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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/02/2020

Zelenskij chiede a Conte di chiudere le rappresentanze del Donbass in Italia

Villaggi martellati dai tiri di mortaio e di artiglierie pesanti: quelle stesse che, in base agli accordi di Minsk, almeno da tre anni avrebbero dovuto essere portate indietro rispetto al fronte di una decina di chilometri; cittadine private dell’elettricità (e dunque anche dell’acqua potabile, per l’interruzione dell’energia necessaria alle pompe di sollevamento).

Miliziani delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk che continuano a morire, praticamente ogni giorni, sotto i bombardamenti ucraini. Truppe di Kiev che continuano, come per il passato, a posizionare mezzi blindati e corazzati a ridosso delle abitazioni civili nelle aree del Donbass (ad esempio: nei villaggi di Papasnaja, Trëkhizbenka, Rajgorodki) sotto controllo ucraino, così che le milizie non possano rispondere al fuoco, pena il pericolo di colpire la popolazione civile.

Convogli ferroviari carichi di mezzi corazzati ucraini che continuano a essere spediti verso le zone di combattimento; abitanti dei villaggi di DNR e LNR prossimi alla linea del fronte che, come per il passato, lamentano “Come sparavano prima, così continuano a sparare; non sappiamo più dove rifugiarci”, ha detto, ad esempio, al corrispondente di news-front un’anziana di Staromikhajlovka, nel distretto di Marijnka della DNR.

È questa la situazione in Donbass, a quasi sei anni dall’inizio dell’aggressione dei nazi-golpisti di Kiev.

Intanto i cosiddetti “volontari”, le milizie neonaziste che combattono dalla parte di Kiev e che, nominalmente, sembravano dover essere ritirate dal fronte già da qualche anno, per togliere dai riflettori i loro crimini contro i civili del Donbass, si preparano in realtà a ricorrere a metodi propri dei loro passati “eroi”, in caso di sfondamento del fronte.

Tra tali “volontari”, c’era anche Vytalij Markov, condannato in Italia per l’assassinio di Andrea Rochelli e dell’interprete Andrej Mironov, nel maggio 2014, nell’area di Slavjansk, di cui, per l’ennesima volta, Kiev chiede all’Italia la scarcerazione.

Lo ha fatto, questa volta, direttamente il presidente ucraino Vladimir Zelenskij, incontrando il 7 febbraio a Roma il presidente del consiglio Giuseppe Conte e aggiungendo anche la richiesta all’Italia di chiudere le tre rappresentanze del Donbass (non entriamo nel merito della composizione di tali rappresentanze) di Torino, Verona e Messina. Il ritornello è ormai conosciuto.

Chi invece dice qualcosa di (molto apparentemente) diverso è Donald Trump, che già più di una volta – almeno 6, secondo “BuzzFed” – avrebbe bloccato l’invio di armi americane, anche già pagate da Kiev, all’Ucraina, per per circa 400 milioni di dollari.

L’ultimo caso di cui si ha notizia riguarda una partita di armi e munizionamento per una trentina di milioni di dollari, già pagati, e di cui Kiev chiede ora la restituzione. Niente di “filo-Donbass” da parte dell’amministrazione yankee: molto più prosaicamente, secondo news-front, si tratterebbe di una delle solite ritorsioni trumpiane, nella guerra commerciale USA-Cina, per il fatto che Pechino sarebbe interessata all’acquisto dell’impresa aeronautica ucraina “Motor Sič”.

Sono d’altra parte le milizie del Donbass, impegnate nell’area di Mariupol, a lanciare un appello per l’aiuto ad acquistare i piccoli periscopi da trincea TR-8 e TR-9, fondamentali per non esporsi al fuoco nemico.

Ci pensa in ogni caso un vecchio arnese dell’epoca post-sovietica a stelle e strisce e della più nuova Ucraina golpista del dopo-majdan, a profetizzare il reale destino ucraino. L’ex presidente georgiano, ex governatore di Odessa, ex apolide in fuga tra le capitali di mezza Europa, dopo essere entrato in conflitto (per romantiche questioni di ... interesse) con i più forti oligarchi golpisti, quel Mikhail Saakašvili tutt’oggi ricercato in Georgia per vari crimini (i meno gravi: concorso in omicidio e appropriazione indebita) che è ricomparso nei giorni scorsi per “profetizzare” che ben presto l’Ucraina si sgretolerà in cinque diversi stati.

In un’intervista al canale “112 Ucraina”, Saakašvili ha detto che vari Governatori regionali stanno già preparando il terreno (milizie regionali e personali) per venire a capo, ognuno per proprio conto, della profonda crisi in cui il paese sarebbe entrato a causa delle politiche del nuovo presidente Zelenskij.

Se l’ha detto lui, ci si potrebbe anche credere. Se non fosse per il fatto che, come ha dimostrato anche l’ultimo tour euro-asiatico del Segretario di Stato USA Mike Pompeo, gli USA sono interessati a un’Ucraina (e anche a una Bielorussia, a un Kazakhstan, un Uzbekistan, ecc.) che garantisca gli interessi yankee ai confini con la Russia. Dunque, uno spezzettamento feudale di satrapi in guerra l’uno con l’altro, non fanno certamente al caso statunitense.

“Gli Stati Uniti difendono la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina. Continuiamo a sostenere l’Ucraina nell’adesione alla NATO e nell’avvicinarsi all’Unione europea“, aveva detto Pompeo, sottolineando anche il fatto che Washington, solo dal gennaio 2017 a oggi, ha fornito all’Ucraina oltre 1 miliardo di dollari di aiuti “per la difesa”.

E, si sa, i padroni sanno fare molto bene i conti in tasca ai propri dipendenti e non vogliono che essi scialacquino i denari così “generosamente elargiti” a uno scopo ben preciso, in miserevoli dispute tra vassalli.

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25/06/2019

Georgia-Russia: Mikhail Saakašvili ci prova ancora

L’illustrazione più puntuale di quanto sta accadendo da giovedì scorso in Georgia la si deve probabilmente al pubblicista russo Nikolaj Starikov che, commentando le parole della Presidente georgiana Salome Zarubišvili la quale, mentre condivide “le giuste proteste della società georgiana”, dichiara che “la Russia è un nemico e un occupante e dietro a queste proteste c’è proprio la Russia”.

Così che, sospira Starikov, non rimane che scuotere la testa “e por mente all’Ucraina, dove alcuni agenti di Putin cercano costantemente di far fuori altri agenti di Putin per raggiungere gli obiettivi di Putin”.

Ma, cosa succede a Tbilisi? Continuano le manifestazioni di fronte al Parlamento da parte dei sostenitori dell’ex Presidente “errante per l’Europa” Mikhail Saakašvili, il cui curriculum, a partire (tralasciamo per brevità le “esperienze lavorative” precedenti) dall’attacco all’Ossetija del Sud nell’agosto 2008, che costò alla Georgia una guerra con la Russia persa in cinque giorni, fino ai florilegi in terra ucraina alla corte del golpista Porošenko, alla voce “capacità e competenze personali” recita tuttora ricercato in patria per peculato e complicità in omicidio.

Formalmente, alla base delle dimostrazioni, cui prendono parte sostenitori di quasi tutti i partiti di opposizione, ci sarebbe l’invito rivolto dallo speaker del Parlamento georgiano, Irakli Kobakhidze, al deputato della Duma russa per il PCFR, Sergej Gavrilov, a presiedere (ne è il presidente in carica) la 26° sessione plenaria dell’Assemblea interparlamentare ortodossa, sedendo sullo scranno più alto del Parlamento georgiano.

Secondo i deputati di opposizione, la presidenza dell’Assemblea avrebbe dovuto essere affidata al deputato greco Andreas Mikhailidis, attuale segretario dell’Organizzazione, fondata nel 1993 su iniziativa del Parlamento greco e di cui fanno oggi parte venticinque paesi: dall’Albania a Cipro, Armenia, Polonia, a Paesi baltici, scandinavi e balcanici, fino a gruppi parlamentari di Australia, Asia, Africa e USA.

Per il quinto giorno consecutivo i dimostranti chiedono in primo luogo le dimissioni del Ministro degli interni Giorgi Gakharia, per l’uso della forza contro i manifestanti lo scorso 20 giugno, la scarcerazione degli arrestati e, come da copione, elezioni anticipate, con l’abolizione del maggioritario. Cedendo alle richieste dei manifestanti, il partito di governo “Sogno georgiano” ha acconsentito alle dimissioni del presidente del Parlamento, Kobakhidze e, a seguito di quello, si è dimesso anche il deputato dello stesso partito, Zakarija Kutsnašvili, che aveva curato l’organizzazione dell’Assemblea.

Per parte sua, Sergej Gavrilov ha definito quanto sta accadendo a Tbilisi un “tentativo di colpo di stato, coordinato da Saakašvili”. Il diplomatico serbo Vladimir Kršljanin ha dichiarato a news-front.info che tutto è stato chiaramente organizzato per tempo e ricorda da vicino quanto verificatosi in Ucraina, Moldavia, Montenegro, Kosovo, Macedonia settentrionale: il tutto, “seguendo l’approccio di Brzezinski, secondo cui dopo la sconfitta del comunismo, il principale avversario dell’Occidente è l’Ortodossia”.

L’osservatore ucraino Vladimir Rogov ha parlato della presenza di gruppi di ucraini, addestrati da organizzatori occidentali. “L’intero spazio post-sovietico è controllato da oligarchi” ha detto, e in generale si assiste quasi sempre a “una redistribuzione oligarchica. Georgia, Moldavia, Ucraina, che hanno scelto uno scenario russofobo, hanno visto il crollo del PIL e la prospettiva è quella di un completo disfacimento”.

Per nulla inaspettato, nota news-front, il fatto che numerosi manifestanti sventolassero bandiere americane e simboli yankee: in Georgia è attivo il Fondo USA “Free Russia” e agiscono da sempre rappresentanti della USAID.

A ventiquattr’ore dall’inizio delle manifestazioni, il Senior Director del “Biden Center” dell’Università della Pennsylvania, Michael Carpenter, aveva dichiarato: “un bel giorno la Georgia potrebbe svegliarsi e scoprire non il 20%, ma il 100% del territorio occupato” e, per non esser da meno, alla UE notano un presunto “attacco del Cremlino alla Repubblica georgiana“.

Una fonte anonima georgiana ha dichiarato a news-front che le manifestazioni andranno avanti ancora per giorni e che anzi si sta addestrando un “forte gruppo d’assalto di circa 10.000 persone, che procederà a massicci pogròm che coinvolgeranno l’intero paese”; sarebbero già pronti “tipografie, benzina, bandiere e sarebbero stati selezionati e pagati giovani da cittadine e villaggi, condotti in auto a Tbilisi”.

Ancora Nikolaj Starikov nota che “simili scenari non sono mai spontanei o casuali” ed è dunque necessario guardare agli obiettivi dei manifestanti, “anti-russi e anti-oligarchici, contro il regime corrotto di Bidzina Ivanišvili, leader di Sogno Georgiano. Dal loro punto di vista, la Georgia è uno stato assolutamente filo-russo, in cui il Cremlino fa girare come vuole politica e economia”.

Al quesito se gli eventi georgiani rappresentino solo un ulteriore elemento della guerra mediatica occidentale, oppure la messa a punto di una piazzaforte per il rafforzamento delle posizioni NATO, Starikov risponde: “Cosa vede in TV un cittadino occidentale? La Russia ha tentato un colpo di stato in Georgia; la Russia è uno stato aggressivo, conclude probabilmente una bella annunciatrice; dunque occorrono altre sanzioni. Questo il senso di tutti questi eventi”.

A livello ufficiale, Vladimir Putin ha sospeso dal prossimo 8 luglio i voli delle compagnie aeree russe e georgiane dalla Russia verso la Georgia e ha consigliato a tutti i russi di rientrare: questa è la cosa che più impensierisce Tbilisi, dal momento che il turismo russo, che vale un miliardo di dollari, nel 2018 ha rappresenta oltre il 7% del PIL georgiano.

Su Komsomolskaja Pravda, Sergej Mardan osserva che in Georgia la linea anti-russa risale almeno al 1989, allorché una dimostrazione (si parlò di un milione di persone) a Tbilisi contro “l’occupazione sovietica” fu dispersa dall’esercito. Da allora, “l’intellighenzia liberal russa non fa che fare penitenza”, ignorando “l’animalesco nazionalismo georgiano di inizio anni ’90, quando la vecchia Tbilisi cacciò armeni, russi, ebrei, che vi avevano vissuto per secoli”. E poi sono venute le guerre con abkazi (il mese scorso, ricorreva il 25° anniversario della pace sottoscritta tra Georgia e Abkhazija con l’intermediazione russa, dopo oltre un anno di guerra), adžari, fino al “capolovoro” di Saakašvili in Ossetija.

Le tensioni con la Russia avevano cominciato ad attenuarsi nel 2013, ricorda Mardan, quando Mosca tolse l’embargo sui vini georgiani, anche se la domanda era ormai ridotta a zero; in compenso cominciò il turismo (nel 2018, due milioni di russi) e il boom immobiliare russo a Batumi, la “capitale turistica” della Georgia, un paese oggi praticamente deindustrializzato.

Proprio di recente, nota un esponente del partito russo “Patria”, i nazionalisti georgiani chiedevano di fermare il turismo russo in Georgia, rivendicando la “identità georgiana”; ora, la ex presidente del Parlamento georgiano, Nino Burdžanadze, definisce “ottusa” la leadership del paese: “credo che ora Mosca introdurrà anche altre sanzioni, come accaduto nel 2008; tutto ciò non serve né a Tbilisi, né a Mosca. A beneficiarne sarà una terza parte, a cominciare dalle forze filo-americane del ‘progetto Saakašvili’: gli attuali avvenimenti sono pienamente nel suo stile”.

Commentando l’intervista della Presidente Zarubišvili a Euronews, secondo cui i russi “dovrebbero continuare a venire, perché amano la Georgia“, la portavoce del Ministero degli esteri russo, Marija Zakharova ha detto che i russi in Georgia dovrebbero innanzitutto sentirsi al sicuro e che la Zarubišvili stava probabilmente parlando “con il calcolatore alla mano“.

Con il suo solito stile guascone, è intervenuto nella diatriba il leader ceceno Ramzan Kadyrov, il quale, dopo aver constatato che colpevoli della frattura tra Russia e Georgia sono i politici “nutriti e allevati in USA e Occidente” e che “Allah è testimone che noi ceceni cerchiamo di stabilire stretti legami con l’intellighenzia e gli esponenti della cultura georgiana“, ha comunque tenuto a “ricordare che da Grozny a Tbilisi non sono che duecento chilometri”!

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09/08/2018

8 agosto 2008: dieci anni fa l’attacco georgiano all’Ossetia del Sud


Tra l’8 e il 12 agosto di dieci anni fa si consumò uno dei conflitti più brevi, ma non per questo meno sanguinosi, della storia recente.

In contemporanea con l’apertura delle Olimpiadi di Pechino e sicuro dell’appoggio militare USA (che, al momento decisivo, non arrivò) l’allora presidente georgiano Mikhail Saakašvili (i lettori di Contropiano lo hanno incontrato spesso nelle cronache degli ultimi quattro anni sui conflitti interni all’oligarchia golpista ucraina) attaccò l’Ossetia del Sud, martellando con artiglierie e razzi “Grad” la capitale Tskhinval, mentre gridava all’aggressione di Mosca e colpiva il contingente di interposizione russo, presente da anni.

Dopo di che, intervennero i reparti della 58° armata russa, che in cinque giorni misero fine all’avventura di Saakašvili di “riconquista della terra” senza l’“inutile popolazione” e Mosca riconobbe l’indipendenza di Abkhazia e Ossetia meridionale. Oggi, quest’ultima ospita una base militare russa, i rapporti diplomatici tra Mosca e Tbilisi sono tuttora interrotti e le due repubbliche autonome sono riconosciute solo da Russia, Nicaragua, Venezuela, Nauru e Vanuatu.

Tamarašeni, Kurty, Kekhvi: furono alcune decine i villaggi dell’enclave georgiana in Ossetia meridionale letteralmente rasi al suolo dalle artiglierie di Tbilisi; ma Mikhail Saakašvili non ha mai risposto, scrive Ekaterina Polgueva su Sovetskaja Rossija, della sua avventura: soprattutto, non ha risposto di fronte allo stesso popolo georgiano. Così come, aggiungiamo, non ha mai risposto dei delitti di peculato e complicità in omicidio per i quali è tutt’oggi ricercato in Georgia.

Guardando però al presente, continua Polgueva, e alle nuove avventure di Saakašvili in terra ucraina, la popolazione del Donbass si chiede perché Mosca non costringa alla pace Kiev, come fece a suo tempo con Tbilisi e, ancora, si domanda se in caso di necessità sarebbe pronta oggi a intervenire in difesa delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk; e come mai Mosca non abbia ancora riconosciuto DNR e LNR, in guerra ormai non da cinque giorni, come l’Ossetia, ma da oltre quattro anni.

In effetti, i primi scontri georgiano-osseti risalivano al 1991 e l’accordo firmato nel giugno 1992 da Eduard Ševardnadze, con l’introduzione in Ossetia meridionale di tre battaglioni di pace (russo, georgiano e osseto), era dettato semplicemente dal timore di dover condurre una guerra su due fronti: Abkhazia e Ossetia. Con il colpo di stato di Saakašvili nel 2003, denominato dai suoi fautori occidentali come “rivoluzione delle rose”, si riaccesero le mire di Tbilisi contro l’autonomia osseta. Nel maggio 2004 il presidente golpista fece occupare dalle truppe l’area destinata alle forze di pace e nella notte tra il 7 e l’8 agosto 2004, dopo 12 anni di tregua, si ebbe il primo martellamento di mortai su Tskhinval. Ma l’esercito georgiano non era preparato per un conflitto: cominciarono allora ad affluire in forze istruttori, dollari e rifornimenti USA.

Nel novembre 2006, il 99,88% della popolazione osseta rispose affermativamente al referendum sulla conservazione dello status indipendente della repubblica; da parte sua, l’allora presidente russo Dmitrij Medvedev si pronunciò per il “rispetto dell’integrità territoriale” della Georgia, quantunque, osserva Polgueva, Tskhinval non avesse mai fatto parte della Georgia “indipendente” proclamata da Zviad Gamsakhurdija, ma solo della Georgia sovietica.

Nel gennaio 2008 la Georgia organizza il blocco dell’acqua potabile contro Tskhinval; a febbraio iniziano sparatorie, attentati e azioni di sabotaggio contro i reparti di pace, che vanno avanti per qualche mese; la missione OSCE, al pari di quanto avviene oggi in Donbass, “non vede” mai da che direzione provengano gli spari. Mentre la “comunità internazionale” riconosce immediatamente l’autoproclamata indipendenza del Kosovo dalla Serbia, gli appelli dell’Ossetia meridionale a ONU, presidenti di Russia e di altre ex Repubbliche sovietiche, UE, cadono nel vuoto.

Il 4 luglio Tskhinval viene bombardata massicciamente; il 5 luglio reparti speciali georgiani evacuano parte della popolazione dai villaggi georgiani dell’Ossetia; il 10 luglio Tbilisi richiama il proprio ambasciatore a Mosca: la visita di Condolezza Rice aveva avuto effetto. La stessa Rice che candidamente dichiarava che il “governo georgiano ha iniziato una grande operazione militare su Tskhinval e altre zone del territorio separatista”.

Per il presente, una nota di gazeta.ru si chiede com’è che all’epoca, nonostante l’aperto intervento russo, non si sia assistito a quell’ondata di russofobia scatenatasi dopo il 2014 per gli avvenimenti in Ucraina e, anzi, il Parlamento europeo avesse allora approvato le conclusioni della Commissione UE, secondo cui “la Georgia aveva iniziato la guerra in Ossetia meridionale. Non c’era stato alcun attacco russo in Ossetia del Sud prima dell’inizio del conflitto”.

In un’intervista di due anni fa, ancora all’apice del firmamento golpista ucraino, lo stesso Saakašvili si era vantato di come proprio l’Ucraina avesse “appoggiato la decisione di attaccare Tskhinval nel 2008”, riconoscendo in tal modo come l’attacco fosse partito dalla Georgia e aveva ricordato come gli ufficiali georgiani fossero stati “addestrati dagli americani”, combattano ora dalla parte di Kiev contro il Donbass e addestrino gli ufficiali ucraini, impegnati a “difendere i valori democratici, fondamentali per gli USA”.

In effetti, nel 2008 l’appoggio di Kiev non era stato solo morale: l’allora presidente Viktor Juščenko aveva concesso “segretamente in affitto” a Tbilisi alcune batterie contraeree “Buk” e “Osa”. Da parte sua, il golpista Porošenko, ripete da qualche anno che “l’attacco della Russia alla Georgia fu il prologo della guerra russa contro l’Ucraina. La politica della pacificazione dell’aggressore ha fatto bancarotta già nel 2008”.

Di fatto, la Georgia ufficiale parla ancora di “occupazione russa” dell’Ossetia meridionale e dell’Abkhazia e, oggi come nel 2008, allorché il summit NATO di Bucarest aveva messo all’ordine del giorno l’ingresso di Georgia e Ucraina nell’Alleanza atlantica, Mosca considera tale prospettiva come una “minaccia alla propria esistenza”. Gazeta.ru scrive che potrebbe verificarsi l’eventualità che Mosca “chiuda gli occhi” nel caso di un ritorno delle due entità autonome nella compagine georgiana, a patto della “garanzia NATO” di una perenne neutralità di Tbilisi.

A occhio e croce: sarà il caso di tentare di convincere qualcuno che a Mosca esista un giornale che crede ancora nelle garanzie NATO?

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06/04/2018

Ucraina. Dopo Saakašvili e Savčenko, ora anche la Timošenko nel mirino di Porošenko

Il Bureau anticorruzione ucraino (acronimo: NABU, che però, curiosamente e quasi simbolicamente, sta anche per Associazione indipendente delle banche ucraine) sta verificando le informazioni circa presunti finanziamenti (4 milioni di euro) elargiti nel 2010 da Mu’ammar Gheddafi per la campagna elettorale di Julija Timošenko. Il servizio stampa di “Batkivščina” (Patria), il partito dell’ex “martire” occidentale, nega naturalmente ogni addebito.

Come nota topwar.ru, Petro Porošenko, toltosi di mezzo già due potenziali rivali per le presidenziali del 2019 (Mikhail Saakašvili e Nadežda Savčenko), tenta ora di fare lo stesso con la matrona del gas che, almeno da un paio d’anni, è considerata la sua concorrente più pericolosa, quotata ora nei sondaggi di un buon 24% di consensi, contro il circa 9% accreditato a Porošenko. A dar man forte al primo golpista del paese, il capo della delegazione ucraina all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, Vladimir Arev, il quale scrive su feisbuc che la relativa richiesta di informazioni è già stata indirizzata agli organi giudiziari libici.

Con l’ex “Jeanne d’Arc” del battaglione neonazista Ajdar, poi deputata della Rada, dietro le sbarre e l’ex presidente-yankee della Georgia in esilio in Olanda, sembra che a far temere Porošenko per la saldezza della poltrona presidenziale fosse rimasta solo la Timošenko. Dunque, quale miglior occasione del presentarla come la Sarkozy ucraina. Tra l’altro, proprio poco prima di essere arrestata, nel marzo scorso, Nadežda Savčenko aveva raccontato di come Julija Timošenko, alla vigilia dell’aggressione ucraina al Donbass, si fosse incontrata con il leader della DNR, Aleksandr Zakharčenko, sembra, per conquistarsi le simpatie delle Repubbliche popolari. Cosa difficilissima (e, in effetti, la manovra non le era riuscita), dopo le sue “dichiarazioni d’amore” all’indirizzo degli abitanti del Donbass. Nel 2004 infatti, nel pieno della famigerata “rivoluzione arancione” ucraina, la regina del gas aveva proposto di recintare l’intera regione a maggioranza russofona con il filo spinato e, dieci anni dopo, a golpe in atto, era stata captata una sua conversazione telefonica nel corso della quale proponeva addirittura di bombardare la regione con ordigni nucleari. Per i nazionalisti ucraini, la “rivelazione” della Savčenko batteva comunque un colpo a discredito della Timošenko e a favore di Porošenko.

Per quanto riguarda l’ex governatore di Odessa, Mikhail Saakašvili – privato dell’acquisita cittadinanza ucraina e arrestato a Kiev lo scorso autunno perché sconfitto nella guerra tra bande oligarchiche – dopo la sua espulsione dall’Ucraina, il vagabondaggio per la Polonia e infine l’approdo in Olanda, sembra che abbia annunciato, per l’ennesima volta, l’intenzione di rientrare in Georgia. Al canale Rustavi 2 avrebbe dichiarato di voler formare una squadra di governo “per risollevare la situazione sociale del paese”, ovviamente, dice lui, dopo aver vinto le elezioni presidenziali georgiane fissate al prossimo novembre. Già presidente georgiano dal 2004 al 2007 e poi dal 2008 al 2013, Saakašvili era fuggito in USA e quindi in Ucraina, nel 2014, per scampare all’arresto, accusato di vari delitti – tra l’altro: appropriazione di 5 milioni di $ di fondi statali, depistaggio nella morte dell’ex primo ministro Zurab Žvania – commessi in Georgia tra il 2007 e il 2012. Di sicuro, il suo rientro in patria non sarà del tutto lineare: lo scorso gennaio il tribunale di Tbilisi lo ha riconosciuto colpevole anche di abuso di potere, condannandolo in contumacia a tre anni di reclusione, nel caso dell’omicidio del funzionario di banca Sandro Girgvliani, avvenuto nel 2006. Con la sentenza, gli viene anche vietato per un anno e mezzo di ricoprire cariche pubbliche in Georgia.

Più semplice, per Porošenko, venire a capo della Savčenko, ora che è sotto custodia e già si sollevano timori sulle sue condizioni di salute. Acclamata al suo rientro in Ucraina, nel 2016, dopo la grazia concessale in Russia da Vladimir Putin e decorata come “eroe d’Ucraina”, è ora accusata di cospirazione per rovesciare violentemente l’ordine costituzionale, impossessarsi del potere statale, preparazione di atti terroristici, in accordo con altre persone, per attentare alla vita del Presidente, di deputati della Rada, Primo Ministro, membri del governo, capi dei partiti politici.

Il complesso delle accuse – la procura non ha ovviamente dubbi che la preparazione di atti terroristici avvenisse in combutta coi leader delle Repubbliche popolari del Donbass – comporta per la Savčenko un complesso di accuse che prevedono da 15 anni di reclusione all’ergastolo.

Timošenko, Saakašvili, Savčenko: tre nomi che certamente condividono molta storia della moderna Ucraina “arancione” e golpista, tra appetiti oligarchici, lotte per bande, cinismo neonazista e mire criminali sul Donbass. Appunto per questo, il personaggio che riunisce nella propria carica il complesso di tutte queste “qualità”, ha buoni motivi per temerli. La corsa presidenziale non si è mai fermata e Porošenko, da qui al 2019, potrebbe dover affrontare altre prove, se a Washington non ne decideranno prima la sorte.

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03/01/2018

Ucraina: inizio d’anno sotto l’effige di Stepan Bandera

Mentre la polizia rinveniva lunedì scorso, in un torrente nei dintorni di Kiev, il cadavere dell’attivista per i diritti umani Irina Nozdrovskaja, scomparsa tre giorni prima, lo stesso 1 gennaio nella capitale ucraina si inneggiava a Stepan Bandera, nel 109° anniversario della nascita e il nazista Oleg Tjagnibok, leader di “Svoboda”, a Ivano-Frank proclamava che l’Ucraina deve essere solo banderista. “L’educazione delle giovani generazioni ucraine nelle idee del nazionalismo” ha tuonato Tjagnibok, “è oggi il compito principale, dal momento che la parte più numerosa della popolazione è pronta a vivere nell’abbraccio di Mosca”. Educhiamo noi, si è chiesto il nazista, “i nostri figli, in modo che la nostra generazione possa lasciare un’Ucraina banderista per loro, banderisti?”.

Per quei banderisti che il 1 gennaio, proclamato festa nazionale da Petro Porošenko, a celebrazione della nascita del capo del OUN-UPA filonazista, hanno sfilato per le strade di Kiev all’insegna di “Per la gloria degli eroi, per il futuro dei giovani!”. Per quei banderisti che, a Dnepropetrovsk, per celebrare la data di nascita del loro “eroe”, dopo la fiaccolata hanno imbrattato con vernice rossa e scritte ingiuriose il monumento in pietra e bronzo a ricordo dei rivoluzionari che, tra il 1917 e il 1919, lottarono per il potere sovietico in Ucraina. Per quei banderisti che, come ha ricordato il governatore della Crimea, Sergej Aksënov, si macchiarono di tante stragi, inquadrati nei ranghi nazisti: “Babij Jar, Volynia, Khatyn, Odessa, Donbass, sono anelli di un’unica catena e in questo tragico elenco avrebbe potuto esserci anche la Crimea” ha detto Aksënov; “questo governo mostra al mondo intero, una volta di più, che il nazismo ucraino è parte integrante dell’ideologia di stato dell’Ucraina”. D’altronde, era stato l’allora presidente USA-UE d’Ucraina, Viktor Juščenko (il cui padre sembra avesse stretti legami con l’UPA), a conferire, prima, il titolo di eroe d’Ucraina al capo dell’OUN Stepan Bandera e a firmare, poi, il decreto sul riconoscimento dell’UPA quale partecipante alla lotta per l’indipendenza del Paese.
Questo è stato l’inizio d’anno in Ucraina, il cui presidente golpista Petro Porošenko, non pago dell’ennesima telefonata-burla dei pranker russi Leksus & Vovan, questa volta nei panni del Segretario generale NATO, Jens Stoltenberg, (meno di un mese fa, lo avevano chiamato, fingendosi il premier georgiano Georgij Kvirikašvili) si è rivolto ai propri connazionali con un lungo elenco di “vittorie”: dagli USA che “amano l’Ucraina”, a “l’Europa è con noi”. Non si è scordato, naturalmente, Porošenko, di citare l’abolizione dei visti verso i paesi UE, intercalando ogni tre parole messaggi su “pace”, “aggressore”, “guerra”, “armamenti” e, rivolto cinicamente alla popolazione del Donbass, definendo “l’Ucraina, la vostra casa” e insistendo sullo “sviluppo” del paese e il suo “progresso in avanti”, fatto di salari di tre-quattro volte inferiori e tariffe di otto-nove volte superiori rispetto al 2014. Un discorso, quello di Porošenko, giudicato il sermone di un “freddo omicida del proprio popolo”, che si è rivolto alla gente di Crimea e Donbass come “fratelli e sorelle”, ma preparando per loro “un veleno in un involucro luccicante”, come ha detto il deputato russo Ruslan Balbek.

E, quanto “l’Europa sia con l’Ucraina”, lo si può giudicare anche dai rinnovati proclami della Commissione europea, su una forte tranche di aiuti finanziari, vista “l’instabilità politica” nel paese, la guerra, “l’aggressione” e la “permanente interferenza negli affari interni del paese” da parte della Russia, con “l’illegale annessione” della Crimea. Per tutto questo, la Commissione ritiene necessari “investimenti politici e finanziari più significativi”, tramite un “ulteriore allargamento della collaborazione coi maggiori enti finanziari e il settore privato”. Naturalmente, il sostegno UE – 12,8 miliardi di euro – a Kiev è condizionato all’avvio di tutte quelle riforme volte a “modernizzazione”, “avanzamento della democrazia e supremazia del diritto”, specialmente in campo “commerciale, energetico, bancario, sanitario assistenziale”: tutte riforme ben note ai lavoratori, ai pensionati, ai disoccupati dei paesi UE. Un avvio, però, mancato, che in precedenza aveva portato la Commissione europea ad annullare l’ultima tranche degli aiuti macrofinanziari, a causa della non osservanza di alcuni obblighi da parte di Kiev e dell’eccessivo accentramento presidenziale; il che fa supporre che Bruxelles, in vista delle elezioni del 2019 (a meno di qualche majdan anti-Porošenko) intenda puntare su un cavallo diverso.

Così che uno dei pretendenti alla poltrona, lo yankee di Tbilisi Mikhail Saakašvili, non perde occasione per presentarsi quale “il moralizzatore” apolide (dopo quella georgiana, è stato privato anche della cittadinanza ucraina) della corrotta élite politica ucraina. Lo ha fatto anche ieri e ieri l’altro, nelle due giornate caratterizzate da folte manifestazioni, soprattutto a Kiev, di fronte al Ministero degli interni, per chiedere una seria indagine sull’omicidio di Irina Nozdrovskaja; insieme a cartelli contro l’inerzia della polizia e per l’applicazione della “legge di Lynch”, si è fatto vedere anche lui, pur se da lontano, “perché non lo si accusi di strumentalizzare le proteste”, ha detto. Ora che annusa la possibilità di un sorpasso, non si lascia certo sfuggire occasioni così ghiotte, tanto più che ha il dente avvelenato contro Porošenko, che lo accusa di essere al soldo di Mosca e non ha mai dimenticato il “bé, bé, bé” e il bicchier d’acqua lanciatogli in faccia dal Ministro degli interni, Arsen Avakov. L’ex presidente georgiano, ex governatore di Odessa e attuale leader del “Movimento delle forze nuove” ha chiamato gli ucraini all’ennesima majdan: “l’omicidio di Irina Nozdrovskaja è la conseguenza di questo sistema criminale”, ha omeliato Saakašvili, fino a pochi mesi fa parte integrante proprio di questo sistema criminale, prima in Georgia e poi nei racket legati ai traffici portuali di Odessa.

Ed è proprio sulla questione di questo sistema che, ancora Sergej Aksënov, invita a convocare in Crimea una conferenza internazionale sui crimini del nazismo ucraino, cui invitare rappresentanti delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk, di Bielorussia, Israele, Polonia, insieme agli antifascisti ucraini, perché a livello internazionale si riconosca l’ideologia criminale del nazismo ucraino. Sembra legittimo dubitare che a tale conferenza siano disposti a partecipare, quantomeno a livello ufficiale, rappresentanti polacchi. Se la memoria dei massacri della Volynia o di Huta Pieniacka compiute dai filonazisti di OUN-UPA è molto viva tra i polacchi, soprattutto delle aree di confine con l’Ucraina, e si fanno sempre più frequenti le spedizioni squadristiche di nazionalisti polacchi contro gli ucraini di confine e dei nazisti ucraini contro cittadini e consolati polacchi, oltre alla distruzione di monumenti dedicati alle vittime dell’UPA, molto più impellente appare la necessità di conservare, a Kiev, un regime alleato nella contrapposizione a Mosca, come ha mostrato l’appoggio di Varsavia sia alla “rivoluzione arancione” del 2004 a Kiev, che al golpe del 2014. Molto più pressante l’obiettivo polacco-yankee di dar vita a una sorta di nuovo “Patto antiKomintern”, con la partecipazione delle capitali esteuropee più ostili a Mosca; poco importa se solo con molta fantasia qualcuno riuscirebbe a scorgere oggi in Russia qualche retaggio cominternista. Ma, con qualcosa che faccia ancora paura, bisogna pur presentarsi.

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11/12/2017

La curiosa “lotta alla corruzione” nell’Ucraina golpista

Che sia proprio l’ex presidente georgiano ed ex governatore di Odessa, quel Mikhail Saakašvili ricercato a Tbilisi per appropriazione di 5 milioni di $ di fondi statali, depistaggio nella morte dell’ex primo ministro Zurab Zhvania, e ora in carcere a Kiev perché sconfitto nella guerra tra bande oligarchiche; che sia proprio lui a rappresentare il vessillo della “lotta alla corruzione” in Ucraina, è forse emblematico del quadriennio golpista ucraino targato Brzezinski-Biden-Nuland-Pyatt. Sta di fatto che, mentre assume contorni sempre più esiziali il conflitto tra Procura generale, a libro paga presidenziale, e Büro Anticorruzione (NABU), anche ieri diverse decine di migliaia di ucraini (si dice, tutti sostenitori di Saakašvili, nel meeting più partecipato dal dicembre 2013) hanno manifestato a Kiev chiedendo l’impeachment di Petro Porošenko, sponsorizzati dall’ex matrona del gas, la martire occidentale Julija Timošenko, che non perde occasione per tentare di inserirsi nella corsa presidenziale.

