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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/04/2026

I miraggi non salvano

La storia delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti è lastricata di miraggi, ma nessuno così abbagliante come il biennio 2015-2017. Quando l’Air Force One atterrò all’Avana, il mondo credette di assistere all’atto finale dell’ultimo grande teatro della Guerra Fredda. Tuttavia, dietro l’entusiasmo diplomatico, l’attracco di navi da crociera e la valanga di licenze dell’Ufficio per il Controllo delle Attività Straniere statunitense (OFAC), si nasconde un’architettura legale estremamente fragile.

Il “disgelo” promosso da Barack Obama fu un esercizio audace di potere esecutivo, sì, ma anche un castello di carte edificato sull’abisso che è il blocco. A distanza di anni da quel climax diplomatico, persiste una domanda scomoda: quanto della violenta regressione impulsata da Donald Trump era veramente evitabile? La risposta richiede di andare oltre i rimproveri superficiali per analizzare i limiti strutturali di Washington e le incrollabili cautele storiche dell’Avana.

Un consenso che si è diffuso ovunque, e che condividono persino gli amici di Cuba, è che, in un certo modo, la grave crisi economica che il paese soffre oggi sia un risultato – più o meno diretto – del fatto che il governo cubano non abbia “sfruttato” l’opportunità che avrebbe potuto rappresentare la luna di miele con Obama. Così si attribuisce alle note pigrizia e lentezza burocratiche cubane il non aver ancorato in tempo interessi corporativi statunitensi all’isola prima del maremoto politico che rappresentò il trumpismo.

Secondo questa logica, se grandi aziende come Google o le catene alberghiere statunitensi avessero messo radici nel paese, l’Amministrazione Trump non avrebbe potuto assumersi il costo politico di invertire il riavvicinamento.

Ma è tutto completamente vero? Per analizzare questa ipotesi e capire cosa sia stato veramente sprecato, è imperativo guardare sia alla dinamica interna dell’Isola che all’immutabile architettura del potere a Washington.

Da un lato, è innegabile che la politica ufficiale di avanzare “senza fretta, ma senza sosta” abbia avuto il suo costo strategico. Durante quel biennio, si generò un genuino interesse per Cuba da parte di aziende statunitensi, dalle telecomunicazioni all’agricoltura fino alle crociere e alle linee aeree. Tuttavia, molte di queste negoziazioni naufragarono nelle acque della burocrazia, nella paura della dipendenza o nell’assenza di un quadro legale agile.

Nella spietata politica statunitense, il denaro e gli interessi corporativi dettano gran parte della politica estera. Mancò tempo, e forse audacia, per creare quegli “ostaggi economici”: aziende che, vedendo minacciati i propri interessi a Cuba, si sarebbero erette come un potente lobbista al Campidoglio contro qualsiasi tentativo di regressione delle relazioni.

Non si sfruttò nemmeno il momento per dotare l’emergente settore non statale di un’impalcatura legale che gli permettesse di tessere una rete economica iperconnessa con fornitori del Nord, nonostante fosse proprio un settore speciale e intenzionalmente favorito dalla nuova politica statunitense.

Tutto questo è vero. Tuttavia, incolpare esclusivamente la lentezza dell’Avana pecca di ingenuità e omette le severe limitazioni strutturali del disgelo.

La normalizzazione di Obama fu costruita quasi interamente mediante prerogative presidenziali e ordini esecutivi. Il presidente democratico non riuscì mai, né fu vicino a riuscirci – né sembrava fosse la sua priorità – che il Congresso, allora dominato dai repubblicani, rimuovesse i pilastri del blocco, come la Legge Torricelli e la Helms-Burton.

L’accordo era edificato sulla sabbia; il prossimo inquilino della Casa Bianca poteva cancellarlo con un tratto di penna; e così fu. Non possiamo dimenticare che, con l’approvazione della Legge Helms-Burton nel 1996, il Congresso strappò al presidente la prerogativa di revocare l’embargo, codificandolo come legge.

