Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Leksus & Vovan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Leksus & Vovan. Mostra tutti i post

02/11/2023

L’ultima impresa della Meloni

In che mani siamo... Pensiamo che ai piani alti dei più importanti consigli di amministrazione, in tutta Europa e sicuramente anche negli Stati Uniti, molti telefoni siano attraversati dallo stesso messaggio: “In Italia abbiamo sbagliato un’altra volta, ci tocca inventarci un nuovo presidente del consiglio”.

E la fortuna di Giorgia Meloni è stata persino grande. La telefonata con i due comici russi, Vovan & Lexus, che si sono spacciati per il presidente della Commissione dell’Unione Africana, è avvenuta il 18 settembre. Prima, insomma, dell’inizio della guerra a Gaza (7 ottobre).

Altrimenti – trovando dall’altra parte del filo dei presunti africani, all’unanimità schierati con i palestinesi e contro Israele – avrebbe potuto dare qualche spunto dell’antico antimitismo fascista, e la registrazione avrebbe potuto così costargli l’immediata defenestrazione...

Mettiamo da parte tutto il lato comico, sicuramente sovrabbondante, a cominciare dall’assenza di un filtro decente per proteggere la massima carica politica del Paese da contatti indiscreti, per finire alla “richiamata” ai russi da Palazzo Chigi, dopo il primo tentativo andato a vuoto.

Lato che comunque rivela la pochezza di una struttura dirigente fatta evidentemente di “fedeli al capo” piuttosto che di “esperti”. A prescindere dalla leggerezza commessa dal suo staff, infatti è quello che lei dice, e come si comporta, che ci dà la “statura” del premier.

Concentriamoci dunque sul merito, ovvero su come Meloni ha affrontato quello che riteneva essere un interlocutore internazionale.

Giustamente molti degli sfottò si sono concentrati su quella premessa, fatta ad un certo punto della lunga conversazione: “Posso chiederti qualcosa, fra me e te...?”, che evidenzia una estraneità antropologica al comportarsi “da istituzione”.

Pur non avendo nessuno di noi ricoperto ruoli istituzionali, tuttavia abbiamo accumulato nel corso dei decenni una qualche pratica nei rapporti internazionali. Con altre organizzazioni, associazioni, università e persino istituzioni statuali.

E in nessun luogo mai, neanche al livello più “orizzontale” (tra associazioni, per esempio), abbiamo registrato una analoga “scivolata” dal livello della discussione “tra soggetti collettivi” a quello della “confidenza di corridoio” (“fra me e te…”).

Se non altro per “mantenere un tono”, ed esser presi sul serio, ci si affida ad un linguaggio “ufficiale”, anche quando le posizioni individuali o l’umana curiosità spingerebbero per “saperne qualcosa di più”. Una questione di rispetto per l’interlocutore (una “istituzione”), ma anche per se stessi (“rappresentanti” di una istituzione, di una collettività, di interessi organizzati).

L’atteggiamento di Meloni, insomma, è invece quello del pour parler informale, tipico della frequentazione quotidiana tra portaborse e cronisti parlamentari. Che però hanno almeno la giustificazione del conoscersi reciprocamente molto bene, tanto da sapere cosa dire e cosa non dire per non rischiare inutili “incidenti” di percorso (che poi avvengono lo stesso, a dimostrazione del limitato autocontrollo di questa genia...).

Meloni, insomma, cerca la “confidenza” addirittura con un presunto alto funzionario di cui non ha probabilmente mai sentito parlare prima (anche se accreditato dal suo “consigliere diplomatico”). Un perfetto sconosciuto di cui ignori storia, frequentazioni, cultura, affidabilità, sistemi di relazione, “obbedienze” e convenienze.

Non è una questione di “etichetta” – che pure ha la sua rilevanza, nelle relazioni internazionali – ma di “serietà” e “livello”. Essere considerati poco seri e non all’altezza ti fa trovare molte porte completamente chiuse. E se non riesci ad interloquire, non puoi neanche rappresentare positivamente gli interessi del tuo Paese (o meglio: della classe dirigente di quel paese).

Una condizione che peraltro Meloni confessa, nella telefonata, essere già così: “Ma il problema è che agli altri non interessa. Non hanno risposto al telefono quando li ho chiamati”. E difficilmente la situazione sarà migliore, dopo questa figuraccia...

