L’ex presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, è stato arrestato oggi a Manila in esecuzione di un mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale che lo accusa di crimini contro l’umanità commessi nell’ambito della famigerata “guerra alla droga” intrapresa dalla sua amministrazione tra il 2016 e il 2022.
L’ex presidente, ora 79enne, deve rispondere di omicidio in riferimento alle migliaia di esecuzioni sommarie ed extragiudiziali commesse dalle forze dell’ordine e da vigilantes su mandato della presidenza. Secondo la polizia filippina, complessivamente nell’ambito della cosiddetta “guerra alla droga” rimasero uccise 6200 persone, per lo più nel corso di scontri armati con le forze dell’ordine. Ma secondo le organizzazioni per i diritti umani durante l’amministrazione Duterte vennero uccise sommariamente un numero assai maggiore di persone, accusate di essere spacciatori o semplici tossicodipendenti, spesso a causa di vere e proprie esecuzioni sommarie.
Il procuratore della CPI ha affermato che potrebbero essere fino a 30 mila le persone uccise dalla polizia o da individui non identificati.
Duterte è stato arrestato all’aeroporto internazionale di Manila subito dopo il suo rientro da un breve viaggio a Hong Kong. Parlando domenica a migliaia di lavoratori filippini che vivono nella regione speciale cinese, l’ex presidente aveva criticato l’indagine della Corte Penale Internazionale, dichiarando tuttavia che avrebbe “accettato” il proprio arresto qualora fosse stato “il suo destino”. Nel 2019 Duterte ritirò le Filippine dalla Corte Penale Internazionale ma i procuratori della Cpi hanno sostenuto di avere ancora giurisdizione sui crimini in questione, in quanto commessi in un periodo precedente.
Se verrà trasferito all’Aja, Duterte – che ora è detenuto nella base aerea di Villamor a Manila – potrebbe diventare il primo ex capo di Stato asiatico ad essere processato dalla CPI.
L’arresto di Duterte è stato reso possibile anche dalla rottura dei rapporti fra l’attuale presidente delle Filippine, Ferdinand Marcos Jr., e la figlia di Duterte, Sara, sua vicepresidente. Marcos è figlio dell’ex dittatore Ferdinand E. Marcos (al potere fra il 1965 e il 1986) ed è stato eletto nel 2022 dopo un accordo con Sara Duterte, considerata erede anche politica del padre, che ha ancora un certo seguito e gode di una consistente influenza politica nell’arcipelago asiatico.
Per questo inizialmente Marcos aveva dichiarato che non avrebbe collaborato con le indagini della Corte penale internazionale. I rapporti fra Marcos e la sua vice si sono però deteriorati velocemente e in modo radicale, con accuse reciproche molto gravi.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/03/2025
16/05/2022
Filippine, il ritorno dei Marcos
36 anni dopo la fine del regime di Ferdinand Marcos e la fuga negli Stati Uniti del dittatore sostenuto da Washington, il figlio di quest’ultimo, che porta l’identico nome, è stato eletto lunedì a valanga alla carica di presidente delle Filippine. Il trionfo di Ferdinand “Bongbong” Marcos jr. attesta ancora una volta del grave deterioramento del già fragile sistema democratico dell’ex colonia americana, causato in primo luogo proprio da quella parte della classe politica indigena associata alla “Rivoluzione del Potere Popolare” del 1986. In politica estera, invece, l’esito del voto di questa settimana potrebbe accelerare il riorientamento strategico delle Filippine verso la Cina, sull’esempio di quanto aveva cercato di fare con fortune alterne il presidente uscente Rodrigo Duterte.
I sondaggi degli ultimi mesi avevano tutti più o meno previsto l’esito del voto del 9 maggio. Dopo un lungo periodo di conflitto interno alle élite filippine, dominate dalle famiglie e dai clan più potenti, la relativa stabilizzazione del quadro politico in chiave elettorale era arrivata con l’ufficializzazione della candidatura congiunta di Marcos jr. a presidente e della figlia di Duterte, Sara Duterte-Carpio, alla vice-presidenza. Nelle Filippine, il voto per queste due cariche avviene separatamente e la vittoria di un candidato alla presidenza non si accompagna necessariamente all’elezione del suo “running mate”, com’era accaduto appunto nel 2016.
Sara Duterte, sindaco della città meridionale di Davao, aveva valutato essa stessa una candidatura alla presidenza, ma i grandi interessi del paese avevano deciso di convergere su Marcos jr., facendo intravedere inizialmente un possibile scontro tra i due clan che avrebbe favorito l’opposizione liberale e filo-americana. La mediazione della ex presidente Gloria Macapagal-Arroyo aveva però portato a un’intesa e alla formazione di un “ticket” presidenziale in grado di portare in dote la maggioranza dei consensi nel nord del paese, feudo della famiglia Marcos, e di quelli del sud, dove l’ascendente dei Duterte resta fortissimo. La Arroyo, alla guida delle Filippine dal 2001 al 2010, aveva inaugurato per prima la svolta strategica del suo paese a favore della Cina.
La persistente popolarità di Rodrigo Duterte ha fatto il resto e il 64enne senatore figlio dell’ex dittatore filippino ha alla fine ottenuto poco più di 31 milioni di voti, pari a circa il 59% del totale, contro i quasi 15 milioni della sua principale rivale, l’attuale vice-presidente Leni Robredo (28%). Più lontano è arrivato il senatore ed ex pugile professionista Manny Pacquiao, in grado di raccogliere 3,6 milioni di consensi. Ancora più convincente è stata l’affermazione di Sara Duterte-Carpio, assicuratasi la vice-presidenza grazie a 31,5 milioni di voti, oltre 22 milioni in più del secondo classificato, il senatore Francis Pangilinan.
Per chi osserva dall’esterno la realtà delle Filippine non è facile comprendere come un candidato, legato per parentela e responsabilità politica a un dittatore sanguinoso, possa essere stato eletto trionfalmente alla guida di questo paese nemmeno quattro decenni dopo l’umiliante fuga dei Marcos alle Hawaii. Legge marziale, arresti, torture e assassini degli oppositori, assieme al furto puro e semplice di svariati miliardi di dollari provenienti dalle casse pubbliche furono i tratti caratteristici del regime. Durato dal 1965 al 1986, quest’ultimo fu rovesciato da una rivolta popolare, incanalata dalla borghesia filippina nella candidatura di Corazon Aquino, eletta presidente lo stesso anno dell’uscita di scena di Marcos.
Le promesse di cambiamento scaturite dai fatti del 1986 sono state puntualmente frustrate da una serie di leader riconducibili alla famiglia Aquino, tra cui il figlio di Corazon, il defunto Benigno Aquino III, presidente dal 2010 al 2016, e la già citata Leni Robredo. Il fallimento del progetto di trasformazione democratico delle Filippine si era già intravisto nel 1991, quando alla vedova del dittatore, Imelda, e ai suoi figli fu permesso di tornare nel paese e addirittura di partecipare alla vita politica. Imelda Marcos tentò subito una fallita candidatura alla presidenza, mentre Ferdinand Marcos jr., già entrato in politica ai tempi del padre, sarebbe diventato prima governatore (1998) e poi senatore (2010). Soprattutto, la famiglia Marcos ha ricostruito una solida rete di alleanze e un apparato clientelare fondamentali per il tentativo di riconquistare il potere.
Decisiva è stata anche la campagna elettorale condotta dal clan Marcos. Il candidato alla presidenza ha evitato scrupolosamente interviste scomode, dibattiti e apparizioni televisive dove poteva emergere la sostanziale assenza di una piattaforma politica concreta, oltre al suo passato famigliare e i guai con la giustizia. Un esercito di collaboratori attivi sul web ha così realizzato una massiccia campagna di disinformazione a beneficio di “Bongbong”, capace di trarre il massimo vantaggio, tra l’altro, da un generico messaggio di “unità” e dal sostegno delle generazioni più giovani senza esperienza diretta della dittatura del padre.
La candidatura di Ferdinand Marcos jr. è stata promossa soprattutto da una parte importante degli ambienti di potere filippini. A testimoniarlo è anche la bocciatura delle almeno sei cause presentate alla Commissione Elettorale per chiederne la squalifica in base a una legge che impedisce la candidatura alla presidenza di chiunque abbia sulle spalle una condanna, nel caso di Marcos jr. per evasione fiscale. Questi fattori si sono sovrapposti al discredito degli ambienti politici legati al Partito Liberale, visto come espressione delle élites filippine lontane anni luce dalla popolazione e di cui Leni Robredo è espressione. Quest’ultima, infatti, si era presentata agli elettori nominalmente come candidata “indipendente”, ma è alla fine riuscita a generare solo un moderato entusiasmo nel paese ed è probabile che buona parte di chi l’ha votata lo abbia fatto per l’avversione che continua a nutrire nei confronti della famiglia Marcos.
La presidenza Marcos jr., che inizierà ufficialmente il 30 giugno prossimo, prospetta quindi un’ulteriore spinta verso l’autoritarismo dopo i sei anni di Duterte, segnati, sul fronte domestico, dall’implementazione di misure da stato di polizia, esemplificate dalla sanguinosa “guerra al narcotraffico” con una lunga serie di assassini extra-giudiziari in grandissima parte impuniti. L’altro elemento che sosterrà probabilmente il mandato di Marcos jr. è il feroce anti-comunismo, ovviamente tratto peculiare della dittatura del padre e fatto proprio dallo stesso Duterte nella seconda parte della sua presidenza. Il Partito Comunista delle Filippine (CPP) aveva appoggiato Duterte nelle elezioni del 2016, mentre quest’anno ha optato per la candidatura di Leni Robredo.
In quest’ottica, è evidente che il successo di Ferdinand Marcos jr. rappresenta un nuovo esempio dello spostamento a destra delle classi dirigenti di molti paesi in tutto il mondo, disposte sempre più a sdoganare fascismo e autoritarismo per arginare instabilità e tensioni sociali esplosive o, come nel caso dell’Ucraina, per il raggiungimento di determinati obiettivi strategici. Ciò riguarda appunto anche le Filippine, paese segnato da un costante aggravamento dei livelli di povertà, da enormi disuguaglianze sociali, dal carattere oligarchico della politica e dalle attività di movimenti insurrezionali armati, nonché dalla relativa repressione dello stato.
La questione più calda dei prossimi mesi sarà in ogni caso l’orientamento strategico internazionale della nuova amministrazione filippina. Marcos jr. ha lasciato intendere di volere agire in continuità con Duterte, il quale aveva lavorato fin dall’inizio per un rafforzamento delle relazioni con la Cina, soprattutto sul fronte economico e commerciale. I piani di Duterte sono stati più volte messi a dura prova dalle resistenze opposte da svariati settori dello stato, quelli ovviamente più legati agli Stati Uniti, incluse le forze armate e il ministero degli Esteri.
Duterte era stato anzi bersaglio di finte campagne per la difesa dei diritti umani, motivate in realtà dal mancato allineamento del suo governo alla campagna anti-cinese di Washington in Asia sud-orientale. D’altra parte, il suo predecessore, Benigno Aquino III, aveva gettato le basi per una solida cooperazione in chiave anti-cinese tra gli USA e la loro ex colonia, grazie soprattutto alla stipula di un accordo sostanzialmente atto a consentire la riattivazione di basi militari americane nelle Filippine e all’impegno per ottenere una sentenza contro Pechino in merito alle rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale dal Tribunale Internazionale del Diritto del Mare, come avvenne appunto nel 2016.
La candidata preferita da Washington era Leni Robredo, mentre tutti gli analisti concordano nell’attribuire a “Bongbong” Marcos un’attitudine ancora più filo-cinese rispetto a Duterte. Le forze coalizzatesi a sostegno del figlio dell’ex dittatore, grazie all’opera della già ricordata ex presidente Arroyo, confermano come i grandi interessi economici delle Filippine vedano per lo più con favore le opportunità di sviluppo offerte da Pechino, anche per via delle conseguenze catastrofiche per Manila in caso di conflitto tra Stati Uniti e Cina.
Sarà quindi la gestione dei rapporti con le due potenze a segnare probabilmente il successo della presidenza di Ferdinand Marcos jr. In un frangente storico caratterizzato dall’approfondirsi della rivalità tra Washington e Pechino, non sarà però semplice trovare un punto di equilibrio. Ancor più che Duterte, inoltre, Marcos jr. sarà esposto alle pressioni americane e dei referenti di Washington nella classe politica indigena, ben intenzionati a sfruttare i suoi legami con il regime del padre e le cause legali pendenti per boicottare l’integrazione delle Filippine nei piani di sviluppo regionale promossi dal governo cinese.
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I sondaggi degli ultimi mesi avevano tutti più o meno previsto l’esito del voto del 9 maggio. Dopo un lungo periodo di conflitto interno alle élite filippine, dominate dalle famiglie e dai clan più potenti, la relativa stabilizzazione del quadro politico in chiave elettorale era arrivata con l’ufficializzazione della candidatura congiunta di Marcos jr. a presidente e della figlia di Duterte, Sara Duterte-Carpio, alla vice-presidenza. Nelle Filippine, il voto per queste due cariche avviene separatamente e la vittoria di un candidato alla presidenza non si accompagna necessariamente all’elezione del suo “running mate”, com’era accaduto appunto nel 2016.
Sara Duterte, sindaco della città meridionale di Davao, aveva valutato essa stessa una candidatura alla presidenza, ma i grandi interessi del paese avevano deciso di convergere su Marcos jr., facendo intravedere inizialmente un possibile scontro tra i due clan che avrebbe favorito l’opposizione liberale e filo-americana. La mediazione della ex presidente Gloria Macapagal-Arroyo aveva però portato a un’intesa e alla formazione di un “ticket” presidenziale in grado di portare in dote la maggioranza dei consensi nel nord del paese, feudo della famiglia Marcos, e di quelli del sud, dove l’ascendente dei Duterte resta fortissimo. La Arroyo, alla guida delle Filippine dal 2001 al 2010, aveva inaugurato per prima la svolta strategica del suo paese a favore della Cina.
La persistente popolarità di Rodrigo Duterte ha fatto il resto e il 64enne senatore figlio dell’ex dittatore filippino ha alla fine ottenuto poco più di 31 milioni di voti, pari a circa il 59% del totale, contro i quasi 15 milioni della sua principale rivale, l’attuale vice-presidente Leni Robredo (28%). Più lontano è arrivato il senatore ed ex pugile professionista Manny Pacquiao, in grado di raccogliere 3,6 milioni di consensi. Ancora più convincente è stata l’affermazione di Sara Duterte-Carpio, assicuratasi la vice-presidenza grazie a 31,5 milioni di voti, oltre 22 milioni in più del secondo classificato, il senatore Francis Pangilinan.
Per chi osserva dall’esterno la realtà delle Filippine non è facile comprendere come un candidato, legato per parentela e responsabilità politica a un dittatore sanguinoso, possa essere stato eletto trionfalmente alla guida di questo paese nemmeno quattro decenni dopo l’umiliante fuga dei Marcos alle Hawaii. Legge marziale, arresti, torture e assassini degli oppositori, assieme al furto puro e semplice di svariati miliardi di dollari provenienti dalle casse pubbliche furono i tratti caratteristici del regime. Durato dal 1965 al 1986, quest’ultimo fu rovesciato da una rivolta popolare, incanalata dalla borghesia filippina nella candidatura di Corazon Aquino, eletta presidente lo stesso anno dell’uscita di scena di Marcos.
Le promesse di cambiamento scaturite dai fatti del 1986 sono state puntualmente frustrate da una serie di leader riconducibili alla famiglia Aquino, tra cui il figlio di Corazon, il defunto Benigno Aquino III, presidente dal 2010 al 2016, e la già citata Leni Robredo. Il fallimento del progetto di trasformazione democratico delle Filippine si era già intravisto nel 1991, quando alla vedova del dittatore, Imelda, e ai suoi figli fu permesso di tornare nel paese e addirittura di partecipare alla vita politica. Imelda Marcos tentò subito una fallita candidatura alla presidenza, mentre Ferdinand Marcos jr., già entrato in politica ai tempi del padre, sarebbe diventato prima governatore (1998) e poi senatore (2010). Soprattutto, la famiglia Marcos ha ricostruito una solida rete di alleanze e un apparato clientelare fondamentali per il tentativo di riconquistare il potere.
Decisiva è stata anche la campagna elettorale condotta dal clan Marcos. Il candidato alla presidenza ha evitato scrupolosamente interviste scomode, dibattiti e apparizioni televisive dove poteva emergere la sostanziale assenza di una piattaforma politica concreta, oltre al suo passato famigliare e i guai con la giustizia. Un esercito di collaboratori attivi sul web ha così realizzato una massiccia campagna di disinformazione a beneficio di “Bongbong”, capace di trarre il massimo vantaggio, tra l’altro, da un generico messaggio di “unità” e dal sostegno delle generazioni più giovani senza esperienza diretta della dittatura del padre.
La candidatura di Ferdinand Marcos jr. è stata promossa soprattutto da una parte importante degli ambienti di potere filippini. A testimoniarlo è anche la bocciatura delle almeno sei cause presentate alla Commissione Elettorale per chiederne la squalifica in base a una legge che impedisce la candidatura alla presidenza di chiunque abbia sulle spalle una condanna, nel caso di Marcos jr. per evasione fiscale. Questi fattori si sono sovrapposti al discredito degli ambienti politici legati al Partito Liberale, visto come espressione delle élites filippine lontane anni luce dalla popolazione e di cui Leni Robredo è espressione. Quest’ultima, infatti, si era presentata agli elettori nominalmente come candidata “indipendente”, ma è alla fine riuscita a generare solo un moderato entusiasmo nel paese ed è probabile che buona parte di chi l’ha votata lo abbia fatto per l’avversione che continua a nutrire nei confronti della famiglia Marcos.
La presidenza Marcos jr., che inizierà ufficialmente il 30 giugno prossimo, prospetta quindi un’ulteriore spinta verso l’autoritarismo dopo i sei anni di Duterte, segnati, sul fronte domestico, dall’implementazione di misure da stato di polizia, esemplificate dalla sanguinosa “guerra al narcotraffico” con una lunga serie di assassini extra-giudiziari in grandissima parte impuniti. L’altro elemento che sosterrà probabilmente il mandato di Marcos jr. è il feroce anti-comunismo, ovviamente tratto peculiare della dittatura del padre e fatto proprio dallo stesso Duterte nella seconda parte della sua presidenza. Il Partito Comunista delle Filippine (CPP) aveva appoggiato Duterte nelle elezioni del 2016, mentre quest’anno ha optato per la candidatura di Leni Robredo.
In quest’ottica, è evidente che il successo di Ferdinand Marcos jr. rappresenta un nuovo esempio dello spostamento a destra delle classi dirigenti di molti paesi in tutto il mondo, disposte sempre più a sdoganare fascismo e autoritarismo per arginare instabilità e tensioni sociali esplosive o, come nel caso dell’Ucraina, per il raggiungimento di determinati obiettivi strategici. Ciò riguarda appunto anche le Filippine, paese segnato da un costante aggravamento dei livelli di povertà, da enormi disuguaglianze sociali, dal carattere oligarchico della politica e dalle attività di movimenti insurrezionali armati, nonché dalla relativa repressione dello stato.
La questione più calda dei prossimi mesi sarà in ogni caso l’orientamento strategico internazionale della nuova amministrazione filippina. Marcos jr. ha lasciato intendere di volere agire in continuità con Duterte, il quale aveva lavorato fin dall’inizio per un rafforzamento delle relazioni con la Cina, soprattutto sul fronte economico e commerciale. I piani di Duterte sono stati più volte messi a dura prova dalle resistenze opposte da svariati settori dello stato, quelli ovviamente più legati agli Stati Uniti, incluse le forze armate e il ministero degli Esteri.
Duterte era stato anzi bersaglio di finte campagne per la difesa dei diritti umani, motivate in realtà dal mancato allineamento del suo governo alla campagna anti-cinese di Washington in Asia sud-orientale. D’altra parte, il suo predecessore, Benigno Aquino III, aveva gettato le basi per una solida cooperazione in chiave anti-cinese tra gli USA e la loro ex colonia, grazie soprattutto alla stipula di un accordo sostanzialmente atto a consentire la riattivazione di basi militari americane nelle Filippine e all’impegno per ottenere una sentenza contro Pechino in merito alle rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale dal Tribunale Internazionale del Diritto del Mare, come avvenne appunto nel 2016.
La candidata preferita da Washington era Leni Robredo, mentre tutti gli analisti concordano nell’attribuire a “Bongbong” Marcos un’attitudine ancora più filo-cinese rispetto a Duterte. Le forze coalizzatesi a sostegno del figlio dell’ex dittatore, grazie all’opera della già ricordata ex presidente Arroyo, confermano come i grandi interessi economici delle Filippine vedano per lo più con favore le opportunità di sviluppo offerte da Pechino, anche per via delle conseguenze catastrofiche per Manila in caso di conflitto tra Stati Uniti e Cina.
Sarà quindi la gestione dei rapporti con le due potenze a segnare probabilmente il successo della presidenza di Ferdinand Marcos jr. In un frangente storico caratterizzato dall’approfondirsi della rivalità tra Washington e Pechino, non sarà però semplice trovare un punto di equilibrio. Ancor più che Duterte, inoltre, Marcos jr. sarà esposto alle pressioni americane e dei referenti di Washington nella classe politica indigena, ben intenzionati a sfruttare i suoi legami con il regime del padre e le cause legali pendenti per boicottare l’integrazione delle Filippine nei piani di sviluppo regionale promossi dal governo cinese.
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07/05/2022
Il ruolo politico “imperiale” di Facebook
Facebook si prende la briga di segnalarci gli account che potrebbero essere tendenziosi. Se, ad esempio, cercate su Facebook WE ARE CHINE vedrete che ogni post è accompagnato dall’indicazione “Mezzo di comunicazione controllato dal seguente stato: Cina”.
Ma chi controlla Facebook? Ce lo spiega Marco Valbuena, portavoce ufficiale del Partito Comunista Filippino (CPP), sul sito del partito Philippine Revolution Web Central in un articolo del 10 aprile 2022. (Gli articoli ed i documenti sono scritti nelle due lingue ufficiali delle Filippine: il filippino e l’inglese, la lingua dei colonizzatori)
Avevo postato la traduzione di questo articolo sulla mia pagina Facebook “Notizie dalle Filippine”, ma Facebook lo ha cancellato, comunicandomi che questo articolo violava le regole della community. Stessa sorte per altre traduzioni di articoli e documenti dei comunisti filippini.
Il Partito Comunista Filippino (marxista, leninista, maoista) ed il New People’s Army (NPA) sono nelle liste delle organizzazioni terroristiche degli USA e della Unione Europea.
Il Nuovo Esercito del Popolo è il braccio armato del CPP, che sostiene nelle campagne le lotte dei contadini e degli indigeni contro i latifondisti e contro le multinazionali agricole e minerarie che li sfruttano, li espropriano, li cacciano dalle loro terre ancestrali, distruggono l’ambiente e le risorse di vita, uccidono i leader della resistenza popolare.
Una situazione simile a quella di tanti paesi dell’America latina e del terzo mondo. Con la precisazione che qui si vuole che la lotta rivoluzionaria sia guidata da uno studio continuo del pensiero marxista, leninista, maoista. Che la politica sia al posto di comando.
In precedenza, l’Unione Europea aveva avuto una politica ben diversa rispetto alla lotta popolare nelle Filippine
Il Parlamento della Unione europea aveva approvato nel 1997 e nel 1999 due risoluzioni di appoggio ai negoziati di pace da svolgersi in Europa fra il governo filippino ed il National Democratic Front of Philippines (NDFP) che raccoglie attorno al partito comunista altre 17 organizzazioni popolari rivoluzionarie, fra cui il Nuovo Esercito del Popolo (NPA), i sindacati, i Cristiani per la Liberazione Nazionale, le minoranze mussulmane, gli indigeni, gli emigrati, le donne, i difensori dei diritti umani ecc..
Il governo di Oslo aveva ospitato e finanziato varie sessioni di questi negoziati.
Nel gennaio 2017 si svolse solennemente a Roma, con il patrocinio del governo norvegese, il terzo round dei colloqui di pace fra il National Democratic Front of Philippines (NDFP) ed i rappresentanti del governo.
Ne avete avuto qualche notizia dalla “libera stampa”? O attraverso i social?
I compagni filippini hanno formato delle associazioni per far conoscere al mondo la loro lotta. I Filippini nella madre patria sono quasi 111 milioni, cui si aggiungono 11 milioni di emigrati. Questi emigrati costituiscono la base su cui si sono costituite associazioni internazionali di sostegno al popolo filippino in lotta.
Inizialmente è nata la International Coalition for Human Right in the Philippines, con lo scopo generale di “sostenere il popolo filippino nella sua ricerca di giustizia, con la speranza di far conoscere al resto del mondo la sua situazione, e così facendo di contribuire ad un processo di pace reale e duraturo”.
Poi, dopo che il presidente dittatore Duterte aveva interrotto i colloqui di pace ed aveva dichiarato di voler annientare il partito comunista ed il Nuovo Esercito del Popolo, il 24 aprile 2021 è stata costituita l’Associazione globale Amici del Popolo Filippino in Lotta (FFPS)/Amici del Fronte Nazionale Democratico delle Filippine (FNDFP).
Questa nuova associazione ha lo scopo stringente di sostenere il Fronte Nazionale Democratico delle Filippine (NDFP) come movimento popolare che porta avanti la liberazione nazionale e sociale, unito nella promozione e realizzazione del programma in 12 Punti.
Compito immediato dell’associazione “Amici del popolo filippino/Amici del Fronte Nazionale Democratico delle Filippine” è quello di denunciare i crimini del presidente fascista Duterte e di sollecitare la cancellazione del partito comunista e del Nuovo Esercito del Popolo dalla lista delle organizzazioni terroristiche.
In Italia, ad entrambe le associazioni ha aderito il Comitato di Amicizia Italo Filippino per i Diritti Umani nelle Filippine (Italy-Philippines Friendship Association).
Nel suo articolo Valbuena fa riferimento al red-tagging. Questa pratica, usata da decenni dal governo nelle Filippine, consiste nel segnalare con una etichettatura rossa attivisti, giornalisti, politici accusati pubblicamente di sostenere il Partito Comunista Filippino e il Nuovo Esercito del Popolo. Queste persone finiscono per essere perseguitate o uccise.
L’etichettatura rossa è diventata più letale da quando Duterte ha creato la NTF-ELCAC (Task Force nazionale per la fine del conflitto armato comunista locale), con miliardi di pesos a disposizione, rendendo l’etichettatura rossa la politica ufficiale del governo.
La task force, composta da ufficiali ed ex ufficiali, effettua il red tagging attraverso i suoi post sui social media, fra cui Facebook, e le dichiarazioni ufficiali. Decine di attivisti etichettati sono stati uccisi. L’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha denunciato queste uccisioni.
Ma chi controlla Facebook? Ce lo spiega Marco Valbuena, portavoce ufficiale del Partito Comunista Filippino (CPP), sul sito del partito Philippine Revolution Web Central in un articolo del 10 aprile 2022. (Gli articoli ed i documenti sono scritti nelle due lingue ufficiali delle Filippine: il filippino e l’inglese, la lingua dei colonizzatori)
Avevo postato la traduzione di questo articolo sulla mia pagina Facebook “Notizie dalle Filippine”, ma Facebook lo ha cancellato, comunicandomi che questo articolo violava le regole della community. Stessa sorte per altre traduzioni di articoli e documenti dei comunisti filippini.
Il Partito Comunista Filippino (marxista, leninista, maoista) ed il New People’s Army (NPA) sono nelle liste delle organizzazioni terroristiche degli USA e della Unione Europea.
Il Nuovo Esercito del Popolo è il braccio armato del CPP, che sostiene nelle campagne le lotte dei contadini e degli indigeni contro i latifondisti e contro le multinazionali agricole e minerarie che li sfruttano, li espropriano, li cacciano dalle loro terre ancestrali, distruggono l’ambiente e le risorse di vita, uccidono i leader della resistenza popolare.
Una situazione simile a quella di tanti paesi dell’America latina e del terzo mondo. Con la precisazione che qui si vuole che la lotta rivoluzionaria sia guidata da uno studio continuo del pensiero marxista, leninista, maoista. Che la politica sia al posto di comando.
In precedenza, l’Unione Europea aveva avuto una politica ben diversa rispetto alla lotta popolare nelle Filippine
Il Parlamento della Unione europea aveva approvato nel 1997 e nel 1999 due risoluzioni di appoggio ai negoziati di pace da svolgersi in Europa fra il governo filippino ed il National Democratic Front of Philippines (NDFP) che raccoglie attorno al partito comunista altre 17 organizzazioni popolari rivoluzionarie, fra cui il Nuovo Esercito del Popolo (NPA), i sindacati, i Cristiani per la Liberazione Nazionale, le minoranze mussulmane, gli indigeni, gli emigrati, le donne, i difensori dei diritti umani ecc..
Il governo di Oslo aveva ospitato e finanziato varie sessioni di questi negoziati.
Nel gennaio 2017 si svolse solennemente a Roma, con il patrocinio del governo norvegese, il terzo round dei colloqui di pace fra il National Democratic Front of Philippines (NDFP) ed i rappresentanti del governo.
Ne avete avuto qualche notizia dalla “libera stampa”? O attraverso i social?
I compagni filippini hanno formato delle associazioni per far conoscere al mondo la loro lotta. I Filippini nella madre patria sono quasi 111 milioni, cui si aggiungono 11 milioni di emigrati. Questi emigrati costituiscono la base su cui si sono costituite associazioni internazionali di sostegno al popolo filippino in lotta.
Inizialmente è nata la International Coalition for Human Right in the Philippines, con lo scopo generale di “sostenere il popolo filippino nella sua ricerca di giustizia, con la speranza di far conoscere al resto del mondo la sua situazione, e così facendo di contribuire ad un processo di pace reale e duraturo”.
Poi, dopo che il presidente dittatore Duterte aveva interrotto i colloqui di pace ed aveva dichiarato di voler annientare il partito comunista ed il Nuovo Esercito del Popolo, il 24 aprile 2021 è stata costituita l’Associazione globale Amici del Popolo Filippino in Lotta (FFPS)/Amici del Fronte Nazionale Democratico delle Filippine (FNDFP).
Questa nuova associazione ha lo scopo stringente di sostenere il Fronte Nazionale Democratico delle Filippine (NDFP) come movimento popolare che porta avanti la liberazione nazionale e sociale, unito nella promozione e realizzazione del programma in 12 Punti.
Compito immediato dell’associazione “Amici del popolo filippino/Amici del Fronte Nazionale Democratico delle Filippine” è quello di denunciare i crimini del presidente fascista Duterte e di sollecitare la cancellazione del partito comunista e del Nuovo Esercito del Popolo dalla lista delle organizzazioni terroristiche.
In Italia, ad entrambe le associazioni ha aderito il Comitato di Amicizia Italo Filippino per i Diritti Umani nelle Filippine (Italy-Philippines Friendship Association).
Nel suo articolo Valbuena fa riferimento al red-tagging. Questa pratica, usata da decenni dal governo nelle Filippine, consiste nel segnalare con una etichettatura rossa attivisti, giornalisti, politici accusati pubblicamente di sostenere il Partito Comunista Filippino e il Nuovo Esercito del Popolo. Queste persone finiscono per essere perseguitate o uccise.
L’etichettatura rossa è diventata più letale da quando Duterte ha creato la NTF-ELCAC (Task Force nazionale per la fine del conflitto armato comunista locale), con miliardi di pesos a disposizione, rendendo l’etichettatura rossa la politica ufficiale del governo.
La task force, composta da ufficiali ed ex ufficiali, effettua il red tagging attraverso i suoi post sui social media, fra cui Facebook, e le dichiarazioni ufficiali. Decine di attivisti etichettati sono stati uccisi. L’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha denunciato queste uccisioni.
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La censura su Facebook contro le forze rivoluzionarie filippine è opera degli imperialisti USA.
La censura su Facebook contro le forze rivoluzionarie filippine è opera degli imperialisti USA.
Marco Valbuena | Philippine Revolution Web Central
10 aprile 2022
(1) Nelle ultime due settimane, Facebook ha cancellato diversi account, gruppi e pagine di varie organizzazioni rivoluzionarie nelle Filippine, compresi quelli del braccio informativo del CPP (Partito Comunista Filippino), e quelli appartenenti a diverse unità del New People’s Army (NPA).
Questi account sono serviti come mezzo per raggiungere il pubblico, condividere informazioni ed esprimere opinioni su importanti questioni che il popolo filippino sta affrontando.
Questa non è la prima volta che Facebook ha censurato le forze rivoluzionarie delle Filippine sulla sua piattaforma. Nel 2017, la pagina Facebook di Philippine Revolution Web, che aveva più di 10.000 seguaci è stata chiusa da Facebook senza preavviso o spiegazione. Da allora, ha ripetutamente eliminato account e pagine gestite dal Partito Comunista Filippino e da altre forze rivoluzionarie filippine.
Lo scorso febbraio, ha rimosso definitivamente l’account del Prof. Jose Ma. Sison (Presidente in esilio e fondatore del Partito Comunista Filippino), che per molti anni è stato usato per promuovere il suo lavoro accademico e le sue opinioni sulle questioni filippine.
Questi account censurati da Facebook hanno costantemente fornito informazioni sulla situazione dei diritti umani nelle Filippine, soprattutto nelle zone rurali dove i reporter delle principali organizzazioni di media non hanno accesso o che sono stati sottoposti a blackout di notizie da parte dell’AFP (Forze Armate Filippine).
In diverse occasioni, questi account hanno riportato contenuti che hanno dimostrato il coinvolgimento e la colpevolezza di unità delle Forze armate delle Filippine (AFP) e della Polizia nazionale filippina (PNP) in uccisioni extragiudiziali e massacri, così come arresti illegali, rapimenti, torture e altri abusi perpetrati dalle forze armate statali nel corso delle operazioni di contro insurrezione del regime Duterte.
Le informazioni pubblicate da questi account hanno anche denunciato compagnie minerarie straniere e locali e grandi progetti di infrastrutture che hanno portato distruzione all’ambiente e alla vita delle persone.
Questi account hanno portato informazioni che hanno sfidato i punti di vista promossi dalle agenzie statali, specialmente per quanto riguarda l’attuale conflitto armato, e spiegano le ragioni sociali, politiche ed economiche per cui la gente prende le armi nella lotta per la democrazia e la libertà.
Eliminando gli account delle forze rivoluzionarie nelle Filippine che stanno conducendo una lotta per la liberazione nazionale, Facebook ha effettivamente censurato le informazioni che per anni hanno sfidato la narrativa dominante promossa e spacciata dal governo reazionario e dalla Forze Armate Filippine.
Così facendo, nega a un ampio segmento del pubblico filippino, che si affida a Facebook per le informazioni, una visione critica o alternativa che è essenziale per la vita e l’azione democratica.
L’informazione su Facebook sulla guerra civile nel paese sarà ora monopolizzata dalle Forze Armate Filippine e dall’NTF-Elcac (National Task Force to End Local Communist Armed Conflict) che sono da tempo fonti screditate di bugie e disinformazione.
(2) La messa al bando del Partito Comunista Filippino e del Nuovo Esercito del Popolo su Facebook è solo una delle prove più recenti dell’esercizio da parte della società di poteri arbitrari per censurare le informazioni che sono antimperialiste e antifasciste sulla piattaforma di social networking.
Ha calpestato il diritto alla libera espressione con il pretesto di combattere il “terrorismo”, “hate speech”, “fake news” e “misinformation”.
Facebook impone i suoi “standard comunitari”, un insieme opaco di regole, principalmente contro quei gruppi che si oppongono alla narrativa promossa dal governo degli Stati Uniti. Non ci sono procedure legali o burocratiche che governano le decisioni di Facebook di eliminare account e pagine.
La politica di Facebook è saldamente legata alle politiche dell’imperialismo statunitense attraverso la sua partnership con l’Atlantic Council, un’agenzia con sede a Washington che è nota per essere un gruppo di pressione della NATO.
Secondo Facebook, l’Atlantic Council, in particolare il suo Digital Forensic Research Lab, lo aiuta a “estirpare le fake news” dalla sua piattaforma.
Il Consiglio Atlantico è un vero e proprio baluardo di ultraconservatori e falchi di guerra degli Stati Uniti. Conta tra i suoi direttori ufficiali militari statunitensi in pensione (come Wesley Clark e David Petraeus), almeno sette ex alti ufficiali della CIA (tra cui Robert Gates, Leon Panetta e Stephen Kappes) e noti ex funzionari ultraconservatori e guerrafondai statunitensi (Condoleezza Rice, Henry Kissinger e James Baker).
Il Consiglio Atlantico riceve finanziamenti dal Dipartimento di Stato USA, da ricchissimi donatori aziendali, da appaltatori della difesa, da grandi compagnie petrolifere e dai governi della NATO.
Il Consiglio Atlantico promuove gli interessi economici globali degli Stati Uniti, sostenendo le dittature, l’anticomunismo, gli interventi militari e politici degli Stati Uniti, e il “cambio di regime” contro i governi che affermano la sovranità nazionale contro l’egemonismo statunitense.
Ha apertamente sostenuto le attività sovversive dell’opposizione venezuelana pro-USA e la destabilizzazione del governo Maduro, e ha sostenuto l’armamento dei gruppi fondamentalisti in Siria. Ha promosso le provocazioni di guerra degli Stati Uniti contro la Russia in Ucraina e per estendere il sostegno militare al governo neonazista ucraino.
Facebook è disseminato di spie. I funzionari che dirigono la sua politica di sicurezza, le comunicazioni di sicurezza, le investigazioni di spionaggio informatico, l’Influence Operations Product Policy Manager, il Threat Intelligence Analyst sono stati tutti un tempo collegati con la National Security Agency, la CIA, l’FBI o agenzie di intelligence di altri governi.
Con l’Atlantic Council come partner e le ex spie della CIA come dipendenti, gli “standard comunitari” di Facebook, la “lotta contro le fake news” e il “divieto di hate speech” sono tutte dichiarazioni senza valore e ipocrite che servono solo a nascondere la sua agenda pro-USA, ultraconservatrice, antiprogressista e controrivoluzionaria. Questo è stato ripetutamente dimostrato negli ultimi anni.
Lo scorso marzo, nonostante abbia incluso il Battaglione Azov nella sua lista di “organizzazioni violente”, Facebook ha annunciato che permetterà di esaltare il gruppo armato neonazista russofobo che è noto per essere stato coinvolto in attacchi, stupri e torture contro la popolazione civile russa in Ucraina. Inoltre, permetterà contenuti che invocano la “morte” contro i leader e le forze militari della Russia.
L’anno scorso, Facebook ha censurato i contenuti postati dai palestinesi sui tentativi violenti dello stato israeliano di cacciarli dalle loro case a Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme Est. Il divieto è stato fatto su richiesta del governo israeliano. Allo stesso tempo, Facebook è noto per essere liberale nel permettere contenuti che promuovono la violenza contro i palestinesi.
Nel 2020, dopo che il generale iraniano Qassem Soleimani è stato assassinato su ordine del presidente americano Trump, Facebook ha vietato tutti i riferimenti positivi al generale per sostenere la narrazione del governo americano secondo cui il generale era un “terrorista” e sopprimere le voci degli iraniani che valutano Soleimani in modo ampiamente positivo.
L’anno scorso, Facebook ha permesso contenuti che invocavano “morte a Khamenei” in riferimento specifico al leader supremo dell’Iran Ali Hosseini Khamenei.
Al culmine delle elezioni in Nicaragua l’anno scorso, Facebook ha cancellato gli account dei principali organi di informazione, giornalisti e attivisti, tutti sostenitori del governo sandinista. Facebook ha sostenuto che questi account erano “bot” impegnati in “comportamenti inautentici” in quello che è stato descritto come una “spaventosa interferenza” di Facebook sulle elezioni di un paese sovrano.
Nelle Filippine, mentre Facebook mette al bando l’NPA (Nuovo Esercito del Popolo) per avere “una missione violenta”, continua a consentire contenuti costantemente promossi dalle Forze Armate Filippine e dalle loro unità, dal NTF-Elcac (Task Force nazionale per la fine del conflitto armato comunista locale) e la sua rete di troll che si impegnano in red-tagging contro i difensori dei diritti umani e i partiti e le organizzazioni democratiche legali, e fomentano l’odio, e incoraggiano e applaudono la morte violenta contro attivisti e rivoluzionari.
(3) Facebook è una delle più grandi aziende monopolistiche nel mercato delle reti sociali. La sua società madre, Meta, ha una capitalizzazione di mercato di 1 trilione di dollari, e possiede anche Instagram, WhatsApp, Messenger e altre piattaforme.
Facebook ed altre aziende internet monopolistiche come Google, Apple, Amazon e altre sono state ampiamente denunciate per le loro pratiche commerciali monopolistiche volte ad eliminare o ingoiare le aziende più piccole.
Facebook impiega circa 19.000 lavoratori, per lo più dipendenti a progetto a contratto. Produce applicazioni per il massiccio data mining di informazioni private condivise dai suoi 2,85 miliardi di utenti attivi, che poi vende agli inserzionisti.
Con il suo capitale e la sua infrastruttura globale, Facebook esercita un forte potere di monopolio in termini di controllo del flusso di notizie e informazioni. Ha rimodellato il mondo dei media. Negli Stati Uniti, più di 1/3 degli americani prende le sue notizie da Facebook.
Nelle Filippine, si dice che più dell’80% dei filippini usa Facebook, con molti che accedono a internet attraverso Facebook Basics (accesso gratuito a Facebook pagato dalla società). Circa il 25% dei Filippini si affida a Facebook come fonte di notizie.
Facebook è anche denunciato per essere coinvolto nella manipolazione mentale. Ha lavorato con “gruppi di consulenza” come Cambridge Analytica per condurre indagini politiche, sociali, culturali e psicologiche al fine di determinare i metodi per manipolare e influenzare le opinioni dei suoi utenti, e dargli i mezzi per intervenire nelle elezioni dei paesi e influenzare i suoi elettori. È stato riferito che Cambridge Analytica ha lavorato per la campagna di Rodrigo Duterte nel 2016.
I politici danarosi e le grandi aziende usano Facebook e la sua analitica (dati) per schierare account bot e troll che quotidianamente martellano le menti degli utenti per modellarle con informazioni su misura per adattarsi al loro profilo culturale, ideologico e psicologico.
Anche se il suo servizio è nella natura di un trasportatore di informazioni tra i suoi utenti, e dai produttori di notizie agli abbonati, Facebook ha esercitato il suo vasto potere di monopolio per influenzare e modellare il flusso di informazioni in linea con i suoi interessi commerciali e politici, che sono sottomessi agli interessi dell’imperialismo statunitense e il suo egemonismo globale, interventismo militare e politica di guerra.
(4) Come piattaforma di social networking, Facebook è ironicamente antisociale e antidemocratico, avendo assunto il potere di determinare quali informazioni devono essere soppresse e quali devono essere promosse.
Ha abusato del suo potere di “moderazione” usando le sue cosiddette “linee guida della comunità” come vago pretesto. Determinando ciò che i suoi utenti possono leggere, Facebook ha assunto il ruolo di dittatore globale nel regno delle notizie e dell’informazione.
Facebook è stato paragonato a un subdolo autista di giornali, che lungo il percorso si ferma a leggere le notizie, non è d’accordo con come le notizie sono scritte, e decide di non consegnare i giornali ai suoi lettori.
Facebook sta usando la sua posizione di monopolio per realizzare ciò che chiama “moderazione dei contenuti”, che essenzialmente, sta determinando quali organizzazioni di notizie e informazioni sono “degne di fiducia”, quali diffamare come “al servizio di interferenze straniere”, o quali verrebbero derubate e private dei lettori usando i suoi “algoritmi”. È fondamentalmente uno strumento degli Stati Uniti per modellare l’opinione e la visione del mondo delle persone in tutto il mondo.
(5) Gli utenti di Facebook dovrebbero essere resi criticamente consapevoli del fatto che le informazioni che vengono alimentate dal gigante monopolista dei social media sono filtrate e selezionate in collaborazione con i politici statunitensi pro-guerra e pro-interventisti per servire gli interessi e le politiche dell’imperialismo statunitense.
Le persone dovrebbero denunciare Facebook per essere l’onni-censore che sopprime il loro diritto di esprimere liberamente la loro opinione e condividere informazioni, e quindi sostenere il loro diritto democratico di scegliere a quali convinzioni aderire.
Ci sono settori democratici che chiedono che Facebook e altre compagnie internet monopolistiche siano smantellate e trasformate in organizzazioni senza scopo di lucro, dove la moderazione dei contenuti sarà posta sotto il controllo trasparente della comunità.
Nell’analizzare o capire una questione o l’altra, consigliamo alle persone di fare più sforzi per cercare informazioni da fonti esterne a Facebook, e, quindi, chiedere il libero accesso a queste fonti (internet libero).
Naturalmente, internet è dominato da fonti mediatiche occidentali che sono anche sotto l’influenza dei politici di Washington. Hanno tutte le risorse e le infrastrutture per dominare l’ambiente informativo globale in linea con gli interessi degli Stati Uniti.
Tuttavia, internet fornisce anche i mezzi alle grandi masse del popolo e alle loro organizzazioni per promuovere le proprie idee e punti di vista mantenendo i propri siti web, liste di posta elettronica, gruppi di chat e altri mezzi di scambio di informazioni.
Ma più questi sono utilizzati per la propaganda e l’educazione rivoluzionaria, più è certo che anche questi saranno accolti con una repressione antidemocratica, attraverso attacchi DDoS, malware e altri mezzi. Tuttavia, non ci permetteremo mai di essere messi a tacere. La chiave è la persistenza.
Fonte
06/06/2020
USA-Filippine, le giravolte di Duterte
Una decisione presa questa settimana dal presidente delle Filippine,
Rodrigo Duterte, ha confermato come molti paesi alleati degli Stati
Uniti continuino ad attraversare un periodo di turbolenza strategica
principalmente a causa delle tensioni crescenti tra Washington e
Pechino. Il governo di Manila ha effettuato cioè una nuova giravolta,
sospendendo un processo innescato meno di quattro mesi fa che avrebbe
costretto i militari americani ad abbandonare il territorio del
paese-arcipelago.
Al cento della vicenda c’è il cosiddetto “Visiting Forces Agreement” (VFA), ovvero l’accordo bilaterale del 1998 che aveva fissato le basi legali della presenza di soldati americani nelle Filippine, sia pure su base formalmente temporanea e “a rotazione”. Questo accordo era stato stipulato tra i due storici alleati per annullare di fatto gli effetti della precedente decisione delle Filippine di chiudere tutte le basi militari permanenti dell’ex potenza coloniale in conseguenza dell’ondata di anti-americanismo che aveva attraversato il paese all’inizio degli anni '90. A livello ufficiale, il VFA serviva invece ad assicurare l’implementazione del Trattato di Mutua Difesa, sottoscritto tra i due paesi nel 1951.
Duterte aveva annunciato la cessazione del VFA nel mese di febbraio, subito dopo la decisione del governo di Washington di cancellare il visto d’ingresso negli Stati Uniti di alcuni funzionari e politici filippini accusati di violazione dei diritti umani, tra cui il senatore Ronald dela Rosa, stretto alleato del presidente. L’iniziativa non era comunque una risposta istintiva alla provocazione americana, ma il culmine del rimescolamento strategico perseguito da Duterte fin dalla sua elezione nel 2016 e che ha portato a un certo allentamento delle tensioni tra le Filippine e la Cina.
La fine del VFA avrebbe dovuto diventare effettiva il 9 agosto prossimo, al termine del periodo di 180 giorni previsto a partire dalla notifica ufficiale di uno dei due paesi firmatari. È facilmente ipotizzabile che su Duterte ci siano state pressioni enormi per convincerlo a tornare sui propri passi. Questo accordo è d’altra parte un elemento cruciale nei piani americani di contrasto e contenimento della Cina, visto che assicura una presenza militare massiccia e continuativa in un paese collocato in posizione strategica in caso di conflitto con Pechino.
Il VFA permette anche agli Stati Uniti di programmare esercitazioni militari e altre attività marittime congiunte con le forze armate filippine, considerate come una provocazione dal governo cinese. L’importanza del trattato bilaterale ha quindi con ogni probabilità fatto scattare l’allarme a Washington nel momento in cui Duterte ne aveva deciso la revoca.
Le pressioni statunitensi si sono poi sommate a quelle provenienti dall’interno della classe dirigente filippina, dove in molti non solo all’opposizione ma anche nello stesso governo del presidente continuano a chiedere il mantenimento di una politica estera allineata alle posizioni del principale alleato di Manila. A riprova di ciò, recentemente il ministro della Difesa, Delfin Lorenzana, aveva affermato in un’audizione al Senato che il VFA restava un elemento centrale per la sicurezza delle Filippine, a suo dire indispensabile soprattutto per ottenere assistenza immediata in caso di calamità naturali.
Altri politici vicini a Duterte avevano poi appoggiato una richiesta dei senatori dell’opposizione per costringere il presidente a sottoporre la sospensione del VFA al giudizio del Parlamento. Per ottenere ciò, alcuni senatori a inizio marzo si erano anche rivolti alla Corte Suprema, il cui parere non è però ancora stato espresso. Duterte era ben consapevole di queste resistenze e aveva allora optato per l’abrogazione del trattato tramite decreto presidenziale, assumendosi il rischio di una lunga contesa legale.
Molti commentatori in questi giorni hanno ricondotto la decisione di Duterte alle recenti manovre di Pechino nel Mar Cinese Meridionale, dove i due paesi sono coinvolti in contese territoriali, spesso alimentate da Washington, che negli ultimi anni sono state motivo di pericolosi scontri. Nella lettera con cui il ministro degli Esteri filippino, Teodoro Locsin, ha informato l’ambasciata americana della decisione di Duterte di tenere in vita il VFA si fa riferimento infatti agli ultimi “sviluppi politici e d’altro genere nella regione”.
Parlando mercoledì ai giornalisti, lo stesso ministro è stato anche più esplicito, quando ha sostenuto che la mossa di questa settimana per mantenere la presenza di militari USA nelle Filippine è da collegare alla “escalation di tensioni tra le [due] superpotenze”. Per il ministro della Difesa Lorenzana, invece, il presidente avrebbe valutato “inopportuno” cancellare l’accordo con gli USA nel pieno dell’epidemia di Coronavirus.
In effetti, nelle ultime settimane si sono verificati alcuni fatti che devono avere creato una certa ansia a Manila. Ad aprile era circolata ad esempio la notizia che il governo Duterte nel mese di febbraio era ricorso ai canali diplomatici per protestare contro Pechino, dopo che una nave militare cinese aveva puntato le proprie armi contro un’imbarcazione filippina nelle isole Spratly, rivendicate da entrambi i paesi. I diplomatici filippini avevano anche espresso solidarietà al Vietnam dopo l’affondamento da parte cinese di un peschereccio di questo paese.
La questione più preoccupante per Manila e Washington può essere in ogni caso la possibile decisione della Cina di dichiarare una Zona di Identificazione di Difesa Aerea (ADIZ) nel Mar Cinese Meridionale che vada a sovrapporsi alla Zona Economica Esclusiva delle Filippine. Questa misura limiterebbe i movimenti aerei in una regione già caldissima, con conseguenze difficili da calcolare. Per questo motivo, Pechino ha finora esitato a muoversi in questa direzione, ma è possibile che il recente consolidamento delle posizioni militari cinesi nell’area contesa renda a breve fattibile e, soprattutto, difendibile l’istituzione di un’ADIZ.
La salvaguardia del VFA da parte di Duterte permette senza dubbio alla Casa Bianca di tirare un sospiro di sollievo. Tuttavia, il futuro della partnership strategica tra USA e Filippine non può essere dato per scontato. Ulteriori scosse sono anzi probabili, in particolare se si tiene conto del peso che avranno in ambito economico e commerciale i richiami cinesi per Manila nella fase post-Coronavirus.
Se i tempi di preavviso necessari per affondare il trattato del 1998 rendono improbabile un nuovo voltafaccia da parte di Duterte prima della fine del suo mandato nel 2022, lo stesso presidente non ha mancato di mettere sull’attenti gli alleati americani. Infatti, giovedì il portavoce di Duterte ha chiarito la posizione ufficiale del presidente, per il quale il processo di revoca del VFA, con la conseguente fine della presenza militare americana sul territorio delle Filippine, sarebbe solo sospeso, visto che resta uno degli obiettivi primari della politica estera dell’attuale amministrazione.
Fonte
Al cento della vicenda c’è il cosiddetto “Visiting Forces Agreement” (VFA), ovvero l’accordo bilaterale del 1998 che aveva fissato le basi legali della presenza di soldati americani nelle Filippine, sia pure su base formalmente temporanea e “a rotazione”. Questo accordo era stato stipulato tra i due storici alleati per annullare di fatto gli effetti della precedente decisione delle Filippine di chiudere tutte le basi militari permanenti dell’ex potenza coloniale in conseguenza dell’ondata di anti-americanismo che aveva attraversato il paese all’inizio degli anni '90. A livello ufficiale, il VFA serviva invece ad assicurare l’implementazione del Trattato di Mutua Difesa, sottoscritto tra i due paesi nel 1951.