E, di motivi per manifestare, pare che gli ucraini ne abbiano da buttare.

Il centro di analisi ucraino Texty.org.ua ha classificato il paese, sulla base del livello salariale medio, al netto delle tasse, come il più povero d’Europa. Con 190 euro al mese, l’Ucraina è in testa al “contro-rating salariale”, davanti a Moldavia (216 euro), Albania (347), Russia (474), Slovacchia (722), Polonia (748) e altri, fino al capo opposto della scala, dominato dai 4.421 euro della Svizzera.

Secondo The World Factbook della CIA, l’Ucraina occupa il 221° posto, su 235 paesi esaminati, per tasso di crescita media (0,41%) della popolazione; il 189° per tasso di natalità e il 5° (14,4 ogni mille abitanti) per tasso di mortalità; il 150° (72,1 anni) per aspettativa di vita alla nascita. Nel 2016 il PIL pro capite era di 8.300 $ (147° posizione su 230 paesi confrontati).

D’altra parte, solo in quest’ultimo anno, secondo Pravda.ru, Kiev ha perso poco meno di 2 miliardi di dollari dal blocco del Donbass, decretato dalla stessa cricca golpista. Il vice presidente della Banca nazionale, Oleg Čurij, nel riportare la cifra, si è consolato dicendo che l’Ucraina ha potuto compensare in parte le perdite, grazie a “favorevoli condizioni commerciali” e a un ricco raccolto granario. Forte di questi “positivi” risultati, sembra che Kiev abbia già approntato i piani per una seconda fase del blocco.

Nessuna meraviglia, quindi, che nel corso di un sondaggio televisivo, condotto in diretta sabato scorso dal canale NewsOne, il 92% degli ascoltatori si sia pronunciato per un ritorno di Viktor Janukovič e solamente l’8% a favore dell’attuale governo. Oltretutto, la domanda era stata posta in modo da far invidia al più antifascista dei Ministeri degli interni: “Se in questo momento foste di fronte alla decisione se scegliere tra il criminale precedente governo e l’attuale, per chi votereste?”. Non è ancora dato sapere se il sondaggio sia stato hackerato dal Cremlino – si attendono le prove da Joe Biden – ma i circa 47.000 telespettatori che hanno risposto nella sola prima ora di trasmissione non ha avuto dubbi a esprimersi per il ritorno della “banda criminale di Janukovič”.

In ogni caso, è un fatto che negli ultimi anni, con un tasso di disoccupazione che, ancora secondo la CIA, nel 2016 era del 9,3% (“officially registered workers; large number of unregistered or underemployed workers”, notano a Langley) gli ucraini abbiano preso a sciamare nei paesi vicini in cerca di lavoro. E’ vero che il pendolarismo (anche settimanale o mensile) ad esempio in Russia o Bielorussia, data dai primissimi tempi postsovietici; ma ora l’emigrazione ha assunto il carattere di autentico esodo, non solo verso la Russia. Un esodo con cui, secondo il Ministro degli esteri golpista, Pavel Klimkin, “circa un milione di ucraini stanno salvando l’economia polacca”.

Quantomeno cruda la replica del neo primo ministro polacco, Mateusz Morawieck che, ricordando ancora una volta il genocidio della Volinia, ha puntualizzato che Varsavia, “accogliendo i moltissimi profughi ucraini, contribuisce ad alleggerire la tensione sul fianco est dell’Unione Europea”. Ancora più diretto il capo di gabinetto del Ministero degli esteri, Jan Parys, secondo il quale “una Ucraina forte e indipendente è importante per la Polonia; ma non è vero che l’esistenza dell’Ucraina costituisca condizione necessaria della sussistenza di una Polonia indipendente”.

A Kiev, ha detto ieri Parys, “ritengono che Varsavia sia debole, isolata e abbia bisogno dell’Ucraina. E’ falso. E’ l’Ucraina ad aver bisogno della Polonia. La Polonia può benissimo vivere senza l’Ucraina”. Tutti “convenevoli”, questi, che anticipano la visita a Kiev del presidente polacco Andrzej Duda, prevista per il 13 dicembre e che sono stati resi ancor più calorosi, sempre ieri, dal pacco esplosivo fatto brillare (fortunatamente senza vittime) sotto le ruote di un autobus polacco parcheggiato fuori di un hotel di Sokilniki, nella provincia di L’vov, la “più polacca delle città ucraine”.

D’altronde, le dichiarazioni che giungono da Varsavia e che contengono anche accuse al governo ucraino di vessazioni nei confronti delle minoranze polacche, fanno il paio con quelle ungheresi, sulle violazioni dei diritti dei cittadini ucraini di origine magiara e a cui, il solito Klimkin, ha risposto candidamente che “il problema non esiste, dato che ci sono sempre meno ungheresi nell’area oltrecarpatica. Non sono più 150.000 e nemmeno 100.000”. Vale a dire, nota il politologo ucraino Ruslan Bortnik, quando il Ministro degli esteri di Budapest, Péter Szijártó, accusa Kiev di condurre un genocidio, Klimkin conferma che sì, effettivamente “ciò avviene a ritmi stakhanovisti”!

Nei giorni scorsi, Szijjártó, nel corso della riunione del Consiglio dei ministri del OSCE a Vienna, aveva insistito sulla necessità dell’invio di una missione di monitoraggio nell’Oltrecarpazia; ciò, nonostante una decina di paesi NATO abbiano preso le difese di Kiev nella vicenda della legge golpista sull’obbligo della lingua ucraina in tutte le scuole, a discapito delle numerose minoranze nazionali e abbiano intimato a Budapest di non legare tale questione all’adesione ucraina alla NATO.

Vessazioni, dunque, a est e a ovest del paese; forse anche con la benedizione della chiesa! Proprio come avviene per il Donbass. Proprio un paio di settimane fa, per l’ennesima volta, un alto esponente delle gerarchie ecclesiastiche ucraine è tornato a consacrare i massacri nel sudest del paese. Questa volta, è toccato al capo della chiesa greco-cattolica, Svjatoslav Ševčuk, in diretta tv, pontificare che non è giusto definire “assassini” i soldati che bombardano la popolazione civile del Donbass, dato che conducono “una giusta guerra difensiva” e la chiesa distingue tra “guerra difensiva e di aggressione”. Oggi, ha omeliato Svjatoslav, “il popolo ucraino sta conducendo una giusta guerra difensiva. I nostri soldati sacrificano la vita e versano il sangue per la patria; fermano l’aggressore; frenano il male e sono costruttori di pace”. Una “guerra difensiva”, in cui anche ieri le forze ucraine hanno fatto ricorso a proiettili al fosforo nel bombardamento della centrale di filtraggio dell’acqua di Donetsk.

D’altronde, Svjatoslav non è nemmeno il primo “uomo di fede” a pronunciarsi in questo modo. Più di un anno fa, il patriarca Filaret, aveva sentenziato che dio permette di attaccare “l’aggressore dell’est”, con l’obiettivo di illuminare gli atei: “le persone soffrono di più nell’est dell’Ucraina e non all’ovest. Perché? Perché là i senzadio sono in maggioranza. Se non si pentiranno e non si rivolgeranno a dio, anche le loro sofferenze continueranno”. Ancor prima, il metropolita della diocesi di Lutsk e Volinia, Mikhail Zinkevič, aveva detto ai fedeli: “Voi dovete pregare nella vostra lingua ucraina e non nella lingua dell’occupante” e “ogni candela acquistata nelle chiese del patriarcato di Mosca, è una pallottola per uccidere i vostri figli”. Lo stesso Zinkevič che pochi mesi fa, nel benedire la chiesa di tutti i santi nella zona di Volčanka, aveva definito “uomini dalla vita santa” i membri dell’UPA filonazista.

Ma, sicuramente a Torino diranno che lo abbia fatto per “per contrastare l’offensiva della Russia (sic!) finalizzata a destabilizzare le democrazie occidentali”.

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14/09/2017

Ucraina: la schiatta faraonica dei cosacchi di majdan

Čajkovskij e Genghis Khan, Miklukho-Maklaj e Buddha, Gioconda e fratelli Kličkò, Costituzione di Pylyp Orlik e scoperta del Canada, Ilja Muromets e invenzione di sommergibili, elicotteri e raggi X. Non c’è campo del genio umano universale di ogni epoca e mito, che non abbia avuto centro e origine da qualche parte di quella che solo da una manciata di decenni è dato conoscere come l’odierna Ucraina. Eppure, Ministeri della Difesa e della Cultura, storici e giuristi, Petro Juščenko e Aleksandr Zinukhov, svelano al mondo a ritmi industriali la “ucrainicità” dell’intero genere umano, tanto che, ci assicurano, già gli antichi filosofi greci disquisivano in lingua ucraina e addirittura Diogene avrebbe consigliato di usarla quale lingua statale.

Andando a ritroso nel tempo di qualche miliardo di anni, si verrà a sapere che l’energia e la materia dell’universo, prima del big bang e del caos cosmico, erano effettivamente compresse in un punto infinitamente piccolo della galassia: l’Ucraina.

Per ora, fermandoci ad appena tre o quattromila di anni fa, ci si limita a constatare che il faraone della XVIII dinastia Nebkheperura Tutankhamon è diretto antenato, attraverso il seicentesco ataman Severin Nalivajko, del cosacco “eroe di majdan” Mikhail Gavriljuk. La sensazionale scoperta – con tanto di immagine esplicativa – degli studiosi ucraini, è stata annunciata dal primo canale della Radio di stato.

Le cronache informano che Gavriljuk, oggi deputato della Rada – il minimo, per un discendente di cotanta schiatta egizia – si sarebbe distinto per la creazione di un battaglione di volontari cosacchi della Guardia nazionale e sarebbe poi entrato a far parte del reparto di pattugliamento della milizia speciale “Porta d’Oro”.

Sempre Gavriljuk, lo scorso febbraio, parlando a gordonua.com, aveva proposto di munire di “mitragliatore i deputati e mettere al muro tutti i traditori che si siano macchiati di commerci illeciti con le forze di occupazione nel Donbass”: questo, in risposta a quanti contravvenissero al blocco economico, energetico e finanziario decretato a dicembre 2016 dalla junta golpista e attuato dai battaglioni neonazisti. E’ lo stesso Gavriljuk che, nel luglio 2015, aveva definito una “piaga sinistra” la prevista parata gay a Kiev; una manifestazione che, comunque, non avrebbe “riscosso successo”, dal momento che “proviene da satana” ed è organizzata da “persone che bisogna curare, rinchiudere, in modo che non si spanda questa piaga sinistra”. In ogni caso, aveva detto, metà dei deputati della Rada, “a giudicare da come votano, da quali leggi adottino, si può immediatamente capire chi sia chi” e a quale orientamento sessuale si ispiri.

E’ probabile che una parte dei deputati della Rada si trovi presto ad aver davvero bisogno di un’arma, in vista di fermenti di concorrenza “presidenziale”. Il rientro in Ucraina dell’ex governatore di Odessa, ex presidente georgiano Mikhail-ricercato-in-patria-Saakašvili, ha messo quantomeno in ridicolo i servizi di frontiera del paese. Privato della cittadinanza ucraina da Petro Porošenko in persona, lo scorso 26 luglio, per falsificazione di documenti, mentre era in viaggio negli Stati Uniti.

Dopo aver vagato per diverse settimane tra le frontiere polacca e lituana, ha varcato ieri senza difficoltà, alla garibaldina, come riportano le cronache, il confine polacco-ucraino a Šegin, e si è poi diretto a L’vov, accolto dai suoi sostenitori ma, soprattutto, accompagnato da quella rivale in affari di Porošenko che è la martire del gas Julija Timošenko. La quale, sicuramente più della macchietta georgiana, è in grado di rappresentare una seria minaccia per la stabilità del primo golpista d’Ucraina. In ogni caso, che sia la “bionda atomica” o il truffatore di Tbilisi a far traballare la poltrona presidenziale, si può star sicuri che gli storici di regime troveranno presto un’ascendenza sublime per rivendicare i “destini europeisti” dei nuovi eredi di majdan.

Se da almeno due anni si danno in ascesa le quotazioni della Timošenko, senza che questo abbia sinora particolarmente impensierito Petro, è però negli ultimi tempi che da oltreoceano sembra non si punti più precipuamente sul presidente: gli avversari prendono forza.

