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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/02/2026

“Trouble in UK”. Arrestato il principe Andrea, trema la leadership britannica

Non stiamo ancora camminando sulle teste dei re, ma sicuramente viene calpestata quella di un principe reale.

Un vero e proprio terremoto politico e morale è infatti in corso nel Regno Unito a seguito dell’arresto dell’ex principe Andrea, prelevato dalla polizia nella sua residenza ‘privata’ di Sandringham con l’accusa di “condotta illecita nell’esercizio di una funzione pubblica”.

L’ex principe della casa reale di Windsor, il già defenestrato Andrea, è stato comunque rilasciato dopo 12 ore in custodia.

Uno sviluppo decisamente clamoroso e inedito in un paese ancora imbrigliato da un profondo sistema di ipocrisie e convenzioni intorno alla monarchia ma anche investito da una pesante crisi di credibilità della propria classe dirigente.

Il fratello di re Carlo III risulta indagato con l’accusa di aver condiviso informazioni riservate con il finanziere Jeffrey Epstein nella sua ex funzione di emissario commerciale del governo di Londra. Un reato che in Gran Bretagna, a seconda della gravità dell’infrazione, può comportare persino l’ergastolo, pur essendo concettualmente simile al nostro “abuso d’ufficio” (che è stato addirittura abolito come reato, dal governo attuale...).

L’accusa sarebbe dunque più legata alla divulgazione di notizie finanziarie riservate piuttosto che in relazione allo scandalo sessuale a seguito delle sue strette frequentazioni passate con il defunto finanziere e predatore sessuale statunitense Jeffrey Epstein, morto ufficialmente per “suicidio” in carcere nel 2019.

Il principe, precedentemente conosciuto come “Air Miles Andy”, avrebbe trattato gli interessi della suo paese come valuta di scambio con un condannato per reati sessuali, presumibilmente in cambio di “favori” di quel tipo.

I file fin qui resi pubblici mostrano che durante i suoi viaggi di lavoro come rappresentante del commercio estero britannico, l’ex principe aveva regolarmente tenuto informato Epstein sulle sue attività, sui colloqui riservati che aveva con i vari governi e quindi sulle possibilità di investimento che il finanziere americano avrebbe potuto sfruttare conoscendo in anticipo gli eventi in grado di “stuzzicare” i mercati.

Il sospetto è che Andrea abbia violato le regole e di fatto tradito il Paese, non solo per amicizia e complicità verso Epstein ma anche a fini di lucro, guadagnando lui stesso dagli investimenti operati dal finanziere grazie alle informazioni riservate ottenute.

Stando a quanto emerge dai materiali contenuti nell’ultima tranche di file visionati dalla BBC, sembra che Andrea abbia consapevolmente condiviso informazioni riservate con Jeffrey Epstein, in particolare durante il suo incarico ufficiale di “inviato commerciale” nel 2010 e 2011 (ossia dopo che Epstein aveva subito una prima condanna per reati sessuali e prostituzione minorile).

Secondo una inchiesta condotta dalla BBC le email dell’ultimo lotto di documenti di Epstein mostrano l’ex principe che trasmette rapporti sulle sue visite a Singapore, Hong Kong e Vietnam, nonché dettagli riservati su opportunità di investimento.

Le email indicano che il 7 ottobre 2010 Andrew inviò al finanziere statunitense i dettagli dei suoi successivi viaggi ufficiali come inviato commerciale in Asia, dove fu accompagnato da soci in affari di Epstein. Dopo il viaggio, il 30 novembre, sembra che abbia inoltrato a Epstein i rapporti ufficiali di quelle visite, inviatigli dal suo allora assistente speciale, Amit Patel, cinque minuti dopo averli ricevuti.

Ma oltre alle accuse relative alla diffusione di notizie riservate e ai guadagni privati ottenuti, sul principe Andrea incombono anche le accuse di essere un predatore sessuale.

Maria Farmer, la prima sopravvissuta al “sistema Epstein”, nota per aver denunciato Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell alla polizia, ha rilasciato una dichiarazione a commento all’arresto del principe Andrea.

“Oggi è solo l’inizio della responsabilità e della giustizia portate avanti da Virginia Roberts Giuffrè, una giovane madre che adorava così profondamente sua figlia da combattere contro i più potenti della terra per proteggerla”, ha detto Maria Farmer. “Ha fatto questo per tutte le figlie. Ora chiediamo che tutti i domino del potere e della corruzione inizino a cadere”

L’ex principe Andrea Windsor-Mountbatten lo scorso ottobre è stato privato di tutti i titoli dall’attuale re, suo fratello Carlo, proprio in seguito alla pubblicazione del libro postumo di memorie di Virginia Roberts Giuffrè, morta suicida, che lo chiamava in causa nello scandalo.

Il principe ha sempre negato le accuse ed aveva raggiunto un primo accordo extragiudiziale con Virginia Giuffre nel 2022, un accordo monetario che non conteneva però alcuna ammissione esplicita di responsabilità o scuse per la vittima.

Negli ultimi mesi era cresciuta la pressione affinché l’ex membro della famiglia reale accettasse di testimoniare negli Stati Uniti nell’ambito delle indagini sul caso Epstein.

Ma la vicenda delle relazioni con il finanziere pedofilo non sta inguaiando solo la monarchia. Anche lo stolido premier britannico Starmer ha i suoi problemi nel giustificare la sua fiducia e gli incarichi assegnati a Peter Mandelson, un vero e proprio monumento della parte peggiore del partito Laburista (i “rampolli” di Tony Blair).

Nel 1994 Mandelson ha contribuito all’elezione di Blair come leader dei laburisti. Oltre a essere un suo stretto alleato e consigliere, ha anche diretto la campagna laburista per le elezioni generali del 1997. Nel 2004 si dimise dal Parlamento diventando Commissario europeo per il Regno Unito.

Dall’ottobre 2008 al maggio 2010 fu Segretario di Stato per le Imprese, l’Innovazione e le Competenze nel governo laburista di Gordon Brown. Successivamente ricoprì le cariche di Lord Presidente del Consiglio e Primo Segretario di Stato, sempre nei governi laburisti.

Nel dicembre 2024 è stato nominato ambasciatore britannico negli Stati Uniti, incarico mantenuto fino all’11 settembre 2025, quando in base alle rivelazioni sul caso Epstein venne dimesso dall’incarico dal suo amico Starmer.

In una recentissima intervista alla BBC lo stesso Starmer ha dovuto affrontare i legami di Peter Mandelson con Epstein, affermando che “nessuno è stato più severo con lui di se stesso”, riguardo alla decisione di nominarlo ambasciatore negli USA.

“Mi sono scusato per la mia decisione di nominare Peter Mandelson ambasciatore, e chiedo scusa alle vittime per aver creduto alle sue bugie”, ha detto Starmer alla televisione. Ma l’omertà e le coperture di cui Mandelson ha goduto in questi anni, stanno mettendo in seria difficoltà la già scarsa credibilità del primo ministro britannico Starmer.

Le cancellerie europee hanno ormai preso l’abitudine di addebitare il loro crollo di credibilità alla “guerra ibrida” della Russia. Ma neanche la più abile disinformazja russa riuscirebbe a realizzare un capolavoro in negativo come quelli a cui stiamo assistendo da Londra a Parigi o da Berlino a Roma.

P.s. Va sottolineato come, nonostante la maggior parte dei personaggi coinvolti dai files di Epstein sia statunitense, negli Usa ancora nessuno è ufficialmente indagato per i reati che in Europa stanno provocando arresti e dimissioni anche eccellenti, come questo che riguarda la famiglia reale inglese.

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14/01/2026

Vendetta del governo contro le manifestazioni di ottobre. Arresti a Torino, decine di denunce in tutta Italia

All’alba di oggi a Torino è arrivata l’ultima fase dell’ondata repressiva scatenatasi nel paese a seguito delle potenti manifestazioni di ottobre e settembre contro il genocidio in Palestina e la complicità del governo italiano.

Otto misure cautelari sono state eseguite a Torino dalla Polizia nell’ambito dell’operazione “Riot” contro alcuni giovani e giovanissimi accusati di essere responsabili dei disordini avvenuti il 3 ottobre scorso durante lo sciopero generale di USB, CGIL, sindacati di base e la manifestazione “Blocchiamo tutto”, promossa dal Coordinamento Torino per Gaza. In alcuni casi si tratta di giovani e giovanissimi immigrati di nuova generazione.

La sempre zelante Procura di Torino ha disposto l’arresto di 5 minorenni – di cui 2 messi addirittura in carcere e 3 collocati in comunità – e l’applicazione di misure cautelari nei confronti di 3 maggiorenni (2 finiti agli arresti domiciliari e 1 con divieto di dimora a Torino). L’ordinanza della Procura torinese parla addirittura di “Allarmante spregiudicatezza criminale, totale assenza di freni inibitori, sistematico disprezzo per le norme fondamentali per la convivenza civile”.

A Torino in questi giorni sono arrivate anche 10 sanzioni amministrative per i blocchi nelle stazioni, in particolare il blocco di Porta Susa del 24 settembre e quello di Porta Nuova del 1 ottobre. Poi ci sono altre 40/50 sanzioni che oltre a queste due date comprendono anche la data dello sciopero del 22 settembre. In alcuni casi oltre alla sanzione amministrativa, gestita dalla Polizia ferroviaria, sono in corso indagini per l’accertamento di violazioni sul piano penale. Infine sempre a Torino ci sono stati altri arresti non strettamente legati alle manifestazioni per la Palestina, come l’arresto di 5 studenti minorenni per aver cacciato i fascisti dalla scuola Einstein e per l’iniziativa alla sede della Città Metropolitana del 14 novembre in occasione del NoMeloniDay.

Ma se l’accanimento repressivo è, come al solito, più evidente a Torino, anche in altre città stanno arrivando denunce per le manifestazioni di ottobre e i blocchi di porti e stazioni.

È il caso di Massa dove 37 persone hanno ricevuto nelle scorse ore un avviso di chiusura indagini. “Agendo in concorso tra loro – si legge nel dispositivo emesso dalla Procura – in esecuzione di un medesimo criminoso, causavano l’interruzione del pubblico trasporto ferroviario”.

A Taranto, sempre per le giornate di mobilitazione in difesa della Flotilla, 28 persone sono finite sotto indagine per il reato di blocco ferroviario.

A Bergamo sanzioni stanno giungendo a decine di manifestanti che lo scorso 3 ottobre sono scesi in piazza per la Palestina e hanno bloccato i binari della stazione.

Sono in corso di “censimento” le denunce e le sanzioni anche nelle altre città dove si è manifestato nelle straordinarie giornate di lotta di settembre e ottobre e dove gli apparati di potere intendono adesso realizzare la loro vendetta dopo “la grande paura” che gli ha tolto il sonno in quelle settimane.

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Il Riesame a Genova sui palestinesi arrestati, le contraddizioni dell’inchiesta

Il prossimo 16 gennaio al Tribunale di Genova ci sarà l’udienza del Riesame sugli arresti di Mohammed Hannoun e di altri esponenti dell’Associazione Palestinesi in Italia e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese arrestati durante le feste di Natale nel quadro di una inchiesta su “finanziamenti ad Hamas” che sarebbero stati raccolti nel nostro paese. Su questa vicenda abbiamo già scritto più volte sul nostro giornale denunciandone anche le contraddizioni e gli obiettivi politici.

Il Tribunale del Riesame venerdì dovrà decidere se la detenzione in carcere dei palestinesi – nel frattempo trasferiti in istituti speciali in quanto accusati di “terrorismo” – sia giustificata o meno.

Su questa inchiesta, che presenta molti aspetti di una montatura mediatica/politica/giudiziaria, pesa in modo rilevante – e per molti aspetti decisivo – il fatto che una parte consistente dell’ordinanza di carcerazione si fonda su materiale fornito dagli apparati repressivi israeliani.

Gli avvocati difensori dei palestinesi detenuti, hanno preso parola in queste ore con un lungo e dettagliato comunicato di denuncia su questa situazione.

“L’iniziativa giudiziaria in atto sul presunto finanziamento del terrorismo non riguarda condotte penalmente accertate, bensì la trasmissione e circolazione di informazioni acquisite in uno scenario di guerra, provenienti da un contesto di conflitto armato in corso e prodotte da apparati di sicurezza stranieri” scrivono i legali, aggiungendo che “Va chiarito con assoluta nettezza: non si tratta di prove giudiziarie, ma di materiale di intelligence. Informazioni non validate, non sottoposte a controllo giurisdizionale, prive di contraddittorio e delle garanzie minime di attendibilità richieste in uno Stato di diritto”.

Il comunicato degli avvocati sottolinea, giustamente, come sia un dato incontestabile che lo Stato di Israele rifiuti sistematicamente di sottoporsi alle regole della giustizia penale internazionale, sottraendosi persino alla giurisdizione della Corte penale internazionale anche a fronte di gravissime e documentate ipotesi di crimini internazionali.

“È dunque giuridicamente e politicamente inaccettabile che lo stesso Stato pretenda, al tempo stesso, di strumentalizzare i meccanismi di cooperazione penale internazionale per esportare all’estero ipotesi investigative unilaterali, non verificate e funzionali a un conflitto armato in corso” affermano i legali.

C’è poi una precisazione importante, secondo cui nessun giudice israeliano ha mai convalidato le ipotesi investigative oggi richiamate. “Esse restano integralmente appannaggio dei servizi di sicurezza, che operano sotto il diretto controllo dell’esecutivo e all’interno di una logica dichiaratamente bellica. Importare tali materiali nel processo penale significa abbattere la distinzione, essenziale in una democrazia, tra guerra e giustizia”.

Quest’ultimo è un aspetto, a nostro avviso decisivo, che viene ripreso anche in un altro passaggio del documento degli avvocati difensori quando segnalano che “L’utilizzo di informazioni di origine meramente intelligence (per di più straniera, aggiungiamo noi) come fondamento di procedimenti penali interni rappresenta un pericoloso slittamento verso un diritto penale del nemico, in cui categorie e strumenti propri della guerra vengono trasferiti nella giustizia ordinaria, con effetti devastanti sui diritti fondamentali”.

C’è infine un altro aspetto che merita di essere sottolineato e cioè la preparazione mediatica – condotta da tempo dai giornali di destra e filo-sionisti – e la gestione politica di questa inchiesta, che vede anche figure istituzionali esprimersi nel merito mentre essa è ancora in corso. Certe considerazioni fatte nelle comunicazioni al Senato dal ministro Piantedosi, non hanno certo contribuito a creare un “clima sereno per l’operato dei giudici”.

La contraddizione viene rilevata nel documento dei legali dei palestinesi arrestati quando denunciano che “È particolarmente grave, inoltre, che la presunzione di innocenza venga sistematicamente calpestata attraverso dichiarazioni pubbliche e narrazioni mediatiche di stampo colpevolista, che anticipano il giudizio e trasformano l’indagine in una condanna, in aperto contrasto con l’articolo 27 della Costituzione, con il diritto europeo e con i principi del giusto processo”.

Aspetteremo l’esito del Tribunale del Riesame di Genova di venerdì 16 gennaio, ma per le caratteristiche da teorema che è venuta assumendo questa inchiesta (basta leggersi le 305 pagine dell’ordinanza che ha portato agli arresti, ndr), sarà bene che tutte le reti, associazioni e realtà solidali con la lotta del popolo palestinese approntino tutte le misure per una mobilitazione per la giustizia che collide duramente con gli obiettivi degli apparati di stato israeliani... e di quelli di un governo che se ne è reso complice anche in questa occasione facendoli propri.

Purtroppo non si tratta di un caso isolato. Nello stesso giorno di venerdì 16 gennaio, si attende infatti anche la sentenza del Tribunale de L’Aquila contro tre palestinesi arrestati e processati in Italia (Anan Yaesh, Ali e Mansour) per le accuse mosse contro di loro dagli apparati israeliani e non per reati commessi sul territorio italiano. Come dovremmo definire tutto questo?

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08/01/2026

Venezuela - Voci su arresto di un generale per aver collaborato al sequestro del presidente Maduro

Secondo alcune indiscrezioni la presidente incaricata del Venezuela, Delcy Rodríguez avrebbe ordinato l’arresto immediato del Maggior Generale Javier Marcano Tábata, capo della Guardia d’Onore Presidenziale e direttore della DGCIM (Direzione Generale del Controspionaggio Militare). L’alto ufficiale viene indicato come l’architetto del tradimento che ha permesso il sequestro del presidente Maduro lo scorso 3 gennaio.

L’arresto di Marcano Tábata sarebbe avvenuto nelle ultime ore dopo una notte piuttosto caotica nel Palazzo Legislativo Federale e a Miraflores, sede quest’ultima della Presidenza.

Quella che le prime versioni ufficiali avevano definito come una risposta a “droni intrusi” sarebbe stata, in realtà, un’operazione per neutralizzare il potente Generale.

Il generale Marcano Tábata è stato collegato direttamente all’operazione statunitense per aver disattivato i protocolli di difesa aerea nella notte di sabato sulla caserma di Fuerte Tiuna, ossia il luogo dove stavano dormendo Maduro e la moglie e dove sono stati sequestrati dalle forze speciali statunitensi.

Le indagini della nuova amministrazione venezuelana indicano comunicazioni cifrate tra il Generale e agenzie di intelligence straniere nelle settimane precedenti al 3 gennaio.

Il generale Marcano Tábata viene accusato di aver consegnato agli USA le coordinate esatte e i punti ciechi dell’anello di sicurezza cubano-venezuelano, di aver permesso a forze irregolari di attaccare il Legislativo per creare una cortina di fumo mentre venivano negoziate le epurazioni interne. Si segnalano arresti di massa di ufficiali dei servizi segreti che rispondevano a Marcano. La Presidente Delcy Rodríguez ha mobilitato unità della Milizia popolare e collettivi chavisti leali per circondare Miraflores, non ricorrendo all’Esercito regolare.

La Presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha decretato sette giorni di lutto nazionale in omaggio ai militari e ai civili morti nella difesa della sovranità venezuelana e del presidente Nicolás Maduro, durante l’aggressione perpetrata dagli Stati Uniti lo scorso sabato 3 gennaio.

La mandataria ha ribadito l’impegno del Governo Bolivariano per la pace, la sovranità nazionale e per la liberazione del presidente Maduro e della moglie Cilia Flores, sequestrati dai commandos delle forze speciali dell’esercito statunitense.

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29/12/2025

La posta in gioco con l’arresto di Mohammed Hannoun

L’arresto di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi dell’Api e dell’Abspp è una montatura che deve e può essere smantellata. È indubbiamente un salto di qualità – atteso e prevedibile – della campagna tesa a disinnescare e depotenziare il vasto movimento di solidarietà che si è sviluppato in Italia con la lotta del popolo palestinese.

Era evidente la grande preoccupazione che avevano sollevato le enormi manifestazioni popolari e i ben due scioperi generali che hanno invocato un gigantesco “basta!” con ogni complicità dell’Italia con il genocidio avviato dalle autorità israeliane contro i palestinesi. Questa diffusa ondata di indignazione verso Israele andava smantellata, con ogni mezzo.

Da almeno tre mesi, sia in Israele che in Italia, le forze genocidiarie e i loro complici si erano messe al lavoro per agire con tutti i mezzi su quell’obiettivo.

I giornali di destra, spesso in combutta con gli apparati politici e mediatici israeliani, da tempo stavano martellando per ottenere questo risultato.

Ma andiamo a vedere le principali contraddizioni di questa indagine avviata dalla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo con il beneplacito del governo.

a) Molta della documentazione utilizzata in questa ultima indagine proviene dagli apparati israeliani. Le inchieste fin qui effettuate dalla magistratura italiana in questi anni non avevano rilevato dei reati nelle attività di Hannoun e delle associazioni palestinesi.
Il movimento politico Hamas viene considerato come terrorista solo da Usa e Israele. Per l’Unione Europea lo sono infatti solo le Brigate al Qassam, cioè il braccio militare. Le Nazioni Unite, altri organismi internazionali (Corte Internazionale, Corte Penale) o 186 paesi del mondo su 195 non ritengono Hamas una organizzazione terrorista. Raccogliere fondi per le istituzioni pubbliche, ospedaliere o sociali e per le più svariate istituzioni del popolo palestinese a Gaza – anche se gestite da Hamas – va quindi ritenuto del tutto legittimo.
La torsione dell’indagine – e delle pressioni israeliane – era quella di dimostrare che gli aiuti che andavano a istituzioni riconducibili ad Hamas (movimento politico) finissero invece alle Brigate Al Qassam (ritenuto terrorista anche dalla Ue). Una linea sottile, sottilissima dunque.
Una linea che sembra essere stata varcata anche dalla dichiarazione rilasciata dal portavoce europeo di Al Fatah, Jamal Nazzal che di fatto legittima la montatura della magistratura e del governo italiano contro Hanoun e gli altri palestinesi, alimentando il legittimo sospetto che la visita alla festa della Meloni di Abu Mazen sia servita anche per dare il via libera all’operazione.
Essersi piegati alle campagne stampa della destra o alle pressioni israeliane significa che gli inquirenti hanno fatto proprie le valutazioni di entità straniere (Israele) facendole prevalere su quelle proprie.

b) Non è il primo caso. Anche nel processo contro Anaan Yaesh e altri due palestinesi, in corso a L’Aquila, sono state mosse accuse di terrorismo non sulla base di eventuali reati commessi in Italia ma su capi di accusa formulati dagli apparati israeliani per possibili azioni militari nei Territori Palestinesi occupati da Israele.

c) Questi due fattori pongono sul piatto un convitato di pietra: il mancato riconoscimento “politico” della questione palestinese che espone tutti i palestinesi all’accusa di terrorismo anche quando ricorrono al loro legittimo diritto alla resistenza – riconosciuto dall’ONU – contro una occupazione del loro territorio.
In questi anni abbiamo sottolineato spesso l’importanza che la questione palestinese non venisse ridotta a “questione umanitaria” ma venisse data priorità al riconoscimento politico della contraddizione. Non era una impuntatura.
Il fatto che i governi italiani neghino ancora il riconoscimento dello stato palestinese – e si limitino esclusivamente agli aiuti umanitari per “compensare” la loro complicità militare, economica, politica, ideologica con Israele – indubbiamente rende vulnerabili tutti i palestinesi nel nostro paese nell’esercizio delle loro attività di sostegno al popolo palestinese, alle sue organizzazioni, alle sue istituzioni.

d) Se i palestinesi venissero riconosciuti come soggetto politico, le accuse formulate cadrebbero come un castello di carte. Il mancato riconoscimento, in quanto entità non statale, li espone invece all’accusa di “terrorismo” anche quando esercitano il loro diritto alla resistenza in quanto popolo sottoposto all’occupazione israeliana, soprattutto se quest’ultima viene invece legittimata anche nella sua versione genocidiaria.

e) Queste considerazioni di fatto gettano sull’operazione che ha portato all’arresto di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi una luce fosca, un vulnus nella e della storia contemporanea di questo mondo. È una moltiplicazione legittimante la complicità con il genocidio di decine di migliaia di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania di cui i governi occidentali sono corresponsabili, prima per non aver agito per impedirlo, poi per averlo assecondato, infine per essersi accaniti sulle vittime invece che sui carnefici.

Nessuno deve farsi intimidire da queste operazioni, nonostante il pesante clima che il governo e i sionisti stanno cercando di instaurare in un paese che sta rotolando sul piano inclinato della guerra. La “sinistra parlamentare” come al solito balbetta e non dovrebbe farlo. Non è il momento di abbassare la testa. Al contrario.

La mobilitazione che deve richiedere la liberazione di Hannoun e degli altri palestinesi arrestati in Italia è una mobilitazione che difende gli spazi di libertà nel nostro paese e quelli della giustizia a livello internazionale. Ma difende anche la dignità con cui potremo o meno presentarci alla storia.

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27/12/2025

L’azione a senso unico del governo italiano: i terroristi sono i palestinesi

Nuovo attacco alle organizzazioni palestinesi presenti in Italia con l’arresto di nove persone, con la solita accusa di sostenere Hamas. Questa volta gli elementi a carico sarebbero i finanziamenti che queste associazioni avrebbero inviato direttamente o indirettamente all’organizzazione combattente palestinese. Non siamo ovviamente in grado di entrare nel merito dell’inchiesta giudiziaria ma il dato che balza agli occhi è sempre lo stesso: la completa sudditanza del governo italiano alle operazioni militari del governo genocida di Netanyahu. Mentre è sempre più esplicita la collaborazione con Israele sul piano economico e militare, con una fitta di rete di interscambi commerciali ma anche sul piano della compravendita di armamenti, le forze di polizia italiane sono attive per colpire il mondo della diaspora palestinese, immancabilmente accusato di terrorismo.

Il ministro Piantedosi si è ben guardato dall’indagare su quei cittadini italiani con doppio passaporto israeliano che avrebbero partecipato come militari al genocidio dei palestinesi, nonostante le interrogazioni parlamentari. Né si è preoccupato di intervenire a proposito delle vacanze italiane di militari israeliani, segnalate sui media in diverse occasioni, con tanto di protezione della polizia italiana. Il dato più evidente è che il genocidio dei palestinesi viene derubricato a diritto di Israele a difendersi mentre la resistenza del popolo palestinese è indiscutibilmente definita terrorismo.

Naturalmente dietro queste operazioni di polizia si cela anche l’intento di mettere la museruola al movimento di solidarietà con la Palestina, che negli ultimi mesi ha dato un’ampia dimostrazione di incontrare il sostegno di larga parte del Paese. Mentre sul genocidio in atto i riflettori mediatici si sono spenti, è forte l’amplificazione della notizia degli arresti, per lasciar intendere che i milioni di italiani scesi in piazza siano stati manipolati dal terrorismo.

Ma il terrorismo di cui siamo tutti vittime è quello di Israele e dei suoi alleati, complici del massacro della popolazione palestinese e oggi mobilitati in una impressionante campagna generale di riarmo.

Gli arresti di oggi puzzano di complicità con il governo di Netanyahu: quando arresteranno i vertici della Leonardo per le armi vendute ad Israele?

Unione Sindacale di Base

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24/12/2025

Greta Thunberg arrestata a Londra per il sostegno a Palestine Action

Greta Thunberg è stata arrestata oggi a Londra, durante una protesta in sostegno dei detenuti di Palestine Action, di cui alcuni sono da oltre 50 giorni in sciopero della fame. L’attivista svedese teneva un cartello in cui c’era scritto “supporto i prigionieri di Palestine Action, mi oppongo al genocidio”, e tanto basta secondo la legge antiterrorismo britannica per arrestare una persona.

Infatti, Palestine Action è stata messa al bando con la designazione di organizzazione terroristica, pur non avendo mai provocato danno alcuno alle persone: le accuse riguardano il danneggiamento di macchinari e l’imbrattamento dei motori di alcuni aerei militari. Ora, anche gli slogan riguardanti l’Intifada potranno portare all’arresto, ha annunciato la polizia britannica.

L’utilizzo arbitrario delle accuse di antisemitismo e terrorismo per colpire duramente il movimento di solidarietà con la Palestina, che da due anni riempie le piazze di mezzo mondo, nel Regno Unito ha raggiunto livelli per cui varie organizzazioni per la difesa del diritto di parola e a manifestare, e persino Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, si sono detti preoccupati.

Anche Greta ha subito gli effetti di questa fascistizzazione conclamata. L’attivista era insieme ad altri manifestanti per denunciare i legami tra la compagnia assicurativa Aspen ed Elbit Systems, la società di difesa israeliana. Come successo a migliaia di persone, esponendo un cartello per i detenuti di Palestine Action, è stata poi arrestata, rischiando ora fino a sei mesi di reclusione.

Il ministro per le Prigioni, la Libertà Condizionata e quella Vigilata, James Timpson, ha cancellato ogni ipotesi di mediazione governativa, affermando: “le decisioni sulla custodia cautelare spettano a giudici indipendenti”, ribadendo così che un intervento dei ministri sarebbe “incostituzionale e inappropriato”.

Una linea di “correttezza” istituzionale che cozza pesantemente con le ritorsioni evidentemente politiche che stanno subendo gli otto militanti di Palestine Action in sciopero della fame, trattati come i peggiori detenuti politici. Le condizioni di alcuni di loro sono arrivate a un punto così critico che i loro legali non hanno escluso si possa giungere a un esito fatale.

In molti ricordano che si tratta della più grande protesta di questo genere dai tempi di quella analoga portata avanti dai prigionieri politici irlandesi a inizio anni Ottanta. In questo caso, la motivazione riguarda però quel che succede a migliaia di chilometri di distanza, e come l’imperialismo nostrano sostiene un genocidio. Ha un carattere molto più generale e universale, ed è una lotta che cammina sulle stesse gambe che hanno riempito le piazze italiane negli ultimi mesi.

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14/12/2025

Bolivia - Arrestato l’ex presidente Luis Arce, timori per Evo Morales

Luis Arce, ex presidente della Bolivia dal 2020 a poche settimane fa, è stato arrestato mercoledì con l’accusa di essere coinvolto in un presunto caso di appropriazione indebita di fondi pubblici destinati ai popoli indigeni che sarebbe avvenuta quando l’esponente del Movimento al Socialismo era Ministro dell’Economia, cioè tra il 2006 e il 2017.

Il procuratore incaricato del caso, Miguel Cardozo, ha dichiarato che l’ex presidente è indagato per presunta cattiva gestione del cosiddetto Fondo per lo sviluppo agricolo e contadino indigeno (Fondioc).

«È stato accertato che il Ministero dell’Economia ha finanziato oltre 3.500 progetti. Di questi 3.500, meno della metà è stata completata, ed è stato dimostrato che i pagamenti sono stati effettuati su conti privati ​​di alcuni leader» di organizzazioni indigene e contadine, ha affermato Cardozo.

Reduce da un lungo scontro con l’ex leader e fondatore del Mas, Evo Morales, Arce si era candidato alle ultime elezioni presidenziali ma poi aveva deciso di rinunciare dopo che nei sondaggi era emerso che non aveva alcuna possibilità di arrivare al ballottaggio.
L’arresto rientra nelle attività di inchiesta contro i suoi predecessori stimolate dall’attuale presidente, l’esponente della destra Rodrigo Paz Pereira e per questo l’ex ministra Maria Nela Prada, collaboratrice di Arce, nel dare la notizia della detenzione ha sostenuto che la mossa sia stata politicamente motivata.

Se il Mas, diviso tra varie correnti e leader in contrapposizione tra loro è allo sbando, nel Chapare, nel centro della Bolivia, i sostenitori di Evo Morales temono ora che anche l’ex cocalero possa essere arrestato ed hanno rafforzato la vigilanza attorno al suo rifugio di Lauca Ene.

L’ex senatore Leonardo Loza ha annunciato ai principali media boliviani che la mobilitazione sarà intensificata, denunciando il rischio di un’operazione del governo del presidente Rodrigo Paz per “catturare Evo Morales”.

Loza ha definito la detenzione di Arce una “distrazione” rispetto alle difficoltà dell’esecutivo, segnato da carenze di carburante e tensioni sociali, come il recente scontro a Colcapirhua, nel dipartimento di Cochabamba, che ha provocato due morti.

Il dirigente ha inoltre accusato il governo di centrodestra di preparare una “caccia ai leader contadini”, pur riconoscendo la necessità di un’indagine per accertare le responsabilità nella malversazione del Fondo Indigeno.

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28/10/2025

USA - Fermato un giornalista britannico. Criticava Israele

Un noto giornalista e analista politico britannico, Sami Hamdi, è stato arrestato domenica mattina all’aeroporto internazionale di San Francisco dall’Ice, l’Agenzia federale per il controllo dell’immigrazione.

A rendere nota la notizia è Lettera 43, la quale riferisce che si tratta di una misura di ritorsione per le sue critiche a Israele nel contesto della guerra a Gaza, espresse durante un tour di conferenze negli Stati Uniti.

In un comunicato, l’associazione Council on American-Islamic Relations (Cair) ha definito la detenzione “un affronto alla libertà di parola” e chiesto il suo rilascio immediato.

La portavoce del Dipartimento per la Sicurezza interna, Tricia McLaughlin, ha confermato il fermo su X: “Il suo visto è stato revocato, ed è in custodia dell’Ice in attesa di rimpatrio”. Ha aggiunto che, “sotto la presidenza Trump, chi sostiene il terrorismo o minaccia la sicurezza nazionale non potrà lavorare né visitare questo Paese”.

Sami Hamdi, è il direttore di un centro di analisi geopolitica – The International Interest – ma è anche un volto noto di emittenti come Sky News. Sabato scorso era intervenuto al gala del Cair di Sacramento e avrebbe dovuto parlare il giorno successivo in Florida.

Il padre di Hamdi, Mohamed El-Hachmi Hamdi, ha scritto in un post su X che suo figlio “non ha alcuna affiliazione” con nessun gruppo politico o religioso. “La sua posizione sulla Palestina non è allineata con alcuna fazione lì, ma piuttosto con il diritto del popolo alla sicurezza, alla pace, alla libertà e alla dignità. È, semplicemente, uno dei giovani sognatori di questa generazione, desideroso di un mondo con più compassione, giustizia e solidarietà”, ha aggiunto il genitore a sua volta rifugiato politico tunisino in Gran Bretagna.

Secondo Al Jazeera, la sua detenzione avviene in un contesto più ampio che vede le autorità USA bloccare l’ingresso nel paese a voci palestinesi e filo-palestinesi.

A giugno, due palestinesi, Awdah Hathaleen e suo cugino Eid Hathaleen, sono stati respinti allo stesso aeroporto di San Francisco e deportati in Qatar. Settimane dopo, Awdah sarebbe stato ucciso da un colono israeliano nella Cisgiordania occupata.

L’opinionista di estrema destra e sostenitrice di Trump, Laura Loomer, che si è pubblicamente definita una “orgogliosa islamofoba” e “sostenitrice dei bianchi”, ha immediatamente festeggiato di aver avuto un ruolo nella detenzione di Hamdi.

La vicenda si inserisce in un clima di crescente repressione contro le voci critiche verso Israele negli USA. Dallo scorso gennaio, l’amministrazione Trump ha avviato un giro di vite sull’immigrazione, revocando visti e deportando attivisti e giornalisti filo-palestinesi. Pochi giorni fa, il giudice federale William G. Young, ha definito incostituzionale la politica di detenzione per motivi d’opinione, ma la Casa Bianca ha annunciato che continuerà ad applicarla.

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22/08/2025

Arrestato a Rimini uno dei presunti attentatori del Nord Stream

Nella notte tra il 20 e il 21 agosto, i carabinieri di Misano Adriatico hanno arrestato un uomo di origine ucraina, il quale avrebbe partecipato all’atto terroristico che ha messo fuori uso i due gasdotti Nord Stream, nel settembre 2022.

Il mandato di cattura era stato emesso dal giudice istruttore della Corte federale di giustizia tedesca lo scorso 18 agosto 2025.

L’uomo, di 49 anni e indicato col nome Serhii Kuzientsov, si trovava a San Clemente, in provincia di Rimini, in vacanza insieme alla famiglia (tra cui due bambine di 6 e 9 anni). Viaggiavano su uno yacht a vela, lo stesso con cui sarebbero stati commessi gli atti di sabotaggio del Nord Stream: l’Andromeda.

Attraverso attività di monitoraggio, su input delle autorità tedesche e dell’Interpol, è stato infine eseguito l’arresto. Oggi, dal carcere riminese di Casetti, l’uomo verrà portato a Bologna, dove alle 12 avrà luogo l’udienza per la convalida dell’arresto su mandato europeo.

In effetti, i carabinieri si sono limitati a eseguire un mandato di cattura europeo diffuso dalla Procura di Karlsruhe, e ora l’uomo dovrà rispondere delle accuse di fronte ai giudici tedeschi.

Serhii Kuzientsov è considerato tra gli uomini che hanno coordinato l’atto di sabotaggio del 2022: non solo e non tanto, dunque, un esecutore materiale, quanto uno degli uomini che hanno gestito l’operazione dall’imbarcazione. Un pezzo grosso dei servizi segreti ucraini, insomma.

E proprio il fatto che fosse a Rimini con lo stesso vascello, già posto sotto la luce dei riflettori, e che viaggiasse con tranquillità in auto, con il proprio regolare passaporto (e non con documenti falsi, come era successo nel Baltico), convinto di non correre alcun pericolo in “territorio amico”, fa sorgere alcune domande.

Svezia e Danimarca avevano abbandonato le indagini, avendo accertato che non c’era stato alcun coinvolgimento di territori e cittadini dei rispettivi paesi negli attentati.

Non aveva fatto lo stesso la Germania – di fatto e di diritto co-proprietaria del gasdotto costruito insieme alla Russia – che ha continuato a scavare nella vicenda, anche se ogni volta che si arrivava a “nominare i colpevoli” (i servizi ucraini, insieme a quelli britannici e statunitensi), motivi di “sicurezza nazionale” bloccavano lo sviluppo delle indagini.

Il problema è che, esaurita la propaganda sulla Russia che “distrugge una sua infrastruttura strategica per fare un dispetto all’Occidente”, tutti gli elementi indicavano che il sabotaggio era stato condotto da un commando ucraino, col sostegno della Polonia e, quantomeno, la conoscenza dei servizi segreti statunitensi, che erano sicuramente ben contenti di avallare questo colpo a Mosca e, insieme, alle velleità di autonomia europea.

A Berlino, fin qui, avevano dunque pensato bene di non scoperchiare il vaso di Pandora, e avevano sepolto sotto i piedi sia la propria “sovranità” che l’iniziativa giudiziaria.

Bisogna dire che, ad ogni modo, uno degli uomini del commando ucraino, un istruttore subacqueo identificato come Volodymyr Zhuravlov, è stato fatto fuggire dalla Polonia, su una macchina dell’ambasciata ucraina di Varsavia, nonostante la richiesta di arresto da parte di Berlino.

La Germania non ha, dunque, mai davvero rinunciato ad assicurare alla giustizia i sabotatori del Nord Stream. Ha semplicemente rimandato a un momento più consono, in cui magari fa meno scalpore braccare un terrorista ucraino, fino a pochi mesi fa facilmente spendibile nei media come un eroe di guerra.

Evidentemente qualcosa sta cambiando, e certe “coperture” non sono più così stringenti.

Eppure, c’è un ultimo elemento che non va dimenticato. Non può che risultare curioso il fatto che sia stata la riviera di Rimini il luogo prescelto per le vacanze di Serhii Kuzientsov, proprio a bordo dello stesso yacht che sarebbe stato usato per i sabotaggi nel Mar Baltico. I servizi ucraini danno costantemente la caccia alle navi russe e alla sua ‘flotta ombra’.

A febbraio una petroliera è stata squarciata da alcune esplosioni a poche centinaia di metri dal porto di Savona. Che fosse effettivamente affiliata al Cremlino, e che sia stato un commando ucraino a portare a termine l’operazione, non è certo in questo momento.

Ma l’ipotesi è presente, e che Serhii Kuzientsov abbia scelto l’Italia come meta delle proprie vacanze e l’Andromeda come mezzo impone, per lo meno, indagini approfondite su collegamenti che l’uomo possa avere nel Belpaese.

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13/03/2025

Filippine - Arrestato l’ex presidente Duterte

L’ex presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, è stato arrestato oggi a Manila in esecuzione di un mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale che lo accusa di crimini contro l’umanità commessi nell’ambito della famigerata “guerra alla droga” intrapresa dalla sua amministrazione tra il 2016 e il 2022.

L’ex presidente, ora 79enne, deve rispondere di omicidio in riferimento alle migliaia di esecuzioni sommarie ed extragiudiziali commesse dalle forze dell’ordine e da vigilantes su mandato della presidenza. Secondo la polizia filippina, complessivamente nell’ambito della cosiddetta “guerra alla droga” rimasero uccise 6200 persone, per lo più nel corso di scontri armati con le forze dell’ordine. Ma secondo le organizzazioni per i diritti umani durante l’amministrazione Duterte vennero uccise sommariamente un numero assai maggiore di persone, accusate di essere spacciatori o semplici tossicodipendenti, spesso a causa di vere e proprie esecuzioni sommarie.

Il procuratore della CPI ha affermato che potrebbero essere fino a 30 mila le persone uccise dalla polizia o da individui non identificati.

Duterte è stato arrestato all’aeroporto internazionale di Manila subito dopo il suo rientro da un breve viaggio a Hong Kong. Parlando domenica a migliaia di lavoratori filippini che vivono nella regione speciale cinese, l’ex presidente aveva criticato l’indagine della Corte Penale Internazionale, dichiarando tuttavia che avrebbe “accettato” il proprio arresto qualora fosse stato “il suo destino”. Nel 2019 Duterte ritirò le Filippine dalla Corte Penale Internazionale ma i procuratori della Cpi hanno sostenuto di avere ancora giurisdizione sui crimini in questione, in quanto commessi in un periodo precedente.
Se verrà trasferito all’Aja, Duterte – che ora è detenuto nella base aerea di Villamor a Manila – potrebbe diventare il primo ex capo di Stato asiatico ad essere processato dalla CPI.

L’arresto di Duterte è stato reso possibile anche dalla rottura dei rapporti fra l’attuale presidente delle Filippine, Ferdinand Marcos Jr., e la figlia di Duterte, Sara, sua vicepresidente. Marcos è figlio dell’ex dittatore Ferdinand E. Marcos (al potere fra il 1965 e il 1986) ed è stato eletto nel 2022 dopo un accordo con Sara Duterte, considerata erede anche politica del padre, che ha ancora un certo seguito e gode di una consistente influenza politica nell’arcipelago asiatico.

Per questo inizialmente Marcos aveva dichiarato che non avrebbe collaborato con le indagini della Corte penale internazionale. I rapporti fra Marcos e la sua vice si sono però deteriorati velocemente e in modo radicale, con accuse reciproche molto gravi.

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15/01/2025

Corea del Sud - Arrestato il presidente. Per ora.

Il presidente della Corea del Sud, Yoon Suk Yeol, è stato infine arrestato nella notte. Verso le 2:30 ora italiana (nella penisola dell’estremo oriente era metà mattinata), è stato eseguito il mandato di cattura del politico, posto sotto impeachment per sovversione e abuso d’ufficio dopo che lo scorso 3 dicembre aveva imposto la legge marziale, con la scusa dei contrasti sull’approvazione della legge di bilancio.

Per quanto sia vero che il Partito del Potere Popolare, a cui appartiene Yoon Suk Yeol, governa il paese senza avere però la maggioranza in parlamento, il messaggio inviato con una misura di guerra sembra un po’ troppo forte rispetto a una normale dialettica da sistema democratico.

Sappiamo bene, tuttavia, che la Corea del Sud, a lungo vera e propria occupazione di Washington, alla democrazia non è abituata, avendo attraversato decenni tra un colpo di stato e l’altro. Per quanto l’arresto di questa notte segni un punto di svolta ulteriore: è la prima volta che un presidente in carica finisce in manette.

L’anticorruzione di Seoul ha specificato che non si è trattato di un atto volontario: il presidente del paese non si è consegnato, ma è stato arrestato dalle forze dell’ordine. Questa volta le sue guardie non si sono opposte, a differenza di quando, al primo tentativo di prelevare Yoon Suk Yeol lo scorso 3 gennaio, avevano dato vita a sei ore di scontri.

Al primo interrogatorio ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere, mentre un video preregistrato, diffuso appena dopo essere stato portato via dal palazzo presidenziale, ha dato spiegazione del perché questa volta abbia deciso, se non di collaborare, per lo meno di non opporsi all’arresto.

“Non riconosco l’indagine in corso”, ha chiarito immediatamente. “In qualità di presidente, la mia decisione di rispettare tali procedure illegali e non valide non è un riconoscimento ma piuttosto la volontà di prevenire incidenti spiacevoli e spargimenti di sangue”: un messaggio molto pesante, e che fa intendere che la vita politica del paese è tutt’altro che tornato nell’alveo costituzionale.

Per il Partito Democratico Sudcoreano, all’opposizione, l’arresto “è il primo passo verso il ripristino dell’ordine costituzionale, della democrazia e dello Stato di diritto”. Yoon Suk Yeol, invece, ha affermato che “lo Stato di diritto in Corea del Sud è completamente crollato”.

Come se non bastasse c'è il fatto che, sostanzialmente, un potere non ancora destituito ma certamente sospeso dall’impeachment è protetto da una guardia personale, che non risponde al mandato del parlamento. E che migliaia di suoi sostenitori si erano letteralmente accampati al palazzo presidenziale per impedire l’intervento della polizia: la polarizzazione del paese è evidente.

La vicenda, dunque, è tutt’altro che chiusa. Ora Yoon Suk Yeol si trova in stato di fermo per le prossime 48 ore, durante le quali verrà sottoposto a interrogatorio (anche se, come detto, ha già rifiutato di collaborare al primo di questi). Al termine di questo lasso di tempo, gli investigatori dovranno decidere se rilasciarlo o spiccare un mandato di cattura per un massimo di 20 giorni.

Nel frattempo, la Corte costituzionale sudcoreana continua a esaminare la decisione di destituire il presidente, votata dall’Assemblea nazionale il 14 dicembre. E ha tempo addirittura fino a giugno per pronunciarsi, rischiando di trascinare la questione per mesi e mesi, durante i quali la normale dialettica politica sarà determinata da questa situazione di eccezionalità.

Si tratta insomma di una vicenda ancora in itinere, la cui conclusione non è scontata. Del resto, è impensabile che Yoon Suk Yeol abbia optato per la legge marziale come risultato di una follia momentanea. Un atto del genere, per quanto potrebbe finire senza ripercussioni legali per nessuno, ha sicuramente delle ragioni politiche profonde, che trovano condivisione in importanti pezzi dello stato.

E certamente anche fuori da esso, dall’altra parte del Pacifico...

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02/01/2025

Venezuela - Sottufficiale argentino arrestato con un gruppo terroristico

Nelle scorse settimane in Venezuela è stato arrestato tale Nahuel Agustín Gallo, un sottufficiale della Gendarmeria argentina, entrato clandestinamente nel Paese sudamericano.

Inevitabile pensare al rinnovato insediamento di Maduro, uscito vincitore dalle elezioni presidenziali, che avverrà il 10 di gennaio. Per quella data l’ultradestra venezuelana, spinta dalla Ci, promette “rivolte” che saranno come sempre limitate all’azione di “guarimbas” – giovani adescati con qualche centinaio di dollari – contro membri e sedi del Psuv, il partito al governo.

Poi, passata la data fatidica, tutto tornerà all’ordinaria amministrazione (sanzioni, furto di beni all’estero, lenta costruzione di una macchina golpista che prima o poi possa funzionare, ecc.) e il Venezuela uscirà dal focus d’attenzione dei media occidentali.

Come sempre, per accendere momentanei focolai di vero e proprio terrorismo conto terzi, vengono segnalate infiltrazioni da parte di mercenari reclutati in diversi paesi latino-americani.

Il caso di Nahuel Gallo è però diverso, in quanto si tratta – come detto – di un sottufficiale della Gendarmeria argentina, il che implica un coinvolgimento diretto del governo Milei.

Il che ha ovviamente aperto una dura polemica da parte del governo bolivariano contro quell’esecutivo che ha riportato alla fame il popolo argentino. Deosdado Cabello, primo vicepresidente di Caracas, è stato decisamente netto:

“Tutti fanno finta di niente, dicendo che aveva qui la sua ragazza. Tutti si giustificano con questa scusa. Ha ferito degli agenti [al momento dell’arresto, ndr], perché era venuto a compiere una missione; e non è che la missione sia stata interrotta. Gli abbiamo dato un duro colpo grazie alle agenzie di sicurezza dello Stato (...). Qui c’è un sistema giudiziario che funziona davvero e questa persona è all’ordine dei tribunali. Dicono che si trovi in una base militare segreta a Táchira (ovest), ma non ne hanno la minima idea”, ha detto il leader venezuelano.

Cbello ha aggiunto detto che il governo argentino non dichiara il motivo per cui il gendarme si trovava in territorio venezuelano.

“Che cosa stava venendo a fare qui in Venezuela, qual era il suo lavoro? Non lo dicono, ma probabilmente a un certo punto diremo cosa era venuto a fare in Venezuela”, ha affermato Cabello.

Il leader venezuelano ha smentito la posizione del ministro della Sicurezza argentino, Patricia Bullrich, che ha minacciato la nazione sudamericana di guerra.

“Qui in Venezuela c’è giustizia, autorità, sovranità e indipendenza, e il Ministero degli Esteri argentino ha il suo modo di vedere ciò che fa, hanno deciso di non avere relazioni con noi, è un po’ difficile (…) Chi viene a cospirare dovrebbe assumersi le proprie responsabilità”, ha detto.

Cabello ha anche sottolineato che l’Argentina ha deciso di non mantenere relazioni diplomatiche con il Venezuela, e questo ostacola la comunicazione tra i due Paesi.

“Chi viene a cospirare deve assumersi le proprie responsabilità, niente di più”, ha concluso.

Il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, ha annunciato venerdì che il gendarme argentino Nahuel Agustín Gallo, arrestato mentre cercava di entrare in territorio venezuelano in modo irregolare, è indagato per legami con esponenti dell’estrema destra che progettano azioni terroristiche.

Il Venezuela denuncia che il gendarme argentino detenuto era in “missione”.

In un comunicato, la Procura ha reso noto che dopo aver rispettato i termini procedurali previsti dal Codice Organico di Procedura Penale, il suddetto cittadino è indagato “per i suoi legami con un gruppo di persone che ha cercato di realizzare una serie di azioni destabilizzanti e terroristiche dal nostro territorio e con l’appoggio di gruppi internazionali di ultradestra”.

Ha aggiunto che il detenuto ha cercato di entrare nel Paese “nascondendo il suo vero piano criminale sotto l’apparenza di una visita sentimentale”.

Al momento, l’accusato “è a disposizione del giudice in base alle disposizioni della nostra Costituzione e delle leggi nazionali”.

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01/01/2025

Pirateria di Stato

di Paolo Di Mizio

Cecilia Sala è chiaramente stata arrestata come ritorsione per l’arresto – illegale – dell’ingegnere iraniano Mohammad Abedini Najafabadi, bloccato il 16 dicembre scorso su ordine della giustizia americana all’aeroporto di Malpensa.

L’accusa, per lui, mossa da Washington, è di “traffico d’armi”. Ma è un’accusa farlocca, senza alcuna base giuridica.

L’ingegnere lavora per lo Stato iraniano: se lo Stato iraniano vende armi a un paese terzo (poniamo la Russia o l’India), questo non è un reato di “traffico d’armi”, è un libero commercio garantito dal WTO e dalle leggi internazionali, che piaccia o non piaccia all’America.

Se vendere armi da uno Stato all’altro fosse un reato, allora ci dovrebbe essere un ordine di arresto per Biden e per tutti i presidenti americani, che sono i maggiori venditori di armi del mondo.

Aggiungo, per quelli che dicono che “l’Iran viola le sanzioni”: le sanzioni sono un atto politico, arbitrario, non giuridico, in altre parole non sono una legge.

Anzi, per la giurisprudenza internazionale le sanzioni sono addirittura fuorilegge se attuate al di fuori di un mandato dell’ONU, come avviene in questo caso. Quindi se non c’è una legge, non c’è alcun reato.

La verità è che gli americani vogliono interrogare, con le buone o con le cattive, l’ingegnere iraniano per conoscere i segreti dei droni iraniani, come li fabbricano, dove, se li vendono alla Russia, ecc.

Questa è la vera ragione. L’arresto dell’ingegnere è un sequestro di persona, non un arresto: è un atto di pirateria di Stato.

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29/12/2024

La liberazione di Cecilia Sala diventa una partita a tre

Con il passare dei giorni comincia a emergere come l’eventuale liberazione della giornalista italiana Cecilia Sala, arrestata in Iran lo scorso 19 dicembre, sia diventata “una partita a tre”.

Non c’è solo l’interlocuzione tra Italia e Iran, c’è anche l’ingerenza degli Stati Uniti, il che spiega la cautela e il nervosismo della Farnesina nella gestione di una partita delicata, nella quale il desiderio di riportare a casa la giornalista potrebbe entrare in contraddizione con i vincoli della pesante alleanza con gli USA.

Gli Stati Uniti, infatti, appena la vicenda dell’arresto di Cecilia Sala è diventata pubblica si sono affrettati a richiedere l’estradizione dall’Italia di Mohammad Abedini Najafabadi, il cittadino iraniano arrestato il 16 dicembre scorso all’aeroporto di Malpensa dalla Digos su richiesta degli USA. Le autorità statunitensi si sono mosse con grande e insolita rapidità per inviare all’Italia la richiesta di estradizione dell’iraniano. Avrebbero avuto tempo fino al 28 gennaio, ma hanno scelto di farlo il 28 dicembre, un mese prima.

Non solo. C’è un altro particolare che sta emergendo. Era infatti il 13 dicembre quando gli Stati Uniti hanno notificato all’Italia un mandato d’arresto ai fini dell’estradizione. In quella data Mohammad Abedini Najafabadi, non era ancora in Italia. Tre giorni dopo, al suo arrivo a Malpensa l’ordine di arresto è stato eseguito. Secondo l’Ansa, l’indagine avviata dai magistrati milanesi su modalità e tempistiche dell’arresto “potrebbe riguardare anche i tempi stretti tra l’emissione del mandato di arresto ai fini di estradizione e il fermo dell’uomo”.

Insomma nell’attività diplomatica dell’Italia per riportare a casa Cecilia Sala , magari scambiandola con Najafabadi, c’è la pesante ipoteca degli Stati Uniti che lo vorrebbero invece portare nelle carceri USA.

Tra l’esigenza di liberare la giornalista e i diktat del potente alleato, il governo italiano potrebbe trovarsi con margini di manovra strettissima nella sua trattativa con il governo iraniano.

Mohammad Abedini Najafabadi, si trova attualmente detenuto nel carcere di Opera ed è accusato di aver violato le leggi americane sull’esportazione di componenti elettronici sofisticati dagli Usa all’Iran e per aver fornito materiale a un’organizzazione terroristica straniera.

La Corte d’Appello di Milano adesso deve valutare se sussistono le condizioni per accogliere o meno la richiesta di Washington. Nel caso in cui venga dato il via libera all’estradizione, il provvedimento dovrà avere la firma del ministero della Giustizia, il quale avrà al massimo 10 giorni di tempo per completare la pratica e rendere effettiva la sentenza.

La sorte dell’iraniano arrestato in Italia si lega a doppio filo con quella di Cecilia Sala in Iran. Molti osservatori considerano plausibile la possibilità che la giornalista italiana possa essere stata arrestata come forma di pressione sulle autorità italiane e statunitensi ed ottenere uno scambio con la liberazione di Mohammad Abedini Najafabadi.

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28/12/2024

Iran - L’arresto di Cecilia Sala funzionale ad uno scambio di prigionieri?

Il 16 dicembre all’aeroporto Malpensa di Milano, su richiesta delle autorità degli Stati Uniti viene arrestato un cittadino iraniano-svizzero Mohammad Abedini-Najafabadi di 38 anni.

Le accuse contro di lui mosse dagli Stati Uniti sono di cospirazione, associazione a delinquere e violazione delle leggi sul commercio e valgono potenzialmente l’ergastolo negli Usa e 20 anni per chi lo avrebbe aiutato.

Mohammad Abedini-Najafabadi è accusato di aver reperito negli USA alcuni componenti di un sistema di droni simile a quello che ha colpito una base militare statunitense in Giordania dove sono rimasti uccisi tre soldati.

Il 19 dicembre – ma si è saputo solo una settimana dopo – le autorità iraniane hanno arrestato a Teheran la giornalista italiana Cecilia Sala. Non sono ancora chiare – o meglio non sono trapelate fino a noi – le motivazioni dell’arresto.

Visto da questa prospettiva l’arresto di Cecilia Sala potrebbe essere propedeutico ad uno scambio di prigionieri tra Italia e Iran. A meno che gli Stati Uniti non si mettano di traverso a complicare le cose.

Cecilia Sala è una giornalista del quotidiano filo-israeliano Il Foglio, segue la politica internazionale ed è una ospite frequente di talk show televisivi nei quali viene chiamata a rappresentare il punto di vista della Nato e di Israele nel sistema informativo italiano.

Il ministro degli Esteri Tajani ha fatto sapere finora molto poco: “C’è stata una lunga visita regolare da parte della nostra ambasciatrice Paola Amadei, che è stata più di mezz’ora con la giornalista fermata. L’ha trovata in buone condizioni di salute”, ha detto il ministro. Cecilia Sala “spera di poter essere liberata il prima possibile ed è quello che sta cercando di fare il ministero degli Esteri, quello che sta facendo la nostra diplomazia con grande discrezione e con la massima riservatezza”. Tajani ha aggiunto che i genitori hanno già avuto la possibilità di parlare due volte con Sala e sono in costante contatto con la Farnesina per ricevere aggiornamenti sulla situazione.

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04/12/2024

Neofascisti vecchio stile. 12 arresti per armi e terrorismo

Mentre la masnada politica che è oggi “maggioranza” nel Parlamento italiano – con parecchie “sintonie” anche nel PD – erano tutti attentissimi a quanta “violenza” si esprimeva nelle piazze dell’opposizione reale (magari enfatizzando al massimo qualche fotografia bruciata, roba da riderci sopra...), gli aficionados più rozzi dei neofascisti di governo si organizzavano per fare qualcosa di molto pericoloso.

Apprendiamo dall’agenzia Agi (niente di “sovversivo”, è di proprietà dell’Eni!) che:
È di 12 arresti in tutta Italia il bilancio di un”operazione della Polizia di Stato contro un gruppo neonazista e suprematista denominato “Werwolf Division”. Le accuse sono di associazione con finalità di terrorismo, propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa e detenzione illegale di arma da fuoco.

Le misure cautelari in carcere sono state emesse dal Gip del Tribunale di Bologna, su richiesta della locale Procura della Repubblica. Contestualmente, sono in corso altre 13 perquisizioni domiciliari. L’operazione è coordinata dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione.

La ‘Werewolf Division’ (il nome viene dai ‘lupi mannari’ nazisti guidati da Heinrich Himmler per contrastare l’avanzata delle forze alleate e sovietiche in Germania alla fine della Seconda guerra mondiale) era già finita nel mirino di un’inchiesta della Procura di Napoli nel maggio 2023 con otto indagati. In quell’occasione era emersa una rete Telegram gestita da Bologna che sarebbe servita per organizzare “atti eversivi violenti“, inneggiando alla Shoah.
Sottolineatura redazionale: forse è solo per quest’ultima ragione che qualcuno, “ai piani alti”, si è preoccupato... In pieno trip amoroso dell’estrema destra italiana col genocida Netanyahu, ci mancava solo che qualche scombinato neonazista si mettesse a fare – davvero – qualche azione antisemita “vecchio stile”...

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24/10/2024

Francia - Arrestato e rilasciato Kemi Seba, attivista nero e anticolonialista

Kemi Seba, uno dei principali attivisti anticoloniali dell’Africa francofona, è stato arrestato a Parigi il 14 ottobre. Seba è presidente di Urgences Panafricanistes (Emergenze panafricane). L’organizzazione è stata in prima linea nel movimento delle ex colonie francesi dell’Africa Occidentale contro la morsa monetaria del Franco CFA

Insieme al coordinatore del gruppo, Hery Djehuty, Seba è stato trattenuto e interrogato nei sotterranei della Direzione generale della sicurezza interna francese, che si occupa di antiterrorismo e controspionaggio. È stato rilasciato il 16 ottobre. L’ufficio del procuratore ha dichiarato che, sebbene non sia stata formulata alcuna accusa nei suoi confronti, l’indagine su possibili “interferenze straniere” negli affari francesi continuerà.

I codici militari applicabili alle spie e agli alti funzionari che condividono informazioni con una potenza straniera per promuovere un attacco alla Francia sono stati invocati contro l’attivista civile, lo ha denunciato l’avvocato di Seba in un comunicato stampa mentre era ancora in custodia. Queste accuse comportano una pena detentiva di 30 anni.

Seba non è nuovo alle carceri francesi, avendo scontato condanne nel 2009, 2011 e 2014 per il suo ruolo nell’organizzazione del movimento. Nato in Francia da genitori beninesi, è salito alla ribalta a metà degli anni 2000 dopo aver formato Tribu KA, un’organizzazione nazionalista nera modellata sulla Nation of Islam statunitense.

Dopo che la Francia ha messo al bando Tribu KA, accusandola di razzismo e antisemitismo, ha ricostituito l’organizzazione due volte con nomi diversi. Entrambe sono state sciolte dal Ministero degli Interni, dopodiché è passato a dirigere la filiale del New Black Panther Party in Francia.

Nell’agosto 2017, Seba è stato arrestato a Dakar dopo aver bruciato pubblicamente una banconota da 5.000 franchi CFA, denunciandola come “moneta coloniale”. Quando giorni dopo è stato presentato in tribunale, insieme a un altro membro che era stato arrestato con lui, Urgences Panafricanistes ha organizzato manifestazioni non solo a Dakar, ma anche nella città di Cotonou, nel suo Paese d’origine, il Benin, ad Abidjan in Costa d’Avorio, a Moursal in Ciad, nella capitale del Mali, Bamako, nella capitale del Burkina Faso, Ouagadougou, e nella capitale del Niger, Niamey.

Dopo aver contribuito alal crescita del movimento nelle ex colonie francesi in Africa occidentale, è tornato in libertà, ottenendo dal tribunale un’ordinanza di scarcerazione per motivi tecnici.

A febbraio, la Francia – il cui presidente della commissione Difesa del Parlamento nel marzo 2023 aveva accusato Seba di “trasmettere la propaganda russa” – ha avviato la procedura di revoca della cittadinanza di Seba. Una lettera di notifica di questa azione ha motivato la sua critica alla “presenza francese in Africa” come “neocolonialismo”.

“Il vostro passaporto non è un osso che ci date o togliete a seconda di quanto siamo sottomessi a voi, come se i neri fossero cani. Io sono un nero libero. Sono un africano libero. Sono un beninese libero”, ha dichiarato Seba, dopo aver bruciato il suo passaporto francese durante una conferenza stampa dal vivo a marzo, mesi prima che il governo francese completasse il processo di privazione della cittadinanza a luglio.

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13/09/2024

L’inconfessabile scambio di favori tra Meloni e Milei dietro l’arresto dell’ex BR Leonardo Bertulazzi

Dietro l’arresto dell’ex brigatista, oggi settantaduenne, Leonardo Bertulazzi ci sarebbe un patto tra Meloni e Milei per salvare dalla giustizia argentina un prete italo-argentino coinvolto nei crimini della dittatura sudamericana degli anni '70. Il suo nome è Franco Reverberi, ultraottantenne emigrato giovanissimo in Argentina dove la sua famiglia si trasferì nel secondo dopoguerra in cerca di fortuna.

Il sacerdote assassino che benediva le torture

Nel nuovo continente il giovane Reverberi finì in seminario per poi prendere i voti e diventare parroco di Salto de Las Rosas, una piccola località sotto le Ande. Nel 1976, mentre il ventiquattrenne Bertulazzi lasciava Lotta continua, una formazione della estrema sinistra ormai in crisi per entrare nella nascente colonna genovese della Brigate rosse, don Reverberi, allora trentanovenne, sulla scia del golpe militare guidato dal generale Jorge Videla diventava cappellano militare, ausiliare dell’VIII squadra di esplorazione alpina di San Rafael.

Nel 1980 – recitano le accuse della giustizia argentina – iniziò a frequentare il centro di detenzione clandestina “La Departamental”, una delle strutture utilizzate dal regime dittatoriale nell’ambito del “Piano Condor”. Un progetto di sterminio delle opposizioni politiche contro le dittature, portato avanti a colpi di arresti, sparizioni, torture di massa e omicidi dei militanti della sinistra rivoluzionaria, peronisti e radicali (almeno duemila le persone uccise e trentamila quelle scomparse, i cosiddetti desaparecidos). L’operazione concordata tra le dittature fasciste del Sud America (Cile, Argentina, Brasile, Bolivia, Paraguay e Perù) aveva la supervisione della Cia. Reverberi è stato accusato di aver partecipato nel 1976 al sequestro, seguito da torture e omicidio, di un giovane peronista, Josè Guillermo Beron. Secondo le testimonianze rilasciate da diversi sopravvissuti ai centri di detenzione della dittatura, il sacerdote era solito frequentare le stanze delle torture per assistere agli interrogatori leggendo passi della bibbia e invitando i seviziati a collaborare con i propri torturatori, perché questo sarebbe stato il volere di Dio. Finita la dittatura Reverberi riuscì a farsi dimenticare continuando a dire messa. Soltanto nel 2010 emersero le sue prime responsabilità, ma il prete fece in tempo a riparare in Italia per tornare a dire messa nella sua parrocchia natale, Sorbolo, un paesino in provincia di Parma, ospite di don Giuseppe Montali.

Due pesi e due misure

Raggiunto da una prima richiesta di estradizione, nel 2013 la magistratura italiana respingeva la domanda poiché non emergevano con nitidezza responsabilità dirette del sacerdote. Nell’ottobre 2023 tuttavia la cassazione confermava l’avviso favorevole a una nuova richiesta di estradizione, formulato in precedenza dalla corte d’appello di Bologna, che stavolta conteneva prove nuove sul suo coinvolgimento nella morte del giovane Beron e le torture inferte a nove detenuti. Secondo la cassazione i reati commessi da Reverberi si inserivano in «un sistema seriale di torture, catalogabili come crimini contro l’umanità, posti in essere nei confronti di dissidenti politici del regime militare allora al potere in Argentina, effettuate all’interno di una struttura penitenziaria adibita allo scopo e all’interno della quale vi era l’odierno estradando che svolgeva le funzioni di cappellano militare e che si assume avesse favorito l’operato dei militari».

Ancora una volta però Reverberi riusciva a cavarsela: nel novembre dello stesso anno, infatti, sale alla presidenza della repubblica argentina l’esponente dell’ultradestra Javier Milei. Così nel gennaio 2024, il ministro della giustizia del governo Meloni, Carlo Nordio, a cui spettava la decisione finale, non concedeva l’estradizione del prete torturatore, a causa dell’età avanzata (86 anni) e del suo precario stato di salute. Una decisione solo in apparenza garantista, per altro in netto contrasto con l’attività persecutoria promossa dal governo italiano nei confronti di Leonardo Bertulazzi, condannato (leggi qui) – a differenza di Reverberi – solo per reati associativi e per il sequestro dell’armatore Pietro Costa, sulla base dei de relato di due pentiti che non avevano partecipato al fatto, anzi uno dei due non era ancora entrato nelle Brigate rosse quando avvenne.

Il patto dei Bravi

I fatti appena elencati mostrano come la decisione di Nordio sia stata frutto di un accordo politico sancito dal caloroso tête-à-tête che Meloni e Milei hanno offerto ai fotografi durante le giornate del G7, tenutesi in Puglia lo scorso giugno 2024. Concessa l’immunità al torturatore Reverberi, come auspicato da Milei, la premier Meloni ha ricevuto in dono la cattura di Leonardo Bertulazzi in aperta violazione del ne bis in idem. La magistratura argentina, infatti, aveva già respinto la domanda di estradizione inviata nel 2002 perché incompatibile con il proprio ordinamento giudiziario, all’interno del quale non si prevede la possibilità di comminare condanne definitive in contumacia. Dopo questa decisione Bertulazzi aveva ottenuto nel 2004 lo status di rifugiato politico. Asilo improvvisamente revocato il giorno del suo nuovo arresto, il 24 agosto 2024, con un atto di puro arbitrio privo di qualsiasi fondamento giuridico.

In questi giorni sulla stampa argentina sono emersi i primi retroscena di questa decisione. Secondo Tiempo argentino Luciana Litterio, fresca di nomina alla testa della commissione nazionale per i rifugiati (Conare), su designazione del ministro dell’Interno del governo Milei, avrebbe «ricevuto una chiamata che l’ha messa tra l’incudine e il martello. Il presidente della Repubblica, Javier Milei, gli ha chiesto, o forse gli ha ordinato, di revocare immediatamente lo status di rifugiato a Leonardo Bertulazzi». La nuova responsabile del Conare si sarebbe ritrovata con le spalle al muro – prosegue sempre il quotidiano argentino: «Litterio aveva due opzioni: ignorare la richiesta, rispettando così i patti internazionali firmati dal Paese e onorando il suo passato di accademica specializzata in rifugiati e migrazioni internazionali, con una carriera di 16 anni come responsabile degli affari internazionali presso la Direzione nazionale delle migrazioni – carica per la quale fu nominata durante il primo mandato di Cristina Fernández e confermata da tutti i governi successivi –, o rispettare l’ordine presidenziale, gettando a mare la sua carriera e il suo prevedibile passaggio a un posto dirigenziale presso l’Unhcr o a un posto diplomatico nelle Nazioni unite».

Una nuova caccia mondiale ai comunisti

La mancata estradizione di don Reverberi e il riarresto di Bertulazzi, nonostante l’asilo politico concesso, mostrano che nelle due vicende sono stati applicati registri diversi, privi di qualunque standard giuridico, ispirati solo da un feroce revanscismo anticomunista e dalla volontà di proteggere feroci criminali delle dittature sudamericane. A riprova di questo fatto ci sono le dichiarazioni rilasciate al Sussidiario.net dall’attuale capo di gabinetto del ministero della Sicurezza che ha coordinato l’arresto di Bertulazzi nella sua abitazione argentina, pochi minuti dopo la revoca dell’asilo politico. Secondo Carlos Manfroni, «il ministero della Sicurezza, che ha a capo Patricia Bullrich, ha preso la decisione di non proteggere più gli ex terroristi [comunisti rivoluzionari degli anni '70 ndr] dall’estradizione. Rispetto invece ai terroristi argentini [gli oppositori antifascisti della dittatura ndr], che hanno commesso crimini aberranti nella decade degli anni '70», Manfroni si rammarica del fatto che «sfortunatamente la Corte [argentina ndr] in quegli anni decise che le loro azioni criminali erano cadute in prescrizione e che non si trattava di delitti ascrivibili alla lesa umanità. Un criterio sul quale non sono d’accordo ma che al momento impedisce di incarcerarli».

I crimini del potere e quelli degli insorti

Manfroni cita la giurisprudenza che la magistratura argentina ha prodotto negli anni della transizione postdittatura, secondo la quale i reati commessi dagli oppositori alla dittatura militare sono di fatto prescritti, a causa dei decenni trascorsi, mentre i crimini del potere dittatoriale (omicidi, torture e sparizioni), la cosiddetta «guerra sucia», commessi da membri del regime militare, restano tuttora perseguibili perché ritenuti crimini contro l’umanità, per questo imprescrittibili. Una giurisprudenza avanzatissima che, riprendendo i principi del diritto di resistenza, distingue tra violenza frutto della oppressione del potere statale e violenza dal basso commessa dagli insorti. A conclusione della sua intervista, Carlos Manfroni rivela anche la strategia concordata tra Milei e Meloni per giungere alla estradizione di Bertulazzi: «nel 2004 – spiega – l’ex Br non venne estradato perché in Italia era stato condannato in sua assenza. Ma secondo il trattato di estradizione tra Argentina e Italia, se l’Italia è pronta ad offrire un nuovo processo invece di usare la vecchia sentenza, Bertulazzi si può estradare e credo che questo, alla fine, sarà lo strumento che verrà usato». Tuttavia in Italia non esiste nessuna norma che preveda un nuovo processo dopo che è stata emessa una sentenza definitiva.

L’esperienza francese

Un precedente recente e significativo che si è scontrato contro questo limite insormontabile riguarda il rifiuto della magistratura francese di estradare dieci ex militanti della sinistra armata italiana degli anni '70. Le corti francesi hanno preso atto della impossibilità da parte italiana di garantire un nuovo processo per chi è stato condannato in contumacia e per questo hanno negato le estradizioni richiamando il mancato rispetto della regola del giusto processo, indicato nell’art. 6 della convenzione europea dei diritti umani. A cui hanno aggiunto anche l’esigenza di tutelare i diritti acquisiti (art. 8) nel corso della pluridecennale permanenza sul suolo francese (ovvero le innumerevoli decisioni giudiziarie, politiche e amministrative pronunciate nel tempo dalla autorità francesi). Precedente giuridico che i giudici argentini chiamati a giudicare il caso Bertulazzi non potranno certo ignorare.

