Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

14/01/2026

Il Riesame a Genova sui palestinesi arrestati, le contraddizioni dell’inchiesta

Il prossimo 16 gennaio al Tribunale di Genova ci sarà l’udienza del Riesame sugli arresti di Mohammed Hannoun e di altri esponenti dell’Associazione Palestinesi in Italia e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese arrestati durante le feste di Natale nel quadro di una inchiesta su “finanziamenti ad Hamas” che sarebbero stati raccolti nel nostro paese. Su questa vicenda abbiamo già scritto più volte sul nostro giornale denunciandone anche le contraddizioni e gli obiettivi politici.

Il Tribunale del Riesame venerdì dovrà decidere se la detenzione in carcere dei palestinesi – nel frattempo trasferiti in istituti speciali in quanto accusati di “terrorismo” – sia giustificata o meno.

Su questa inchiesta, che presenta molti aspetti di una montatura mediatica/politica/giudiziaria, pesa in modo rilevante – e per molti aspetti decisivo – il fatto che una parte consistente dell’ordinanza di carcerazione si fonda su materiale fornito dagli apparati repressivi israeliani.

Gli avvocati difensori dei palestinesi detenuti, hanno preso parola in queste ore con un lungo e dettagliato comunicato di denuncia su questa situazione.

“L’iniziativa giudiziaria in atto sul presunto finanziamento del terrorismo non riguarda condotte penalmente accertate, bensì la trasmissione e circolazione di informazioni acquisite in uno scenario di guerra, provenienti da un contesto di conflitto armato in corso e prodotte da apparati di sicurezza stranieri” scrivono i legali, aggiungendo che “Va chiarito con assoluta nettezza: non si tratta di prove giudiziarie, ma di materiale di intelligence. Informazioni non validate, non sottoposte a controllo giurisdizionale, prive di contraddittorio e delle garanzie minime di attendibilità richieste in uno Stato di diritto”.

Il comunicato degli avvocati sottolinea, giustamente, come sia un dato incontestabile che lo Stato di Israele rifiuti sistematicamente di sottoporsi alle regole della giustizia penale internazionale, sottraendosi persino alla giurisdizione della Corte penale internazionale anche a fronte di gravissime e documentate ipotesi di crimini internazionali.

“È dunque giuridicamente e politicamente inaccettabile che lo stesso Stato pretenda, al tempo stesso, di strumentalizzare i meccanismi di cooperazione penale internazionale per esportare all’estero ipotesi investigative unilaterali, non verificate e funzionali a un conflitto armato in corso” affermano i legali.

C’è poi una precisazione importante, secondo cui nessun giudice israeliano ha mai convalidato le ipotesi investigative oggi richiamate. “Esse restano integralmente appannaggio dei servizi di sicurezza, che operano sotto il diretto controllo dell’esecutivo e all’interno di una logica dichiaratamente bellica. Importare tali materiali nel processo penale significa abbattere la distinzione, essenziale in una democrazia, tra guerra e giustizia”.

Quest’ultimo è un aspetto, a nostro avviso decisivo, che viene ripreso anche in un altro passaggio del documento degli avvocati difensori quando segnalano che “L’utilizzo di informazioni di origine meramente intelligence (per di più straniera, aggiungiamo noi) come fondamento di procedimenti penali interni rappresenta un pericoloso slittamento verso un diritto penale del nemico, in cui categorie e strumenti propri della guerra vengono trasferiti nella giustizia ordinaria, con effetti devastanti sui diritti fondamentali”.

C’è infine un altro aspetto che merita di essere sottolineato e cioè la preparazione mediatica – condotta da tempo dai giornali di destra e filo-sionisti – e la gestione politica di questa inchiesta, che vede anche figure istituzionali esprimersi nel merito mentre essa è ancora in corso. Certe considerazioni fatte nelle comunicazioni al Senato dal ministro Piantedosi, non hanno certo contribuito a creare un “clima sereno per l’operato dei giudici”.

La contraddizione viene rilevata nel documento dei legali dei palestinesi arrestati quando denunciano che “È particolarmente grave, inoltre, che la presunzione di innocenza venga sistematicamente calpestata attraverso dichiarazioni pubbliche e narrazioni mediatiche di stampo colpevolista, che anticipano il giudizio e trasformano l’indagine in una condanna, in aperto contrasto con l’articolo 27 della Costituzione, con il diritto europeo e con i principi del giusto processo”.

Aspetteremo l’esito del Tribunale del Riesame di Genova di venerdì 16 gennaio, ma per le caratteristiche da teorema che è venuta assumendo questa inchiesta (basta leggersi le 305 pagine dell’ordinanza che ha portato agli arresti, ndr), sarà bene che tutte le reti, associazioni e realtà solidali con la lotta del popolo palestinese approntino tutte le misure per una mobilitazione per la giustizia che collide duramente con gli obiettivi degli apparati di stato israeliani... e di quelli di un governo che se ne è reso complice anche in questa occasione facendoli propri.

Purtroppo non si tratta di un caso isolato. Nello stesso giorno di venerdì 16 gennaio, si attende infatti anche la sentenza del Tribunale de L’Aquila contro tre palestinesi arrestati e processati in Italia (Anan Yaesh, Ali e Mansour) per le accuse mosse contro di loro dagli apparati israeliani e non per reati commessi sul territorio italiano. Come dovremmo definire tutto questo?

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento