Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/12/2017

Massiccio attacco ucraino al Donbass e lo stato di Binomo di Nikki Haley

In teoria è cominciato dalle ore 00:00 di sabato “l’armistizio di fine anno” nel Donbass, su cui si sono accordate le parti al Gruppo di contatto per l’applicazione degli accordi di Minsk. Ma l’agenzia Novorossija, alle 7.30 di domenica ora italiana, dava notizia di violazioni da parte delle forze ucraine, con tiri di mortai e lanciagranate di vario tipo e calibro in direzione dei villaggi di Frunze e Kalinovka, nella LNR, rispettivamente 50 km a ovest e 70 km a sud di Lugansk.

Ben più numerose e pesanti le violazioni ucraine sabato scorso, non appena entrato in vigore il cessate il fuoco, con tiri di lanciagranate automatici su Jasinovataja, poco a nord di Donetsk, colpi di mortai di vario calibro su Gorlovka e Golmovskij, mentre nell’immediata vigilia dell’armistizio, le truppe di Kiev avevano ripetutamente effettuato lanci di razzi “Grad” addirittura fin sui quartieri periferici della capitale della DNR. Sempre nella mattinata di sabato, colonne di autoarticolati carichi di carri armati, erano state filmate nell’area di Kherson, dirette verso Donetsk (vedi video).



Come già detto nei giorni scorsi, difficile non collegare, sia pure indirettamente, la nuova offensiva ucraina, alla notizia della decisione americana e canadese sulla fornitura ufficiale di “armi letali” a Kiev. In particolare, quello che più sembra impressionare gli osservatori vicini a DNR e LNR, che temono ora una significativa disparità di forze sul campo, rispetto al relativo attuale equilibrio, sembra la decisione sull’invio di lanciarazzi individuali controcarro FGM-148 “Javelin, di cui si parla da tempo.

Ora, ci sono interpretazioni diverse sulla potenziale efficacia dei “Javelin”. Alcuni analisti ritengono che la loro fornitura alle forze ucraine risponda più agli interessi economici del complesso militare-industriale USA e non debba incidere più di tanto nelle operazioni belliche, dato che le milizie non fanno un largo impiego di mezzi corazzati. Altri, invece, osservando lo schieramento di forze e mezzi USA e NATO tutto intorno alla Russia, nel suo complesso, e rilevando che la guerra nel Donbass non è combattuta in aria e che, dunque, le armi ora in dotazione a Kiev sono più che sufficienti contro i vecchi carri sovietici T-72 e T-80, ritengono che la fornitura dei “Javelin” sarebbe un chiaro segnale a Kiev per una escalation nel Donbass.

Questo potrebbe spingere la Russia a fornire alle Repubbliche popolari tipi più moderni di carri armati, quali il “T-90” o anche il “T-14”, modelli contro cui il “Javelin” non è ancora stato testato sul campo. Di nuovo, quindi, gli interessi dell’industria militare yankee: fornire i “Javelin” all’Ucraina per provarli in battaglia, dato che quelli già forniti a ex Repubbliche sovietiche quali Estonia, Lettonia o Georgia non sono ancora stati testati in battaglia.

Come che sia, la concentrazione delle forze ucraine lungo la linea del fronte si è fatta più forte proprio negli ultimissimi giorni, in concomitanza con l’annuncio statunitense e canadese, che non può non essere interpretato anche come un chiaro segnale di sfida a Vladimir Putin, che da mesi sta ammonendo Washington e Kiev sul fatto che Mosca “non consentirà il massacro” della popolazione di lingua russa del Donbass.

Ma, “Javelin” a parte e a far da contrappeso, proprio nelle ultime ore è divenuta ufficiale la decisione dell’Ossetia meridionale (quella attaccata dall’allora presidente yankee della Georgia Mikhail Saakašvili il 08.08.2008) di riconoscere DNR e LNR: cosa impedisce ora a Tskhinval di divenire una piazzaforte avanzata per la fornitura massiccia di armi al Donbass, come ripetutamente sollecitato da quanti, a Mosca, chiedono che LNR e DNR vengano riconosciute come parti combattenti?

Di fronte al rinnovato inasprirsi della situazione al fronte, ben poca o nulla rilevanza ha dunque, se non di pura cronaca, la notizia del fermo, ieri, all’aeroporto di Ginevra, dell’ex primo ministro golpista e pupillo di Victoria-Fuck-the-UE-Nuland, il banchiere Arsenij Jatsenjuk. Per il vero, il servizio immigrazione svizzero ha trattenuto per controlli l’artefice del “vallo europeo a difesa dalla minaccia russa” per non più di dieci minuti, sulla base di una richiesta rivolta a suo tempo da Mosca all’Interpol.

Nel marzo scorso, infatti, il tribunale cittadino di Essentuki, nel Territorio di Stavropol, aveva riconosciuto Jatsenjuk colpevole di torture e fucilazione di prigionieri di guerra russi durante le guerre cecene, nel 1994-’95 e nel 2000 e si era espresso per il suo arresto in contumacia. L’inchiesta penale nei confronti di colui secondo il quale la seconda guerra mondiale era stata “causata dall’aggressione dell’URSS alla Germania”(!), era stata avviata in Cecenia, nel settembre 2015. A fondamento dell’accusa, la testimonianza di un ex membro dell’organizzazione UNA-UNSO che, come riporta la Tass, era penetrato in Cecenia dalla Georgia insieme ad altri nazionalisti ucraini, che avevano dato vita al battaglione “Viking”, di cui faceva parte lo stesso Arsenij Jatsenjuk.

E quasi a sdrammatizzare la situazione, Russkaja Vesna riporta la nuova impresa di “Leksus & Vovan”, i pranker russi Aleksej Stoljarov e Vladimir Kuznetsov, già in passato autori di scherzi simili ai danni del premier ucraino Grojsman, congressisti USA, a Lukašenko, Erdogan, Petro Porošenko, o al segretario NATO Jens Stoltenberg. L&V questa volta hanno preso di mira la rappresentante USA alle Nazioni Unite Nikki Haley, dopo lo schiaffo ricevuto da Washington al palazzo di vetro per la risoluzione su Gerusalemme.

Spacciandosi per il nuovo primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, Vovan ha intrattenuto Haley per circa venti minuti, senza che questa sospettasse di nulla, spaziando dalle preoccupazioni polacche per le armi americane a Kiev, dagli attriti tra Varsavia e Kiev sulla questione delle minoranze nazionali, dalla richiesta di appoggio a Saakašvili contro Porošenko, al voto polacco all’ONU favorevole alla risoluzione USA, parlando anche di “North stream-2”, Crimea e sanzioni alla Russia, Unione europea. Fino alle stilettate finali sul fantomatico stato di “Binomo” e le “rivelazioni” di Petro Porošenko sulle molestie sessuali subite da parte di Kevin Spacey.

Come già fatto mesi fa con la deputata del Congresso USA Maxine Waters, cui Leksus aveva dato a intendere di truppe russe in Gabon, in appoggio al regime di Ondimbu e di hacker russi che avrebbero influito sulle elezioni nel Limpopo, così da defenestrare il presidente Barmalej e mettere al suo posto la marionetta del Cremlino Ajbolit, così ora Vovan ha “informato” Haley sulla situazione nel “Binomo, non lontano dal Viet Nam, nel sud della Cina”, in cui si sarebbero tenute elezioni hackerate da Mosca. “Lei conosce il Binomo?” ha chiesto Vovan; ancora una volta, è stata confermata la preparazione geografica delle alte sfere yankee USA: “Sì, sì” ha esclamato Haley. “Cosa pensa del Binomo: Be-I-eN-O-eM-O? Lei capisce di cosa stiamo parlando” ha insistito Vovan. “Sì, sì; perfettamente”...

Qualche Ministra italica potrebbe tirare un sospiro di sollievo, pensando che forse anche ai genitori Sikh di Nikki Haley, in America, non hanno riconosciuto il titolo di studio del Punjab.

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01/05/2017

L’ombra di Džokhar Dudaev e la nazidemocrazia ucraina

Se ne era parlato già nel 2015 e il Comitato investigativo generale russo aveva trovato anche testimoni, nelle persone di nazionalisti ucraini, sotto processo in Russia per reati legati alla criminalità organizzata. Ora ci sono le prove: l'ex primo ministro dell'Ucraina golpista, Arsenij Jatsenjuk, avrebbe preso parte a fucilazioni e torture di militari russi durante la “prima guerra” di Cecenia e lo avrebbe fatto in compagnia di altri “eroi” del nuovo corso ucraino, tra cui l'ex leader di “Pravyj Sektor” Dmitro Jaroš, il capo di “Svoboda” Oleg Tjagnibok, il leader dell'organizzazione nazionalista “Fratellanza” Dmitrij Korčinskij.

Jatsenjuk è ora dunque “ricercato internazionale” e il materiale raccolto dal Comitato investigativo è stato trasmesso all'Interpol. Il diretto interessato, evidentemente abbastanza sicuro delle proprie protezioni, ha fatto sapere che Mosca non riuscirà nell'obiettivo di mandarlo sotto processo. In effetti, dal momento della sua caduta governativa, un anno fa, il giovane banchiere beniamino di Victoria-fuck-the-UE-Nuland – che nelle conversazioni telefoniche del 2014 con l'allora ambasciatore yankee a Kiev, Geoffrey Pyatt, lo aveva imposto alla carica governativa – è sistemato felicemente sulle poltrone dell'alta finanza tra Stati Uniti e Ucraina.

Il governo golpista ha definito la cosa “assurda” e avrebbe a sua volta inviato all'Interpol una richiesta a non procedere; il Ministro personalmente, Arsen Avakov, avrebbe scritto al Segretario generale dell'Interpol, Jürgen Stock, asserendo che “Jatsenjuk non avrebbe mai messo piede in Cecenia” e nel periodo indicato il giovanotto “viveva, studiava e lavorava nel suo luogo di nascita in Ucraina”. Alla richiesta avanzata dai giornalisti di RT di confermare la lettera di Avakov, pare che per il momento Interpol non abbia fornito risposta.

Il Comitato investigativo russo ha fatto sapere di aver le prove della partecipazione di Jatsenjuk ad almeno due scontri armati, a dicembre 1994 e a febbraio 1995, a Groznyj e anche di esser responsabile di torture e fucilazione di prigionieri di guerra russi nel gennaio 1995, sempre a Groznyj. Secondo il presidente del Comitato, Aleksandr Bastrykin, per tali “imprese”, nel dicembre 1995, Jatsenjuk, al pari di altri membri del raggruppamento neonazista UNA-UNSO, era stato insignito della massima decorazione cecena, “Ordine della Nazione”, dall'allora presidente separatista Džokhar Dudaev. RT nota che, in ogni caso, non solo Mosca ha da dire qualcosa sui “meriti” di Jatsenjuk, ma l'Ucraina stessa: nonostante la Procura generale abbia annullato due cause penali, per corruzione – una per 6 e l'altra per 3 milioni di dollari – nei suoi confronti, alcuni deputati della Rada lo accuserebbero della “scomparsa” di parte delle decine di milioni di euro destinati alla costruzione del famigerato “vallo europeo” al confine con la Russia.

Per la verità, getta acqua sul fuoco il direttore del Centro russo per i rapporti giuridici internazionali, Dmitrij Matveev: egli ritiene che l'azione di Mosca rivesta più che altro un carattere politico e, proprio per questo, verosimilmente l'Interpol non darà corso alla causa, dal momento che la “motivazione politica” costituisce uno dei fattori per cui l'organizzazione rifiuta di dichiarare ricercata una persona. Inoltre, conclude Matveev, “considerata l'attuale situazione internazionale, le probabilità che Jatsenjuk venga fermato su richiesta della Russia, nella maggior parte dei paesi sono minime”. Si è visto mai che i padrini abbandonino i propri protetti?

E inoltre, viene da aggiungere, anche perché le “storiche” uscite di Jatsenjuk, ad esempio, su “Ucraina e Germania invase dall'Urss nella Seconda guerra mondiale” hanno ricevuto ulteriori approfondimenti con il progetto dell'Istituto ucraino per la memoria nazionale (UINP) sullo “Smascheramento di 50 miti propagandistici sovietici sulla Seconda guerra mondiale”. Miti che, secondo il direttore di tale Istituto, Volodymyr Vjatrovič, sarebbero tuttora utilizzati da Mosca per “mantenere i popoli dell'ex Urss nell'orbita dell'influenza russa”, ma il presunto smascheramento dei quali, secondo Aleksandr Karevin su rusvesna.su, altro non nasconderebbe che una graduale e nemmeno tanto nascosta riabilitazione del nazismo.

Prendiamo ad esempio il “Mito 12”, osserva Karevin: secondo secondo l'UINP non sarebbe affatto vero che la Germania abbia attaccato a tradimento l'Unione Sovietica senza dichiarazione di guerra: i nazisti osservarono tutte le formalità e dichiararono guerra secondo le regole del mondo civilizzato, sostiene Vjatrovič. Ora, Mosca non ha mai negato di aver ricevuto la dichiarazione di guerra: solo che questa fu consegnata quando le truppe naziste avevano già varcato le frontiere sovietiche. Ma il “Mito 10” spiega che l'Urss nel 1941 “era lo stato più militarizzato del mondo” e “dopo il 10 luglio tutto sarebbe stato pronto per attaccare a ovest”: dunque, Hitler non fece che difendersi da cotanta aggressività e prevenne l'avversario attaccando il 22 giugno! Il “Mito 13” vorrebbe confutare la qualifica di “fascista” affibbiata a Hitler dalla propaganda sovietica, evidenziando che “il Führer del Terzo Reich Adolf Hitler non ha mai fatto parte del movimento fascista italiano”... E così via, passando per il “Mito 19”, secondo cui i nazisti non volevano eliminare tutta la razza slava, ma solo una parte, dato che il piano “Ost” prevedeva l'eliminazione di “appena” il 25-30% degli ucraini e la deportazione in Siberia di un altro 40%, una volta conquistata Mosca. Ovviamente, “Mito 38”, l'Armata Rossa non liberò l'Ucraina, ma stabilì su di essa il regime totalitario stalinista e i partigiani sovietici, “Mito 28”, provocavano i tedeschi alle repressioni contro la popolazione civile.

Logica vuole, dunque, che il consigliere del Ministero degli interni, il solito Zorjan Škirjak che vede una “pista russa” in qualsiasi incidente domestico ucraino, metta in guardia i suoi concittadini dal portare qualsiasi “simbologia comunista proibita, a partire dal nastro di San Giorgio” (il simbolo della vittoria sovietica sul nazismo) in occasione del prossimo 9 Maggio, anniversario della vittoria. Fregiandosi di quel nastro, sostiene Škirjak, “i terroristi hanno aggredito le città ucraine e ucciso cittadini ucraini. Con quel nastro anche oggi i tank e gli scarponi russi calpestano la terra ucraina. Oggi quello è un simbolo di terrorismo. Chiedo che non si utilizzino quei nastri durante i giorni di maggio. Ciò suscita una logica e giusta reazione nei patrioti e nei cittadini ucraini”. E' appena il caso di ricordare come, già in occasione delle celebrazioni della vittoria del 2016, a Kiev, le organizzazioni neonaziste ucraine avessero aggredito anche persone anziane che stavano festeggiando la ricorrenza del 9 Maggio: un simile “appello” di Škirjak suona come un'adunata ufficiale al pestaggio più violento di chi osi proclamare veri i “Miti 13, 19, 38...”.

Cronache dalla nazidemocrazia europeista ucraina vezzeggiata dal PD.

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15/04/2016

Ucraina: quanto durerà il governo varato a Washington?

Il nuovo governo ucraino guidato dall’ex speaker della Rada e perno della formazione presidenziale “Blocco Porošenko”, Vladimir Grojsman, è insediato. Il girotondo delle dimissioni annunciate e poi forse rinviate di Arsenij Jatsenjuk è terminato. Con il voto di conferma della Rada cadono le voci su una mozione di sfiducia presentata da alcuni deputati al momento dell’affidamento dell’incarico a Grojsman: secondo la Costituzione ucraina, il governo è ora al sicuro per 12 mesi da ogni sfiducia.

La spina dorsale della nuova formazione è costituita da uomini del presidente, oltre che da stretti collaboratori del dimissionato Arsenij Jatsenjuk e del nuovo premier. Porošenko ha personalmente assicurato al vice presidente USA Joe Biden, che da qualche mese sta dirigendo l’operazione di sostituzione dell’ormai squalificato Jatsenjuk, che il nuovo esecutivo proseguirà sulla strada delle “riforme” dettate dal Fondo Monetario Internazionale, condizione essenziale affinché “l’Ucraina conservi il sostegno internazionale”. I segnali di scontento nei confronti del governo Jatsenjuk, infatti, da parte di banche e creditori europei e statunitensi si erano fatti sempre più espliciti. Porošenko ha anche garantito a Biden che il governo adempierà agli accordi di Minsk: dichiarazione che, ormai da un anno, fa da sfondo a ogni nuova ondata di attacchi e bombardamenti ucraini sul Donbass.

Il ricambio al vertice – se ne parlava già un anno fa, allorché era stata ventilata l’ipotesi di un gabinetto guidato dalla yankee-ucraina Natalja Jaresko, con Jatsenjuk a guidare la Banca centrale – non era più considerato rinviabile dai creditori internazionali, in vista della concessione a Kiev della terza tranche di fondi USA di garanzia per 1 miliardo di $. C’è inoltre la questione del credito di 17 miliardi di $ del FMI: dopo la concessione delle prime due tranche (rispettivamente 3,2 e 1,7 mld $) la terza, prevista per il dicembre scorso, era stata sospesa a tempo indeterminato. La Jaresko stessa, d’altro canto, non fa parte del nuovo governo. Lo guiderà a distanza, “tornando però in Ucraina”, ha detto lei stessa. Stando alla Tass, partecipando ieri a Washington alla riunione del FMI e della banca mondiale, Natalja-Dipartimento-di-stato-Jaresko ha osservato che il nuovo governo è “politico”, a differenza del precedente, in cui prevalevano i tecnocrati, con “cinque ministri provenienti dal mondo degli affari”. Jaresko ho comunque indicato che il nuovo governo debba continuare nelle “riforme”: deregulation economica, privatizzazioni, riduzione delle tasse (al business) e delle tariffe doganali (al business straniero) e, a tempo perso, lottare contro la corruzione. Su questa linea Grojsman ha in effetti abbozzato il programma del nuovo governo: una perfetta rimodellatura del programma della Timošenko di 13 anni fa.

Il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, ha “altamente apprezzato” la collaborazione bilaterale tra Parlamento europeo e Rada suprema nel periodo in cui questa è stata guidata da Grojsman e Federica Mogherini ha espresso “sostegno all’Ucraina di fronte alle sfide odierne”. Grojsman, da parte sua, ha assicurato di proseguire sulla via delle “riforme” e accelerare la revisione strutturale dello stato ucraino. L’ambasciatore USA a Kiev, Geoffrey Pyatt, con il caratteristico “spirito pratico” e approccio diretto yankee, ha ricordato che “Più di una volta ho detto che è meno importante chi fa parte del governo, piuttosto che il programma di questo nuovo governo. L’importante è che il premier usi tale impulso per condurre le riforme proposte dal FMI e quelle previste dall’Accordo di associazione dell’Ucraina alla UE”.

E dunque, nel nuovo gabinetto, a parte la sostituzione di Jaresko con l’ex consigliere del presidente Janukovič, Aleksandr Daniljuk, 9 Ministri mantengono l’incarico – tra questi, il Ministro degli interni Arsen Avakov e gli altri Ministri in rappresentanza del “Fronte popolare” di Jatsenjuk, che giorni fa avevano minacciato l’uscita dalla coalizione – e ne entrano 14 nuovi. A differenza del gabinetto precedente non c’è nessuno straniero. Posti chiave quali il Ministero della difesa e quello degli esteri sono rimasti in mano agli uomini del presidente: Stepan Poltorak e Pavel Klimkin. Speaker della Rada rimane un altro uomo del presidente, Andrej Parubij, che ha già proposto l’introduzione dei visti nei confronti della Russia. Un vice premier si occuperà delle “questioni europee e dell’integrazione euroatlantica”. Perché non ci siano dubbi su come Kiev guardi all’adempimento degli accordi di Minsk, è stato creato un Ministero “per gli affari dei territori occupati”, guidato da un altro vice premier, Vladimir Kistion. Dalla Repubblica Popolare di Donetsk ritengono che il nuovo governo non sia in grado di far uscire l’Ucraina dal caos politico, ma rappresenti solo “un corso più fedele alla linea presidenziale”. Caute, per ora, a quanto pare, le reazioni russe. All’antivigilia del voto della Rada, il presidente della Commissione esteri della Duma, Aleksej Puškov, aveva detto di attendersi dal nuovo premier un minimo di costruttività o, quantomeno, di neutralità, nei rapporti con Mosca.

Osservatori ucraini notano comunque che il nuovo gabinetto rappresenti soltanto un accordo temporaneo e non escludono elezioni anticipate nel giro di sei mesi o anche meno. Per il momento sembrano messe a tacere le voci secondo cui l’ex premier correva il rischio di un’incriminazione con l’accusa di aver intascato bustarelle per 3 milioni di $ come compenso per la nomina di Vladimir Iščuk a capo del Consorzio statale per RadioTV. Forse a questo si riferiva lui stesso quando Porošenko gli aveva assicurato l’immunità, in risposta a una proposta di messa in stato d’accusa avanzata da Julija Timošenko che pare non aver perso tempo a chiedere la verifica di costituzionalità sul voto di fiducia al programma del nuovo esecutivo.

E’ opinione concorde degli osservatori, che la parola fine al gabinetto Jatsenjuk fosse stata posta durante il recente viaggio di Porošenko a Washington e il suo incontro con il vice presidente Joe Biden. Anche l’ex presidente georgiano e attuale governatore di Odessa Mikhail Saakašvili, col consueto fare da “primadonna”, si è attribuito il merito dell’uscita di scena di Jatsenjuk, con cui da oltre un anno conduceva una guerra per il controllo di importanti settori economici (porti, aeroporti, condotti energetici) e in cui l’ex premier aveva quale alleato l’oligarca Igor Kolomojskij, mentre Saakašvili era formalmente appoggiato da Porošenko.

Il diretto interessato ha presentato la sua uscita di scena come di quella di un “eroe”: “Abbiamo fatto praticamente l’impossibile, abbiamo difeso il paese, formati nuovi esercito e polizia, abbiamo reso l’Ucraina indipendente energicamente dalla Russia, difeso l’economia dal default….”. Troppo facile ribattere punto per punto a tale propaganda. Il “rinnovamento” di cui parla Jatsenjuk passa per la riabilitazione dei collaborazionisti filonazisti di UNA-UNSO, cui un contributo non indifferente è stato dato da Petro Porošenko, con l’istituzione delle feste nazionali a ricordo di UPA, OUN e della data di nascita del loro leader Stepan Bandera; quel Porošenko che, secondo Pravda.ru, è de facto anche il capo del nuovo governo, con Vladimir Grojsman quale premier solo de jure. In ogni caso, una fedele pedina di Washington, anche se, forse, non esattamente di quel settore che appoggiava direttamente Arsenij Jatsenjuk.

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11/04/2016

Ucraina: Washington decisa a scaricare Jatsenjuk?

Tanto tuonò che, forse, piovve. Ma, per l’ennesima volta, nessuno azzarda una previsione sicura sulle dimissioni del primo ministro Arsenij Jatsenjuk, nonostante che, questa volta, sia stato lui stesso ad annunciarle in televisione, domenica pomeriggio e Victoria-Fuck-the-UE-Nuland abbia già ordinato al presidente Porošenko quali nomi non inserire nel nuovo governo. Il vice presidente USA Joe Biden ha detto poi la parola finale, ringraziando telefonicamente Jatsenjuk per “la collaborazione durante la sua permanenza alla carica di primo ministro”: un caldo benservito, dunque.

Già da un anno la popolarità del premier era finita nel pozzo; lo scorso febbraio la Rada aveva giudicato “insoddisfacente” il lavoro del gabinetto e lo stesso Porošenko aveva parlato della “necessità di riavviare il lavoro del governo”, sottintendendo un ricambio di figure, a partire dal premier; dopo che lo yankee-ex georgiano Mikhail Saakašvili aveva parlato di “golpe oligarchico”, per la mancata sfiducia da parte della Rada al suo concorrente in affari Jatsenjuk e la frazione parlamentare di Autoaiuto aveva gridato al complotto statale-oligarchico, che “usurpava la legittimità del parlamento”, era stato Jatsenjuk stesso a far intendere che dal Potomac non era ancora giunta luce verde per l’avvicendamento. A marzo, alle dimissioni del Ministro allo sviluppo economico, il lituano Aivaras Abromavičius, si era paventato un fuggi-fuggi generale dei Ministri stranieri dalla nave che stava affondando e si erano affastellati i nomi più improbabili (perché di essi mai ha parlato il Dipartimento di stato), a sostituire l’ormai sfumato Jatsenjuk: il segretario del Consiglio di sicurezza e di difesa, Aleksandr Turčinov; il leader del Partito Radicale Oleg Ljaško; il Ministro delle finanze, l’americano-ucraina ex funzionaria del Dipartimento di stato USA, Natalja Jaresko; l’ex premier polacco Leszek Balczerowicz, autore in patria delle terapie shock USA per il passaggio all’economia di mercato nei paesi dell’Europa dell’est; il governatore di Odessa Mikhail Saakašvili e, in ultimo e a questo punto il più probabile, l’attuale speaker della Rada Vladimir Grojsman. Ora sembra che siamo arrivati, forse, al redde rationem.

Nel video postato ieri pomeriggio su feisbuc, Jatsenjuk ha detto di aver “preso la decisione di dimettersi da primo ministro ucraino” e domani “la mia richiesta sarà presentata al Parlamento”. In una sceneggiata autosacrificale, Arsenij ha detto che il “desiderio di cambiare una persona ha accecato i politici e paralizzato la loro volontà di cambiamento reale”; dunque, dato che la guerra nel Donbass deve andare avanti a ogni costo, “non possiamo permettere la destabilizzazione del potere esecutivo durante la guerra” e quindi “dichiaro la mia decisione di trasferire obblighi e responsabilità di capo del governo”.

A ogni modo, pur se Jatsenjuk presenterà le dimissioni ufficialmente solo domani, Nuland ha già detto quali nomi non dovranno figurare nel nuovo gabinetto: l’attuale Ministro per l’energia Vladimir Demčišin, non ”abbastanza professionale” per il Dipartimento di stato e il Ministro per le politiche sociali Pavel Rezenko che, a detta della sua collega Jaresko, “frena le riforme sociali” dettate dal FMI circa l’innalzamento dell’età pensionabile e il taglio all’assistenza sociale. A dire addio al governo sarebbero anche (non è chiaro se su direttiva del Dipartimento di stato) il Ministro degli interni Arsen Avakov e quello della giustizia Pavel Petrenko.

In attesa del voto della Rada, già fioccano i commenti sulle dimissioni del premier. I media ucraini mettono l’accento soprattutto sulla svalutazione di quasi tre volte della grivna (da 9 a oltre 26 per 1 dollaro) e sulla caduta del PIL che, dal +4% del 2013 (183 miliardi $), già nel 2014 era precipitato al -28% (oggi si aggira sugli 80 mld $), con una crescita dei prezzi del 43% nel 2015 rispetto al 2013. Tutto ciò, nonostante le continue iniezioni di crediti del FMI, programmati in 17 mld $ – ma fermi per ora a meno di 5 – e condizionati ad aumenti stratosferici, fino a 7 volte, delle tariffe su elettricità, gas, riscaldamento. Intanto l’export ucraino, rispetto a prima della “rivoluzione per la libertà e la democrazia”, è diminuito del 14% nel 2014 e di un ulteriore 30% nel 2015. Il tasso di disoccupazione è al 10% (1,6 milioni di senza lavoro) e i salari reali sono diminuiti del 30% rispetto al periodo che la servile “l’Unità” definisce della “involuzione autoritaria del regime di Yanukovich”.

In questa situazione, le prime dichiarazioni dopo l’annuncio delle dimissioni di Jatsenjuk – che, secondo il giornalista ucraino Vladimir Skačko, non è detto vengano confermate domani – riguardano la continuazione della guerra nel Donbass, testimoniata dall’intensificarsi dei bombardamenti ucraini e unico modo per cercare di distogliere l’attenzione delle persone dalla catastrofica situazione economica. Skačko, ripreso da Komsomolskaja Pravda, ricorda come tutte le ultime uscite di Jatsenjuk non siano state altro che “un gioco, un intrigo e che il premier ha le spalle coperte a Washington, sebbene anche là i diversi gruppi rilancino ognuno la propria figura”. Se si giungerà veramente alla crisi di governo, resta da vedere come verranno spartite le poltrone che in tal modo si renderanno vacanti: speaker della Rada, nel caso Grojsman vada davvero a sostituire Jatsenjuk (su questo punto, pare che Porošenko sia riuscito a superare una certa diffidenza di Washington, dichiarando che in tal modo terrebbe il governo sotto controllo, dato che Grojsman è un suo uomo e avrebbe avuto anche il benestare dell’oligarca concorrente Kolomojskij, inizialmente orientato su Jaresko); Banca centrale, con gli amici di Porošenko, e così via, mantenendo l’attuale equilibrio dei vari raggruppamenti oligarchici. Secondo il politologo Sergej Černjakovskij, Jatsenjuk non è risultato all’altezza delle aspettative USA e, comunque, chiunque vada a sostituirlo, i cambiamenti saranno ben miseri (…). Dunque, il corso politico rimarrà lo stesso, i raggruppamenti anche e il padrone, pure: l’ennesimo fumo negli occhi, così che Porošenko potrà dire che tutti gli insuccessi erano dovuti a Jatsenjuk e continuerà per la strada tracciata”. Anche il politologo Aleksej Mukhin ritiene che Jatsenjuk, “con il permesso dei suoi curatori americani, intenda in tal modo concedere ulteriore tempo a Porošenko per la sua politica di privatizzazioni a favore delle imprese USA. D’altro canto, un ricambio è utile anche a correggere un certo “senso di colpa” da parte della UE, di nuovo scaricando tutto su Jatsenjuk, le cui dimissioni, purtroppo per il Donbass, non sono che un atto tecnico”.

All’interno, Jatsenjuk avrebbe ricevuto da Porošenko assicurazioni circa la propria immunità, dopo che la frazione Patria della Timošenko avrebbe minacciato di mandarlo sotto processo per i suoi insuccessi economici e la stessa Timošenko pare incline a una nuova alleanza con l’ex capo di Pravyj Sektor, Dmitrij Jaroš, per dare avvio a una “terza majdan”.

A Mosca, le dimissioni del beniamino di Victoria Nuland sono state commentate dal presidente della Commissione esteri della Duma, Aleksej Puškov, semplicemente ricordando alcune delle sue più “celebri” asserzioni, quali quella della “invasione dell’Ucraina da parte dell’Urss nella seconda guerra mondiale”, del “vallo europeo ai confini della Russia per la difesa dell’Europa dall’aggressione di Mosca”, del “ieri ho visto il telegiornale: avrei voluto spararmi e dopo impiccarmi” e così via. Secondo il vice presidente della Commissione sicurezza e difesa del Consiglio di federazione (il senato) russo, Frants Klintsevič, nonostante che le dimissioni di Jatsenjuk non significhino alcun cambiamento nella politica ucraina, né estera, né interna, possono però far sperare almeno in una dichiarazione sulla realizzazione degli accordi di Minsk sul Donbass.

E sullo sfondo delle (probabili) dimissioni di Jatsenjuk e proprio riguardo a quegli accordi, tanto perché non sussistano dubbi sugli orientamenti occidentali, i Ministri degli esteri del G7 riuniti a Hiroshima hanno in ogni caso ribadito che la durata delle sanzioni contro la Russia dipende “dall’adempimento da parte di Mosca dei deliberati di Minsk e dal suo rispetto della sovranità dell’Ucraina” e la Commissione Europea, per far capire ai presuntuosi olandesi chi sia a comandare, si appresta a proporre l’abolizione del regime dei visti nei confronti dell’Ucraina.

Al momento, dunque, non resta che parafrasare il grande Lucrezio e dire che la schiavitù del popolo ucraino, la sua povertà o la ricchezza degli oligarchi, o la guerra nel Donbass, non mutano la natura del regime ucraino e per ora possiamo solo definire un accidente ogni ricambio di poltrona.

Fonte

09/03/2016

Ucraina: nomi e figure di scena per fare la guerra al Donbass

Da oltre un mese l'attenzione internazionale sulle questioni ucraine appare maggiormente concentrata sulle possibili candidature in sostituzione del primo ministro Arsenij Jatsenjuk che non sulla guerra che, a dispetto dei mai concretizzati accordi di Minsk-2 del febbraio 2015, Kiev sta continuando a condurre contro il Donbass.

A partire dalla batosta elettorale subita dal partito del premier, il “Fronte del popolo”, nelle elezioni dell'autunno 2014, le quotazioni di Jatsenjuk hanno continuato a precipitare, fino a raggiungere quota zerovirgola; ciononostante, egli non dà segni di cedimento. Nemmeno con le maniere forti si è riusciti a staccarlo – nel senso letterale della parola – dallo scranno ministeriale. Qualcosa o qualcuno ce lo tiene saldamente attaccato. La questione è tornata a ripresentarsi dallo scorso 4 febbraio, allorché la Rada aveva giudicato “insoddisfacente” il lavoro del gabinetto e il presidente in persona, l'oligarca Petro Porošenko, aveva parlato della “necessità di riavviare il lavoro del governo”, sottintendendo un ricambio di figure, a partire dal premier. La questione era divenuta “scottante” nei giorni successivi, dopo le dimissioni del Ministro dello sviluppo economico, il lituano Aivaras Abromavičius, il cui passo era stato approvato dagli ambasciatori dei paesi occidentali e dal portavoce del Dipartimento di stato, John Kirby. In quell'occasione, era apparso evidente il ruolo del lituano quale “residente” di servizi stranieri nel governo ucraino, cui i vertici dell'intelligence avevano ordinato l'uscita di scena. Ma, evidentemente, questo non significava ancora che le forze che avevano installato Jatsenjuk al timone dell'Ucraina, avessero deciso di buttarlo a mare. E infatti è ancora lì e oggi ha addirittura proposto alle frazioni parlamentari del Partito Radicale e di AutoAiuto di rientrare nella coalizione governativa. E, a dirla tutta, anche molte previsioni di politologi russi non si sono avverate. Dopo le dimissioni del lituano Abromavičius, si era parlato di quelle del Ministro della sanità, la georgiana Aleksandra Kvitašvili, di Mikhail Saakašvili e addirittura della Jaresko: di una evasione in massa, insomma, dei ministri e funzionari stranieri dalla nave che stava affondando. Ma nulla di tutto questo si è ancora verificato, a parte la “fuga” in Francia della vice Ministro degli interni, la georgiana Eka Eguladze, fermata alla frontiera ucraina con 4 milioni di $ in borsa che, a suo dire, le servivano per pagare le spese di parto in Francia.

Ora dunque, nelle cinque settimane trascorse dal 4 febbraio sono stati fatti diversi nomi di possibili candidati al soglio: di alcuni si è detto che godrebbero dell'appoggio occidentale, di altri, addirittura, di quello del Dipartimento di stato, per altri ancora è parso da subito evidente il ruolo di “cavallo scosso”. Per nessuno di essi, come era prevedibile, la cessazione della guerra contro il Donbass pare una priorità.

In qualità di outsider si è parlato dell'attuale segretario del Consiglio di sicurezza e di difesa, Aleksandr Turčinov, sostenuto da segmenti di varie frazioni parlamentari (Blocco Porošenko, Fronte Nazionale, Partito Radicale, Volontà del popolo, AutoAiuto). Non più solida anche l'autocandidatura del leader del Partito Radicale e sindaco di L'vov, Oleg Ljaško. Di tutt'altro spessore invece le possibilità del Ministro delle finanze, l'americano-ucraina ex funzionaria del Dipartimento di stato USA, Natalja Jaresko. Il suo nome era già stato fatto la scorsa estate – contrapposto alle rinnovate velleità da premier di Julja Timošenko – allorché i sondaggi davano già Jatsenjuk sotto il 10% nel gradimento degli ucraini. Se ne è parlato ancora nei mesi scorsi e di lei ha parlato ieri l'ex ambasciatore USA a Kiev Steven Pifer. La frazione presidenziale alla Rada, il Blocco Porošenko, aveva rivelato appena pochi giorni fa che trattative sono in corso già dallo scorso dicembre con l'ex premier polacco Leszek Balczerowicz, gradito all'Occidente e autore in patria delle ben note terapie shock con cui da Washington si è “raccomandato” il passaggio all'economia di mercato nei paesi dell'Europa dell'est. Nell'altalena di cittadinanze che vengono elargite a uso e consumo del Dipartimento di stato USA, non si è mancato di fare anche il nome dell'ex presidente georgiano e attuale governatore ucraino di Odessa, l'ultrayankee Mikhail Saakašvili. Nonostante la quantità di potenziali candidature alla sostituzione di Jatsenjuk, il politologo Kirill Kortyš, intervistato da RT ha dichiarato che "Vengono proposte figure freak per creare deliberatamente un clima da teatro dell'assurdo, come è il caso di Ljaško … figure come la sua vengono ventilate a dimostrazione di alternative terribili, che potrebbero verificarsi nel caso Jatsenjuk desse davvero le dimissioni". In realtà, sostiene Kortyš, “nessun politico vuole prendersi la responsabilità” di guidare il paese nelle attuali condizioni. Lo stesso Porošenko “non è interessato alle dimissioni di Jatsenjuk. Si fa molto rumore, ma l'obiettivo è quello di dimostrare all'Occidente che Porošenko non ha abbastanza influenza in parlamento nemmeno per dimissionare il governo impopolare di Jatsenjuk. Di conseguenza, è anche inutile chiedergli il rispetto degli accordi di Minsk e della riforma costituzionale”. Ecco a cosa si riduce il balletto di nomi: a “dimostrare” l'impossibilità per Kiev di non fare la guerra. E infatti la sta facendo e la sta addirittura intensificando.

In questo balletto di nomi e cognomi, rimane irrisolta – e, evidentemente, tale è destinata a rimanere ancora a lungo, nei piani dei direttori d'orchestra d'oltreoceano – la questione della guerra nel Donbass e del ruolo di punta avanzata Nato dell'Ucraina contro la Russia. Ed è all'ordine del giorno della Rada per il prossimo 16 marzo la rottura delle relazioni diplomatiche con Mosca. Dopo le dimostrazioni, con lancio di pietre verso l'edificio, di fronte all'ambasciata russa a Kiev, il relativo disegno di legge è stato presentato da deputati del Blocco Porošenko, AutoAiuto e Partito Radicale: “proprio come prima della guerra”, titolava ieri Pravda.ru.