Fonte

11/09/2024

Telegram, la Francia e l'UE

Agosto è certamente finito col botto per chi si occupa di piattaforme, con l’arresto, in gran parte inaspettato, di Pavel Durov, 39enne fondatore della app Telegram.

In estrema sintesi la vicenda: il cofondatore di origine russa (ma con passaporto anche emiratino, francese e di Saint Kitts and Nevis) della piattaforma di messaggistica (ormai quasi un social media) è stato arrestato mentre scendeva dal suo jet privato in Francia.

Rimasto in custodia della polizia per 24 ore, poi prolungate a 96, è stato infine rilasciato mercoledì 28 agosto, dopo essere stato messo formalmente sotto accusa con una serie di capi d’imputazione ancora vaghi ma che sembrano concentrarsi sull’idea che Telegram non collabori abbastanza a fronte di inchieste su specifiche attività criminali che si svolgono sulla piattaforma.

Durov ha ottenuto la libertà su cauzione (di 5 milioni di euro), non potrà lasciare la Francia e dovrà presentarsi a una stazione di polizia due volte alla settimana.

Francia ed Europa

Le norme europee non c’entrano nulla con la vicenda, e sebbene sia piuttosto evidente, dei portavoce della Commissione si sono sentiti in dovere di specificarlo. A muoversi è la Francia e la procura di Parigi.

“La quasi totale assenza di risposta di Telegram alle richieste giudiziarie è stata portata all’attenzione della sezione criminalità informatica (J3) del tribunale nazionale della criminalità organizzata (JUNALCO) presso la procura di Parigi, in particolare dall’ufficio nazionale per i minori (OFMIN)”, è scritto in un comunicato della procura (che contiene la lista di capi d’accusa).

Tutto nasce nel febbraio 2024 quando il tribunale di Parigi apre un’inchiesta preliminare e incarica l’OFMIN di condurre l’indagine. Il Centro per la lotta contro la criminalità informatica (C3N) e l’Ufficio nazionale antifrode (ONAF) hanno successivamente preso in carico l’inchiesta.

Secondo quanto riportato da Politico, i primi problemi di Durov partono da un’indagine separata incentrata su abusi sessuali su minori in cui un sospettato avrebbe usato Telegram per adescare ragazze minorenni minacciando di diffondere CSAM (Child Sexual Abuse Material) sui social media e rivelando anche uno stupro.

Ma alle richieste delle autorità francesi per identificare il sospettato, Telegram non avrebbe dato risposta, dando luogo così a un’indagine preliminare sulla sua riluttanza a collaborare con le forze dell’ordine su una questione penale.

Anche se l’UE non c’entra con l’indagine francese, potrebbe metterci il carico a breve, in virtù del DSA, il Digital Services Act. Da febbraio la nuova legge obbliga tutte le piattaforme che operano nell’UE a proteggere gli utenti online da contenuti illegali e dannosi. Ma quelle con più di 45 milioni di utenti attivi mensili sono soggette a obblighi più stringenti e sono regolamentate direttamente dalla Commissione (invece che dalle autorità nazionali).

Telegram, nel mirino proprio per le sue funzioni da social media (con gruppi e canali da migliaia di utenti), era finora sfuggita alle maglie più strette poiché a febbraio ha dichiarato di avere solo 41 milioni di utenti nei 27 Paesi dell’UE. E a fare da controllore dovrebbe essere l’autorità di telecomunicazioni belga, BIPT. Ma la Commissione avrebbe dubbi al riguardo.

“In base al Digital Services Act (DSA) dell’Uescrive il Financial TimesTelegram avrebbe dovuto fornire un numero aggiornato questo mese, ma non l’ha fatto, dichiarando solo di avere 'significativamente meno di 45 milioni di utenti (recipients) attivi medi mensili nell’UE'”.

L’incapacità di fornire i nuovi dati pone Telegram in violazione del DSA, hanno dichiarato due funzionari dell’UE, aggiungendo che è probabile che l’indagine dell’Unione europea scopra che il numero reale è superiore alla soglia per le “piattaforme online molto grandi”. Tale designazione comporta maggiori obblighi di conformità e di moderazione dei contenuti, di auditing da parte di terzi e di condivisione obbligatoria dei dati con la Commissione europea.

Crittografia

I capi di imputazione citano anche due norme sull’importazione e fornitura di servizi/strumenti di crittografia, per le quali mancherebbe della documentazione (dichiarazione di conformità).

A livello legale di queste norme francesi se ne parla qua: “la fornitura, l’importazione e l’esportazione di mezzi crittografici in e dalla Francia sono soggette a una dichiarazione preventiva o a un’autorizzazione preventiva dell’ANSSI (l’agenzia nazionale per la cybersicurezza, ndr), a seconda delle funzionalità tecniche e dell’operazione commerciale (fornitura o importazione).”

Qui il link alla pagina dell’ANSSI che ne parla.

Questa situazione sembra per ora secondaria nella vicenda, malgrado una parte della stampa americana, nota la giornalista statunitense Marcy Wheeler, continui a discuterne come se si trattasse di un crimine relativo all’uso della crittografia, quando avrebbe a che fare con una registrazione.

“Signal, l’applicazione di messaggistica cifrata più protettiva – scrive Wheeler – si è registrata in base a questa legge quando ha richiesto per la prima volta di offrire Signal negli app store francesi. Quindi, no, loro [Signal, diversamente da Telegram, ndr] non saranno perseguiti in base a questa legge, perché stanno seguendo la legge”.

Il riferimento della giornalista a Signal sembra prendere spunto da alcuni post di uno dei principali sviluppatori di Signal (oggi ad Apple) Frederic Jacobs, che dice di ricordarsi l’incombenza burocratica per pubblicare l’app nell’App Store in Francia. E aggiunge: “Un buon promemoria per ricordare che la Francia è uno dei rari paesi al mondo ad avere l’obbligo di dichiarazione quando si importa **crittografia**.
Anche se non è necessaria l’approvazione, è fondamentale presentare una dichiarazione accurata del sistema di crittografia all’agenzia per la cybersicurezza ANSSI. Secondo i pubblici ministeri, Telegram non ha compilato accuratamente la sua dichiarazione”
.

Che dice Signal?

Più in generale vale la pena riportare interamente una risposta data da Meredith Whittaker, presidente di Signal, al giornalista Andy Greenberg (l’intervista merita tutta comunque), dopo l’arresto di Durov in Francia.

Greenberg chiede a Whittaker, che è appena stata in Francia e appare interessata all’Europa anche come possibile alternativa alla sede di Signal: “Ha davvero senso cercare questo tipo di flessibilità giurisdizionale in Europa quando il fondatore di Telegram Pavel Durov è stato appena arrestato in Francia? Questo vi fa riflettere sul futuro di Signal nell’UE?”

Risponde la presidente di Signal: “Beh, per cominciare, Telegram e Signal sono applicazioni molto diverse con casi d’uso molto diversi. Telegram è un’app di social media che consente a un individuo di comunicare con milioni di persone contemporaneamente e non fornisce una privacy significativa o una crittografia end-to-end. Signal è esclusivamente un’applicazione per comunicazioni private e sicure, senza funzioni di social media. Quindi stiamo già parlando di due cose diverse.
E ad oggi [27 agosto 2024] ci sono troppe domande senza risposta e poche informazioni concrete sulle motivazioni specifiche dietro l’arresto di Durov perché io possa darvi un’opinione informata. Per quanto riguarda la questione più ampia, siamo realisti: non c’è nessuno Stato al mondo che abbia un bilancio ineccepibile sulla crittografia.
Ovunque nel mondo ci sono anche campioni della privacy delle comunicazioni, inclusi molti nel governo francese e in Europa. Coloro che si battono da tempo per la privacy riconoscono che si tratta di una battaglia continua, con alleati e avversari ovunque. Cercare di dare priorità alla flessibilità non significa idealizzare una giurisdizione o l’altra.
Siamo consapevoli delle acque in cui dobbiamo navigare, ovunque siano. Vediamo un’enorme quantità di sostegno e di opportunità in Europa. E ci sono grandi differenze tra gli Stati. La Germania sta prendendo in considerazione una legge che imponga la crittografia end-to-end, mentre la Spagna è stata in testa nel cercare di minare la crittografia. Insomma, ancora una volta, non si tratta di un monolite”
.

In soldoni, Whittaker al momento non appare preoccupata di quanto accaduto a Telegram perché (integro un po’ quello che dice con altre info) Signal non ha funzioni che la renderebbero simile a un social; implementa la crittografia end-to-end su tutto, e non tiene metadati, quindi significa che anche volendo non ha dati da dare; si è registrata regolarmente in Francia; non fa profitti sulle attività dei suoi utenti, perché è una no profit.

La reazione di Telegram e Durov

Negli ultimi giorni c’è stata un po’ di discussione in relazione al linguaggio usato nelle FAQ di Telegram, perché ci sono state delle recentissime modifiche. In particolare sarebbe stata rimossa una frase che diceva; “Tutte le chat di Telegram e le chat di gruppo sono private tra i partecipanti. Non elaboriamo alcuna richiesta relativa alle stesse”. Tuttavia altri fanno notare che la stessa frase sarebbe ancora presente in altri punti delle FAQ.

Eviterei le congetture in punta di FAQ. Più interessante semmai l’intervento dello stesso Pavel Durov nel suo canale Telegram (si firma Du Rove, trasposizione goliardica del suo nome con la quale avrebbe ottenuto il già controverso passaporto francese, come raccontato da Mediapart).

In sostanza Durov sembra riconoscere che Telegram può fare di più contro la presenza di attività criminali, dice che non è un “paradiso anarchico” e appare molto dialogante.

Scrive Durov o se preferite Du Rove: “Ascoltiamo la voce di chi dice che [quello che abbiamo fatto finora. ndr] non è abbastanza. L’improvviso aumento del numero di utenti di Telegram a 950 milioni ha causato problemi di crescita che hanno reso più facile per i criminali abusare della nostra piattaforma. Ecco perché mi sono posto l’obiettivo personale di assicurare un miglioramento netto su questo aspetto. Abbiamo già avviato tale processo internamente e presto condividerò con voi ulteriori dettagli sui nostri progressi”.

Vedremo i prossimi sviluppi.

Fonte