Ma qualcosa di utile – dal nostro malevolo punto di vista – Meloni ce l’ha detta. Sulla guerra in Ucraina: “Vedo che c’è molta stanchezza, devo dire la verità. Da tutti i lati. Siamo vicini al momento in cui tutti capiranno che abbiamo bisogno di una via d’uscita”.

Qui la questione è tutta politica e clamorosa: i governi occidentali – sia in Europa che negli States, ma altrove lo si ammette esplicitamente – non ne possono più del conflitto con la Russia e stanno solo aspettando il momento per trovare una quadra che salvi capra e cavoli. Insomma, un compromesso che congeli la situazione sul campo, ma permetta ad entrambe le parti di intestarsi una “vittoria” che non somiglia affatto a quella sostenuta ufficialmente (la riconquista del Donbas e della Crimea, la caduta di Putin, ecc.).

È semplicemente il contrario di quel che viene ripetuto in pubblico ogni giorno. Mentre governi e pennivendoli di ogni testata continuano a definire “putiniana” ogni testa pensante che, fin dall’inizio della guerra, propone di cercare... “una via d’uscita” con mezzi diplomatici, così da non rischiare un’escalation nucleare.

La conclusione è insomma semplice. Meloni dice una cosa e ne fa regolarmente un’altra, spesso l’opposta. Se fa così a livello internazionale – dove gli interlocutori dispongono di tutti gli strumenti per verificare lo scarto tra parole e fatti – figuriamoci cosa può combinare a livello delle “cose interne”. Come con la “manovra”, su pensioni, scuola, sanità, investimenti, salario minimo, tasse indirette (quelle sulle merci, che pesano molto di più sui redditi bassi e fissi), ecc.

La caduta di credibilità non sarà certo immediata, vista la copertura benevola garantitale finora dai grandi media, ma la strada è aperta. Anche per un popolo capacissimo di credere alle barzellette come quello italico.

Ma non è questa la notizia peggiore per “Gioggia”. È l’inadeguatezza che ha dimostrato rispetto al ruolo che le è stato affidato. E su questo, nei consigli di amministrazione più importanti, non si può transigere. Va trovato o costruito un altro “premier”, un altro manchurian candidate. Ci vorrà un po’ di tempo, i concorrenti sono tanti ma nessuno minimamente credibile. O “vendibile” sul mercato della politica...

C’è da dire che anche quei consiglieri di amministrazione non ne imbroccano una da anni. Avevano tirato su uno come Renzi, abilissimo nell’impastrocchiare battute e conferenze sul “Rinascimento” al miglior offerente. Ma “scarsino”, diciamo così, sulle questioni di Stato (uno che sussurra ai servizi segreti all’autogrill, insomma...).

Avevano per un po’ puntato su Salvini, ma è bastata un’estate al Papeete per svelarne l’inconsistenza. Ora pure Meloni sta arrivando a fine corsa...

Mai che venga loro il dubbio che, a forza di ridurre “la politica” a pura ricerca dei consensi – perché tanto le decisioni importanti vengono prese a Washington, Bruxelles e nei cda – sia pressoché inevitabile selezionare una serie di buoni piazzisti senz’altra arte.

Colpa loro, insomma.

Per il vostro divertimento, e magari un briciolo di riflessione, ecco il testo completo della conversazione con i due comici russi. Ossia con gli unici, in questa storia, che hanno fatto seriamente il loro mestiere (qualunque esso sia...).

Buona lettura.

*****

Comico russo: “Che piacere sentirti, grazie per il tuo tempo”.

Meloni: “Come stai?”

Comico russo: “Sto bene, ho sentito notizie molto brutte”.

Meloni: “Sì, sì, la situazione è un po’ difficile, la situazione è molto difficile per noi da gestire. Dall’inizio dell’anno, dunque in pochi mesi, abbiamo avuto più di 120mila persone arrivate principalmente dalla Tunisia. Quindi la situazione è molto difficile da ogni punto di vista. Dal punto di vista umanitario, logistico, di sicurezza. Ciò che vedo è che questi flussi rischiano di aumentare per la situazione che c’è in Africa, soprattutto nel Sahel ma anche per il problema del grano, per tutti i problemi che tu conosci meglio di me. Stiamo lavorando anche nell’Unione Europea per un memorandum in Tunisia per aiutare, non solo per gestire la migrazione. La mia idea è sempre che si debbano fare molte altre cose”.