E dove la guerra continua per davvero, nel Donbass, sono di stamani le notizie sullo “strisciante accerchiamento” di Gorlovka, con i combattimenti riaccesisi furiosi attorno a Jasinovata (importante snodo ferroviario a nordovest di Donetsk), con l'obiettivo principale fissato su Donetsk stessa puntando da nord su Makeevka ed Enakievo da sud. A oggi, i combattimenti più accesi vengono registrati attorno a Gorlovka, Jasinovata e nell'area dell'aeroporto di Donetsk; più a sud, lungo la direttrice di Mariupol. La Tass scriveva stamani di edifici civili danneggiati nel villaggio di Naberežnoe, nella provincia di Novoazovskij.

E' la stessa ONU che parla oggi del repentino riacutizzarsi della situazione nel Donbass registrato in febbraio, con 9.187 morti e oltre ventunmila feriti (cifre ufficiali) dall'inizio del conflitto, insieme a 1 milione e centomila profughi e oltre 3 milioni di persone che necessitano di aiuti umanitari.

Sono Donetsk, Lugansk, Gorlovka, Volnovakha, Kostjantinovka e tutte le città e i villaggi martoriati dalle artiglierie ucraine, che segnano la storia del golpe a Kiev; gli Jatsenjuk, i Porošenko, le Timošenko, restano in scena solo finché le loro figure rappresentano il copione scritto molto più a ovest.

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07/03/2016

Kiev. In arrivo ricambi formali ai vertici ucraini

Non sembra che i rapporti tra Ucraina e Polonia, nell'ultimo secolo, siano stati particolarmente calorosi. Non lo erano all'epoca della guerra civile e dell'intervento straniero contro la giovane repubblica sovietica russa, appena sorta dalla Rivoluzione d'ottobre, nonostante i comuni attacchi contro l'Esercito Rosso sia da parte delle bande di Petljura, Makhno e dell'esercito di Denikin, in Ucraina; sia da parte, poi, delle truppe polacche di Pilsudskij, proprio in terra ucraina. Non lo furono nemmeno una ventina di anni dopo, quando le SS ucraine di Stepan Bandera e Roman Šukhevič, arruolate nella Wehrmacht, si diedero a massacrare, oltre che i soldati sovietici, anche i civili polacchi, soprattutto nella regione della Galizia. E proprio le regioni di Galizia e Volinija sembrano rappresentare tutt'oggi il “pomo della discordia” tra Varsavia e Kiev, con diversi raggruppamenti nazionalisti polacchi che ne rivendicano l'annessione, forti anche della cosiddetta norma sulle “restituzioni” di beni appartenuti alla nobiltà polacca in epoca presovietica.

Nonostante tutto ciò, alle porte di un sempre più annunciato ricambio al vertice governativo ucraino, l'ultima uscita del presidente Porošenko è quella, secondo vari media ucraini, di sostituire l'ormai “moribondo politico” primo ministro Arsenij Jatsenjuk con l'ex vice premier e Ministro delle finanze polacco Leszek Balczerowicz, uno dei molti allievi e propagatori della cosiddetta “terapia shock” imposta da Washington e FMI per il trapasso delle ex repubbliche sovietiche e dei paesi est-europei dall'economia pianificata a quella di mercato.

Secondo quanto riporta la russa RT, basandosi sulla Ukrainskaja Pravda, consultazioni tra rappresentanti del Blocco Porošenko e Balczerowicz sarebbero in corso già dallo scorso dicembre e, fattore certo non secondario, il polacco gode dell'appoggio occidentale, a differenza degli altri nomi ventilati: il segretario del Consiglio di sicurezza e di difesa, Aleksandr Turčinov e lo speaker della Rada, Vladimir Grojsman. Di fronte alle prossime dimissioni del premier Jatsenjuk – da più parti lo si dà per “dimissionato” dal presidente, molto probabilmente, già per l'8 o il 9 marzo – nettamente svantaggiato sarebbe anche il leader del Partito radicale, Oleg Ljaško, che si è autocandidato alla carica di primo ministro, dicendosi contrario a elezioni anticipate; a suo dire, infatti, la formazione di una diversa coalizione parlamentare che sostenga il nuovo gabinetto, sarebbe possibile anche nell'attuale configurazione della Rada.

In ogni caso, che sia un ucraino o un polacco a sostituire Jatsenjuk, a Washington pare ci si occupi d'altro; anzi, la nomina di Balczerowicz potrebbe combinarsi proprio coi piani yankee di utilizzo della regione di L'vov (il capoluogo della Galizia in cui maggiori sono gli attriti ucraino-polacchi) per i piani di addestramento di truppe e battaglioni neonazisti. Dunque, non più soltanto l'area del poligono di Javorov, nella regione di L'vov, dove da oltre un anno gli istruttori della 173° brigata aerotrasportata USA (di stanza a Vicenza) istruiscono la guardia nazionale ucraina; ora il Pentagono avrebbe stanziato ulteriori 267mila dollari per la ristrutturazione di un istituto scolastico, nel villaggio di Starič (nella medesima provincia di Javorov) in cui dovrebbe allenarsi il battaglione “Azov”. Quello stesso battaglione i cui membri hanno preso parte, insieme ai “volontari” di Pravyj Sektor e UNA-UNSO, alla marcia notturna che sabato scorso, nell'anniversario della morte (fu giustiziato dall'intelligence sovietica il 5 marzo 1950) del capo dell'UPA filonazista, Roman Šukhevič, ha attraversato proprio le vie di L'vov inneggiando a Stepan Bandera e a Šukhevič, quali “eroi dell'Ucraina”.

Secondo la Tass, tra le condizioni dettate da Washington alla ditta ucraina appaltatrice che si occupa della ristrutturazione dell'edificio, ci sarebbe anche quella dell'apposizione di una targa con la scritta in inglese e ucraino “La ristrutturazione è stata possibile grazie alle elargizioni del popolo USA agli abitanti del villaggio di Starič, con il sostegno dell'Ufficio per la collaborazione militare e dell'ambasciata USA a Kiev”. I “miseri” 267mila dollari vanno ad aggiungersi ai 250 milioni di $ stanziati dagli USA per “la sicurezza” ucraina, ai 265 milioni elargiti dall'inizio dell'aggressione al Donbass e ai 658 milioni di $ di aiuti economici previsti per il 2016.

Secondo le dichiarazioni dell'assistente del Segretario per la difesa, Michael Carpenter, rilasciate a “Golos Ameriki” e riportate da RIA Novosti, “Dall'inizio del conflitto, gli USA hanno fornito all'Ucraina 265 milioni di dollari. Abbiamo contribuito ai programmi di addestramento e alle forniture di apparecchiature radar e radio, visori notturni, veicoli e mezzi anfibi. L'obiettivo è quello di rendere le forze armate ucraine più forti e più capaci di una autonoma difesa del paese”.

D'altronde, appena pochi giorni fa, il capo della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, aveva dichiarato che l'Ucraina non diventerà membro UE e Nato (anche se, di fatto, membro dell'Alleanza atlantica Kiev lo è già) prima di 20-25 anni. Una secca risposta a Porošenko che, nel settembre scorso, aveva sentenziato: “Ucraina e Nato non sono mai state così vicine come oggi”! Pur se, lo stesso presidente aveva riconosciuto che “Le riforme condotte in Ucraina corrispondono al 99% alle richieste Nato. Ma il paese non è pronto a divenire membro dell'Alleanza e non lo sarà prima di 6-7 anni”. Dunque, ecco che Washington si preoccupa di assicurare a Kiev i mezzi necessari ad accelerare il processo di integrazione nell'Alleanza atlantica.

Processo che non appare né veloce, né lineare, considerate anche le condizioni economiche di un paese in cui, secondo l'Associazione agraria ucraina, nonostante nel 2015 il 45% della produzione agricola lorda sia venuto dalle aziende agricole familiari, il 29,2% di esse utilizza ancora il cavallo per dissodare la terra e solo il 17% dispone di un qualche strumento meccanico, con appena il 4,6% delle aziende familiari che possiede un trattore.

Ma questo non preoccupa né Bruxelles né tantomeno Washington, che dettano la road map dell'avvicinamento ucraino al loro soglio e decretano tempi modi e soggetti dei ricambi ai vertici del paese. Il compito affidato a Kiev, alle frontiere con la Russia, è tutt'altro che non lo “sviluppo” del paese.

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29/02/2016

Ucraina - Le mire di Kiev sulla Crimea

Torna l'attenzione sulla Crimea. Ieri Petro Porošenko ha parlato del suo ultimo viaggio nella penisola, nella primavera del 2014, alla vigilia del referendum che, con il 96,77% dei suffragi, la riportò nella compagine della Federazione Russa. Il presidente ucraino ha detto che, con quel tour, egli intendeva dimostrare come “anche un uomo solo sarebbe stato in grado di dissolvere le nebbie della propaganda russa. Da allora le mie intenzioni non sono cambiate”.

A quanto pare, non sono però mutati nemmeno i propositi di quel 96,77% di crimeani. E ciò, a dispetto di ogni tentativo, “legale” o terroristico, di gruppi armati del medžlis dei tatari, di reparti neonazisti o di pretese internazionali della junta di Kiev, di far tornare la penisola in mano ucraina. Porošenko si dice convinto che Mosca stesse pianificando la riunione della Crimea alla Russia sin dal 1991 (l'anno della finale dissoluzione dell'Urss a opera dei presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia, El'tsin, Kravčuk e Šuškevič) e non ci sia riuscita solo “grazie agli sforzi eroici del popolo ucraino”. Ora, Porošenko chiede al Ministero della difesa e allo stato maggiore di rafforzare i controlli lungo tutta la costa del mar Nero e sostenere ogni focolaio di resistenza sulla penisola, ricordando che “ovviamente l'Ucraina non riconosce e non riconoscerà mai de-jure come cittadini russi i crimeani che hanno ricevuto il passaporto russo”.

Ciò avviene nel momento in cui, sullo sfondo di tali mire ucraine, la Russia, dopo aver annunciato la costruzione di un ardito ponte autostradale sull'istmo di Kerč che conduce in Crimea, sta già iniziando i lavori per una nuova linea ferroviaria di circa 122 km che congiungerà le regioni russe di Rostov sul Don e di Voronež, evitando il precedente percorso ucraino. La linea dovrebbe essere inaugurata nell'autunno del 2017, in barba alle pretese di Kiev.

E ieri, in risposta alle dichiarazioni del direttore del Dipartimento di politica sociale e umanitaria del Ministero della difesa ucraino, Valentin Fedičev, secondo cui, “in caso di guerra su larga scala” tra Ucraina e Russia, quest'ultima lascerebbe sul terreno “come minimo 20mila soldati”, l'agenzia Novorosinform riportava il sarcastico commento del presidente dell'amministrazione municipale di Sebastopoli, Sergej Menjajlo. Curiosamente, ha detto il capo di Sebastopoli, “la dottrina militare ucraina è dettata non dallo stato maggiore, ma dai finanzieri. Non appena si stanziano soldi per le necessità militari, i piani di guerra con la Russia vengono messi a punto in qualche villa a cinque piani sulle rive dei Caraibi e i soldati ucraini rimangono con gli scarponi rotti e i vecchi mitragliatori”.

Nell'epos nazionalistico si è inserito anche il leader del gruppo rock “Vopli Vidopljasova” (più o meno: Urla di Vidopljasov, personaggio del dostoevskiano Il villaggio di Stepànčikovo e i suoi abitanti), Oleg Skripka, il quale ha dichiarato a Ukraina.ru che sapeva da tempo che la Crimea sarebbe tornata a far parte della Russia. “La Crimea non tornerà mai più a essere ucraina” ha detto Skripka; “in Ucraina non c'è sufficiente volontà politica per questo. E cosa dovremmo fare con quei milioni di traditori in Crimea? Deportarli? Essere amici? Non ci riusciremo… Per qualsiasi persona normale era chiaro che ci avrebbero preso la Crimea. Per me era chiaro sin dall'inizio del 2000; già allora noi avremmo dovuto prenderci la “debole” Transdnistria, requisire tutti gli armamenti che vi erano concentrati e andare a riprenderci la Crimea”.

Per la soddisfazione di Skripka, c'è da dire che, comunque, Porošenko non demorde. Anatolij Baranov, del PC russo, scriveva ieri su Forum.msk.ru di come il presidente ucraino abbia in programma una riunione speciale del Consiglio di sicurezza e difesa in cui mettere a punto un piano di tutela degli interessi ucraini contro la Russia di fronte ai tribunali internazionali. Sembra un progresso, scrive Baranov: finora il Consiglio di difesa studiava il metodo di riacquisizione della Crimea con la forza; appena pochi giorni fa, il Ministro degli interni Arsen Avakov aveva annunciato la formazione di reparti speciali atti allo scopo. Sinora, Kiev si è limitata a interrompere parzialmente le forniture di acqua ed energia elettrica, ma la cosa non ha influito sugli umori prorussi del 97% della popolazione, come sperava Kiev. Baranov scrive di come, nonostante gli accenti critici dei cittadini di Sebastopoli per l'operato di Menjajlo, le osservazioni critiche di Baranov stesso suscitino disappunto e lo si sospetti di essere “una spia ucraina”.

