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13/01/2026

Solidarietà agli attivisti di Palestine Action in sciopero della fame. Mercoledi presidio all’ambasciata britannica

Nelle carceri britanniche otto attivisti della rete Palestine Action sono in detenzione preventiva illegalmente. Tre di loro sono in sciopero della fame da più sessanta giorni e in pericolo di morte immediata. Le loro condizioni di salute sono critiche, irreversibili, ogni giorno può essere l’ultimo.

Lo Stato britannico si sta assumendo consapevolmente la responsabilità politica e materiale di ciò che potrebbe accadere.

Si tratta di Heba Muraisi, 31 anni, Lewie Chiaramello 23 anni, Kamran Ahmed, 28 anni, tutti in carcere da novembre 2024. Il processo inizierà non prima di giugno 2026.

Questa settimana in molte capitali europee si manifesterà a sostegno di questi detenuti politici e per rivendicare la piena legittimità della solidarietà con il popolo palestinese.

Anche a Roma mercoledì 14 gennaio si terrà un presidio davanti all’Ambasciata britannica (Porta Pia, ore 18:30), per esprimere solidarietà agli attivisti in sciopero della fame e denunciare le responsabilità dirette dello Stato che quell’ambasciata rappresenta.

La Gran Bretagna è storicamente complice di Israele da molti punti di vista, da quello militare a quello politico. Una complicità confermatasi anche in questi due anni di genocidio contro i palestinesi a Gaza.

La repressione contro Palestine Action, che viene accusata addirittura di terrorismo per alcune azioni dimostrative e senza sangue, è la prosecuzione diretta di questa complicità.

Decine di accademici e intellettuali di fama hanno firmato una lettera a sostegno degli attivisti di Palestine Action imprigionati nelle carceri britanniche e da più di due mesi in sciopero della fame. L’intellettuale di sinistra Tariq Ali, la filosofa Judith Butler, la scrittrice Naomi Klein, l’attivista Greta Thunberg sono solo alcune delle figure che hanno già firmato la lettera pubblicata lunedì su alcuni giornali inglesi.

Il governo britannico del “laburista” Starmer, ha messo fuori legge il gruppo di azione diretta Palestine Action come organizzazione terroristica, rendendo un crimine anche esprimere sostegno alle sue attività. Il gruppo è stato bandito dopo che due attivisti sono entrati nella più grande base aerea del Regno Unito su scooter elettrici e hanno danneggiato due aerei della Royal Air Force (RAF) nel giugno dello scorso anno. In altre azioni aveva danneggiato gli stabilimenti della fabbrica d’armi israeliana Elbit Systems.

L’ex ministro dell’Interno Yvette Cooper, ora ministra degli Esteri britannico, aveva messo fuorilegge Palestine Action in base al Terrorist Act del 2000. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Volker Turk, ha criticato l'utilizzo la legislazione sul terrorismo per combattere attività che costituiscono un “legittima esercizio della libertà fondamentale”. “La decisione sembra sproporzionata e superflua”, ha detto Turk lo scorso luglio. “[La proibizione] limita i diritti di molte persone coinvolte e sostenute da Palestine Action che non hanno commesso alcuna attività criminale sottostante, ma hanno piuttosto esercitato i loro diritti alla libertà di espressione, riunione pacifica e associazione”

Centinaia di persone, anche anziani, sono state fermate nelle manifestazioni in Gran Bretagna e accusate di aver sostenuto Palestine Action per averne contestato la messa fuorilegge. La lettera pubblicata lunedì riecheggiava quella formulazione e recitava semplicemente: “Ci opponiamo al genocidio, sosteniamo i prigionieri di Palestine Action”

È doveroso segnalare come anche qui in Italia, in reazione alle grandi manifestazioni per la Palestina dei mesi scorsi, è in corso una crescente repressione del dissenso: una guerra politica e psicologica contro chi scende in piazza e contro i palestinesi che vivono in Italia. È evidente che le mobilitazioni hanno messo in difficoltà il governo italiano e lo stesso Israele.

Nel nostro paese si tenta di accelerare l’approvazione dei disegni di legge Delrio-Gasparri, che mirano ad accostare in modo deliberato e strumentale antisemitismo e antisionismo, due concetti radicalmente distinti, con l’unico obiettivo di silenziare e sanzionare ogni critica a Israele e al progetto sionista.

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