Nuova battaglia fra le forze delle autorità qaediste e le Forze Democratiche Siriane (FDS) nelle enclave controllate da queste ultime ad Aleppo.
Questa volta si è trattata di una drammatica resa dei conti, con un l’utilizzo di tecniche sioniste da parte dei tagliagole installati a Damasco: Sheikh Maqsoud e Ashrafieh sono state dichiarate “zone militari chiuse”, ed è stato fissato un termine perentorio (le 15:00 di mercoledì 7 gennaio 2026) entro cui i civili avrebbero dovuto lasciare l’area attraverso due corridoi umanitari (Al Awared e Al Zuhour).
Successivamente sono cominciati gli scontri, con un bilancio di più di 40 morti civili e decine di migliaia di sfollati, prevalentemente verso i campi dove sono collocati gli sfollati di Afrin del 2016, già sovraffollati.
Il 9 gennaio, il cosiddetto Ministero dell’Interno di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) ha dichiarato che si è raggiunto un cessate il fuoco che prevede l’evacuazione di tutti i miliziani delle FDS dai quartieri interessati verso il nord-est del paese ed il subentro della propria polizia. Vediamo se verrà implementato senza resistenza. L’inviato dell’Amministrazione USA Tom Barrack, intanto, si è felicitato per la tregua, ma appare in grossa difficoltà.
Il cambio di regime siriano, infatti, viene reclamizzato come modello di regime change che dimostra la giustezza della nuova strategia di sicurezza nazionale: il regime subentrante non ha richiesto nessun intervento diretto in proprio aiuto e si è spontaneamente chinato ai diktat di Washington.
Pertanto, Barrack sta esercitando una pressione forte sia su HTS che sulle FDS per ottenere l’integrazione fra le due entità, attraverso l’implementazione del famoso accordo del 10 marzo, e presentare al tycoon un quadro unitario del paese: scaduta la deadline di fine anno, ha avallato un prolungamento della scadenza, ponendosi come garante del fatto che alla fine l’accordo arriverà.
Tuttavia, come si vede, la situazione sta prendendo una piega tale per cui anche la firma “forzata” di un ulteriore documento di accordo difficilmente porterà alla pacificazione. I punti divergenza sono sempre gli stessi: i margini di autonomia amministrativa del nord-est, il controllo dei territori a maggioranza sunnita attualmente controllati dalle FDS e l’integrità delle catene di comando delle divisioni FDS da inserire nel “Ministero della Difesa” di Damasco.
Nel negoziato su questi punti, le autorità centrali paiono non avere molte carte da giocare visto il loro scarso controllo del territorio e la condotta simil-genocida nei confronti delle minoranze; colpire le FDS nel loro punto più debole, ovvero le enclave completamente circondate ad Aleppo, non pare altro che una reazione rabbiosa a questo stato di cose; dietro c’è la spinta dalla Turchia, altro soggetto per ora perdente della partita.
Ankara, infatti, confidava che il processo di pace interno con il PKK avrebbe avuto influenza anche sulle FDS, convincendole a capitolare nei confronti di Damasco grazie alla sola chiamata al disarmo di Ocalan.
Tuttavia, fino ad ora, né è arrivata una chiamata chiara al disarmo delle SDF da parte di Ocalan – che non potrà mai arrivare finché la condotta di HTS rimarrà quella attuale – né il processo interno fa sostanziali passi avanti. Anzi, viene utilizzato in maniera strumentale per dividere l’opposizione repubblicana da quella curda e lo stesso movimento curdo al proprio interno.
Ad esempio, nei giorni scorsi il leader curdo Selhattin Demirtas, uno dei pochi che, prima di finire in carcere, aveva un certo successo anche fra i Turchi, è stato condannato ad altri 17 mesi di carcere per un reato generico definito “insulto al Presidente della Repubblica”. Lo scopo è farlo rimanere in carcere anche qualora il Tribunale di Ankara dovesse rendere esecutiva la scarcerazione ordinata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per la condanna che sta scontando ora.
Tenere fuori gioco i dirigenti più credibili e “trasversali” ed assorbire il voto curdo grazie a delle concessioni minime – il ritorno a casa di qualche migliaio di militanti del PKK ed uno sdoganamento della lingua curda non hanno grossi costi politici. Questo sembra essere il progetto dell’alleanza di governo.
Tuttavia, i segnali provenienti del popolo curdo non vanno in questa direzione: si sono, infatti, tenute grandi manifestazioni a Dyarbiakir/Amed ed altre città del sud-est per protestare contro l’offensiva di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, con striscioni e cori a favore dell’autonomia del Rojava; è la prima volta, dall’inizio del processo di pace, che le popolazioni curde scendono in piazza, segnalando che l’identità curda e la solidarietà con le altre aree curde prevalgono ancora, in larga parte, sull’attitudine a cercare la via dell’integrazione nello stato turco. Questo anche grazie, ovviamente, alla scelta scellerata, da parte della Turchia, di “investire” sui tagliagole siriani.
Nonostante ciò, la possibilità che Erdogan rovesci di nuovo il tavolo come dieci anni fa e butti all’aria il processo di pace sembrano abbastanza remote. La guerra totale lanciata dal regime sionista nella regione sconsiglia, infatti, di tenere vivo un separatismo interno armato che potrebbe fare da potenziale quinta colonna del nemico (il completamente del disarmo del PKK è previsto per la prossima primavera).
In più, come detto, gli USA premono per trovare un accordo completo e, al momento, costituiscono il principale riferimento di Ankara. Secondo alcuni analisti della sinistra turca, infatti, la nuova strategia governativa consiste nell’implementare il disegno espansionista neo-ottomano in allineamento con la strategia di sicurezza nazionale di Trump, che prevede un ritiro sostanziale dal vicino oriente e l’assegnazione del ruolo di custodi degli interessi di Washington ad attori locali, fra i quali la Turchia aspira ad essere capofila.
In questa chiave vanno visti anche il tentativo di rivendere i sistemi di difesa aerea S-400 alla Russia, per poter rientrare nei programmi di acquisto degli F-35 americani, l’impegno nell’implementazione del piano di colonizzazione di Gaza, nonché la reazione flebile e vigliacca dopo il sequestro di Maduro, che negli anni scorsi aveva tributato le massime onorificenze ad Erdogan.
Il più grande ostacolo rispetto a questi piani è costituito, ovviamente, dal regime sionista, che rimane incrollabilmente il maggior alleato dell’imperialismo statunitense.
Il governo di Tel Aviv sta ponendo il veto sia alla vendita degli F-35, sia allo schieramento di truppe turche per la fase due a Gaza. Inoltre, sostiene i curdi e potrebbe spingerli ad aumentare la conflittualità con Ankara, anziché trovare accordi.
Il 2026, dunque, si annuncia come piuttosto difficile anche per un campione della diplomazia e del trasformismo come Erdogan.
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