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19/01/2026

Iran - No alle ingerenze imperialiste, il destino di un paese lo decide la lotta tra le classi

Lo scontro in corso sull’Iran ha necessità di essere compreso in tutti i suoi aspetti. In esso agisce sia una contraddizione dall’esterno – l’interesse israeliano e statunitense a fare fuori il principale competitore regionale sugli assetti imperialisti in Medio Oriente – sia una contraddizione interna che attiene al contrasto sempre più evidente tra le esigenze materiali e politiche della società iraniana contro la struttura e sovrastruttura espressa dalla leadership della Repubblica Islamica.

Queste contraddizioni hanno un loro ordine di priorità che condiziona gli obiettivi e le forme delle mobilitazioni sullo scontro esterno ed interno in corso in Iran. Queste si intrecciano tra loro ma devono convergere su una consapevolezza comune a tutti gli internazionalisti: il ripudio di qualsiasi aggressione israeliana e statunitense all’Iran e la fine delle sanzioni occidentali contro quel paese.

Nessuno può o deve dimenticare che con motivazioni del tutto analoghe a quelle diffuse in questi giorni sulle proteste popolari in Iran, le potenze imperialiste occidentali negli ultimi venticinque anni hanno aggredito militarmente, invaso e destabilizzato paesi come Somalia, Iraq, Jugoslavia, Libia, Siria ed oggi il Venezuela e magari domani i paesi africani che si sono emancipati dal controllo coloniale francese.

Le sanzioni sono state uno strumento della guerra e dell’ingerenza imperialista occidentale contro questi paesi, ma le stesse USA ed Unione Europea si sono rifiutate di adottare sanzioni contro Israele nonostante il genocidio contro i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.

Contestualmente, oggi in Iran come ieri in alcuni di questi paesi, esistono forti contraddizioni sociali e aspettative politiche interne che entrano spesso in conflitto con i blocchi politico/sociali che gestiscono il potere. Che su questo conflitto agiscano poi anche agenti esterni interessati alla destabilizzazione dei regimi o dei governi non è affatto sorprendente ma conclamato.

La continua pressione che l’imperialismo statunitense e Israele hanno esercitato sulle forze dell’Asse della Resistenza, fino ai colpi inferti negli ultimi due anni, hanno indubbiamente costretto Teheran a dirottare risorse ed energie al comparto militare, contribuendo a logorare dall’interno la tenuta del regime e il sostegno popolare alle sue scelte.

Le proteste popolari in Iran sono nate da esigenze reali vere e dal peggioramento delle condizioni di vita di ampi settori della popolazione, inclusi settori di quelle classi medie – i bazari – che furono decisive nel rovesciamento del regime dello Sciah nel 1979 e nella costruzione del blocco di consenso sociale alla Repubblica Islamica negli anni successivi.

Su questa condizione economica-sociale peggiorata in modo consistente, pesano sicuramente le sanzioni ma pesano anche le scelte liberiste e antipopolari realizzate proprio da quei settori “riformisti” della Repubblica Islamica (spesso arbitrariamente coccolati dall’Occidente) in contrasto con i settori “ortodossi”.

I primi hanno vinto alcune elezioni (anche le ultime) e hanno la loro base tra i ceti sociali urbani, i secondi rappresentano la popolazioni rurali e i settori più poveri.

Accomunati da una comune sovrastruttura religiosa – islamica sciita – questi segmenti del blocco di potere spesso confliggono tra loro e talvolta ispirano, strumentalizzano, accolgono o reprimono le proteste popolari a seconda dei rapporti di forza interni ma anche delle ingerenze esterne.

È evidente che la sovrastruttura di potere di stampo religioso sia oggi del tutto inadeguata a rappresentare le esigenze di una società moderna e culturalmente avanzata come quella espressa dalla popolazione iraniana nelle città. Potremmo parlare senza tema di smentite di “contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione”.

In Iran, come in tutti i paesi, c’è una lotta di classe che agisce dentro le condizioni specifiche di quel paese, ma c’è anche una fortissima polarizzazione politica tra chi riconosce i propri interessi e aspettative nel modello politico/religioso al comando e chi invece ritiene che questo non corrisponda più alle proprie esigenze materiali, politiche, civili, ideologiche. Quando parliamo di popolo iraniano va riconosciuto che esistono tutte e due queste componenti, in relazione e in conflitto tra loro.

Dunque auspichiamo che questa lotta si esprima in Iran come in ogni altra società e agiamo affinché a prevalere siano le forze più avanzate (e non certo i volenterosi restauratori dell’erede dello Sciah di Persia), ma lasciare che a condizionarne gli esiti siano le ingerenze imperialiste di Usa, Israele e Unione Europea è una opzione che va ritenuta inaccettabile e in quanto tale respinta.

È questo il motivo per cui non ci troverete mai nelle piazze insieme a chi vuole apertamente rovesciare solo un regime in un paese indipendente, destabilizzarlo come avvenuto in altri paesi in tutta la storia recente, riconsegnarlo alle multinazionali e alla longa manu israeliana in Medio Oriente. Al contrario saremo in piazza senza esitazioni contro ogni aggressione militare imperialista.

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