Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/12/2020

Polonia e Ungheria incastrate con l’orgia gay

La prima reazione è chiaramente una risata strafottente. La notizia dell’europarlamentare neonazista ungherese – feroce fustigatore dei “costumi dissoluti”, difensore della “famiglia tradizionale”, ovviamente omofobo e razzista – beccato in un party gay a Bruxelles, in fuga nudo lungo una canna fumaria, è davvero la rappresentazione plastica di cosa sono sempre stati i fascisti di tutto il mondo: venduti, ipocriti, miserabili, moralmente abbietti e senza princìpi.

Si potrebbe andare avanti all’infinito, risalendo nella storia del Novecento, fino alle SA – poi liquidate dalle SS nella “notte dei lunghi coltelli” – praticamente le uniche formazioni a non nascondere la propria “dissolutezza morale” nell’ambito del neonazismo.

Ma per quanto divertente possa essere, ci sembra solo una parte della questione.

L’episodio ha messo a nudo – è il caso di dirlo – il demi-monde privilegiatissimo che contiene il dentro e il fuori del cosiddetto Parlamento Europeo, oltre che ovviamente gli altri palazzi istituzionali (Unione Europea, Commissione, ecc).

Che quella gente se la spassi a spese nostre (di tutti i popoli europei, pro quota) era sicuro. Vederlo dà un po’ di fastidio in più, ma non c’è da scandalizzarsene troppo: i fetenti possono recitare in televisione o in aula ma, fuori del ruolo per cui si fanno pagare, sono merdacce con tutti i loro vizi e preferenze.

Anche corrotti, naturalmente. E lo sono in modo “istituzionalizzato”, visto che le lobby organizzate dalle grandi multinazionali o dai gruppi finanziari sono legali, e “incentivano” parlamentari singoli o a gruppi a presentare proposte “europee” sulla base degli interessi aziendali di tizio o caio.

Però vediamo meglio le ultime notizie a corredo del “caso József Szájer”, capogruppo di Fidesz, il partito di Orbàn, che proprio in questi giorni festeggiava il decimo anniversario di governo.

Su diversi media appaiono interviste e dichiarazioni di tale David Manzheley, l’organizzatore del party gay incriminato. “Organizzo questi festini da un paio d’anni, polacchi e ungheresi sono tra gli ospiti più frequenti. All’ultimo festino c’erano esponenti polacchi, non europarlamentari ma con incarichi importanti al parlamento nazionale o nel governo“.

Ma ovviamente Manzheley non guardava con occhio critico al passaporto dei partecipanti alle sue orge, visto che ricorda bene anche la presenza di politici di Francia, Ucraina, Lussemburgo, Paesi Bassi, Svizzera, Olanda...

Una sorta di porto franco per parlamentari e alti funzionari in cerca di una serata scapestrata, insomma.

Ma unendo i puntini dei vari racconti esce fuori un quadro un po’ più articolato. Manzheley risulta ricercato in Polonia, con l’accusa di frode. Lui sostiene trattarsi di un caso di omonimia, ma intanto sta attento a non tornare da quelle parti, preferendo la festosa Bruxelles notturna da cui evidentemente ricava quanto gli occorre per viver bene (gli europarlamentari non vanno mica alle feste degli sfigati di periferia...).

Il secondo puntino riporta in Ungheria. József Szájer è stato naturalmente costretto alle dimissioni da qualsiasi incarico. Ma risulta ancora marito di Tünde Handó, ex presidente e tuttora membro della Corte costituzionale di Budapest. Ossia dell’istituzione che legittima le peggiori scelte del governo magiaro in materia di diritti, dalle leggi che vietano l’aborto a quelle per rendere reato l’omosessualità, fino alla riduzione della magistratura a potere sottoposto alla volontà dell’esecutivo.

Insomma, quel tipo di torsioni reazionarie che hanno spinto l’Unione Europea a vincolare la concessione dei prestiti del Recovery Fund al “rispetto dello Stato di diritto”, a Budapest come a Varsavia.

Qui il cerchio si chiude. Proprio Ungheria e Polonia, per rappresaglia, hanno posto il veto sul bilancio europeo, che dovrebbe essere approvato entro il 31 dicembre e al cui interno è compreso anche il presunto fondo salvifico anti-pandemia, chiamato Next generation Eu.

Non siamo a Bruxelles, e anche se ci fossimo non frequenteremmo i dintorni dei palazzi. Perciò non abbiamo prove o testimonianze del sospetto che ci ronza nella testa.

Che è semplice, e niente affatto dietrologico. Ma ti pare che il gruppo dirigente di un continente con mezzo miliardo di abitanti e con un Pil pressoché pari a quello statunitense (16.400 miliardi di euro contro i 16.880 degli Usa) possa restare bloccato, in piena crisi pandemica ed economica, solo perché due governicchi che campano da tre decenni sui fondi europei pensano di “fare di testa propria”?

La UE potrebbe rimediare con una forzatura che approvi il bilancio nonostante il veto di due paesi, facendo saltare il principio dell’unanimità. Ma sarebbe istituzionalmente rischioso, perché creerebbe un precedente e allontanerebbe ancora di più le popolazioni di mezza Europa dal “sogno/incubo” chiamato Unione Europea.

Si potrebbe agire sulle filiere produttive, punendo i subfornitori dei due paesi. Ma anche questo sarebbe un problema, soprattutto per il complesso industriale tedesco, che ha fatto delle fabbriche polacche e ungheresi delle dependace a basso costo, spesso con proprietà e capitale teutonico.

Più semplice, molto più semplice, prendere sul serio le voci brussellesi sui “vizi nascosti” di alcuni europarlamentari di questi due paesi, quelli magari più vicini ai rispettivi premier. E preparare “lo scandalo”, censendo gli invitati e magari piazzando anche qualche telecamera dentro e fuori l’appartamento dell’orgia.

In fondo quel Manzheley lì, se vuol restare libero in Belgio, non può dire di no. Anzi, è suo interesse prestarsi al gioco. Altrimenti lo estradano a Varsavia...

Ma c’è stata anche un certa ironia, oltre ad un serio studio preliminare. Un festino “etero”, con altri eurodeputati di Fidesz, non avrebbe avuto lo stesso effetto. Anzi, avrebbe paradossalmente confermato l’immagine “machista” recitata in patria.

Si potrebbe insomma dire che a Bruxelles (Parigi e Berlino, per la precisione) hanno trovato un modo poco costoso, magari non troppo elegante, di “prendere per le palle” quei due governi. Il cui veto, saremmo disposti a scommettere, sparirà con l’arrivo di babbo natale...

Ma non crediate che questa prassi sia riservata esclusivamente all’estrema destra finto-sovranista. Qualsiasi forza realmente alternativa, a maggior ragione, subirebbe certo di peggio, e senza neanche aspettare i dieci anni di complicità – Orbàn fa parte del Partito Popolare Europeo, come la Merkel e Forza Italia – “sporcati” dall’alzata di cresta mostrata da Orbàn e Morawiecki.

Questa è l’Unione Europea, boys. Per gli ideali, rivolgersi ad un altro indirizzo...

Fonte

09/10/2020

L’emiro del Paraculistan. I “prenditori” sono il problema di questo paese

Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, è andato nuovamente alla carica per accaparrarsi la maggior parte possibile dei fondi statali ed europei messi in cantiere per affrontare la crisi e l’emergenza Covid 19.

Lo aveva fatto da presidente dell’Assolombarda – il vero cuore nero di questo paese – e sin dalla sua investitura a capo degli imprenditori italiani. E qui cominciamo a fare i dovuti distinguo e giocare sulle parole.

Nel nostro paese piuttosto che di “imprenditori” dobbiamo parlare di una razza di “prenditori” voraci e un bel po’ parassitari. Rischiano poco del loro e sono attaccati come cozze ai fondi pubblici dai quali succhiano – e pretendono – tutto, ma sono poco disposti a concedere sul piano salariale, fiscale e degli investimenti.

