Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/01/2023

Meloni d'Algeria

La presidente Meloni è andata nei giorni scorsi in Algeria accompagnata da due big boss del capitalismo tricolore: l’amministratore delegato dell’Eni De Scalzi e il presidente di Confindustria Bonomi.

L’interscambio commerciale tra Italia e Algeria nel corso del 2022 è cresciuto del 160%, grazie soprattutto alle maggiori importazioni italiane di gas. Come noto tra Algeria e Italia esiste già un gasdotto, in parte sottomarino, che parte da Hassi R’mel nel deserto algerino, transita per la Tunisia e finisce a Mazara del Vallo in Sicilia.

Adesso l’Eni sta pensando ad un altro gasdotto tra Algeria e Italia. Si tratta del progetto Galsi (Gasdotto Algeria Sardegna Italia) una condotta sottomarina di 284 chilometri con una profondità massima di ben 2.880 metri con la condotta che partirebbe dal porto algerino di Koudiet Draouche, nel nord-est del Paese, a quello di Porto Botte, nella Sardegna sud-occidentale. Quindi una condotta sotterranea sino a Olbia, attraversando tutta la Sardegna. Infine, da Olbia un altro gasdotto fino a Piombino, da cui partirebbe il collegamento con la rete italiana.

L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha siglato ad Algeri due memorandum d’intesa con il suo omologo della Sonatrach, Toufik Hakkar, uno per la valorizzazione della rete di interconnessione energetica tra Italia e Algeria, e l’altro per la collaborazione tecnologica tra i due Paesi per ridurre la combustione del gas e di altre emissioni.

Le due società si sono impegnate a trovare il modo di assicurare all’Italia maggiori importazioni dall’Algeria di beni energetici attraverso la capacità di trasporto delle infrastrutture esistenti, la realizzazione del nuovo gasdotto per il trasporto di idrogeno, la posa di un cavo elettrico sottomarino e l’aumento della capacità di produzione di gas liquefatto.

Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ha invece firmato un memorandum di intesa con il presidente del Consiglio del rinnovamento economico algerino (Crea), Kamel Moula, per favorire la cooperazione industriale tra le imprese italiane e algerine e creare così “un ponte tra il nostro paese e l’Algeria, in chiave economica, sociale e geopolitica”.

Il memorandum mira a promuovere partnership in cui il sistema industriale italiano può esprimere tutte le sue potenzialità nel contesto della diversificazione economica algerina, che “prevede ampi margini per una più radicata penetrazione del nostro Made in Italy e delle sue filiere produttive”. L’Algeria, infatti, vede nell’Italia anche un modello di riferimento per lo sviluppo delle piccole e medie imprese. Si stima che siano circa 180 le imprese italiane con una presenza strutturata in Algeria, cui si aggiungono centinaia di imprese – soprattutto piccole imprese – coinvolte in contratti di fornitura.

Se è vero che gli affari sono affari, sullo sfondo rimangono alcuni problemi politici che peseranno sulla politica estera italiana nel Mediterraneo.

L’Algeria è il paese arabo più intransigente verso Israele, in qualche modo è la punta del nuovo “fronte del rifiuto” rispetto agli Accordi di Abramo firmati da alcuni paesi arabi con Tel Aviv. Tra questi vi è il Marocco, il rivale regionale dell’Algeria. Anche il Marocco sta lavorando ad un gasdotto da collegare all’Europa e in aperto antagonismo a quello algerino.

L’Italia di Mattei e della “vocazione mediterranea” sapeva barcamenarsi bene nei conflitti del Medio Oriente ed era un partner affidabile del mondo arabo. Da trenta anni a questa parte, i governi italiani hanno abbondantemente dilapidato questo “tesoretto” dichiarandosi il migliore alleato di Israele in Europa, invadendo l’Iraq e destabilizzando la Libia.

Con l’aumento delle forniture di gas all’Italia e ad altri paesi europei, l’Algeria nel 2022 ha fatto soldi a palate. Ha quindi aumentato notevolmente le spese militari ed ha acquistato esclusivamente armamenti russi e cinesi. Insomma qualcosa di estremamente lontano dai desiderata della Nato e la conferma che l’Algeria oggi è il migliore interlocutore di Russia e Cina nel Mediterraneo.

Infine, c’è il problema della ZEE (Zona Economica Esclusiva) dell’Algeria che arriva a lambire la Sardegna. Su questo la diplomazia italiana fa la finta tonta da anni ma è proprio sulle ZEE che in corso in tutto il Mediterraneo un braccio di ferro tra tutti i principali paesi rivieraschi.

Insomma, ascoltando la Meloni intervenire ad Algeri nell’incontro con il premier algerino, abbiamo avuto la netta impressione che non sapesse di cosa stesse parlando e vendesse fumo sugli accordi e l’emergenza energetica su cui l’Algeria è ben disponibile a diventare parte della soluzione (e fornitore importante), ma è apparso evidente che la postura di politica estera del governo in carica sia più simile a quella del mercante che a quella di un paese con un passato importante e una necessità impellente di relazioni efficaci nel Mediterraneo.

La parallela visita di un mediocrissimo ministro degli Esteri come Tajani in Egitto si muove sullo stesso solco: profilo politico bassissimo e accordi sulle forniture di gas attraverso il protagonismo dell’Eni. Si conferma insomma che la politica estera italiana la decidono nel grattacielo sul laghetto dell’Eur e non alla Farnesina.

Sul dolente dossier libico nessun passo avanti. Eppure occorre ricordare che la Libia è quella con il petrolio più vantaggioso per qualità, costi di estrazione e di raffinazione. Ma l’instabilità che l’Italia ha contribuito a scatenare in quel paese con il colpo di stato e l’intervento militare Nato contro Gheddafi, è lì a mostrare il fallimento della politica estera italiana a trazione Nato nel Mediterraneo.

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21/01/2023

Tanta roba, nessuna verità

Gillo Dorfles lo definiva “horror pleni”, (Horror pleni, l’(in)civiltà del rumore, Castelvecchi 2008), per lui era il contrario dell’horror vacui, che invece vorrebbe dettagli molto definiti.

Dunque, siamo nell’epoca dell’attitudine a riempire di rumore di fondo le nostra vite, per creare frastuoni massmediatici, che a loro volta diano vita a incessanti corto-circuiti che ci impediscano di riflettere su ciò che vediamo, leggiamo, ascoltiamo.

Succede che invece che indagare le cause per cui un maledetto elicottero ucraino s’è schiantato su un asilo infantile di Kiev, ammazzando tre bambini, ci raccontano che il ministro dell’Interno che era a bordo con un’altra dozzina di funzionari – tutti morti nell’impatto al suolo – amasse molto l’Italia. Un dettaglio decisivo per ricostruire i fatti.

Sulla cattura di Matteo Messina Denaro ci sono stati riferiti dettagli decisivi per risalire alla rete organizzativa, mafiosa, massonica e politica – tanto che potremmo ribattezzarlo Matteo Massone Denaro – che gli ha permesso di latitare per trent’anni a casa sua: sappiamo tutto del suo costoso guardaroba, e anche del contenuto del cassetto del comodino della sua camera da letto, in cui sono stati ritrovati preservativi e pillole di Viagra, reperti utilissimi alle indagini.

A proposito della bidella che avrebbe fatto avanti e indietro in treno tra la Campania e la Lombardia ogni giorno per risparmiare sul caro-affitti, abbiamo avuto il meglio del giornalismo di inchiesta: orari dei treni, costo dei biglietti, la sveglia mattiniera e l’ora di andare a nanna. Ne è scaturito un ricchissimo dibattito pieno di ipotesi investigative, per intuire se si trattasse o meno di una bufala.

Tanta roba, come si direbbe oggi, tranne una semplice, terribile domanda: ma se fosse vero, non è un bieco sfruttamento del lavoro? Cioè: ma perché una dipendente pubblica – oltretutto nelle condizioni previste dalla legge 104 – per lavorare dovrebbe essere scaraventata a 850 chilometri di distanza da dove vive? Per farla alzare dal divano?

È stato reso noto che OVS – famoso marchio dell’abbigliamento del tanto decantato made in Italy – ha recentemente scelto Bari come sede delle proprie lavorazioni, che prima si facevano in India e in Cina. Pare che in azienda abbiano detto: “In Cina ormai gli stipendi sono come in Italia, delocalizzare non ha più senso”. La domanda cui si sarebbe dovuto dare una risposta è: sono saliti gli stipendi cinesi o quelli italiani sono ormai ai minimi termini?

Ma è la televisione che riesce a superare il muro dell’horror pleni, detonando come fosse il botto di Mach 1: Vespa vola a Kiev a fare l’asta del microfono di Zelensky, che nella sua autointervista dice cose talmente già sentite che andrebbero giù per il buco dell’acquaio se la presenza di Vespa non garantisse che invece si tratta di vere e proprie acque nere, quelle che vanno giù per il cesso: “l’Italia deve fare la guerra europea se no scoppia la guerra mondiale”, conciona Zelensky, che ha imparato a memoria la sceneggiatura scritta al Pentagono.

E Vespa lì, come la sagoma di un poligono di tiro, che si fa volentieri bucherellare dalle raffiche belliciste.

Sembra che a Vespa piacerebbe essere ingaggiato da Canale 5, ma rischia di confrontarsi con lacchè più intraprendenti di lui, a cominciare dal direttore del tg che ha appena trasmesso un’intervista di Veronica Gervaso a Carlo Bonomi, presidente di Confindustria.

Nella “splendida cornice” di Davos, dove uomini potenti di tutto il mondo s’incontrano in quel lembo di svizzera che fu “La montagna incantata” di Thomas Mann, la giornalista fa domande inutili, e lui le restituisce risposte insulse.

Cose che succedono tutti i giorni, in tutti i canali tv italiani, a tutte le ore. Niente di strano se non fosse che i due sono marito e moglie: cioè la signora Veronica Gervaso in Bonomi intervista il dottor Carlo Bonomi, consorte della signora Gervaso Bonomi medesima. Meriterebbero il premio speciale “marchetta d’oro” sia gli addetti all’ufficio stampa di Confindustria che – ex equo – i giornalisti della redazione di Canale 5.

Ecco, allora, che la nostra stampa ha così tanta voglia di regime, che farcisce ma non riferisce; fa sensazione, non informazione; chiacchiera, non racconta.

Tornano alla mente le parole di Giuseppe Antonio Borgese. Nel suo “Golia” (ridato alle stampe da La Nave di Teseo, nel 2022) – saggio giudicato da Leonardo Sciascia “uno dei libri di più intensa passione che siano stati scritti sul fascismo”, scrisse: “Quando le teste sono vuote, qualsiasi genere di superstizione o di autoritarismo è buono per riempirle”.

Correva l’anno 1937, e correva a perdifiato incontro al baratro dello sfruttamento intensivo della manodopera, della repressione e del conformismo, della propaganda e della guerra.

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25/11/2022

Confindustria cala l’Asso

“La fiducia delle imprese manifatturiere in Lombardia e nel Nord-Ovest, del resto, è ancora in calo per il quarto mese consecutivo e scende sui minimi da gennaio 2021”, si legge nel rapporto presentato da Assolombarda, l’associazione degli imprenditori lombardi che ha fatto da trampolino di lancio ai vertici di Confindustria di Carlo Bonomi, attuale presidente.