Infatti, durante il periodo, la stessa Amministrazione Obama non cessò la persecuzione dei movimenti commerciali e finanziari da e verso Cuba che violavano la politica delle sanzioni e che si discostavano di un millimetro dal modo in cui loro volevano condurre l'“apertura di Cuba”. Per esempio, nel 2015, l’OFAC degli Stati Uniti multò la compagnia statunitense di assicurazioni marittime Navigators con 271.000 dollari, e nel febbraio 2016 sanzionò l’azienda francese CGG Services SA con più di 600.000 dollari.

A questo si aggiunge la prospettiva della leadership cubana, per la quale il riavvicinamento non era esattamente un ramo d’ulivo, ma una tattica di soft power. L’obiettivo strategico di Washington non era cambiato, solo i suoi metodi, e lo confessò senza remore lo stesso Obama: la scommessa era dare potere al settore privato per generare una classe media con il potenziale di sovvertire il sistema dall’interno. Oltre a “guidare” l’inserimento internazionale di Cuba con la politica di licenze selettive e discrezionali che caratterizzarono il riavvicinamento. Questo timore storico, fondato su decenni di ostilità, giustificava dalla prospettiva della sicurezza nazionale l’estrema e talvolta paralizzante cautela istituzionale dei cubani.

Finalmente arrivò Trump sulla scena, un magnate che in non poche occasioni aveva mostrato interesse per gli investimenti a Cuba.

Tuttavia, il suo arrivo dimostrò che la regressione non sarebbe dipesa tanto da ciò che Cuba faceva o smetteva di fare, quanto dall’implacabile politica domestica degli Stati Uniti. La violenta regressione non fu una punizione per la mancanza di apertura caraibica, ma il risultato di un accordo, un accordo che il nuovo inquilino della Casa Bianca si vide obbligato a fare con elementi della lobby cubano-americana, e di fronte al quale la politica verso Cuba costituì una merce di scambio troppo a buon mercato.

Non dimentichiamo chi fiancheggiava il signor Trump durante quel discorso al Teatro Manuel Artime della Piccola Avana nel 2017: Marco Rubio, Mario Díaz-Balart… “Sto cancellando l’accordo completamente unilaterale del governo del presidente Obama con Cuba”, disse. La sala esplose in applausi.

Questo ci parla dell’infinito dilemma della politica cubano-americana dell'“esilio” storico nel sud della Florida. Per quella base politica, qualsiasi concessione all’Isola è anatema: l’unica politica possibile e accettabile per loro è la vendetta, la massima aggressione e la riconquista del paese. Anche se Cuba avesse privatizzato metà della sua economia nel 2016, questo settore non avrebbe cessato di sfruttare qualsiasi opportunità per recuperare la politica di massima pressione, perché la loro differenza con Cuba non riguarda regimi commerciali o di proprietà, e non è nemmeno più strettamente ideologica.

Alla fine della tirata, la lezione è che i miraggi non salvano. Incolpare l’Avana per non aver corso abbastanza velocemente verso il mercato statunitense durante quel brevissimo biennio è, nel migliore dei casi, un’analisi ingenua e, nel peggiore, una scusa per scagionare l’immutabile architettura del blocco.

La premessa che il governo cubano potesse alterare radicalmente tutta la sua struttura economica in appena ventiquattro mesi per “ancorare” interessi corporativi e, per giunta, anticipare e neutralizzare lo scisma politico e reazionario che rappresentò il trionfo di Donald Trump, sfiora il pensiero magico.

La regressione non fu la conseguenza della lentezza burocratica insulare, ma la cronaca di una fatalità dettata dalla fragilità legale di ordini esecutivi che non toccarono mai il nucleo dell’assedio – né potevano farlo. Capire che il collasso del disgelo era strutturalmente inevitabile, almeno per Cuba, è il passo inevitabile per smettere di flagellarsi con passati ipotetici e mettere il focus dove realmente va posto: nell’ostilità ininterrotta che continua a definire la politica statunitense.

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22/06/2025

Iran e nucleare: una lunga storia /1 parte

di Massimo Zucchetti

La conoscete la lunga storia del nucleare iraniano? Beh, adesso eccovela qui, molto riassunta, ma non breve ahimè.