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12/08/2017

Dispute estive tra Varsavia, Kiev e Vilnius

C’è un novello “ebreo errante”, oggi apolide, che negli ultimi tempi sembra voler riannodare, a modo suo, gli antichi legami che univano un tempo quella parte di Europa orientale oggi conosciuta con i nomi di Ucraina, Polonia, Lituania.

Il nuovo giramondo è l’ex presidente della Georgia (privato della cittadinanza e ricercato nella sua antica patria per appropriazione di 5 milioni di dollari e falsificazione di prove nella misteriosa morte dell’ex primo ministro Zurab Zhvania) e ora anche ex governatore della regione ucraina di Odessa (privato, lo scorso 26 luglio, mentre errava per gli States, anche della cittadinanza ucraina, per falsificazione dei documenti relativi proprio all’ottenimento della cittadinanza, nel 2015), quel Mikhail-NATO-Saakašvili che il 08/08/08 scatenò la guerra di Tbilisi contro l’Ossetia meridionale e la perse in cinque giorni e che ora, dopo aver vagato tra i cespugli lungo il confine polacco-ucraino (dagli USA, impossibilitato a rientrare in Ucraina, gli era stato consentito di atterrare a Varsavia) pare aver trovato un posto per la notte in Lituania, appena in tempo per unirsi alle manifestazioni sotto le finestre dell’ambasciata russa a Vilnius e ascoltare le accuse lanciate dall’ex presidente lituano Rolandas Paksas nei confronti dell’attuale presidente lituana, Dalia Grybauskaitė, di essere al servizio degli Stati Uniti. Ai giornalisti che gli chiedevano se intendesse ottenere la cittadinanza lituana, Mikhail ha risposto che è intenzionato a riprendersi quella ucraina, “tolta illegalmente” (dice lui).

La sua devozione a Kiev, d’altronde, Miša l’aveva espressa già due anni fa, durante il battibecco da ragazzacci scoppiato tra lui e il Ministro degli interni Arsen Avakov sulla privatizzazione dell’antiporto di Odessa (su cui si scontravano due bande affaristico-”politiche”) e finito a bicchieri d’acqua in faccia, in diretta TV, con Avakov e l’allora premier Arsenij Jatsenjuk che gli urlavano di “togliersi di mezzo dal nostro paese” e lui che rispondeva “io non me ne vado; non darò loro la possibilità di derubare la mia tanto amata Ucraina”. O, quantomeno, non aveva intenzione di dargliela, quella possibilità, prima di aver esaurito tutte le sue opportunità, uguali e contrarie: e in due anni è riuscito a farsi accusare di macchinazioni speculative e appropriazione di fondi pubblici e proprio in questi ultimi giorni l’ucraino “Obozrevatel” ha pubblicato una lettera aperta a Miša in cui si mettono di nuovo di pubblico dominio i suoi fiori all’occhiello durante la presidenza georgiana: racket, omicidi, repressioni e, ovviamente, appropriazioni.

Ecco che a Vilnius il “be-be-be” georgiano (è rimasta proverbiale la rabbia che gli impediva di articolare parola nel diverbio con Avakov) ha trovato un’altra degna tribuna da cui ammonire il mondo che Mosca, alle prossime manovre congiunte in Bielorussia, “Zapad” (Occidente), non si accontenterà di fare esercitazioni, ma si impadronirà del territorio bielorusso “e lo occuperà, come ha fatto con la Crimea”. La profezia di Miša ha lasciato così di stucco i telespettatori lituani, che Marina Pokrovskaja, su news-front.info, si è divertita ad “anticipare” i prossimi oroscopi post-sovietici. E così, alle “Occidente” seguiranno le “Sud-Est” e a farne le spese saranno i Paesi baltici, a dispetto dei valli, dei muri, dei reticolati con la Russia; anzi, “vivrete tutti dentro quei reticolati, insieme ai russi e ai polacchi e i rumeni”, che saranno annessi successivamente; poi, con le manovre “Da Nord-Sud a Nord-Nord”, sarà la volta di Georgia, Kazakhstan, Moldavia, Cina, Corea, India, Gran Bretagna... così da accerchiare completamente l’Ucraina!

Dunque, Miša, prima della “fuga in Lituania”, era venuto a trovarsi anche in mezzo alla querelle estiva (sembra ormai un classico) polacco-ucraina sulle pendenze storiche tra i due paesi. Il Ministro degli esteri polacco, Witold Waszczykowski, ha infatti esortato nelle settimane scorse i colleghi ucraini a riprendere i colloqui per addivenire a una “pacificazione” sulle questioni storiche pendenti tra i due paesi e li ha invitati a “premiare i sopravvissuti; diamo risalto a quegli ucraini e a quei polacchi, che salvarono le persone durante e dopo la guerra”, ha detto Waszczykowski, facendo riferimento allo Yad Vashem israeliano. Un discorso in tal senso, a proposito delle stragi di cittadini polacchi della Volinia da parte dei filonazisti dell’OUN-UPA di Stepan Bandera e Roman Šukhevič, tra il 1942 e il 1943, era stato avviato a fine 2016, durante la visita di Petro Porošenko a Varsavia; ma tutto era finito lì, a dispetto della risposta positiva del primo golpista d’Ucraina. Il Ministro degli esteri polacco si è detto però convinto che l’Ucraina (dei moderni banderisti!) possa “giocare un ruolo importante” nella storia contemporanea europea e anche nelle questioni della sicurezza polacca. “Noi non dimenticheremo il genocidio della Volinia; sappiamo che si sta glorificando l’UPA. Ma questo non significa che noi dimentichiamo quanto sia importante una Ucraina indipendente e sovrana per la sicurezza della nostra parte d’Europa. Continuiamo a esser disposti a collaborare con l’Ucraina e a sostenerla”. Waszczykowski ha detto che Varsavia, per l’avvio di colloqui con l’Ucraina, conta anche sull’esempio positivo della pacificazione polacco-tedesca.

Più aspro, invece, il presidente del partito conservatore governativo Prawo i Sprawiedliwość (Diritto e Giustizia) Jarosław Kaczyński, gemello dell’ex Presidente polacco Lech Kaczyński, il quale ha detto chiaro e tondo che l’Ucraina non entrerà in Europa se continuerà a costruire la propria identità nazionale sul culto di Stepan Bandera o di altri individui, i cui rapporti con la Polonia si fondavano sul genocidio. Come gli eredi (in questo caso, diretti) dei nazisti di OUN-UPA rispondano alle aperture polacche, lo aveva chiarito già un mese fa il deputato del Partito Radicale alla Rada, quel Jurij Šukhevič, figlio del comandante dell’OUN-UPA Roman Šukhevič, che aveva esortato gli ucraini a “sputare sul muso ai polacchi”.

Per completare il giro, il Ministero degli esteri ucraino ha rivolto ora una protesta ufficiale a Varsavia, in relazione alla decisione polacca di raffigurare, sui nuovi passaporti, la cappella cosiddetta “Orlęta Lwowskieche” (gli aquilotti di Lwow) che sorge nel campo polacco del cimitero monumentale di Ličakivskij (Cmentarz Łyczakowski, per i polacchi) a L’vov, uno dei luoghi simbolo della città e in cui sono sepolti i giovani “aquilotti” polacchi morti durante la guerra civile scoppiata tra il 1918 e il 1919 tra i nazionalisti polacchi di Józef Piłsudski e quelli ucraini di Simon Petljura, per il controllo della Galizia orientale e del suo maggior centro, L’vov o Lwow appunto, rivendicata quale centro di identità nazionale sia da Kiev che da Varsavia. D’altra parte, quello polacco sembra essere un vizietto: in precedenza, per i nuovi passaporti, avevano puntato gli occhi sull’immagine della Porta Santa, emblema di Vilnius e avevano fatto marcia indietro solo dopo le proteste lituane, per non inasprire i già tesi rapporti tra i due paesi, dopo che tre anni fa Radosłav Sikorski, allora Ministro degli esteri polacco, aveva parlato della Lituania come di un “piccolissimo stato a cui bisogna dare una lezione” e aveva definito i lituani “ladri” e “truffatori”.

Ma la storia rappresenta il passato; al presente, quello che conta, è il fronte comune contro il grande nemico orientale. Così, Varsavia ammette ora di aver “legalizzato”, nel dicembre 2014, l’attività del fondo polacco “Dialogo aperto”, che fino a quel momento aveva commerciato, di nascosto, in materiale militare con gli “eroi” di majdan. La data del dicembre 2014, nota news-front.info, è significativa: uno dei momenti più critici per le truppe ucraine nel Donbass, tra la sacca di Debaltsevo e l’assedio all’aeroporto di Donetsk. Ma ecco che lo scorso giugno la licenza a “Dialogo aperto” viene revocata: proprio in coincidenza con le proteste di massa in Polonia contro la riforma giudiziaria e con l’appello del boss di “Dialogo aperto”, tale Bartosz Kramek, che chiamava a “fare come a majdan”, pubblicando una nota in 16 punti con le istruzioni sui metodi sperimentati dai golpisti ucraini. E’ questa la Polonia, che sostiene a spada tratta la “lotta per la democrazia” majdanista, se questa in Ucraina va contro “l’oppressivo vicino” dell’est: in casa propria, ci pensano da soli, o quasi, insieme ai battaglioni NATO, a “trattare” con Mosca.

E’ questa la Polonia in cui, in 20 anni, sono scomparsi oltre 330 dei 561 monumenti che, fino al 1997, sorgevano dentro o nelle vicinanze dei cimiteri in cui sono sepolti i soldati dell’Armata Rossa caduti in terra polacca. L’eliminazione dei monumenti, che nelle scorse settimane ha accresciuto la tensione tra Mosca e Varsavia, ha ricevuto “legalizzazione” con la firma del presidente Andrzej Duda, lo scorso 17 giugno, all’emendamento apportato alla legge sul divieto della propaganda comunista in Polonia.

Ma, come la storia ucraino-polacca rappresenta il passato, così gli affari russo-polacchi costituiscono il presente e, a dispetto di tutte le tirate contro il gasdotto “North stream-2”, che attenterebbe alla “sovranità dei paesi dell’Europa nordorientale”; malgrado le urla sulla inammissibilità della monopolizzazione del mercato europeo del gas da parte di Gazprom; e nonostante le proteste contro il pieno utilizzo della bretella “Oral”, che collega il “North stream-1” ai sistemi di transito dell’Europa centrale e occidentale attraverso la Germania, lasciando all’asciutto Polonia e Ucraina dei diritti di transito del gas russo, nonostante tutto ciò, Varsavia non ha ancora deciso se orientarsi o meno verso il costoso gas di scisto USA. In sostanza, a differenza dell’Ucraina che, pur di “liberarsi dalla dipendenza energetica russa”, ha già optato per il gas USA, a 112 dollari il m3 contro i 95 dollari russi, i polacchi – che oggi acquistano da Gazprom 10 miliardi di m3 annui sui 15 del loro consumo totale – stanno mercanteggiando tra Mosca, Doha e Washington.

Come dicono i russi, “l’amicizia va con l’amicizia, ma i soldi vanno per conto loro”.

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15/11/2016

Il ciclone Trump su Russia ed Europa Orientale

La notizia del giorno è l'arresto a Mosca del Ministro dello sviluppo economico Aleksej Uljukaev, accusato di aver intascato una mazzetta da 2 milioni di $ per favorire l'acquisizione, da parte di Rosneft, del pacchetto azionario di proprietà statale di Bašneft. Il 12 ottobre Rosneft (la maggiore impresa petrolifera mondiale a maggioranza pubblica) ha acquistato dallo Stato russo il 50,08% delle azioni di Bašneft, per 330 miliardi di rubli; mentre nel luglio scorso, scrive la Tass, il vice premier Arkadij Dvorkovič aveva annunciato la decisione di non ammettere compagnie legate al governo russo, tra cui Rosneft, alla privatizzazione della compagnia controllata al 25% da governo della Baškiria.

Proprio mentre Vladimir Putin e Angela Merkel discutevano al telefono la questione del transito del gas russo attraverso l'Ucraina – l'annuncio di Trump sulla riduzione dell'estrazione di gas di scisto negli Stati Uniti, rinnova le preoccupazioni energetiche europee – il Comitato federale russo per le indagini procedeva al fermo del Ministro, dopo quasi un anno di intercettazioni telefoniche. Da più parti si tiene comunque a sottolineare che l'arresto di Uljukaev non mette in discussione la privatizzazione di Bašneft: ci mancherebbe!

