Non c’è dubbio che l’operazione migranti in Albania fosse nata storta e non poteva raddrizzarsi. Sulla deportazione dei migranti in arrivo dalla “quarta sponda” – la Libia e la Tunisia – in quella che era stata un’altra colonia italiana – l’Albania – c’erano già stati dall’inizio i rilievi della Corte Europea di Giustizia, poi erano emerse le contraddizioni tra costi e benefici, fino al crash finale al quale abbiamo assistito in questi giorni.
Era apparso evidente come la premier Meloni avesse spinto più del ragionevole per rendere operativa la missione alla vigilia del Consiglio Europeo di giovedi scorso ed arrivare a questo con una medaglietta da appuntarsi in petto. Qua e là ha raccolto anche qualche plauso da una classe dirigente europea che ha ormai perso qualsiasi lascito della cultura giuridica di una UE che ha perduto dal 1992 ogni residuo di “funzione progressiva”.
Ma il crash era già lì a portata di mano, visibile a tutti per maldestrìa e fregola. Aver impegnato una nave militare per deportare 16 migranti arrivati da Egitto e Bangladesh, mentre la sera ne sbracavano più di mille a Lampedusa, era già balzata all’evidenza per la discrasia tra costi e risultati.
Poi 4 dei 16 migranti erano stati costretti a raggiungere su un gommone la nave militare che stava già tornando in Italia perché in Albania non dovevano neanche andarci.
La deportazione dei migranti che sbarcano sulle coste italiane in Albania non è affatto una grande idea, al contrario. Ma per quanti segnalassero che il re – o la regina in questo caso – fosse senza vestito, servitori di corte ed egocentrismo hanno voluto portare avanti l’operazione fino al suo conclamato fallimento da ogni punto di vista: economico, giuridico, politico, ideologico.
Infine è arrivata una giudice della Procura di Roma che, in coerenza con la Corte di Giustizia europea, ha applicato le indicazioni di quest’ultima, decretando che anche gli altri 12 dovevano tornare in Italia perché è qui che devono essere identificati e perché i paesi di provenienza – Egitto e Bangladesh – non vengono ritenuti dalla Corte europea “paesi sicuri”.
I latrati che si sono immediatamente sollevati dal governo e dai partiti della maggioranza che lo compone contro i giudici che remano contro il governo invece di assecondarlo, sono a lì a certificare il segno autoritario e fascistoide che ispira la natura di questo esecutivo. Non solo.
A Palermo, la Lega ha mobilitato addirittura ministri e parlamentari – portando in piazza nientemeno che 95 persone – a sostegno del ministro Salvini sotto processo per aver bloccato per giorni in mezzo al mare centinaia di naufraghi e la nave che li aveva raccolti. Un flop politico e numerico aggravato dalla presenza di ministri ad una manifestazione di delegittimazione del terzo potere dello stato di diritto: quello giuridico.
A parziale discolpa del governo Meloni va riconosciuto che il modello delle tre scimmiette nella gestione dell’emergenza sbarchi di immigrati, non è nato con questo esecutivo.
Già il decreto Minniti-Orlando del 2017 si ispirava alla logica del “Non vedo, non sento, non parlo”, delegando al trattenimento con qualsiasi mezzo dei migranti sulle coste e nei lager libici. L’importante era che quelle barche sgangherate con il loro dolente carico umano non arrivassero sulle coste italiane. Con quali mezzi di dissuasione era un problema affidato completamente alle milizie e ai banditi prosperati sull’altra sponda del Mediterraneo dopo la violenta destabilizzazione della Libia e l’uccisione di Gheddafi voluta dalla Nato e dall’Italia nel 2011.
Ma è indubbio che l’operazione Albania ambiva ad essere la soluzione shock, la deterrenza per fermare o ridurre gli sbarchi in Italia, allontanare la gestione coercitiva dei migranti dagli sguardi e dalle telecamere, una dimostrazione di “italica creatività” in materia di trattamento di esseri umani che – per dirla con Borrell – dalla giungla vengono per cercare di entrare nel giardino.
È evidente che l’emergenza sbarchi ci sia, è altrettanto evidente che Italia, insieme a Grecia e Spagna, siano i paesi di primo arrivo sulle coste europee e che la regolamentazione dei flussi sia continuamente messa in sollecitazione da arrivi niente affatto regolamentati. Eppure è proprio questo il terreno della vera sfida: aumentare i flussi di ingresso regolari – sottraendoli ai trafficanti – e velocizzare le pratiche di riconoscimento dei migranti in arrivo, facilitandone e non ostacolandone il transito verso i paesi di destinazione.
Solo il 15% di quelli che arrivano sulle coste italiane dichiarano che la propria destinazione sia l’Italia. Guardano ad altri paesi ma restano bloccati qui per mesi e in alcuni casi per anni, alimentando una bolla di umanità dolente, vagante per le nostre città o in alcuni casi prigioniera in centri di detenzione arbitraria, che innesca emergenze permanenti.
A quel punto il problema vero diventano i governi europei che continuano a fare i finti tonti mettendo avanti i numeri – decisamente più elevati – degli immigrati che già ospitano o hanno ospitato rispetto all’Italia. Questo è un dato vero e non smentibile, ma che diventa l’ulteriore barriera ad una gestione organizzata, umana e responsabile di un movimento migratorio per molti versi inarrestabile. Nessuno mette a rischio la propria vita se non ha la percezione che questa lo sia già.
Di fronte a questo, la dissuasione o la deterrenza dei paesi di arrivo dovrebbe superare in orrore quella che i migranti in fuga si lasciano alle spalle. È vero che i governi occidentali si sono assuefatti e si rendono complici del genocidio dei palestinesi al di là del Mediterraneo, ma se questi diventano i parametri della governance siamo giù alla barbarie, e chi governa con la barbarie merita di essere spazzato via dalla storia.
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19/10/2024
27/04/2024
Il clamoroso scivolone del 25 Aprile di Parenzo
Un gruppo di studenti di Cambiare Rotta oggi si è recato sotto gli studi de La7, durante la trasmissione l’“Aria che tira” condotta dal giornalista David Parenzo.
Lo stesso Parenzo che accusava gli studenti di “intolleranza” quando lo contestavano per le sue iniziative filosioniste in università, ma che la mattina del 25 Aprile era in piazza al fianco degli energumeni nascosti dietro lo striscione della Brigata Ebraica, resisi responsabili del lancio di petardi, barattoli, sassi e “appelli allo stupro” contro le e i manifestanti solidali con il popolo palestinese.
Una violenza ampiamente documentata questa volta da molti video e articoli dei mass media. Gli studenti recavano uno striscione con su scritto: “Vuoi ancora darci lezioni?” La contestazione si è svolta del tutto tranquillamente.
“Abbiamo portato dei barattoli di mais e ceci, simili a quelli che ieri sono stati scagliati insieme a petardi e sassi dalle fila dei sionisti verso la piazza contro il genocidio in Palestina, depositandoli sotto gli studi de La7: non potrete nascondere la verità. Ci è stata negata la possibilità di salire in trasmissione per dire la nostra ma non ci aspettavamo altro dai media mainstream, così tanto asserviti da non denunciare nemmeno le aggressioni subite dai propri operatori e reporter presenti quel giorno” affermano gli studenti in un comunicato.
“Le immagini di ieri sono inequivocabili e mettono tutti davanti a una scelta: essere coerentemente antifascisti, e quindi schierarsi contro il sionismo, o accettare la violenza, lo squadrismo, le minacce di stupro e le aggressioni dei sionisti contro chi è solidale con un popolo – quello Palestinese – che vive un vero e proprio genocidio.
Evidentemente David Parenzo, ieri alla testa del corteo di squadristi sionisti che volevano profanare il 25 aprile e che sventolavano le bandiere di Israele, ha scelto la seconda opzione” scrivono gli studenti sottolineando che “Dopo ieri si è rotto un incantesimo e avremo memoria lunga su chi prova ad infangare il dissenso giovanile, ma che ora non ne ha più legittimità”.
David Parenzo ovviamente si è ben guardato dall’ospitare gli studenti nella propria trasmissione e dare vita a quel contraddittorio tanto invocato nelle aule universitarie ma negato negli spazi televisivi.
“Io rendo conto di quello che dico e non di altro, ognuno si assume la responsabilità delle proprie parole. Mi hanno messo nel mirino come se fossi un criminale”, ha dichiarato all’ANSA David Parenzo dopo il sit-in organizzato dalle organizzazioni studentesche davanti agli studi di La 7 a Roma.
Al momento del presidio, con i giovani che gli chiedevano di poterlo incontrare, il giornalista era in onda e “avevo una scaletta da rispettare“. In ogni caso, aggiunge, non c’è nulla di cui giustificarsi. “Mi hanno attribuito cose che mai ho fatto” sottolinea, invitando poi tutti “ad abbassare i toni” e a “tornare civili”.
Davide Parenzo la mattina del 25 Aprile era a Porta San Paolo con la Brigata Ebraica, insieme al rabbino capo e al presidente della comunità per deporre una corona di fiori. “Mi hanno messo al centro della loro propaganda e in questo modo si indica il nemico da battere”, conclude il giornalista, ribadendo che querelerà chiunque gli attribuisca di avere preso parte ai momenti di tensione che si sono verificati in piazza.
Davide Parenzo è abituato a interrompere chi parla ed a parlare sopra a chi interviene nei talk show. Insomma non proprio un esempio di correttezza nelle discussioni da offrire alla nuove generazioni.
Alcune settimane fa era stato interrotto e contestato a sua volta in un convegno alla Sapienza organizzato dai giovani di Forza Italia e se ne era lamentato a destra e a manca.
Ma lo scivolone della sua presenza la mattina del 25 Aprile in una parte della piazza che ha dato dimostrazione di estrema aggressività e violenza, sia fisica che verbale, è decisamente una figuraccia dalla quale, quantomeno, avrebbe fatto bene a prendere pubblicamente le distanze.
A chi è abituato a parlare e straparlare qualche volta può accadere di inciampare nelle parole, ma quando si inciampa nei fatti diventa difficile rivendicare una autorevolezza che non si ha.
Fonte
Lo stesso Parenzo che accusava gli studenti di “intolleranza” quando lo contestavano per le sue iniziative filosioniste in università, ma che la mattina del 25 Aprile era in piazza al fianco degli energumeni nascosti dietro lo striscione della Brigata Ebraica, resisi responsabili del lancio di petardi, barattoli, sassi e “appelli allo stupro” contro le e i manifestanti solidali con il popolo palestinese.
Una violenza ampiamente documentata questa volta da molti video e articoli dei mass media. Gli studenti recavano uno striscione con su scritto: “Vuoi ancora darci lezioni?” La contestazione si è svolta del tutto tranquillamente.
“Abbiamo portato dei barattoli di mais e ceci, simili a quelli che ieri sono stati scagliati insieme a petardi e sassi dalle fila dei sionisti verso la piazza contro il genocidio in Palestina, depositandoli sotto gli studi de La7: non potrete nascondere la verità. Ci è stata negata la possibilità di salire in trasmissione per dire la nostra ma non ci aspettavamo altro dai media mainstream, così tanto asserviti da non denunciare nemmeno le aggressioni subite dai propri operatori e reporter presenti quel giorno” affermano gli studenti in un comunicato.
“Le immagini di ieri sono inequivocabili e mettono tutti davanti a una scelta: essere coerentemente antifascisti, e quindi schierarsi contro il sionismo, o accettare la violenza, lo squadrismo, le minacce di stupro e le aggressioni dei sionisti contro chi è solidale con un popolo – quello Palestinese – che vive un vero e proprio genocidio.
Evidentemente David Parenzo, ieri alla testa del corteo di squadristi sionisti che volevano profanare il 25 aprile e che sventolavano le bandiere di Israele, ha scelto la seconda opzione” scrivono gli studenti sottolineando che “Dopo ieri si è rotto un incantesimo e avremo memoria lunga su chi prova ad infangare il dissenso giovanile, ma che ora non ne ha più legittimità”.
David Parenzo ovviamente si è ben guardato dall’ospitare gli studenti nella propria trasmissione e dare vita a quel contraddittorio tanto invocato nelle aule universitarie ma negato negli spazi televisivi.
“Io rendo conto di quello che dico e non di altro, ognuno si assume la responsabilità delle proprie parole. Mi hanno messo nel mirino come se fossi un criminale”, ha dichiarato all’ANSA David Parenzo dopo il sit-in organizzato dalle organizzazioni studentesche davanti agli studi di La 7 a Roma.
Al momento del presidio, con i giovani che gli chiedevano di poterlo incontrare, il giornalista era in onda e “avevo una scaletta da rispettare“. In ogni caso, aggiunge, non c’è nulla di cui giustificarsi. “Mi hanno attribuito cose che mai ho fatto” sottolinea, invitando poi tutti “ad abbassare i toni” e a “tornare civili”.
Davide Parenzo la mattina del 25 Aprile era a Porta San Paolo con la Brigata Ebraica, insieme al rabbino capo e al presidente della comunità per deporre una corona di fiori. “Mi hanno messo al centro della loro propaganda e in questo modo si indica il nemico da battere”, conclude il giornalista, ribadendo che querelerà chiunque gli attribuisca di avere preso parte ai momenti di tensione che si sono verificati in piazza.
Davide Parenzo è abituato a interrompere chi parla ed a parlare sopra a chi interviene nei talk show. Insomma non proprio un esempio di correttezza nelle discussioni da offrire alla nuove generazioni.
Alcune settimane fa era stato interrotto e contestato a sua volta in un convegno alla Sapienza organizzato dai giovani di Forza Italia e se ne era lamentato a destra e a manca.
Ma lo scivolone della sua presenza la mattina del 25 Aprile in una parte della piazza che ha dato dimostrazione di estrema aggressività e violenza, sia fisica che verbale, è decisamente una figuraccia dalla quale, quantomeno, avrebbe fatto bene a prendere pubblicamente le distanze.
A chi è abituato a parlare e straparlare qualche volta può accadere di inciampare nelle parole, ma quando si inciampa nei fatti diventa difficile rivendicare una autorevolezza che non si ha.
Fonte
01/03/2024
Brancaleone alle crociate o la Nato ultimo grido?
di Francesco Dall'Aglio
La NATO, mi dicono, non è mai stata così unita come adesso. E meno male (certo, se prendiamo come media dell’unità della NATO il rapporto tra Grecia e Turchia...).
Tanto unita che, a parte lasciare la Francia col cerino in mano sulla questione dell’inviare le truppe (con la sola solidarietà dell’Estonia, figuriamoci), Scholz ha tranquillamente dichiarato che la Germania non manderà in Ucraina missili a lungo raggio perché questo renderebbe necessario inviare anche personale militare, come ha fatto la Gran Bretagna per i suoi – confermando uno dei segreti di Pulcinella, ovvero che di truppe (pardon, “specialisti”) NATO sul campo ce ne sono eccome, e britanniche soprattutto.
Gli inglesi se la sono presa non perché Scholz li abbia sgamati, ma perché ha violato il segreto militare mettendo a repentaglio la sicurezza del suddetto personale, come se i russi non sapessero perfettamente chi opera questi sistemi per i quali ci vuole giusto qualche anno di addestramento (qui un po’ di anglo-indignazione: Telegraph e DailyMail).
Ci si mette però anche il Times a rivelare segreti imbarazzanti.
L’ammiraglio Sir Tony Radakin non solo collabora personalmente con l’Ucraina negli attacchi alla flotta russa, ma addirittura resterà in servizio un anno in più per continuare a farlo: e che la Gran Bretagna avesse molto a che fare con gli attacchi ucraini alla Crimea e alla flotta del Mar Nero era un altro segreto di Pulcinella, ma finora non confermato.
Sir Tony Radakin farebbe forse meglio a concentrarsi un po’ di più sulle magagne della flotta britannica, tra portaerei che non vogliono saperne di partire per le grandi manovre e, soprattutto, prove di lancio dei missili Trident che si concludono ingloriosamente con un tuffo in mare del missile suddetto, a pochi metri dal sottomarino che lo ha lanciato.
Per inciso, il sottomarino in questione è l’HMS Vanguard, salito agli onori della cronaca l’anno scorso perché alcuni bulloni DELLA CAMERA DEL REATTORE NUCLEARE erano stati riparati con la colla. “Rule, Britannia! Britannia rule the waves“, niente da dire.
Però, tornando a Scholz e chiudendo il cerchio con la comica finale, ieri la fregata Hessen, spedita con gran fanfare nel Mar Rosso, ha scambiato un MQ-9 Reaper statunitense per un missile houthi e gli ha tirato appresso due missili RIM-66C SM-2.
La cosa comica non è però questa, è che entrambi i missili hanno mancato il bersaglio. “Imbarazzo per la nostra marina“, titola Bild.
Di questo passo il piano russo sarà tirarla in lungo e aspettare che la NATO, mai così unita come adesso, si autodistrugga.
PS: per il Giornale, ovviamente, il fido alleato germanico ha abbattuto un pericolosissimo missile houthi. Non hanno ancora aggiornato la pagina.
Fonte
La NATO, mi dicono, non è mai stata così unita come adesso. E meno male (certo, se prendiamo come media dell’unità della NATO il rapporto tra Grecia e Turchia...).
Tanto unita che, a parte lasciare la Francia col cerino in mano sulla questione dell’inviare le truppe (con la sola solidarietà dell’Estonia, figuriamoci), Scholz ha tranquillamente dichiarato che la Germania non manderà in Ucraina missili a lungo raggio perché questo renderebbe necessario inviare anche personale militare, come ha fatto la Gran Bretagna per i suoi – confermando uno dei segreti di Pulcinella, ovvero che di truppe (pardon, “specialisti”) NATO sul campo ce ne sono eccome, e britanniche soprattutto.
Gli inglesi se la sono presa non perché Scholz li abbia sgamati, ma perché ha violato il segreto militare mettendo a repentaglio la sicurezza del suddetto personale, come se i russi non sapessero perfettamente chi opera questi sistemi per i quali ci vuole giusto qualche anno di addestramento (qui un po’ di anglo-indignazione: Telegraph e DailyMail).
Ci si mette però anche il Times a rivelare segreti imbarazzanti.
L’ammiraglio Sir Tony Radakin non solo collabora personalmente con l’Ucraina negli attacchi alla flotta russa, ma addirittura resterà in servizio un anno in più per continuare a farlo: e che la Gran Bretagna avesse molto a che fare con gli attacchi ucraini alla Crimea e alla flotta del Mar Nero era un altro segreto di Pulcinella, ma finora non confermato.
Sir Tony Radakin farebbe forse meglio a concentrarsi un po’ di più sulle magagne della flotta britannica, tra portaerei che non vogliono saperne di partire per le grandi manovre e, soprattutto, prove di lancio dei missili Trident che si concludono ingloriosamente con un tuffo in mare del missile suddetto, a pochi metri dal sottomarino che lo ha lanciato.
Per inciso, il sottomarino in questione è l’HMS Vanguard, salito agli onori della cronaca l’anno scorso perché alcuni bulloni DELLA CAMERA DEL REATTORE NUCLEARE erano stati riparati con la colla. “Rule, Britannia! Britannia rule the waves“, niente da dire.
Però, tornando a Scholz e chiudendo il cerchio con la comica finale, ieri la fregata Hessen, spedita con gran fanfare nel Mar Rosso, ha scambiato un MQ-9 Reaper statunitense per un missile houthi e gli ha tirato appresso due missili RIM-66C SM-2.
La cosa comica non è però questa, è che entrambi i missili hanno mancato il bersaglio. “Imbarazzo per la nostra marina“, titola Bild.
Di questo passo il piano russo sarà tirarla in lungo e aspettare che la NATO, mai così unita come adesso, si autodistrugga.
PS: per il Giornale, ovviamente, il fido alleato germanico ha abbattuto un pericolosissimo missile houthi. Non hanno ancora aggiornato la pagina.
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02/11/2023
L’ultima impresa della Meloni
In che mani siamo... Pensiamo che ai piani alti dei più importanti consigli di amministrazione, in tutta Europa e sicuramente anche negli Stati Uniti, molti telefoni siano attraversati dallo stesso messaggio: “In Italia abbiamo sbagliato un’altra volta, ci tocca inventarci un nuovo presidente del consiglio”.
E la fortuna di Giorgia Meloni è stata persino grande. La telefonata con i due comici russi, Vovan & Lexus, che si sono spacciati per il presidente della Commissione dell’Unione Africana, è avvenuta il 18 settembre. Prima, insomma, dell’inizio della guerra a Gaza (7 ottobre).
Altrimenti – trovando dall’altra parte del filo dei presunti africani, all’unanimità schierati con i palestinesi e contro Israele – avrebbe potuto dare qualche spunto dell’antico antimitismo fascista, e la registrazione avrebbe potuto così costargli l’immediata defenestrazione...
Mettiamo da parte tutto il lato comico, sicuramente sovrabbondante, a cominciare dall’assenza di un filtro decente per proteggere la massima carica politica del Paese da contatti indiscreti, per finire alla “richiamata” ai russi da Palazzo Chigi, dopo il primo tentativo andato a vuoto.
Lato che comunque rivela la pochezza di una struttura dirigente fatta evidentemente di “fedeli al capo” piuttosto che di “esperti”. A prescindere dalla leggerezza commessa dal suo staff, infatti è quello che lei dice, e come si comporta, che ci dà la “statura” del premier.
Concentriamoci dunque sul merito, ovvero su come Meloni ha affrontato quello che riteneva essere un interlocutore internazionale.
Giustamente molti degli sfottò si sono concentrati su quella premessa, fatta ad un certo punto della lunga conversazione: “Posso chiederti qualcosa, fra me e te...?”, che evidenzia una estraneità antropologica al comportarsi “da istituzione”.
Pur non avendo nessuno di noi ricoperto ruoli istituzionali, tuttavia abbiamo accumulato nel corso dei decenni una qualche pratica nei rapporti internazionali. Con altre organizzazioni, associazioni, università e persino istituzioni statuali.
E in nessun luogo mai, neanche al livello più “orizzontale” (tra associazioni, per esempio), abbiamo registrato una analoga “scivolata” dal livello della discussione “tra soggetti collettivi” a quello della “confidenza di corridoio” (“fra me e te…”).
Se non altro per “mantenere un tono”, ed esser presi sul serio, ci si affida ad un linguaggio “ufficiale”, anche quando le posizioni individuali o l’umana curiosità spingerebbero per “saperne qualcosa di più”. Una questione di rispetto per l’interlocutore (una “istituzione”), ma anche per se stessi (“rappresentanti” di una istituzione, di una collettività, di interessi organizzati).
L’atteggiamento di Meloni, insomma, è invece quello del pour parler informale, tipico della frequentazione quotidiana tra portaborse e cronisti parlamentari. Che però hanno almeno la giustificazione del conoscersi reciprocamente molto bene, tanto da sapere cosa dire e cosa non dire per non rischiare inutili “incidenti” di percorso (che poi avvengono lo stesso, a dimostrazione del limitato autocontrollo di questa genia...).
Meloni, insomma, cerca la “confidenza” addirittura con un presunto alto funzionario di cui non ha probabilmente mai sentito parlare prima (anche se accreditato dal suo “consigliere diplomatico”). Un perfetto sconosciuto di cui ignori storia, frequentazioni, cultura, affidabilità, sistemi di relazione, “obbedienze” e convenienze.
Non è una questione di “etichetta” – che pure ha la sua rilevanza, nelle relazioni internazionali – ma di “serietà” e “livello”. Essere considerati poco seri e non all’altezza ti fa trovare molte porte completamente chiuse. E se non riesci ad interloquire, non puoi neanche rappresentare positivamente gli interessi del tuo Paese (o meglio: della classe dirigente di quel paese).
Una condizione che peraltro Meloni confessa, nella telefonata, essere già così: “Ma il problema è che agli altri non interessa. Non hanno risposto al telefono quando li ho chiamati”. E difficilmente la situazione sarà migliore, dopo questa figuraccia...
Ma qualcosa di utile – dal nostro malevolo punto di vista – Meloni ce l’ha detta. Sulla guerra in Ucraina: “Vedo che c’è molta stanchezza, devo dire la verità. Da tutti i lati. Siamo vicini al momento in cui tutti capiranno che abbiamo bisogno di una via d’uscita”.
Qui la questione è tutta politica e clamorosa: i governi occidentali – sia in Europa che negli States, ma altrove lo si ammette esplicitamente – non ne possono più del conflitto con la Russia e stanno solo aspettando il momento per trovare una quadra che salvi capra e cavoli. Insomma, un compromesso che congeli la situazione sul campo, ma permetta ad entrambe le parti di intestarsi una “vittoria” che non somiglia affatto a quella sostenuta ufficialmente (la riconquista del Donbas e della Crimea, la caduta di Putin, ecc.).
È semplicemente il contrario di quel che viene ripetuto in pubblico ogni giorno. Mentre governi e pennivendoli di ogni testata continuano a definire “putiniana” ogni testa pensante che, fin dall’inizio della guerra, propone di cercare... “una via d’uscita” con mezzi diplomatici, così da non rischiare un’escalation nucleare.
La conclusione è insomma semplice. Meloni dice una cosa e ne fa regolarmente un’altra, spesso l’opposta. Se fa così a livello internazionale – dove gli interlocutori dispongono di tutti gli strumenti per verificare lo scarto tra parole e fatti – figuriamoci cosa può combinare a livello delle “cose interne”. Come con la “manovra”, su pensioni, scuola, sanità, investimenti, salario minimo, tasse indirette (quelle sulle merci, che pesano molto di più sui redditi bassi e fissi), ecc.
La caduta di credibilità non sarà certo immediata, vista la copertura benevola garantitale finora dai grandi media, ma la strada è aperta. Anche per un popolo capacissimo di credere alle barzellette come quello italico.
Ma non è questa la notizia peggiore per “Gioggia”. È l’inadeguatezza che ha dimostrato rispetto al ruolo che le è stato affidato. E su questo, nei consigli di amministrazione più importanti, non si può transigere. Va trovato o costruito un altro “premier”, un altro manchurian candidate. Ci vorrà un po’ di tempo, i concorrenti sono tanti ma nessuno minimamente credibile. O “vendibile” sul mercato della politica...
C’è da dire che anche quei consiglieri di amministrazione non ne imbroccano una da anni. Avevano tirato su uno come Renzi, abilissimo nell’impastrocchiare battute e conferenze sul “Rinascimento” al miglior offerente. Ma “scarsino”, diciamo così, sulle questioni di Stato (uno che sussurra ai servizi segreti all’autogrill, insomma...).
Avevano per un po’ puntato su Salvini, ma è bastata un’estate al Papeete per svelarne l’inconsistenza. Ora pure Meloni sta arrivando a fine corsa...
Mai che venga loro il dubbio che, a forza di ridurre “la politica” a pura ricerca dei consensi – perché tanto le decisioni importanti vengono prese a Washington, Bruxelles e nei cda – sia pressoché inevitabile selezionare una serie di buoni piazzisti senz’altra arte.
Colpa loro, insomma.
Per il vostro divertimento, e magari un briciolo di riflessione, ecco il testo completo della conversazione con i due comici russi. Ossia con gli unici, in questa storia, che hanno fatto seriamente il loro mestiere (qualunque esso sia...).
Buona lettura.
E la fortuna di Giorgia Meloni è stata persino grande. La telefonata con i due comici russi, Vovan & Lexus, che si sono spacciati per il presidente della Commissione dell’Unione Africana, è avvenuta il 18 settembre. Prima, insomma, dell’inizio della guerra a Gaza (7 ottobre).
Altrimenti – trovando dall’altra parte del filo dei presunti africani, all’unanimità schierati con i palestinesi e contro Israele – avrebbe potuto dare qualche spunto dell’antico antimitismo fascista, e la registrazione avrebbe potuto così costargli l’immediata defenestrazione...
Mettiamo da parte tutto il lato comico, sicuramente sovrabbondante, a cominciare dall’assenza di un filtro decente per proteggere la massima carica politica del Paese da contatti indiscreti, per finire alla “richiamata” ai russi da Palazzo Chigi, dopo il primo tentativo andato a vuoto.
Lato che comunque rivela la pochezza di una struttura dirigente fatta evidentemente di “fedeli al capo” piuttosto che di “esperti”. A prescindere dalla leggerezza commessa dal suo staff, infatti è quello che lei dice, e come si comporta, che ci dà la “statura” del premier.
Concentriamoci dunque sul merito, ovvero su come Meloni ha affrontato quello che riteneva essere un interlocutore internazionale.
Giustamente molti degli sfottò si sono concentrati su quella premessa, fatta ad un certo punto della lunga conversazione: “Posso chiederti qualcosa, fra me e te...?”, che evidenzia una estraneità antropologica al comportarsi “da istituzione”.
Pur non avendo nessuno di noi ricoperto ruoli istituzionali, tuttavia abbiamo accumulato nel corso dei decenni una qualche pratica nei rapporti internazionali. Con altre organizzazioni, associazioni, università e persino istituzioni statuali.
E in nessun luogo mai, neanche al livello più “orizzontale” (tra associazioni, per esempio), abbiamo registrato una analoga “scivolata” dal livello della discussione “tra soggetti collettivi” a quello della “confidenza di corridoio” (“fra me e te…”).
Se non altro per “mantenere un tono”, ed esser presi sul serio, ci si affida ad un linguaggio “ufficiale”, anche quando le posizioni individuali o l’umana curiosità spingerebbero per “saperne qualcosa di più”. Una questione di rispetto per l’interlocutore (una “istituzione”), ma anche per se stessi (“rappresentanti” di una istituzione, di una collettività, di interessi organizzati).
L’atteggiamento di Meloni, insomma, è invece quello del pour parler informale, tipico della frequentazione quotidiana tra portaborse e cronisti parlamentari. Che però hanno almeno la giustificazione del conoscersi reciprocamente molto bene, tanto da sapere cosa dire e cosa non dire per non rischiare inutili “incidenti” di percorso (che poi avvengono lo stesso, a dimostrazione del limitato autocontrollo di questa genia...).
Meloni, insomma, cerca la “confidenza” addirittura con un presunto alto funzionario di cui non ha probabilmente mai sentito parlare prima (anche se accreditato dal suo “consigliere diplomatico”). Un perfetto sconosciuto di cui ignori storia, frequentazioni, cultura, affidabilità, sistemi di relazione, “obbedienze” e convenienze.
Non è una questione di “etichetta” – che pure ha la sua rilevanza, nelle relazioni internazionali – ma di “serietà” e “livello”. Essere considerati poco seri e non all’altezza ti fa trovare molte porte completamente chiuse. E se non riesci ad interloquire, non puoi neanche rappresentare positivamente gli interessi del tuo Paese (o meglio: della classe dirigente di quel paese).
Una condizione che peraltro Meloni confessa, nella telefonata, essere già così: “Ma il problema è che agli altri non interessa. Non hanno risposto al telefono quando li ho chiamati”. E difficilmente la situazione sarà migliore, dopo questa figuraccia...
Ma qualcosa di utile – dal nostro malevolo punto di vista – Meloni ce l’ha detta. Sulla guerra in Ucraina: “Vedo che c’è molta stanchezza, devo dire la verità. Da tutti i lati. Siamo vicini al momento in cui tutti capiranno che abbiamo bisogno di una via d’uscita”.
Qui la questione è tutta politica e clamorosa: i governi occidentali – sia in Europa che negli States, ma altrove lo si ammette esplicitamente – non ne possono più del conflitto con la Russia e stanno solo aspettando il momento per trovare una quadra che salvi capra e cavoli. Insomma, un compromesso che congeli la situazione sul campo, ma permetta ad entrambe le parti di intestarsi una “vittoria” che non somiglia affatto a quella sostenuta ufficialmente (la riconquista del Donbas e della Crimea, la caduta di Putin, ecc.).
È semplicemente il contrario di quel che viene ripetuto in pubblico ogni giorno. Mentre governi e pennivendoli di ogni testata continuano a definire “putiniana” ogni testa pensante che, fin dall’inizio della guerra, propone di cercare... “una via d’uscita” con mezzi diplomatici, così da non rischiare un’escalation nucleare.
La conclusione è insomma semplice. Meloni dice una cosa e ne fa regolarmente un’altra, spesso l’opposta. Se fa così a livello internazionale – dove gli interlocutori dispongono di tutti gli strumenti per verificare lo scarto tra parole e fatti – figuriamoci cosa può combinare a livello delle “cose interne”. Come con la “manovra”, su pensioni, scuola, sanità, investimenti, salario minimo, tasse indirette (quelle sulle merci, che pesano molto di più sui redditi bassi e fissi), ecc.
La caduta di credibilità non sarà certo immediata, vista la copertura benevola garantitale finora dai grandi media, ma la strada è aperta. Anche per un popolo capacissimo di credere alle barzellette come quello italico.
Ma non è questa la notizia peggiore per “Gioggia”. È l’inadeguatezza che ha dimostrato rispetto al ruolo che le è stato affidato. E su questo, nei consigli di amministrazione più importanti, non si può transigere. Va trovato o costruito un altro “premier”, un altro manchurian candidate. Ci vorrà un po’ di tempo, i concorrenti sono tanti ma nessuno minimamente credibile. O “vendibile” sul mercato della politica...
C’è da dire che anche quei consiglieri di amministrazione non ne imbroccano una da anni. Avevano tirato su uno come Renzi, abilissimo nell’impastrocchiare battute e conferenze sul “Rinascimento” al miglior offerente. Ma “scarsino”, diciamo così, sulle questioni di Stato (uno che sussurra ai servizi segreti all’autogrill, insomma...).
Avevano per un po’ puntato su Salvini, ma è bastata un’estate al Papeete per svelarne l’inconsistenza. Ora pure Meloni sta arrivando a fine corsa...
Mai che venga loro il dubbio che, a forza di ridurre “la politica” a pura ricerca dei consensi – perché tanto le decisioni importanti vengono prese a Washington, Bruxelles e nei cda – sia pressoché inevitabile selezionare una serie di buoni piazzisti senz’altra arte.
Colpa loro, insomma.
Per il vostro divertimento, e magari un briciolo di riflessione, ecco il testo completo della conversazione con i due comici russi. Ossia con gli unici, in questa storia, che hanno fatto seriamente il loro mestiere (qualunque esso sia...).
Buona lettura.
*****
Comico russo: “Che piacere sentirti, grazie per il tuo tempo”.
Meloni: “Come stai?”
Comico russo: “Sto bene, ho sentito notizie molto brutte”.
Meloni: “Sì, sì, la situazione è un po’ difficile, la situazione è molto difficile per noi da gestire. Dall’inizio dell’anno, dunque in pochi mesi, abbiamo avuto più di 120mila persone arrivate principalmente dalla Tunisia. Quindi la situazione è molto difficile da ogni punto di vista. Dal punto di vista umanitario, logistico, di sicurezza. Ciò che vedo è che questi flussi rischiano di aumentare per la situazione che c’è in Africa, soprattutto nel Sahel ma anche per il problema del grano, per tutti i problemi che tu conosci meglio di me. Stiamo lavorando anche nell’Unione Europea per un memorandum in Tunisia per aiutare, non solo per gestire la migrazione. La mia idea è sempre che si debbano fare molte altre cose”.
Comico russo: “Sono d’accordo. Ho appena incontrato Charles Michel, abbiamo avuto una conversazione riguardo la situazione. Ha detto che il problema è che l’Italia non può fermarli. E pensa che il problema è un problema soprattutto per l’Italia”.
Meloni: “Sì, assolutamente. L’Europa per molto tempo ha pensato di poter risolvere il problema limitandolo all’Italia. Quello che non capiscono è che è impossibile. La portata di questo fenomeno colpisce, secondo me, non solo l’Unione Europea, ma anche le Nazioni Unite. Ma il problema è che agli altri non interessa. Non hanno risposto al telefono quando li ho chiamati. E sono tutti d’accordo sul fatto che l’Italia deve risolvere da sola questo problema. Penso che è una maniera molto stupida di pensare a queste cose”.
Comico russo: “Ho provato a parlarne a Macron, ma anche lui rifiuta di comprendere la mia posizione…”.
Meloni: “Posso chiederti qualcosa, fra me e te…? Tu pensi che ciò che sta accadendo, per esempio in Niger, sia qualcosa che va contro la Francia?”.
Comico russo: “Dico di sì. Specialmente adesso…”.
Meloni: “Vedo che la Francia sta spingendo per una sorta di intervento ma io sto cercando di capire come possiamo sostenere uno sforzo diplomatico. Dobbiamo stare attenti”.
Comico russo: “Perché i francesi non capiscono quelle che sarebbero le ulteriori conseguenze. Se ci fosse un’aggressione militare questo condurrebbe ad un’altra crisi migratoria”.
Meloni: “Ma loro hanno altre priorità, che non sono l’immigrazione in nazioni come il Niger come sai. Il loro punto di vista non è necessariamente il mio. Loro hanno l’uranio, il franco africano… Loro hanno delle priorità che sono priorità nazionali. Noi stiamo provando a dire loro…non dobbiamo – come si dice – fare cose che ci creano più problemi di quanti già ne abbiamo”.
Comico russo: “Ma un altro problema è come lavorare sulla nuova iniziativa del Mar Nero. Cosa ne pensi di sbloccare alcune banche russe?”.
Meloni: “Penso che dobbiamo discuterne. Dobbiamo trovare una soluzione per una situazione che è impossibile da fronteggiare per noi. Ci deve essere una soluzione. Ne ho discusso anche al G20 nel meeting sull’Africa. Se noi permettiamo alla Russia di ricattarci potrebbe essere ancora peggio. Ma se non troviamo altre soluzioni diventa un problema impossibile. In qualche modo dobbiamo uscirne. La Polonia potrebbe essere la strada giusta ma stanno avendo problemi…”.
Comico russo: “Il problema è che ci aspettavamo che la guerra potesse finire grazie ad una buona controffensiva ucraina, ma ora vedo che non è così di successo come mi aspettavo. Quindi (…) molti nostri e miei amici nel continente stanno aspettando un qualsiasi negoziato affinché Ucraina e Russia fermino questo conflitto”.
Meloni: “Lo capisco. E anche l’immigrazione e i problemi che abbiamo con l’inflazione, la crisi energetica, è difficile per tutti noi. (…) Uno dei miei piani strategici su cui sto tentando di discutere anche con gli altri Paesi europei è un piano di investimento per l’energia in Africa. Penso che potrebbe essere, assolutamente non immediato quando inizi a fare un investimento…Nei primi giorni di novembre presenteremo qui a Roma in una conferenza il nostro Piano Mattei, che consiste nell’investire soprattutto nell’energia per l’Africa, per produrla e per esportarla se riescono. Il prossimo anno avremo anche la presidenza del G7. E mi piacerebbe concentrare la nostra presidenza del G7 soprattutto sul tema dell’Africa. Andiamo verso un’epoca in cui (…) è già troppo tardi. Dobbiamo muoverci”.
Comico russo: “Posso chiederti cosa pensi dei piani di alcuni funzionari britannici di inviare alcuni migranti in Ruanda?”.
Meloni: “Sì. Non ne ho discusso. Non so quali sono gli elementi di questo accordo. Il problema che abbiamo è anche che queste persone che arrivano illegalmente sono impossibili da integrare. Loro perdono molto tempo nell’intervallo che impieghiamo a processare le loro richieste, e poi perdiamo le tracce di molti di loro, alcuni finiscono tra le mani della criminalità organizzata, alcuni vanno in altri Paesi e tentano di rimandarli indietro…”
Comico russo: “Ma pensi che la Commissione Europea lo capisca?”.
Meloni: “Cosa?”
Comico russo: “Pensi che la Commissione Europea comprenda questa…”.
Meloni: “La Commissione Europea DICE di capirlo (ride, ndB). Il problema è di quanto tempo ha bisogno per darci risposte concrete. In conclusione del Consiglio Europeo, nelle parole di Ursula von der Leyen, loro capiscono assolutamente ma quando chiedi di prendere i soldi e di investire per aiutarci, per discutere con questi Paesi, beh, lì diventa più difficile. Devo dire la verità. Questo riguarda anche la Tunisia. Ho organizzato questo memorandum tra Europa e Tunisia che il presidente Saied ha firmato con noi alla metà di luglio, ma lui non ha visto ancora un euro”.