1. Tecnologia nucleare e Iran

L’accordo di salvaguardia globale dell’AIEA (CSA) per l’Iran è entrato in vigore nel 1974, quando il paese era guidato dallo Scià. Tuttavia, l’Iran ha attirato l’attenzione internazionale dall’agosto 2002, quando l’esistenza di un sospetto programma nucleare clandestino è stata rivelata attraverso la denuncia di un gruppo di opposizione iraniano, affermando che “la costruzione clandestina in Iran di un grande impianto di arricchimento dell’uranio a Natanz e di un reattore ad acqua pesante ad Arak” era una realtà.

In realtà, l’Iran è stato trattato come un “paese profondamente enigmatico” e un “caso speciale” molto prima del 2002, in realtà dal cambio di regime nel paese che ha avuto luogo nel 1979.

In effetti, le attività nucleari iraniane risalgono agli anni ’50: fino al 1979, però, il paese aveva relazioni amichevoli con gli Stati occidentali, e alcuni paesi in quel periodo hanno sostenuto l’Iran nella costruzione del suo programma di energia nucleare, ad esempio, la costruzione della centrale nucleare di Bushehr è stata avviata nel 1975 da società tedesche, tuttavia il lavoro è stato interrotto nel 1979 dopo il cambio di regime in Iran.

Il reattore è stato poi completato moltissimi anni dopo grazie alla collaborazione della Russia: è un potentissimo, pacifico e mansueto reattore nucleare che non ha nulla a che vedere con il nucleare bellico.

I paesi occidentali nel 2002 hanno iniziato a condannare l’Iran per aver violato le norme internazionali di non proliferazione firmate nel NPT. Questo fatto fa parte della spiegazione del perché è stato così difficile raggiungere un accordo sul programma nucleare iraniano tra la comunità occidentale e internazionale, da un lato, e l’Iran, dall’altro. Una “storia mutua di errate percezioni culturali e politiche e alti livelli di tensione e sfiducia” ha accompagnato le relazioni internazionali tra questi paesi.

L’applicazione delle garanzie dell’AIEA in Iran, garantendo l’uso pacifico di tutto il materiale nucleare, ha attraversato un processo di 13 anni, da quando l’AIEA, nel 2003, ha riferito sulla mancata dichiarazione del materiale nucleare e delle attività dell’Iran in conformità con il CSA.

L’Iran ha allora firmato volontariamente il protocollo aggiuntivo dell’AIEA (AP). L’AP è un documento legale che integra gli accordi di salvaguardia dell’AIEA degli Stati: concede all’AIEA l’autorità giuridica complementare per verificare gli obblighi di salvaguardia di uno Stato ed è progettato per tutti gli Stati che hanno uno dei tre tipi di accordi di salvaguardia con l’AIEA.

Poiché l’Iran non ha poi ratificato l’AP, questo percorso, per quanto importante nell’azione dell’AIEA per l’attuazione delle salvaguardie in Iran, ha avuto un’interruzione temporanea quando l’Iran ha smesso di attuare l’AP nel 2006.

Dopo anni di negoziati condotti dall’AIEA, un nuovo importante passo è stato fatto nel 2013, quando un quadro per la cooperazione è stato firmato dall’AIEA e dall’Iran.

Nello stesso anno 2013, un piano d’azione congiunto (JPOA) è stato concordato il 24 novembre a Ginevra dai cosiddetti paesi E3+3 (Francia, Regno Unito, Germania, Cina, Stati Uniti e Russia) e Iran, dopo lunghi negoziati. L’obiettivo era quello di raggiungere una soluzione globale a lungo termine reciproca che garantisse che il programma nucleare iraniano fosse esclusivamente pacifico.

A seguito di ciò, nel quadro di una tabella di marcia per il chiarimento di tutte le questioni in sospeso firmate nel 2015 dall’AIEA e dall’Iran, la soluzione della crisi era a portata di mano.