Sergej Obukhov, del CC del PCFR, ipotizza nell'arresto di Uljukaev una sorta di inizio anticipato della campagna presidenziale, senza escludere il coinvolgimento nelle indagini di altri vertici governativi, tra quelli considerati più “simpatizzanti” con i circoli d'oltreoceano: è il caso di ricordare come già nella primavera scorsa il PCFR denunciasse i contatti di yankee Uljukaev, per favorire la partecipazione di banche statunitensi alle privatizzazioni russe, tra cui, per l'appunto, i pacchetti di controllo di Bašneft e del 20% di Rosneft. E se nella campagna “antiliberalistica” non si può escludere una candidatura del boss di Rosneft, Igor Sečin, alla poltrona oggi di Dmitri Medvedev, Obukhov lega una probabile nuova candidatura presidenziale di Putin ai suoi tentativi di colpire, da un lato, le tendenze liberistiche governative e, dall'altro, la linea “patriottica” del PCFR, addossando a quest'ultimo ogni “eredità negativa” del passato sovietico e appropriandosi di quelle da lui ritenute positive.

Anche per tutto questo pare difficile disgiungere la notizia moscovita dal generale sommovimento globale avviato con la Brexit britannica e, ora, con le attese per le scelte estere di Donald Trump. I risultati delle presidenziali moldave e bulgare ne forniscono un'ulteriore testimonianza, insieme ai farfugliamenti e alle “preghiere” del segretario generale Nato, Jeans Stoltenberg, all'indirizzo di Donald Trump e a quelle che appaiono come “risolute incertezze” dei ministeri europei per controbilanciare il paventato arretramento USA dalla “difesa collettiva”.

Intanto però, com’era naturale attendersi, non si rinuncia alla pratica sperimentata di tentativi di una “majdan moldava”, coi sostenitori della sconfitta candidata filoccidentale Maia Sandu scesi in piazza, già ieri seri, sventolando bandiere rumene. E non si esclude nemmeno una nuova (quante volte annunciata nei quasi tre anni di governo golpista!) majdan ucraina. L'ha prospettata la ex beniamina occidentale Julija Timošenko, chiamando gli ucraini in piazza per oggi, ancora una volta contro la caduta della moneta, l'aumento delle tariffe (imposto da quel FMI da sempre venerato proprio da Timošenko & Co.), cavalcando ora anche il cavallo dell'anticorruzione, da sempre tema prediletto del transfuga Mikhail Saakašvili e incolpando (udite, udite: proprio lei!) Porošenko di etichettare ogni oppositore quale “mano del Cremlino”. Con ogni evidenza, la fretta di prendere le distanze da una nave in procinto di affondare, insieme ai circoli USA che l'hanno sinora tenuta a galla, fa credere alla bionda Julija – che proponeva di eliminare i russi d'Ucraina con un paio di bombe atomiche – che gli ucraini si siano scordati dei suoi trascorsi di corruttrice governativa.

Ma in Ucraina è tutto un “si salvi chi può” e dunque il previdente Mikhail Saakašvili (fuggito in Ucraina dalla Georgia a causa di due mandati d’arresto) fa ora beccheggiare la scialuppa per mandare fuori bordo Porošenko e mettersi al timone, predicendo una prossima scomparsa dell'intera Ucraina dalla faccia della terra, se non muteranno gli indicatori socio-economici che la pongono agli ultimi posti mondiali. Sulla scia di Saakašvili, che ha dato le dimissioni da governatore di Odessa alla vigilia dell'elezione di Trump, un'altra georgiana della junta ucraina, Khatija Dekanoidze, si è dimessa da capo della polizia ucraina. La sua ex collega all'epoca dell’amministrazione del presidente Saakašvili, Ekaterina Eguladze, anch'essa diventata vice Ministro degli interni ucraino, era stata fermata mesi fa dalla polizia mentre tentava di esportare 4 milioni di $ “per partorire” in Francia, ma sospettata di aver dirottato a sé e al suo capo, il Ministro Arsen Avakov, una somma tra i 10 e i 14 milioni di $: di lei non si è più avuta notizia, mentre di Avakov si sono viste le genuflessioni tardive al neo presidente USA.

In questo quadro di “ristrutturazione” mondiale, di cui le ultime evidenze sembrano non essere che un “debole” inizio, ecco che passa in secondo piano – erroneamente – la direttiva di Vladimir Putin per la sottoscrizione di un accordo tra Russia e Armenia, in vista della costituzione di una Gruppo di forze militari congiunto, per la difesa comune nella regione del Caucaso. L'accordo, che dovrebbe avere una durata di 5 anni, con tacito rinnovo, prevede che, in tempo di pace, il Gruppo sia agli ordini del Comandante in capo delle Forze armate di Erevan, affiancato, in tempo di guerra, dal Comandante della regione militare meridionale russa.

L'accordo russo-armeno va ad aggiungersi a quelli già sottoscritti da Mosca con Abkhazia e Ossetia meridionale. Secondo gli osservatori, la strategia Nato di molteplici contrapposizioni “locali” alle frontiere russe appare come ragione diretta del rafforzamento, da parte del Cremlino, delle diverse regioni militari lungo i propri confini, in accordo con repubbliche, territori e soggetti federali autonomi da Mosca. Lo sfrenato attivismo Nato e USA, ad esempio, in Georgia, e le ripetute richieste rivolte a Mosca di rinunciare al riconoscimento di Abkhazia e Ossetia meridionale, insieme alla provenienza caucasica di moltissimi combattenti dello Stato islamico, sono motivo immediato dell'accordo con l'Armenia.

Alle frontiere settentrionali russe, invece, dove, in accordo alle decisioni Nato sul rafforzamento del fianco nordorientale dell'Alleanza atlantica, non meno intensa è l'attività delle forze occidentali, Mosca annuncia ora l'abolizione del regime dei visti a favore dei cosiddetti “non cittadini” di origine russa di Estonia e Lettonia, nati dopo il 6 febbraio 1992, data in cui è terminato l'istituto della “cittadinanza sovietica”. La decisione appare anche come una risposta – nemmeno tanto indiretta – alle spinte xenofobe e nazionaliste delle autorità dei paesi Baltici, che continuano a privare di diritti elementari le consistenti minoranze russe residenti.

Ma i rivolgimenti non sono che all'inizio: referenzum italiano, presidenziali francesi e tedesche sono, al momento, i passi più prossimi.

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10/08/2016

Ossetia del Sud: 8 anni fa la guerra di “Miša delle rose”

Sono stati numerosi in questi giorni gli interventi di esponenti politici, storici, osservatori, a proposito dell’ottavo anniversario della guerra dei “cinque giorni”, scatenata il 7 agosto del 2008 dalla Georgia di Mikhail Saakašvili contro l’Ossetia meridionale. In particolare, l’ex presidente georgiano (dal 2004 al 2007 e poi dal 2008 al 2013. Dal 2015 governatore della regione ucraina di Odessa) ha ieri affermato beatamente che proprio l’Ucraina “appoggiò la decisione di attaccare Tskhinvali nel 2008”.

Il redattore di politonline, nel riportare l’affermazione di Saakašvili, rileva come numerosissimi internauti abbiano giudicato Saakašvili “sotto effetto di narcotici o forse ubriaco”, mentre rilasciava quella dichiarazione, in cui, nero su bianco, riconosce apertamente l’attacco georgiano, iniziato con una pioggia di razzi “Grad” su Tskhinvali alla mezzanotte del 7 agosto. Mikhail – che d’altronde gode tuttora in Georgia della fama di ricercato e deve rispondere dell’accusa di appropriazione di alcuni milioni di $ e, cosa più grave, di falsificazione di prove per la misteriosa morte dell’ex primo ministro Zurab Zhvania – si è anche vantato dell’abbattimento, nel 2008, di 12 bombardieri russi Tu-22, “che prima di noi nessuno aveva mai abbattuto”, grazie all’aiuto ucraino. Effettivamente, l’allora presidente ucraino Viktor Juščenko, avrebbe tolto dal servizio alcune batterie contraeree “Buk” e “Osa” di fabbricazione russa, dandole “segretamente in affitto” a Tbilisi. Saakašvili non ha mancato di ricordare come gli ufficiali georgiani fossero stati “addestrati dagli americani” e ora combattono dalla parte di Kiev e addestrano gli ufficiali ucraini, impegnati a “difendere i valori democratici, fondamentali per gli USA”.

Dopotutto, ricorda politonline, la stessa Segretario di stato yankee del tempo, Condoleezza Rice, aveva dichiarato candidamente che “Il governo georgiano ha iniziato una grande operazione militare su Tskhinvali e altre zone del territorio separatista”, cui Mosca aveva risposto, ovviamente “in misura sproporzionata”. Di contro, l’Europarlamento aveva sostenuto le conclusioni della Commissione internazionale UE sulle circostanze del conflitto, secondo cui “la Georgia aveva iniziato la guerra in Ossetia meridionale. La Georgia non ha potuto produrre nessuna spiegazione a fondamento delle proprie azioni. Non c’era stato alcun attacco russo in Ossetia del Sud prima dell’inizio del conflitto”. Dopo le contrapposizioni armate degli anni ’90, la situazione in Ossetia meridionale era sotto il controllo di una forza di pace composta da forze russe, ossetine e georgiane che, fino a quel momento, avevano operato di comune accordo. Sta di fatto che, però, appena arrivato al potere Saakašvili nel 2004, sulla scia della precedente “rivoluzione delle rose”, la situazione era immediatamente peggiorata.

Oltretutto, quella notte dell’agosto 2008, pare che le truppe di Tbilisi avessero ricevuto l’ordine di muoversi quattro ore prima del momento precedentemente fissato, il che causò piena disorganizzazione e sbandamenti tra le file georgiane. I commenti georgiani apparsi in rete in questi giorni sono esemplificativi: ”Avremmo perso quella guerra in ogni caso. L’America non sarebbe entrata in guerra con la Russia. Tale passo è alla portata solo di un pazzo o di un traditore. Il nostro Miša era l’uno e l’altro”; oppure “Il Movimento nazionale, partito di Miša Saakašvili, deve essere portato in tribunale”. Inoltre, moltissimi georgiani non perdonano tuttora il comportamento dell’ardito Miša, il quale, dopo aver scatenato, l’attacco, rimase costantemente in preda al panico e per poco non fuggì, come fecero gran parte dei deputati.

E ciononostante, “la Georgia non può proprio assuefarsi ai risultati del conflitto del 2008”, scrive Dmitrij Aleksandrov su Vzgljad. Intervenendo ieri alla cerimonia commemorativa, il primo ministro georgiano Georgij Kvirikašvili, non distinguendosi in ciò dal Mikhail-yankee odessino, non ha potuto fare a meno di ricordare “l’occupazione russa” di Ossetia meridionale e Abkhazia e il presidente Georgij Margvelašvili ha proclamato che “Noi riuniremo la Georgia e non con la guerra, ma per via pacifica”.

Da parte sua, il presidente dell’Ossetia del sud, Leonid Tibilov, intervenendo alla cerimonia funebre, a Tskhinvali, ha dichiarato che “negli ultimi anni il nostro popolo, a partire dagli anni ’90, ha subito non poche prove, la più terribile delle quali è stato l’attacco a Tskhinvali nella notte dal 7 al 8 agosto 2008″.

L’opposizione georgiana ha colto l’occasione dell’anniversario di quel conflitto, che causò oltre mille morti, per attaccare sia la dirigenza del tempo, che quella attuale, chiedendo la normalizzazione dei rapporti con la Russia, serie indagini sugli avvenimenti dell’agosto 2008 e la punizione dei colpevoli, a partire da Mikhail Saakašvili.

