Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/07/2026
21/01/2023
Tanta roba, nessuna verità
Gillo Dorfles lo definiva “horror pleni”, (Horror pleni, l’(in)civiltà del rumore, Castelvecchi 2008), per lui era il contrario dell’horror vacui, che invece vorrebbe dettagli molto definiti.
Dunque, siamo nell’epoca dell’attitudine a riempire di rumore di fondo le nostra vite, per creare frastuoni massmediatici, che a loro volta diano vita a incessanti corto-circuiti che ci impediscano di riflettere su ciò che vediamo, leggiamo, ascoltiamo.
Succede che invece che indagare le cause per cui un maledetto elicottero ucraino s’è schiantato su un asilo infantile di Kiev, ammazzando tre bambini, ci raccontano che il ministro dell’Interno che era a bordo con un’altra dozzina di funzionari – tutti morti nell’impatto al suolo – amasse molto l’Italia. Un dettaglio decisivo per ricostruire i fatti.
Sulla cattura di Matteo Messina Denaro ci sono stati riferiti dettagli decisivi per risalire alla rete organizzativa, mafiosa, massonica e politica – tanto che potremmo ribattezzarlo Matteo Massone Denaro – che gli ha permesso di latitare per trent’anni a casa sua: sappiamo tutto del suo costoso guardaroba, e anche del contenuto del cassetto del comodino della sua camera da letto, in cui sono stati ritrovati preservativi e pillole di Viagra, reperti utilissimi alle indagini.
A proposito della bidella che avrebbe fatto avanti e indietro in treno tra la Campania e la Lombardia ogni giorno per risparmiare sul caro-affitti, abbiamo avuto il meglio del giornalismo di inchiesta: orari dei treni, costo dei biglietti, la sveglia mattiniera e l’ora di andare a nanna. Ne è scaturito un ricchissimo dibattito pieno di ipotesi investigative, per intuire se si trattasse o meno di una bufala.
Tanta roba, come si direbbe oggi, tranne una semplice, terribile domanda: ma se fosse vero, non è un bieco sfruttamento del lavoro? Cioè: ma perché una dipendente pubblica – oltretutto nelle condizioni previste dalla legge 104 – per lavorare dovrebbe essere scaraventata a 850 chilometri di distanza da dove vive? Per farla alzare dal divano?
È stato reso noto che OVS – famoso marchio dell’abbigliamento del tanto decantato made in Italy – ha recentemente scelto Bari come sede delle proprie lavorazioni, che prima si facevano in India e in Cina. Pare che in azienda abbiano detto: “In Cina ormai gli stipendi sono come in Italia, delocalizzare non ha più senso”. La domanda cui si sarebbe dovuto dare una risposta è: sono saliti gli stipendi cinesi o quelli italiani sono ormai ai minimi termini?
Ma è la televisione che riesce a superare il muro dell’horror pleni, detonando come fosse il botto di Mach 1: Vespa vola a Kiev a fare l’asta del microfono di Zelensky, che nella sua autointervista dice cose talmente già sentite che andrebbero giù per il buco dell’acquaio se la presenza di Vespa non garantisse che invece si tratta di vere e proprie acque nere, quelle che vanno giù per il cesso: “l’Italia deve fare la guerra europea se no scoppia la guerra mondiale”, conciona Zelensky, che ha imparato a memoria la sceneggiatura scritta al Pentagono.
E Vespa lì, come la sagoma di un poligono di tiro, che si fa volentieri bucherellare dalle raffiche belliciste.
Sembra che a Vespa piacerebbe essere ingaggiato da Canale 5, ma rischia di confrontarsi con lacchè più intraprendenti di lui, a cominciare dal direttore del tg che ha appena trasmesso un’intervista di Veronica Gervaso a Carlo Bonomi, presidente di Confindustria.
Nella “splendida cornice” di Davos, dove uomini potenti di tutto il mondo s’incontrano in quel lembo di svizzera che fu “La montagna incantata” di Thomas Mann, la giornalista fa domande inutili, e lui le restituisce risposte insulse.
