Secondo l’ultimo rapporto del Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) pubblicato lunedì 9 marzo, negli ultimi cinque anni (2021-2025) il commercio di armamenti ha segnato un +9,2% rispetto al quinquennio 2016-2020. Un aumento significativo, con l’Europa che ha assorbito una quota sostanziale di questi strumenti di morte: le importazioni sono infatti più che triplicate (+210%).
La guerra in Ucraina è il motore evidente di questa crescita, ma non è l’unico. Il riarmo europeo, legittimato con la propaganda sulla necessità di sicurezza contro la Russia e dal nodo molto più reale e concreto dell’incertezza sull’ombrello difensivo statunitense, si palesa come un vettore fondamentale della crescita dei commerci di armamenti a livello mondiale.
L’Ucraina è balzata al primo posto tra i maggiori importatori mondiali, coprendo da sola il 9,7% del mercato globale. Tuttavia, il rapporto evidenzia come nel 2025 i flussi verso Kiev abbiano subito un rallentamento a causa della riduzione degli aiuti militari statunitensi.
Nonostante le ambizioni di autonomia strategica perorate dai vertici della UE, la dipendenza da Washington resta marcata: il 48% delle armi acquistate dai paesi europei proviene dagli USA, con una predilezione assoluta per i caccia F-35 e i sistemi di difesa aerea a lungo raggio. I 29 stati europei membri della NATO hanno aumentato le importazioni del 143%, ma il 58% di questi acquisti provengono dagli Stati Uniti.
E tuttavia, sotto la superficie dei numeri dell’import, emerge una UE che sta accelerando la produzione del proprio complesso militare-industriale, anche per renderlo un attore fondamentale di un redditizio commercio in un mondo che corre sulla strada della tendenza alla guerra. Le esportazioni di armi dei 27 stati membri dell’Unione sono cresciute del 36%, un ritmo superiore a quello degli Stati Uniti (+27%) e della Cina (+11%).
Oggi, l’export combinato dell’Unione rappresenta il 28% del mercato mondiale, ancora lontano dal 42% degli States. Ma è una quota quattro volte superiore a quella della Russia, le cui forniture si sono ridotte nettamente, dovendo sostenere lo scontro con Kiev: le esportazioni di Mosca sono crollate del 64%, unico dato negativo tra i primi dieci esportatori globali.
In questo scenario, l’Italia gioca un ruolo da protagonista. Roma è salita dal decimo al sesto posto nella classifica dei maggiori esportatori al mondo, con una crescita record del 157%. Una parte significativa della produzione italiana è destinata al Medio Oriente (59%). Si tratta di un settore fondamentale di proiezione italiana ed europea, quello del Mediterraneo allargato, e appare chiaro quanto siano importanti i legami militari con Israele e i paesi del Golfo.
Anche la Germania, ormai, ha sorpassato la Cina tra i paesi esportatori, raggiungendo la non invidiabile quarta posizione a livello globale, con quasi un quarto dei suoi sistemi inviati a sostegno di Kiev. Arriva poi un segnale significativo riguardo agli acquisti dei paesi NATO dell’Europa, per quanto riguarda i principali fornitori oltre agli USA.
La Corea del Sud è al secondo posto, con una quota dell’8,6%, ed è seguita da Israele, al 7,7%, segno che il salto di qualità della UE nello scenario globale continua a essere assegnato alle sue capacità militari, e che in questo progetto imperialistico Israele ha un ruolo centrale. Il buy European è già stato attaccato da politici statunitensi, ma intanto le capitali del Vecchio Continente cercano anche altre alternative rapide e affidabili per colmare i vuoti nei propri arsenali.
I dati sugli ordini, comunque, suggeriscono che la tendenza al rialzo nel commercio delle armi non si invertirà presto, e che gli USA manterranno un solido primato. Con 936 aerei da combattimento ancora da consegnare e centinaia di sistemi missilistici in ordinazione per Germania e Regno Unito, l’industria bellica globale attraversa la sua fase più calda dalla fine della Guerra Fredda.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento