dollari dall’Iraq per il pagamento di forniture di gas ed elettricità.

Qualunque sia l’esito dei colloqui in Oman, è evidente che gli Stati Uniti hanno perso da tempo la capacità di influenzare le vicende relative all’Iran. Avendo rinunciato precocemente a ripristinare il JCPOA dopo il boicottaggio di Trump, l’amministrazione Biden ha visto la nuova leadership della Repubblica Islamica perdere interesse nelle trattative con l’Occidente e rivolgersi decisamente verso le più vantaggiose dinamiche euroasiatiche promosse da Russia e Cina.

Ciò che rimane a Washington è la velleità di intercettare l’attenzione di Teheran agitando l’incentivo della sospensione delle sanzioni, nella speranza che Netanyahu rinunci a un’opzione militare che incendierebbe l’intero Medio Oriente con conseguenze catastrofiche per gli stessi interessi strategici degli Stati Uniti e dello stato ebraico.

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11/06/2023

Usa-Iran, accordo sul nucleare più vicino?

Era stato descritto come un viaggio di «basso profilo», quello che ai primi di maggio ha fatto in Oman Brett McGurk, consigliere senior per il Medio Oriente del presidente Joe Biden. E invece i colloqui avuti da McGurk a Muscat, volti a ristabilire i contatti con Teheran dopo mesi di forte tensione tra i due paesi – acuita dal sostegno militare dell’Iran alla Russia nella guerra in Ucraina – hanno contribuito a far avanzare rapidamente, oltre ogni aspettativa, il negoziato per il rilancio del Jcpoa, l’accordo internazionale del 2015 sul programma nucleare iraniano. Lo si è capito grazie ad un altro viaggio, quello effettuato nei giorni scorsi dal ministro israeliano per gli Affari strategici, Ron Dermer, e il consigliere per la sicurezza del premier Netanyahu, Tzachi Hanegbi, che si sono precipitati negli Stati Uniti a ribadire che Israele non vuole il rilancio del Jcpoa, e invoca nuove misure punitive «per contrastare le minacce provenienti dall’Iran e dai suoi alleati».

L’Amministrazione Biden – che nelle ultime ore ha negato che ci siano progressi – l’accordo sul nucleare con Teheran lo vuole perché spera che aiuti a creare le condizioni per contenere lo sviluppo della collaborazione militare, e non solo, tra il Cremlino e l’Iran e la penetrazione russa in Medio Oriente. E perché, a differenza di Israele, teme gli effetti destabilizzanti che una guerra con l’Iran avrebbe sulle petromonarchie del Golfo e gli altri alleati di Washington nella regione. Il quotidiano Haaretz confermava nei giorni scorsi che i contatti indiretti tra Stati Uniti e Iran fanno importanti passi avanti. Funzionari della difesa israeliana affermano che le due parti potrebbero raggiungere un accordo parziale entro poche settimane. Saranno fatte concessioni all’Iran in cambio di uno stop al processo di arricchimento dell’uranio. Teheran appare pronta a raggiungere il compromesso ma si attende una riduzione concreta delle sanzioni economiche. Haaretz aggiunge che in una prima fase verrebbero scongelati 20 miliardi di dollari iraniani bloccati in Corea del Sud, Iraq e presso il Fondo monetario internazionale.

Nell’ultimo anno lo sblocco dei fondi è stato indicato più volte dalla stampa iraniana come un possibile passo in avanti nel contesto di un accordo con gli Stati Uniti sulla questione nucleare e per uno scambio di prigionieri. Per Israele – che è l’unica potenza nucleare nella regione, non dichiarata – un accordo provvisorio e limitato non sarebbe sufficiente a garantire la supervisione internazionale delle attività dell’Iran. Da qui il nervosismo israeliano. Tel Aviv si è anche scagliata contro la chiusura di un’indagine dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) relativa alle tracce di uranio arricchito trovate nel sito di Marivan, 525 chilometri a sud-est di Teheran. Nel 2019 Netanyahu sostenne il collegamento di Marivan al presunto programma nucleare militare dell’Iran e accusò la Repubblica islamica di aver condotto lì test atomici. L’Iran non ha commentato le proteste israeliane contro l’Aiea. Ha però annunciato di aver accettato di reinstallare un certo numero di telecamere nell’impianto nucleare a Isfahan rimosse un anno fa dopo che l’agenzia atomica aveva approvato una risoluzione molto critica verso l’Iran.

L’interrogativo resta lo stesso: Teheran intende davvero dotarsi della bomba atomica come denuncia Israele? I segnali sono stati ambigui dopo il 2018 quando Trump, uscendo dal Jcpoa, diede il via a una crisi pericolosa che, almeno in un paio di occasioni, ha rischiato di sfociare in una guerra. Di sicuro la mancata fine del regime di sanzioni economiche internazionali, otto anni dopo la firma del Jcpoa, ha dato più forza all’ala dura dell’establishment politico-militare iraniano che spinge per passare il Rubicone e mettere di fronte al fatto compiuto Israele e Usa.

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16/09/2022

Iran, accordo e sabotaggio

Le residue speranze di rimettere in piedi l’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) sono svanite forse definitivamente questa settimana dopo la presa di posizione tutta politica dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) nel corso della riunione periodica dell’organizzazione ONU, andata in scena lunedì a Vienna. Le accuse alla Repubblica Islamica contenute nel rapporto del direttore generale, Rafael Grossi, sono servite ad alimentare il solito artificioso clima anti-iraniano, offrendo un alibi “scientifico” e “imparziale” per giustificare la brusca frenata dei governi occidentali coinvolti nelle trattative con Teheran.

Quella che sembrava poter essere la fase decisiva dei colloqui era iniziata l’8 agosto scorso con la presentazione di una bozza di proposta “finale” da parte dell’Unione Europea agli Stati Uniti e all’Iran. Segnali contrastanti erano arrivati da entrambe le parti, fino a che la risposta finale di Teheran, mai resa pubblica ufficialmente, aveva ingolfato il procedimento. Da allora, i vertici europei e il governo americano hanno deciso di ostentare pessimismo sulla sorte dei negoziati, attribuendone la responsabilità alla decisione iraniana di introdurre nel testo una serie di condizioni che non avrebbero nulla a che vedere con l’intento originario del JCPOA.

Lunedì, il segretario di Stato USA, Anthony Blinken, ha così suggellato, almeno per il momento, la probabile fine delle trattative. A suo dire, Teheran “ha fatto un passo indietro” nei negoziati ed è perciò “improbabile” che, per ora, l’accordo sul nucleare venga sottoscritto. Fonti diplomatiche europee hanno più realisticamente citato la scadenza del voto di “metà mandato” negli Stati Uniti a inizio novembre come elemento che ostacola la ratifica di un accordo. Come minimo, l’amministrazione Biden non intende portare al Congresso una questione esplosiva prima di un’elezione nella quale il Partito Democratico viene già dato pesantemente sconfitto.

Tornando al ruolo dell’AIEA nell’influenzare i negoziati, è certo che l’Iran nella sua risposta alla bozza europea di accordo abbia chiesto, oltre allo stralcio dei Guardiani della Rivoluzione dall’elenco USA delle organizzazioni terroristiche, la chiusura dell’indagine dell’Agenzia per l’Energia Atomica sul ritrovamento di particelle ad alto arricchimento di uranio in tre siti nucleari del paese mediorientale. L’AIEA sostiene che Teheran non ha fornito risposte convincenti sulla questione, mentre le autorità iraniane assicurano di avere dato tutte le spiegazioni necessarie su un tema che, in ogni caso, sarebbe stato politicizzato in conformità con l’agenda di paesi ostili (Israele, USA).

Nel presentare il suo rapporto sul caso Iran a Vienna, Grossi ha ribadito le posizioni dell’agenzia e le accuse contro Teheran, dal momento che “nessuna delle questioni aperte è stata risolta”. A meno che l’Iran “non fornisca spiegazioni tecnicamente credibili per la presenza di particelle di uranio di origine antropica in tre strutture [nucleari] non dichiarate”, l’AIEA “non sarà in grado di confermare la correttezza e la completezza delle dichiarazioni” sottoscritte da Teheran in base a un accordo ultra-invasivo con la stessa agenzia ONU.

A dare il colpo di grazia politico alle trattative in corso sul JCPOA è stato ancora Grossi nel finale del suo intervento di presentazione del rapporto sull’Iran. Vista infatti la mancata collaborazione della Repubblica Islamica, l’AIEA “non è nella posizione di garantire che il programma nucleare iraniano sia esclusivamente pacifico”. In altre parole, la tesi senza fondamento di USA e Israele che l’Iran potrebbe condurre in segreto un programma nucleare militare ha trovato una quasi conferma da parte dei vertici di un’agenzia internazionale teoricamente imparziale e autorevole.

La decisione dell’AIEA rappresenta un’intrusione a dir poco inopportuna nelle trattative sul JCPOA. A livello generale, l’Iran è stato negli ultimi anni il paese che ha subito di gran lunga il maggior numero di ispezioni da parte dell’Agenzia per l’Energia Atomica ed è stato lo stesso governo di Teheran che ha accettato di sottoporsi a questo regime intrusivo. Sostenere che le autorità del paese virtualmente più controllato del pianeta nascondano piani di natura militare per sviluppare armi nucleari non ha perciò alcun senso, soprattutto quando sono in corso trattative diplomatiche internazionali che dovrebbero ripristinare un sistema molto rigido di controlli.

È vero peraltro che l’Iran nega all’AIEA da oltre un anno la possibilità di controllare le proprie attività nucleari civili tramite le due dozzine di telecamere installate nei propri impianti dopo la firma del JCPOA nel 2015. A partire dallo scorso anno, le immagini registrate erano state tenute a disposizione dell’AIEA in attesa di un ripristino dell’accordo di Vienna. Con il venir meno delle prospettive di successo dei colloqui, Teheran lo scorso luglio ha invece deciso di spegnere le telecamere fino a quando non sarà raggiunta un’intesa. Queste decisioni, assieme alla ripresa dell’arricchimento dell’uranio, appaiono tuttavia legittime, essendo l’Iran esentato dai vincoli previsti dal JCPOA nel caso in cui uno dei firmatari abbandoni unilateralmente l’accordo, come fece appunto nel 2018 l’allora presidente americano Trump.