A fianco del suo attuale governatore, non poteva mancare la voce del presidente ucraino Petro Porošenko che, materializzando una visione apparsagli in queste ore, ha scritto su feisbuc che «ciò che 8 anni fa videro solo i più lungimiranti, oggi è evidente a tutti: l’attacco della Russia alla Georgia fu il prologo della guerra russa contro l’Ucraina. La politica della pacificazione dell’aggressore ha fatto bancarotta già nel 2008… Quella fu una lezione istruttiva della storia, non assimilata per tempo. Noi, come nessun altro, sosteniamo sinceramente il ristabilimento dell’integrità territoriale della Georgia. Ed è chiaro che non riconosceremo mai i regimi marionetta filorussi di Abkhazia e Ossetia meridionale”. E ha concluso con il tradizionale slogan banderista “Gloria alla Georgia e Gloria all’Ucraina”. Non è chiaro, dato che scriveva su feisbuc e non interveniva in tv, se Porošenko abbia emulato recenti exploit del suo governatore, biascicando in pubblico la propria cravatta.

L’esponente del PC russo Kazbek Tajsaev, commentando oggi l’anniversario, ha ricordato come Saakašvili fosse stato spinto all’avventura in Ossetia meridionale dai propri “tutori d’oltreoceano” e come “in difesa della piccola ma coraggiosa repubblica si fosse posta la Russia, che ricondusse alla pace lo sfrenato regime di Saakašvili”. Tajsaev ha ricordato come il segretario del PC, Gennadij Zjuganov, “essendo introvabile il Ministro della difesa, avesse telefonato svariate volte all’allora presidente Dmitrij Medvedev, chiedendo urgenti e adeguate misure di risposta”. In gran parte solo grazie alle insistenze di Zjuganov e “nonostante tutti i discorsi sul fatto che la comunità internazionale non avrebbe compreso, fu deciso di mobilitare le truppe in Ossetia del Sud “, ha affermato Tajsaev.

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12/07/2016

Il terrorismo islamista tra Georgia, Turchia e Ucraina

Non si tratta di uno di quei casi simili al memorabile pasoliniano “Io so, ma non ho le prove”. No, le prove ci sono e continuano a venire sempre più massicciamente alla luce. Che lo Stato Islamico non sia sorto per “generazione spontanea”; che, come i suoi predecessori in Afghanistan, Pakistan, Caucaso, abbia ricevuto e continui tutt’oggi a ricevere armi e finanziamenti da paesi e organizzazioni ben noti, non fa quasi più “notizia”: si dà pressoché per scontato.

Ma non per questo è privo di interesse sentire i racconti che escono dalla viva voce di alcuni attori del dramma. Dopo l’ultimo attentato ad Istanbul, in cui erano coinvolti elementi che in Occidente ci si è precipitati a dire che “vengono dalla Russia” – quando le stragi di civili le compivano in Urss o le ripetono oggi in aree ex sovietiche, allora sono “combattenti” o “indipendentisti”; se invece gli attentati vengono in Occidente, allora si tratta senz’altro di “terroristi”, meglio se provenienti dall’ex Urss – l’agenzia Russkaja Vesna ha pubblicato il commento dell’esperto georgiano in estremismo religioso, Šota Apkhaidze. Perché un esperto georgiano? Perché il presunto organizzatore dell’attentato in Turchia è Akhmed Čataev, agente operativo dei Servizi segreti georgiani, all’epoca in cui a Tbilisi regnava incontrastato quel Mikhail Saakašvili che, nel 2008, aveva scatenato l’attacco all’Ossetia meridionale e che poi, accusato in patria di tentato omicidio e appropriazione di alcuni milioni di $, dopo il golpe in Ucraina è traghettato serenamente alla corte di Poroshenko, con la carica di Governatore della regione di Odessa.

Secondo Apkhaidze, gli stessi funzionari georgiani, gli stessi agenti, trasferitisi in Ucraina al seguito di Saakašvili, continuano dalla nuova patria, con il beneplacito di Kiev, a sostenere materialmente le organizzazioni terroristiche, così come facevano in Georgia: continuano a sostenere quelle formazioni che hanno colpito la Turchia, così prodiga in precedenza nell’offrire asilo a Čataev e altri “combattenti” dell’Emirato del Caucaso.

Saakašvili, nell’interesse del suo regime, aveva “politicizzato” l’Islam, afferma Apkhaidze e, con l’aiuto occidentale, organizzava in Georgia la preparazione militare di gruppi islamisti nord-caucasici, per usarli in atti di diversione: il più tragico di questi, l’assalto alla scuola di Beslan, nel 2004, in cui l’attacco di islamisti ceceni si concluse con la morte di 334 persone, di cui 186 bambini.

Alcuni di questi fatti sono raccontati in “Eliminare i testimoni”, un volume scritto dal giornalista ceceno Islam Sajdaev al suo rientro in Russia dalla Georgia, dove si era rifugiato dopo aver a lungo sostenuto i separatisti ceceni. L’ultimo episodio tra quelli descritti da Sajdaev risalirebbe al 2012, allorché i Servizi georgiani inviarono in Dagestan gruppi di sabotatori, salvo poi liquidarli sulla via del ritorno, sostenendo che si trattasse di terroristi russi giunti a destabilizzare il clima elettorale: i sostenitori di Saakašvili persero in ogni caso le elezioni.

La diffusione di raggruppamenti islamisti e comunità salafite e il loro addestramento da parte dell’intelligence georgiana sarebbero stati sponsorizzati da Arabia Saudita, Emirati e Qatar. Sajdaev cita ripetuti contatti di cosiddetti Centri antiterrorismo georgiani con estremisti wahabiti e il passaggio di questi ultimi in Turchia e, da qui, in Siria. Si citano testimonianze circa gli intrecci tra singoli elementi di tali gruppi e il defunto magnate Boris Berezovskij, nei suoi (proclamati e presunti) tentativi di “presa violenta del potere” in Russia e si parla della liberazione, da parte delle autorità turche, di altri islamisti in precedenza arrestati, in cambio della loro collaborazione. Anche nel caso degli attentati di Boston nel 2013, messi a segno dai fratelli Džokhar e Tamerlan Tsarnaev, vari episodi consento di affermare, scrive Sajdaev, che i due erano stati addestrati in Georgia dal “Fondo Caucaso”, a sua volta in contatto con la statunitense “The Jamestown Foundation”. Le due organizzazioni, che ufficialmente si occupano delle questioni storico-culturali del Caucaso, organizzarono nel 2012 una serie di “seminari” e iniziative, cui presero parte i fratelli Tsarnaev.

Il “Fondo Caucaso” è stato fondato nel novembre 2008, dopo il conflitto georgiano-ossetino, con l’obiettivo, sostiene Sajdaev, di reclutare giovani e intellettuali nordcaucasici da inviare ad alimentare gli umori estremisti nelle aree meridionali della Russia. La circostanza che la Georgia confini con il Caucaso settentrionale russo, afferma Sajdaev, aumenta il rischio che questi combattenti, mascherati dietro ideologie pseudoreligiose, vengano usati dall’Intelligence occidentale; inoltre, attraverso la Georgia e alcuni Stati vicini, è possibile sostenere il regime di Kiev, importante fattore di destabilizzazione, dai confini russi al Medio Oriente.

Un esempio: nel novembre 2015 furono fermati in Kuwait 6 terroristi, che ammisero di lavorare per il reclutamento, la raccolta di fondi e l’acquisto di armi in Ucraina per lo Stato Islamico, armi spedite attraverso il porto Iličëvsk di Odessa (in mano agli uomini di Saakašvili) e da qui, attraverso la Turchia, fino in Siria e Iraq. Non secondario il fatto che la statunitense “Vanguard”, che nella regione di Odessa si occupa del trasbordo delle merci attraverso i vari porti, goda del diritto di spedizione di qualsiasi carico, in qualsiasi parte del mondo, senza controllo doganale. In questo caso, scrive Sajdaev, stiamo parlando di armi di fabbricazione USA destinate ai gruppi nazionalisti locali e che lo Stato Islamico ha acquistato per i terroristi in Siria, oltre ai lanciagranate individuali di fabbricazione cinese, in dotazione alle truppe ucraine. Non per nulla, capo della sezione di Odessa del Ministero degli interni è l’ex funzionario del controspionaggio georgiano, Gija Lordkipanidze che, all’epoca di Eduard Shevarnadze, era responsabile dei contatti tra Ministero per la sicurezza e gruppi di radicali che, in Georgia, cercavano rifugio dalle operazioni antiterrorismo russe nel Caucaso. Sono quasi tutti ancora al loro posto, funzionari e agenti delle diverse sezioni dell’intelligence georgiana che, all’epoca di Saakašvili e sotto il controllo delle agenzie di intelligence occidentali, realizzavano “progetti congiunti” con i “militanti” del Caucaso settentrionale, tra cui quello volto a trasformare la Georgia in un corridoio di transito per il terrorismo internazionale. Tra i tanti nomi, quello dell’attuale capo del controspionaggio, Temur Kupreišvili e del suo vice, Aleksandr Khodževanišvili, stretti amici di Saakašvili e che, col “Fondo Caucaso”, hanno addestrato vari combattenti, tra cui i fratelli Tsarnaev.

Ma, ad Istanbul come a Boston, si tratta di “spietati terroristi islamici”, per di più, provenienti dalla Russia. Quando invece vengono addestrati nel Caucaso, sono combattenti indipendentisti, come quelli che, ad esempio, nel dicembre 2014, in un attacco a Grozny, provocarono la morte di 19 persone. Ma, anche in quell’occasione, per i media nostrani si trattava di “indipendentisti” e si taceva sul ruolo occidentale che, come dichiarò in quell’occasione Vladimir Putin, non ha mai lesinato “appoggio informativo, politico e finanziario al separatismo in Russia, attraverso i servizi segreti” e “ha appoggiato apertamente il separatismo e il terrorismo, definendo gli assassini nientemeno che insorti e li ha ricevuti al più alto livello”.

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22/02/2016

L'Ucraina tra scenari golpisti e di guerra

Nella aree adiacenti l'edificio della Rada stanno continuando anche oggi le manifestazioni delle cosiddette “Forze radicali di destra”, che ieri hanno assaltato e distrutto gli uffici delle banche russe a Kiev – azione definita oggi dal presidente Porošenko “una provocazione di Mosca” (!) – e che esigono le dimissioni di presidente e governo, oltre la denuncia degli accordi di Minsk sul Donbass.

All'interno del parlamento, invece, non si sono ancora esauriti i tentativi farsa di dimissionare il primo ministro Arsenij Jatsenjuk. Che si tratti di un fuoco di paglia lo dice il fatto che il nuovo progetto di risoluzione sulla sfiducia al governo sia stato registrato da un (uno) deputato indipendente: per ora, nessuna frazione parlamentare pare intenzionata a tornare sul tema, dopo la sceneggiata dello scorso 16 febbraio allorché, dopo quattro ore di esternazioni sull'insoddisfazione per l'operato del gabinetto, erano mancati i voti per dimissionare premier e governo.

E, sempre fuori dall'aula, ma con una risonanza che gli viene dalla sua aura atlantica, anche l'ex presidente yankee della Georgia, Mikhail Saakašvili, continua nella litania per mandare a casa Jatsenjuk. Al canale georgiano Rustavi 2, Saakašvili ha dichiarato che “Jatsenjuk se ne deve andare. E non perché io voglia prendere il suo posto – nei giorni scorsi aveva rivelato di mirare molto più in alto – ma perché non è possibile avere in Ucraina un governo antipopolare, che esprime gli interessi dei funzionari corrotti”. Ciò a fronte di un Petro Porošenko che è un “politico di alto livello”, ha dichiarato il nuovo cittadino ucraino (in patria è ricercato per appropriazione indebita di 5 milioni di $ e falsificazione di prove per la misteriosa morte dell'ex primo ministro Zurab Žvania) in attesa di chiarire quali affari lo leghino al presidente e quali lo contrappongano al primo ministro. Affari che, secondo l'ucraina GromadskeTV, vedono Saakašvili in predicato di perdere molto presto la poltrona di governatore di Odessa: la possibilità è stata confermata dal suo stesso vice, Aleksandr Borovik, dopo l'esternazione dell'esteta Mikhail (pare che in Georgia avesse gettato alcune centinaia di migliaia di $ di fondi pubblici per cure estetiche) sul “golpe oligarchico” per la mancata sfiducia a Jatsenjuk.