Quelli che non campano e prosperano attaccati come sanguisughe alla spesa pubblica, appena possono vendono a multinazionali straniere o delocalizzano nei paesi a bassi salari.

Il presidente della Confindustria, ricorrendo alla solita tattica del vittimismo aggressivo, ha denunciato l’aleggiare di uno “spirito anti-imprenditoriale”.

Negli ultimi giorni poi si è guadagnato le prime pagine coniando l’acronimo “Sussidistan” per mettere sulla graticola un governo che ha messo sul piatto bonus e sussidi per le famiglie durante l’emergenza Covid 19, che si trascina l’eredità di misure come Quota 100 o il Reddito di Cittadinanza, ma che ai prenditori ha concesso molto, anche prima, durante e dopo le durissime settimane del lockdown.

Ma Bonomi sa benissimo di aver lanciato in aria un sasso che qualora ricadesse sui piedi potrebbe (e dovrebbe) essere un macigno.

Gran parte dei “prenditori” italiani sanno benissimo di aver ricevuto molto in sussidi pubblici a vario titolo, ma soprattutto di essere diventati società per azioni parassitarie a ricasco della spesa pubblica.

E allora, per mettere sulla graticola l’emiro del Paraculistan (Bonomi) e i suoi sodali o ciambellani, facciamo parlare i dati.

Ad esempio il database della Commissione europea Ameco riferisce nel solo 2019 il nostro Paese ha destinato agli imprenditori circa 20 miliardi tra sussidi, agevolazioni e benefici vari. Una cifra decisamente sottostimata perché il calcolo dovrebbe tenere conto sia dei fondi tra finanziamenti diretti (soldi spesso dati anche a fondo perduto) e finanziamenti indiretti (dal credito d’imposta agli sgravi contributivi e fiscali). Nello stesso anno, al Reddito di Cittadinanza che riguarda alcuni milioni di persone, sono andati solo 7 miliardi.

Tra il 2015 e il 2020 alle imprese sono andati sussidi per più di 50 miliardi in sussidi per incentivare assunzioni, sgravi fiscali, aiuti di ogni genere.

Nei decreti Cura Italia e Rilancio varati durante l’emergenza Covid su un totale di 100 miliardi di euro di risorse messe a disposizione, almeno il 50% è stato destinato alle imprese.

Al Ministero dello Sviluppo Economico esiste una apposita task force dedicata esclusivamente agli incentivi alle imprese. Con flussi di denaro a favore del sistema industriale che, nella migliore delle ipotesi, superano di quasi tre volte il budget stanziato a favore del reddito di cittadinanza (che appunto assorbe circa 7 miliardi).

Ancora più pesanti sono i risultati delle elaborazioni dell’Ufficio studi della Uil. Alle imprese in senso stretto è andato il 48% dei 112 miliardi di euro messi in campo con i recenti decreti governativi, ossia una cifra pari a 53 miliardi, sotto forma di agevolazioni ed esenzioni fiscali, contributi a fondo perduto e garanzie pubbliche ai finanziamenti bancari. La lista dei sussidi di cui hanno beneficiato i prenditori è piuttosto lunga ed articolata: si va dall’esenzione per tutti del versamento dell’Irap, che costa 4,4 miliardi, ai 2 miliardi di euro di crediti d’imposta fino a 4 miliardi dati in dotazione al Fondo patrimonio Pmi, che deve aiutare a ricapitalizzazione le imprese di medie dimensione.

C’è poi il capitolo dell’accesso al credito: sono stati rifinanziati il Fondo Sace, il Fondo Centrale di Garanzia Pmi e il Fondo Ismea che consentono di ottenere un finanziamento con la garanzia dello Stato. La garanzia pubblica non è detto che si trasformi in un costo effettivo, dipenderà dal debitore, ma lo Stato ha rifinanziato questi fondi con 35 miliardi, attraverso una stima di quanto può essere il tasso di insolvenza dei prestiti. A questi accantonamenti vanno aggiunti i 44 miliardi a valere sul Fondo patrimonio destinato della Cassa Depositi e Prestiti, messo in piedi per ricapitalizzare aziende di grandi dimensioni in difficoltà.

Di fronte a questi dati, noti, conosciuti e conclamati, l’emiro del Paraculistan, Carlo Bonomi, si permette di chiedere la fine dei finanziamenti pubblici per le misure del welfare come il Reddito di Cittadinanza ed altre prestazioni sociali definendole con disprezzo “sussidistan”. Una arroganza che ha costretto anche un politico del Pd moderato come Orlando a sbottare con un: “Quando li prendono gli altri si chiamano sussidi. Quando li prendi tu, contributi alla competitività...”.

Non solo. Bonomi, mentre pretende la riduzione delle tasse per le imprese (e già l’ha ottenuta sull’Irap) avanza anche la proposta di fare pagare l’Irpef direttamente ai lavoratori dipendenti in nome della “semplificazione”. Ma occorrerebbe ricordare – e ricordarc – che nel nostro paese il 93% dell’Irpef è pagata proprio dai lavoratori dipendenti e dai pensionati.

Quando nelle settimane del lockdown si era capito che alla guida della Confindustria sarebbe andato un falco come Carlo Bonomi, sapevamo in anticipo lo scenario che avremmo avuto di fronte.

Adesso si tratta solo di scegliere con quale atteggiamento affrontare l’arroganza e la voracità dell’organizzazione dei “prenditori” nel nostro paese: se quello concertativo di Cgil – Cisl – Uil – Ugl che abbiamo visto fino ad oggi con risultati devastanti o se ci mettiamo per traverso con una opposizione frontale che ridia senso e dignità ad una visione di classe nei rapporti sociali in questo paese.

Bonomi lo definisce “spirito anti-imprenditoriale” perché gli fischiano le orecchie. È tempo che quel fischio torni ad essere quello del vento.

Fonte

02/08/2020

L’immondo di Quark

di Alessandra Daniele

Dal punto di vista strettamente scientifico, i politici nostrani sono degli organismi perfetti.

Si adattano a qualsiasi ambiente.

Sfruttano qualsiasi situazione.

Si nutrono di qualsiasi cosa.

Hanno un appetito superiore a quello di qualunque predatore, e una capacità e velocità di mutazione superiori a quelle di qualunque virus.

Proliferano anche nelle condizioni peggiori.

Si moltiplicano anche per scissione.

Né glaciazioni, né inondazioni, né desertificazioni, né terremoti, né piogge di meteoriti riuscirebbero mai ad estinguerli del tutto.

Potrebbero essere l’unica specie sul pianeta a sopravvivere a una guerra nucleare.

Superano di gran lunga la resistenza degli scarafaggi.

Purtroppo però fanno anche molto più schifo.

Ne stiamo avendo una prova evidente e significativa anche in occasione della pandemia di Covid-19. I loro intrallazzi non si sono fermati un momento, neanche durante la fase più rigida del lockdown, neanche nelle zone più colpite dal virus.

Mentre gli esseri umani morivano a migliaia, loro continuavano a prosperare, approfittando di ogni opportunità di guadagno offerta dalle circostanze.

Ogni possibilità di tornaconto, sia politico, in termini di consenso e posizioni di potere, che economico, in termini di arricchimento personale.

Questa è la specie infestante alla quale sarà affidata la gestione sul territorio dei miliardi di euro del Recovery Fund.

È la più adatta.

La più simile a quella che guida l’Unione Europea.

Fonte

02/10/2019

Quei criminali arricchitisi sul debito pubblico e lo sfascio di un paese

Abbiamo verificato che quando si parla di trattati, Unione Europea, spread, mercati, vincoli, ecc, molti – “a sinistra” – fanno fatica a capire che stiamo parlando di lotta di classe. Tra ricchi e poveri, padroni e lavoratori, sfruttatori e sfruttati. Come nei “sacri testi” dei classici...