Comico russo: “Sono d’accordo. Ho appena incontrato Charles Michel, abbiamo avuto una conversazione riguardo la situazione. Ha detto che il problema è che l’Italia non può fermarli. E pensa che il problema è un problema soprattutto per l’Italia”.

Meloni: “Sì, assolutamente. L’Europa per molto tempo ha pensato di poter risolvere il problema limitandolo all’Italia. Quello che non capiscono è che è impossibile. La portata di questo fenomeno colpisce, secondo me, non solo l’Unione Europea, ma anche le Nazioni Unite. Ma il problema è che agli altri non interessa. Non hanno risposto al telefono quando li ho chiamati. E sono tutti d’accordo sul fatto che l’Italia deve risolvere da sola questo problema. Penso che è una maniera molto stupida di pensare a queste cose”.

Comico russo: “Ho provato a parlarne a Macron, ma anche lui rifiuta di comprendere la mia posizione…”.

Meloni: “Posso chiederti qualcosa, fra me e te…? Tu pensi che ciò che sta accadendo, per esempio in Niger, sia qualcosa che va contro la Francia?”.

Comico russo: “Dico di sì. Specialmente adesso…”.

Meloni: “Vedo che la Francia sta spingendo per una sorta di intervento ma io sto cercando di capire come possiamo sostenere uno sforzo diplomatico. Dobbiamo stare attenti”.

Comico russo: “Perché i francesi non capiscono quelle che sarebbero le ulteriori conseguenze. Se ci fosse un’aggressione militare questo condurrebbe ad un’altra crisi migratoria”.

Meloni: “Ma loro hanno altre priorità, che non sono l’immigrazione in nazioni come il Niger come sai. Il loro punto di vista non è necessariamente il mio. Loro hanno l’uranio, il franco africano… Loro hanno delle priorità che sono priorità nazionali. Noi stiamo provando a dire loro…non dobbiamo – come si dice – fare cose che ci creano più problemi di quanti già ne abbiamo”.

Comico russo: “Ma un altro problema è come lavorare sulla nuova iniziativa del Mar Nero. Cosa ne pensi di sbloccare alcune banche russe?”.

Meloni: “Penso che dobbiamo discuterne. Dobbiamo trovare una soluzione per una situazione che è impossibile da fronteggiare per noi. Ci deve essere una soluzione. Ne ho discusso anche al G20 nel meeting sull’Africa. Se noi permettiamo alla Russia di ricattarci potrebbe essere ancora peggio. Ma se non troviamo altre soluzioni diventa un problema impossibile. In qualche modo dobbiamo uscirne. La Polonia potrebbe essere la strada giusta ma stanno avendo problemi…”.

Comico russo: “Il problema è che ci aspettavamo che la guerra potesse finire grazie ad una buona controffensiva ucraina, ma ora vedo che non è così di successo come mi aspettavo. Quindi (…) molti nostri e miei amici nel continente stanno aspettando un qualsiasi negoziato affinché Ucraina e Russia fermino questo conflitto”.

Meloni: “Lo capisco. E anche l’immigrazione e i problemi che abbiamo con l’inflazione, la crisi energetica, è difficile per tutti noi. (…) Uno dei miei piani strategici su cui sto tentando di discutere anche con gli altri Paesi europei è un piano di investimento per l’energia in Africa. Penso che potrebbe essere, assolutamente non immediato quando inizi a fare un investimento…Nei primi giorni di novembre presenteremo qui a Roma in una conferenza il nostro Piano Mattei, che consiste nell’investire soprattutto nell’energia per l’Africa, per produrla e per esportarla se riescono. Il prossimo anno avremo anche la presidenza del G7. E mi piacerebbe concentrare la nostra presidenza del G7 soprattutto sul tema dell’Africa. Andiamo verso un’epoca in cui (…) è già troppo tardi. Dobbiamo muoverci”.