“Il rallentamento legato al PIL è dovuto alle tensioni che hanno a che fare con l’aumento del costo delle materie prime. Con particolare riferimento al gas, per esempio, le quotazioni in Europa, nell’ultimo mese, sono calate in media a circa 115 €MW/h, ma risultano ancora dieci volte superiori rispetto al pre-Covid”, dice Alessandro Spada, capo di Assolombarda.

In buona sostanza, si rileva che la crescita per il 2022, in Lombardia, dovrebbe essere del 3,9%, superiore alla media italiana dello 0,5%, dato che permetterà di colmare la perdita di PIL vista nel 2020 (a fine 2022 ci sarà un +1,8% rispetto al 2019).

Però, dividendo per settori, l’industria regionale non riuscirà a ricoprire totalmente il gap con il 2019 (-0,2%) come, per esempio, per l’agricoltura (-2,4%).

Fosche le tinte per il 2023. “A causare il rallentamento del PIL nel 2023 per la regione sono le contrazioni del valore aggiunto di industria e agricoltura (-1% e -0,5%) con crescite limitate di costruzioni e servizi del commercio (+1,2% e +0,5%)”, dice la nota ufficiale di Assolombarda.

La Lombardia si differenzia dalla dinamica italiana e registra un +0,1% tendenziale legato alla produzione. Tuttavia, secondo le ultime indagini, cresce la preoccupazione relativa all’insufficienza della domanda. Per Assolombarda, si tratta di un ostacolo alla produzione che riguarda il 16% delle imprese manifatturiere del Nord-Ovest; tale percentuale non è stata mai così alta nell’ultimo anno e mezzo.

Ricapitolando. I capitalisti del Nord-Ovest prevedono tempi difficili, il che significa nessuna concessione alle rivendicazioni dei lavoratori, ma solo incentivi alle imprese, cosa che il governo ha recepito nella manovra finanziaria.

“In tal senso, bene che il nuovo Governo sia intervenuto subito con un Decreto sul problema dell’energia e che non abbia tergiversato”, dice ancora Alessandro Spada, il capo di Assolombarda.

Ma subito aggiunge quello che vuole Confindustria: “dobbiamo avere bene a mente che questi provvedimenti, penso anche all’ultima legge di bilancio presentata, sono solo un aiuto a sopravvivere, non la soluzione al problema”, precisa Spada.

Cioè? “L’energia è fondamentale per un territorio manifatturiero come il nostro e, in tal senso, dobbiamo impegnarci per mettere al riparo le nostre imprese: il rischio è quello di fermare il motore economico del Paese, la Lombardia”.

Come se le grandi compagnie dell’energia italiane (Eni, Enel, Acea, Hera, ecc.) non facessero parte di Confindustria e non avessero ricavato ingenti profitti a danno di tutti, la soluzione sarebbe – lo dicono chiaro – che il governo investisse di più sul mix di fonti per l’indipendenza energetica.

In particolare vorrebbero rigassificatori e termovalorizzatori, senza disdegnare il nucleare, con buona pace della transizione ecologica, la sostenibilità ambientale e la green economy.

Se questo è quello che pensano e dicono, senza remore, gli industriali del Nord, è altrettanto chiaro qual è il terreno di scontro dei prossimi mesi: l’intenzione di scaricare i costi finanziari e sociali della crisi energetica sulla collettività, che è già preda dell’aumento del costo della vita, dell’inflazione a due cifre e dei redditi da lavoro più bassi in Europa.

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13/11/2022

Il “divanismo” delle imprese è ormai al delirio

Storia d’Italia. Estratti di dialogo con gli amici in questi anni.

1) Alberto, costruttore, in pensione, figli all’estero: “guarda Pasquale, io ho lavorato tanto tra gli anni sessanta e gli anni ottanta. È vero, c’era l’inflazione a due cifre, ma c’era la scala mobile, l’indicizzazione dei salari e stipendi, la gente non perdeva nulla e continuava a farsi la prima casa o la casa per i figli. Il lavoro non mi mancava, non dovevo chiedere nulla allo Stato, il mercato marciava da sé“. Quanto al debito pubblico, con l’inflazione il Pil nominale cresceva ed abbatteva il rapporto (1980: rapporto debito/Pil sotto il 60%, meglio di quel che poi venne a chiedere il Trattato di Maastricht).

2) Mariachiara, imprenditrice, settore audiovisivi e prodotti di gioielleria, sbocchi in tutto il mercato mondiale: “Non ho committenti nazionali, lavoro sull’estero. I grandi bradcoaster nazionali sono politicizzati, ed io non voglio entrare in questa melma. Preferisco lavorare su estero, dove ho notevoli soddisfazioni. Quanto ai prodotti di gioielleria, ormai in Italia sono pochi quelli che fanno vero artigianato, io riunisco maestri in tutt’Italia e trovo sbocchi esteri, spesso facilmente“.

3) Guido, ex Consigliere al Senato, editorialista: “Ho lavorato 20 anni al Senato, ho conosciuto tutti, da Carli ad Andreotti, dalla Anselmi a Napoleoni. Il pentapartito non si preoccupava di Confindustria, perché aveva le Partecipazioni Statali, i colossi pubblici che davano lavoro a milioni di persone. Al più a Confindustria le si dava le noccioline.“

Ebbene, confrontate queste testimonianze di un tempo e guardate la prima pagina di ieri de IlSole24ore: “Bonomi: «Per taglio cuneo possibili risorse per 40-50 miliardi». E questo governo ci sta pure pensando, a come trovarli.

Abbiamo perso il 25% dell’apparato industriale, per lo più grandi imprese pubbliche, le uniche che facevano “vera” ricerca applicata avanzata, e non aumenti incrementali derivanti da brevetti esteri, come succede da decenni. Pagavano salari decenti, le condizioni di lavoro erano buone.

Anche troppo, per i privati, che trovarono in Ciampi, Prodi, Amato, Carli, Draghi ecc. i loro alfieri per smantellarli.

Poi fu un succedersi di misure pubbliche a sostegno delle aziende rimaste, orbitanti nella sfera Confindustria.

Un mese fa ne parlavo con un manager che lavora in Asia. Lui, tra gli altri, frequenta circoli liberisti asiatici. Sono esterrefatti dal tipo di “statalismo” che c’è in Europa e in particolare da noi, inteso come sostegni pubblici all’apparato produttivo privato.

Logico che lo Stato, se opera secondo il principio “Più Stato per il Mercato“, debba poi tagliare in altre parti della spesa pubblica.

E così si distrussero l’istruzione primaria e universitaria, l’assistenza, la sanità, le politiche industriali pubbliche furono cancellate.

Ci sono ancora delle eccellenze, non c’è dubbio, ma senza questo assetto almeno il 30% dell’apparato produttivo, che è vecchio, andrebbe via. Questo perché, dopo 30 anni, nessuno pensa più a costruire un modello come c’era nella Prima Repubblica: grandi imprese pubbliche avanzate che trascinano l’intero apparato industriale.

Ci siamo mangiati il futuro per questo. Se tagli l’istruzione non sarai più tra i paesi avanzati in futuro, oltretutto la parte migliore delle nuove generazioni viene in questo modo spinta ad andare all’estero.

Nessuno pensa a queste cose, nella “classe dirigente”, nessuno pensa al futuro. Una volta i cinesi chiesero a Prodi: “ma è possibile che non pensate mai al futuro?”

Lo chiesero a quello che il futuro del Paese lo aveva distrutto.

Bonomi ora chiede allo Stato 50 miliardi per il taglio del cuneo fiscale. A spese dell’Inps e delle future pensioni.

Chiedono che i salari, pubblici e privati, li paghi lo Stato (tra tagli al “cuneo fiscale”, incentivi, defiscalizzazioni, alternanza scuola-lavoro, stage retribuiti, ecc.).

Chiedono che l’energia la paghi lo Stato, ogni volta che il prezzo si alza per la speculazione di altri “imprenditori”, sicuramente più potenti e prepotenti di loro.

Chiedono che anche le materie prime, con i crediti di imposta, le paghi lo Stato.

Loro sono capaci di “fare impresa” e profitti soltanto in questo modo. Stando sdraiati sul divano e mettendo tutti i costi in capo alle finanze pubbliche.

Si definiscono “liberisti”. In Asia ridono di loro. Siamo condannati all’estinzione, come capacità industriale, ma ridiamoci su. È realtà, Italia 2022.

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08/06/2022

“Ammuina” europea sul salario minimo

Chi sperava in una parola di moderata saggezza da parte dell’Unione Europea sarà rimasto ancora una volta deluso.

Il “Trilogo” – l’organismo informale composto da Commissione europea, Consiglio Ue e Parlamento europeo – ha approvato la scorsa notte una direttiva che non obbliga gli Stati membri a cambiare i propri sistemi già esistenti, ma che invita a promuovere salari “adeguati ed equi” ai lavoratori.

Al momento, il minimum wage è previsto per legge in 21 dei 27 paesi membri. Quelli che non ce l’hanno sono anche molto diversi tra loro: Italia, Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Svezia. Tranne Cipro, insomma, hanno già tutti salari molto più alti di quelli italiani.

La trattativa è stata lunga e si è conclusa appunto nella notte. Si capisce che la “resistenza” infame è arrivata soprattutto dal nostro governo, alla guida del più grande dei sei paesi “in difetto”.

Lo si capisce dalle formule usate nel comunicato finale. L’obiettivo viene indicato nel cercare di “garantire una vita dignitosa ai lavoratori riducendo la povertà lavorativa”. Ma viene anche promossa la contrattazione collettiva per la determinazione dei salari e livelli adeguati di salari minimi legali, e prevede la presentazione di relazioni sulla copertura e l’adeguatezza dei salari minimi da parte degli Stati membri.

Un compromesso tra l’indicazione (o semplice “raccomandazione”) ai governi nazionali di verificare se le retribuzioni reali sono in grado di “garantire una vita dignitosa”, abbandonando la finta neutralità della politica di fronte a una “contrattazione privata tra le parti sociali” che non garantisce più da decenni proprio quell’obiettivo.

Ma stiamo parlando pur sempre del “gotha” politico della borghesia continentale, che sta giostrando i suoi equilibri interni tra la necessità di garantire a tutte le imprese una “concorrenza” a parità di condizioni e la volontà di non disturbare troppo le imprese nazionali che fin qui hanno beneficiato alla grande dei bassi salari. Italia in testa.

Naturalmente i 27 paesi dell’Unione hanno sia un costo della vita differente che salari minimi corrispondenti, e quindi l’obiettivo della “vita dignitosa” non è una misura uguale per tutti.

In Italia, secondo l’Inps, oltre 5 milioni di lavoratori dipendenti guadagnano meno di 1.000 euro al mese mentre 4,5 milioni vengono pagati meno di 9 euro lordi all’ora e oltre 2 milioni di lavoratori percepiscono 6 euro lordi all’ora.

Nel resto della UE il salario minimo legale oscilla grandemente, tra i 332 euro della Bulgaria e i circa 2.200 euro del Lussemburgo. La Svizzera, che è formalmente “extra-UE”, ha un minimo di 3.300 franchi (circa 3.000 euro).