Una parte della responsabilità è del finto “antieuropeismo” della destra salvinian-fascista, che monopolizza il tema sul piano della comunicazione mainstream. Ma la parte più grande spetta alla volontaria distruzione – da parte dei gruppi dirigenti della cosiddetta “sinistra” – della capacità di interpretare la realtà politica in relazione a interessi sociali precisi, anziché in termini astratti e interclassisti (le lunghe tirate sulla “democrazia”, “i valori”, ecc.).

Nelle redazioni dei quotidiani o delle agenzie economiche, invece, sono abituati per mestiere a valutare i fatti economici nella loro crudezza. E allora certi meccanismi predatori vengono colti e descritti in modo “sereno”, come si deve fare con i dati di fatto.

In questo editoriale di Guido Salerno Aletta su TeleBorsa la storia del debito pubblico italiano viene ricostruita per quello che è: un conflitto di classe condotto dai possidenti contro coloro che campano di lavoro.

La decisione chiave risale al 1981, quando Andreatta – allora titolare del ministero del Tesoro (ora riunificato in quello dell’economia) – vietò per sempre alla Banca d’Italia di comprare titoli di Stato già al momento dell’asta. La partecipazione di Palazzo Koch, fino a quel punto, aveva avuto come effetto quello di calmierare i prezzi, comprando quando questi scendevano troppo (più è basso il prezzo, più alto è il guadagno del compratore, che in asta primaria è sempre una banca o comunque un “investitore istituzionale”, non certo un normale cittadino).

Da quel momento, i conti pubblici sono “irrimediabilmente sotto il ricatto del mercato per il debito pubblico, con i tassi di interesse che ci strangolano da allora senza sosta: sempre Andreatta di mezzo, con Ciampi. Da allora, abbiamo pagato migliaia di miliardi di interessi su un debito che cresce in continuazione, perché siamo in mano agli strozzini.”

Gli strozzini sono – in linguaggio educato – “i mercati”. E i primi strozzini sono investitori professionali italiani, e in misura minore internazionali.

Dov’è il conflitto di classe? In questa sola cosa: il debito pubblico viene pagato da tutti i cittadini di uno Stato, qualsiasi lavoro facciano e qualsiasi reddito abbiano (con più tasse o meno spesa sociale), il guadagno sul debito pubblico è invece appannaggio privatissimo di chi manovra i capitali finanziari sui “mercati”.

Non è che sia una nostra scoperta, perché già un tale Marx ci spiegava che “L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è… il loro debito pubblico”. Ossia: il debito è pubblico, il guadagno è privato.

Ma altrettanto importante è stata la scelta di aderire alla “moneta unica” e a tutti i trattati che hanno costituito l’Unione Europea di oggi, da Maastricht in poi. Una scelta politica, fatta da una generazione di “statisti” che ha costruito la propria personale carriera sul farsi strumento di interessi del capitale multinazionale, sia finanziario che industriale.

Una fusione tra interessi capitalistici e “ceto politico” che è un classico della “rappresentanza politica” borghese. E sorprende che gente “di sinistra” non se ne sia mai accorta...

Ma il problema più grave è che quelle scelte sciagurate, oltre che “classiste”, sono state un disastro per la capacità produttiva di questo paese. E, qualsiasi sia il tipo di società che vogliamo costruire, la costruiremo a partire da quello che troveremo. Così come le prossime generazioni si ritroveranno a vivere nel degrado ambientale che il capitale multinazionale ha fin qui prodotto (e che continuerà a produrre, ma ammantandosi da green new deal).

Se vogliamo avvero costruire un’alternativa a questa classe di magnaccia travestiti da “imprenditori” o “investitori”, dobbiamo partire da questa consapevolezza. Il resto è pura perdita di tempo, anche se condita con l’aria di star “facendo politica”.