Comico russo: “Posso chiederti cosa pensi dei piani di alcuni funzionari britannici di inviare alcuni migranti in Ruanda?”.

Meloni: “Sì. Non ne ho discusso. Non so quali sono gli elementi di questo accordo. Il problema che abbiamo è anche che queste persone che arrivano illegalmente sono impossibili da integrare. Loro perdono molto tempo nell’intervallo che impieghiamo a processare le loro richieste, e poi perdiamo le tracce di molti di loro, alcuni finiscono tra le mani della criminalità organizzata, alcuni vanno in altri Paesi e tentano di rimandarli indietro…”

Comico russo: “Ma pensi che la Commissione Europea lo capisca?”.

Meloni: “Cosa?”

Comico russo: “Pensi che la Commissione Europea comprenda questa…”.

Meloni: “La Commissione Europea DICE di capirlo (ride, ndB). Il problema è di quanto tempo ha bisogno per darci risposte concrete. In conclusione del Consiglio Europeo, nelle parole di Ursula von der Leyen, loro capiscono assolutamente ma quando chiedi di prendere i soldi e di investire per aiutarci, per discutere con questi Paesi, beh, lì diventa più difficile. Devo dire la verità. Questo riguarda anche la Tunisia. Ho organizzato questo memorandum tra Europa e Tunisia che il presidente Saied ha firmato con noi alla metà di luglio, ma lui non ha visto ancora un euro”.

Comico russo: “Quanto pensi che durerà il conflitto tra Ucraina e Russia? Hai avuto conversazioni con il presidente Biden e altri?”.

Meloni: “Vedo che c’è molta stanchezza, devo dire la verità. Da tutti i lati. Siamo vicini al momento in cui tutti capiranno che abbiamo bisogno di una via d’uscita. Il problema è trovarne una che possa essere accettabile per entrambi senza distruggere il diritto internazionale. Ho alcune idee su questo, su come gestire la situazione ma sto aspettando il momento giusto per mettere sul tavolo questo idee”.

Comico russo: “L’Ucraina non sta avendo il successo che tutti ci aspettavamo…”.

Meloni: “La controffensiva dell’Ucraina forse non sta funzionando come ci aspettavamo. Sta andando avanti ma non ha cambiato le sorti del conflitto. Dunque tutti capiamo che potrebbe durare molti anni se non proviamo a trovare qualche soluzione. Il problema è quale situazione è accettabile per entrambi senza aprire altri conflitti. (…) Tu sai cosa penso riguardo la Libia. Forse non lo sai (ride, ndB). Potremmo discuterne per ore, amico mio, su ciò che è accaduto in Libia! Forse oggi qualcuno capisce che la situazione del dopo non è stata così buona, non è stata migliore. (Incomprensibile) Dobbiamo fare funzionare il nostro cervello.

Comico russo: “Abbiamo bisogno di soldi ma non ne chiediamo ad altre istituzioni come la Commissione Europea. Vedo che tutti i soldi dell’UE stanno andando in Ucraina adesso”.

Meloni: “Ciò su cui sto lavorando è farne arrivare anche in Africa. Questo è il mio primo impegno. Come saprai se segui un po’ ciò che dico a tutti, dagli americani alla NATO, dico ovunque che dobbiamo prenderci cura dell’Africa”.

Comico russo: “Inoltre non sono d’accordo con l’ideologia nazionale dell’Ucraina, intendo Bandera, ci sono nazionalisti in Ucraina, che è la cosa che la Russia odia maggiormente”.

Meloni: “No, non sono d’accordo. Loro hanno il diritto di farlo. Io penso che il problema del nazionalismo è un problema che ha Putin”.

Comico russo: “Sto parlando di Stepan Bandera, è una persona che la Russia presenta come Hitler”.

Meloni: “Non lo so. Io penso che stanno facendo quello che devono e ciò che è loro diritto di fare. E noi stiamo cercando di aiutarli”.

Comico russo: “Ad ogni modo, signora primo ministro, grazie per questa conversazione”.

Meloni: “No grazie a te! Spero che possiamo avere altre occasioni. Grazie, grazie mille. Ciao”.