Chiaramente una disparità che arriva anche a 10 volte ha conseguenze reali sui livelli di vita, perché una serie di prezzi fondamentali – dalla benzina al grano – hanno uno standard internazionale piuttosto unico, con variazioni soltanto nella tassazione nazionale (le nostre “accise”, Iva, ecc). Per capirci: un litro di benzina costa in Bulgaria 1,6 euro, in Italia 1,9, in Spagna 2 euro e in Svizzera 2,01. Non tutti possono insomma permettersi di fare un pieno al mese...

Poi ci sono i meandri dell’“economia informale” – ancora molto articolati nei paesi meno ricchi (Pigs e Balcani) – che permettono anche a chi ha il minimum wage più basso di “svoltare”, in qualche modo.

Ai governi nazionali viene insomma chiesto di monitorare da vicino queste dinamiche in modo da fornire un indicatore attendibile circa il livello della retribuzione minima nazionale. Senza disturbare le “dinamiche del mercato”, ovviamente...

La direttiva sarà pubblicata a giorni nella Gazzetta Ufficiale europea, ma gli Stati avranno due anni per applicarla. E qui partono tutte le manovre – parliamo del nostro paese – per ritardare al massimo l’introduzione di questo istituto che può aiutare anche la contrattazione a uscire dal ricatto feroce di rapporti di forza sociali negativi (se hai già un “pavimento” quasi dignitoso, puoi provare a ottenere di più).

Si sa che il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ha già messo le mani avanti affermando che “la questione non ci riguarda; nei contratti firmati da Confindustria siamo già oltre i 9 euro l’ora” (il livello fissato dalla proposta dell’ex ministra Catalfo).

Le cose da sapere sono due, però. La prima è che Confindustria è il “sindacato” delle imprese, quello che siede ai tavoli di contrattazione di fronte ai sindacati. E non tutte le aziende sono iscritte all’associazione (Marchionne ne uscì ai tempi del “modello Pomigliano”, per adottare un contratto di lavoro peggiore), quindi non tutte applicano i livelli salariali fissati dai contratti.

La seconda cosa è che Bonomi, furbescamente, omette di precisare se quei “9 euro” siano netti o lordi. La differenza, per un lavoratore, è piuttosto forte (anche il 30% in meno, nel secondo caso).

Non a caso Bonomi insiste soltanto sul taglio delle tasse e del “cuneo fiscale” (i contributi previdenziali, ecc., che incidono sul costo del lavoro finale). Un modo di pretendere che eventuali aumenti delle buste paga nette siano a carico dello Stato e non delle imprese.

E dire che i salari italiani “contrattualizzati” sono riconosciuti ormai da tutti come i più bassi d’Europa, al punto di esser passati – in appena 20 anni – da 5.000 euro più della media OCSE (i 30 paesi più industrializzati del mondo) a 5.000 euro in meno. Come si vede da questo grafico dell’OCSE, appunto. In pratica, l’Italia sta uscendo dal novero dei paesi più industrializzati...


Ma fin qui abbiamo descritto la situazione “migliore”, quella dei lavoratori con regolare contratto a tempo pieno e indeterminato. Dietro di loro c’è la massa dei working poor – che l’Inps, come detto, quantifica in oltre 5 milioni – che pur spaccandosi la schiena tutti i giorni proprio non riesce a mettere insieme il pranzo con la cena.

Del resto lo sappiamo da sempre. Padroni e governi – sia “nazionali” che sovranazionali – non regalano nulla. Anzi, cercano di appropriarsi di una fetta sempre più grande della ricchezza prodotta. Anche il “salario minimo europeo” rientra in questa cornice.

Se si vuole quel che è giusto, bisogna chiederlo con una certa forza...

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05/05/2022

La fredda primavera del lavoro

L’aprile che abbiamo vissuto non è di certo quello che sognavamo ad inizio anno, tra una guerra che non mostra segnali di arresto, una pandemia che ancora produce morte, e le bollette di gas e luce che continuano a galoppare. In questo quadro, tutt’altro che sereno, una notizia sembra riportare una ventata d’aria fresca per il mondo del lavoro: l’ISTAT ha appena calcolato che nel 2022 i salari nominali cresceranno dello 0.8% rispetto allo scorso anno. Per quanto sia una crescita flebile, verrebbe da tirare una boccata d’ossigeno, in quanto questo dato sembrerebbe indicare che i lavoratori, nonostante tutto, stiano preservando i propri standard di vita.

Purtroppo, non è così. Infatti, la crescita media delle buste paga non sarà sufficiente a compensare la crescita dei prezzi. A riprova di ciò, la stessa ISTAT stima per il 2022 un aumento del costo della vita (la temutissima inflazione) di circa il 6%: tradotto, se i salari nominali crescono di un non nulla, i prezzi dei beni e dei servizi comprati dai lavoratori crescono sensibilmente, sei volte tanto, con una conseguente perdita di potere d’acquisto di circa il 5%.

Si tratta di numeri puri e semplici che certificano il peggioramento delle condizioni materiali dei lavoratori, che, per l’effetto combinato di un aumento dei prezzi e dei salari pressoché stagnanti, vedono ridotta, in maniera significativa, la loro capacità di spesa e quindi il proprio livello di benessere. E c’è di peggio. I salari reali – ossia rapportati all’andamento dei prezzi – potrebbero ridursi ancora di più del 5% se la guerra dovesse prolungarsi fino alla fine dell’anno, poiché il prolungamento del conflitto proietterebbe l’inflazione in tutta Europa sopra la doppia cifra.

Nonostante questa chiara evidenza, le trombe del padronato non smettono di squillare. Ci ha pensato il presidente di Confindustia, Carlo Bonomi, a suonare la carica, definendo gli imprenditori italiani degli “eroi civili” che stanno facendo di tutto per contenere l’inflazione.

Il pensiero di Bonomi è riassumibile come segue. L’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime iniziato nel 2021 è figlio innanzitutto del rallentamento della produzione causato dalle misure di contenimento della pandemia, a fronte del rapido recupero della domanda globale dell’anno passato. Questi rincari sono stati in seguito esacerbati dalle recenti vicende belliche e geopolitiche, che hanno interessato due economie relativamente piccole su scala globale, ma molto importanti nell’approvvigionamento di materie prime strategiche (gas, grano, risorse minerarie), mettendo di fatto le imprese di fronte ad una scelta: da un lato, aumentare i prezzi di vendita (e quindi soffiare sul fuoco dell’inflazione) per preservare i propri utili; dall’altro, ridurre i propri margini di profitto per evitare che l’aumento dei costi dei materiali e dell’energia si traduca in incrementi dei prezzi dei beni e servizi finali, mettendo a repentaglio le proprie quote di mercato. Non è dato sapere quale sia la strada che effettivamente sia stata percorsa (secondo Bonomi, la seconda delle due): sta di fatto che nessuna delle due contempla (e chi l’avrebbe mai detto...) uno spazio per l’aumento dei salari dei lavoratori.

In altri termini, secondo Confindustria le imprese italiane, evitando che i salari crescano, starebbero facendo il possibile per contenere l’inflazione, ed in questo modo danno manforte alla ripresa dell’intera economia italiana. È vero tutto il contrario. Non solo Bonomi utilizza l’inflazione come una clava contro il lavoro, agitandola come uno spauracchio per erodere potere d’acquisto e quote di reddito ai lavoratori, ma questo approccio ha anche il piccolo difetto di comprimere ulteriormente i consumi e la domanda interna, finendo per essere deleterio anche per le prospettive di crescita. È la stessa Confindustria, del resto, ad essere in prima linea nella battaglia per evitare i rinnovi dei contratti collettivi, i quali implicherebbero aumenti salariali (lo stesso Bonomi ha definito ‘un ricatto’ la proposta del ministro Orlando di subordinare sussidi di Stato alle imprese a dei fantomatici aumenti salariali).

Pandemia e guerra, due piaghe di enorme rilevanza, non colpiscono tutti allo stesso modo. Nello specifico contesto del mercato del lavoro italiano, caratterizzato da rapporti di forza già fortemente squilibrati, un continuo processo di precarizzazione e la conseguente frenata delle retribuzioni reali, gli accadimenti degli ultimi anni stanno rappresentando una ghiotta occasione per spostare ulteriormente l’ago della bilancia dalla parte delle imprese.

Difenderci dal carovita è possibile, a patto che le retribuzioni crescano almeno in linea con i prezzi, e ai padroni sia impedito di scaricare questi aumenti salariali su ulteriori aumenti dei prezzi. Solo in questo modo si contrasta l’inflazione e si difende il potere d’acquisto dei lavoratori. Ciò comporterebbe, ancor più inevitabilmente in un contesto di crescita dei costi delle materie prime, una riduzione dei margini di profitto. Ecco spiegato perché Bonomi continua a ripetere che l’aumento del costo del lavoro metterebbe “in grave difficoltà” le imprese. È attraverso queste lenti che dobbiamo leggere le parole dei rappresentati del mondo confindustriale, sempre al fronte quando si tratta di evitare che i profitti vengano erosi.

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04/11/2021

Confindustria e green pass. “Dovete lavorare ad ogni costo o, come i disertori in guerra, da fucilare”

Possiamo affermare senza tema di smentita che in occasione della pandemia la Confindustria, l’organizzazione padronale per eccellenza, ha mostrato il suo volto più brutale. Era già accaduto durante i mesi più critici dell’emergenza pandemica, quando pretesero che le fabbriche continuassero a produrre anche durante il lockdown e morti e contagi si contavano a decine di migliaia. Poi, tramite il presidente della Confindustria di Macerata, hanno affermato che la produzione doveva essere assicurata ad ogni costo e “pazienza” se qualcuno sarebbe morto.

Adesso è il turno di Michelangelo Agrusti, presidente di Confindustria Alto Adriatico, il quale il problema del green pass per accedere al lavoro lo risolverebbe così: “La pazienza è finita. Spingeremo perché sia stabilito che il peso di eventuali nuove restrizioni gravi solo su coloro che non sono vaccinati, perché sono disertori. Se questa è una guerra, in una guerra c’è chi ha paura, non combatte, viene messo al muro e fucilato. Qui non fuciliamo nessuno, ma il peso di eventuali nuove restrizioni deve gravare esclusivamente su questi disertori, che mettono a rischio la salute di tutti. La pazienza è finita”.

Ma i padroni sono anche suscettibili. L’attuale presidente della Confindustria, Bonomi, ha querelato Contropiano perché in un articolo definiva l’Assolombarda “peggio dei nazisti dell’Illinois”, ignorando forse una delle battute più conosciute di un film ironico come Blues Brother.

Per settimane la Confindustria ha praticato durante l’emergenza pandemica il vittimismo aggressivo denunciando come nel paese ci fosse un atteggiamento “contro le imprese”, eppure le loro aziende, nonostante il Covid, hanno aumentato la produzione. Adesso che al governo c’è uno di loro, li abbiamo visti esplodere in una standing ovation a favore di Draghi. Si sentono con le spalle coperte e con un governo che ne sta esaudendo tutti i desideri (vedi il taglio dell’Irap) e le ambizioni.

È per questa ragione che senza alcun freno inibitorio ritengono di potersi permettere anche un linguaggio come quello di Agrusti, confindustriale dell’Alto Adriatico. Siamo sicuri che tutti i “sentinelli democratici” pronti a stigmatizzare le dichiarazioni fuori posto o istigatrici di odio, in questa occasione se ne staranno zitti di fronte ad un padrone che allude alla fucilazione dei lavoratori senza green pass in quanto “disertori”.