L’AIEA ha finalmente riferito nel 2015 sulla valutazione finale di tutte le questioni di primo piano, e nello stesso anno il piano d’azione congiunto globale (JCPOA) è stato concordato dall’E3+3/UE (gli ex sei Stati, tra cui l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza) e dall’Iran.

Quindi, dopo molti anni di negoziati e dialoghi difficili, il 14 luglio 2015 a Vienna è stato finalmente concluso un accordo definitivo, che coinvolge l’E3+3/UE e l’Iran.

Il JCPOA rappresenta un passo importante per la soluzione della crisi iraniana e, più in generale, nella lotta contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Inoltre, il 20 luglio 2015, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità la risoluzione 2231 che lo approvava.

La tabella di marcia istituita nel JPCOA per il periodo fino al 15 ottobre 2015 è stata completata nei tempi previsti, come riportato nella relazione dell’AIEA del direttore generale del 18 novembre 2015.

2. Gli infiniti guasti della politica, e la nostra vittoria del 2015

Mentre negli anni ’90 l’Europa era in dialogo con la Repubblica islamica dell’Iran ed entrambi erano interessati a uno scambio fruttuoso di materie prime energetiche, dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre la politica è cambiata: gli Stati Uniti, che miravano a un “doppio contenimento” dell’Iran e dell’Iraq, hanno invaso l’Iraq mentre le relazioni con l’Iran continuavano a peggiorare; l’UE ha “ghiacciato” i suoi contatti con l’Iran come conseguenza, con la preoccupazione che l’Iran possedesse la capacità di armi nucleari in primo luogo nelle ragioni addotte per il peggioramento delle relazioni.

Le dichiarazioni sull'“Asse del Male” di Bush, in cui è stato incluso l’Iran, hanno contribuito a condizionare il rapporto con l’Iran, creando un atteggiamento anti-occidentale che, in realtà, è andato ben oltre la questione nucleare.

Anche se a livello dell’UE, i negoziati su un possibile TCA (accordo di cooperazione commerciale) con l’Iran sono continuati e l’UE ha cercato di assumere una posizione più morbida rispetto agli Stati Uniti, ma comunque ferma: ad esempio, l’UE ha dichiarato fermamente in diverse occasioni che era necessario che l’Iran firmasse il suddetto protocollo aggiuntivo dell’AIEA.

Sebbene l’Iran avesse formalmente accettato, in dichiarazioni pubbliche, quello che hanno chiamato “il controllo dell’AIEA” (in realtà, nient’altro che la corretta attuazione delle disposizioni del CSA e dell’AP) e avesse accettato di sospendere i programmi di arricchimento dell’uranio, le elezioni presidenziali del 2005 di Ahmadinejad hanno cambiato lo scenario e l’Iran ha interrotto i suoi legami diplomatici con l’UE e il suo impegno nei confronti del protocollo aggiuntivo dell’AIEA.

L’AIEA non ha potuto fare altro che riferire il caso iraniano al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (SC), che ha deciso di imporre sanzioni, a causa del mancato rispetto da parte dell’Iran delle pertinenti risoluzioni SC. Più precisamente, il SC ha chiesto che l’Iran sospenda tutte le attività relative all’arricchimento e al ritrattamento, compresa la ricerca e lo sviluppo, e ha chiesto che la verifica dell’accertamento dei fatti fosse attuata dall’AIEA.

Sono state decise anche le sanzioni sulle importazioni iraniane di materiali e tecnologie nucleari e il congelamento dei beni di individui coinvolti in attività nucleari, nonché divieti di viaggio.

Nel 2007, l’UE ha anche pubblicato un elenco ampliato di individui iraniani considerati persona non grata nell’Unione, e gli Stati Uniti hanno emanato nuove sanzioni unilaterali che hanno colpito più di 20 organizzazioni associate al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica iraniana (cioè le guardie pretoriane del leader supremo Khomeini, che erano considerate i principali operatori dell’industria petrolifera e i leader del programma nucleare) dal sistema finanziario degli Stati Uniti.