Fonte

28/12/2017

Scherzo telefonico a Parubij, il neo-nazista che firma memorandum con la Boldrini

L’articolo esce in contemporanea su Contropiano e Antidiplomatico

Nuova performance del duo Leksus & Vovan. A distanza di pochi giorni dalla telefonata alla rappresentante USA alle Nazioni Unite, Nikki Haley, nel giro di quarantotto ore i pranker russi Aleksej Stoljarov e Vladimir Kuznetsov hanno conversato dapprima con il presidente (italiano) dell’Assemblea parlamentare della NATO, Paolo Alli, impersonando lo speaker della Rada ucraina Andrej Parubij e, successivamente, con quest’ultimo, nei panni di Paolo Alli.

Se il colloquio telefonico con il “famiglio” di Angelino Alfano non ha avuto momenti particolarmente esplosivi, a parte la burla in sé, quello con Parubij si è distinto, oltre che nel merito della conversazione, soprattutto nel metodo. Il nazista con cui le cariche parlamentari di casa nostra non disdegnano di firmare Memorandum d’intesa ha “conversato” infatti, per ben quaranta minuti, con un robot: L&V avevano registrato il precedente colloquio con Alli, sbobinando quindi le repliche appropriate alle affermazioni di Parubij e dell’interprete.

Alli aveva dichiarato al falso Parubij che l’Alleanza atlantica non è esattamente entusiasta dell’idea di Kiev di indire un referendum per l’adesione alla NATO, dato che potrebbe finire con un risultato opposto alle attese. Parubij risponde che la decisione non è definitiva e il governo non ha ancora deciso la domanda da formulare sulla scheda: si tratta per ora soltanto di “un’idea da discutere con esperti e con i nostri partner occidentali”. La NATO è al momento preoccupata, dice Alli, del “possibile ingresso dell’Ucraina, dal momento che vari membri lo reputano prematuro e non appoggiano l’accelerazione del vostro piano” e aggiunge che ora “è importante l’attuazione degli accordi di Minsk. L’atteggiamento dei paesi membri dipende in gran parte dal successo di tale attuazione”.

Inoltre, di fronte a un referendum, viene detto, c’è comunque il pericolo dell’interferenza russa, come è accaduto con le elezioni presidenziali americane e come si teme possa avvenire con le prossime elezioni italiane. Con l’intervento del “collaboratore di Alli”, il colloquio entra nel vivo della possibile ingerenza putiniana, che sta ora sviluppandosi in una nuova fase: dopo la guerra ibrida e le intromissioni degli hacker, ora il Cremlino ha dato il via all'influenza psicologica. Dunque il falso collaboratore e Parubij parlano del videoclip “Azino 777” e del suo “Come sollevare babla” e convengono sull’urgenza di avvisare il segretario generale NATO, Jens Stoltenberg, della pericolosità di tale video e anche del libro, appena pubblicato a Mosca, sulla metodica psicologica “Vovan & Leksus”, messo a punto al quartier generale russo, dal nome in codice “Per chi suona il telefono”.

Tale è Andrej Parubij. Se poco c’è da dire a proposito dell’italico alfaniano, il neonazista partner della liberugualista Presidente della Camera può vantare, come scriveva Argumenty I Fakty al momento della sua nomina a speaker della Rada, un responso ufficiale di “leggera forma di ritardo mentale, accompagnata da periodici episodi di afasia”, diagnosticatogli in giovinezza al policlinico centrale di Ervonograd. Più tardi: leader giovanile del raggruppamento nazionalista “Spadshchina” (Eredità) e poi cofondatore nel 1991 del Partito nazional-socialista d’Ucraina, passando per il suo restyling nel 2004 in Svoboda, insieme al vecchio camerata Oleg Tjagnibok, dopo la tappa de Patrioti d’Ucraina, con il “führer” e comandante di Azov, Andrej Biletskij e giù, giù, fino alla strage della Casa dei sindacati a Odessa... il resto è storia (quasi) nota.

LEGGI: Un nazista a Roma in “piena sintonia” con Laura Boldrini

Con tale camerata si è intrattenuta la fustigatrice nostrana delle fake news mondiali, sicuramente in lista per una prossima telefonata di Leksus & Vovan. Uno squadrista, d’altronde degno del proprio capomanipolo che, pochi giorni fa, intervenendo al Ministero degli esteri ucraino, si è ingarbugliato nelle proprie stesse parole, confessando (in)volontariamente (minuto 12:56 del video) che “nessuno probabilmente, meglio di noi ucraini, conosce l’infamia del regime ucraino”. Il fatto interessante è che nessuno, nell’auditorio, pare abbia obiettato alcunché. Ci mancherebbe.