Comico russo: “Quanto pensi che durerà il conflitto tra Ucraina e Russia? Hai avuto conversazioni con il presidente Biden e altri?”.
Meloni: “Vedo che c’è molta stanchezza, devo dire la verità. Da tutti i lati. Siamo vicini al momento in cui tutti capiranno che abbiamo bisogno di una via d’uscita. Il problema è trovarne una che possa essere accettabile per entrambi senza distruggere il diritto internazionale. Ho alcune idee su questo, su come gestire la situazione ma sto aspettando il momento giusto per mettere sul tavolo questo idee”.
Comico russo: “L’Ucraina non sta avendo il successo che tutti ci aspettavamo…”.
Meloni: “La controffensiva dell’Ucraina forse non sta funzionando come ci aspettavamo. Sta andando avanti ma non ha cambiato le sorti del conflitto. Dunque tutti capiamo che potrebbe durare molti anni se non proviamo a trovare qualche soluzione. Il problema è quale situazione è accettabile per entrambi senza aprire altri conflitti. (…) Tu sai cosa penso riguardo la Libia. Forse non lo sai (ride, ndB). Potremmo discuterne per ore, amico mio, su ciò che è accaduto in Libia! Forse oggi qualcuno capisce che la situazione del dopo non è stata così buona, non è stata migliore. (Incomprensibile) Dobbiamo fare funzionare il nostro cervello.
Comico russo: “Abbiamo bisogno di soldi ma non ne chiediamo ad altre istituzioni come la Commissione Europea. Vedo che tutti i soldi dell’UE stanno andando in Ucraina adesso”.
Meloni: “Ciò su cui sto lavorando è farne arrivare anche in Africa. Questo è il mio primo impegno. Come saprai se segui un po’ ciò che dico a tutti, dagli americani alla NATO, dico ovunque che dobbiamo prenderci cura dell’Africa”.
Comico russo: “Inoltre non sono d’accordo con l’ideologia nazionale dell’Ucraina, intendo Bandera, ci sono nazionalisti in Ucraina, che è la cosa che la Russia odia maggiormente”.
Meloni: “No, non sono d’accordo. Loro hanno il diritto di farlo. Io penso che il problema del nazionalismo è un problema che ha Putin”.
Comico russo: “Sto parlando di Stepan Bandera, è una persona che la Russia presenta come Hitler”.
Meloni: “Non lo so. Io penso che stanno facendo quello che devono e ciò che è loro diritto di fare. E noi stiamo cercando di aiutarli”.
Comico russo: “Ad ogni modo, signora primo ministro, grazie per questa conversazione”.
Meloni: “No grazie a te! Spero che possiamo avere altre occasioni. Grazie, grazie mille. Ciao”.
Fonte
21/09/2023
USA - “Grosso guaio” a Williamsburg per l’F-35
L’acquisto da parte dell’Italia di decine di costosissimi (e tutt’altro che sicuri) F-35 dalla statunitense Lockeed, negli anni scorso è stato spesso al centro di polemiche e scontro politico sulle spese militari.
Come sappiamo l’Italia ha un programma che prevede l’acquisto di 90 velivoli F-35, dei quali 60 nella versione A e 30 nella versione B, quest’ultimi suddivisi tra Aeronautica e Marina.
Ma quanto accaduto nei giorni scorsi negli Stati Uniti getta una nuova e pesante ombra sull’efficacia degli F-35 statunitensi e la decisione bipartisan di vari governi italiani di spendere miliardi per acquistarli (ad agosto 2022 ne sono stati già acquistati 18 per la bella cifra di 524 milioni di dollari, fatevi due conti).
È accaduto infatti che un caccia F-35 della Marina Militare Usa, sia precipitato durante una missione sulla Carolina del Sud.
Secondo l’agenzia statunitense Bloomberg, dopo molte ricerche sono stati ritrovati i rottami dell'F-35 della Marina Militare, scomparso dopo che il suo pilota si è espulso dal velivolo durante una missione di addestramento sopra la Carolina del Sud.
I detriti sono stati trovati nella contea di Williamsburg, a nord-est dell’area inizialmente presa di mira dalle squadre di ricerca dopo che domenica l’aereo era scomparso dai radar. Le ricerche erano state allargate a squadre dei Marines, della Marina, della Civil Air Patrol e delle forze dell’ordine locali.
“I membri della comunità dovrebbero evitare l’area mentre la squadra di recupero mette in sicurezza il campo di detriti“, ha dichiarato la Joint Base Charleston in un comunicato di lunedì sera, annunciando la scoperta. Ma, secondo Bloomberg, la dichiarazione non diceva chi, esattamente, avesse trovato i detriti.
In precedenza, il capo del Corpo dei Marines aveva ordinato una pausa nelle operazioni aeree per rivedere la sicurezza e le migliori pratiche in seguito alla misteriosa scomparsa del caccia più avanzato degli Stati Uniti, l’ultimo aereo perso in una recente serie di incidenti.
I Marines hanno dichiarato in un comunicato che il generale Eric Smith, comandante ad interim del servizio, “ha dato ordine a tutte le unità di aviazione del Corpo dei Marines di condurre una pausa di due giorni nelle operazioni questa settimana per discutere le questioni di sicurezza aerea e le migliori pratiche“.
Il documento cita tre incidenti di “classe A” nelle ultime sei settimane: l’F-35 perso domenica e altri due incidenti della stessa classe: la caduta di un F/A-18 in California che ha ucciso il pilota e quello di un MV-22 Osprey in Australia, che ha ucciso cinque Marines.
Ma, sempre secondo Bloomberg, nella vicenda è emersa anche l’incapacità dell’esercito di rintracciare il sofisticato velivolo, il che ha sollevato dubbi sul fatto che il suo transponder – un dispositivo che invia segnali sulla posizione di un aereo – funzionasse correttamente durante il volo e dopo l’espulsione del pilota.
“Non sappiamo con esattezza quale fosse il problema del transponder, ma il punto fondamentale è che avevamo bisogno dell’aiuto del pubblico per rintracciare l’aereo“, ha dichiarato Jeremy Huggins, un portavoce civile della base di Charleston. I transponder “dovrebbero normalmente funzionare“, ha detto.
“L’incidente è attualmente oggetto di indagine“, ha dichiarato in un comunicato il 2nd Marine Aircraft Wing. “Il Dipartimento della Marina ha un processo ben definito per indagare gli incidenti aerei. Non possiamo fornire ulteriori dettagli per preservare l’integrità del processo investigativo“.
L’aereo della Lockeed caduto nella Carolina del Sud era una versione a decollo verticale utilizzata dal Corpo dei Marines. Il jet è apprezzato per le sue qualità stealth, che lo rendono difficile da rilevare dai radar.
Il programma F-35, il più costoso programma di armamenti degli Stati Uniti di sempre, dovrebbe costare 412 miliardi di dollari per lo sviluppo e l’acquisizione, più altri 1.200 miliardi di dollari per il funzionamento e la manutenzione della flotta in oltre 60 anni.
Un singolo jet può costare più di 160 milioni di dollari, a seconda della variante. Vengono utilizzati dall’Aeronautica e dalla Marina, oltre che dai Marines.
Ma al danno serio, anzi serissimo, si è aggiunta anche la beffa. A darne resoconto è la seriosa rivista statunitense Forbes che rileva come sulla scomparsa del costosissimo e modernissimo aereo militare la rete si sia scatenata, sia con i meme sia con ipotesi fantapolitiche secondo cui l’aereo era stato dirottato a Cuba!
Sebbene il pilota sia stato in grado di espellersi in sicurezza e sia stato portato in un centro medico locale in condizioni stabili, la posizione dell’F-35B – la variante a decollo e atterraggio corto/verticale (SVTOL) del Joint Strike Fighter – era rimasta sconosciuta fino a lunedì mattina.
“Non sorprende che sui social media ci siano state molte prese in giro, con meme che vedevano il jet sul lato di cartoni del latte e manifesti scomparsi, mentre altri chiedevano addirittura ‘Amico, hai visto il mio F-35?'”, scrive l’autorevole rivista Forbes.
“Mentre questi post non sono stati presi sul serio, altri hanno iniziato a ipotizzare che il jet fosse volato a Cuba con l’assistenza cinese. Questa ipotesi è diventata rapidamente il centro di una selvaggia teoria della cospirazione, e alcuni non hanno apparentemente pensato che si trattasse di uno scherzo, anche se non ha senso”.
Ma di fronte al dilagare delle tesi “complottiste”, le autorità militari e i mass media sono stati costretti a replicare ricorrendo ad alcuni esperti. Ma anche qui le tesi sono apparse assai divaricanti se non fumose.
“Se fosse arrivato fino a Cuba sarebbe stato abbastanza alto da essere rilevato dai radar“, ha spiegato a Forbes il dottor Matthew J. Schmidt, professore associato di sicurezza nazionale e scienze politiche all’Università di New Haven.
L'F-35 non è effettivamente invisibile ai radar, ma è noto per la sua piccola traccia che lascia sui radar. La teoria attuale degli esperti di aviazione era che il velivolo si sia schiantato sotto il fogliame o fosse sott’acqua in uno dei laghi della regione.
“Il motivo per cui è difficile da trovare è che probabilmente è andato giù, sotto il radar, non su. Inoltre, trattandosi del CONUS, l’intero sistema di tracciamento non è progettato appositamente per monitorare gli incidenti aerei“, ha aggiunto Schmidt.
“L’F-35 è un caccia stealth e non sarà facilmente individuato dai radar civili in caso di caduta ad alta velocità“.
Fatto sta che sia le versioni ufficiali, sia quelle complottiste, non possono negare un dato rilevante: i costosissimi F-35 della Lockeed sono tutt’altro che affidabili. A questo punto l’Italia, invece di sottostare al ruolo del “cliente d’oro”, dovrebbe e potrebbe buttare meno soldi per comprare gli F-35 e destinarli a cause migliori; la sanità, per esempio.
Fonte
Come sappiamo l’Italia ha un programma che prevede l’acquisto di 90 velivoli F-35, dei quali 60 nella versione A e 30 nella versione B, quest’ultimi suddivisi tra Aeronautica e Marina.
Ma quanto accaduto nei giorni scorsi negli Stati Uniti getta una nuova e pesante ombra sull’efficacia degli F-35 statunitensi e la decisione bipartisan di vari governi italiani di spendere miliardi per acquistarli (ad agosto 2022 ne sono stati già acquistati 18 per la bella cifra di 524 milioni di dollari, fatevi due conti).
È accaduto infatti che un caccia F-35 della Marina Militare Usa, sia precipitato durante una missione sulla Carolina del Sud.
Secondo l’agenzia statunitense Bloomberg, dopo molte ricerche sono stati ritrovati i rottami dell'F-35 della Marina Militare, scomparso dopo che il suo pilota si è espulso dal velivolo durante una missione di addestramento sopra la Carolina del Sud.
I detriti sono stati trovati nella contea di Williamsburg, a nord-est dell’area inizialmente presa di mira dalle squadre di ricerca dopo che domenica l’aereo era scomparso dai radar. Le ricerche erano state allargate a squadre dei Marines, della Marina, della Civil Air Patrol e delle forze dell’ordine locali.
“I membri della comunità dovrebbero evitare l’area mentre la squadra di recupero mette in sicurezza il campo di detriti“, ha dichiarato la Joint Base Charleston in un comunicato di lunedì sera, annunciando la scoperta. Ma, secondo Bloomberg, la dichiarazione non diceva chi, esattamente, avesse trovato i detriti.
In precedenza, il capo del Corpo dei Marines aveva ordinato una pausa nelle operazioni aeree per rivedere la sicurezza e le migliori pratiche in seguito alla misteriosa scomparsa del caccia più avanzato degli Stati Uniti, l’ultimo aereo perso in una recente serie di incidenti.
I Marines hanno dichiarato in un comunicato che il generale Eric Smith, comandante ad interim del servizio, “ha dato ordine a tutte le unità di aviazione del Corpo dei Marines di condurre una pausa di due giorni nelle operazioni questa settimana per discutere le questioni di sicurezza aerea e le migliori pratiche“.
Il documento cita tre incidenti di “classe A” nelle ultime sei settimane: l’F-35 perso domenica e altri due incidenti della stessa classe: la caduta di un F/A-18 in California che ha ucciso il pilota e quello di un MV-22 Osprey in Australia, che ha ucciso cinque Marines.
Ma, sempre secondo Bloomberg, nella vicenda è emersa anche l’incapacità dell’esercito di rintracciare il sofisticato velivolo, il che ha sollevato dubbi sul fatto che il suo transponder – un dispositivo che invia segnali sulla posizione di un aereo – funzionasse correttamente durante il volo e dopo l’espulsione del pilota.
“Non sappiamo con esattezza quale fosse il problema del transponder, ma il punto fondamentale è che avevamo bisogno dell’aiuto del pubblico per rintracciare l’aereo“, ha dichiarato Jeremy Huggins, un portavoce civile della base di Charleston. I transponder “dovrebbero normalmente funzionare“, ha detto.
“L’incidente è attualmente oggetto di indagine“, ha dichiarato in un comunicato il 2nd Marine Aircraft Wing. “Il Dipartimento della Marina ha un processo ben definito per indagare gli incidenti aerei. Non possiamo fornire ulteriori dettagli per preservare l’integrità del processo investigativo“.
L’aereo della Lockeed caduto nella Carolina del Sud era una versione a decollo verticale utilizzata dal Corpo dei Marines. Il jet è apprezzato per le sue qualità stealth, che lo rendono difficile da rilevare dai radar.
Il programma F-35, il più costoso programma di armamenti degli Stati Uniti di sempre, dovrebbe costare 412 miliardi di dollari per lo sviluppo e l’acquisizione, più altri 1.200 miliardi di dollari per il funzionamento e la manutenzione della flotta in oltre 60 anni.
Un singolo jet può costare più di 160 milioni di dollari, a seconda della variante. Vengono utilizzati dall’Aeronautica e dalla Marina, oltre che dai Marines.
Ma al danno serio, anzi serissimo, si è aggiunta anche la beffa. A darne resoconto è la seriosa rivista statunitense Forbes che rileva come sulla scomparsa del costosissimo e modernissimo aereo militare la rete si sia scatenata, sia con i meme sia con ipotesi fantapolitiche secondo cui l’aereo era stato dirottato a Cuba!
Sebbene il pilota sia stato in grado di espellersi in sicurezza e sia stato portato in un centro medico locale in condizioni stabili, la posizione dell’F-35B – la variante a decollo e atterraggio corto/verticale (SVTOL) del Joint Strike Fighter – era rimasta sconosciuta fino a lunedì mattina.
“Non sorprende che sui social media ci siano state molte prese in giro, con meme che vedevano il jet sul lato di cartoni del latte e manifesti scomparsi, mentre altri chiedevano addirittura ‘Amico, hai visto il mio F-35?'”, scrive l’autorevole rivista Forbes.
“Mentre questi post non sono stati presi sul serio, altri hanno iniziato a ipotizzare che il jet fosse volato a Cuba con l’assistenza cinese. Questa ipotesi è diventata rapidamente il centro di una selvaggia teoria della cospirazione, e alcuni non hanno apparentemente pensato che si trattasse di uno scherzo, anche se non ha senso”.
Ma di fronte al dilagare delle tesi “complottiste”, le autorità militari e i mass media sono stati costretti a replicare ricorrendo ad alcuni esperti. Ma anche qui le tesi sono apparse assai divaricanti se non fumose.
“Se fosse arrivato fino a Cuba sarebbe stato abbastanza alto da essere rilevato dai radar“, ha spiegato a Forbes il dottor Matthew J. Schmidt, professore associato di sicurezza nazionale e scienze politiche all’Università di New Haven.
L'F-35 non è effettivamente invisibile ai radar, ma è noto per la sua piccola traccia che lascia sui radar. La teoria attuale degli esperti di aviazione era che il velivolo si sia schiantato sotto il fogliame o fosse sott’acqua in uno dei laghi della regione.
“Il motivo per cui è difficile da trovare è che probabilmente è andato giù, sotto il radar, non su. Inoltre, trattandosi del CONUS, l’intero sistema di tracciamento non è progettato appositamente per monitorare gli incidenti aerei“, ha aggiunto Schmidt.
“L’F-35 è un caccia stealth e non sarà facilmente individuato dai radar civili in caso di caduta ad alta velocità“.
Fatto sta che sia le versioni ufficiali, sia quelle complottiste, non possono negare un dato rilevante: i costosissimi F-35 della Lockeed sono tutt’altro che affidabili. A questo punto l’Italia, invece di sottostare al ruolo del “cliente d’oro”, dovrebbe e potrebbe buttare meno soldi per comprare gli F-35 e destinarli a cause migliori; la sanità, per esempio.
Fonte
13/06/2023
Napoli, non erano dirottatori ma 15 poveri migranti. La figuraccia di Crosetto
Non erano terroristi, mostri o delinquenti i tredici uomini, due donne (una incinta) tutti siriani, afghani, iracheni. Non hanno dirottato nessuna nave. Erano poveri migranti che avevano deciso di provare a raggiungere l’Europa nascosti dentro uno degli autocarri imbarcati su una nave cargo in rotta dalla Turchia alla Francia.
La favola dei “dirottatori” del mercantile Galata Seaways è stata inventata a tarda sera dal ministro della Difesa Guido Crosetto al Forum della Masseria di Bruno Vespa.
Crosetto ha annunciato la “cattura” dopo un’operazione da guerra in grande stile che ha visto impegnati per diverse ore gli incursori dei corpi speciali del battaglione San Marco della Marina militare, gli equipaggi di mezzi della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza e, a sera, anche una cinquantina di uomini della squadra mobile di Napoli e della Guardia di Finanza impegnati in una vera e propria caccia all’uomo nelle viscere della nave alla ricerca dei migranti che non erano stati bloccati al momento dell’intervento delle forze speciali e che avevano cercato rifugio negli anfratti del cargo.
A scovarli, quando a sera la nave è stata condotta nella rada del porto di Napoli, sono stati i filmati della videosorveglianza. “Volevano tentare la fuga dalla nave via mare di notte”, la bizzarra ipotesi del ministro Crosetto. Propaganda di guerra. Esibizionismo da macchietta. Sceneggiata.
I sedicenti dirottatori possedevano solo due taglierini. Non avevano alcun legame con organizzazioni terroristiche. Lo confermano le forze di polizia. La Squadra Mobile di Napoli e il Gico della Guardia di Finanza hanno ascoltato nella notte, in Questura, il comandante della nave e i 15 clandestini trovati a bordo dalle forze dell’ordine.
Il comandante ha riferito agli inquirenti di aver visto due clandestini armati di coltello che si aggiravano nella sala macchine della nave dove però non sono riusciti a entrare. A questo punto i due clandestini si sono ricongiunti con gli altri. Per questo motivo ha lanciato l’allarme.
La polizia giudiziaria – Gico del Nucleo di Polizia economico-finanziaria e Roan della Guardia di Finanza e Squadra Mobile di Napoli hanno sequestrato il temperino. I 13 uomini saranno accompagnati in un centro di accoglienza; le due donne, una incinta, sono invece in ospedale per accertamenti.
Quindi, erano 15 poveri migranti, scappavano dai loro Paesi in guerra. Guerre alimentate dai nostri governi e dalle nostre armi. Crosetto già dipendente di aziende produttrici di armi ha collezionato l’ennesima figura marrone.
Fonte
La favola dei “dirottatori” del mercantile Galata Seaways è stata inventata a tarda sera dal ministro della Difesa Guido Crosetto al Forum della Masseria di Bruno Vespa.
Crosetto ha annunciato la “cattura” dopo un’operazione da guerra in grande stile che ha visto impegnati per diverse ore gli incursori dei corpi speciali del battaglione San Marco della Marina militare, gli equipaggi di mezzi della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza e, a sera, anche una cinquantina di uomini della squadra mobile di Napoli e della Guardia di Finanza impegnati in una vera e propria caccia all’uomo nelle viscere della nave alla ricerca dei migranti che non erano stati bloccati al momento dell’intervento delle forze speciali e che avevano cercato rifugio negli anfratti del cargo.
A scovarli, quando a sera la nave è stata condotta nella rada del porto di Napoli, sono stati i filmati della videosorveglianza. “Volevano tentare la fuga dalla nave via mare di notte”, la bizzarra ipotesi del ministro Crosetto. Propaganda di guerra. Esibizionismo da macchietta. Sceneggiata.
I sedicenti dirottatori possedevano solo due taglierini. Non avevano alcun legame con organizzazioni terroristiche. Lo confermano le forze di polizia. La Squadra Mobile di Napoli e il Gico della Guardia di Finanza hanno ascoltato nella notte, in Questura, il comandante della nave e i 15 clandestini trovati a bordo dalle forze dell’ordine.
Il comandante ha riferito agli inquirenti di aver visto due clandestini armati di coltello che si aggiravano nella sala macchine della nave dove però non sono riusciti a entrare. A questo punto i due clandestini si sono ricongiunti con gli altri. Per questo motivo ha lanciato l’allarme.
La polizia giudiziaria – Gico del Nucleo di Polizia economico-finanziaria e Roan della Guardia di Finanza e Squadra Mobile di Napoli hanno sequestrato il temperino. I 13 uomini saranno accompagnati in un centro di accoglienza; le due donne, una incinta, sono invece in ospedale per accertamenti.
Quindi, erano 15 poveri migranti, scappavano dai loro Paesi in guerra. Guerre alimentate dai nostri governi e dalle nostre armi. Crosetto già dipendente di aziende produttrici di armi ha collezionato l’ennesima figura marrone.
Fonte
14/05/2023
Il prof. Rovelli escluso dalla Fiera del Libro di Francoforte perchè è contro la guerra. O forse no...
Come previsto continua l’epurazione da eventi istituzionali di tutte le personalità che in questi mesi si sono opposte e continuano a opporsi al coinvolgimento dell’Italia nella guerra. La notizia, vergognosa e clamorosa al tempo stesso, è l’esclusione del prof. Carlo Rovelli, scienziato di fama internazionale, come rappresentante dell’Italia alla Fiera del Libro di Francoforte.
In queste ore è stata scritta una ennesima pagina vergognosa ma emblematica del clima di guerra e del clima che la guerra rovescia anche nella vita democratica, intellettuale e civile nel nostro paese. Un maccartismo di ritorno che ha via via escluso o limitato fortemente la presenza di personalità contrarie alla guerra nelle televisioni e sui giornali.
L’esclusione è la punizione imposta per le prese di posizione del prof. Rovelli contro la guerra e soprattutto dopo il suo intervento dal palco del recente concerto del 1 Maggio a San Giovanni.
Il prof. Rovelli ha reso pubblica la lettera ricevuta dal commissario italiano della Fiera del Libro di Francoforte. Una lettera dai toni decisamente imbarazzati e imbarazzanti, nella quale si afferma che uno scienziato italiano noto e stimato a livello mondiale non potrà rappresentare l’Italia perché potrebbe trasformarsi “in un motivo di imbarazzo per chi quel giorno rappresenterà l’Italia”.
A firmare la lettera è il commissario italiano per la Fiera del Libro di Francoforte Riccardo Franco Levi. Si tratta di un esponente vicino al PD, nominato da Mario Draghi il 14 marzo 2022 “commissario straordinario del governo per le attività connesse alla partecipazione dell’Italia, quale paese d’onore, alla Fiera del Libro di Francoforte”.
È stato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione nel secondo governo Prodi (2006-2008) e portavoce del “governo-ombra” durante la direzione di Veltroni nel PD. Ma è evidentemente anche un “funzionario” che subisce la pressione dell'”azionista di riferimento”, disponibile per qualsiasi padrone.
Poi, dopo la figuraccia internazionale, Levi ha annunciato la retromarcia.
Qui di seguito la lettera ricevuta dal prof. Carlo Rovelli, da lui resa pubblica nella giornata di ieri.
In queste ore è stata scritta una ennesima pagina vergognosa ma emblematica del clima di guerra e del clima che la guerra rovescia anche nella vita democratica, intellettuale e civile nel nostro paese. Un maccartismo di ritorno che ha via via escluso o limitato fortemente la presenza di personalità contrarie alla guerra nelle televisioni e sui giornali.
L’esclusione è la punizione imposta per le prese di posizione del prof. Rovelli contro la guerra e soprattutto dopo il suo intervento dal palco del recente concerto del 1 Maggio a San Giovanni.
Il prof. Rovelli ha reso pubblica la lettera ricevuta dal commissario italiano della Fiera del Libro di Francoforte. Una lettera dai toni decisamente imbarazzati e imbarazzanti, nella quale si afferma che uno scienziato italiano noto e stimato a livello mondiale non potrà rappresentare l’Italia perché potrebbe trasformarsi “in un motivo di imbarazzo per chi quel giorno rappresenterà l’Italia”.
A firmare la lettera è il commissario italiano per la Fiera del Libro di Francoforte Riccardo Franco Levi. Si tratta di un esponente vicino al PD, nominato da Mario Draghi il 14 marzo 2022 “commissario straordinario del governo per le attività connesse alla partecipazione dell’Italia, quale paese d’onore, alla Fiera del Libro di Francoforte”.
È stato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione nel secondo governo Prodi (2006-2008) e portavoce del “governo-ombra” durante la direzione di Veltroni nel PD. Ma è evidentemente anche un “funzionario” che subisce la pressione dell'”azionista di riferimento”, disponibile per qualsiasi padrone.
Poi, dopo la figuraccia internazionale, Levi ha annunciato la retromarcia.
Qui di seguito la lettera ricevuta dal prof. Carlo Rovelli, da lui resa pubblica nella giornata di ieri.
*****
L’Italia mi ha chiesto di rappresentarla alla cerimonia di apertura della Fiera del Libro di Francoforte, ma siccome ho osato criticare il ministro della difesa, il mio intervento è stato cancellato:
Da: DG-BDA – COMMISSARIO FIERA LIBRO DI FRANCOFORTE DEL 2024
Data: 12 Maggio 2023
A: carlo rovelli
Oggetto: Re: Frankfurter Buchmesse 2024
Professore carissimo, è con grande pena che mi accingo a scriverle questa lettera. Con grande pena ma senza infingimenti.
Il clamore, l’eco, le reazioni che hanno fatto seguito al suo intervento al concerto del 1 maggio mi inducono a pensare, mi danno, anzi, la quasi certezza, che la sua lezione che così fortemente avevo immaginato e voluto per la cerimonia di inaugurazione della Buchmesse con l’Italia Ospite d’Onore diverrebbe l’occasione non per assaporare, guidati dalle sue parole, il fascino della ricerca e per lanciare uno sguardo ai confini della conoscenza, ma, invece, per rivivere polemiche e attacchi.
Ciò che più di ogni altra cosa sento il dovere di evitare – e di questo mi prendo tutta, personale la responsabilità – è che un’occasione di festa e anche di giusto orgoglio nazionale, si trasformi in un motivo di imbarazzo per chi quel giorno rappresenterà l’Italia. E non le nascondo la speranza che il nostro paese sia rappresentato al massimo livello istituzionale.
Sono portato a pensare che lei per primo avrà immaginato gli scenari che le sue parole avrebbero aperto. Questo non vale, certo, ad attenuare il peso di questa lettera. Lettera che mai avrei voluto scrivere. Spero, almeno, che possa contribuire a non farmi perdere la sua amicizia.
Con l’augurio di poter presto leggere un suo nuovo libro e, magari, di incontrarla di persona, le invio, caro professore, il migliore dei saluti.
Ricardo Franco Levi
COMMISSARIO FIERA LIBRO DI FRANCOFORTE DEL 2024
*****
La guerra produce fascismo
La guerra produce fascismo
Con singolare coincidenza, mentre tutto il sistema politico italiano si prepara a riverire ed esaltare Zelensky come campione di democrazia, il fisico Carlo Rovelli è stato escluso dalla fiera del libro di Francoforte. La sua colpa è aver criticato la guerra e il ministro Crosetto; e la colpa aggiuntiva di aver rifiutato un suo invito a cena.
Così, mentre Presidente della Repubblica governo e finta opposizione esalteranno le armi per la libertà, contro uno scienziato libero si compie un atto di autentico fascismo, degno erede delle tristi imprese del MinCulPop.
Del resto prima o poi doveva succedere, l’Italia è in guerra e le prima vittime della guerra sono sempre libertà e verità.
Oggi coloro che si dichiarano contrari alla guerra vengono accusati di essere servi del nemico, come i socialisti pacifisti nella Prima Guerra Mondiale. E queste accuse prima o poi hanno sempre delle conseguenze. La dittatura fascista del secolo scorso fu una di queste.
Certo oggi non siamo ancora a quello, ma la via della feroce intolleranza è aperta e ogni giorno il sistema ne percorre dei passi.
Uno di questi passi è considerare il regime di Zelensky una democrazia. Non lo è, perché l’opposizione è vietata e in carcere, il controllo sulla informazione è totale, le minacce e le azioni contro i dissidenti sono continue, il nazionalismo etnico, quello che piace a Lollobrigida, è ideologia e pratica del potere.
Attenzione, lo dico subito perché sento già alzarsi l’urlo dello squadrismo guerrafondaio: questo non giustifica la guerra intrapresa dalla Russia. Così come il regime di Gheddafi o quello di Saddam Hussein non giustificavano le guerre NATO.
Oggi la guerra non si giustifica mai, andrebbe ripudiata come mezzo di risoluzione delle contese internazionali, come dice l’articolo più ignorato e violato della nostra Costituzione.
La pace non è utopia, visto che i pragmatici signori della guerra non hanno risolto una sola delle loro crisi e se non li fermiamo ci portano dritti alla terza guerra mondiale.
Solo il negoziato e la diplomazia, solo il riconoscimento di tutte le posizioni e di tutte le realtà mondiali, possono portare ad una concreta pace. La pace è realismo, la guerra è follia.
Su questa linea si muovono il Vaticano e la Cina e i governanti italiani ed europei dovrebbero spendere tutti se stessi per queste loro iniziative, invece che ignorarle, boicottarle, lanciare stupidi proclami di vittoria.
Ma il danno collaterale più grave della guerra è la menzogna sulla democrazia. Se per giustificare l’invio delle armi è necessario trasformare in democratico un regime che democratico non è, il veleno di questa scelta intossica anche il nostro sistema. Se quella di Zelensky è una democrazia, allora anche la nostra democrazia può diventare come quella ucraina.
E così diventa normale che lo scienziato pacifista Carlo Rovelli sia punito solo ed esclusivamente per aver espresso le sue idee. E che nessuno dei “democratici”si indigni per questo.
Solidarietà a Rovelli, non bisogna mollare di un millimetro la lotta contro la guerra.
Perché la guerra produce fascismo.
Giorgio Cremaschi
Fonte
19/04/2023
La Corte Costituzionale decide che Cospito non può essere condannato all’ergastolo
Ottima notizia per Alfredo Cospito – rinchiuso in regime di 41bis ancora prima di essere stato condannato ad una pena che lo renda giustificabile (l’ergastolo “ostativo”) – e allo stesso tempo una pessima notizia per tutte le istituzioni che si sono fin qui occupate della vicenda confermando un pregiudizio incostituzionale contro un militante anarchico senza organizzazione (il 41bis, ufficialmente, dovrebbe servire a rompere i rapporti tra un prigioniero e un’organizzazione, in questo caso inesistente).
La Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi sul caso, sollevato dalla Corte d’Assise di Torino (organo giudicante, non certo la Procura – ovvero “l’accusa”, ideologicamente formata a suo tempo da quell’autentico equivoco di nome Giancarlo Caselli, ritenuto “di sinistra” per le frequentazioni, non certo per la cultura giuridica [il suo ideale era certamente “il massimo della pena”] – ha riconosciuto che è “incostituzionale non riconoscere le attenuanti generiche”.
Una sottigliezza giuridica, com’era inevitabile, che però prende atto del fatto che non si possono precludere, per il reato di “strage politica”, sconti di pena “nei casi di recidiva aggravata”.
Dietro la sottigliezza giuridica sta il fatto clamorosamente evidente: la “strage politica” di cui è imputato Cospito – l’esplosione di un ordigno fatto con polvere pirica (quella dei “botti” di capodanno), nella notte, fuori della caserma dei carabinieri di Fossano, senza provocare né feriti né, tantomeno, morti – molto difficilmente, in un paese minimamente serio, può essere considerato un “reato gravissimo”.
Segnaliamo per dovere di informazione che neanche per Piazza Fontana o la strage alla stazione di Bologna, nel 1980, una qualsiasi corte abbia provato ad evocare quest’arma giudiziaria “fine di mondo”. Il “caso Cospito”, in questo senso, è un’invenzione...
Insomma: nella sentenza della Consulta di fatto si dice che la pena a cui può essere condannato Alfredo Cospito può e deve variare – tenendo conto di “attenuanti” come l’assenza di feriti e soprattutto morti – fino ad un massimo di 24 anni. Non pochi, sicuramente, ma in pratica la metà di quanto è considerato un ergastolo (40 anni, per i calcoli della legge “Gozzini”). E senza 41 bis, anzi, con l’ordinaria gestione dell’esecuzione delle pene considerate quasi “minori”...
Dice la sentenza: “In continuità con i suoi numerosi e conformi precedenti sulla disposizione censurata, la Corte ha ritenuto tale norma costituzionalmente illegittima nella parte in cui vieta al giudice di considerare eventuali circostanze attenuanti come prevalenti sulla circostanza aggravante della recidiva di cui all’art. 99, quarto comma, cod. pen., nei casi in cui il reato è punito con la pena edittale dell’ergastolo”.
In altri termini: il giudice che dovrà determinare in futuro la pena di Cospito per il “petardone” di Fossano potrà anche, ma solo in linea teorica, propendere per la pena dell’ergastolo. Ma non gli potrà essere impedito di valutare le “circostanze attenuanti”: ovvero l’assenza di vittime.
Secondo la Corte, il carattere “fisso” della pena dell’ergastolo per “strage politica” esige comunque che il giudice possa operare “l’ordinario bilanciamento” tra circostanze aggravanti e attenuanti previsto dai primi tre commi dello stesso articolo 69. Conseguentemente, il giudice dovrà valutare, caso per caso, se applicare la pena dell’ergastolo oppure, laddove reputi prevalenti le attenuanti, una diversa pena detentiva (molto minore).
Tutti coloro che hanno avuto a che fare col caso di Cospito (corti, tribunali di sorveglianza, fino al ministro Nordio) dovrebbero correre a dimettersi per manifesta ignoranza dei parametri fondamentali della Costituzione Italiana.
Non a caso nata dalla Resistenza. Ossia dalla sconfitta del fascismo, che ogni tanto rimette la testa fuori. Persino nelle aule dei tribunali.
Una defaillance mostruosa per un governo fascista, che mette in atto la stessa logica incostituzionale ovunque metta le mani: dal salario alla scuola, dalla sanità all’immigrazione, dal lavoro femminile alla partecipazione alla guerra.
Fonte
La Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi sul caso, sollevato dalla Corte d’Assise di Torino (organo giudicante, non certo la Procura – ovvero “l’accusa”, ideologicamente formata a suo tempo da quell’autentico equivoco di nome Giancarlo Caselli, ritenuto “di sinistra” per le frequentazioni, non certo per la cultura giuridica [il suo ideale era certamente “il massimo della pena”] – ha riconosciuto che è “incostituzionale non riconoscere le attenuanti generiche”.
Una sottigliezza giuridica, com’era inevitabile, che però prende atto del fatto che non si possono precludere, per il reato di “strage politica”, sconti di pena “nei casi di recidiva aggravata”.
Dietro la sottigliezza giuridica sta il fatto clamorosamente evidente: la “strage politica” di cui è imputato Cospito – l’esplosione di un ordigno fatto con polvere pirica (quella dei “botti” di capodanno), nella notte, fuori della caserma dei carabinieri di Fossano, senza provocare né feriti né, tantomeno, morti – molto difficilmente, in un paese minimamente serio, può essere considerato un “reato gravissimo”.
Segnaliamo per dovere di informazione che neanche per Piazza Fontana o la strage alla stazione di Bologna, nel 1980, una qualsiasi corte abbia provato ad evocare quest’arma giudiziaria “fine di mondo”. Il “caso Cospito”, in questo senso, è un’invenzione...
Insomma: nella sentenza della Consulta di fatto si dice che la pena a cui può essere condannato Alfredo Cospito può e deve variare – tenendo conto di “attenuanti” come l’assenza di feriti e soprattutto morti – fino ad un massimo di 24 anni. Non pochi, sicuramente, ma in pratica la metà di quanto è considerato un ergastolo (40 anni, per i calcoli della legge “Gozzini”). E senza 41 bis, anzi, con l’ordinaria gestione dell’esecuzione delle pene considerate quasi “minori”...
Dice la sentenza: “In continuità con i suoi numerosi e conformi precedenti sulla disposizione censurata, la Corte ha ritenuto tale norma costituzionalmente illegittima nella parte in cui vieta al giudice di considerare eventuali circostanze attenuanti come prevalenti sulla circostanza aggravante della recidiva di cui all’art. 99, quarto comma, cod. pen., nei casi in cui il reato è punito con la pena edittale dell’ergastolo”.
In altri termini: il giudice che dovrà determinare in futuro la pena di Cospito per il “petardone” di Fossano potrà anche, ma solo in linea teorica, propendere per la pena dell’ergastolo. Ma non gli potrà essere impedito di valutare le “circostanze attenuanti”: ovvero l’assenza di vittime.
Secondo la Corte, il carattere “fisso” della pena dell’ergastolo per “strage politica” esige comunque che il giudice possa operare “l’ordinario bilanciamento” tra circostanze aggravanti e attenuanti previsto dai primi tre commi dello stesso articolo 69. Conseguentemente, il giudice dovrà valutare, caso per caso, se applicare la pena dell’ergastolo oppure, laddove reputi prevalenti le attenuanti, una diversa pena detentiva (molto minore).
Tutti coloro che hanno avuto a che fare col caso di Cospito (corti, tribunali di sorveglianza, fino al ministro Nordio) dovrebbero correre a dimettersi per manifesta ignoranza dei parametri fondamentali della Costituzione Italiana.
Non a caso nata dalla Resistenza. Ossia dalla sconfitta del fascismo, che ogni tanto rimette la testa fuori. Persino nelle aule dei tribunali.
Una defaillance mostruosa per un governo fascista, che mette in atto la stessa logica incostituzionale ovunque metta le mani: dal salario alla scuola, dalla sanità all’immigrazione, dal lavoro femminile alla partecipazione alla guerra.
Fonte
09/04/2023
La furia degli sfratti colpisce anche il questore di Roma
Abbiamo scritto spesso della furia cieca con cui, non solo a Roma, si procede con gli sfratti. Naturalmente, contestiamo quelli contro le occupazioni per necessità abitativa o contro le vittime di truffe (i “piani di zona”), non gli immancabili “furbetti” che anche in questo campo non mancano mai.
E non conosciamo, in questo caso, l’esatta posizione delle parti in causa, che dalle cronache sembrerebbe puramente privata, per un appartamento ad Ostia.
La vicenda viene infatti descritta come il caso di una studentessa che, ricevuto un appartamento in eredità dalla nonna, aveva avviato un braccio di ferro con l’inquilino che non pagava l’affitto, ottenendo alla fine lo sfratto esecutivo.
Nei giorni scorsi, la ragazza, l’ufficiale giudiziario, un fabbro e, come è previsto, anche le forze dell’ordine e un’ambulanza del 118, si sono presentati ad Ostia, ma la giovane pare non ricordasse bene l’esterno della casa.
Giunti all’indirizzo, l’ufficiale giudiziario, non ricevendo risposta al citofono né alla porta, ha dato ordine di forzare la serratura. Una volta all’interno però, la giovane si è resa conto che erano entrati nella casa sbagliata. E non ci è voluto molto per scoprire che si trattava niente meno che della casa del questore di Roma, Carmine Belfiore.
Ossia di colui che, in ultima istanza, conduce la campagna di sfratti nei quartieri popolari (quello dove è avvenuto “l’incidente” non può ovviamente esserlo).
L’ironia della storia è sempre al lavoro per mettere in mutande la prosopopea del potere, ma stavolta si è divertita davvero parecchio.
Dalla vicenda si può notare infatti con quale “precisione chirurgica” avvenga l’esecuzione di uno sfratto, nel mentre si procede comunque di forza (la presenza di agenti di polizia) e sulla base di interessi privati a volte neanche supportati da un’adeguata conoscenza. In pratica, “sfondo la prima porta che trovo“...
La studentessa aveva ovviamente ogni diritto di vedersi restituire l’immobile ereditato dalla nonna, ma l’operato delle “istituzioni” (ufficiale giudiziario e polizia) ne vien fuori come approssimativo e violento. Furioso ed anche cieco, insomma.
Sempre, anche quando si tratta di entrare in casa del “capo”...
Fonte
E non conosciamo, in questo caso, l’esatta posizione delle parti in causa, che dalle cronache sembrerebbe puramente privata, per un appartamento ad Ostia.
La vicenda viene infatti descritta come il caso di una studentessa che, ricevuto un appartamento in eredità dalla nonna, aveva avviato un braccio di ferro con l’inquilino che non pagava l’affitto, ottenendo alla fine lo sfratto esecutivo.
Nei giorni scorsi, la ragazza, l’ufficiale giudiziario, un fabbro e, come è previsto, anche le forze dell’ordine e un’ambulanza del 118, si sono presentati ad Ostia, ma la giovane pare non ricordasse bene l’esterno della casa.
Giunti all’indirizzo, l’ufficiale giudiziario, non ricevendo risposta al citofono né alla porta, ha dato ordine di forzare la serratura. Una volta all’interno però, la giovane si è resa conto che erano entrati nella casa sbagliata. E non ci è voluto molto per scoprire che si trattava niente meno che della casa del questore di Roma, Carmine Belfiore.
Ossia di colui che, in ultima istanza, conduce la campagna di sfratti nei quartieri popolari (quello dove è avvenuto “l’incidente” non può ovviamente esserlo).
L’ironia della storia è sempre al lavoro per mettere in mutande la prosopopea del potere, ma stavolta si è divertita davvero parecchio.
Dalla vicenda si può notare infatti con quale “precisione chirurgica” avvenga l’esecuzione di uno sfratto, nel mentre si procede comunque di forza (la presenza di agenti di polizia) e sulla base di interessi privati a volte neanche supportati da un’adeguata conoscenza. In pratica, “sfondo la prima porta che trovo“...
La studentessa aveva ovviamente ogni diritto di vedersi restituire l’immobile ereditato dalla nonna, ma l’operato delle “istituzioni” (ufficiale giudiziario e polizia) ne vien fuori come approssimativo e violento. Furioso ed anche cieco, insomma.
Sempre, anche quando si tratta di entrare in casa del “capo”...
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14/01/2023
Il senso del ridicolo contro mano
Una delle più esilaranti parodie di Maurizio Crozza è quando, impersonando Flavio Briatore, gli fa dire che i poveri inquinano, perché le loro auto sono lente, consumano e creano ingorghi ai caselli autostradali. Mentre lui, che con le sue auto di lusso, da casello a casello ci mette un lampo e passa senza creare code, abbatte l’inquinamento.
Ecco prendete questa visione satirica del mondo reale, capovolgetela e avrete l’ultima trovata retorica di Meloni.
“Abbassare le accise favorirebbe i ricchi che di benzina ne comprano di più e quindi risparmierebbero di più di quelli che faticano ad arrivare a fine mese”.
Meloni è una che il ridicolo non si accontenta di sfiorarlo... Lei il senso del ridicolo lo imbocca contromano a tutta velocità e gli si schianta contro.
Affermare che l’aumento del costo della benzina sia solo un problema della cilindrata di un’auto e non invece dell’intero sistema della grande distribuzione italiana è da dilettanti.
Se è vero che oltre l’80 per cento delle merci di largo consumo viaggia su gomma, l’aumento dei carburanti, combinato con l’aumento del prezzo dei pedaggi autostradali, significa l’automatico rincaro dei prezzi sulle bancherelle dei mercati, sugli scaffali dei supermercati, alla cassa del negozietto sotto casa, rincari che sono già enormi.
“L’impennata dell’inflazione pesa sul carrello degli italiani che hanno speso quasi 13 miliardi in più per acquistare cibi e bevande nel 2022 a causa dell’effetto valanga dei rincari energetici e della dipendenza dall’estero, in un contesto di aumento dei costi dovuto alla guerra in Ucraina che fa soffrire l’intera filiera, dai campi alle tavole”. Lo dice Coldiretti.
Quei 13 miliardi sono all’incirca la metà della prima manovra finanziaria varata dal governo, che non ha voluto bloccare le accise sui carburanti.
La realtà sociale del paese sfugge ai ciarlatani della comunicazione di Palazzo Chigi, o per meglio dire glene importa poco. La verità sta nell’aumento medio del 9,1% dei prezzi dei beni alimentari e delle bevande nel 2022 rispetto all’anno precedente.
Secondo l’analisi Coldiretti/Censis il 72% degli italiani fa ormai solo acquisti nei discount, mentre l’83% punta su prodotti in offerta, in promozione.
Quella che costa più di tutto è la verdura, poi ci sono pane, pasta e riso, a seguire la carne e i salumi, al quarto posto la frutta che precede il pesce, poi il latte, i formaggi e le uova e infine l’olio e il burro. È proprio il famoso cibo made in Italy che tanto eccita la propaganda governativa.
Chissà se “er cognato”, ministro dell’agricoltura, è a conoscenza che – secondo la Coldiretti – l’intera filiera agroalimentare sta con l’acqua alla gola: l’agricoltura italiana subisce aumenti dei costi che vanno dal +170% dei concimi al +90% dei mangimi, al +129% per il gasolio fino al +500% delle bollette per pompare l’acqua per l’irrigazione dei raccolti.
Dire roboanti castronerie è nel Dna della destra di origine fascista, come quando c’era Lui che voleva spezzare le reni alla Grecia o fermare l’invasione sul bagnasciuga (linea di galleggiamento dello scafo delle barche).
Però dire che bloccare le accise della benzina favorisce i ricchi è sensazionale. Dà l’idea di quello che ci si può aspettare dall’attuale governo.
Magari qualcosa di più serio e concreto della pezza che Giorgetti ha cercato di cucire per mettere una toppa alla toppata di Meloni.
Fonte
Ecco prendete questa visione satirica del mondo reale, capovolgetela e avrete l’ultima trovata retorica di Meloni.
“Abbassare le accise favorirebbe i ricchi che di benzina ne comprano di più e quindi risparmierebbero di più di quelli che faticano ad arrivare a fine mese”.
Meloni è una che il ridicolo non si accontenta di sfiorarlo... Lei il senso del ridicolo lo imbocca contromano a tutta velocità e gli si schianta contro.
Affermare che l’aumento del costo della benzina sia solo un problema della cilindrata di un’auto e non invece dell’intero sistema della grande distribuzione italiana è da dilettanti.
Se è vero che oltre l’80 per cento delle merci di largo consumo viaggia su gomma, l’aumento dei carburanti, combinato con l’aumento del prezzo dei pedaggi autostradali, significa l’automatico rincaro dei prezzi sulle bancherelle dei mercati, sugli scaffali dei supermercati, alla cassa del negozietto sotto casa, rincari che sono già enormi.
“L’impennata dell’inflazione pesa sul carrello degli italiani che hanno speso quasi 13 miliardi in più per acquistare cibi e bevande nel 2022 a causa dell’effetto valanga dei rincari energetici e della dipendenza dall’estero, in un contesto di aumento dei costi dovuto alla guerra in Ucraina che fa soffrire l’intera filiera, dai campi alle tavole”. Lo dice Coldiretti.
Quei 13 miliardi sono all’incirca la metà della prima manovra finanziaria varata dal governo, che non ha voluto bloccare le accise sui carburanti.
La realtà sociale del paese sfugge ai ciarlatani della comunicazione di Palazzo Chigi, o per meglio dire glene importa poco. La verità sta nell’aumento medio del 9,1% dei prezzi dei beni alimentari e delle bevande nel 2022 rispetto all’anno precedente.
Secondo l’analisi Coldiretti/Censis il 72% degli italiani fa ormai solo acquisti nei discount, mentre l’83% punta su prodotti in offerta, in promozione.
Quella che costa più di tutto è la verdura, poi ci sono pane, pasta e riso, a seguire la carne e i salumi, al quarto posto la frutta che precede il pesce, poi il latte, i formaggi e le uova e infine l’olio e il burro. È proprio il famoso cibo made in Italy che tanto eccita la propaganda governativa.
Chissà se “er cognato”, ministro dell’agricoltura, è a conoscenza che – secondo la Coldiretti – l’intera filiera agroalimentare sta con l’acqua alla gola: l’agricoltura italiana subisce aumenti dei costi che vanno dal +170% dei concimi al +90% dei mangimi, al +129% per il gasolio fino al +500% delle bollette per pompare l’acqua per l’irrigazione dei raccolti.
Dire roboanti castronerie è nel Dna della destra di origine fascista, come quando c’era Lui che voleva spezzare le reni alla Grecia o fermare l’invasione sul bagnasciuga (linea di galleggiamento dello scafo delle barche).
Però dire che bloccare le accise della benzina favorisce i ricchi è sensazionale. Dà l’idea di quello che ci si può aspettare dall’attuale governo.
Magari qualcosa di più serio e concreto della pezza che Giorgetti ha cercato di cucire per mettere una toppa alla toppata di Meloni.
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09/01/2023
Ultras 1 – Piantedosi 0
“Quando ho visto il calendario ho subito pensato che sarebbe successo questo”. A parlare è un tifoso della curva sud, che frequenta i gruppi organizzati giallorossi, come riporta il sito di Repubblica. È nota la “permeabilità” politica delle curve, ed è altrettanto noto che questo non sfugge alla polizia.
E infatti, come lo sapevano i tifosi, lo sapeva la Digos, che aveva predisposto un presidio nell’area dell’autogrill di Badia al Pino – uno dei consueti palcoscenici degli scontri tra tifosi – e coinvolto la polizia stradale nell’eventualità si rendesse necessario fermare il traffico sull’autostrada. Decisione estrema.
Possiamo immaginare che bell’ingorgo proprio la domenica dell’ultimo giorno delle vacanze invernali. Fatto sta che durante i cinquanta minuti di scontri tra ultras rivali e nemici, l’Italia è rimasta tagliata in due, si sono formate code di oltre dieci chilometri, che hanno intrappolato le auto e i pullman di gitanti e di turisti, italiani e stranieri.
È stato un vero e proprio disastro operativo per l’ordine pubblico e per l’immagine del turismo italiano, su cui il ministro delle Infrastrutture ha cercato di mettere una pezza con una delle sue solite intemerate di maniera: “Questi non sono tifosi. Autostrada chiusa e viaggiatori italiani bloccati? Paghino tutti i danni di tasca loro, e mai più allo stadio”.
Le solite dichiarazioni da bar dello sport...
Stavolta, però, la coda di paglia di Salvini si è attorcigliata attorno al ministro dell’Interno – tanto caro e coccolato dal leader leghista – il quale è sempre troppo occupato a fare i dispetti alle ong, ma evidentemente incapace di prevenire turbative dell’ordine pubblico, tanto che, nonostante la polizia sapesse e presidiasse l’area, la situazione, prima sottovalutata, è poi clamorosamente sfuggita di mano.
È facile fare gli sceriffi con i ragazzi dei rave, con i migranti, o varare il coprifuoco intorno ai palazzi della politica per ostacolare il diritto a manifestare dei sindacati di base.
È quando si tratta di risolvere situazioni prima che diventino problemi che si rivelano politici improvvisati e fanno regolarmente cilecca.
Le poche capacità di visione politiche e di gestione delle tecniche delle donne e degli uomini di questo governo, accanto alla solita e stucchevole prosopopea vengono a galla ogni giorno che passa. Se la teoria del “merito” non fosse che una supercazzola, dopo i fatti di ieri, il ministro Piantedosi dovrebbe essere destituito.
Fonte
E infatti, come lo sapevano i tifosi, lo sapeva la Digos, che aveva predisposto un presidio nell’area dell’autogrill di Badia al Pino – uno dei consueti palcoscenici degli scontri tra tifosi – e coinvolto la polizia stradale nell’eventualità si rendesse necessario fermare il traffico sull’autostrada. Decisione estrema.
Possiamo immaginare che bell’ingorgo proprio la domenica dell’ultimo giorno delle vacanze invernali. Fatto sta che durante i cinquanta minuti di scontri tra ultras rivali e nemici, l’Italia è rimasta tagliata in due, si sono formate code di oltre dieci chilometri, che hanno intrappolato le auto e i pullman di gitanti e di turisti, italiani e stranieri.
È stato un vero e proprio disastro operativo per l’ordine pubblico e per l’immagine del turismo italiano, su cui il ministro delle Infrastrutture ha cercato di mettere una pezza con una delle sue solite intemerate di maniera: “Questi non sono tifosi. Autostrada chiusa e viaggiatori italiani bloccati? Paghino tutti i danni di tasca loro, e mai più allo stadio”.
Le solite dichiarazioni da bar dello sport...
Stavolta, però, la coda di paglia di Salvini si è attorcigliata attorno al ministro dell’Interno – tanto caro e coccolato dal leader leghista – il quale è sempre troppo occupato a fare i dispetti alle ong, ma evidentemente incapace di prevenire turbative dell’ordine pubblico, tanto che, nonostante la polizia sapesse e presidiasse l’area, la situazione, prima sottovalutata, è poi clamorosamente sfuggita di mano.
È facile fare gli sceriffi con i ragazzi dei rave, con i migranti, o varare il coprifuoco intorno ai palazzi della politica per ostacolare il diritto a manifestare dei sindacati di base.
È quando si tratta di risolvere situazioni prima che diventino problemi che si rivelano politici improvvisati e fanno regolarmente cilecca.
Le poche capacità di visione politiche e di gestione delle tecniche delle donne e degli uomini di questo governo, accanto alla solita e stucchevole prosopopea vengono a galla ogni giorno che passa. Se la teoria del “merito” non fosse che una supercazzola, dopo i fatti di ieri, il ministro Piantedosi dovrebbe essere destituito.
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25/09/2021
Economisti "simil-Brancaccio"?
Siparietto a SKY TG24. Nel dibattito tra Mario Monti ed Emiliano Brancaccio su politiche sanitarie, vaccini e brevetti, si inserisce un giornalista con idee singolari, come quella secondo cui i brevetti anti-covid non avrebbero avuto implicazioni sui profitti delle aziende farmaceutiche. Poco dopo il temerario tiene a dire la sua anche in tema di stabilità macrodinamica dichiarando che “la matematica del debito è abbastanza semplice” (sic), sennonché subito dopo dimentica una delle due sole variabili determinanti che aveva citato. Brancaccio con gentilezza corregge l’errore. Il giornalista però non reagisce benissimo e a quel punto si lancia in una divertente invettiva contro non meglio precisati economisti “simil-Brancaccio”, a suo avviso colpevoli di aver denunciato i danni della deflazione europea. Agevole la replica: “spero per lei che tra i simil-Brancaccio non metta anche Olivier Blanchard” dopo il famigerato mea-culpa IMF. Pare che il giornalista in questione sia direttore di un giornale. I migliori auguri al giornale.
Fonte
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30/04/2021
Liberati i compagni a Parigi, si sgonfia la “grande operazione”
Partiamo con la buona notizia. I nove compagni arrestati a Parigi su richiesta del governo italiano sono stati rimessi in libertà dopo poco più di 24 ore.
Libertà vigilata, con misure diverse (dall’obbligo di firma, all’obbligo di residenza), ma libertà. Del resto, come ha potuto constatare chi qualche volta è andato a trovare uno di loro, la “vigilanza” nei loro confronti non è mai stata interrotta.
L’obbligo per tutti di “non lasciare il territorio francese” sa quasi di scherzo: nessuno degli esuli, da quando è arrivato in Francia, ha mai lasciato neppure per un giorno il Paese. Troppo rischioso, vista la giungla delle normative europee sulle estradizioni e la possibilità di essere comunque “rapiti” da una delle tante polizie italiche (è accaduto davvero a Paolo Persichetti, sequestrato per strada a Parigi e trasportato nottetempo in Italia senza passare né per un commissariato e tanto meno per un giudice).
Resta al momento irreperibile soltanto Maurizio Di Marzio, che starà decidendo cosa fare, anche alla luce della libertà concessa anche ai due – Luigi Bergamin e Raffaele Ventura – che non erano in casa al momento della “visita” della polizia e che si erano poi spontaneamente presentati ieri mattina. Anche loro sono stati rimessi in libertà.
I giudici – secondo la legge francese – hanno notificato agli arrestati la nuova richiesta di estradizione da parte del governo italiano e chiesto, come da codice, se accettavano di essere rimandati in Italia. Ovvio il “no”, ripetuto da tutti e nove.
La palla ora passa alla Chambre de l’Instruction, che svolgerà il normale processo individuale previsto dalla legge, con tanto di esame delle carte, verifica delle prove e delle procedure, avvocati difensori, testimonianze, ecc. Nonché diritto all’appello. Alla fine, nel caso l’estradizione fosse concessa, la parola andrebbe al presidente della Repubblica e al primo ministro per la firma dell’atto.
Lo stesso Eliseo si è premurato di far sapere ai “colleghi” italiani che ci vorranno “non meno di due o tre anni”. E nel frattempo Macron avrà molto probabilmente lasciato la carica che indegnamente ricopre. Dunque – anche se l’iter giudiziario fosse negativo per i compagni – la parola finale sarà pronunciata da qualcun altro.
Finita la parte di cronaca, vediamo cosa significa.
I due governi hanno fatto una figura di merda. La “grande operazione antiterrorismo” – come è arrivato a definirla l’immaginifico gost writer di Luigi Di Maio – si è rivelata un puro atto di vendetta postuma su un gruppo di ex ribelli ormai piuttosto anziani e senza una seria base giuridica.
Un bel paradosso per i “campioni della legalità” che raccontano la favola horror della “giustizia che deve fare il suo corso”.
Vediamo perché. Dal lato italiano ci sono naturalmente le condanne comminate alcuni decenni fa. Il che darebbe una patina di “legalità” alla richiesta attuale. Ma se si va a guardare nei dettagli escono fuori “marachelle” che la dicono lunga sull’uso politico-poliziesco della legge da queste parti.
Per esempio. La fine costituzionalista Marta Cartabia, oggi ministro della giustizia, ha inserito l’”urgenza” tra le motivazioni della richiesta di estradizione. Sul piano logico e storico è una cosa priva di senso. Dopo 40 anni, infatti, l’unica “urgenza” immaginabile è legata al “rischio” che alcuni degli esuli muoiano prima di poter essere riportati in Italia (è già accaduto per diversi altri compagni ospitati in Francia).
A ben guardare, però, l’”urgenza” è legata anche allo scadere dei termini per la prescrizione del reato (il doppio della pena comminata), almeno per i non condannati all’ergastolo (che non prevede prescrizione).
Sappiamo che per almeno uno dei compagni – proprio Maurizio Di Marzio – quella scadenza arriva tra 10 giorni. Quindi “ora o mai più”, devono essersi detti ai piani alti dei vari ministeri coinvolti. Serviva proprio un fine costituzionalista per immaginare un inghippo del genere...
Per Bergamin, invece, il meccanismo della prescrizione era stato interrotto trovando un giudice disponibile ad affibbiargli la qualifica di “delinquente abituale”. Ossia una “etichetta” riservata a chi vive di reati contro il patrimonio (ladri, scippatori, truffatori, ecc.), che insomma “fa reddito” in quel modo e quindi “abitualmente” infrange le leggi.
Quale giustificazione possa essere addotta per appiopparla a uno che da 40 anni vive lavorando, sotto il controllo discreto delle forze dell’ordine di un altro paese, è davvero un mistero. È immaginabile però il tono della riunione in cui qualcuno ha diramato l’ordine “cercate un giudice che si inventa una formula per non farlo arrivare a scadenza, e poi se lo pijiamo...”.
L’abitudine a fare delle leggi carni di porco è una delle caratteristiche più costanti della classe dirigente italiana, forze repressive in primis. Basterebbe forse la testimonianza di una legatitaria senza se e senza ma, come Michela Murgia, minacciata da un poliziotto – con tanto di “mi dia i documenti” – per un suo articolo contro l’abitudine del generale Figliuolo a girare in divisa per i centri vaccinali...
Il passo falso di Macron
Da parte francese la situazione è ovviamente più complicata. Lì la “legislazione d’emergenza” non è ancora diventata un’abitudine. E nonostante la polizia sia forse ancora più brutale che in Italia, sembrano non esserci altrettante “pezze legali” per giustificare sempre e comunque l’arbitrio del potere.
Gestire un paese non è come gestire un fondo di investimento. Strano che un banchiere come Macron non ci abbia pensato...
Però i giudici che hanno preso in mano “la pratica” già ieri, e quelli che lo faranno nelle prossime settimane, si troveranno davanti fascicoli piene di decisioni già prese dalla magistratura francese; faldoni dove le “prove” esibite dai tribunali italiani sono state spesso smontate, messe in dubbio, contestate anche dal punto di vista del codice di procedura penale (naturalmente diverso tra i due paesi).
Come provavamo a spiegare in un altro articolo, i processi ai gruppi della lotta armata erano celebrati in modo decisamente “sbrigativo”. E l’unica condizione posta per l’ospitalità dalla “dottrina Mitterand” – “non aver commesso reati di sangue” – si scontrava fattualmente con sentenze in cui un imputato “poteva essere condannato per un ‘fatto di sangue’ anche se non vi aveva partecipato direttamente. Chi ha avuto la dubbia fortuna di poter leggere i dispositivi delle sentenze nei processi contro la lotta armata – si possono leggere ancora oggi – ha visto condannare in genere anche 20 o 30 imputati per una azione materialmente compiuta da 4 o 5 persone.”
Se un giudice è una persona normale, e non un “combattente in prima linea”, capisce immediatamente che la stragrande maggioranza dei condannati per un singolo reato “di sangue” sono, se non del tutto “innocenti” sul piano politico, sicuramente “estranei al fatto” su quello giudiziario.
E certamente molti giudici francesi hanno dovuto esaminare con occhio scandalizzato certe condanne – anche all’ergastolo, in primo grado! – comminate a persone che avevano al massimo incontrato un paio di volte un “clandestino”.
Ma il segreto del codice penale italiano è quel “concorso morale” che nessun paese di media cultura giuridica accetta di adottare. Specie in materia di “fatti violenti”, dove le condanne sono ovviamente pesantissime. In base a quel “trucco” giuridico, se un’azione viene compiuta da poche persone è comunque possibile condannarne decine come se fossero stati tutti presenti, partecipanti, attivi.
Non c’è dubbio, insomma, che i giudici francesi si ritroveranno ancora una volta a percorrere il museo degli orrori giuridici messo su dalla magistratura e dai legislatori italiani (molte delle leggi dell'”emergenza” furono scritte materialmente dagli stessi magistrati “antiterrorismo”).
Le infamie di casa nostra
Una parola va infine spesa per la classe dirigente italiana, in queste vicende. Compresa naturalmente la casta di giornalisti, intrattenitori, imbonitori tv, ecc.
Gente capace di strafalcioni storici come quello pubblicato da Domani, secondo cui anche Lotta Continua era un'”organizzazione terroristica” (chissà che ne pensano i Gad Lerner, i Guido Viale, le decine di giornalisti, manager, ecc. passati da quelle parti).
Presenzialisti senza professionalità che si ritrovano ora a dover disfare le borse con l’attrezzatura di ripresa per l’arrivo del “volo di stato” a Ciampino...
La narrazione falsaria ripetuta in coro in questi giorni è una sintesi sloganistica di quella decisa oltre 40 anni fa. Senza alcuna variazione. “Sono stati assassini senza alcuna ragione, non c’è stata alcuna guerra civile...” E altre stronzate del genere. Il peggiore, a parte i fascisti dichiarati, è forse Marco Travaglio...
Allora, a tutti questi immemori che blaterano, vorremmo ricordare le centinaia di morti uccisi dallo Stato (tramite i fascisti reclutati alla bisogna, ma a volte anche direttamente) mettendo bombe sui treni, nelle stazioni e nelle banche (Piazza Fontana docet).
Stragi per cui non c’è un solo condannato (se non il fascista Vinciguerra, per quella di Peteano, ma solo perché reo confesso), anche se persino la magistratura è arrivata ad identificare con certezza i responsabili... che non possono essere riprocessati perché assolti nel primo processo.
A quelle centinaia aggiungiamo necessariamente le decine di uccisi direttamente dalla polizia nelle manifestazioni, in tutto il dopoguerra e ancora fino a Genova 2001.
E poi le denunce, i millenni di galera, le vite rovinate per sempre di migliaia di persone che chiedevano diritti sul lavoro e nella società, salari migliori, un futuro per i figli...
Forse non è stata una “guerra civile” vera e propria, anche se qualche risposta violenta è arrivata, conferendole le caratteristiche della “bassa intensità”.
È stata certamente un massacro unilaterale, sempre.
Fonte
Libertà vigilata, con misure diverse (dall’obbligo di firma, all’obbligo di residenza), ma libertà. Del resto, come ha potuto constatare chi qualche volta è andato a trovare uno di loro, la “vigilanza” nei loro confronti non è mai stata interrotta.
L’obbligo per tutti di “non lasciare il territorio francese” sa quasi di scherzo: nessuno degli esuli, da quando è arrivato in Francia, ha mai lasciato neppure per un giorno il Paese. Troppo rischioso, vista la giungla delle normative europee sulle estradizioni e la possibilità di essere comunque “rapiti” da una delle tante polizie italiche (è accaduto davvero a Paolo Persichetti, sequestrato per strada a Parigi e trasportato nottetempo in Italia senza passare né per un commissariato e tanto meno per un giudice).
Resta al momento irreperibile soltanto Maurizio Di Marzio, che starà decidendo cosa fare, anche alla luce della libertà concessa anche ai due – Luigi Bergamin e Raffaele Ventura – che non erano in casa al momento della “visita” della polizia e che si erano poi spontaneamente presentati ieri mattina. Anche loro sono stati rimessi in libertà.
I giudici – secondo la legge francese – hanno notificato agli arrestati la nuova richiesta di estradizione da parte del governo italiano e chiesto, come da codice, se accettavano di essere rimandati in Italia. Ovvio il “no”, ripetuto da tutti e nove.
La palla ora passa alla Chambre de l’Instruction, che svolgerà il normale processo individuale previsto dalla legge, con tanto di esame delle carte, verifica delle prove e delle procedure, avvocati difensori, testimonianze, ecc. Nonché diritto all’appello. Alla fine, nel caso l’estradizione fosse concessa, la parola andrebbe al presidente della Repubblica e al primo ministro per la firma dell’atto.
Lo stesso Eliseo si è premurato di far sapere ai “colleghi” italiani che ci vorranno “non meno di due o tre anni”. E nel frattempo Macron avrà molto probabilmente lasciato la carica che indegnamente ricopre. Dunque – anche se l’iter giudiziario fosse negativo per i compagni – la parola finale sarà pronunciata da qualcun altro.
Finita la parte di cronaca, vediamo cosa significa.
I due governi hanno fatto una figura di merda. La “grande operazione antiterrorismo” – come è arrivato a definirla l’immaginifico gost writer di Luigi Di Maio – si è rivelata un puro atto di vendetta postuma su un gruppo di ex ribelli ormai piuttosto anziani e senza una seria base giuridica.
Un bel paradosso per i “campioni della legalità” che raccontano la favola horror della “giustizia che deve fare il suo corso”.
Vediamo perché. Dal lato italiano ci sono naturalmente le condanne comminate alcuni decenni fa. Il che darebbe una patina di “legalità” alla richiesta attuale. Ma se si va a guardare nei dettagli escono fuori “marachelle” che la dicono lunga sull’uso politico-poliziesco della legge da queste parti.
Per esempio. La fine costituzionalista Marta Cartabia, oggi ministro della giustizia, ha inserito l’”urgenza” tra le motivazioni della richiesta di estradizione. Sul piano logico e storico è una cosa priva di senso. Dopo 40 anni, infatti, l’unica “urgenza” immaginabile è legata al “rischio” che alcuni degli esuli muoiano prima di poter essere riportati in Italia (è già accaduto per diversi altri compagni ospitati in Francia).
A ben guardare, però, l’”urgenza” è legata anche allo scadere dei termini per la prescrizione del reato (il doppio della pena comminata), almeno per i non condannati all’ergastolo (che non prevede prescrizione).
Sappiamo che per almeno uno dei compagni – proprio Maurizio Di Marzio – quella scadenza arriva tra 10 giorni. Quindi “ora o mai più”, devono essersi detti ai piani alti dei vari ministeri coinvolti. Serviva proprio un fine costituzionalista per immaginare un inghippo del genere...
Per Bergamin, invece, il meccanismo della prescrizione era stato interrotto trovando un giudice disponibile ad affibbiargli la qualifica di “delinquente abituale”. Ossia una “etichetta” riservata a chi vive di reati contro il patrimonio (ladri, scippatori, truffatori, ecc.), che insomma “fa reddito” in quel modo e quindi “abitualmente” infrange le leggi.
Quale giustificazione possa essere addotta per appiopparla a uno che da 40 anni vive lavorando, sotto il controllo discreto delle forze dell’ordine di un altro paese, è davvero un mistero. È immaginabile però il tono della riunione in cui qualcuno ha diramato l’ordine “cercate un giudice che si inventa una formula per non farlo arrivare a scadenza, e poi se lo pijiamo...”.
L’abitudine a fare delle leggi carni di porco è una delle caratteristiche più costanti della classe dirigente italiana, forze repressive in primis. Basterebbe forse la testimonianza di una legatitaria senza se e senza ma, come Michela Murgia, minacciata da un poliziotto – con tanto di “mi dia i documenti” – per un suo articolo contro l’abitudine del generale Figliuolo a girare in divisa per i centri vaccinali...
Il passo falso di Macron
Da parte francese la situazione è ovviamente più complicata. Lì la “legislazione d’emergenza” non è ancora diventata un’abitudine. E nonostante la polizia sia forse ancora più brutale che in Italia, sembrano non esserci altrettante “pezze legali” per giustificare sempre e comunque l’arbitrio del potere.
Gestire un paese non è come gestire un fondo di investimento. Strano che un banchiere come Macron non ci abbia pensato...
Però i giudici che hanno preso in mano “la pratica” già ieri, e quelli che lo faranno nelle prossime settimane, si troveranno davanti fascicoli piene di decisioni già prese dalla magistratura francese; faldoni dove le “prove” esibite dai tribunali italiani sono state spesso smontate, messe in dubbio, contestate anche dal punto di vista del codice di procedura penale (naturalmente diverso tra i due paesi).
Come provavamo a spiegare in un altro articolo, i processi ai gruppi della lotta armata erano celebrati in modo decisamente “sbrigativo”. E l’unica condizione posta per l’ospitalità dalla “dottrina Mitterand” – “non aver commesso reati di sangue” – si scontrava fattualmente con sentenze in cui un imputato “poteva essere condannato per un ‘fatto di sangue’ anche se non vi aveva partecipato direttamente. Chi ha avuto la dubbia fortuna di poter leggere i dispositivi delle sentenze nei processi contro la lotta armata – si possono leggere ancora oggi – ha visto condannare in genere anche 20 o 30 imputati per una azione materialmente compiuta da 4 o 5 persone.”
Se un giudice è una persona normale, e non un “combattente in prima linea”, capisce immediatamente che la stragrande maggioranza dei condannati per un singolo reato “di sangue” sono, se non del tutto “innocenti” sul piano politico, sicuramente “estranei al fatto” su quello giudiziario.
E certamente molti giudici francesi hanno dovuto esaminare con occhio scandalizzato certe condanne – anche all’ergastolo, in primo grado! – comminate a persone che avevano al massimo incontrato un paio di volte un “clandestino”.
Ma il segreto del codice penale italiano è quel “concorso morale” che nessun paese di media cultura giuridica accetta di adottare. Specie in materia di “fatti violenti”, dove le condanne sono ovviamente pesantissime. In base a quel “trucco” giuridico, se un’azione viene compiuta da poche persone è comunque possibile condannarne decine come se fossero stati tutti presenti, partecipanti, attivi.
Non c’è dubbio, insomma, che i giudici francesi si ritroveranno ancora una volta a percorrere il museo degli orrori giuridici messo su dalla magistratura e dai legislatori italiani (molte delle leggi dell'”emergenza” furono scritte materialmente dagli stessi magistrati “antiterrorismo”).
Le infamie di casa nostra
Una parola va infine spesa per la classe dirigente italiana, in queste vicende. Compresa naturalmente la casta di giornalisti, intrattenitori, imbonitori tv, ecc.
Gente capace di strafalcioni storici come quello pubblicato da Domani, secondo cui anche Lotta Continua era un'”organizzazione terroristica” (chissà che ne pensano i Gad Lerner, i Guido Viale, le decine di giornalisti, manager, ecc. passati da quelle parti).
Presenzialisti senza professionalità che si ritrovano ora a dover disfare le borse con l’attrezzatura di ripresa per l’arrivo del “volo di stato” a Ciampino...
La narrazione falsaria ripetuta in coro in questi giorni è una sintesi sloganistica di quella decisa oltre 40 anni fa. Senza alcuna variazione. “Sono stati assassini senza alcuna ragione, non c’è stata alcuna guerra civile...” E altre stronzate del genere. Il peggiore, a parte i fascisti dichiarati, è forse Marco Travaglio...
Allora, a tutti questi immemori che blaterano, vorremmo ricordare le centinaia di morti uccisi dallo Stato (tramite i fascisti reclutati alla bisogna, ma a volte anche direttamente) mettendo bombe sui treni, nelle stazioni e nelle banche (Piazza Fontana docet).
Stragi per cui non c’è un solo condannato (se non il fascista Vinciguerra, per quella di Peteano, ma solo perché reo confesso), anche se persino la magistratura è arrivata ad identificare con certezza i responsabili... che non possono essere riprocessati perché assolti nel primo processo.
A quelle centinaia aggiungiamo necessariamente le decine di uccisi direttamente dalla polizia nelle manifestazioni, in tutto il dopoguerra e ancora fino a Genova 2001.
E poi le denunce, i millenni di galera, le vite rovinate per sempre di migliaia di persone che chiedevano diritti sul lavoro e nella società, salari migliori, un futuro per i figli...
Forse non è stata una “guerra civile” vera e propria, anche se qualche risposta violenta è arrivata, conferendole le caratteristiche della “bassa intensità”.
È stata certamente un massacro unilaterale, sempre.
Fonte
05/12/2020
Polonia e Ungheria incastrate con l’orgia gay
La prima reazione è chiaramente una risata strafottente. La notizia dell’europarlamentare neonazista ungherese – feroce fustigatore dei “costumi dissoluti”, difensore della “famiglia tradizionale”, ovviamente omofobo e razzista – beccato in un party gay a Bruxelles, in fuga nudo lungo una canna fumaria, è davvero la rappresentazione plastica di cosa sono sempre stati i fascisti di tutto il mondo: venduti, ipocriti, miserabili, moralmente abbietti e senza princìpi.
Si potrebbe andare avanti all’infinito, risalendo nella storia del Novecento, fino alle SA – poi liquidate dalle SS nella “notte dei lunghi coltelli” – praticamente le uniche formazioni a non nascondere la propria “dissolutezza morale” nell’ambito del neonazismo.
Ma per quanto divertente possa essere, ci sembra solo una parte della questione.
L’episodio ha messo a nudo – è il caso di dirlo – il demi-monde privilegiatissimo che contiene il dentro e il fuori del cosiddetto Parlamento Europeo, oltre che ovviamente gli altri palazzi istituzionali (Unione Europea, Commissione, ecc).
Che quella gente se la spassi a spese nostre (di tutti i popoli europei, pro quota) era sicuro. Vederlo dà un po’ di fastidio in più, ma non c’è da scandalizzarsene troppo: i fetenti possono recitare in televisione o in aula ma, fuori del ruolo per cui si fanno pagare, sono merdacce con tutti i loro vizi e preferenze.
Anche corrotti, naturalmente. E lo sono in modo “istituzionalizzato”, visto che le lobby organizzate dalle grandi multinazionali o dai gruppi finanziari sono legali, e “incentivano” parlamentari singoli o a gruppi a presentare proposte “europee” sulla base degli interessi aziendali di tizio o caio.
Però vediamo meglio le ultime notizie a corredo del “caso József Szájer”, capogruppo di Fidesz, il partito di Orbàn, che proprio in questi giorni festeggiava il decimo anniversario di governo.
Su diversi media appaiono interviste e dichiarazioni di tale David Manzheley, l’organizzatore del party gay incriminato. “Organizzo questi festini da un paio d’anni, polacchi e ungheresi sono tra gli ospiti più frequenti. All’ultimo festino c’erano esponenti polacchi, non europarlamentari ma con incarichi importanti al parlamento nazionale o nel governo“.
Ma ovviamente Manzheley non guardava con occhio critico al passaporto dei partecipanti alle sue orge, visto che ricorda bene anche la presenza di politici di Francia, Ucraina, Lussemburgo, Paesi Bassi, Svizzera, Olanda...
Una sorta di porto franco per parlamentari e alti funzionari in cerca di una serata scapestrata, insomma.
Ma unendo i puntini dei vari racconti esce fuori un quadro un po’ più articolato. Manzheley risulta ricercato in Polonia, con l’accusa di frode. Lui sostiene trattarsi di un caso di omonimia, ma intanto sta attento a non tornare da quelle parti, preferendo la festosa Bruxelles notturna da cui evidentemente ricava quanto gli occorre per viver bene (gli europarlamentari non vanno mica alle feste degli sfigati di periferia...).
Il secondo puntino riporta in Ungheria. József Szájer è stato naturalmente costretto alle dimissioni da qualsiasi incarico. Ma risulta ancora marito di Tünde Handó, ex presidente e tuttora membro della Corte costituzionale di Budapest. Ossia dell’istituzione che legittima le peggiori scelte del governo magiaro in materia di diritti, dalle leggi che vietano l’aborto a quelle per rendere reato l’omosessualità, fino alla riduzione della magistratura a potere sottoposto alla volontà dell’esecutivo.
Insomma, quel tipo di torsioni reazionarie che hanno spinto l’Unione Europea a vincolare la concessione dei prestiti del Recovery Fund al “rispetto dello Stato di diritto”, a Budapest come a Varsavia.
Qui il cerchio si chiude. Proprio Ungheria e Polonia, per rappresaglia, hanno posto il veto sul bilancio europeo, che dovrebbe essere approvato entro il 31 dicembre e al cui interno è compreso anche il presunto fondo salvifico anti-pandemia, chiamato Next generation Eu.
Non siamo a Bruxelles, e anche se ci fossimo non frequenteremmo i dintorni dei palazzi. Perciò non abbiamo prove o testimonianze del sospetto che ci ronza nella testa.
Che è semplice, e niente affatto dietrologico. Ma ti pare che il gruppo dirigente di un continente con mezzo miliardo di abitanti e con un Pil pressoché pari a quello statunitense (16.400 miliardi di euro contro i 16.880 degli Usa) possa restare bloccato, in piena crisi pandemica ed economica, solo perché due governicchi che campano da tre decenni sui fondi europei pensano di “fare di testa propria”?
La UE potrebbe rimediare con una forzatura che approvi il bilancio nonostante il veto di due paesi, facendo saltare il principio dell’unanimità. Ma sarebbe istituzionalmente rischioso, perché creerebbe un precedente e allontanerebbe ancora di più le popolazioni di mezza Europa dal “sogno/incubo” chiamato Unione Europea.
Si potrebbe agire sulle filiere produttive, punendo i subfornitori dei due paesi. Ma anche questo sarebbe un problema, soprattutto per il complesso industriale tedesco, che ha fatto delle fabbriche polacche e ungheresi delle dependace a basso costo, spesso con proprietà e capitale teutonico.
Più semplice, molto più semplice, prendere sul serio le voci brussellesi sui “vizi nascosti” di alcuni europarlamentari di questi due paesi, quelli magari più vicini ai rispettivi premier. E preparare “lo scandalo”, censendo gli invitati e magari piazzando anche qualche telecamera dentro e fuori l’appartamento dell’orgia.
In fondo quel Manzheley lì, se vuol restare libero in Belgio, non può dire di no. Anzi, è suo interesse prestarsi al gioco. Altrimenti lo estradano a Varsavia...
Ma c’è stata anche un certa ironia, oltre ad un serio studio preliminare. Un festino “etero”, con altri eurodeputati di Fidesz, non avrebbe avuto lo stesso effetto. Anzi, avrebbe paradossalmente confermato l’immagine “machista” recitata in patria.
Si potrebbe insomma dire che a Bruxelles (Parigi e Berlino, per la precisione) hanno trovato un modo poco costoso, magari non troppo elegante, di “prendere per le palle” quei due governi. Il cui veto, saremmo disposti a scommettere, sparirà con l’arrivo di babbo natale...
Ma non crediate che questa prassi sia riservata esclusivamente all’estrema destra finto-sovranista. Qualsiasi forza realmente alternativa, a maggior ragione, subirebbe certo di peggio, e senza neanche aspettare i dieci anni di complicità – Orbàn fa parte del Partito Popolare Europeo, come la Merkel e Forza Italia – “sporcati” dall’alzata di cresta mostrata da Orbàn e Morawiecki.
Questa è l’Unione Europea, boys. Per gli ideali, rivolgersi ad un altro indirizzo...
Fonte
Si potrebbe andare avanti all’infinito, risalendo nella storia del Novecento, fino alle SA – poi liquidate dalle SS nella “notte dei lunghi coltelli” – praticamente le uniche formazioni a non nascondere la propria “dissolutezza morale” nell’ambito del neonazismo.
Ma per quanto divertente possa essere, ci sembra solo una parte della questione.
L’episodio ha messo a nudo – è il caso di dirlo – il demi-monde privilegiatissimo che contiene il dentro e il fuori del cosiddetto Parlamento Europeo, oltre che ovviamente gli altri palazzi istituzionali (Unione Europea, Commissione, ecc).
Che quella gente se la spassi a spese nostre (di tutti i popoli europei, pro quota) era sicuro. Vederlo dà un po’ di fastidio in più, ma non c’è da scandalizzarsene troppo: i fetenti possono recitare in televisione o in aula ma, fuori del ruolo per cui si fanno pagare, sono merdacce con tutti i loro vizi e preferenze.
Anche corrotti, naturalmente. E lo sono in modo “istituzionalizzato”, visto che le lobby organizzate dalle grandi multinazionali o dai gruppi finanziari sono legali, e “incentivano” parlamentari singoli o a gruppi a presentare proposte “europee” sulla base degli interessi aziendali di tizio o caio.
Però vediamo meglio le ultime notizie a corredo del “caso József Szájer”, capogruppo di Fidesz, il partito di Orbàn, che proprio in questi giorni festeggiava il decimo anniversario di governo.
Su diversi media appaiono interviste e dichiarazioni di tale David Manzheley, l’organizzatore del party gay incriminato. “Organizzo questi festini da un paio d’anni, polacchi e ungheresi sono tra gli ospiti più frequenti. All’ultimo festino c’erano esponenti polacchi, non europarlamentari ma con incarichi importanti al parlamento nazionale o nel governo“.
Ma ovviamente Manzheley non guardava con occhio critico al passaporto dei partecipanti alle sue orge, visto che ricorda bene anche la presenza di politici di Francia, Ucraina, Lussemburgo, Paesi Bassi, Svizzera, Olanda...
Una sorta di porto franco per parlamentari e alti funzionari in cerca di una serata scapestrata, insomma.
Ma unendo i puntini dei vari racconti esce fuori un quadro un po’ più articolato. Manzheley risulta ricercato in Polonia, con l’accusa di frode. Lui sostiene trattarsi di un caso di omonimia, ma intanto sta attento a non tornare da quelle parti, preferendo la festosa Bruxelles notturna da cui evidentemente ricava quanto gli occorre per viver bene (gli europarlamentari non vanno mica alle feste degli sfigati di periferia...).
Il secondo puntino riporta in Ungheria. József Szájer è stato naturalmente costretto alle dimissioni da qualsiasi incarico. Ma risulta ancora marito di Tünde Handó, ex presidente e tuttora membro della Corte costituzionale di Budapest. Ossia dell’istituzione che legittima le peggiori scelte del governo magiaro in materia di diritti, dalle leggi che vietano l’aborto a quelle per rendere reato l’omosessualità, fino alla riduzione della magistratura a potere sottoposto alla volontà dell’esecutivo.
Insomma, quel tipo di torsioni reazionarie che hanno spinto l’Unione Europea a vincolare la concessione dei prestiti del Recovery Fund al “rispetto dello Stato di diritto”, a Budapest come a Varsavia.
Qui il cerchio si chiude. Proprio Ungheria e Polonia, per rappresaglia, hanno posto il veto sul bilancio europeo, che dovrebbe essere approvato entro il 31 dicembre e al cui interno è compreso anche il presunto fondo salvifico anti-pandemia, chiamato Next generation Eu.
Non siamo a Bruxelles, e anche se ci fossimo non frequenteremmo i dintorni dei palazzi. Perciò non abbiamo prove o testimonianze del sospetto che ci ronza nella testa.
Che è semplice, e niente affatto dietrologico. Ma ti pare che il gruppo dirigente di un continente con mezzo miliardo di abitanti e con un Pil pressoché pari a quello statunitense (16.400 miliardi di euro contro i 16.880 degli Usa) possa restare bloccato, in piena crisi pandemica ed economica, solo perché due governicchi che campano da tre decenni sui fondi europei pensano di “fare di testa propria”?
La UE potrebbe rimediare con una forzatura che approvi il bilancio nonostante il veto di due paesi, facendo saltare il principio dell’unanimità. Ma sarebbe istituzionalmente rischioso, perché creerebbe un precedente e allontanerebbe ancora di più le popolazioni di mezza Europa dal “sogno/incubo” chiamato Unione Europea.
Si potrebbe agire sulle filiere produttive, punendo i subfornitori dei due paesi. Ma anche questo sarebbe un problema, soprattutto per il complesso industriale tedesco, che ha fatto delle fabbriche polacche e ungheresi delle dependace a basso costo, spesso con proprietà e capitale teutonico.
Più semplice, molto più semplice, prendere sul serio le voci brussellesi sui “vizi nascosti” di alcuni europarlamentari di questi due paesi, quelli magari più vicini ai rispettivi premier. E preparare “lo scandalo”, censendo gli invitati e magari piazzando anche qualche telecamera dentro e fuori l’appartamento dell’orgia.
In fondo quel Manzheley lì, se vuol restare libero in Belgio, non può dire di no. Anzi, è suo interesse prestarsi al gioco. Altrimenti lo estradano a Varsavia...
Ma c’è stata anche un certa ironia, oltre ad un serio studio preliminare. Un festino “etero”, con altri eurodeputati di Fidesz, non avrebbe avuto lo stesso effetto. Anzi, avrebbe paradossalmente confermato l’immagine “machista” recitata in patria.
Si potrebbe insomma dire che a Bruxelles (Parigi e Berlino, per la precisione) hanno trovato un modo poco costoso, magari non troppo elegante, di “prendere per le palle” quei due governi. Il cui veto, saremmo disposti a scommettere, sparirà con l’arrivo di babbo natale...
Ma non crediate che questa prassi sia riservata esclusivamente all’estrema destra finto-sovranista. Qualsiasi forza realmente alternativa, a maggior ragione, subirebbe certo di peggio, e senza neanche aspettare i dieci anni di complicità – Orbàn fa parte del Partito Popolare Europeo, come la Merkel e Forza Italia – “sporcati” dall’alzata di cresta mostrata da Orbàn e Morawiecki.
Questa è l’Unione Europea, boys. Per gli ideali, rivolgersi ad un altro indirizzo...
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09/11/2020
Ennesima querela contro Gero Grassi per le sue falsità sul sequestro Moro
Per l’ex parlamentare Gero Grassi il sequestro Moro sta diventando
una vera iattura. L’ex membro della seconda commissione parlamentare
d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, che ha chiuso i
battenti nella passata legislatura, è incappato in una nuova querela (vedi qui la prima).
A denunciarlo stavolta è stata la giornalista Birgit Kraatz, corrispondente in Italia per oltre trent’anni delle più importanti testate giornalistiche tedesche. Nella denuncia per «diffamazione aggravata a mezzo stampa e internet» e per altri reati che la procura potrebbe ulteriormente individuare, la giornalista contesta a Gero Grassi di aver sostenuto in più occasioni la sua appartenenza al «gruppo eversivo tedesco denominato 2 giugno, noto specialmente in Germania per avere compiuto negli anni '70 atti di terrorismo», insinuando che nel 1978, quando la giornalista abitava a Roma, in Via Massimi 91, avrebbe fiancheggiato «l’attività delle Brigate Rosse durante la prigionia dell’onorevole Aldo Moro». Tale affermazione, precisa ulteriormente la giornalista nella sua denuncia, viene poi ribadita da Grassi con ampio risalto in alcune pagine del volume (pp. 143 e 159) «Aldo Moro la verità negata, terza edizione, edito nel 2019 col patrocinio della Regione Puglia e dell’Anci, da Pegaus Edizioni (scaricabile gratuitamente anche dal suo sito: http://www.gerograssi.it), nelle quali si riferisce la vicinanza della Kraatz «ai terroristi tedeschi», la sua appartenenza al gruppo 2 giugno e si afferma che dalle finestre della sua casa «Franco Piperno avrebbe da lì osservato i movimenti di Moro e della sua scorta». Come se non bastasse, più avanti – scrive sempre la giornalista – «sono stata descritta come membro della Raf (organizzazione terroristica analoga alle Brigate rosse) avente ruolo di probabile appoggio logistico nelle vicende relative al tragico sequestro» (p.159 e 160).
Un racconto grossolanamente falso e inverosimile, protesta la Kraatz che nella querela riassume la sua esperienza lavorativa e di vita in Italia ricordando di essere arrivata nel 1968 come corrispondente del settimanale Die Weltwoche; di aver successivamente lavorato per la Zdf (il secondo canale della televisione tedesca) e poi, nel 1976, di essere divenuta capo della redazione romana di Stern e dal 1980 fino al 1990 di aver assunto la stessa posizione per Der Spiegel. In seguito, racconta ancora la donna, «ho collaborato come corrispondente diplomatico per Rai 3 in occasione del processo politico di riunificazione tedesca, effettuando varie interviste e reportage». Iscritta alla Spd dal 1974 – come si può facilmente leggere nella biografia presente su Wikipedia – la Kraatz di fatto ha curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 lo stesso segretario nazionale Enrico Berlinguer (è citata persino nella biografia scritta da Chiara Valentini). Ha pubblicato per Editori riuniti un libro intervista col premier e capo della socialdemocrazia tedesca fautore della Ostpolitik, Willy Brandt, Non siamo nati eroi. Nel corso della sua carriera ha intervistato anche Helmut Schmidt, Theo Waigel, Oskar Lafontaine. Per la sua attività lavorativa gli sono stati riconosciuti alcuni premi giornalistici, come il Premiolino nel 1974 e il Città di Roma. Insomma una professionista affermata e molto conosciuta nei circoli della stampa e del mondo politico romano, compagna di Lucio Magri con cui ha avuto una figlia nel 1974. Nella denuncia, Birgit Kraatz precisa anche di «aver sempre abitato da sola in Via dei Massimi 91, con la figlia Jessica, all’epoca di 4 anni, e la governante che accudiva la bambina quando era fuori per lavoro», sottolinea inoltre che all’epoca del sequestro Moro «non aveva alcun rapporto sentimentale con il prof. Franco Piperno che aveva conosciuto anni prima durante una intervista». Circostanza che aveva già riferito ai consulenti della commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, il magistrato Guido Salvini e il tenente colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo, che l’avevano ascoltata in una caserma dei carabinieri il 20 febbraio 2017. Dichiarazioni riprese a pagina 261 del testo della terza relazione della Commissione: «La stessa Kraatz ha ricordato la sua relazione con il Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio».
L’impossibile difesa di Gero Grassi
In una intervista a Radio radicale del 22 ottobre scorso (ascolta qui), Gero Grassi ha tentato una disperata difesa sostenendo di essersi soltanto limitato a riportare quanto sostenuto nella terza relazione della commissione, approvata dalla camera il 13 dicembre 2017 (in commissione era passata col voto contrario di Fabio Lavagno ascolta qui la sua intervista) e dunque di non avere colpa se quanto vi era sostenuto, sulla scorta del lavoro prodotto dai suoi consulenti, non risponde al vero. Un tentativo di trincerarsi dietro l’immunità che protegge i lavori della commissione parlamentare. In realtà, le contestazioni mosse all’ex parlamentare dalla signora Kraatz fanno riferimento ad affermazioni e testi successivi alla decadenza del mandato parlamentare, ma soprattutto reiterate quando ormai era nota e comprovata la loro infondatezza. Già il 26 aprile 2018, sul quotidiano il Dubbio era apparsa una intervista a Franco Piperno nella quale erano presenti numerose informazioni che smentivano le affermazioni della Commissione. Il 4 ottobre successivo, in una dichiarazione fatta al Senato durante la presentazione del suo libro sui lavori della commissione da lui presieduta, Giuseppe Fioroni spiegava, dopo le insistenze di alcuni giornalisti, che ad agosto 2018 era pervenuta una nuova informativa che smentiva il coinvolgimento della Kraatz nell’organizzazione 2 giugno. L’Ansa del giorno successivo riprendeva le sue parole: «Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente“». In difficoltà per la micidiale bufala scolpita ad memoriam nella relazione della commissione, Fioroni balbettava che «il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”».[1]
Nonostante questa importante rettificata che avrebbe dovuto metterlo sull’avviso, indurlo a maggiore prudenza svolgendo le necessarie verifiche, Gero Grassi dava alle stampe a dicembre e diffondeva spavaldamente su internet la terza edizione del suo libro su Moro, nel quale tirava nuove bordate contro la Kraatz ribadendo la sua promiscuità con la formazione della sinistra armata tedesca e la sua complicità logistica col sequestro di Aldo Moro. In una successiva intervista all’Agi del 5 marzo 2020, chiamava ancora una volta in causa la donna evocando lo stabile del Vaticano in Via dei Massimi 91 «frequentato da Piperno, Faranda e da una terrorista della Raf». Ma non è finita qui!
La verità non detta di Fioroni
Nella querela, Birgit Kraatz elenca i ripetuti tentativi fatti per informare il presidente della commissione Fioroni dell’errore commesso e chiedere la dovuta rettifica. Intanto va ricordato che la signora Kraatz, del tutto ignara delle reali ragioni che avevano portato la commissione ad interessarsi della sua persona, si era dimostrata assolutamente collaborativa quando il 20 febbraio del 2017 era stata convocata per essere escussa da alcuni suoi consulenti che nel porgli le domande restarono evasivi sul nodo essenziale che giustificava il loro interesse nei suoi confronti. Si limitarono a cercare conferma della sua residenza nel 1978 in un appartamento di Via dei Massimi 91 e delle sue relazioni con Franco Piperno. Un modo assai strano di accertare la realtà dei fatti che impedì fin da subito alla Kraatz di fornire elementi obiettivi per smontare le grossolane fandonie raccolte sul suo conto. Ricordiamo che la commissione disponeva di poteri giudiziari ed i suoi consulenti erano nella stragrande maggioranza magistrati o ufficiali di polizia giudiziaria, un ruolo che li obbligava al dovere di agire secondo criteri di correttezza giuridica nella escussione dei testi.
Avuta notizia di quanto veniva affermato nei suoi confronti in alcune pagine della terza ed ultima relazione della commissione, il 22 febbraio 2018 Birgit Kraatz inviava una prima raccomandata al presidente Fioroni nella quale ricordava tra l’altro di aver frequentato per il suo lavoro uomini del mondo politico e della cultura, «come La Malfa, Berlinguer, Napolitano, Reichlin, Pertini, Amendola, Craxi, Cossiga, Galloni, Spadolini, Lama, Trentin, Agnelli, de Benedetti, Scalfaro, Scalfari, Fellini, Rosi, Moravia, Eco, a tal punto da essere ricevuta da costoro anche più di una volta per interviste esclusive. Alcune di queste personalità hanno anche frequentato la mia casa». Precisava inoltre che dalle finestre della sua abitazione «l’entrata del garage di Via dei Massimi 91 non era né visibile né raggiungibile, come sarebbe stato facile verificare con un semplice sopralluogo».
La raccomandata non riceveva risposta anche perché nel frattempo la commissione aveva concluso i suoi lavori e le camere erano state sciolte in attesa di nuove elezioni politiche indette per il 4 marzo 2018. Il 22 febbraio si era tenuta l’ultima seduta della commissione che aveva deliberato criteri e modalità di pubblicazione degli atti e incaricato una struttura tecnica composta da alcuni ex consulenti di seguire questo lavoro. È più che probabile che la raccomandata della signora Kraatz sia giunta a questo ufficio e che l’ex presidente Fioroni ne abbia avuto cognizione. Anche se aveva terminato l’incarico non è pensabile che le relazioni con i suoi ex collaboratori si fossero interrotte, come dimostrano le stesse parole di Fioroni, riprese dall’Ansa del 5 ottobre, su un nuovo documento – giunto nel frattempo – che smentiva l’appartenenza della Kraatz alla “2 giugno”. Certo è che nel suo volume, Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta, scritto con la giornalista Maria Antonietta Calabrò, dato alle stampe nell’aprile 2018 (edizioni Lindau), Fioroni mostrando grande scaltrezza evita improvvisamente di definire Birgit Kraatz una esponente del «movimento 2 giugno», parlando di una semplice «giornalista tedesca». Tuttavia l’ex presidente della Commissione Moro 2 – in piena coerenza col sottotitolo del suo volume – evitava di spiegare ai lettori il perché di quella repentina e significativa correzione rispetto a quanto era stato sostenuto nella pagine della relazione, nelle note dei consulenti e nelle numerose dichiarazioni pubbliche rese durante i lavori della commissione.
Il 18 ottobre 2018 gli avvocati di Birgit Kraatz inviavano una seconda raccomandata al presidente Fioroni contenente un documento della Bundeskriminalamt (Ufficio federale della polizia criminale). La più alta autorità pubblica tedesca in materia di polizia affermava che la signora Kraatz: «non ha mai avuto contatti o altro legame col gruppo “2 Giugno” che vadano aldilà dell’attinenza del lavoro giornalistico allora svolto sull’argomento di sinistra in Germania e in Italia». I legali chiedevano anche di correggere i passi errati della relazione riferiti alla Kraatz e di far cancellare i medesimi passaggi dai motori di ricerca di Internet. Fioroni ancora una volta taceva: nessuna richiesta di scuse o gesto di cortesia perveniva alla signora Kraatz dall’ex presidente della Commissione Moro 2, nessuna dichiarazione pubblica che correggesse quel grossolano errore, nessun suggerimento a Gero Grassi affinché abbassasse i toni e correggesse le sue affermazioni. L’ex parlamentare Giuseppe Fioroni ha dimostrato fino all’ultimo di sentirsi sollevato da ogni responsabilità politica e morale nei confronti della signora Kraatz, anzi, ancora recentemente, lo scorso 16 ottobre presso la biblioteca e archivio storico del Senato in occasione della presentazione del libro di Gero Grassi oggetto della querela, invece di cogliere l’occasione per correggere l’errore sulla Kraatz ribadiva che in Via dei Massimi 91 «c’era di tutto e di più... c’era qualche fiancheggiatrice della 2 giugno» (ascolta qui dopo il minuto 41.10). [2]
La commissione Moro 2, ovvero l’officina delle fake news
Il motivo del coinvolgimento della Bundeskriminalamt nel clamoroso errore commesso dalla Commissione Moro 2 sulla giornalista Birgit Kraatz è dovuto al fatto che in una vecchia relazione del 31 luglio 2000, presentata da due parlamentari della destra postfascista, il senatore Alfredo Mantica e il deputato Enzo Fragalà, membri della commissione Stragi presieduta dal senatore Pellegrino, appariva in modo del tutto abusivo il nome di Birgit Kraatz. A seguito di una rogatoria diretta alle autorità tedesche, presentata dal giudice Francesco Amato sui nomi di alcuni esponenti vicini al movimento eversivo 2 giugno, la polizia tedesca inviava in risposta una relazione. Senza alcuna giustificazione comprensibile, l’Ucigos – l’Ufficio centrale della polizia politica destinatario della relazione – riportava il nome di Birgit Kraatz nella lettera che accompagnava il testo della Bundeskriminalamt. Nome che non era presente all’interno del documento della polizia tedesca e che mai più riapparirà. Nella successiva minuta della Digos di Roma, che riceve la documentazione dall’Ucigos e la rigira al magistrato, non vi è infatti più alcuna traccia della Kraatz. Nonostante questa evidente anomalia, i due parlamentari senza svolgere verifiche riportano il nome della donna nella loro relazione, indicandola come una esponente del gruppo “2 giugno”. Alcuni consulenti della commissione Fioroni che lavoravano da tempo sulla palazzina di Via dei Massimi 91, ossessionati dall’idea che fosse un luogo chiave del sequestro Moro, scandagliano i materiali digitalizzati delle precedenti commissioni avvalendosi di parole chiave. Intercettano in questo modo il nome della Kraatz incrociandolo con quello delle persone che risiedevano all’epoca nella palazzina dello Ior. Nasce così il grossolano errore: nessuno legge attentamente le carte e si domanda perché il nome della Kraatz sia assente dalla relazione inviata della polizia tedesca ma compaia nella minuta che l’accompagna. Non si svolgono le necessarie verifiche, non si cercano risposte a questa incongruenza, non si fanno approfondimenti su altre fonti di informazione. In poche parole non si utilizza una corretta metodologia. Stupisce anche che autori di indagini giudiziarie che da decenni traversano gli anni '70 non abbiano avuto le capacità di arrivare a comprendere chi fosse veramente Birgit Kraatz, certamente non una personalità sconosciuta. Emerge un modo di lavorare superficiale, viziato dal pregiudizio, orientato unicamente a trovare conferma delle proprie convinzioni, evitando sistematicamente ogni indizio, segnale, o prova che sollevi dei problemi, inceppi o allontani dalla meta prefigurata o peggio smentisca i teoremi precostituiti. Insomma un metodo fallimentare, una gigantesca officina di fake news.