Con l’avvento dell’amministrazione Obama nel 2009 e l’adozione del Trattato di Lisbona, seguita dalla nomina di Catherine Ashton come nuovo Alto rappresentante dell’UE per la politica estera e di sicurezza comune, il clima ha iniziato a cambiare, poiché è stata adottata una politica di riavvicinamento all’Iran.

Gli Stati Uniti e l’UE hanno offerto all’Iran un accordo “freeze-for-freeze”, che stabiliva che nessuna sanzione aggiuntiva sarebbe stata imposta all’Iran se quest’ultimo avesse accettato di congelare l’arricchimento dell’uranio. Tuttavia, le sanzioni dell’UE e degli Stati Uniti sono continuate, anche se la loro efficacia è rimasta incerta.

Nel 2012, sotto lo sforzo costante e la consulenza tecnologica dell’AIEA, i negoziati stavano migliorando, al fine di raggiungere un accordo con l’Iran che potesse consentirgli di sviluppare l’energia nucleare per scopi pacifici, rispettando il suo diritto in conformità con l’articolo IV del TNP, ma impedendogli di sviluppare un carico utile nucleare. Tuttavia, in pratica, i miglioramenti erano piccoli e il ritmo dei negoziati era piuttosto lento.

Nel 2013, il cambiamento politico con l’elezione del presidente Rouhani e il suo approccio basato su “prudenza e speranza” hanno aperto nuovi flussi di collaborazione e un desiderio di apertura verso la comunità internazionale. Gli incontri tra i ministri degli Esteri John Kerry (USA) e Javad Zarif (Iran), lo scambio di lettere e telefonate tra Obama e Rouhani hanno presentato una nuova era per i contatti bilaterali.

Tutto ciò ha portato a un accordo provvisorio (redatto il 24 novembre 2013 a Ginevra), in cui l’Iran ha accettato di limitare il suo programma e ha consentito i controlli dell’AIEA, mentre l’E3+3 ha accettato di ridurre le sanzioni.

Si può notare che, come accennato in precedenza, poco prima del JCPOA, l’Iran e l’AIEA firmassero un quadro per la cooperazione. Il suo obiettivo fondamentale era quello di risolvere tutte le questioni in sospeso, passate e presenti, attraverso una cooperazione rafforzata e un approccio graduale.

Il 18 febbraio 2014 sono iniziate le discussioni per l’accordo definitivo, e la scadenza è stata fissata al 24 novembre 2014. Il 2 aprile 2015, un piano quadro è stato adottato a Losanna e la data finale dell’accordo è stata posticipata al 30 giugno 2015, e infine al 14 luglio 2015, quando l’accordo iraniano JCPOA è stato raggiunto.

I passi avanti hanno incluso l’adozione della risoluzione 2231 (2015) del Consiglio di sicurezza, che ha approvato il JCPOA: è stato adottato il 20 luglio 2015 all’unanimità e ha rinviato la sua attuazione ufficiale per 90 giorni, per consentire agli Stati Uniti la considerazione da parte del Congresso.

Lo stesso 20 luglio 2015, l’UE ha discusso e approvato il JCPOA tramite un voto del Consiglio per gli affari esteri dell’UE (cioè il gruppo dei ministri degli esteri dell’UE), mentre negli Stati Uniti, dopo la revisione di sessanta giorni nel Congresso, il JCPOA è stato approvato il 10 e l’11 settembre. Il 13 ottobre 2015, anche il Majlis iraniano (Parlamento) ha approvato l’accordo.

3. La rivincita della politica di guerra

Donald Trump diventa Presidente degli USA, primo mandato. Gli USA, senza nessuna motivazione plausibile, nel 2018 denunciano il JCPOA – ottenuto con 13 anni di sforzi congiunti e grazie all’Amministrazione Obama – distruggendo il negoziato. L’Iran reagisce utilizzando l’arricchimento dell’Uranio come leva politica per riprendere i negoziati e sospendere le sanzioni.

In pratica, c’è questo limite all’arricchimento dell’Uranio che la IAEA ha imposto all’Iran, intorno al 3,5%. Siamo lontanissimi dall’arricchimento necessario per un uso bellico, ma l’Iran ha più volte superato “dimostrativamente” questo limite.