Fonte

25/12/2017

Massiccio attacco ucraino al Donbass e lo stato di Binomo di Nikki Haley

In teoria è cominciato dalle ore 00:00 di sabato “l’armistizio di fine anno” nel Donbass, su cui si sono accordate le parti al Gruppo di contatto per l’applicazione degli accordi di Minsk. Ma l’agenzia Novorossija, alle 7.30 di domenica ora italiana, dava notizia di violazioni da parte delle forze ucraine, con tiri di mortai e lanciagranate di vario tipo e calibro in direzione dei villaggi di Frunze e Kalinovka, nella LNR, rispettivamente 50 km a ovest e 70 km a sud di Lugansk.

Ben più numerose e pesanti le violazioni ucraine sabato scorso, non appena entrato in vigore il cessate il fuoco, con tiri di lanciagranate automatici su Jasinovataja, poco a nord di Donetsk, colpi di mortai di vario calibro su Gorlovka e Golmovskij, mentre nell’immediata vigilia dell’armistizio, le truppe di Kiev avevano ripetutamente effettuato lanci di razzi “Grad” addirittura fin sui quartieri periferici della capitale della DNR. Sempre nella mattinata di sabato, colonne di autoarticolati carichi di carri armati, erano state filmate nell’area di Kherson, dirette verso Donetsk (vedi video).



Come già detto nei giorni scorsi, difficile non collegare, sia pure indirettamente, la nuova offensiva ucraina, alla notizia della decisione americana e canadese sulla fornitura ufficiale di “armi letali” a Kiev. In particolare, quello che più sembra impressionare gli osservatori vicini a DNR e LNR, che temono ora una significativa disparità di forze sul campo, rispetto al relativo attuale equilibrio, sembra la decisione sull’invio di lanciarazzi individuali controcarro FGM-148 “Javelin, di cui si parla da tempo.

Ora, ci sono interpretazioni diverse sulla potenziale efficacia dei “Javelin”. Alcuni analisti ritengono che la loro fornitura alle forze ucraine risponda più agli interessi economici del complesso militare-industriale USA e non debba incidere più di tanto nelle operazioni belliche, dato che le milizie non fanno un largo impiego di mezzi corazzati. Altri, invece, osservando lo schieramento di forze e mezzi USA e NATO tutto intorno alla Russia, nel suo complesso, e rilevando che la guerra nel Donbass non è combattuta in aria e che, dunque, le armi ora in dotazione a Kiev sono più che sufficienti contro i vecchi carri sovietici T-72 e T-80, ritengono che la fornitura dei “Javelin” sarebbe un chiaro segnale a Kiev per una escalation nel Donbass.

Questo potrebbe spingere la Russia a fornire alle Repubbliche popolari tipi più moderni di carri armati, quali il “T-90” o anche il “T-14”, modelli contro cui il “Javelin” non è ancora stato testato sul campo. Di nuovo, quindi, gli interessi dell’industria militare yankee: fornire i “Javelin” all’Ucraina per provarli in battaglia, dato che quelli già forniti a ex Repubbliche sovietiche quali Estonia, Lettonia o Georgia non sono ancora stati testati in battaglia.

Come che sia, la concentrazione delle forze ucraine lungo la linea del fronte si è fatta più forte proprio negli ultimissimi giorni, in concomitanza con l’annuncio statunitense e canadese, che non può non essere interpretato anche come un chiaro segnale di sfida a Vladimir Putin, che da mesi sta ammonendo Washington e Kiev sul fatto che Mosca “non consentirà il massacro” della popolazione di lingua russa del Donbass.

Ma, “Javelin” a parte e a far da contrappeso, proprio nelle ultime ore è divenuta ufficiale la decisione dell’Ossetia meridionale (quella attaccata dall’allora presidente yankee della Georgia Mikhail Saakašvili il 08.08.2008) di riconoscere DNR e LNR: cosa impedisce ora a Tskhinval di divenire una piazzaforte avanzata per la fornitura massiccia di armi al Donbass, come ripetutamente sollecitato da quanti, a Mosca, chiedono che LNR e DNR vengano riconosciute come parti combattenti?