E, comunque, appena pochi giorni fa, EurAsia Daily scriveva di come gruppi mobili di sabotatori stiano passando dal blocco economico della Crimea – coi conseguenti introiti dal contrabbando delle merci sequestrate agli autotrasportatori – al terrore aperto verso gli abitanti della regione di Kherson, confinante a ovest con la penisola, eletta al ruolo di avamposto dal medžlis dei tatari dopo la fuga dalla Crimea. Avamposto in cui il battaglione musulmano “Noman Čelibidžikhan” (primo Mufti dei musulmani di Crimea, che avversò il potere sovietico) si va rimpinguando per l'afflusso di “gruppi radicali da tutto il mondo” e i lauti sostegni in armi del governo di Ankara. A detta del vice premier della Crimea, Ruslan Bal'bek, nel battaglione ci sarebbero ben pochi tatari e quasi solamente mercenari stranieri, per lo più dell'Isis. Secondo EurAsia Daily, la spina dorsale del battaglione sarebbe composta da islamisti dei “Lupi Grigi” fuggiti dalla Siria, insieme a elementi provenienti dall'Africa settentrionale e da altre parti del mondo.

D'altronde, che l'ipotesi militare sia sempre stata presa in considerazione, sin dall'inizio del colpo di stato a Kiev, lo conferma ora la pubblicazione sul sito di Komsomolskaja Pravda del lunghissimo stenogramma della riunione del Consiglio di sicurezza e difesa ucraino, tenutasi il 28 febbraio 2014, relativa alla questione della Crimea. La possibilità di entrare in guerra con la Russia fu discussa dall'allora speaker della Rada, Aleksandr Turčinov, insiema al capo del Consiglio di difesa Valentin Nalivajčenko, i Ministri di interni, difesa ed esteri, Arsen Avakov, Igor Tenjukh e Andrej Deščitsa, il premier Arsenij Jatsenjuk, vari capi del controspionaggio, Julija Timošenko e altri. Accanto all'appoggio di massa dei crimeani per le possibili azioni russe, si metteva l'accento sulla demoralizzazione delle truppe e della flotta ucraine in Crimea, sulla diserzione di vari reparti del Ministero degli interni e sulla possibilità di inviare non più di 5.000 uomini nella pensola, ma sulla impossibilità di controllare l'intera frontiera con la Russia che, in caso di attacco, in meno di un giorno avrebbe raggiunto Kiev.

Jatsenjuk riconosceva che Kiev non era pronta a operazioni militari e, ricordando che anche Washington non aveva una posizione ferma, proponeva una soluzione “federativa” per la penisola. In quella riunione, Jatsenjuk appare il “più ragionevole”, ricordando che nessun intervento militare, come prospettato da Turčinov – che proponeva la legge marziale l'arresto dei capi “separatisti” – sarebbe arrivato in quel momento in aiuto dalla Nato e che la legge marziale avrebbe significato una dichiarazione di guerra alla Russia. Come suo solito, “l'eroina” dell'Occidente, Julija Timošenko mostra scrupoli solo formali: “Se noi avessimo anche una sola chance su cento di vincere Putin, sarei la prima ad appoggiare un'azione energica. Ma la nostra situazione militare è disastrosa e dobbiamo invocare l'aiuto occidentale a nostra difesa, vestendo i panni della colomba della pace”. Particolarmente efficaci le parole di Turčinov: “I nostri partner occidentali ci chiedono di non fare bruschi movimenti”. In definitiva, solo la consapevolezza dell'inadeguatezza delle proprie forze militari, fermò la junta dalla guerra aperta con Mosca, anche se non impedì poi, un mese e mezzo più tardi, ai golpisti di Kiev, di iniziare i bombardamenti e l'offensiva sul Donbass. Se Turčinov, conclude l'osservatore di Komsomolskaja Pravda, fosse veramente stato convinto della presenza di reparti russi nel Donbass, anche in quel caso a Kiev sarebbero rimasti, secondo la colorita espressione russa, “più cheti dell'acqua e più bassi dell'erba”; e non a caso la Timošenko ha già denunciato come “delitto” la pubblicazione di quello stenogramma.

Come scriveva il grande Tolstoj, Napoleone era convinto che non è bene ciò che è bene, ma è bene quello che a lui passa per la testa.

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22/02/2016

L'Ucraina tra scenari golpisti e di guerra

Nella aree adiacenti l'edificio della Rada stanno continuando anche oggi le manifestazioni delle cosiddette “Forze radicali di destra”, che ieri hanno assaltato e distrutto gli uffici delle banche russe a Kiev – azione definita oggi dal presidente Porošenko “una provocazione di Mosca” (!) – e che esigono le dimissioni di presidente e governo, oltre la denuncia degli accordi di Minsk sul Donbass.

All'interno del parlamento, invece, non si sono ancora esauriti i tentativi farsa di dimissionare il primo ministro Arsenij Jatsenjuk. Che si tratti di un fuoco di paglia lo dice il fatto che il nuovo progetto di risoluzione sulla sfiducia al governo sia stato registrato da un (uno) deputato indipendente: per ora, nessuna frazione parlamentare pare intenzionata a tornare sul tema, dopo la sceneggiata dello scorso 16 febbraio allorché, dopo quattro ore di esternazioni sull'insoddisfazione per l'operato del gabinetto, erano mancati i voti per dimissionare premier e governo.

E, sempre fuori dall'aula, ma con una risonanza che gli viene dalla sua aura atlantica, anche l'ex presidente yankee della Georgia, Mikhail Saakašvili, continua nella litania per mandare a casa Jatsenjuk. Al canale georgiano Rustavi 2, Saakašvili ha dichiarato che “Jatsenjuk se ne deve andare. E non perché io voglia prendere il suo posto – nei giorni scorsi aveva rivelato di mirare molto più in alto – ma perché non è possibile avere in Ucraina un governo antipopolare, che esprime gli interessi dei funzionari corrotti”. Ciò a fronte di un Petro Porošenko che è un “politico di alto livello”, ha dichiarato il nuovo cittadino ucraino (in patria è ricercato per appropriazione indebita di 5 milioni di $ e falsificazione di prove per la misteriosa morte dell'ex primo ministro Zurab Žvania) in attesa di chiarire quali affari lo leghino al presidente e quali lo contrappongano al primo ministro. Affari che, secondo l'ucraina GromadskeTV, vedono Saakašvili in predicato di perdere molto presto la poltrona di governatore di Odessa: la possibilità è stata confermata dal suo stesso vice, Aleksandr Borovik, dopo l'esternazione dell'esteta Mikhail (pare che in Georgia avesse gettato alcune centinaia di migliaia di $ di fondi pubblici per cure estetiche) sul “golpe oligarchico” per la mancata sfiducia a Jatsenjuk.

E sulla situazione interna ucraina è intervenuto il presidente della Repubblica popolare di Donetsk, Aleksandr Zakharčenko. Secondo Novorosinform il leader della DNR ha scritto che “L'anniversario del colpo di stato a Kiev si è caratterizzato per nuovi pogrom e promesse di un'altra majdan. Tali fatti avvengono sullo sfondo di una profonda crisi politica, crollo dell'economia e spaventosa caduta del livello di vita dei cittadini ucraini. Perché avviene tutto questo? Perché, come risultato del golpe e dell'abbattimento violento del potere legittimo, cioè di quella che a Kiev chiamano “rivoluzione”, hanno preso il via processi distruttivi che nessuno può fermare”. A parere di Zakharčenko (che inverte qui i nomi delle categorie) ci sono solo due vie d'uscita: “o la controrivoluzione, o la dittatura rivoluzionaria. Non credo a una dittatura a Kiev: non vedo candidati al ruolo di dittatore e il popolo non accetterebbe un altro golpe con la presa del potere da parte non degli scagnozzi dei Banderisti, ma dei Banderisti e dei neonazisti in prima persona”. Dopo aver scritto di non nutrire particolare ottimismo, il leader della DNR ha detto di “essere molto dispiaciuto per la sorte del popolo ucraino. Noi non abbiamo combattuto e non combattiamo contro il popolo ucraino, bensì contro i Banderisti e i loro reggicoda, che hanno usurpato il potere a Kiev. E' possibile una controrivoluzione?” si è chiesto Zakharčenko, intendendo con ciò un argine alla “rivoluzione” dei golpisti filo UE; “Certamente. Ma questo dipenderà dal fatto se il popolo riuscirà a sbalzare gli usurpatori e troverà leader che non propongano agli ucraini di trasformarsi in qualcosa di diverso da ciò che sono, per esempio in “europei”, bensì di tornare a essere se stessi, con la propria storia, cultura, coi propri autentici eroi”.

Ma intanto, dalla notte scorsa, si stanno registrando combattimenti accaniti praticamente lungo tutta la linea del fronte del Donbass. Lo stesso Zakharčenko, nei giorni scorsi, aveva detto di temere un attacco massiccio delle forze neonaziste ucraine in occasione della festività del 23 febbraio, un tempo anniversario della formazione dell'Armata Rossa (in Urss la festa fu istituita nel 1922; ora, in Russia, si chiama Festa dei Difensori della patria. In Ucraina la festività è stata posposta al 14 ottobre, anniversario della formazione del filonazista UPA, nel 1942) e, con ogni evidenza, il leader della DNR non era lontano dal vero.

Tra i centri più colpiti dalle artiglierie pesanti nelle ultime ore, Staromikhajlovka, poche decine di km a ovest di Donetsk da dove, secondo gli abitanti dei quartieri occidentali della città, si odono distintamente le cannonate. Gli scontri sono proseguiti nel corso di tutto il fine settimana e hanno interessato anche diversi rioni periferici di Donetsk, tra cui Aleksandrovka, Trudovskie, Oktjabrskij e Spartak, insieme al centro di Zajtsevo, a nord di Gorlovka, colpiti con tiri di mortai. Azioni di guerra sono state registrate anche a nord di Jasinovata e nell'area di Kranyj partizan, lungo tutta la linea che corre da Donetsk verso Lugansk, in direzione nordest.

D'altronde i neonazisti ucraini non fanno mistero di voler “aprire un secondo fronte contro la Moscovia”. Sul canale tv “112”, l'ultranazionalista Dmitrij Korčinskij, uno dei fondatori di UNA-UNSO (Assemblea popolare di autodifesa) e del partito “Fratellanza” (cui fa capo il battaglione “Santa Maria”) ha dichiarato che “in caso di inizio di operazioni militari tra Turchia e Moscovia, quale sarà la posizione dell'Ucraina? Avremo paura o apriremo un “secondo fronte”, vale a dire, attaccheremo Donetsk e Lugansk? A mio avviso, nel caso di un conflitto serio dovremo approfittare del momento e sostenere la Turchia. Attaccare per fare in modo, quantomeno, che l'attenzione della leadership russa debba dividersi sui due fronti”. Vari osservatori, anche ucraini, pur non attribuendo verosimiglianza alle parole di Korčinskij – il cui peso, politico e militare, è pressoché insignificante – non escludono che la leadership golpista di Kiev sia molto tentata da tale scenario.

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21/02/2016

La “Terza majdan” non ha il benestare di Washington


Nella “tre giorni” dal 19 al 21 febbraio annunciata a Kiev dalle “Forze radicali di destra” (ridenominazione in doppiopetto mimetico dei battaglioni neonazisti) per il secondo anniversario di euromajdan, è attesa per oggi una maggiore partecipazione di manifestanti in majdan Nezaležnosti. Quantomeno, questo è ciò che è stato promesso dagli organizzatori a quegli attivisti che ieri si erano ritrovati davvero in pochi a dare l'assalto alle rappresentanze ucraine delle banche russe o “filo-russe” nel centro di Kiev.

Nella notte, secondo la Tass, non più di duecento persone hanno presidiato la tendopoli allestita nei pressi della Rada suprema. Al momento, pare che “l'inizio della rivoluzione”, o “Terza majdan”, annunciata con tanto di sventolio di “denti di lupo” e tridenti nazionalisti debba essere temporaneamente rinviato. Vero è che il “servizio d'ordine rivoluzionario” si sta dirigendo su piazza Indipendenza, per sorvegliare la “narodnaja veče” – l'assemblea popolare della vecchia Rus kievliana – ma non sembra che i cittadini della capitale mostrino particolare voglia di prendervi parte. Comunque, i “volontari” in mimetica hanno circondato la piazza e, secondo Oko-planet.su, hanno già avanzato le principali richieste “rivoluzionarie”: dimissioni di presidente e governo e immediata rottura degli accordi di Minsk. C'è da dubitare che la giornata di oggi si concluda proprio a tarallucci e vino: tra i reparti che stanno affluendo nel centro di Kiev ce ne sarebbero anche alcuni provenienti direttamente dal fronte del Donbass.

Più ottimistiche le previsioni dell'agenzia Novorossija, secondo cui il presidente Porošenko avrebbe forze (non solo militari) sufficienti a spazzar via ogni traccia di Majdan-3. Questo potrebbe esser vero, di fronte a un rinnovato connubio tra presidente e primo ministro, pupillo del Dipartimento di stato – che al momento non pare davvero propendere per i “rivoluzionari” majdanisti – anche se un'altra pedina del gioco filo-UE, Julia Timošenko, dopo l'uscita del suo partito Patria dalla coalizione che sostiene il governo Jatsenjuk, chiama oggi il presidente a convocare una riunione straordinaria della Rada. Questo perché, afferma, “sta esplodendo un'altra majdan, il governo è stato sfiduciato de facto, la coalizione dissolta e il potere è in mano ai clan” e bisogna andare a elezioni anticipate. Ma la Nuland lo sa?