L’altro elemento da considerare è che l’annosa questione delle particelle di uranio e le denunce contro l’Iran per la presunta mancata collaborazione attorno a questo argomento sono il risultato di pressioni soprattutto israeliane e rispondono esclusivamente all’agenda anti-iraniana degli Stati Uniti e dello stato ebraico. L’AIEA si è in sostanza prestata agli interessi israeliani sulla questione del nucleare iraniano e gli stessi esponenti del governo di Tel Aviv, nonché i vertici militari e dell’intelligence, non fanno mistero della loro contrarietà al ripristino del JCPOA, né dell’intenzione di agire militarmente contro la Repubblica Islamica se dovessero esserci progressi nella costruzione di armi nucleari.

Il portavoce dell’Organizzazione per l’Energia Atomica iraniana, Behrouz Kamalvandi, in una recente conferenza stampa ha invitato l’AIEA a “non esprimere giudizi basati su documenti contraffatti forniti dal regime sionista con scopi politici ben precisi”. L’influenza israeliana sull’AIEA è ben nota e si è più volte concretizzata precisamente nella messa a disposizione di materiale presumibilmente derivante dal programma nucleare iraniano per dimostrare l’intenzione, mai provata, del governo di Teheran di continuare a dare impulso a un fantomatico progetto di natura militare.

Il fatto che l’AIEA assecondi Israele la dice lunga sulla credibilità dell’agenzia delle Nazioni Unite. Il suo direttore intrattiene rapporti frequenti con membri del governo di Tel Aviv e, addirittura, nel pieno delle trattative sul nucleare iraniano e della polemica sulla collaborazione di Teheran con l’AIEA, il diplomatico argentino si era recato a inizio giugno in visita in Israele, dove era stato protagonista di un incontro pubblico con l’allora primo ministro, Naftali Bennett.

Il governo della Repubblica Islamica aveva comprensibilmente denunciato il comportamento di Grossi, sia per le appena ricordate manovre israeliane volte a influenzare l’esito dei negoziati sul JCPOA sia per il fatto che lo stato ebraico dispone di un numero imprecisato di armi nucleari non dichiarate e non ha mai sottoscritto, a differenza dell’Iran, il Trattato di Non Proliferazione nucleare (NPT). L’allineamento dell’AIEA alle posizioni israeliane comporta inoltre il rischio di promuovere l’escalation dello scontro con Teheran. Facendosi portavoce di fatto delle accuse di Israele circa la possibile esistenza di un programma nucleare militare iraniano, l’AIEA legittima in qualche modo le minacce dello stato ebraico di bombardare le installazioni della Repubblica Islamica, indipendentemente dalla ratifica di una nuova versione del JCPOA.

Per quanto riguarda l’amministrazione Biden, è evidente che al momento prevalgono i calcoli elettorali, vista l’ampia maggioranza bipartisan contraria al JCPOA al Congresso di Washington, e la necessità di seguire i “consigli” di Israele. Il governo americano continua però a gettare fumo negli occhi della comunità internazionale, cercando di attribuire all’Iran la responsabilità dello stallo dei negoziati. La delegazione americana presso l’AIEA ha definito martedì la Repubblica Islamica “un partner ostile” nei colloqui indiretti in corso ormai da 16 mesi. Gli Stati Uniti, al contrario, sarebbero “pronti a implementare rapidamente l’accordo” sulla base di un “ritorno reciproco al rispetto [dei termini] del JCPOA”. Ciò che ostacolerebbe questo esito, secondo Washington, è appunto “l’assenza di un partner disponibile”.

La tesi americana non potrebbe essere più falsa. Se queste intenzioni USA fossero genuine, sarebbe stata sufficiente per l’amministrazione Biden, subito dopo l’insediamento del presidente democratico, una dichiarazione unilaterale del rientro puro e semplice nel JCPOA. La Repubblica Islamica, come aveva assicurato più volte, avrebbe automaticamente sospeso le attività “in violazione” dell’accordo, tornando a rispettare in pieno i termini sottoscritti nel 2015.

Il governo americano ha invece scelto di temporeggiare, poi di riaprire tardivamente il tavolo delle trattative e, in seguito, di presentare nuove richieste irricevibili per l’Iran e di seguire la fallimentare strada delle sanzioni già sperimentata da Trump. Col passare dei mesi, il capitale politico di Biden si è prosciugato definitivamente e l’assenza di una strategia negoziale coerente si è fusa con le pressioni dei falchi di Washington e del regime sionista, affondando forse definitivamente un accordo in grado di dare almeno un minimo contributo alla stabilità della regione mediorientale.

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