E sulla situazione interna ucraina è intervenuto il presidente della Repubblica popolare di Donetsk, Aleksandr Zakharčenko. Secondo Novorosinform il leader della DNR ha scritto che “L'anniversario del colpo di stato a Kiev si è caratterizzato per nuovi pogrom e promesse di un'altra majdan. Tali fatti avvengono sullo sfondo di una profonda crisi politica, crollo dell'economia e spaventosa caduta del livello di vita dei cittadini ucraini. Perché avviene tutto questo? Perché, come risultato del golpe e dell'abbattimento violento del potere legittimo, cioè di quella che a Kiev chiamano “rivoluzione”, hanno preso il via processi distruttivi che nessuno può fermare”. A parere di Zakharčenko (che inverte qui i nomi delle categorie) ci sono solo due vie d'uscita: “o la controrivoluzione, o la dittatura rivoluzionaria. Non credo a una dittatura a Kiev: non vedo candidati al ruolo di dittatore e il popolo non accetterebbe un altro golpe con la presa del potere da parte non degli scagnozzi dei Banderisti, ma dei Banderisti e dei neonazisti in prima persona”. Dopo aver scritto di non nutrire particolare ottimismo, il leader della DNR ha detto di “essere molto dispiaciuto per la sorte del popolo ucraino. Noi non abbiamo combattuto e non combattiamo contro il popolo ucraino, bensì contro i Banderisti e i loro reggicoda, che hanno usurpato il potere a Kiev. E' possibile una controrivoluzione?” si è chiesto Zakharčenko, intendendo con ciò un argine alla “rivoluzione” dei golpisti filo UE; “Certamente. Ma questo dipenderà dal fatto se il popolo riuscirà a sbalzare gli usurpatori e troverà leader che non propongano agli ucraini di trasformarsi in qualcosa di diverso da ciò che sono, per esempio in “europei”, bensì di tornare a essere se stessi, con la propria storia, cultura, coi propri autentici eroi”.

Ma intanto, dalla notte scorsa, si stanno registrando combattimenti accaniti praticamente lungo tutta la linea del fronte del Donbass. Lo stesso Zakharčenko, nei giorni scorsi, aveva detto di temere un attacco massiccio delle forze neonaziste ucraine in occasione della festività del 23 febbraio, un tempo anniversario della formazione dell'Armata Rossa (in Urss la festa fu istituita nel 1922; ora, in Russia, si chiama Festa dei Difensori della patria. In Ucraina la festività è stata posposta al 14 ottobre, anniversario della formazione del filonazista UPA, nel 1942) e, con ogni evidenza, il leader della DNR non era lontano dal vero.

Tra i centri più colpiti dalle artiglierie pesanti nelle ultime ore, Staromikhajlovka, poche decine di km a ovest di Donetsk da dove, secondo gli abitanti dei quartieri occidentali della città, si odono distintamente le cannonate. Gli scontri sono proseguiti nel corso di tutto il fine settimana e hanno interessato anche diversi rioni periferici di Donetsk, tra cui Aleksandrovka, Trudovskie, Oktjabrskij e Spartak, insieme al centro di Zajtsevo, a nord di Gorlovka, colpiti con tiri di mortai. Azioni di guerra sono state registrate anche a nord di Jasinovata e nell'area di Kranyj partizan, lungo tutta la linea che corre da Donetsk verso Lugansk, in direzione nordest.

D'altronde i neonazisti ucraini non fanno mistero di voler “aprire un secondo fronte contro la Moscovia”. Sul canale tv “112”, l'ultranazionalista Dmitrij Korčinskij, uno dei fondatori di UNA-UNSO (Assemblea popolare di autodifesa) e del partito “Fratellanza” (cui fa capo il battaglione “Santa Maria”) ha dichiarato che “in caso di inizio di operazioni militari tra Turchia e Moscovia, quale sarà la posizione dell'Ucraina? Avremo paura o apriremo un “secondo fronte”, vale a dire, attaccheremo Donetsk e Lugansk? A mio avviso, nel caso di un conflitto serio dovremo approfittare del momento e sostenere la Turchia. Attaccare per fare in modo, quantomeno, che l'attenzione della leadership russa debba dividersi sui due fronti”. Vari osservatori, anche ucraini, pur non attribuendo verosimiglianza alle parole di Korčinskij – il cui peso, politico e militare, è pressoché insignificante – non escludono che la leadership golpista di Kiev sia molto tentata da tale scenario.

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24/12/2015

Le violenze dei battaglioni neonazisti e la "radice ebraica dell'Ucraina moderna"

Anche in Ucraina si sa che il prolungato mancato allenamento di un qualsiasi muscolo porta alla sua atrofizzazione e la regola vale anche al di fuori della sfera fisiologica. I bravi dei battaglioni “volontari”, momentaneamente a corto di esercizio nelle loro scorribande terroristiche contro i civili del Donbass, negli ultimi tempi sentono il bisogno di “allenarsi” nelle scaramucce contro reparti dell'esercito regolare ucraino, nelle azioni squadristiche contro città ucraine di cui intendono prendere il controllo e, via via, organizzando puntate di guerra – oggi è toccato alla cittadina di Spartak e all'aerea dell'aeroporto di Donetsk – contro le milizie popolari, contravvenendo (forse?!) agli ordini del Quartier generale di Kiev. Giudicando tuttavia insufficiente anche questo allenamento e temendo l'arrugginirsi delle armi così generosamente fornite loro dai paesi atlantici confinanti con l'Ucraina, sembrano aver trovato ultimamente un'altra forma di esercizio, che intervalli la fragile tregua nel Donbass: il brigantaggio e le bravate criminali contro ucraini a loro invisi.

In alcuni casi, soffiano sul fuoco – e anche più – delle recriminazioni di gruppi di cittadini contro corruzione e connivenza della polizia e procedono seduta stante, per dimostrare il loro “attaccamento al popolo ucraino”, a emanare giudizi ed eseguire sentenze, quasi sempre di morte. In caso di “condanne” più lievi, ci si limita a dar fuoco alle stazioni di polizia o alle abitazioni di qualche funzionario. Fa poca differenza che i bravi militino in “Azov”, “Dnepr”, “Ajdar”, “Kherson”, “L'vov”, “Tornado” o “Pravyj sektor”. La formazione è la stessa, l'addestramento e l'armamento anche, la smania per le spedizioni squadristiche viene a tutti dalla stessa matrice che, settant'anni fa, portò i nazionalisti ucraini ad arruolarsi nelle divisioni SS e fungere da manovalanza nelle stragi di comunisti ed ebrei, ucraini, polacchi, russi, rom. Ora che sono costretti all'inazione nel Donbass – lo stesso Ministero degli interni ucraino ha puntualmente registrato le distruzioni, le rapine e le stragi di civili della Novorossija commessi dai battaglioni neonazisti – e che Kiev non è in grado di assicurare la loro smobilitazione, ecco che dirigono la propria “esperienza” verso obiettivi di altre regioni ucraine. Tanto che, ad esempio, come scrive nnr.su, gli abitanti della regione di Kherson hanno iniziato a formare milizie di autodifesa, vista la connivenza della polizia con i reparti di “Ajdar” che da mesi, alla maniera degli elementi declassati e sottoproletari che formavano le squadracce di italica memoria, si danno a rapine, estorsioni e uccisioni ai danni della popolazione. Secondo il sito Politnavigator, tali squadre di autodifesa, sorte sul modello delle prime milizie del Donbass, si sarebbero già formate anche nella regione della Transcarpazia e della Galizia.

In questo quadro, con la legalizzazione e l'ufficializzazione dei battaglioni ultranazionalisti che, per metodi, ferocia e ideologia reincarnano la tradizione più nera del nazismo, il presidente Porošenko ha ritenuto opportuno esporre alla Knesset israeliana il proprio pensiero a proposito delle radice ebraiche dell'Ucraina moderna e della comunanza di obiettivi contro il terrorismo. “Gli ebrei, in quanto nazione, parteciparono direttamente alla creazione dello stato di Ucraina”, ha detto Petro che, chiedendo scusa per i delitti commessi dagli ucraini all'epoca dell'olocausto, ha affermato che gli ebrei giocano tuttora un ruolo importante nella vita dell'Ucraina; alla pari dei discendenti diretti dei loro vecchi massacratori – ha mancato di aggiungere. E, ancora lungo la linea del Porošenko-pensiero sulla democrazia: l'Ucraina, ha detto, “è la piazzaforte della democrazia in Europa orientale, mentre Israele lo è nel Medio oriente”: c'è da commuoversi di cotanto umanesimo, rispondono a loro volta popolo palestinese e civili del Donbass! “L'aggressione russa contro l'Ucraina non è solo una guerra per il territorio. La Russia possiede un grande territorio; è una guerra di concezione del mondo, contro la libertà e la democrazia”. Chissà da chi l'avrà imparata!

Forse da quegli sponsor d'oltre oceano che, come ha dichiarato il presidente della Commissione esteri della Duma russa, Aleksej Puškov, approfittano della crisi ucraina in senso anti russo. “USA e alcune forze europee ritengono che si debba trasformare l'Ucraina in un contrappeso strategico alla Russia” ha dichiarato Puškov. “Hanno profittato della crisi ucraina per accrescere il potenziale anti russo della Nato, si sono accordati per la creazione in Polonia di basi di pronto intervento, per una rapida dislocazione di sistemi antimissilistici in una serie di paesi dell'Europa orientale. La Nato costruisce la propria strategia sul mito della minaccia russa”.

Intanto, a dispetto della proclamata tregua, da qualche giorno, oltre il consueto martellamento ucraino delle città del Donbass più a ridosso della linea di demarcazione, si è acceso un contrasto sulla cittadina di Kominternovo, in territorio neutro, vicina a Mariupol. Kiev accusa le milizie di averla occupata; il Ministero della difesa della DNR nega l'addebito. Oggi, il Ministro degli interni Arsen-lanciaacqua-Avakov, ha chiesto la convocazione urgente del Consiglio di sicurezza e difesa, per preparare una “rapida reazione” ucraina. Dalla DNR fanno sapere che la notizia riguardante Kominternovo “è falsa. La dichiarazione delle forze armate ucraine non corrisponde a verità”, ha dichiarato a Interfax il vice comandante delle forze della DNR Eduard Basurin, che ha a sua volta denunciato l'occupazione di ben otto cittadine della provincia di Jasinovata, in un'area cuscinetto pochissimi chilometri a nordest di Donetsk.

Invece, di nuovo a proposito dei “vezzeggiamenti” reciproci nella alte sfere ucraine, l'ex presidente georgiano e attuale governatore di Odessa Mikhail Saakašvili è tornato lancia in testa sul proprio fronte della “lotta alla corruzione” (degli altri) e ha dichiarato che in tutto il periodo della permanenza nella sua nuova patria – è da poche settimane ufficialmente cittadino ucraino e non più georgiano – non ha ancora incontrato una persona che gli abbia detto che oggi in Ucraina si vive meglio del periodo precedente il golpe di febbraio. “Così male come oggi”, ha detto ieri lo yankee caucasico nel corso del forum anticorruzione “Per la pulizia” dell'Ucraina, le cose non erano “mai andate; né con Kučma, né con gli “arancioni” – il periodo di Juščenko-Timošenko – né con Janukovič”, ha tuonato Mikhail l'incorruttibile, tuttora ricercato in Georgia per appropriazione di oltre 5 milioni di $ di fondi pubblici. Saakašvili è anche tornato sul famoso bicchier d'acqua lanciatogli in faccia dal Ministro degli interni, l'armeno Arsen Avakov, affermando di non essere in conflitto con lui, bensì col primo ministro Arsenyj Jatsenjuk, accusato da Mikhail-Savonarola di presiedere un gabinetto corruttivo e condurre una politica a vantaggio degli oligarchi, che porta a una sottrazione mafiosa di 10-15 milioni di $ l'anno. La qual cosa è ben conosciuta a Washington e Bruxelles. “Il potere non opera in maniera nuova; vive alla vecchia maniera. Io lotto contro il sistema, contro il paradigma esistente di direzione statale della nostra economia da parte di alcune persone. Io lotto contro di esse, per smascherarle e mostrare il loro vero volto”, ha concluso Mikhail-Robespierre che oggi lotta in Ucraina contro quella ”diabolica corruzione dei costumi” che, secondo il monaco Iliodor, mentore dell'avventuriero Rasputin, era portata “nell'innocente popolo russo dagli intellettuali dell'occidente, dai funzionari e dagli ebrei”.

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