In effetti, scrive stamani RT, nella notte tra sabato e domenica, il vice Ministro della difesa, Aleksandr Dubljan, è arrivato in piazza Indipendenza e ha preso alloggio nel prospiciente albergo “Kazatskij”, per tenere sotto controllo la “situazione conflittuale” che, a suo dire, non sembra richiedere l'uso della forza e che “deve essere risolta con mezzi pacifici”.

Che a Kiev, per ora, la “Terza rivoluzione” rimanga più nelle intenzioni di gruppi limitati di squadristi, per quanto pericolosi e non certo pacifici, appare anche dalla corrispondenza diffusa già ieri da Pravda.ru, secondo cui i cittadini di Kiev non dimostrano particolare entusiasmo né di unirsi ai “bravi” dei battaglioni, né di “onorare” ufficialmente il secondo anniversario di euromajdan e la cosiddetta “Centinaia celeste”, cioè i morti negli scontri di due anni fa. C'è da meravigliarsi? “Non mi attendo nulla di buono dal governo”, ha dichiarato un cittadino intervistato dall'agenzia FAN; “anche solo a paragone di un anno fa, tutto è andato sempre peggio. Ho ancora il lavoro, ma ogni giorno mi aspetto che la direzione ci mandi tutti a casa. E a Majdan non c'è stato nessun eroe: alcune canaglie hanno sparato su altri banditi. E anche oggi sono tutti pronti a mordersi a morte reciprocamente”.

Un altro intervistato, portato da L'vov a Kiev insieme a studenti, scolari e dipendenti pubblici per “onorare l'anniversario”, ha ammesso di essere stato tra gli attivisti di euromajdan e che “il bagno di sangue in piazza Indipendenza fu provocato dall'opposizione, che cominciò a sparare sulla milizia del Berkut; dopo di che i radicali di destra seguitarono a far uso di armi e bottiglie incendiarie e il risultato furono decine di morti da entrambe le parti”.

In definitiva, scrive The Washington Times, ripreso da RT, a oggi, Vladimir Putin può dormire tranquillo: gli stessi politici ucraini stanno disfacendo il proprio paese. “In Ucraina non sono riusciti a vincere la corruzione; tutti i politici, invece di risolvere i problemi del paese, lottano per rimanere al potere. Questa situazione sta causando forte malcontento sia in Occidente che all'interno del paese”, scrive il quotidiano conservatore statunitense. “Scompare la fiducia nella capacità del governo di realizzare la volontà e i sogni di majdan" scrive ancora TWT. “Le persone stanno perdendo sempre più la pazienza. Sono infuriati, per il fatto che più di 100 persone hanno sacrificato la loro vita per la rivoluzione e la libertà, ma il loro sacrificio è stato vano. Due anni più tardi, vedono che non è cambiato nulla", scrive The Washington Times, aggiungendo che anche il FMI sta perdendo la pazienza e non ritiene possibile continuare a finanziare l'Ucraina.

Al solito dunque, dopo che ieri il vice presidente USA Joe Biden si è congratulato per telefono col presidente Porošenko e il premier Jatsenjuk, in occasione del secondo anniversario di “cambio del potere” e, secondo il comunicato diffuso dalla Casa bianca, si è detto “entusiasta per i progressi compiuti dall'Ucraina" in questi due anni, si attendono ora istruzioni più precise da Washington.

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Video con l'irruzione compiuta ieri dagli squadristi dell'OUN (nome ripreso dai banderisti filo-SS nella seconda guerra mondiale) negli uffici delle rappresentanze della russa Sberbank e di Alfa-bank, di proprietà del magnate del Donbass Rinat Akhmetov

 

20/02/2016

Kiev: due anni dopo confessano i cecchini neonazisti di euromajdan

Il 20 febbraio 2014 fu il giorno più tragico della euromajdan ucraina, con le decine di morti in majdan Nezaležnosti (piazza Indipendenza) a Kiev e nelle strade adiacenti.

Il 20 febbraio 2016, mentre qualcuno degli “attivisti” di due anni fa, ricorda, con macabra dovizia di particolari, come avesse fatto fuoco sugli agenti indifesi (quelli che vari media occidentali definirono i “feroci mastini” di Janukovič), sparando loro alla nuca con fucili di precisione, alcune centinaia di manifestanti sono tornati sul Kreščatik, la via principale di Kiev. Del resto, la verità su chi fossero i cecchini che quel giorno avevano sparato sia sugli agenti che sulla folla, non era rimasta a lungo nascosta. I “bravi” non avevano tardato a prendersi il merito delle fucilate e già il 26 febbraio 2014, di ritorno da Kiev, l'allora Ministro degli esteri estone Urmas Paet, in una conversazione telefonica con l'ex responsabile degli affari esteri UE, Catherine Ashton, le raccontava come i cecchini di euromajdan fossero collegati ai caporioni della rivolta.

Complessivamente, secondo i dati del Ministero della sanità ucraino, tra il 30 novembre 2013 e il 14 aprile 2014, si registrarono 106 morti ammazzati, di cui 49 nella sola giornata del 20 febbraio.

E questa mattina, riferisce la Tass, i manifestanti hanno devastato gli uffici delle banche russe “Alfa-bank” e Sberbank e delle imprese di Rinat Akhmetov, il magnate del Donbass che gli “euromajdanisti” accusano di collusione con i “terroristi” della Novorossija. Secondo il canale tv ucraino “112”, protagonisti della bravata mattutina sarebbero stati, sotto gli occhi benevoli della polizia, gli squadristi di OUN (il nome riprende quello dei filonazisti di settanta anni fa), staccatisi da Pravyj Sektor.

Ma la giornata del 20 febbraio 2016 racchiude in sé non solo il ricordo dei tragici avvenimenti di due anni fa, bensì rappresenta quasi una sintesi della strada percorsa in questi due anni dall'Ucraina del golpe organizzato, preparato, diretto e attuato sotto l'immediata e aperta regia statunitense. Una strada che è ben lungi, per ora, dal trovare uno sbocco. Dopo la sceneggiata, consumatasi lo scorso 16 febbraio, della finta sfiducia al governo guidato dal pupillo di Victoria Nuland, Arsenij Jatsenjuk, oggi l'ex georgiano-yankee Mikhail Saakašvili, dopo aver parlato di un “golpe oligarchico”, è tornato a dire che la crisi in Ucraina è solo agli inizi.

E pare che lo stesso presidente Petro Porošenko si sia reso conto da tempo di tale realtà, oltre che della precarietà della propria posizione; senza attendere di essere rimbrottato dal premier – “il presidente dovrebbe mordersi la lingua”, aveva detto Jatsenjuk – il magnate Porošenko non ha certo aspettato gli ultimi sviluppi per mettere al sicuro la propria posizione: da tempo sta trasferendo all'estero la sede delle proprie imprese, non solo della più famosa Roshen, ma anche di attività minori. RT riporta un servizio di InoTV, secondo cui le imprese di proprietà del presidente evitano di pagare le tasse in Ucraina, attraverso società offshore a Panama e in Belize. Alcune produzioni alimentari di Porošenko viaggiano dall'Ucraina alla Turchia attraverso l'inglese KULBERG INT. TRADING LLP; secondo la legislazione di sua maestà, le imprese marcate LLP (Limited liability partnerships) pagano le tasse nel paese in cui sono registrate: nel caso specifico, in Belize.

Ciò accade in un paese in cui, se il parlamento non è in grado di sfiduciare il premier imposto e guidato d'oltreoceano, si sente però così forte da decidere questioni vitali per la popolazione affamata, quali la toponomastica, nazionale e straniera. Dopo la legge che impone alle amministrazioni locali di cambiare i nomi di città e villaggi che ricordino il passato sovietico, ecco che ora si va direttamente al cuore del problema. La Russia non dovrà più chiamarsi Russia (da tempo a Kiev si va dicendo che Mosca avrebbe usurpato il nome dell'antica Rus) ma Moscovia e il nome Russia dovrebbe essere attribuito all'Ucraina. Lapidario il commento del leader crimeano Sergej Aksënov: “Una risata e si prosegue oltre”. D'altronde in Crimea ne sanno qualcosa del nazionalismo ucraino e delle mire, anche attuali, sulla penisola. Nonostante l'ex premier ucraino Nikolaj Azarov non escluda il riconoscimento, da parte di Kiev, della Crimea come russa, i tentativi per la sua riconquista non sono neanche tanto nascosti. L'ex primo ministro del presidente Janukovič cita l'esempio dell'attuale Kaliningrad, l'enclave russa che un tempo, col nome di Könisberg, era la capitale della Prussia, ma che oggi a “nessun leader tedesco verrebbe in mente di chiedere indietro alla Russia. Così a nessun leader occidentale verrà in mente di chiedere il ritorno della Crimea”.

E, però, sono all'ordine del giorno i propositi di “riconquista” della penisola, soprattutto da parte del medžlis dei tatari di Crimea emigrati in Ucraina. Oltre il tentativo di blocco economico della Crimea, messo in atto a novembre dagli attivisti del medžlis, in combutta con i neonazisti di Pravyj Sektor, sono noti i legami dei tatari ucraini con i gruppi terroristici turchi (soprattutto i Lupi grigi) per la preparazioni di azioni diversive sulla penisola. E a più riprese si è scritto dei legami tra alcuni battaglioni neonazisti e i gruppi islamisti che tentano azioni terroristiche in territorio russo; si è scritto di reparti ceceni che, in Dobass, sono schierati dalla parte di Kiev, riforniti di armi da quegli stessi stati che armano gli islamisti in Siria, cioè Qatar, Kuwait, Emirati Arabi e Arabia Saudita. Si sa dei reparti di Pravyj Sektor (e del premier Jatsenjuk) che a suo tempo avevano combattuto contro i russi in Cecenia. Si “sussurra” dei legami segreti tra Kiev e Isis: terroristi ceceni, per loro stessa ammissione, hanno combattuto in Siria dalla parte degli islamisti e in Ucraina dividono gli acquartieramenti con Pravyj sektor. Si ricorda come, a dicembre 2014, dopo il sanguinoso assalto di una banda islamista a Grozny, costato la vita a 14 poliziotti ceceni, alla Rada ucraina deputati del Partito radicale e comandanti di battaglioni neonazisti proponessero di aprire un secondo fronte contro la Russia, fornendo appoggio e basi ai terroristi ceceni e daghestani e come uno dei capi del battaglione “Azov”, il deputato Igor Mosijčuk invitasse a stimolare azioni del tipo di quella di Grozny in tutta l'Asia centrale. Come sempre, però, i media di regime nostrani glissano sulle gesta di neonazisti ucraini e islamisti ceceni quando sparano sui civili del Donbass: si parla solo di “movimenti indipendentisti ceceni”. Il terrorismo che dice di rifarsi all'Islam è tale solo se attacca gli interessi occidentali; in caso contrario, si tratta di insorti per giusta causa!

Forse anche per questo, per le sue recenti dichiarazioni contro le trame dei gruppi terroristici islamisti, per le dimostrazioni di fedeltà, proprio nel momento della massima tensione di Mosca nella lotta contro il terrorismo foraggiato da Turchia e petromonarchie, che è cresciuto di molto l'apprezzamento dei russi nei confronti del “principale musulmano” di Russia, il leader ceceno Ramzan Kadyrov. Tenendo a mente cosa significhi e, soprattutto, cosa abbia significato la Cecenia per il cittadino russo medio, non è di poco conto che secondo un sondaggio del VTsIOM oggi il 62% degli intervistati dichiari di sapere chi è Kadyrov e quale ruolo rivesta; di questi, la metà lo tiene in alta considerazione, mentre nel 2007 appena l'11% lo aveva in simpatia. Dichiara di aver fiducia in lui il 15% (il doppio del 2007) e solo il 9% non ha fiducia in lui e il 2% dice di temerlo. Il 50% ritiene che egli porti solo vantaggi alla Russia e il 57% lo considera un buon alleato di Vladimir Putin.

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18/02/2016

Kiev: giochi al rimpallo alla Rada, agli ordini di Washington

“Ucraina Europea-UE” ha cessato di esistere, scrive la Tass, aggiungendo che, con l'uscita del partito Autoaiuto dall'alleanza che sostiene il governo Jatsenjuk, ha privato con ciò stesso la coalizione “UE” della maggioranza parlamentare.

La decisione sarebbe stata presa dopo che la Rada, pur avendo riconosciuto come insoddisfacente l'operato del governo, non è poi riuscita a sfiduciare il gabinetto. Martedì sera infatti, al termine della presentazione del rapporto sull'attività del governo da parte del primo ministro, solamente 194 deputati (sui 226 necessari) avevano sfiduciato il gabinetto. Apparentemente, al risultato avevano contribuito anche dei “problemi tecnici”: proprio alcuni deputati di Autoaiuto si erano lamentati del non funzionamento del voto elettronico, che avrebbe dato un risultato opposto a quello voluto; anche se, nell'Ucraina di euromajdan, i voti espressi dai deputati sembrano valere quel tanto che separa via Gruševskij (la Rada suprema) da via Sikorskij, dove ha sede l'ambasciata USA.

Strano a dirsi, ma nientemeno che il più genuino yankee d'Ucraina, l'ex georgiano (non più tale dopo che Tbilisi gli ha tolto la cittadinanza) Mikhail Saakašvili, aveva parlato ieri di un “golpe oligarchico”, per la mancata sfiducia al suo concorrente in affari Arsenij Jatsenjuk. Un tema questo ripreso oggi dal capogruppo alla Rada di Autoaiuto, Oleg Berezjuk, per motivare la decisione di uscire dalla maggioranza: “Il popolo ucraino è stato testimone” ha detto, “di un evidente complotto tra i vertici dello stato, da una parte, e gli oligarchi, con le forze parlamentari da essi controllate, dall'altra”. Si è assistito a un “tentativo di fusione definitiva” ha detto ancora Berezjuk “tra il potere della cleptocrazia e quello dell'oligarchia. E' divenuta evidente l'unione di potere costituita da parte della frazione parlamentare “Blocco Porošenko”, “Fronte Popolare” di Jatsenjuk, e spezzoni del Partito delle Regioni (dell'ex presidente Janukovič) controllati da una serie di oligarchi”. Al di là degli allarmi per “l'usurpazione della legittimità del parlamento”, nelle parole di Berezjuk risuonano gli echi di euromajdan e delle faide tra oligarchi, che caratterizzano da due anni la vita interna ucraina, parallelamente alla guerra terroristica condotta in maniera concorde contro una parte del proprio stesso territorio, le cui ricchezze fanno gola sia agli oligarchi del sud che del centro del paese e servono egregiamente l'interesse supremo di via Sikorskij.

Ad ogni modo, la Tass ricorda come della coalizione “Ucraina Europea-UE”, uscita dal voto del 26 ottobre 2014, facessero parte all'inizio il “Blocco Porošenko”, Autoaiuto, Patria di Julia Timošenko, il “Fronte Popolare” e il Partito radicale di Oleg Ljaško. Quest'ultimo ne era uscito già nel settembre scorso, per protestare contro l'adozione della legge sulla decentralizzazione (un surrogato di quanto previsto dagli accordi di Minsk per il Donbass e mai messo in pratica); Patria era uscita dalla coalizione ieri l'altro, immediatamente dopo il voto di sfiducia non riuscito del 16 febbraio. Secondo il regolamento, la Rada ha ora un mese di tempo per formare una nuova coalizione, in grado di raccogliere il minimo di 226 deputati (i soli “Blocco Porošenko” e “Fronte Popolare” arrivano a 217), altrimenti il parlamento verrà sciolto. Il “Fronte Popolare” spera di convincere Ljaško a rientrare nell'alleanza: dopotutto, si può soprassedere sulle dissonanze circa il grado di autonomia da non concedere al Donbass. E Ljaško, in effetti, coi suoi 21 deputati, si è già detto disponibile; addirittura a mettersi a capo della coalizione. Per esprimersi con le parole del redattore capo del sito odessino “Tajmer”, Jurij Tkačëv, si sta assistendo a un semplice riposizionamento dei letti nel bordello.

Insomma, proteste, urla e sghignazzi a parte, il pupillo di Victoria-Fuck-the-UE-Nuland ha dato subito a intendere che non ha alcuna intenzione di lasciare il proprio posto di primo ministro. Segno evidente che Jatsenjuk si sente sufficientemente protetto e che dal Potomac non è ancora giunta luce verde per l'avvicendamento. Tanto protetto da permettersi di “tender la mano” al presidente e alla sua frazione parlamentare, con un esplicito invito a riconoscere chi realmente comandi; o meglio: a chi siano pro tempore affidate le funzioni di caporale. Tanto più che, in base al regolamento parlamentare, la prossima possibilità “legale” di un voto di sfiducia al governo ci sarà soltanto tra sei mesi. D'altronde, già alla vigilia della votazione, più di una voce si era levata a mettere in dubbio “il coraggio” dei deputati di andar contro le indicazioni di Washington. E così è stato.

D'altra parte, il capogruppo del “Blocco Porošenko”, Jurij Lutsenko, ha detto che una riformattazione del governo è ritenuta irrinunciabile dalla sua frazione parlamentare e, se ciò non avverrà, la Rada “potrebbe sfiduciare il premier; non il governo, bensì il solo primo ministro”. I dubbi sulla serietà o sulle possibilità concrete di simili “minacce” sembrano più che leciti.

Dunque, un gioco al rimbalzo che appare tragico e affatto comico per quella parte del popolo ucraino che, oltre a subire sul proprio tenore di vita le ripercussioni di una guerra scatenata da Kiev contro i propri stessi compatrioti, deve anche soggiacere ai giochi “politici” di chi ha trasformato il paese, come osserva per RIA Novosti il leader del movimento “Scelta ucraina”, Viktor Medvedčuk, in un'appendice deindustrializzata di materie prime per l'Occidente, di cui è ostaggio.

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17/02/2016

Ucraina. Dimissioni per Arsenij Jatsenjuk?


Prosegue oggi alla Rada suprema la discussione sulla fiducia al premier Arsenij Jatsenjuk e al governo ucraino, le cui ore sembrerebbero ormai contate. La sfiducia al gabinetto Jatsenjuk sembrava praticamente cosa fatta ieri pomeriggio, dopo le dichiarazioni in tal senso del presidente Porošenko; ma dopo quattro ore di dibattito sul rapporto a proposito dell'attività del governo, presentato dal premier, non si era giunti a un risultato concreto e solo 194 deputati (su 226 necessari) avevano votato la sfiducia. Si era così verificata una situazione paradossale, scrive oggi la Tass: fino a pochi minuti prima del voto, i deputati avevano giudicato il lavoro del governo insoddisfacente, ma non erano riusciti a dimissionarlo. Diversi deputati si sono poi lamentati del non funzionamento del voto elettronico, che avrebbe dato risultati diversi da quelli espressi.

E, sempre stamani, la frazione parlamentare di Autoaiuto ha dichiarato di voler boicottare l'ulteriore seduta parlamentare, per protesta contro la non riuscita del voto di sfiducia. “L'Ucraina ha un governo illegittimo”, è detto nella dichiarazione della frazione di Autoaiuto, riportata dalla Tass; “il lavoro del governo è stato riconosciuto insoddisfacente; ciò nonostante, è stato lasciato al suo posto. Si è persa l'opportunità di una normale direzione pubblica degli affari di stato. Il parlamento ha definitivamente perso il controllo sul governo”.

 
Ieri, in coincidenza con l'inizio della seduta parlamentare, a Kiev, nelle strade centrali prospicienti l'edificio della Rada, si erano svolte manifestazioni in appoggio alla richiesta di dimissioni del governo e del primo ministro Jatsenjuk.

Alla vigilia della riunione parlamentare, il Blocco Porošenko, il partito Patria di Julia Timošenko e il partito Autoaiuto di Andrej Sadovij si erano già pronunciati per le dimissioni della compagine. Il presidente Porošenko, da parte sua, già da alcune settimane si era pronunciato in tal senso, provocando l'irritata reazione del premier, che lo aveva invitato a “mordersi la lingua” e però, al tempo stesso, lo aveva “assicurato” che un lavoro comune tra i loro rispettivi blocchi parlamentari (Blocco Petro Porošenko e Fronte popolare) sarebbe ancora fruttuoso per l'Ucraina. E anche per qualcuno al di fuori di essa!

Comunque sia, ieri, secondo quanto riferito dalla Tass, Petro Porošenko aveva nuovamente dichiarato che, “per ristabilire la fiducia nel potere centrale”, erano necessarie le dimissioni sia del primo ministro, sia del procuratore generale Viktor Šokin. Porošenko aveva sottolineato che “il governo ha perduto il sostegno della coalizione” e anche “la società ha chiaramente espresso che, nel lavoro del governo, gli errori sono maggiori delle realizzazioni e ha quindi rifiutato la fiducia ai ministri”.

Sempre secondo la Tass, Porošenko escluderebbe per il momento lo scioglimento della Rada – passo questo, da lui considerato come ultima risorsa – e avrebbe chiamato a “una riformattazione totale del gabinetto ministeriale” sulla “base dell'attuale coalizione”, composta da Solidarnost (che fa capo al Blocco Porošenko), Fronte popolare (il gruppo parlamentare dello stesso Jatsenjuk), Autoaiuto, e Patria. Per ristabilire la fiducia nel governo, ha detto Porošenko, “il momento per un parziale rinnovo del gabinetto è andato perduto. La terapia è ormai insufficiente; è necessaria la chirurgia”.

Si attendono segnali dalle rive del Potomac; ma come aveva affermato già ieri l'ex premier ucraino (all'epoca del presidente Viktor Janukovič) Arsen Avakov, e a dispetto delle infiammate dichiarazioni dei vari blocchi parlamentari, difficilmente il governo Jatsenjuk  andrà in pensione finché Washington non lo deciderà.

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15/02/2016

Gli accordi di Minsk per il Donbass danno pochi frutti

E' trascorso un anno e un giorno dagli accordi di Minsk-2 (il primo incontro c'era stato nell'agosto 2014) per il cessate il fuoco nel Donbass, sottoscritti il 12 febbraio 2015 dai presidenti Putin, Hollande e Porošenko e dalla cancelliera Merkel, con la mediazione del bielorusso Lukašenko. In quest'anno trascorso, si è parlato e si è scritto meno del conflitto; ma non per questo esso è davvero cessato. La popolazione civile del sudest ucraino continua ad essere quotidianamente bersagliata dalle artiglierie e dai mortai delle truppe di Kiev e dei battaglioni neonazisti; continuano epurazioni e sparizioni di civili, presi in ostaggio o brutalmente assassinati; nella cosiddetta zona cuscinetto, che dovrebbe separare le linee ucraine da quelle delle milizie, si arrestano i civili che manifestano dissenso dalle posizioni ucraine.

E' vero che gli scontri diretti tra milizie popolari e truppe ucraine sono di molto diminuiti, grazie alla linea di demarcazione tra le due forze, fissata proprio un anno fa a Minsk; ma il pericolo del riaccendersi del conflitto da un giorno all'altro non è stato scongiurato. Kiev non ha adempiuto ad alcuno degli impegni sottoscritti a Minsk: primi tra tutti un reale cessate il fuoco; ritiro delle artiglierie a 100 km dalla linea di contatto; amnistia per le milizie popolari; liberazione di tutti i prigionieri militari e degli ostaggi civili; ritiro di ogni combattente straniero; riforma costituzionale in Ucraina; autonomia linguistica regionale; elezioni locali e autonomia amministrativa per il Donbass.

Nei giorni scorsi, il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov aveva detto che a Kiev non c'è la volontà politica di giungere a una soluzione della crisi ucraina. “La crisi può essere superata”, secondo Lavrov, “solo con mezzi pacifici, con l'attuazione incondizionata degli accordi di Minsk. Condizione del successo: la soluzione delle questioni chiave nell'ambito di un dialogo diretto tra Kiev e il Donbass”; aveva detto Lavrov, invitando Parigi e Berlino a far pressione su Kiev per il “rigoroso rispetto degli obblighi di Minsk”. Anche se, evidentemente, lo stesso Lavrov sa che l'unica “pressione” efficace dovrà venire da Washington e solo dopo un definitivo chiarimento dei rapporti di forza tra USA e UE.

Ieri Vladislav Dejnego, rappresentante della Repubblica popolare di Lugansk ai colloqui di Minsk – che, dopo il vertice presidenziale del febbraio 2015, si sono tenuti a cadenza regolare, pur senza risultati tangibili – ha detto che l'assenza di progressi nell'anno trascorso dalla firma del 12 febbraio 2015, dovuta al “rifiuto categorico di Kiev di adempiere le misure concordate”, porta al congelamento del conflitto e diverse varianti sono possibili. Una di queste sarebbe quella di “trovare il metodo per influire sull'Ucraina affinché adempia gli impegni”, ha detto Dejnego. Al contempo, il vice comandante delle milizie della LNR Igor Jaščenko ha affermato che l'alternativa più reale per le Repubbliche popolari sarebbe l'integrazione con la Russia. D'altronde, Dejnego ha dichiarato che Minsk costituisce “l'unica piattaforma per cercare una soluzione al conflitto e su cui instaurare il dialogo; l'alternativa a Minsk”, ha detto, “che nessuno si augura, sono Ilovajsk e Debaltsevo”, con riferimento a due delle più sanguinose battaglie del 2014 e 2015, costate perdite ingenti alle truppe di Kiev.