Note:
1) Moro: Fioroni, Kraatz non fa parte organizzazione 2 giugno. Su cronista tedesca ex di Piperno. Risulta da atto recente
(ANSA) – ROMA, 5 OTT – Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente”.
Così Giuseppe Fioroni precisa il riferimento alla giornalista tedesca che fu corrispondente in Italia dal 1968-98 per Spiegel, Stern e Zdf e citata nel libro che l’ex ministro ha scritto sul caso Moro (sulla base del lavoro svolto dalla commissione parlamentare d’inchiesta Moro2, presieduta da Fioroni). La donna ha escluso a più riprese la sua appartenenza al gruppo estremista, contestando quanto scritto, invece, nella relazione della Commissione, in cui viene citata come “già attiva nel movimento estremista 2 giugno e compagna di Franco Piperno”. Un passaggio che nel libro non c’è.
A pagina 123 Kraatz viene nominata perché, all’epoca del rapimento dello statista della Dc, abitava in un palazzo di proprietà dello Ior, in via Massimi a Roma, e lo stesso che ospitò poco dopo Prospero Gallinari, Br, che era nel gruppo che uccise la scorta di Moro. Inoltre, come si legge nel libro, la donna a quel tempo era “legata sentimentalmente a Franco Piperno, il leader di Autonomia operaia”, e “secondo la testimonianza di più condomini – continua il testo – Piperno frequentava l’abitazione della Kraatz che ha confermato alla commissione il suo rapporto d’amore con Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio, anche se vi si recava qualche volta”.
Quindi, come ha chiarito Fioroni alla presentazione del libro ieri al Senato, il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”. (ANSA).
2) Venerdì 16 Ottobre 2020, ore 10,30, presentazione del volume di Gero Grassi “Aldo Moro, la verità negata”. Interventi di Gianni Marilotti, Gero Grassi, Giuseppe Fioroni, Luigi Zanda, Stefania Limiti. Coordina: Anthony Muroni. Link video
Fonte
A denunciarlo stavolta è stata la giornalista Birgit Kraatz, corrispondente in Italia per oltre trent’anni delle più importanti testate giornalistiche tedesche. Nella denuncia per «diffamazione aggravata a mezzo stampa e internet» e per altri reati che la procura potrebbe ulteriormente individuare, la giornalista contesta a Gero Grassi di aver sostenuto in più occasioni la sua appartenenza al «gruppo eversivo tedesco denominato 2 giugno, noto specialmente in Germania per avere compiuto negli anni '70 atti di terrorismo», insinuando che nel 1978, quando la giornalista abitava a Roma, in Via Massimi 91, avrebbe fiancheggiato «l’attività delle Brigate Rosse durante la prigionia dell’onorevole Aldo Moro». Tale affermazione, precisa ulteriormente la giornalista nella sua denuncia, viene poi ribadita da Grassi con ampio risalto in alcune pagine del volume (pp. 143 e 159) «Aldo Moro la verità negata, terza edizione, edito nel 2019 col patrocinio della Regione Puglia e dell’Anci, da Pegaus Edizioni (scaricabile gratuitamente anche dal suo sito: http://www.gerograssi.it), nelle quali si riferisce la vicinanza della Kraatz «ai terroristi tedeschi», la sua appartenenza al gruppo 2 giugno e si afferma che dalle finestre della sua casa «Franco Piperno avrebbe da lì osservato i movimenti di Moro e della sua scorta». Come se non bastasse, più avanti – scrive sempre la giornalista – «sono stata descritta come membro della Raf (organizzazione terroristica analoga alle Brigate rosse) avente ruolo di probabile appoggio logistico nelle vicende relative al tragico sequestro» (p.159 e 160).
Un racconto grossolanamente falso e inverosimile, protesta la Kraatz che nella querela riassume la sua esperienza lavorativa e di vita in Italia ricordando di essere arrivata nel 1968 come corrispondente del settimanale Die Weltwoche; di aver successivamente lavorato per la Zdf (il secondo canale della televisione tedesca) e poi, nel 1976, di essere divenuta capo della redazione romana di Stern e dal 1980 fino al 1990 di aver assunto la stessa posizione per Der Spiegel. In seguito, racconta ancora la donna, «ho collaborato come corrispondente diplomatico per Rai 3 in occasione del processo politico di riunificazione tedesca, effettuando varie interviste e reportage». Iscritta alla Spd dal 1974 – come si può facilmente leggere nella biografia presente su Wikipedia – la Kraatz di fatto ha curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 lo stesso segretario nazionale Enrico Berlinguer (è citata persino nella biografia scritta da Chiara Valentini). Ha pubblicato per Editori riuniti un libro intervista col premier e capo della socialdemocrazia tedesca fautore della Ostpolitik, Willy Brandt, Non siamo nati eroi. Nel corso della sua carriera ha intervistato anche Helmut Schmidt, Theo Waigel, Oskar Lafontaine. Per la sua attività lavorativa gli sono stati riconosciuti alcuni premi giornalistici, come il Premiolino nel 1974 e il Città di Roma. Insomma una professionista affermata e molto conosciuta nei circoli della stampa e del mondo politico romano, compagna di Lucio Magri con cui ha avuto una figlia nel 1974. Nella denuncia, Birgit Kraatz precisa anche di «aver sempre abitato da sola in Via dei Massimi 91, con la figlia Jessica, all’epoca di 4 anni, e la governante che accudiva la bambina quando era fuori per lavoro», sottolinea inoltre che all’epoca del sequestro Moro «non aveva alcun rapporto sentimentale con il prof. Franco Piperno che aveva conosciuto anni prima durante una intervista». Circostanza che aveva già riferito ai consulenti della commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, il magistrato Guido Salvini e il tenente colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo, che l’avevano ascoltata in una caserma dei carabinieri il 20 febbraio 2017. Dichiarazioni riprese a pagina 261 del testo della terza relazione della Commissione: «La stessa Kraatz ha ricordato la sua relazione con il Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio».
L’impossibile difesa di Gero Grassi
In una intervista a Radio radicale del 22 ottobre scorso (ascolta qui), Gero Grassi ha tentato una disperata difesa sostenendo di essersi soltanto limitato a riportare quanto sostenuto nella terza relazione della commissione, approvata dalla camera il 13 dicembre 2017 (in commissione era passata col voto contrario di Fabio Lavagno ascolta qui la sua intervista) e dunque di non avere colpa se quanto vi era sostenuto, sulla scorta del lavoro prodotto dai suoi consulenti, non risponde al vero. Un tentativo di trincerarsi dietro l’immunità che protegge i lavori della commissione parlamentare. In realtà, le contestazioni mosse all’ex parlamentare dalla signora Kraatz fanno riferimento ad affermazioni e testi successivi alla decadenza del mandato parlamentare, ma soprattutto reiterate quando ormai era nota e comprovata la loro infondatezza. Già il 26 aprile 2018, sul quotidiano il Dubbio era apparsa una intervista a Franco Piperno nella quale erano presenti numerose informazioni che smentivano le affermazioni della Commissione. Il 4 ottobre successivo, in una dichiarazione fatta al Senato durante la presentazione del suo libro sui lavori della commissione da lui presieduta, Giuseppe Fioroni spiegava, dopo le insistenze di alcuni giornalisti, che ad agosto 2018 era pervenuta una nuova informativa che smentiva il coinvolgimento della Kraatz nell’organizzazione 2 giugno. L’Ansa del giorno successivo riprendeva le sue parole: «Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente“». In difficoltà per la micidiale bufala scolpita ad memoriam nella relazione della commissione, Fioroni balbettava che «il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”».[1]
Nonostante questa importante rettificata che avrebbe dovuto metterlo sull’avviso, indurlo a maggiore prudenza svolgendo le necessarie verifiche, Gero Grassi dava alle stampe a dicembre e diffondeva spavaldamente su internet la terza edizione del suo libro su Moro, nel quale tirava nuove bordate contro la Kraatz ribadendo la sua promiscuità con la formazione della sinistra armata tedesca e la sua complicità logistica col sequestro di Aldo Moro. In una successiva intervista all’Agi del 5 marzo 2020, chiamava ancora una volta in causa la donna evocando lo stabile del Vaticano in Via dei Massimi 91 «frequentato da Piperno, Faranda e da una terrorista della Raf». Ma non è finita qui!
La verità non detta di Fioroni
Nella querela, Birgit Kraatz elenca i ripetuti tentativi fatti per informare il presidente della commissione Fioroni dell’errore commesso e chiedere la dovuta rettifica. Intanto va ricordato che la signora Kraatz, del tutto ignara delle reali ragioni che avevano portato la commissione ad interessarsi della sua persona, si era dimostrata assolutamente collaborativa quando il 20 febbraio del 2017 era stata convocata per essere escussa da alcuni suoi consulenti che nel porgli le domande restarono evasivi sul nodo essenziale che giustificava il loro interesse nei suoi confronti. Si limitarono a cercare conferma della sua residenza nel 1978 in un appartamento di Via dei Massimi 91 e delle sue relazioni con Franco Piperno. Un modo assai strano di accertare la realtà dei fatti che impedì fin da subito alla Kraatz di fornire elementi obiettivi per smontare le grossolane fandonie raccolte sul suo conto. Ricordiamo che la commissione disponeva di poteri giudiziari ed i suoi consulenti erano nella stragrande maggioranza magistrati o ufficiali di polizia giudiziaria, un ruolo che li obbligava al dovere di agire secondo criteri di correttezza giuridica nella escussione dei testi.
Avuta notizia di quanto veniva affermato nei suoi confronti in alcune pagine della terza ed ultima relazione della commissione, il 22 febbraio 2018 Birgit Kraatz inviava una prima raccomandata al presidente Fioroni nella quale ricordava tra l’altro di aver frequentato per il suo lavoro uomini del mondo politico e della cultura, «come La Malfa, Berlinguer, Napolitano, Reichlin, Pertini, Amendola, Craxi, Cossiga, Galloni, Spadolini, Lama, Trentin, Agnelli, de Benedetti, Scalfaro, Scalfari, Fellini, Rosi, Moravia, Eco, a tal punto da essere ricevuta da costoro anche più di una volta per interviste esclusive. Alcune di queste personalità hanno anche frequentato la mia casa». Precisava inoltre che dalle finestre della sua abitazione «l’entrata del garage di Via dei Massimi 91 non era né visibile né raggiungibile, come sarebbe stato facile verificare con un semplice sopralluogo».
La raccomandata non riceveva risposta anche perché nel frattempo la commissione aveva concluso i suoi lavori e le camere erano state sciolte in attesa di nuove elezioni politiche indette per il 4 marzo 2018. Il 22 febbraio si era tenuta l’ultima seduta della commissione che aveva deliberato criteri e modalità di pubblicazione degli atti e incaricato una struttura tecnica composta da alcuni ex consulenti di seguire questo lavoro. È più che probabile che la raccomandata della signora Kraatz sia giunta a questo ufficio e che l’ex presidente Fioroni ne abbia avuto cognizione. Anche se aveva terminato l’incarico non è pensabile che le relazioni con i suoi ex collaboratori si fossero interrotte, come dimostrano le stesse parole di Fioroni, riprese dall’Ansa del 5 ottobre, su un nuovo documento – giunto nel frattempo – che smentiva l’appartenenza della Kraatz alla “2 giugno”. Certo è che nel suo volume, Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta, scritto con la giornalista Maria Antonietta Calabrò, dato alle stampe nell’aprile 2018 (edizioni Lindau), Fioroni mostrando grande scaltrezza evita improvvisamente di definire Birgit Kraatz una esponente del «movimento 2 giugno», parlando di una semplice «giornalista tedesca». Tuttavia l’ex presidente della Commissione Moro 2 – in piena coerenza col sottotitolo del suo volume – evitava di spiegare ai lettori il perché di quella repentina e significativa correzione rispetto a quanto era stato sostenuto nella pagine della relazione, nelle note dei consulenti e nelle numerose dichiarazioni pubbliche rese durante i lavori della commissione.
Il 18 ottobre 2018 gli avvocati di Birgit Kraatz inviavano una seconda raccomandata al presidente Fioroni contenente un documento della Bundeskriminalamt (Ufficio federale della polizia criminale). La più alta autorità pubblica tedesca in materia di polizia affermava che la signora Kraatz: «non ha mai avuto contatti o altro legame col gruppo “2 Giugno” che vadano aldilà dell’attinenza del lavoro giornalistico allora svolto sull’argomento di sinistra in Germania e in Italia». I legali chiedevano anche di correggere i passi errati della relazione riferiti alla Kraatz e di far cancellare i medesimi passaggi dai motori di ricerca di Internet. Fioroni ancora una volta taceva: nessuna richiesta di scuse o gesto di cortesia perveniva alla signora Kraatz dall’ex presidente della Commissione Moro 2, nessuna dichiarazione pubblica che correggesse quel grossolano errore, nessun suggerimento a Gero Grassi affinché abbassasse i toni e correggesse le sue affermazioni. L’ex parlamentare Giuseppe Fioroni ha dimostrato fino all’ultimo di sentirsi sollevato da ogni responsabilità politica e morale nei confronti della signora Kraatz, anzi, ancora recentemente, lo scorso 16 ottobre presso la biblioteca e archivio storico del Senato in occasione della presentazione del libro di Gero Grassi oggetto della querela, invece di cogliere l’occasione per correggere l’errore sulla Kraatz ribadiva che in Via dei Massimi 91 «c’era di tutto e di più... c’era qualche fiancheggiatrice della 2 giugno» (ascolta qui dopo il minuto 41.10). [2]
La commissione Moro 2, ovvero l’officina delle fake news
Il motivo del coinvolgimento della Bundeskriminalamt nel clamoroso errore commesso dalla Commissione Moro 2 sulla giornalista Birgit Kraatz è dovuto al fatto che in una vecchia relazione del 31 luglio 2000, presentata da due parlamentari della destra postfascista, il senatore Alfredo Mantica e il deputato Enzo Fragalà, membri della commissione Stragi presieduta dal senatore Pellegrino, appariva in modo del tutto abusivo il nome di Birgit Kraatz. A seguito di una rogatoria diretta alle autorità tedesche, presentata dal giudice Francesco Amato sui nomi di alcuni esponenti vicini al movimento eversivo 2 giugno, la polizia tedesca inviava in risposta una relazione. Senza alcuna giustificazione comprensibile, l’Ucigos – l’Ufficio centrale della polizia politica destinatario della relazione – riportava il nome di Birgit Kraatz nella lettera che accompagnava il testo della Bundeskriminalamt. Nome che non era presente all’interno del documento della polizia tedesca e che mai più riapparirà. Nella successiva minuta della Digos di Roma, che riceve la documentazione dall’Ucigos e la rigira al magistrato, non vi è infatti più alcuna traccia della Kraatz. Nonostante questa evidente anomalia, i due parlamentari senza svolgere verifiche riportano il nome della donna nella loro relazione, indicandola come una esponente del gruppo “2 giugno”. Alcuni consulenti della commissione Fioroni che lavoravano da tempo sulla palazzina di Via dei Massimi 91, ossessionati dall’idea che fosse un luogo chiave del sequestro Moro, scandagliano i materiali digitalizzati delle precedenti commissioni avvalendosi di parole chiave. Intercettano in questo modo il nome della Kraatz incrociandolo con quello delle persone che risiedevano all’epoca nella palazzina dello Ior. Nasce così il grossolano errore: nessuno legge attentamente le carte e si domanda perché il nome della Kraatz sia assente dalla relazione inviata della polizia tedesca ma compaia nella minuta che l’accompagna. Non si svolgono le necessarie verifiche, non si cercano risposte a questa incongruenza, non si fanno approfondimenti su altre fonti di informazione. In poche parole non si utilizza una corretta metodologia. Stupisce anche che autori di indagini giudiziarie che da decenni traversano gli anni '70 non abbiano avuto le capacità di arrivare a comprendere chi fosse veramente Birgit Kraatz, certamente non una personalità sconosciuta. Emerge un modo di lavorare superficiale, viziato dal pregiudizio, orientato unicamente a trovare conferma delle proprie convinzioni, evitando sistematicamente ogni indizio, segnale, o prova che sollevi dei problemi, inceppi o allontani dalla meta prefigurata o peggio smentisca i teoremi precostituiti. Insomma un metodo fallimentare, una gigantesca officina di fake news.
Note:
1) Moro: Fioroni, Kraatz non fa parte organizzazione 2 giugno. Su cronista tedesca ex di Piperno. Risulta da atto recente
(ANSA) – ROMA, 5 OTT – Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente”.
Così Giuseppe Fioroni precisa il riferimento alla giornalista tedesca che fu corrispondente in Italia dal 1968-98 per Spiegel, Stern e Zdf e citata nel libro che l’ex ministro ha scritto sul caso Moro (sulla base del lavoro svolto dalla commissione parlamentare d’inchiesta Moro2, presieduta da Fioroni). La donna ha escluso a più riprese la sua appartenenza al gruppo estremista, contestando quanto scritto, invece, nella relazione della Commissione, in cui viene citata come “già attiva nel movimento estremista 2 giugno e compagna di Franco Piperno”. Un passaggio che nel libro non c’è.
A pagina 123 Kraatz viene nominata perché, all’epoca del rapimento dello statista della Dc, abitava in un palazzo di proprietà dello Ior, in via Massimi a Roma, e lo stesso che ospitò poco dopo Prospero Gallinari, Br, che era nel gruppo che uccise la scorta di Moro. Inoltre, come si legge nel libro, la donna a quel tempo era “legata sentimentalmente a Franco Piperno, il leader di Autonomia operaia”, e “secondo la testimonianza di più condomini – continua il testo – Piperno frequentava l’abitazione della Kraatz che ha confermato alla commissione il suo rapporto d’amore con Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio, anche se vi si recava qualche volta”.
Quindi, come ha chiarito Fioroni alla presentazione del libro ieri al Senato, il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”. (ANSA).
2) Venerdì 16 Ottobre 2020, ore 10,30, presentazione del volume di Gero Grassi “Aldo Moro, la verità negata”. Interventi di Gianni Marilotti, Gero Grassi, Giuseppe Fioroni, Luigi Zanda, Stefania Limiti. Coordina: Anthony Muroni. Link video
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