Uno dei primi atti della amministrazione Biden fu poi, nel 2020, la ri-adesione degli USA al JPCOA.

Chiaramente, dopo due anni di sospensione e di “buco nero”, era necessario riprendere in mano il trattato, verificare cosa era successo nel frattempo e stabilire una nuova time-table.

Ritorna presidente Trump. Il JPCOA ridiventa carta straccia, l’Iran riprende a giocare col fuoco valicando il limite di arricchimento. Fra proclami pubblici molto duri ed un atteggiamento pratico più improntato al pragmatismo, gli USA tuttavia intraprendono una serie di negoziati bilaterali con l’Iran, un processo che era in atto fino a un paio di settimane fa e che prometteva, pur fra reciproche incomprensioni e roboanti strepiti, di arrivare di nuovo a un accordo.

Si noti che le altre potenze del E3+3 del JPCOA e l’Unione Europea sono fuori dalle trattative. Difficile partecipare a trattative sedendo dalla stessa parte del tavolo quando si è impegnati in una guerra (Russia vs. USA, Francia, Germania, UK in Ucraina). Tacciamo poi sul possibile ruolo di “mediazione” della UE, che dovrebbe essere affidato alla signora Kallas, un vero esempio di “moderazione e attitudine al negoziato”.

Fatto sta che si fa avanti Israele, che fino a poco tempo fa aveva abbaiato invano, restando sempre fuori da ogni negoziato. Oltretutto Israele non aderisce al Trattato di Non Proliferazione, rifiuta da sempre ogni ispezione della AIEA, e possiede illegalmente 80-100-150-200 (nessuno sa di preciso) ordigni nucleari.

La “trattativa” viene portata avanti da Israele con l’incursione e i bombardamenti che sappiamo.

Ed eccoci qua. Qualche giorno fa era prevista una ulteriore seduta dei negoziati USA-Iran. Secondo voi, ci sarà?

Fine della prima puntata. Le fonti le trovate nel mio capitolo di libro, del 2016, qui.

Fonte

19/04/2025

«Il cambio di rotta degli USA è partito molto prima di Trump»

Alessandro Colombo, ordinario di Relazioni internazionali all’Università Statale di Milano, si interroga nel suo ultimo lavoro sulla crisi apparentemente irreversibile dell’ordine mondiale. Il Corriere del Ticino lo ha intervistato.

Professor Colombo, è ormai evidente la crisi del sistema liberale che faceva perno sull’egemonia americana: egemonia militare, innanzitutto, ma anche economica e politica. Una crisi i cui germi, lei sostiene, erano tuttavia visibili già da molto tempo.

Abbiamo una comprensibile, quando non ingenua, tentazione di associare l’origine dell’attuale crisi dell’ordine internazionale al ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti o all’aggressione russa all’Ucraina di tre anni fa. Naturalmente, entrambi questi fatti hanno accelerato l’involuzione. Per comprendere la quale, però, dobbiamo andare indietro di quasi due decenni.

Il mutamento, la crisi dell’ordine internazionale liberale cominciano, grosso modo, alla metà del primo decennio del XXI secolo per effetto di due shock quasi contemporanei: da un lato, il fallimento politico-militare della guerra in Iraq e, con essa, di tutta l’architettura della guerra globale al terrore; dall’altro lato, la crisi economico finanziaria del 2007-2008.

Due eventi che hanno segnato, in larga misura, un tornante degli ultimi 35 anni, e che precedono la sfida della Russia e la crescita della Cina a competitore significativo degli Stati Uniti. Due eventi che ci dicono come, in realtà, l’ordine internazionale liberale sia entrato in crisi soprattutto per una serie di forzature e per errori maturati al proprio interno.

Lei sostiene che la grande illusione dell’Occidente liberale non sia stata tanto la «fine della storia», quanto forse l’idea di poter indirizzare o incanalare la storia in una determinata direzione.