***** 

I naufraghi d’oro del Britannia

Guido Salerno Aletta – TeleBorsa

Hanno lasciato affondare l’Italia, una bordata dopo l’altra.

L’accordo Andreatta-Van Miert, nel 1993, portò allo smantellamento delle Partecipazioni Statali: doveva essere la liberazione dal giogo della politica, ed invece è stato lo sbriciolamento di un gigantesco complesso finanziario ed industriale pubblico che ci aveva fatto diventare la quinta potenza mondiale, davanti alla Gran Bretagna.

Le privatizzazioni sono state lo strumento per la colossale dilapidazione del patrimonio: tutto è passato nelle mani di un sistema capitalistico privato che il capitale non sapeva neppure dove fosse di casa. Hanno svenduto tutto, pezzo dopo pezzo. Quel poco che è rimasto, poco e niente, dall’ENI a Leonardo, dalle Poste a Fincantieri, è in piedi solo perché è nelle mani del Tesoro.

Il “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia, già dieci anni prima, nel 1981, ci aveva messi irrimediabilmente sotto il ricatto del mercato per il debito pubblico, con i tassi di interesse che ci strangolano da allora senza sosta: sempre Andreatta di mezzo, con Ciampi. Da allora, abbiamo pagato migliaia di miliardi di interessi su un debito che cresce in continuazione, perché siamo in mano agli strozzini.

Ma gli strozzini siamo noi stessi, gli Italiani: la ricchezza finanziaria privata interna cresce soprattutto per questa continua spoliazione. Le stesse banche, le assicurazioni ed i fondi di investimento vivono per il grasso che deriva loro dal debito pubblico. Una rendita parassitaria mostruosa, ignobile.

L’ingresso nell’euro, nel 2000, ci ha privato anche della sovranità monetaria, e ci ha condannato a commerciare all’estero con una valuta troppo forte: per essere competitivi abbiamo dovuto svalutare i salari, impoverendoci. Decisero tutto, ancora una volta, Prodi e Ciampi.

Il Trattato di Maastricht aveva cambiato tutto nel 1992: senza più le leve della politica di bilancio e senza industria pubblica, il sistema italiano era alle corde. Il Fiscal Compact ci ha condannato infine alla austerità distruttiva.

Fa impressione, a dieci anni dall’inizio della grande crisi finanziaria del 2008, guardare ai risultati per l’Italia di tanti sacrifici, di tante manovre correttive, di tante riforme: solo la Grecia ha fatto peggio di noi, con un PIL che si è ridotto di un quarto rispetto al 2008. Quello dell’Italia si è ridotto in termini reali del 4%, mentre tutti gli altri Paesi dell’Eurozona sono cresciuti: Malta del 56%, l’Irlanda del 54%, la Germania del 14%, la Francia dell’11%. Per noi è un massacro.

Il credito alle imprese diminuisce, i salari non aumentano, gli investimenti ristagnano. I governi si arrabattano, un anno dopo l’altro. Se l’economia non cresce, tutto si accartoccia, con il sistema previdenziale che va a rotoli.

Una intera generazione, quella che salì baldanzosamente a bordo del Britannia nel giugno del 1992 per mettersi al servizio dei Mercati, ha fatto naufragare l’Italia. Se l’è cavata bene, personalmente, con carriere fulgide, scalando il potere giorno dopo giorno.

L’Italia intanto è affondata: patrimonio industriale svenduto, debito pubblico sotto ricatto e recessione distruttiva.

I naufraghi d’oro del Britannia.

Fonte

30/06/2019

Autostrade, l’unica gallina dalle uova d’oro dei Benetton

A volte viene da ringraziare il “giornale dei padroni” per antonomasia – IlSole24Ore, organo di Confindustria – per il solo fatto di esistere. Perché fare informazione utile per le imprese significa, al contrario di quel che avviene per altri media, molto più “ideologici”, dare notizie vere, numeri, percentuali. Dati, insomma.

L’articolo pubblicato oggi sulla galassia dei Benetton, che sotto vi riproponiamo, dà un quadro preciso sia della struttura dei bilanci delle varie società, sia della natura reale di quelli che un tempo erano degli industriali del “golfino” trendy. Al di fuori del chiacchiericcio tra Di Maio (“azienda decotta, non si può occupare di Alitalia”) e il suo trasudante sodale di governo.

Dal quadro emerge che Atlantia – la società che gestisce in concessione Autostrade per l’Italia – pesa per più del 50% del fatturato della holding di famiglia. Ma soprattutto rappresenta tutti gli utili (profitti) dei soci di Edizione (il gruppo ristretto degli azionisti “familiari"). La citazione è meritata:
“Atlantia produce per i suoi azionisti profitti netti per 818 milioni, ai soci di Edizione – che detiene il 30,25% del capitale della società infrastrutturale – ne spettano 197. In altre parole, senza Atlantia gli utili sparirebbero, perché gli 86 milioni di competenza dei soci di Autogrill non basterebbero nemmeno a compensare le perdite dell’attività storica, con Benetton e la sua costola Olimpias che hanno chiuso in perdita rispettivamente per 115 e 11 milioni (il gruppo dei maglioncini è in rosso costante dal 2013).”
Anche l’attività da pochissimo acquisita (la spagnola Abertis, gruppo multinazionale spagnolo che si occupa di gestione e sfruttamento delle infrastrutture di trasporto e di telecomunicazioni, facente capo anche alla spagnola Acs) non è industriale, ma pura gestione di infrastrutture costruite dalla mano pubblica e poi ceduta ai privati.

Idem anche per le altre attività rilevanti (aeroporti di Roma, Costa Azzurra e Saint Tropez), nonché per la partecipazione in Getlink (il tunnel sotto la Manica).

In pratica, ci dice Antonella Olivieri, se viene ritirata dallo Stato la concessione di Autostrade per l’Italia, per Atlantia è notte fonda. I Benetton, infatti, fanno i soldi soltanto così ormai: gestendo al risparmio infrastrutture a pedaggio (in Germania le autostrade sono gratuite o con abbonamento annuo inferiore alla tariffa di una sola corsa Roma-Milano), costruite con i soldi degli Stati e poi “privatizzate”.

In omaggio, ricordiamo, a quell’adagio assolutamente ideologico che recita: “i privati lo fanno meglio”.

Come abbiamo visto con il ponte Morandi a Genova.

La concessione è datata 1999, ma i Benetton si sono ben guardati dall’intervenire su una struttura che già allora mostrava seri segni di usura. “Meglio” incassare i soldi al casello, finché sta in piedi, vero?

Fuori da ogni “logica di mercato”, al riparo da ogni “concorrenza” (nessuno costruirà mai un’autostrada su un percorso dove già ne esiste una), con la garanzia di aumenti annuali delle tariffe ben al di sopra del tasso di inflazione, ecc.

Atlantia (e i Benetton) sono il paradigma di cosa è diventata la “grande imprenditoria italiana”: capitalismo “bollettaro” (che fa i soldi con bollette e pedaggi) in stile Ghino di Tacco, parassitario, socialmente irresponsabile, ma abilissimo a sfruttare gli “agganci” con le cordate politiche momentaneamente al potere.

*****

Perché il business di Autostrade è cruciale per i Benetton

di Antonella Olivieri

La minaccia per il gruppo Benetton è seria. Il bilancio consolidato di Edizione – i dati del 2018 sono stati elaborati con l’ausilio di R&S-Mediobanca – dipende infatti ancora in larga misura da Atlantia, tanto che, rispetto a un giro d’affari complessivo di 12.587 milioni, l’utile netto della holding della famiglia di Ponzano Veneto – 1.083 milioni – è spiegato interamente dalla società infrastrutturale che fattura 6.384 milioni al netto del canone di concessione di 532 milioni.

