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08/01/2026

I separatisti dello Yemen sono stati quasi cancellati dai sauditi

L’escalation che ha interessato lo Yemen nell’ultimo mese sembra si stia risolvendo velocemente con una resa dei conti interna che porterà alla cancellazione delle forze secessioniste del Consiglio di Transizione del Sud (STC), sostenute dagli Emirati Arabi Uniti (EAU). Tra la fine di dicembre e l’inizio del nuovo anno le iniziative militari dei sauditi, che sostengono il governo riconosciuto internazionalmente, hanno in sostanza annichilito le forze e le conquiste dei separatisti.

Riyad ha risposto con fermezza e Abu Dhabi sembra aver abbandonato i propri proxies. Dopo i bombardamenti sulle postazioni del STC e anche quelli condotti contro navi che trasportavano armi emiratine, gli EAU hanno accettato di ritirare i propri uomini dallo Yemen, con la fine di fatto dell’alleanza anti-Houthi. Lunedì, inoltre, si sono svolte esercitazioni congiunte tra tutti i paesi del Golfo Persico.

La frattura originatasi in Yemen è andata ricomponendosi molto velocemente, e questo sarebbe dovuto essere già un segnale molto chiaro per i vertici del STC… e forse Aidarous al-Zubaidi lo ha capito per tempo. Il leader dei separatisti sarebbe dovuto volare a Riyad martedì, ma non è mai partito, mentre si susseguono voci di una sua fuga tra le montagne di al-Dhale, nonostante le smentite categoriche dei suoi uomini.

Il paradosso è che il STC era anch’egli parte del governo “legittimo”, e difatti mercoledì al-Zubaidi è stato sollevato dai suoi incarichi ed è stato accusato di alto tradimento. Inoltre, sono stati rimossi e deferiti alla procura generale yemenita sia il ministro dei Trasporti sia quello della Cooperazione Internazionale.

Nella stessa giornata del 7 gennaio si è consumato un vero e proprio giallo diplomatico. Infatti, insieme ad al-Zubaidi, doveva esserci una delegazione formata da oltre una cinquantina di alti funzionari del STC. Questa è effettivamente arrivata a Riyad nelle prime ore di mercoledì, ma è letteralmente scomparsa, ed è probabilmente in stato di fermo.

Amr al-Bidh, uno dei responsabili degli affari esteri dei separatisti, ha denunciato a Middle East Eye l’impossibilità di contattare i propri colleghi: sono stati fatti salire su di un autobus, e da quel momento i loro telefoni squillano a vuoto. Nel frattempo, sempre mercoledì, i sauditi hanno lanciato diversi attacchi aerei sulla regione di Dhale, che è appunto una delle roccaforti del STC.

Mentre le forze filo-saudite e i loro sostenitori riprendono il controllo di Aden, appare evidente che l’iniziativa dei secessionisti, i quali si erano persino appena dati una costituzione, è stato un passo molto più lungo della propria gamba. E appare abbastanza chiaro che questo gioco azzardato da parte di Abu Dhabi verso la frantumazione dello Yemen non poteva essere sacrificata per un’implosione regionale. Gli Emirati, che effettivamente avevano invitato alla calma fin dall’inizio, hanno semplicemente osservato la reazione di Riyad.

L’altra ipotesi è che il STC si sia in realtà accordato con la principale causa di destabilizzazione della regione: Israele. Lo scorso settembre al-Zubaidi ha rilasciato un’intervista a un quotidiano emiratino, nella quale aveva già accennato alla possibile proclamazione di uno stato meridionale dello Yemen, e alla volontà di farlo unire agli Accordi di Abramo.

Un tentativo così spregiudicato era certamente già sul piatto delle opzioni due mesi prima dell’offensiva di inizio dicembre. E il parallelo riconoscimento del Somaliland da parte di Tel Aviv, chiudendo il cerchio di alleanze intorno al Golfo di Aden, appare come il quadro entro cui comprendere le ultime vicissitudini. L’indebolimento dei sauditi avrebbe anche assestato un colpo a uno dei più riottosi competitor regionali dei sionisti, mentre l’alleanza anti-Houthi appariva già incapace di procedere.

Insomma, i secessionisti probabilmente verranno “liquidati”, in maniera nemmeno tanto diplomatica, dal governo yemenita sostenuto da Riyad, e gli Emirati perderanno un po’ della propria influenza nella penisola araba. Una battuta d’arresto anche per Israele, che è tuttavia evidente come stia preparando un’ulteriore escalation nel complesso quadrante dell’Asia occidentale e del Corno d’Africa.

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