Di fronte al rinnovato inasprirsi della situazione al fronte, ben poca o nulla rilevanza ha dunque, se non di pura cronaca, la notizia del fermo, ieri, all’aeroporto di Ginevra, dell’ex primo ministro golpista e pupillo di Victoria-Fuck-the-UE-Nuland, il banchiere Arsenij Jatsenjuk. Per il vero, il servizio immigrazione svizzero ha trattenuto per controlli l’artefice del “vallo europeo a difesa dalla minaccia russa” per non più di dieci minuti, sulla base di una richiesta rivolta a suo tempo da Mosca all’Interpol.

Nel marzo scorso, infatti, il tribunale cittadino di Essentuki, nel Territorio di Stavropol, aveva riconosciuto Jatsenjuk colpevole di torture e fucilazione di prigionieri di guerra russi durante le guerre cecene, nel 1994-’95 e nel 2000 e si era espresso per il suo arresto in contumacia. L’inchiesta penale nei confronti di colui secondo il quale la seconda guerra mondiale era stata “causata dall’aggressione dell’URSS alla Germania”(!), era stata avviata in Cecenia, nel settembre 2015. A fondamento dell’accusa, la testimonianza di un ex membro dell’organizzazione UNA-UNSO che, come riporta la Tass, era penetrato in Cecenia dalla Georgia insieme ad altri nazionalisti ucraini, che avevano dato vita al battaglione “Viking”, di cui faceva parte lo stesso Arsenij Jatsenjuk.

E quasi a sdrammatizzare la situazione, Russkaja Vesna riporta la nuova impresa di “Leksus & Vovan”, i pranker russi Aleksej Stoljarov e Vladimir Kuznetsov, già in passato autori di scherzi simili ai danni del premier ucraino Grojsman, congressisti USA, a Lukašenko, Erdogan, Petro Porošenko, o al segretario NATO Jens Stoltenberg. L&V questa volta hanno preso di mira la rappresentante USA alle Nazioni Unite Nikki Haley, dopo lo schiaffo ricevuto da Washington al palazzo di vetro per la risoluzione su Gerusalemme.

Spacciandosi per il nuovo primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, Vovan ha intrattenuto Haley per circa venti minuti, senza che questa sospettasse di nulla, spaziando dalle preoccupazioni polacche per le armi americane a Kiev, dagli attriti tra Varsavia e Kiev sulla questione delle minoranze nazionali, dalla richiesta di appoggio a Saakašvili contro Porošenko, al voto polacco all’ONU favorevole alla risoluzione USA, parlando anche di “North stream-2”, Crimea e sanzioni alla Russia, Unione europea. Fino alle stilettate finali sul fantomatico stato di “Binomo” e le “rivelazioni” di Petro Porošenko sulle molestie sessuali subite da parte di Kevin Spacey.

Come già fatto mesi fa con la deputata del Congresso USA Maxine Waters, cui Leksus aveva dato a intendere di truppe russe in Gabon, in appoggio al regime di Ondimbu e di hacker russi che avrebbero influito sulle elezioni nel Limpopo, così da defenestrare il presidente Barmalej e mettere al suo posto la marionetta del Cremlino Ajbolit, così ora Vovan ha “informato” Haley sulla situazione nel “Binomo, non lontano dal Viet Nam, nel sud della Cina”, in cui si sarebbero tenute elezioni hackerate da Mosca. “Lei conosce il Binomo?” ha chiesto Vovan; ancora una volta, è stata confermata la preparazione geografica delle alte sfere yankee USA: “Sì, sì” ha esclamato Haley. “Cosa pensa del Binomo: Be-I-eN-O-eM-O? Lei capisce di cosa stiamo parlando” ha insistito Vovan. “Sì, sì; perfettamente”...

Qualche Ministra italica potrebbe tirare un sospiro di sollievo, pensando che forse anche ai genitori Sikh di Nikki Haley, in America, non hanno riconosciuto il titolo di studio del Punjab.

Fonte