Cose che succedono tutti i giorni, in tutti i canali tv italiani, a tutte le ore. Niente di strano se non fosse che i due sono marito e moglie: cioè la signora Veronica Gervaso in Bonomi intervista il dottor Carlo Bonomi, consorte della signora Gervaso Bonomi medesima. Meriterebbero il premio speciale “marchetta d’oro” sia gli addetti all’ufficio stampa di Confindustria che – ex equo – i giornalisti della redazione di Canale 5.
Ecco, allora, che la nostra stampa ha così tanta voglia di regime, che farcisce ma non riferisce; fa sensazione, non informazione; chiacchiera, non racconta.
Tornano alla mente le parole di Giuseppe Antonio Borgese. Nel suo “Golia” (ridato alle stampe da La Nave di Teseo, nel 2022) – saggio giudicato da Leonardo Sciascia “uno dei libri di più intensa passione che siano stati scritti sul fascismo”, scrisse: “Quando le teste sono vuote, qualsiasi genere di superstizione o di autoritarismo è buono per riempirle”.
Correva l’anno 1937, e correva a perdifiato incontro al baratro dello sfruttamento intensivo della manodopera, della repressione e del conformismo, della propaganda e della guerra.
Fonte
Dunque, siamo nell’epoca dell’attitudine a riempire di rumore di fondo le nostra vite, per creare frastuoni massmediatici, che a loro volta diano vita a incessanti corto-circuiti che ci impediscano di riflettere su ciò che vediamo, leggiamo, ascoltiamo.
Succede che invece che indagare le cause per cui un maledetto elicottero ucraino s’è schiantato su un asilo infantile di Kiev, ammazzando tre bambini, ci raccontano che il ministro dell’Interno che era a bordo con un’altra dozzina di funzionari – tutti morti nell’impatto al suolo – amasse molto l’Italia. Un dettaglio decisivo per ricostruire i fatti.
Sulla cattura di Matteo Messina Denaro ci sono stati riferiti dettagli decisivi per risalire alla rete organizzativa, mafiosa, massonica e politica – tanto che potremmo ribattezzarlo Matteo Massone Denaro – che gli ha permesso di latitare per trent’anni a casa sua: sappiamo tutto del suo costoso guardaroba, e anche del contenuto del cassetto del comodino della sua camera da letto, in cui sono stati ritrovati preservativi e pillole di Viagra, reperti utilissimi alle indagini.
A proposito della bidella che avrebbe fatto avanti e indietro in treno tra la Campania e la Lombardia ogni giorno per risparmiare sul caro-affitti, abbiamo avuto il meglio del giornalismo di inchiesta: orari dei treni, costo dei biglietti, la sveglia mattiniera e l’ora di andare a nanna. Ne è scaturito un ricchissimo dibattito pieno di ipotesi investigative, per intuire se si trattasse o meno di una bufala.
Tanta roba, come si direbbe oggi, tranne una semplice, terribile domanda: ma se fosse vero, non è un bieco sfruttamento del lavoro? Cioè: ma perché una dipendente pubblica – oltretutto nelle condizioni previste dalla legge 104 – per lavorare dovrebbe essere scaraventata a 850 chilometri di distanza da dove vive? Per farla alzare dal divano?
È stato reso noto che OVS – famoso marchio dell’abbigliamento del tanto decantato made in Italy – ha recentemente scelto Bari come sede delle proprie lavorazioni, che prima si facevano in India e in Cina. Pare che in azienda abbiano detto: “In Cina ormai gli stipendi sono come in Italia, delocalizzare non ha più senso”. La domanda cui si sarebbe dovuto dare una risposta è: sono saliti gli stipendi cinesi o quelli italiani sono ormai ai minimi termini?
Ma è la televisione che riesce a superare il muro dell’horror pleni, detonando come fosse il botto di Mach 1: Vespa vola a Kiev a fare l’asta del microfono di Zelensky, che nella sua autointervista dice cose talmente già sentite che andrebbero giù per il buco dell’acquaio se la presenza di Vespa non garantisse che invece si tratta di vere e proprie acque nere, quelle che vanno giù per il cesso: “l’Italia deve fare la guerra europea se no scoppia la guerra mondiale”, conciona Zelensky, che ha imparato a memoria la sceneggiatura scritta al Pentagono.
E Vespa lì, come la sagoma di un poligono di tiro, che si fa volentieri bucherellare dalle raffiche belliciste.
Sembra che a Vespa piacerebbe essere ingaggiato da Canale 5, ma rischia di confrontarsi con lacchè più intraprendenti di lui, a cominciare dal direttore del tg che ha appena trasmesso un’intervista di Veronica Gervaso a Carlo Bonomi, presidente di Confindustria.
Nella “splendida cornice” di Davos, dove uomini potenti di tutto il mondo s’incontrano in quel lembo di svizzera che fu “La montagna incantata” di Thomas Mann, la giornalista fa domande inutili, e lui le restituisce risposte insulse.
Cose che succedono tutti i giorni, in tutti i canali tv italiani, a tutte le ore. Niente di strano se non fosse che i due sono marito e moglie: cioè la signora Veronica Gervaso in Bonomi intervista il dottor Carlo Bonomi, consorte della signora Gervaso Bonomi medesima. Meriterebbero il premio speciale “marchetta d’oro” sia gli addetti all’ufficio stampa di Confindustria che – ex equo – i giornalisti della redazione di Canale 5.
Ecco, allora, che la nostra stampa ha così tanta voglia di regime, che farcisce ma non riferisce; fa sensazione, non informazione; chiacchiera, non racconta.
Tornano alla mente le parole di Giuseppe Antonio Borgese. Nel suo “Golia” (ridato alle stampe da La Nave di Teseo, nel 2022) – saggio giudicato da Leonardo Sciascia “uno dei libri di più intensa passione che siano stati scritti sul fascismo”, scrisse: “Quando le teste sono vuote, qualsiasi genere di superstizione o di autoritarismo è buono per riempirle”.
Correva l’anno 1937, e correva a perdifiato incontro al baratro dello sfruttamento intensivo della manodopera, della repressione e del conformismo, della propaganda e della guerra.
Fonte
16/01/2023
Arrestato Messina Denaro
Una volta messe da parte le fanfare capiremo forse meglio la “portata storica reale” dell’arresto di Matteo Messina Denaro, latitante da 30 anni e considerato “l’ultimo capo della mafia”.
Catturato in una clinica privata palermitana – La Maddalena – considerata il fior fiore dell’“eccellenza” sanitaria siciliana. Non un “medico compiacente”, ma la struttura più nota e quindi “istituzionale” della regione.
Col passare delle ore emergono dettagli che danno un quadro meno “eroico” di questa cattura. Messina Denaro era praticamente da solo, accompagnato da un “autista” anche lui arrestato per “favoreggiamento”. In quella clinica ci andava da almeno un anno, forse due, sotto falso nome (che ci sembra davvero il minimo, per un personaggio del genere).
La prima foto lo mostra decisamente vecchio, molto magro. Dettaglio successivo: era in cura per un tumore “in zona addominale”, forse al colon (uno di quelli che presentano una delle più alte percentuali di mortalità). Pare – ma non è stato ancora confermato – che fosse stato già operato da tempo, e che dunque fosse in clinica per i controlli di routine.
Le cronache dicono che comunque, alla vista dei carabinieri, abbia provato ad allontanarsi. Immaginiamo col passo di un anziano malato. Un “tentativo di fuga” fatto più per abitudine che con convinzione... Suo padre, del resto, era stato fatto trovare solo dopo la morte.
Alla richiesta delle generalità avrebbe detto subito “Sono Matteo Messina Denaro”, chiudendo immediatamente la questione.
Come i nostri lettori sanno, abbiamo in odio la “dietrologia” e dunque non proviamo neanche ad abbozzare ricostruzioni di fantasia su fatti che non possiamo conoscere nelle dinamiche reali (come, del resto, la marea di giornalisti e commentatori che in queste ore occupano la scena).
Però le stesse cronache, un paio di mesi fa, avevano riferito le considerazioni di Salvatore Baiardo, a suo tempo persona di fiducia di boss mafiosi, addirittura in televisione (da quel pessimo personaggio di Giletti): “Che arrivi un regalino?... Che magari presumiamo che un Matteo Messina Denaro sia molto malato e faccia una trattativa per consegnarsi lui stesso per fare un arresto clamoroso?”
Anche l’altra battuta dell’ex “uomo di fiducia” era stata piuttosto chiara: «la trattativa Stato-mafia non è mai finita».
E dunque, mettendo semplicemente in fila i puntini, la lettura di questo arresto diventa politicamente meno trionfale (specie per un governo composto da forze politiche che hanno avuto decine di esponenti arrestati per rapporti con vari tipi di mafie).
Messina Denaro, come altri boss prima di lui (sicuramente Bernardo Provenzano, “preso” quando ormai era in condizioni psicofisiche molto debilitanti), se pure non si fosse “fatto arrestare” dopo una “trattativa”, per le sue condizioni di salute era ormai impossibilitato a continuare ad esercitare il ruolo che gli viene da tutti attribuito (“capo della mafia” non è una carica onorifica...).
E dunque si è messo, per mancanza di alternative (curare un tumore non si può fare in qualche masseria o scantinato), in una condizione in cui l’arresto era fortemente probabile.
Non c’è nulla di strano, se si pensa alla mafia per quello che è: una istituzione, ovviamente criminale, fortemente collegata per “ragioni d’affari” con una infinità di clientele politiche, fin su, ai vertici dello Stato.
In Italia ci sono stati diversi ministri considerati espressione diretta di famiglie mafiose famose e almeno un paio di presidenti del consiglio (Andreotti e ovviamente Berlusconi, che ospitava un boss come Vittorio Mangano nella sua tenuta di Arcore).
E sappiamo anche che c’è stata a suo tempo una esplicita “trattativa Stato-mafia”, dopo le stragi del 1992-93, che ha coinvolto tutta classe politica d’allora.
Dunque, non ci sembra affatto “dietrologico” pensare che l’istituzione mafia – preso atto che il proprio “presidente del consiglio” stava arrivando a conclusione della sua vita – abbia proceduto come tutte le altre istituzioni ad elaborare un “ricambio generazionale”. Ovviamente con il consenso del diretto interessato...
Ci sarebbero anche molti vantaggi, in un’operazione del genere. Messina Denaro è l’ultimo nome di rilievo tra i ricercati. L’ultimo esponente del “gruppo dirigente” che faceva capo a Totò Riina.
Consegnato lui, con tutti gli onori e le cure del caso, la mafia torna ad essere un fantasma di cui si può parlare al passato, come se non esistesse. Contenti tutti, sia i mafiosi sia l’antimafia...
La “grande vittoria dello stato”, festeggiata da Giorgia Meloni, si riduce in questo senso a ben poca cosa (“un regalino“, come detto da Baiardo). Utile come “arma di distrazione di massa” – tra problemi con i benzinai e conflitti interni – ma a poco altro...
Fonte
Catturato in una clinica privata palermitana – La Maddalena – considerata il fior fiore dell’“eccellenza” sanitaria siciliana. Non un “medico compiacente”, ma la struttura più nota e quindi “istituzionale” della regione.
Col passare delle ore emergono dettagli che danno un quadro meno “eroico” di questa cattura. Messina Denaro era praticamente da solo, accompagnato da un “autista” anche lui arrestato per “favoreggiamento”. In quella clinica ci andava da almeno un anno, forse due, sotto falso nome (che ci sembra davvero il minimo, per un personaggio del genere).
La prima foto lo mostra decisamente vecchio, molto magro. Dettaglio successivo: era in cura per un tumore “in zona addominale”, forse al colon (uno di quelli che presentano una delle più alte percentuali di mortalità). Pare – ma non è stato ancora confermato – che fosse stato già operato da tempo, e che dunque fosse in clinica per i controlli di routine.
Le cronache dicono che comunque, alla vista dei carabinieri, abbia provato ad allontanarsi. Immaginiamo col passo di un anziano malato. Un “tentativo di fuga” fatto più per abitudine che con convinzione... Suo padre, del resto, era stato fatto trovare solo dopo la morte.
Alla richiesta delle generalità avrebbe detto subito “Sono Matteo Messina Denaro”, chiudendo immediatamente la questione.
Come i nostri lettori sanno, abbiamo in odio la “dietrologia” e dunque non proviamo neanche ad abbozzare ricostruzioni di fantasia su fatti che non possiamo conoscere nelle dinamiche reali (come, del resto, la marea di giornalisti e commentatori che in queste ore occupano la scena).
Però le stesse cronache, un paio di mesi fa, avevano riferito le considerazioni di Salvatore Baiardo, a suo tempo persona di fiducia di boss mafiosi, addirittura in televisione (da quel pessimo personaggio di Giletti): “Che arrivi un regalino?... Che magari presumiamo che un Matteo Messina Denaro sia molto malato e faccia una trattativa per consegnarsi lui stesso per fare un arresto clamoroso?”
Anche l’altra battuta dell’ex “uomo di fiducia” era stata piuttosto chiara: «la trattativa Stato-mafia non è mai finita».
E dunque, mettendo semplicemente in fila i puntini, la lettura di questo arresto diventa politicamente meno trionfale (specie per un governo composto da forze politiche che hanno avuto decine di esponenti arrestati per rapporti con vari tipi di mafie).
Messina Denaro, come altri boss prima di lui (sicuramente Bernardo Provenzano, “preso” quando ormai era in condizioni psicofisiche molto debilitanti), se pure non si fosse “fatto arrestare” dopo una “trattativa”, per le sue condizioni di salute era ormai impossibilitato a continuare ad esercitare il ruolo che gli viene da tutti attribuito (“capo della mafia” non è una carica onorifica...).
E dunque si è messo, per mancanza di alternative (curare un tumore non si può fare in qualche masseria o scantinato), in una condizione in cui l’arresto era fortemente probabile.
Non c’è nulla di strano, se si pensa alla mafia per quello che è: una istituzione, ovviamente criminale, fortemente collegata per “ragioni d’affari” con una infinità di clientele politiche, fin su, ai vertici dello Stato.
In Italia ci sono stati diversi ministri considerati espressione diretta di famiglie mafiose famose e almeno un paio di presidenti del consiglio (Andreotti e ovviamente Berlusconi, che ospitava un boss come Vittorio Mangano nella sua tenuta di Arcore).
E sappiamo anche che c’è stata a suo tempo una esplicita “trattativa Stato-mafia”, dopo le stragi del 1992-93, che ha coinvolto tutta classe politica d’allora.
Dunque, non ci sembra affatto “dietrologico” pensare che l’istituzione mafia – preso atto che il proprio “presidente del consiglio” stava arrivando a conclusione della sua vita – abbia proceduto come tutte le altre istituzioni ad elaborare un “ricambio generazionale”. Ovviamente con il consenso del diretto interessato...
Ci sarebbero anche molti vantaggi, in un’operazione del genere. Messina Denaro è l’ultimo nome di rilievo tra i ricercati. L’ultimo esponente del “gruppo dirigente” che faceva capo a Totò Riina.
Consegnato lui, con tutti gli onori e le cure del caso, la mafia torna ad essere un fantasma di cui si può parlare al passato, come se non esistesse. Contenti tutti, sia i mafiosi sia l’antimafia...
La “grande vittoria dello stato”, festeggiata da Giorgia Meloni, si riduce in questo senso a ben poca cosa (“un regalino“, come detto da Baiardo). Utile come “arma di distrazione di massa” – tra problemi con i benzinai e conflitti interni – ma a poco altro...
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