A parte la lettura ingenua della fine della storia, c’è stata proprio un’amnesia storica su quello che stava avvenendo. Negli anni ’90 del Novecento abbiamo interpretato il contesto nel quale ci trovavamo come un trionfo dell’Occidente, per effetto della fine della guerra fredda e della fine delle grandi contrapposizioni politico-ideologiche del XX secolo.

Ma ci siamo dimenticati come il XX secolo fosse stato attraversato da un’altra vicenda, di gran lunga più importante dal punto di vista delle relazioni internazionali, ovvero la fine della centralità dell’Europa e la rivolta contro l’Occidente.

Ecco, questa vicenda, dopo il 1990, ha acquistato sempre più peso e credo che, in questo momento, ci troviamo a fare i conti fondamentalmente con ciò che avevamo tentato di dimenticare 35 anni fa.

A proposito del concetto di egemonia globale, lei sostiene come vi siano almeno tre condizioni necessarie: una oggettiva, la superiorità in termini di forza politica, economica e militare; una soggettiva, cioè il fatto di voler impiegare questa superiorità per guidare gli altri; e una intersoggettiva, ovvero la volontà di tutti di farsi guidare. In questo momento, almeno sul piano della condizione soggettiva, gli Stati Uniti sembrano non essere più interessati a esercitare la propria egemonia o, quantomeno, paiono proiettati verso una rimodulazione, peraltro non ancora chiara nei contenuti e negli obiettivi. Perché succede, secondo lei?

In realtà, l’attenuazione della volontà egemonica degli Stati Uniti, la diminuzione della disponibilità a impiegare il proprio strapotere per guidare gli altri, cominciano 20 anni fa. Iniziano, fondamentalmente, con il passaggio dall’amministrazione di George Bush figlio all’amministrazione di Barack Obama.

Anche Obama si è impegnato – con un linguaggio e con forzature molto minori, naturalmente, di quelli attuali – in un grande progetto di ridimensionamento degli impegni americani fuori dai confini nazionali.

Il caso di Donald Trump è più estremo, nel senso che Trump continua – sì – in una politica ormai consolidata di diminuzione e di selezione più accurata delle attività del Paese all’estero, ma lo fa con uno stile diplomatico, se vogliamo usare questa espressione, a dir poco inusuale. E poi, soprattutto, smantellando in modo drastico due pilastri dell’ordine liberale originario: il multilateralismo e il riferimento al patrimonio politico e retorico del liberalismo.

Che poi è la famosa sintesi di mercato, democrazia e diritti umani che oggi non sembra più essere egemone dal punto di vista culturale.

È così. Negli ultimi anni, alcuni Paesi – i casi più eclatanti, naturalmente, sono quelli russo e cinese – hanno cominciato a rivendicare con sempre più forza il proprio eccezionalismo politico, il proprio eccezionalismo economico e il proprio eccezionalismo culturale.

Va detto che, anche in precedenza, altri Paesi non occidentali erano diffidenti nei confronti, ad esempio, del principio dell’“ingerenza umanitaria”. Tra loro, anche alcuni Stati democratici che, per un’esperienza diversa dalla nostra, l’esperienza cioè della colonizzazione, hanno visto sin dall’inizio nel principio dell’ingerenza umanitaria il rischio di un ritorno al passato e non di una ricaduta in un futuro migliore.

Mi viene in mente quanto diceva alcuni anni fa Luciano Canfora sulla impossibilità di «esportare la democrazia» con le armi.

Ci sono state senz’altro molte forzature che hanno messo in grave crisi il diritto internazionale. Non dimentichiamo che, anche prima dell’aggressione russa all’Ucraina, il diritto internazionale era stato stirato all’estremo o violato in numerose occasioni. Per l’appunto, in nome di princìpi di ingerenza di tutti i tipi: ingerenza democratica, ingerenza umanitaria, ingerenza strategica, come nel caso della guerra globale al terrore.

Abbiamo assistito, negli ultimi 20 anni, a uno smottamento progressivo dell’ordine politico-giuridico internazionale, molto prima, lo ripeto, della catastrofe dell’ultimo quinquennio.

Nel libro lei parla espressamente della sensazione di un «mondo fuori controllo», un mondo in cui più nessuno sembra essere in grado di controllare spinte che potrebbero portare anche a guerre devastanti.

Credo che sia questa la vera novità degli ultimi 4-5 anni. Noi abbiamo conosciuto molte guerre a partire dal 1990, alcune delle quali distruttive. Ma il tipo di conflitto che avevamo iniziato a considerare quasi irrealistico e inconcepibile era lo scontro diretto tra grandi potenze.

Scontro che oggi, invece, giudichiamo possibile, anzi: non facciamo altro che parlarne, in una situazione nella quale i nostri strumenti di controllo sembrano essere venuti totalmente meno.

Il governo istituzionale della convivenza internazionale ha ceduto. Il Paese che, nel bene e nel male, ha guidato la comunità internazionale, cioè gli Stati Uniti, non sembra più essere disposto a farlo. E non ci sono Stati che possono prenderne il posto.

Anche il mondo dell’informazione giornalistica e quello accademico sembrano disorientati: i loro strumenti di comprensione della realtà, probabilmente, si sono un po’ usurati e questo ha conseguenze non soltanto sul piano teorico, cosa che sarebbe poco importante, ma anche sul piano politico, perché se non comprendiamo bene la realtà, è chiaro che facciamo fatica anche a controllarla.

Lei sostiene nel suo libro che l’unico competitore di pari livello degli Stati Uniti, la Cina, non abbia né le risorse né la volontà di esercitare un’egemonia globale. Andiamo, allora, verso un mondo in cui non ci saranno attori egemoni e forse nemmeno un ordine vero e proprio?

Questo, di per sé, non sarebbe sconvolgente. La politica internazionale è sempre vissuta nell’equilibrio tra grandi potenze. Noi abbiamo provato nel 1991 una condizione storicamente anomala e quindi, potremmo dire, stiamo tornando verso una situazione più usuale nella quale ci sono 2, 3, 4 o 5 grandi potenze in equilibrio tra loro.

Il problema è che non sappiamo più come farlo, poiché tutti i nostri strumenti cognitivi, istituzionali, politico-strategici sembrano in grande difficoltà.

Per chiudere, abbandonata l’idea che l’Occidente possa in qualche modo dominare il mondo, anche soltanto da un punto di vista culturale, che cosa ci aspetta? Dovremo fare i conti con il disordine? E che cosa intende quando spiega, nella parte finale del suo libro, che bisogna «liberarsi dalla propensione all’autoindulgenza»? Forse che è sbagliato continuare a credersi migliori degli altri?

Realisticamente, il primo passo che dobbiamo fare, credo, è non buttare via le nostre preferenze, la nostra cultura, ma metterci in testa che nel mondo del XXI secolo, per avere un ordine internazionale, sarà necessario trovare una combinazione, una conciliazione, una sintesi tra le nostre preferenze e le preferenze degli altri.

Se pretenderemo di affermare, senza alcuna concessione, le nostre preferenze, temo che andremo quasi inevitabilmente incontro a un conflitto distruttivo.

In qualche modo ha anticipato l’ultima domanda che volevo farle. Il titolo del suo libro è, diciamo, abbastanza pessimistico: “Il suicidio della pace”. Dobbiamo avere paura del futuro perché ci siamo giocati la pace oppure, secondo lei, c’è ancora la possibilità che qualcosa succeda?

C’è ancora assolutamente la possibilità che qualcosa succeda, e non necessariamente essa sarà negativa. Ma questa possibilità dipende da noi, fondamentalmente. Dipende cioè dal fatto che – questa io credo sia la nostra sfida – torniamo a consultare il calendario, vale a dire che ci rendiamo conto di essere nel 2025, non più nel 1995 e meno che mai nel 1880.

Non siamo più in un mondo in cui possiamo plasmare come vogliamo i contesti internazionali.

Se invece insisteremo a pensare di poter modellare le relazioni internazionali a nostro piacimento, allora penso che davvero aumenteremo, e molto, la possibilità che si vada verso un disastro.

Fonte