Ma questo sembra essere proprio ciò che cerca Kiev, quantomeno secondo le dichiarazioni del presidente della Repubblica popolare di Donetsk, Aleksandr Zakharčenko, che ha parlato ieri di almeno 500 carri armati e 90mila uomini delle forze ucraine schierati a ridosso della DNR. Secondo Zakharčenko, la guerra appare purtroppo l'unica alternativa voluta da Kiev. In base alle ricognizioni degli esploratori militari della LNR, l'Ucraina avrebbe completato la terza linea difensiva del piano “Muraglia”, il famigerato “vallo europeo” con cui Kiev dovrebbe difendere l'Europa dalla “minaccia russa” e per la cui costruzione, conseguentemente, il premier Arsenij Jatsenjuk continua a chiedere fondi europei. Igor Jaščenko ha rivelato che l'insieme della “Muraglia” – 270 punti fortificati, trincee, rifugi per i mezzi blindati, mortai, sistemi razzo – consta di una prima linea difensiva, affidata all'esercito e di altre due controllate da reparti della guardia nazionale e del Ministero degli interni ucraino.

Nel frattempo i “bravi” di Pravij Sektor, parzialmente disoccupati sul fronte del Donbass, spalleggiati dai loro compari della Karpatskaya Seč (castrum carpatico), si sono dati a bloccare gli autotreni commerciali russi in transito verso le regioni della Transcarpazia e della Volynija (la prima confinante con Slovacchia, Ungheria e Romania; la seconda con Polonia e Bielorussia) e, quindi, verso l'Europa centrale. La rotta della Transcarpazia è divenuta quasi obbligatoria per gli autotrasportatori russi dopo che, secondo le notizie di RIA Novosti, la Polonia aveva vietato il transito sul proprio territorio. Il blocco dalla parte ucraina sta creando problemi anche in Bielorussia, con oltre 100 mezzi provenienti dalla Lituania che non possono varcare la frontiera. Nelle intenzioni degli squadristi ucraini, riconvertiti in depositari della purezza cosacca, il blocco del transito dei TIR russi è solo l'inizio di un'azione più vasta, tesa a interrompere completamente ogni commercio con la Russia e smantellare ogni impresa russa dal territorio ucraino.

D'altronde, questa non è che la facciata materiale di ciò che, a livello “spirituale”, viene affidato “all'alta politica”: dopo la “legge sulla decomunistizzazione”, con il divieto di ogni simbologia e toponomastica che ricordi il trascorso sovietico, è stato presentato ieri l'altro alla Rada un progetto di legge per l'annullamento degli accordi tra Russia e Ucraina sui Centri culturali perché, a detta degli estensori del disegno legislativo, “le attività dei Centri informativo-culturali russi in Ucraina costituiscono una minaccia alla sicurezza nazionale”, dato che Mosca utilizzerebbe la collaborazione culturale “per destabilizzare la situazione politica in Ucraina”. Nei giorni scorsi Kiev aveva denunciato anche i legami di gemellaggio tra alcune città dell'Ucraina e i corrispondenti capoluoghi russi. Ieri invece il Consiglio nazionale ha vietato la trasmissione sul territorio ucraino di 15 canali tv russi.

Ovviamente, non tutte le pallottole sparate da Kiev prendono la strada dei confini orientali. Alcune – e non sempre esplose col silenziatore – hanno gittata minore. E' di ieri la notizia rilanciata da RIA Novosti, secondo cui il “premier-stringer” Jatsenjuk ha consigliato al presidente Porošenko di mordersi la lingua. Il riferimento sarebbe alle recenti dichiarazioni del presidente, secondo cui i giorni del gabinetto Jatsenjuk sono contati. Al contrario, il premier ritiene che la collaborazione tra i blocchi parlamentari che fanno capo a loro due (“Blocco Petro Porošenko” e “Fronte popolare”) consentirebbe di adottare “le misure necessarie” al paese: pur che si tacciano i giudizi personali. La faccenda ha assunto un aspetto farsesco con il tweet pubblicato da Jatsenjuk – “Io sarò partner del presidente, se anche il mio partner presidente vorrà vedere il premier come partner” – che avrebbe fatto invidia al Totò nostrano. La perla linguistica avrebbe dovuto risolvere, a distanza di pochi giorni, il rebus su cosa Jatsenjuk medesimo intendesse allorché ha criptato che l'Ucraina ha “tutte le chances per diventare leader in Europa, dato che possiede il potenziale più importante: l'intelletto”!

Peccato che, oltre a vantare un'intelligenza superiore, questo sia anche il paese che oggi, come notava Grigori Ignatov su Žurnalistskaja Pravda, sta oggi accumulando scheletri. Non solo dei morti bruciati di Odessa, di cui è proibito parlare. Non solo del Donbass distrutto dalle artiglierie, su cui o cade il silenzio, oppure si dice che “l'esercito ucraino non bombarda i civili”, quasi a dire che “i separatisti stessi si autobombardano”! E la popolazione ucraina “finge di crederci”, diceva ancora Ignatov, paragonando l'attuale situazione intellettuale e sociale ucraina a quella della Germania nazista, dove “le prime vittime dei nazisti furono i tedeschi stessi”: con la differenza che, 80 anni fa, al consenso consapevole o inconsapevole della società ai delitti hitleriani, facevano riscontro intellettuali “coscienza della nazione”. Oggi, secondo Ignatev, mancano in Ucraina “i Brecht, i Remarque, i Mann e i tantissimi tedeschi onesti che tentino di opporsi a questo vile consenso”.

Oggi, in Ucraina, i comunisti sono fuori legge, bastonati, uccisi; i semplici cittadini affamati dalle imposizioni del FMI; nelle fiaccolate notturne “goebbelsiane” si celebrano gli “eroi” SS di UNO-UPA di Bandera e Šukevič. Ma i media ucraini preferiscono parlare dell'ennesimo litigio tra Saakašvili e Kolomojskij e si assiste alle flebili critiche del potere a Pravij Sektor: per le sue azioni, non certo per l'ideologia nazista che le ispira. Si tace sul battaglione Azov, che ha scandalizzato (almeno a parole) lo stesso Congresso USA. Non è da meno la cosiddetta intellighenzia, continua Ignatev, scioltasi nell'estasi patriottica e che chiede di proibire ogni produzione intellettuale dalla Russia. Si è creato un “complotto del silenzio” collettivo attorno ai “temi scomodi”. Come per la Germania nazista, sembra voler dire Igntaev, per l'odierna Ucraina appare quasi inevitabile una “giusta punizione storica”.

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20/12/2015

L'Ucraina tra debiti esteri e propensione alla guerra

La notizia del giorno è l'annunciata moratoria da parte del Kiev sul debito di 3 miliardi di dollari di obbligazioni nei confronti di Mosca, in scadenza il 20 dicembre: ufficialmente, è il default ucraino. Quindi, per la gran parte dei media, sono inesistenti tutte le altre informazioni, quelle che giungono dal Donbass sul continuo, quotidiano stillicidio di tiri di artiglieria contro le cittadine delle regioni di Donetsk e di Lugansk più vicine alla linea di contatto, da cui le armi pesanti, in base agli accordi di Minsk, dovrebbero essere state ritirate a una distanza di almeno 70 km. E invece Kiev sta da settimane tornando a far affluire carri armati, sistemi missilistici, mortai pesanti e reparti armati proprio a ridosso di quella linea e sta continuando a colpire il territorio delle Repubbliche popolari, cercando in tal modo di provocare la reazione delle milizie e poter così dar libero corso a quell'offensiva massiccia che la ricognizione militare di DNR e LNR sta paventando da giorni.

La punta di lancia di tali provocazioni è costituita ancora una volta dai battaglioni ultranazionalisti e neonazisti che, stando all'agenzia DAN, anche la notte scorsa e nella prima mattinata di oggi hanno martellato con lanciagranate e mortai la zona del Donbass a ridosso della linea del fronte, a nord di Donetsk. Oggi il comando delle milizie della LNR dichiara che l'utilizzo, da parte di Kiev, dei reparti neonazisti, potrebbe presto condurre a un aperto conflitto tra questi e le forze armate regolari ucraine.

Pravyj sektor, mentre non cessa le provocazioni armate contro le milizie del Donbass, sta apertamente accusando Kiev di deliberato “genocidio” nei confronti dei propri adepti, portando avanti in tal modo la propria lotta interna contro Petro Porošenko e il Ministero della difesa ucraino. E lo fa, smascherando proprio i piani di Kiev relativi all'offensiva contro la Novorossija. Come ha scritto il 17 dicembre l'agenzia nnr.su, i neonazisti di Pravyj sektor avrebbero reso pubblica una missiva indirizzata lo scorso 15 novembre dal Ministero al presidente, circa “l'opportunità di una massiccia offensiva” e, “allo scopo di fugare ogni eventuale accusa da parte dei partner europei e di Mosca”, la si definisce “prematura”. Al tempo stesso però, il Ministero giudicherebbe “opportuno un attacco lungo tutto il fronte condotto dai reparti volontari nazionalisti, in primo luogo Pravyj sektor. Ciò consentirebbe non solo di sfiancare le forze delle milizie, ma anche di discreditare le forze radicali ucraine e la loro negativa influenza sulla sicurezza dello stato”. Tanto più che, a quanto pare, i padrini occidentali starebbero imponendo a Kiev di disfarsi dell'ingombrante presenza dei cosiddetti “battaglioni volontari”, le cui azioni troppo apertamente terroristiche nei confronti dei civili del Donbass mettono a repentaglio l'immagine della democrazia occidentale che sostiene il regime golpista di Kiev.

La “raccomandazione” a Porošenko circa la condotta da tenere nei confronti dei battaglioni, gli deve essere stata ribadita anche ieri dai vertici Nato, in occasione della firma a Bruxelles della Carta di collaborazione tecnico-difensiva tra Ucraina e Nato. Al termine dell'incontro con il Segretario generale Jens Stoltenberg e con il Comandante delle forze Nato in Europa, Philip Breedlove, al quartier generale dell'Alleanza atlantica, Porošenko ha dichiarato che “è sempre piacevole sentirsi in una cerchia di autentici amici e alleati. In questi tempi difficili, la Nato si dimostra un sostegno sicuro e siamo molto grati per questo aiuto”.

Proprio in ciò, nel sempre più fattivo sostegno Nato, le milizie scorgono un ulteriore segnale per cui Kiev, sentendosi sicura della propria impunità e dell'appoggio atlantico, potrebbe arrivare a una escalation del conflitto, “giustificata”, per così dire, anche dall'interpretazione occidentale delle affermazioni di Vladimir Putin circa la presenza di volontari russi nel Donbass.

Oggi, il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov ha tenuto a precisare quanto detto dal presidente russo nel corso della conferenza stampa di ieri al Cremlino, onde fugare il voluto fraintendimento fattone dai vertici Nato. Alle dichiarazioni di Jens Stoltenberg, secondo cui Vladimir Putin avrebbe ammesso la presenza di “soldati russi” nel Donbass, Peskov ha replicato che “là c'è una guerra e gli uomini sono andati volontariamente a combattere, a prender parte alle azioni di guerra; uomini non solo russi, ma anche di altri paesi della CSI. E quando Putin ha parlato delle questioni della guerra, si è riferito non a specialisti militari, bensì a volontari. Il presidente”, ha detto Peskov, “ha dichiarato che la Russia non nega che in Ucraina ci siano persone che stanno risolvendo questioni militari, ma non ci sono militari regolari. Da parte loro, invece, il segretario generale Nato e il presidente ucraino hanno interpretato queste parole come una sorta di ammissione della presenza di specialisti militari russi nel Donbass”.

E dunque, come detto all'inizio, il primi ministro ucraino Arsenij Jatsenjuk ha posto ufficialmente la moratoria sul pagamento del debito di 3,582 miliardi di $ di eurobond acquistati dalla Russia, fino all'accoglimento delle proprie proposte, scrive Interfax, sulla ristrutturazione del debito o fino al raggiungimento di una soluzione processuale del contrasto tra Kiev e Mosca. Naturalmente, Jatsenjuk riversa la colpa della situazione su Mosca, che “ha rifiutato di accogliere le nostre proposte, nonostante i nostri ripetuti tentativi di sottoscrivere un accordo sulla ristrutturazione”.

In precedenza il FMI aveva riconosciuto come “sovrano” il debito ucraino nei confronti della Russia e ieri il Ministro delle finanze di Mosca, Anton Siluanov, aveva dichiarato che la Russia attende da Kiev una proposta per la regolazione del debito; in caso di mancato pagamento, difenderà i propri interessi in giudizio.

Intefax ricorda come a inizio dicembre il FMI avesse introdotto nuove regole, che permettono di far credito ai debitori anche in caso di default per debito sovrano. Secondo Mosca, le nuove disposizioni sarebbero state introdotte appositamente a vantaggio di Kiev. Ma, ciononostante, l'allargamento del credito del FMI all'Ucraina potrebbe comunque saltare, a quanto pare, a causa dei problemi legati all'adozione del bilancio 2016 da parte di Kiev. Tutte le frazioni parlamentari alla Rada infatti, a esclusione del “Fronte popolare” del permier Jatsenjuk, si sarebbero pronunciate contro il progetto di bilancio concordato col FMI.

Sulla questione del debito con la Russia, Mosca già lo scorso novembre aveva proposto a Kiev una sua rateizzazione in tre anni (1 miliardo di $ l'anno fino al 2018), condizionata alla garanzia da parte di USA, UE o FMI. Garanzia ufficialmente rifiutata da Washington. Porošenko doveva riferirsi proprio a questo quando ha dichiarato di “sentirsi a proprio agio nella cerchia di autentici amici e alleati”!

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