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24/09/2021

“Questo governo è nostro”, parola di Confindustria

I padroni riconoscono che il governo Draghi è “roba loro” e pretendono che non si facciano più mediazioni con nessuno: “ora basta davvero”, come ha chiosato l’inguardabile Carlo Bonomi, presidente di un’associazione – Confindustria – che concentra interessi privati trasformandoli in “cultura di governo”.

La standing ovation riservata all’ex presidente della Banca Centrale Europea ha avuto il rumore di un “clang”, la chiusura di un ingranaggio meccanico di grandi dimensioni, pronto ora a stritolare e macinare qualsiasi cosa ci debba passare in mezzo.

Dal punto di vista padronale, in effetti, sono andati a posto tutti i pilastri fondamentali per dare loro il potere totale.

L’Unione Europea ha fissato la lunga lista delle condizioni da rispettare per avere due spicci di prestiti prima di tornare alle politiche di austerità. Le privatizzazioni di tutti i servizi pubblici, dall’acqua alla sanità ai trasporti, daranno qualche altro spiraglio di profitto sicuro a una classe imprenditoriale da quattro soldi, abituata a lucrare su concessioni pubbliche, monopoli, salari da fame e precarietà.

Del resto, proprio la Ue ha messo a disposizione uno degli uomini di punta del proprio establishment per traghettare anche l’Italia sulla via delle “riforme” a favore del grande capitale multinazionale.

Nella squinternata imprenditoria italiana, da decenni in fuga dagli investimenti e dal “rischio di impresa”, questo assetto – al di là di alcuni ministri ritenuti non particolarmente all’altezza del compito loro attribuito – conferisce il massimo di controllo possibile.

E dunque “ora basta davvero”...

Bonomi ha ricordato a tutti quel che, con meno informazioni a disposizione, avevamo provato a dire fin dagli esordi del governo Draghi: questo esecutivo è fatto di due governi in uno. E l’inner circle di Draghi controlla i ministeri chiave per le “riforme chieste dall’Europa”, mentre ai partitucoli chiamati a votarne i decreti sono affidate le materie minori, quelle dove ci si può scannare a favore di telecamera per dimostrare che esistono “differenze” tra centrodestra e centrosinistra, ma del tutto inessenziali.

E dunque Bonomi “si augura” (è già sicuro) che Draghi “continui a lungo nella sua attuale esperienza“: e vada avanti “senza che i partiti attentino alla coesione del Governo pensando alle prossime amministrative con veti e manovre in vista della scelta da fare per il Quirinale“.

Sistemate le istituzioni e il loro sviluppo futuro, teoricamente affidato al Parlamento e alla sovranità popolare, il presidente di Confindustria è potuto passare alle pretese più concrete.

Ai sindacati già complici è stato mandato il comando: ora “un patto per l’Italia” – mantra ripetuto anche da Draghi, subito dopo, a ribadire totale identità programmatica e retorica – che non prevede alcun conflitto sociale. “Non siamo partiti in lotta, l’antagonismo non serve e a niente“, non bisogna “perdere altro tempo“.

Come se la “lotta” tra interessi diversi fosse una “specialità dei politici”, un gioco di società, perché nei posti di lavoro – nella testa degli imprenditori – c’è chi comanda e chi obbedisce e basta.

Poi la lista.

Togliere l’Irap (la tassa per le imprese che serve in buona parte a finanziare la sanità pubblica), tagliare l’Iva e le accise (entrate per lo Stato, ma moltiplicatori della crescita dei prezzi, che dunque riducono le vendite possibili e i relativi profitti per le imprese, che al contrario pretendono di pagare salari ancora più bassi che a loro volta riducono i consumi complessivi).

E ancora: più soldi per gli ammortizzatori sociali (la cassa integrazione, ricordiamo, è una misura a vantaggio delle aziende, perché le esime dal pagare una parte dei salari).

Ma soprattutto le “riforme”, quelle imposte come condizioni dalla Ue per i prestiti del PNRR.

“La mano decisa – ha detto Bonomi – con cui Draghi e il suo Governo hanno mutato energicamente su finalità e governance le prime 80 pagine del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il modo in cui il Governo sta scrivendo le riforme fondamentali, pilastri del Piano, introducendo obiettivi prima inesistenti, come produttività e concorrenza, hanno rapidamente ed efficacemente risposto alle aspettative delle imprese.”

Questo è “il nostro governo”, sia chiaro per tutti, dice Confindustria.

Una nota di colore è arrivata dal richiamo sui no vax (“A chi flirta coi NO VAX invece di pensare alla sicurezza di cittadini e lavoratori, come a chi pensa che questo Governo sia a tempo, e allora basta tergiversare, perché poi le riforme si faranno quando governerà l’una o l’altra parte. NO, le riforme occorre farle adesso”), chiarendo indirettamente il ruolo di questi utili idioti che, se non fossero esistiti, i padroni li avrebbero inventati.

“La mano ferma con cui è stata ridefinita e accelerata la campagna vaccinale ci ha, in pochi mesi, condotto a una percentuale di vaccinati sulla popolazione che nei primi mesi dell’anno appariva fuori portata. La stessa mano ferma con cui il Governo ha assunto una settimana fa, la decisione dell’obbligo di introdurre il green pass per tutto il lavoro pubblico e privato. Una decisione che noi, condividiamo integralmente: finalmente ha prevalso la sicurezza dei luoghi di lavoro e la continuità delle nostre produzioni”.

La preoccupazione di Bonomi&Co non è tanto quella di vaccinare tutti, insomma, quanto la disponibilità di un “documento formale” – il green pass, appunto – che permetta alle aziende di lavorare sempre senza avere le migliaia di “cause per malattie sul lavoro”, moltiplicatesi in seguito all’esplodere della pandemia.

Ma è la parte sulla “nuova Europa” quella che restituisce meglio il senso delle necessità strategiche dell’imprenditoria (residua) nel nostro Paese: “Non è solo nell’interesse dell’Italia, che il Governo Draghi continui a rappresentarci al tavolo dove, l’anno prossimo, si discuteranno la revisione del Patto di stabilità e crescita, degli aiuti di Stato e delle misure straordinarie assunte dalla BCE. È nell’interesse dell’Europa, in cui noi fermamente crediamo, che il Presidente Draghi rappresenti una delle personalità di riferimento nella prossima stagione di future riforme europee. Serve un’Europa più coesa nelle sue regole finanziarie, più unita nella sua politica estera, più forte e più integrata nella politica di difesa”.

Traduciamo per chi ancora non capisce che “la borghesia europea” è ormai un dato di fatto, al di là dei passaporti in tasca (più d’uno, spesso) a ogni singolo imprenditore. È quella i cui affari dipendono dal quadro istituzionale e normativo continentale, oltre che dalla disponibilità di un mercato al di là dei confini nazionali.

La politica di “riforme” che la presenza di Draghi permette di realizzare serve a questo tipo di establishment continentale, non solo o non tanto “nazionale” (quello che un quacquaraqua come Salvini pretende ancora di rappresentate elettoralmente). E tutto, in questo schema, si tiene: nuovo “patto di stabilità”, quadro normativo europeo per le attività finanziarie, esercito continentale, affermazione di una “proiezione militare” in Africa e Medio Oriente (per ora).

Stesso ragionamento anche per il PNRR, che dovrebbe servire soprattutto a “riformare” strutturalmente l’ambiente economico-sociale italiano in senso padonale. E dunque privatizzando tutto.

“Sulla concorrenza, leggiamo che i partiti non mollano nella difesa dei troppi settori dell’economia italiana sottratti alla logica della concorrenza e del mercato. Cioè sottratti ai più forti stimoli necessari per accrescere la produttività: quella produttività che in tutti questi anni è stata stagnante. Non facciamo polemiche contro i partiti: le loro difese delle rendite si commentano da sole.”

Il ragionamento di Bonomi è particolarmente infame e falsario. Anche uno studente del primo anno di economia sa che “la produttività” discende dagli investimenti nel processo produttivo. E che non può aumentare se pensi solo a ridurre i salari o aumentare il tempo di lavoro. In questo modo – quello preferito da 40 anni, e che è alla base del declino industriale italiano – puoi anche mantenere buoni livelli di profitto, ma “la produttività” non cresce. E ad un certo punto la “concorrenzialità” di merci prodotte in questo modo viene superata da altre economie che fanno le stesse cose con salari simili, o anche leggermente superiori, ma con processi produttivi più evoluti.

“Facciamo invece un appello al governo su almeno tre nodi essenziali. Primo: basta gestioni in house dei servizi da parte di Comuni e Regioni, servono gare vere aperte ai privati e non impugnate poi al TAR come accaduto negli ultimi anni per quasi tutte quelle sul Trasporto Pubblico Locale. Secondo: più accesso ai privati nell’offerta di servizi sanitari secondo gli standard del Servizio Sanitario Nazionale, come indicato dall’Autorità Garante del Mercato nelle proposte inviate al governo. Terzo: una regola standard in linea con le Direttive comunitarie sulla durata delle concessioni pubbliche, essa va ricondotta ai 5 anni standard europei, le eccezioni vanno giustificate solo laddove sia comprovato che davvero rechino benefici economici e non siano rendite dei concessionari”.

Privatizzare i servizi pubblici, insomma. Così questi poveri pezzi di m***a potranno lucrare qualche euro in più senza muovere un dito o investire un euro.

E soprattutto abbassare le tasse per le imprese.

“Quanto all’imposizione sui redditi societari, pensiamola come strumento di crescita e non dimentichiamoci che è strumento di competitività internazionale: sosteniamo gli investimenti a massimo valore aggiunto, ricerca, digitale, efficienza energetica in primis, riducendo i gap che ci dividono dai nostri principali Paesi competitor. Mettiamo un po’ di olio negli ingranaggi nei processi di riorganizzazione aziendale e accompagniamo le operazioni di patrimonializzazione e capitalizzazione.

Come ci sollecita anche la Commissione europea, vanno ripensate le attuali modalità di utilizzo delle perdite fiscali, ricorrendo a meccanismi di carry-back e prevedendo una maggiore flessibilità nel loro utilizzo, oltre a un trattamento fiscale più favorevole dell’indebitamento, come consente il diritto UE.”


Notate come conclude questa parte del discorso – dopo aver ricordato che anche la tassazione è sottoposta a “concorrenza”, e infatti moltissime imprese italiane mettono la sede fiscale in Olanda o Irlanda – e poi chiedetevi se davvero “l’Europa” non c’entra con le dinamiche del conflitto di classe in questo disgraziato paese.

Si può andare avanti a lungo, perché un “vasto programma” come quello iniziato con il governo Draghi va a toccare tutti gli aspetti della vita del Paese. Ma il segno, già con questi primi punti, ci sembra abbastanza chiaro.

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22/08/2021

Bonomi, che faccia tosta!

Il presidente della Confindustria invoca CgilCislUil affinché rimettano mano, assieme ai padroni, al protocollo siglato nel 2020 sull'emergenza Covid nei luoghi di lavoro per ottenere l'obbligo per tutti i lavoratori del green pass.