Tolte le quote di competenza terzi, Atlantia produce per i suoi azionisti profitti netti per 818 milioni, ai soci di Edizione – che detiene il 30,25% del capitale della società infrastrutturale – ne spettano 197.

In altre parole, senza Atlantia gli utili sparirebbero, perchè gli 86 milioni di competenza dei soci di Autogrill non basterebbero nemmeno a compensare le perdite dell’attività storica, con Benetton e la sua costola Olimpias che hanno chiuso in perdita rispettivamente per 115 e 11 milioni (il gruppo dei maglioncini è in rosso costante dal 2013).

Per contro sparirebbe anche il 98,5% del debito finanziario che assomma per Edizione a 47,99 miliardi.

Atlantia non può certo dirsi un’attività decotta, con un margine operativo lordo di 4.149 milioni, che sfiora il 65% dei ricavi netti. A sua volta, in Atlantia è preponderante il peso di Autostrade per l’Italia (Aspi) che, con 3.489 milioni, contribuisce al 54,7% delle entrate, e, con 1.765 milioni, al 64,2% del margine operativo netto.

A livello di risultato netto, dei 1.083 milioni di Atlantia, 622 (il 57,4%) vengono dai pedaggi italiani.

I conti del 2018 consolidano solo per due mesi la neo acquisita Abertis (50% più un’azione) che, a partire dal prossimo anno, avrà l’effetto di diluire il peso dell’Italia. Pro-forma – se cioè il gruppo spagnolo fosse stato consolidato dall’inizio del 2018 – il fatturato netto di Atlantia quasi raddoppierebbe, passando da 6.384 a 11.344 milioni e il margine operativo lordo salirebbe da 4.149 a 7.307 milioni.

Le attività aereoportuali – il 99,38% di Aeroporti di Roma (Fiumicino e Ciampino), il 64% di Costa Azzurra e il 99,94% dell’Aeroporto di Saint Tropez – pesano ancora relativamente poco: appena il 12% dell’intero fatturato consolidato di Atlantia, con un apporto di 834 milioni al netto delle rettifiche infragruppo.

Un altro pizzico di estero nel portafoglio di Atlantia è il 15,49% di Getlink (che esprime però il 26,64% dei diritti di voto), società che gestisce il collegamento sottomarino della Manica, per un valore a patrimonio netto di 1.041 milioni. Ma complessivamente, tra autostrade e aeroporti, oltre il 70% del giro d’affari di Atlantia – nei conti 2018 – ha origine ancora nella Penisola.

Al piano superiore, quello di Edizione, la diversificazione al momento è poco più che un accenno. Dall’operazione Abertis il gruppo ha ereditato anche il 29,9% di Cellnex (detenuto tramite Connect), un ritorno alle tlc, ma nel business meno volatile delle torri per la telefonia mobile (la società catalana ha rilevato in Italia buona parte della rete di Wind). Cellnex, che nel bilancio di Edizione è consolidata a patrimonio netto, è comunque ancora una realtà relativamente piccola con 867 milioni di fatturato netto, un margine operativo lordo di 516 milioni, un margine operativo netto di 113, un risultato netto di 18 milioni e utile di competenza dei soci di 15 milioni.

Gli unici investimenti finanziari – oltre al neo acquisto di poco meno del 3% di Prysmian – sono quelli della filiera Mediobanca-Generali. Il 2,1% di Piazzetta Cuccia (in carico a 181 milioni, ma contabilizzato al fair value di 141 milioni) e il 3,33% di Generali (valore di carico 811 milioni, fair value di 757 milioni) contribuiscono per poco meno di 900 milioni al capitale netto della holding che è di 21,8 miliardi.

In conclusione, il gruppo Benetton è ancora fortemente italocentrico e Atlantia-dipendente. Destabilizzare Atlantia significa colpire anche il 70% degli investitori di mercato e i 13.388 dipendenti del gruppo in Italia, dei quali 6.846 lavorano per Autostrade. Può sembrare un ricatto morale, ma occorre rifletterci.

Fonte