Bonomi è l'esponente della peggior razza padrona che, a marzo dello scorso anno, mentre il Covid infestava soprattutto il nord industriale del paese, si rifiutava di chiudere le aziende, contribuendo così grandemente al diffondersi della pandemia e a velocizzarne la circolazione. Il profitto prima di tutto era il suo programma e tale è rimasto oggi che la discussione sul green pass infuoca le relazioni sindacali nelle aziende a partire dalla questione mense.

Non un parola sulla necessità di procedere velocemente alla vaccinazione di tutti per eliminare alla radice la possibilità della contaminazione, non una parola su quella che era e ancora oggi è una necessità strategica che è quella di liberare i vaccini dalla proprietà intellettuale per consentire davvero che a livello planetario la vaccinazione sia possibile per tutti e non solo per quelli arroccati nelle cittadelle dei Paesi ricchi assediati da moltitudini di uomini e donne, i lavoratori che mancano ai loro profitti.

Non una parola sulle enormi responsabilità di un sistema sanitario che non è più pubblico ma che ha ceduto quote consistenti a quel privato di mercato che Bonomi rappresenta e che è stato del tutto marginale nell'intervenire contro il Covid ma che è stato invece protagonista nella distruzione del servizio sanitario pubblico.

È il vecchio trucco di scaricare sui singoli responsabilità che non sono loro, sui lavoratori responsabilità che sono delle scelte economiche che sono state fatte nella gestione della pandemia e che in larga parte sono state dettate proprio dalle associazioni imprenditoriali. Ci hanno mandato a lavorare per non fermare la produzione su autobus e treni che, ieri come oggi, sono assolutamente inadeguati a garantire il distanziamento; ci hanno fornito mascherine chirurgiche spesso assolutamente inutili a proteggere dal virus come quelle prodotte da Stellantis e distribuite, a milioni, non solo agli propri operai ma anche agli studenti italiani; hanno sfruttato fino all'ultimo centesimo le casse integrazioni speciali messe in cantiere anche quando non ne avevano alcun bisogno; non alzano un dito per assicurare il pagamento delle giornate di quarantena ai lavoratori che così andranno al lavoro anche se in sospetto di Covid, altro che green pass! Ma soprattutto hanno scritto gran parte del PNRR per orientare, riuscendoci, l'allocazione delle risorse alle imprese e ai loro affari invece che a restituire una sanità pubblica ai lavoratori e ai cittadini.

Insomma gli squali non hanno perso il vizio di addentare tutto ciò che è possibile addentare e ora si buttano sul green pass da utilizzare per mettere in sicurezza la produzione senza che ci mettano nulla del loro e senza che paghino mai a sufficienza per la strage di omicidi nelle loro aziende che sta crescendo ogni giorni per numeri e atrocità.

Scommettiamo che CgilCislUil non saranno insensibili al richiamo all'ordine di Confindustria e che ancora una volta acconsentiranno a qualche pasticcio che a tutto servirà tranne che ad aiutare a sconfiggere la pandemia. Scommettiamo anche però che lo Sciopero Generale promosso per l'11 ottobre da una larghissima coalizione di scopo tra tutte le maggiori organizzazioni sindacali e chi vi aderirà avrà ben presente chi sono i responsabili di questo disastro sociale e saprà indicare con chiarezza una strada di lotta e conflitto per sconfiggerli e scacciarli.

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21/07/2021

Nell’attesa del boom di Bonomi, nutriamoci con bacche e radici

Mannaggia, che disdetta, il boom economico non arriva. Eppure ce l’avevano promesso in tanti, e alcuni con lo sguardo ieratico del profeta. Tipo Carlo Bononi, il boss di Confindustria: “Credo ci siano le condizioni per un piccolo miracolo economico, ma neanche troppo piccolo”, ha detto il 7 giugno scorso a Manduria (titolo del convegno “Forum in masseria”, ahahah). L’equazione era semplice: licenziamo, così potremo assumere, che è un po’ come quando buttate la macchina nel burrone così poi potrete comprarne un’altra, salvo accorgervi, guardando la carcassa, che per la macchina nuova non avete i soldi.

Intanto impariamo la geografia sulle pagine economiche dei giornali: la Timken è a Brescia (106 licenziati), la Giannetti Ruote in Brianza (152), la Gkn a Campi Bisenzio (422), la Whirlpool a Napoli (327), e non passerà giorno senza che si aggiunga alla lista qualche ridente località. Se va avanti di questo passo il miracolo economico dovrà essere strepitoso.

Intanto ferve (?) la discussione sui “nuovi ammortizzatori sociali”, il che conferma la passione della classe dirigente del Paese per l’azione coordinata in due fasi. Funziona così: prima fase, stringete la cinghia, restate senza lavoro, restate senza reddito, stringete i denti perché poi arriverà la seconda fase fatta di ammortizzatori sociali e aiuti per tutti. Bello. Solo che la prima fase viene attuata senza problemi e per la seconda fase, ehm… vediamo… pensiamoci bene… aspettiamo un po’… bisogna mettere tutti d’accordo… Insomma, mai che venga in mente di fare quel che farebbe chiunque nella sua vita: prima predisporre dei sistemi di sicurezza e poi, nel caso, procedere. È come se si montasse la rete sotto il tendone del circo dopo che il trapezista è caduto.

A proposito di caduti, i morti sul lavoro nel 2020 (anno in cui si è lavorato meno causa pandemia, peraltro) sono stati 799 contro i 705 del 2019 (più 13 per cento). L’Inail, che viglia o dovrebbe sulla sicurezza di chi lavora, ha controllato l’anno scorso 7.486 imprese, una goccia nel mare, perché ha pochi ispettori. Di queste sono risultate irregolari (tenetevi forte) l’86,57 per cento, praticamente nove su dieci. Non male, dài!

In sostanza, mettendo insieme i dati, aggiungendo le cifre sull’aumento delle situazioni di forte disagio economico, e rincarando la dose con l’ininterrotto attacco dei soliti noti al reddito di cittadinanza, si ha come risultato che oggi in Italia c’è almeno una cosa che ha un discreto successo: la guerra ai poveri. Guerra non solo economica, ma anche fisica (le grate di protezione rimosse dai macchinari per non rallentare la produzione, i lavoratori in sciopero investiti dai camion…), perché c’è questa convinzione che morto un lavoratore ne arriva un altro, e pazienza. Ora che sul Paese (meglio, sulle aziende) pioveranno soldi, uno si aspetterebbe che vadano soltanto a chi è in regola con le norme sulla sicurezza, ma l’argomento non pare all’ordine del giorno, non se ne parla, nessuno lo solleva, sacrilegio. Naturalmente siamo qui ad aspettare a pié fermo il “piccolo miracolo economico, nemmeno troppo piccolo” che ci hanno promesso in cambio di qualche centinaio di migliaia di sacrifici umani: famiglie senza più reddito che non sanno dove sbattere la testa ma si immolano per tutti noi, che presto brinderemo a champagne per il nuovo boom. Tutti, anche a sinistra, fanno finta di crederci, rapiti dell’ideologia dominante che se aiuti i ricchi mangeranno qualcosa anche i poveri. Non funziona, mannaggia, che disdetta!

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09/03/2021

Avidi come batteri, dunque perdenti rispetto a chi pianifica

Non dà soddisfazione ripetersi, ma le cose fondamentali vanno dette e quando necessario ribadite.

Ieri ho letto alle 7 un’intervista a Carlo Bonomi, presidente di Confindustria. Il nulla del nulla, nessun piano, nessun investimento, nessuna programmazione.

Unico leit motiv la richiesta di rendere totalmente liquida la forza lavoro, ossia senza diritti, da rendere quasi schiava. Oltre non vanno.

Ieri pomeriggio, invece, sul China Daily ho letto un articolo di Liu Qiao, della Peking University, a proposito del Piano Quinquennale cinese dei prossimi 5 anni.

L’architrave della politica economica è la produttività totale dei fattori produttivi, intesa, secondo l’autore, come apporto di risorse naturali, capitale, risorse umane input di lavoro, tecnologia (vaglielo a spiegare a Confindustria questo).

I cinesi vogliono raggiungere entro il 2035 il 65% della produttività totale dei fattori produttivi degli Usa, con un aumento medio annuo dell’1,95%. I cinesi si sono accorti che la produttività è calante nei settori labour intensive (per intenderci: tessile e similari) e puntano perciò su nuove infrastrutture e sul digitale.

Inoltre vogliono aumentare il prodotto interno lordo pro capite per diminuire l’apporto dell’export sul Pil. Tale apporto era al 35% nel 2017, è passato al 18% nel 2019 e lo vogliono diminuire ulteriormente.

Per fare questo l’apporto dei consumi interni passerà dal 39% del 2019 sul pil al 60% entro il 2035. Potete rendervi conto di cosa significhi questo: aumentare i consumi interni significa aumentare i salari e i servizi sociali universali (se un lavoratore spende meno per i servizi, può spendere di più per il resto).

Inoltre la produttività totale dei fattori produttivi, lato input lavoro, aumenterà con la diminuzione della forza lavoro rurale, attualmente al 27%, per farla arrivare al 6% del totale entro il 2035.

Per far questo, si riformerà l’hukou (il sistema in vigore dagli anni ‘50, che distingue tra abitanti rurali e delle città), e alla popolazione lavoratrice che andrà nelle città saranno garantire assistenza, sanità, alloggi, istruzione e formazione.

Lo sbocco lavorativo sarà nei servizi, i cui consumi esploderanno a danno dei consumi di beni. Inoltre sono programmate fortissime spese in ricerca e sviluppo.

Fate una comparazione con i nostri campioni. E vedete se per loro la produttività totale dei fattori produttivi è centrale.

Manco sanno cosa sia. Hanno la visione corta come quella di un batterio, avido ma cieco...

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16/10/2020

L’emiro del Paraculistan era già un califfo. A spese nostre

È proprio vero che se lanci arbitrariamente un sasso in aria, questo ti ricade sui piedi come un macigno. L’arroganza del neopresidente della Confindustria contro il pubblico e l’uso dei soldi pubblici nascondeva uno scheletro nell’armadio.

Il 2 ottobre scorso, infatti, i soci di Fiera Milano spa hanno confermato la nomina di Carlo Bonomi (avvenuta ad aprile, ndr) alla presidenza della società pubblica. Nel frattempo però Bonomi è diventato anche presidente di Confindustria. A memoria non si ricorda un numero uno di Confindustria, alfiere dell’imprenditoria privata, che accettasse contemporaneamente un incarico pubblico... e un relativo compenso di 107 mila euro l’anno di denaro pubblico.

A svelare i dettagli di quello che si configura come un vero e proprio conflitto di interessi – oltre che una disfatta morale – è Vittorio Malagutti su L’Espresso. Nell’ultimo numero del settimanale si rileva che: “Fiera Milano, infatti, fa capo all’omonima fondazione, che a sua volta dipende dalla regione Lombardia. È toccato quindi alla giunta Fontana dare luce verde alla candidatura di Bonomi per la presidenza di Fiera spa, che è quotata in Borsa”.

Sollecitati dall’articolo de L’Espresso, siamo andati anche alla ricerca dei dettagli di questa vicenda e delle loro conseguenze.

Era stato proprio il Sole 24 Ore, giornale della Confindustria, a scrivere il 25 aprile scorso che: “Carlo Bonomi, 53 anni, presidente designato di Confindustria nonché presidente di Assolombarda, è stato nominato presidente di Fiera Milano Spa in sostituzione del dimissionario Anotonio Caorsi. Lo comunica una nota del consiglio di amministrazione di Fiera Milano Spa, che prima della nomina aveva proceduto alla cooptazione di Bonomi all’interno del Cda di Fiera Milano”.

Ma proprio alla fine di aprile (il 30 aprile per esattezza) era stato Bonomi ad aprire il fuoco contro alcune ipotesi in circolazione sull’intervento pubblico nella politica industriale dichiarando che: “La tentazione di una nuova stagione di nazionalizzazioni è errata nei presupposti e assai rischiosa nelle conseguenze, sottraendo risorse preziose alle aziende per soli fini elettorali”.

In una nota del 18 giugno, dunque con Bonomi già nominato presidente di Confindustria, è la stessa Fiera di Milano spa a comunicare che, “facendo seguito alle dimissioni di Fabrizio Curci, il Consiglio di amministrazione, riunitosi in data odierna, ha deliberato di conferire le deleghe operative a Carlo Bonomi, presidente del Consiglio di amministrazione. Le deleghe operative sono state conferite nel rispetto del Piano di Successione della Società, assicurando la continuità e la stabilità della gestione”.

Sempre a giugno, la Confindustria di Bonomi era andata alla carica contro il presidente dell’Inps Tridico, perché in una intervista aveva osato dire quello che è evidente agli occhi di tutti, affermando che le imprese non sarebbero interessate a riaprire perché “grazie agli aiuti di stato preferiscono non farlo”. “Stiamo sovvenzionando con la Cig anche aziende che potrebbero ripartire, magari al 50%, e grazie agli aiuti di Stato preferiscono non farlo. Per pigrizia, per opportunismo, magari sperando che passi la piena”. Apriti cielo!

Era stato lo stesso Bonomi a partire alla carica definendo le parole di Tridico “scioccanti per il mondo produttivo”. Sulla stessa scia era andato subito anche il presidente di Ferdemeccanica, Alberto Dal Poz, che ha considerato le parole del presidente dell’Inps un “atteggiamento anti impresa che non fa bene al paese, fa perdere la fiducia delle imprese nei confronti dello Stato e danneggiano l’immagine del paese all’estero”.

E il 4 luglio sul giornale della Fiat/Fca, La Stampa, lo stesso Bonomi ha di nuovo attaccato il presidente dell’Inps, “che si è permesso di insultare le imprese, non ha ancora risolto il problema della casa integrazione”, e quindi “dovrebbe dimettersi”. La stessa cosa l’aveva sostenuta nello stesso giorno intervenendo al convegno dei Giovani Industriali.

A fine agosto Bonomi ha inviato una lettera agli iscritti di Confindustria sostenendo che “Le politiche attive del lavoro non possono essere attuate con il reddito di cittadinanza” e chiedendo un maggior coinvolgimento delle Agenzie private del lavoro. Ma ce n’è anche per il sindacato: “Basta allo scambio remunerazione-orario di lavoro. Nei contratti devono entrare nuovi sistemi per misurare la produttività, ma anche il welfare e l’aumento della qualità del capitale umano, insieme all’adozione su vasta scala dello smart working”.

Ma è sulla vicenda della retribuzione del presidente dell’Inps che l’emiro del Paraculistan si è colpito e affondato con le sue mani. Approfittando del falso positivo sull’aumento di stipendio di Tridico messo in piedi dall’altro giornale della Fiat/Fca La Repubblica, Bonomi si lascia andare ad una dichiarazione all’agenzia Radiocor (sempre de Il Sole 24 Ore, ndr), affermando che: “Non entro nella valutazione sulla cifra di un dirigente di un’azienda pubblica. Certo mi colpisce che nel momento in cui si accusavano le imprese di strumentalizzare la Cig qualcuno si aumentava lo stipendio per decreto interministeriale, fa sorridere”.

Infine è arrivato il famoso intervento di Bonomi all’assemblea di Confindustria del 29 settembre quando ha affermato che “non vogliamo diventare un Sussidistan”. Quindi i soldi pubblici vanno dati alle imprese e al sistema delle filiere e non spesi per il Reddito di Cittadinanza o sussidi alle famiglie.

Tanto furore e tanta arroganza da parte dell’emiro del Paraculistan nascondevano però un dettaglio, non certo imprevedibile, come quello venuto fuori sulla lauta retribuzione a Bonomi di 107mila euro da un ente pubblico come Fiera di Milano spa.

Come a dire: i soldi pubblici a disoccupati e famiglie in difficoltà sono uno sperpero, quelli che vanno in tasca a lui... un normale compenso per un incarico, che però non dovrebbe svolgere in quanto soggetto privato. O fai il presidente di Confindustria o quello della Fiera di Milano. Il minimo sindacale è definirlo conflitto di interessi.

Vedi anche:

L’emiro del Paraculistan

Carlo Bonomi, il “duce” conto terzi di Confindustria

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09/10/2020

L’emiro del Paraculistan. I “prenditori” sono il problema di questo paese

Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, è andato nuovamente alla carica per accaparrarsi la maggior parte possibile dei fondi statali ed europei messi in cantiere per affrontare la crisi e l’emergenza Covid 19.

Lo aveva fatto da presidente dell’Assolombarda – il vero cuore nero di questo paese – e sin dalla sua investitura a capo degli imprenditori italiani. E qui cominciamo a fare i dovuti distinguo e giocare sulle parole.

Nel nostro paese piuttosto che di “imprenditori” dobbiamo parlare di una razza di “prenditori” voraci e un bel po’ parassitari. Rischiano poco del loro e sono attaccati come cozze ai fondi pubblici dai quali succhiano – e pretendono – tutto, ma sono poco disposti a concedere sul piano salariale, fiscale e degli investimenti.

Quelli che non campano e prosperano attaccati come sanguisughe alla spesa pubblica, appena possono vendono a multinazionali straniere o delocalizzano nei paesi a bassi salari.

Il presidente della Confindustria, ricorrendo alla solita tattica del vittimismo aggressivo, ha denunciato l’aleggiare di uno “spirito anti-imprenditoriale”.

Negli ultimi giorni poi si è guadagnato le prime pagine coniando l’acronimo “Sussidistan” per mettere sulla graticola un governo che ha messo sul piatto bonus e sussidi per le famiglie durante l’emergenza Covid 19, che si trascina l’eredità di misure come Quota 100 o il Reddito di Cittadinanza, ma che ai prenditori ha concesso molto, anche prima, durante e dopo le durissime settimane del lockdown.

Ma Bonomi sa benissimo di aver lanciato in aria un sasso che qualora ricadesse sui piedi potrebbe (e dovrebbe) essere un macigno.

Gran parte dei “prenditori” italiani sanno benissimo di aver ricevuto molto in sussidi pubblici a vario titolo, ma soprattutto di essere diventati società per azioni parassitarie a ricasco della spesa pubblica.

E allora, per mettere sulla graticola l’emiro del Paraculistan (Bonomi) e i suoi sodali o ciambellani, facciamo parlare i dati.

Ad esempio il database della Commissione europea Ameco riferisce nel solo 2019 il nostro Paese ha destinato agli imprenditori circa 20 miliardi tra sussidi, agevolazioni e benefici vari. Una cifra decisamente sottostimata perché il calcolo dovrebbe tenere conto sia dei fondi tra finanziamenti diretti (soldi spesso dati anche a fondo perduto) e finanziamenti indiretti (dal credito d’imposta agli sgravi contributivi e fiscali). Nello stesso anno, al Reddito di Cittadinanza che riguarda alcuni milioni di persone, sono andati solo 7 miliardi.

Tra il 2015 e il 2020 alle imprese sono andati sussidi per più di 50 miliardi in sussidi per incentivare assunzioni, sgravi fiscali, aiuti di ogni genere.

Nei decreti Cura Italia e Rilancio varati durante l’emergenza Covid su un totale di 100 miliardi di euro di risorse messe a disposizione, almeno il 50% è stato destinato alle imprese.

Al Ministero dello Sviluppo Economico esiste una apposita task force dedicata esclusivamente agli incentivi alle imprese. Con flussi di denaro a favore del sistema industriale che, nella migliore delle ipotesi, superano di quasi tre volte il budget stanziato a favore del reddito di cittadinanza (che appunto assorbe circa 7 miliardi).

Ancora più pesanti sono i risultati delle elaborazioni dell’Ufficio studi della Uil. Alle imprese in senso stretto è andato il 48% dei 112 miliardi di euro messi in campo con i recenti decreti governativi, ossia una cifra pari a 53 miliardi, sotto forma di agevolazioni ed esenzioni fiscali, contributi a fondo perduto e garanzie pubbliche ai finanziamenti bancari. La lista dei sussidi di cui hanno beneficiato i prenditori è piuttosto lunga ed articolata: si va dall’esenzione per tutti del versamento dell’Irap, che costa 4,4 miliardi, ai 2 miliardi di euro di crediti d’imposta fino a 4 miliardi dati in dotazione al Fondo patrimonio Pmi, che deve aiutare a ricapitalizzazione le imprese di medie dimensione.

C’è poi il capitolo dell’accesso al credito: sono stati rifinanziati il Fondo Sace, il Fondo Centrale di Garanzia Pmi e il Fondo Ismea che consentono di ottenere un finanziamento con la garanzia dello Stato. La garanzia pubblica non è detto che si trasformi in un costo effettivo, dipenderà dal debitore, ma lo Stato ha rifinanziato questi fondi con 35 miliardi, attraverso una stima di quanto può essere il tasso di insolvenza dei prestiti. A questi accantonamenti vanno aggiunti i 44 miliardi a valere sul Fondo patrimonio destinato della Cassa Depositi e Prestiti, messo in piedi per ricapitalizzare aziende di grandi dimensioni in difficoltà.

Di fronte a questi dati, noti, conosciuti e conclamati, l’emiro del Paraculistan, Carlo Bonomi, si permette di chiedere la fine dei finanziamenti pubblici per le misure del welfare come il Reddito di Cittadinanza ed altre prestazioni sociali definendole con disprezzo “sussidistan”. Una arroganza che ha costretto anche un politico del Pd moderato come Orlando a sbottare con un: “Quando li prendono gli altri si chiamano sussidi. Quando li prendi tu, contributi alla competitività...”.

Non solo. Bonomi, mentre pretende la riduzione delle tasse per le imprese (e già l’ha ottenuta sull’Irap) avanza anche la proposta di fare pagare l’Irpef direttamente ai lavoratori dipendenti in nome della “semplificazione”. Ma occorrerebbe ricordare – e ricordarc – che nel nostro paese il 93% dell’Irpef è pagata proprio dai lavoratori dipendenti e dai pensionati.

Quando nelle settimane del lockdown si era capito che alla guida della Confindustria sarebbe andato un falco come Carlo Bonomi, sapevamo in anticipo lo scenario che avremmo avuto di fronte.

Adesso si tratta solo di scegliere con quale atteggiamento affrontare l’arroganza e la voracità dell’organizzazione dei “prenditori” nel nostro paese: se quello concertativo di Cgil – Cisl – Uil – Ugl che abbiamo visto fino ad oggi con risultati devastanti o se ci mettiamo per traverso con una opposizione frontale che ridia senso e dignità ad una visione di classe nei rapporti sociali in questo paese.

Bonomi lo definisce “spirito anti-imprenditoriale” perché gli fischiano le orecchie. È tempo che quel fischio torni ad essere quello del vento.

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18/09/2020

L'infinita lotta di classe di Confindustria

La lettera che il neopresidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ha inviato ai presidenti delle associazioni confederate ha fatto capolino sulle pagine dei giornali, attirando l’attenzione anche dei sindacati, per il provocatorio riferimento ai “nuovi contratti rivoluzionari” che gli industriali vorrebbero firmare. L’espressione ha fatto giustamente scalpore, ma una lettura complessiva della lettera fa emergere, in maniera ancora più limpida, la visione di Confindustria nella sua interezza, e ci suggerisce quali saranno i temi su cui lottare nel prossimo futuro e quali i fortini da difendere. L’armamentario retorico padronale, infatti, emerge in tutta la sua limpidezza – condito dalle parole d’ordine dell’antistatalismo e del parassitismo che da sempre contraddistinguono il capitalismo italiano – ma è sulle relazioni sociali e sulla struttura istituzionale del mercato del lavoro che Bonomi indugia con particolare interesse.

Cogliendo l’occasione di criticare il blocco dei licenziamenti e l’estensione della Cassa Integrazione, strumenti di tutela dei lavoratori invisi ai capitalisti e ai loro portavoce politici, Bonomi richiede un’accelerazione della riforma degli ammortizzatori sociali. Richiede dunque, il completo passaggio – in buona parte, a dire il vero, già compiuto dal governo Renzi – da un sistema di ammortizzatori sociali cosiddetto in costanza di rapporto di lavoro ad un sistema basato interamente sulle politiche attive e sulla ricerca di un nuovo lavoro da parte del disoccupato. Fare un po’ di ordine ci servirà non solo a scopo esplicativo, ma anche al fine di segnalare quali sono gli interessi che si vogliono intaccare dietro la retorica edulcorata del riformismo del mercato del lavoro.

Prima del Jobs Act, infatti, il sistema di assicurazione sociale contro la disoccupazione in Italia era sostanzialmente basato su forme di trasferimento – cassa integrazione guadagni (CIG) e indennità di mobilità – non condizionate alla ricerca del lavoro, e che mantenevano comunque il lavoratore in prossimità del proprio posto di lavoro. Questa logica è stata superata quasi definitivamente dal Jobs Act che con la NASPI ha introdotto clausole stringenti per cui si perde il diritto al sussidio e ha spezzato il legame tra lavoratore e posto di lavoro. Prima del Jobs Act, infatti, il sistema di assicurazione sociale contro la disoccupazione in Italia era sostanzialmente basato, oltre che sulla cassa integrazione guadagni, sull’indennità di mobilità per i lavoratori licenziati. L’indennità di mobilità non era condizionata alla ricerca di un’occupazione e manteneva comunque in vita la possibilità del reintegro nel rapporto di lavoro, in quanto per i primi sei mesi dalla cessazione i lavoratori avevano una sorta di “diritto di prelazione”, avendo l’azienda l’obbligo, in caso di nuove assunzioni, di assumere prima i lavoratori in mobilità. Questa logica è stata superata quasi definitivamente dal Jobs Act, che con la NASPI, oltre ad aver eliminato il diritto di prelazione, ha introdotto clausole stringenti, in base alle quali se il lavoratore non accetta determinate offerte di lavoro, perde il diritto al sussidio. In tal modo, la riforma ha contribuito a rendere più labile il legame tra lavoratore e posto di lavoro. Inoltre, sono state introdotte condizionalità anche per i beneficiari di CIG con una sospensione o riduzione dell’orario di lavoro superiore al 50%.

Ammortizzatori sociali e sussidi di disoccupazione così come le tutele contro il licenziamento e i contratti a tempo indeterminato sono da anni sotto costante attacco da parte delle Istituzioni internazionali ed europee e dunque dei governi nazionali. In particolare, sussidi e ammortizzatori hanno subìto uno drastico ridimensionamento (nelle eligibilità e nelle prestazioni) poiché si ritiene, in accordo con la teoria economica dominante, che sussidi troppo generosi possano indurre il lavoratore a permanere nello stato di disoccupazione. Emerge quell’odioso approccio al problema della disoccupazione la cui colpa ricadrebbe interamente sul lavoratore. Secondo questa logica, dunque, ridurre la durata del sussidio, accompagnarlo a clausole di condizionalità e alla ricerca ‘attiva’ di una nuova occupazione ridurrebbe l’azzardo morale del lavoratore e lo incentiverebbe a trovare un nuovo lavoro – indipendentemente dal fatto che tale lavoro ci sia o meno. Proprio le clausole di condizionalità, vale a dire l’obbligo di partecipare alla formazione professionale e di non rifiutare un’offerta di lavoro definita ‘congrua’, rappresentano un potente strumento di indebolimento del potere contrattuale del lavoratore. Il rischio di perdere il sussidio, infatti, impedirà di continuare la ricerca di un impiego meglio retribuito costringendolo ad accettare un lavoro indipendentemente dalle proprie aspirazioni. Il corollario di tali misure – e qui entriamo nel campo dell’inganno semantico – sono le famigerate politiche attive del lavoro a gran voce richieste da Bonomi. Esse, lungi dall’essere la panacea per i mercati del lavoro saturi di disoccupati, rappresentano il modo in cui la fiscalità generale si fa carico della formazione professionale dei lavoratori secondo l’interesse delle imprese, nella vana speranza che ciò serva a creare posti di lavoro quando invece non si fa altro che fornire manodopera formata con soldi pubblici al servizio dei profitti privati. Su di esse fa particolare affidamento proprio chi dà una spiegazione della disoccupazione dal lato dell’offerta, vale a dire chi ritiene che la disoccupazione dipenda dalle caratteristiche proprie del disoccupato, e che basterebbe dunque avere caratteristiche in linea con la domanda di lavoro per essere occupati. Ma quando la domanda di lavoro stagna a causa di una domanda aggregata azzoppata dalle rigide regole di bilancio e dal contenimento dei salari, non vi è speranza di aumentare l’occupazione.

Il mondo padronale naturalmente stravede per queste misure e, per voce di Bonomi, richiede che ci si muova ulteriormente su questo solco affinché, si legge, vengano nettamente distinte la parte dell’importo del sussidio di natura assicurativa e la parte strettamente condizionata all’attività formativa. Non solo superare completamente quel “retaggio novecentesco” rappresentato dalla CIG, ma incrementare le condizionalità che gravano sulle spalle dei lavoratori.

Come gran parte della letteratura accademica di stampo liberista e del suo corollario politico, Bonomi chiede esplicitamente di rifarsi alle riforme Hartz, che tra il 2002 e il 2005 misero prepotentemente mano al mercato del lavoro tedesco. Oltre a favorire la diffusione dei mini-job (lavori ultra precari, mal pagati e privi di qualsiasi tutela previdenziale), l’obiettivo di tali riforme è stato quello di ridurre il costo del lavoro tedesco per favorire la competitività delle merci: uno dei metodi attraverso cui ciò è stato perseguito è stato la riduzione delle prestazioni dei sussidi e l’aggravamento delle clausole di condizionalità, logica pedissequamente seguita nel 2014 dal governo Renzi.

Mentre l’evidenza ha ormai smentito l’utilità di tali riforme nel determinare un miglioramento delle dinamiche occupazionali, è ben chiaro cosa esse abbiano prodotto in termini di distribuzione del reddito e di dinamica salariale. La quota salari tedesca, vale a dire la parte del prodotto nazionale che va al lavoro, è diminuita nei primi anni successivi alla riforma, tra il 2002 e il 2008, di ben 4 punti percentuali e ha recuperato il livello del 2001 solo nel 2018, segnando da allora un nuovo trend di decrescita. Una dinamica speculare è stata seguita dal costo del lavoro per unità di prodotto (il rapporto tra il costo e la produttività del lavoro) diminuito di 6 punti percentuali fino al 2008 e tornato ai livelli precedenti soltanto nel 2018. È la logica della deflazione salariale che le politiche europee vogliono estendere a tutta Europa, che il Jobs Act ha decisamente implementato in Italia e che Bonomi invoca prepotentemente. Invocazione che viene condita dalle lagnanze di chi si strappa le vesti per un Paese bloccato poiché i padroni non sono liberi di implementare la “riorganizzazione industriale” (tradotto, licenziare) né di effettuare investimenti. È il ben noto scambio tra riduzione delle tutele e aumento degli investimenti, da sempre promesso, ma, come è logico aspettarsi, verificatosi solo in una direzione: quella della precarizzazione del lavoro.

Al contrario, il volano della crescita economica e occupazionale del Paese risiede in una vigorosa ripresa della spesa pubblica, al di fuori della logica dei vincoli europei, e la ripresa di una grande stagione di contrattazione salariale che restituisca ai lavoratori il potere di acquisto e i diritti perduti e rimetta in discussione la distribuzione del reddito tra salari e profitti. Del resto, a ricordarci quanto ciò sia cruciale è proprio Bonomi. Quella sua roboante, ma in fondo laconica richiesta di contratti rivoluzionari slegati dalla logica novecentesca salario-orario di lavoro, suona come un avvertimento ai lavoratori e ai sindacati: dopo più di un decennio di blocco sostanziale della contrattazione, per cui tra il 2005 e il 2018 le retribuzioni reali sono cresciute di circa il 2%, non illudetevi di vedere aumenti significativi nei vostri salari. Confindustria è pronta e decisa a non consentirlo, e anzi, continua a chiedere al Governo sgravi e sussidi, oltreché il famigerato taglio del cuneo fiscale.

Una posizione emersa con ancora più chiarezza nell’incontro con i sindacati confederali della settimana scorsa in cui il presidente di Confindustria ha chiuso a qualsiasi ipotesi di riduzione dell’orario di lavoro e ha rilanciato una vecchia battaglia: coniugare aumenti salariali e produttività. Come se quest’ultima dipendesse dai lavoratori e non dalla dinamica economica del Paese e dunque dagli investimenti delle imprese.

La lettera di Bonomi, dunque, ci indica a suo modo la via, ricordandoci che i padroni non hanno mai deposto le armi della lotta di classe e indicandoci quali siano i nostri interessi da difendere: tutela contro i licenziamenti, contrattazione salariale e tutela del reddito dei disoccupati. Allo stesso modo ci chiarisce anche il quadro economico istituzionale in cui queste battaglie troveranno terreno più fertile: un quadro in cui lo Stato riprenda in mano le fila dell’azione economica e si impegni in politiche pubbliche per la piena occupazione. Un quadro senza dubbio inconciliabile con quello attuale.

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29/08/2020

La controrivoluzione schiavista di Bonomi


Il presidente della Confindustria Carlo Bonomi ha scritto una lettera ai capi delle sue associazioni locali e di categoria per celebrare i cento giorni del suo mandato.

Quel testo è una dettagliata ricapitolazione di tutte le più sfacciate, inique, miserabili e anche sciocche prepotenze di un padronato tra i più ottusi e dannosi d’Europa, degnamente rappresentato da un piccolo finanziere milanese laureato alla Bocconi.

Bonomi chiede la libertà di licenziamento, la fine della cassa integrazione e del reddito di cittadinanza, nuovi tagli alle pensioni e a ciò che resta del sistema sociale pubblico e poi soldi, soldi, soldi alle imprese, naturalmente senza vincoli e senza controlli: lo Stato paga e poi si ritira.

Del resto i padroni meritano, non sono forse stati in prima fila nel fermare il Covid? Sì, Bonomi lo sostiene e aggiunge indignato che solo inaccettabili pregiudizi antindustriali possono far credere che le imprese abbiano imposto di non fare le zone rosse e non abbiano posto la salute prima del profitto.

Fin qui l’ingordigia spudorata a danno del paese, che porta agli estremi tutto ciò che da più di trent’anni i padroni vogliono e spesso ottengono: che il sistema pubblico sia al servizio dei loro affari privati.

Ma la protervia delirante del presidente degli industriali raggiunge l’apice sui contratti, che il nostro vorrebbe rivoluzionari. Sì, è proprio questa la parola usata.

Ora noi sappiamo che a volte il termine “rivoluzione” viene usato per definire il suo esatto opposto. Il fascismo proclamava la propria rivoluzione. Reagan e Thatcher, negli anni '80 del secolo scorso, lanciarono la “rivoluzione liberista”, in realtà anticipata qualche anno prima da Pinochet.

La parola “riforma” oggi spesso significa il suo contrario, cioè controriforma, come sanno bene lavoratori e poveri, che appena sentono quella parola si chiedono cosa gli verrà portato via. E lo stesso vale per la parola “rivoluzione” quando la maneggiano ricchi e padroni: essa significa in realtà controrivoluzione reazionaria.

E questo è esattamente ciò che vorrebbe Bonomi, che chiede “contratti rivoluzionari” che superino – testuali parole – “lo scambio novecentesco salario orario”; e che per questo ha bloccato i rinnovi contrattuali per dieci milioni di lavoratori.

In realtà lo scambio che Bonomi vuole abolire è più antico del secolo scorso. È con la rivoluzione industriale del settecento che gli operai cominciano a ricevere una salario, di fame, per una montagna di ore lavorate. Prima di allora chi lavorava o era schiavo o servo della gleba.

Come si sa, anche il comunismo pensa al superamento del lavoro salariato, in una società di eguali dove ognuno possa accedere liberamente a ciò di cui ha bisogno. Ma francamente non pare che la “rivoluzione” di Bonomi abbia a che vedere col comunismo, anche se non è escluso che incontri qualche intellettuale postmoderno ben retribuito che la imbelletti così.

Siccome è da escludere che Bonomi voglia rinunciare all’orario di lavoro, è probabile che egli chieda ai lavoratori di non ricevere più il salario. Cosa per altro che già avviene con lo stage e forme simili di lavoro gratuito: non sei già contento di avere un lavoro, mica pretenderai anche un salario?

La proposta di Bonomi di superare il salario-orario, mentre si rivendica la piena libertà di licenziamento, ha un solo scopo e risultato: lo schiavismo.

Del resto non è un imprenditore milanese, anch’egli bocconiano, quel Guglielmo Stagno D’Alcontres che nella sua modernissima e pluripremiata “azienda bio” sfruttava come schiavi i migranti, di cui si proclamava razzialmente il “maschio dominante”?

È questa criminalità imprenditoriale dilagante il brodo di coltura della controrivoluzione di Bonomi, che nel nome della modernità vuol tornare nel Medio Evo e che può proclamare le sue follie reazionarie solo perché da decenni la politica italiana si genuflette di fronte ai padroni e alle loro mascalzonate.

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30/07/2020

I predoni di Confindustria

In una intervista al Corriere della Sera il neo presidente, non a caso lombardo, di Confindustria Bonomi presenta ultimativamente il suo programma al governo, che in sintesi è:

Sblocco e libertà dei licenziamenti.

Fine dei contratti nazionali.

Fine del reddito di cittadinanza e ridimensionamento della CIG.

Sì all’intervento dello Stato per salvare le aziende a condizione che gestione e profitti restino ai privati.

Soppressione dell’IRAP, la tassa con cui si paga la sanità.

Questo è un programma alla Pinochet, che dimostra come in Italia il sistema delle imprese sia guidato da una banda di predoni, che progettano solo di saccheggiare il poco che ancora sia sfuggito alle loro passate razzie di diritti sociali e soldi pubblici.

Deve essere chiaro una volta per tutte che il modo in cui ci si colloca rispetto a Confindustria è la prima discriminante nella politica italiana.

Decenni fa il grande Fortebraccio su l’Unità divideva prima di tutto il mondo tra chi stava con l’operaio metalmeccanico e chi con il suo padrone.

Vale anche oggi.

Chi sostiene anche solo una delle selvagge pretese bonomiane, chi si riempie la bocca con la parola “imprese” e chiama “eroi” gli imprenditori, chi considera modernità e progresso questo sfacciato programma reazionario, è nemico del lavoro e della civiltà sociale.

Che poi sia il 90% e forse più del governo e del parlamento, PD e LEGA in testa, a non schifarsi di Bonomi, ma anzi a considerarlo un illuminato interlocutore o addirittura un riferimento, conferma solo come tutta la politica italiana in ogni schieramento sia oggi dominata dalla stessa destra confindustriale e liberista.

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09/06/2020

De Bortoli fa quadrato sul disastro della Lombardia e del potere

Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera, è un intellettuale borghese non particolarmente fanatico, a volte gli è capitato persino di esprimere qualche pensiero critico sul sistema e sulle sue ingiustizie. Ma erano altri tempi, non c’era stata la crisi della pandemia e non si annunciava quella economica e sociale conseguente.

Queste crisi hanno intaccato, non ancora minacciato – ma intaccato sì – il potere egemonico delle classi dirigenti del nostro paese. In particolare la Lombardia, con la sua strage unica in una delle regioni più ricche del mondo, ha mostrato tutte le terribili contraddizioni, ingiustizie, mostruose inefficienze di una realtà indicata come “modello” per il paese.

È quindi sorto un naturale spirito critico di massa verso un sistema tanto esaltato quanto fallimentare alla sua prima vera drammatica prova. Ma questo spirito critico non può essere accettato dal sistema liberista di potere, che da trent’anni smantella diritti e conquiste sociali in tutto il paese e che ha posto in Lombardia il vertice di una accumulazione di ricchezza ed affari che ha lasciato indietro la maggioranza dell’Italia.

La Lombardia è diventata la regione simbolo della globalizzazione liberista, ovviamente cancellando il fatto che essa sia stata tanto più arricchita da essa, quanto tanta parte del paese ne sia stata esclusa ed impoverita.

“Colpa sua”, dice ora De Bortoli in una intervista sull’Huffington Post. Perché il borghese moderato ed a volte persino illuminato non può ammettere che sorga un rifiuto verso il “modello lombardo”, perché sa che quel modello non è una regione, ma un sistema di potere complessivo.

Così De Bortoli abbandona le sue solite caute e bilanciate parole ed assume toni e contenuti che poterebbero essere di Fontana e Salvini, di Bonomi e prima ancora di Berlusconi.

Altro che autocritica della classe dirigente, De Bortoli la difende con arroganza e accusa chi critica la Lombardia (la sua giunta, ovvero un gruppo ristretto di amministratori, ndr) di essere mosso dall’invidia sociale dei falliti, che se la prendono con chi è riuscito a farcela.

Le migliaia di morti per Covid sono una “catastrofe improvvisa ed imprevedibile” che poteva arrivare ovunque e la Lombardia, con la sua “eccellente sanità privata” ha fatto il meglio, come dimostrano i “tanti che vengono a curarsi nella regione”. La sinistra ha alimentato questo spirito anti-lombardo perché non è riuscita a capire Craxi, Berlusconi, Bossi, Salvini, che di questa regione sono stati i principali prodotti politici.

Certo, forse la Lombardia ha espresso qualche “spirito semicoloniale verso altre parti del paese”, ma questo è solo un errore di superbia per i successi conseguiti, mentre “lo spirito antilombardo e antindustriale” che ora aleggia nel paese è un male da combattere.

Queste, in sintesi, le parole dell’ex direttore del Corriere della Sera, che riecheggiano quelle della gazzarra scatenata in Parlamento dalla destra, di fronte alle timide parole critiche di un esponente dei cinquestelle verso il sistema lombardo.

Guai a parlar male della Lombardia, così come guai a parlar male dell’Italia e guai a farlo dell’Europa. Ogni volta che si critica la realtà di un sistema – non il territorio o la sua popolazione, ma chi li governa e le sue scelte – ecco esplodere il patriottismo di chi comanda: “hai offeso la tua patria!”

Mai come oggi il patriottismo è manigolderia dei potenti, quale che sia la dimensione nella quale esso si esercita.

Il patriottismo lombardo di De Bortoli per altro non è solo della destra. Tutta la classe politica del PD, da Sala a Zingaretti, lo fa proprio allo stesso modo: “la Lombardia ti dà da mangiare, non offenderla”.

La sintesi perfetta di questo modo di reagire bipartisan a difesa del sistema lombardo la troviamo con il presidente della Confindustria, ex di Assolombarda, Bonomi. Per costui la Lombardia è semplicemente la libertà d’impresa, anche di fronte al Covid, e il governo ha il compito di finanziare i padroni delle imprese senza chiedere alcunché in cambio, fidandosi della loro lungimiranza e onestà.

Insomma chi critica la Lombardia in realtà critica il mercato, gli affari, il profitto, l’accumulo di ricchezza. Questo è ciò che interessa affermare davvero a De Bortoli e a tutti i “patrioti lombardi”.

Il sistema di potere lombardo è uno dei più corrotti d’Italia, la mafia invade gli affari dei colletti bianchi, lo sfruttamento del lavoro ha portato al primo commissariamento per caporalato di una multinazionale, l’ambiente e l’inquinamento sono al disastro, la casa è sempre più inaccessibile, la società è sempre più ingiusta ed escludente, abbandonando gli anziani allo sterminio nelle RSA e i giovani alla distruzione di futuro del precariato.

Sì, la Lombardia è un modello, ma un modello sbagliato, inseguendo il quale tutta l’Italia è diventata più povera, ingiusta e cattiva. Tutte le classi dirigenti sono state conquistate da quel modello, il campano De Luca ha passato una vita a cercare di diventare un governatore lombardo. E tutte le classi dirigenti hanno portato il paese alla crisi in cui si trova ora.

Ecco perché De Bortoli suona l’allarme di fronte ai sentimenti anti-lombardi, cioè al primo risorgere di uno spirito critico verso il capitalismo liberista. La sua è una chiamata di correo a tutti padroni d’Italia, ovunque domiciliati. “Guardate che siamo tutti lombardi”, li avvisa, “se crolliamo noi qui crolla tutto il sistema che ha dominato il paese negli ultimi trent’anni, crollate anche voi”.

Ed in fondo ha ragione, per questo bisogna alzare ancora più forte la voce contro il “modello Lombardia”; un modello fallimentare che ha fatto strage nella regione più ricca d’Italia e condotto fuori strada tutto il paese.

Con questa intervista De Bortoli usa il linguaggio di una Santanché, o di un Briatore, per sostenere il rilancio del catastrofico modello liberista, in Lombardia e in Italia.

Per questo è necessario riaffermare una semplice verità: non è che ci sono i ricchi perché ci sono i poveri, MA CI SONO I POVERI PERCHÉ CI SONO I RICCHI.

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