Duterte aveva annunciato la cessazione del VFA nel mese di febbraio, subito dopo la decisione del governo di Washington di cancellare il visto d’ingresso negli Stati Uniti di alcuni funzionari e politici filippini accusati di violazione dei diritti umani, tra cui il senatore Ronald dela Rosa, stretto alleato del presidente. L’iniziativa non era comunque una risposta istintiva alla provocazione americana, ma il culmine del rimescolamento strategico perseguito da Duterte fin dalla sua elezione nel 2016 e che ha portato a un certo allentamento delle tensioni tra le Filippine e la Cina.
La fine del VFA avrebbe dovuto diventare effettiva il 9 agosto prossimo, al termine del periodo di 180 giorni previsto a partire dalla notifica ufficiale di uno dei due paesi firmatari. È facilmente ipotizzabile che su Duterte ci siano state pressioni enormi per convincerlo a tornare sui propri passi. Questo accordo è d’altra parte un elemento cruciale nei piani americani di contrasto e contenimento della Cina, visto che assicura una presenza militare massiccia e continuativa in un paese collocato in posizione strategica in caso di conflitto con Pechino.
Il VFA permette anche agli Stati Uniti di programmare esercitazioni militari e altre attività marittime congiunte con le forze armate filippine, considerate come una provocazione dal governo cinese. L’importanza del trattato bilaterale ha quindi con ogni probabilità fatto scattare l’allarme a Washington nel momento in cui Duterte ne aveva deciso la revoca.
Le pressioni statunitensi si sono poi sommate a quelle provenienti dall’interno della classe dirigente filippina, dove in molti non solo all’opposizione ma anche nello stesso governo del presidente continuano a chiedere il mantenimento di una politica estera allineata alle posizioni del principale alleato di Manila. A riprova di ciò, recentemente il ministro della Difesa, Delfin Lorenzana, aveva affermato in un’audizione al Senato che il VFA restava un elemento centrale per la sicurezza delle Filippine, a suo dire indispensabile soprattutto per ottenere assistenza immediata in caso di calamità naturali.
Altri politici vicini a Duterte avevano poi appoggiato una richiesta dei senatori dell’opposizione per costringere il presidente a sottoporre la sospensione del VFA al giudizio del Parlamento. Per ottenere ciò, alcuni senatori a inizio marzo si erano anche rivolti alla Corte Suprema, il cui parere non è però ancora stato espresso. Duterte era ben consapevole di queste resistenze e aveva allora optato per l’abrogazione del trattato tramite decreto presidenziale, assumendosi il rischio di una lunga contesa legale.
Molti commentatori in questi giorni hanno ricondotto la decisione di Duterte alle recenti manovre di Pechino nel Mar Cinese Meridionale, dove i due paesi sono coinvolti in contese territoriali, spesso alimentate da Washington, che negli ultimi anni sono state motivo di pericolosi scontri. Nella lettera con cui il ministro degli Esteri filippino, Teodoro Locsin, ha informato l’ambasciata americana della decisione di Duterte di tenere in vita il VFA si fa riferimento infatti agli ultimi “sviluppi politici e d’altro genere nella regione”.
Parlando mercoledì ai giornalisti, lo stesso ministro è stato anche più esplicito, quando ha sostenuto che la mossa di questa settimana per mantenere la presenza di militari USA nelle Filippine è da collegare alla “escalation di tensioni tra le [due] superpotenze”. Per il ministro della Difesa Lorenzana, invece, il presidente avrebbe valutato “inopportuno” cancellare l’accordo con gli USA nel pieno dell’epidemia di Coronavirus.
In effetti, nelle ultime settimane si sono verificati alcuni fatti che devono avere creato una certa ansia a Manila. Ad aprile era circolata ad esempio la notizia che il governo Duterte nel mese di febbraio era ricorso ai canali diplomatici per protestare contro Pechino, dopo che una nave militare cinese aveva puntato le proprie armi contro un’imbarcazione filippina nelle isole Spratly, rivendicate da entrambi i paesi. I diplomatici filippini avevano anche espresso solidarietà al Vietnam dopo l’affondamento da parte cinese di un peschereccio di questo paese.
La questione più preoccupante per Manila e Washington può essere in ogni caso la possibile decisione della Cina di dichiarare una Zona di Identificazione di Difesa Aerea (ADIZ) nel Mar Cinese Meridionale che vada a sovrapporsi alla Zona Economica Esclusiva delle Filippine. Questa misura limiterebbe i movimenti aerei in una regione già caldissima, con conseguenze difficili da calcolare. Per questo motivo, Pechino ha finora esitato a muoversi in questa direzione, ma è possibile che il recente consolidamento delle posizioni militari cinesi nell’area contesa renda a breve fattibile e, soprattutto, difendibile l’istituzione di un’ADIZ.
La salvaguardia del VFA da parte di Duterte permette senza dubbio alla Casa Bianca di tirare un sospiro di sollievo. Tuttavia, il futuro della partnership strategica tra USA e Filippine non può essere dato per scontato. Ulteriori scosse sono anzi probabili, in particolare se si tiene conto del peso che avranno in ambito economico e commerciale i richiami cinesi per Manila nella fase post-Coronavirus.
Se i tempi di preavviso necessari per affondare il trattato del 1998 rendono improbabile un nuovo voltafaccia da parte di Duterte prima della fine del suo mandato nel 2022, lo stesso presidente non ha mancato di mettere sull’attenti gli alleati americani. Infatti, giovedì il portavoce di Duterte ha chiarito la posizione ufficiale del presidente, per il quale il processo di revoca del VFA, con la conseguente fine della presenza militare americana sul territorio delle Filippine, sarebbe solo sospeso, visto che resta uno degli obiettivi primari della politica estera dell’attuale amministrazione.
Fonte
16/02/2020
USA-Filippine, aria di crisi
Il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, ha cercato di
ricondurre a uno sgarbo più o meno personale la clamorosa decisione di
questa settimana di cancellare un cruciale accordo militare tra il suo
paese e gli Stati Uniti. L’impatto del provvedimento, se confermato, è
tale tuttavia da incrinare seriamente i rapporti tra i due storici
alleati, suggerendo perciò l’esistenza di ragioni di portata strategica
ben più importanti. Queste, com’è facile intuire, hanno a che fare in
primo luogo con la rivalità crescente tra Washington e Pechino in Asia
sud-orientale.
A inizio settimana, dunque, Duterte ha notificato alla rappresentanza diplomatica americana a Manila la sospensione unilaterale del cosiddetto “Visiting Forces Agreement” (VFA), il trattato bilaterale entrato in vigore nel 1999 che permette e regola lo stazionamento di militari USA sul territorio delle Filippine. In assenza di iniziative da parte dei due paesi, l’accordo sarà ufficialmente sciolto alla fine di un periodo di 180 giorni.
Lo stesso Duterte ha collegato la sua decisione al provvedimento preso dal governo americano per revocare il visto d’ingresso negli Stati Uniti del senatore del suo partito, Ronald dela Rosa. Ex capo della polizia filippina, quest’ultimo è implicato in un numero imprecisato di assassini extragiudiziari di presunti spacciatori nel quadro della durissima guerra al narcotraffico e al consumo di droga lanciata dal presidente dopo la sua elezione.
La misura adottata da Washington ha in realtà poco a che vedere con scrupoli per le colossali violazioni dei diritti umani del governo filippino. Infatti, l’amministrazione Obama aveva inizialmente appoggiato la campagna repressiva di Duterte, per poi cambiare idea in corrispondenza con il processo di distensione con la Cina avviato dal governo di Manila. Trump, da parte sua, aveva avuto parole di apprezzamento per la guerra alla droga di Duterte, ma gli Stati Uniti hanno continuato a sfruttare i sanguinosi eventi a essa legati per esercitare pressioni sulle Filippine in chiave anti-cinese.
La mossa di Duterte sul VFA segna fin qui il punto più basso del processo di deterioramento delle relazioni tra gli USA e la loro ex colonia asiatica. Al termine del mandato presidenziale nel 2016 del fedelissimo di Washington, Benigno Aquino, le Filippine erano tornate a guardare con interesse a Pechino, sulla scia delle politiche filo-cinesi dell’altro presidente, Gloria Macapagal Arroyo, in carica tra il 2004 e il 2010. La natura impulsiva dell’attuale presidente ha probabilmente influito sugli alti e bassi dei rapporti con l’alleato americano in questi ultimi anni. In gioco c’è però ben altro e la stessa imprevedibilità di Duterte, puntualmente enfatizzata dalla stampa ufficiale in Occidente, è in buona parte il riflesso dell’acuirsi delle tensioni geopolitiche nel sud-est asiatico.
L’infiammarsi del clima in quest’area del globo è in primo luogo il risultato del riorientamento strategico degli Stati Uniti, impegnati da qualche anno a raddoppiare gli sforzi militari, diplomatici e, in misura minore, economici per contenere la crescita e l’espansione dell’influenza cinese. In questo quadro, le Filippine rappresentano un nodo cruciale per Washington, così come per Pechino.
Il trattato sullo stazionamento delle forze armate USA nel paese-arcipelago è uno strumento importantissimo che garantisce una posizione strategicamente privilegiata per il controllo del Mar Cinese Meridionale. L’alleanza storica con le Filippine e le contese territoriali tra Manila e Pechino in quest’area hanno infatti permesso a Washington di rafforzare la propria presenza e tenere alta la pressione sulla Cina.
La decisione di liquidare il VFA è probabile sia stata presa in accordo con la Cina e, comunque, favorisce potenzialmente questo paese. Innanzitutto, l’eventuale smantellamento del trattato, come ha spiegato il comandante delle forze armate filippine, generale Felimon Santos jr., mettere in serio dubbio l’esecuzione delle esercitazioni organizzate regolarmente tra i militari del suo paese e quelli degli Stati Uniti. Questi esercizi bellici sono da sempre visti con irritazione da Pechino, perché considerati come prove generali di un’aggressione militare americana.
Un’altra implicazione esplosiva della fine del VFA l’ha descritta il ministro della Giustizia delle Filippine, Menardo Guevarra, per il quale la decisione di Duterte rischia di “svuotare di significato” gli altri due principali trattati che definiscono l’alleanza tra i due paesi. Il primo, risalente al 1951, è quello di “difesa reciproca”, che obbliga uno dei due paesi a intervenire in caso di aggressione militare ai danni dell’altro, mentre il secondo, firmato nel 2014, aveva in sostanza rafforzato la “cooperazione nell’ambito della difesa” e gettato le basi per la costruzione di basi militari USA nelle Filippine.
A spingere il governo di Rodrigo Duterte verso un evidente riallineamento strategico a favore della Cina è in larga misura l’attrazione rappresentata per un paese come le Filippine dai piani di sviluppo, di investimento e di integrazione economico-infrastrutturale di Pechino. Sia pure nei modi eccentrici con cui spesso si esprime, Duterte ha frequentemente parlato in maniera più o meno razionale in questi anni dei vantaggi per Manila del consolidamento di una partnership multilaterale con la Cina, assieme ai rischi di un muro contro muro col potente vicino, in contrapposizione a quelli decisamente meno fruttuosi offerti da Washington.
Il percorso verso lo svincolo dagli Stati Uniti resta comunque estremamente incerto e accidentato per le Filippine, non solo per via dei trattati che resteranno in vigore anche in caso di cancellazione del VFA. Nella classe dirigente filippina ci sono forti resistenze alla possibile rottura dell’alleanza con gli USA, tanto che anche l’iniziativa di questa settimana di Duterte potrebbe essere ostacolata e forse ribaltata nelle prossime settimane. In molti, ad esempio, hanno già sollevato la legittimità della decisione in assenza di un voto del parlamento. Altri ancora, anche dentro il governo del presidente, si sono affrettati a mettere in guardia dai rischi di una misura che potrebbe andare a tutto beneficio della Cina.
In particolare, le forze armate filippine hanno tradizionalmente legami molto profondi con Washington e il governo americano, fin dall’arrivo al potere di Duterte, ha puntato proprio sui vertici militari del paese asiatico per bilanciare e contenere gli impulsi filo-cinesi del presidente. Le ansie degli alti ufficiali filippini sono evidentissime, tanto che stanno già circolando voci non confermate di piani allo studio per rimuovere Duterte con la forza.
Per il momento sarà la retorica degli oppositori del presidente a tenere banco sui media e negli ambienti di potere a Manila. La minacciata cancellazione del VFA conferma ad ogni modo e di per sé il livello raggiunto dal conflitto interno prodotto dalle manovre anti-cinesi di Washington. Soprattutto, gli sviluppi di questi giorni mostrano ancora una volta come sia sempre più complicato, per le Filippine come per altri paesi coinvolti nella rivalità USA-Cina, conservare una politica estera autonoma ed equilibrata a fronte dell’intensificarsi dello scontro tra le due principali potenze economiche del pianeta.
Fonte
A inizio settimana, dunque, Duterte ha notificato alla rappresentanza diplomatica americana a Manila la sospensione unilaterale del cosiddetto “Visiting Forces Agreement” (VFA), il trattato bilaterale entrato in vigore nel 1999 che permette e regola lo stazionamento di militari USA sul territorio delle Filippine. In assenza di iniziative da parte dei due paesi, l’accordo sarà ufficialmente sciolto alla fine di un periodo di 180 giorni.
Lo stesso Duterte ha collegato la sua decisione al provvedimento preso dal governo americano per revocare il visto d’ingresso negli Stati Uniti del senatore del suo partito, Ronald dela Rosa. Ex capo della polizia filippina, quest’ultimo è implicato in un numero imprecisato di assassini extragiudiziari di presunti spacciatori nel quadro della durissima guerra al narcotraffico e al consumo di droga lanciata dal presidente dopo la sua elezione.
La misura adottata da Washington ha in realtà poco a che vedere con scrupoli per le colossali violazioni dei diritti umani del governo filippino. Infatti, l’amministrazione Obama aveva inizialmente appoggiato la campagna repressiva di Duterte, per poi cambiare idea in corrispondenza con il processo di distensione con la Cina avviato dal governo di Manila. Trump, da parte sua, aveva avuto parole di apprezzamento per la guerra alla droga di Duterte, ma gli Stati Uniti hanno continuato a sfruttare i sanguinosi eventi a essa legati per esercitare pressioni sulle Filippine in chiave anti-cinese.
La mossa di Duterte sul VFA segna fin qui il punto più basso del processo di deterioramento delle relazioni tra gli USA e la loro ex colonia asiatica. Al termine del mandato presidenziale nel 2016 del fedelissimo di Washington, Benigno Aquino, le Filippine erano tornate a guardare con interesse a Pechino, sulla scia delle politiche filo-cinesi dell’altro presidente, Gloria Macapagal Arroyo, in carica tra il 2004 e il 2010. La natura impulsiva dell’attuale presidente ha probabilmente influito sugli alti e bassi dei rapporti con l’alleato americano in questi ultimi anni. In gioco c’è però ben altro e la stessa imprevedibilità di Duterte, puntualmente enfatizzata dalla stampa ufficiale in Occidente, è in buona parte il riflesso dell’acuirsi delle tensioni geopolitiche nel sud-est asiatico.
L’infiammarsi del clima in quest’area del globo è in primo luogo il risultato del riorientamento strategico degli Stati Uniti, impegnati da qualche anno a raddoppiare gli sforzi militari, diplomatici e, in misura minore, economici per contenere la crescita e l’espansione dell’influenza cinese. In questo quadro, le Filippine rappresentano un nodo cruciale per Washington, così come per Pechino.
Il trattato sullo stazionamento delle forze armate USA nel paese-arcipelago è uno strumento importantissimo che garantisce una posizione strategicamente privilegiata per il controllo del Mar Cinese Meridionale. L’alleanza storica con le Filippine e le contese territoriali tra Manila e Pechino in quest’area hanno infatti permesso a Washington di rafforzare la propria presenza e tenere alta la pressione sulla Cina.
La decisione di liquidare il VFA è probabile sia stata presa in accordo con la Cina e, comunque, favorisce potenzialmente questo paese. Innanzitutto, l’eventuale smantellamento del trattato, come ha spiegato il comandante delle forze armate filippine, generale Felimon Santos jr., mettere in serio dubbio l’esecuzione delle esercitazioni organizzate regolarmente tra i militari del suo paese e quelli degli Stati Uniti. Questi esercizi bellici sono da sempre visti con irritazione da Pechino, perché considerati come prove generali di un’aggressione militare americana.
Un’altra implicazione esplosiva della fine del VFA l’ha descritta il ministro della Giustizia delle Filippine, Menardo Guevarra, per il quale la decisione di Duterte rischia di “svuotare di significato” gli altri due principali trattati che definiscono l’alleanza tra i due paesi. Il primo, risalente al 1951, è quello di “difesa reciproca”, che obbliga uno dei due paesi a intervenire in caso di aggressione militare ai danni dell’altro, mentre il secondo, firmato nel 2014, aveva in sostanza rafforzato la “cooperazione nell’ambito della difesa” e gettato le basi per la costruzione di basi militari USA nelle Filippine.
A spingere il governo di Rodrigo Duterte verso un evidente riallineamento strategico a favore della Cina è in larga misura l’attrazione rappresentata per un paese come le Filippine dai piani di sviluppo, di investimento e di integrazione economico-infrastrutturale di Pechino. Sia pure nei modi eccentrici con cui spesso si esprime, Duterte ha frequentemente parlato in maniera più o meno razionale in questi anni dei vantaggi per Manila del consolidamento di una partnership multilaterale con la Cina, assieme ai rischi di un muro contro muro col potente vicino, in contrapposizione a quelli decisamente meno fruttuosi offerti da Washington.
Il percorso verso lo svincolo dagli Stati Uniti resta comunque estremamente incerto e accidentato per le Filippine, non solo per via dei trattati che resteranno in vigore anche in caso di cancellazione del VFA. Nella classe dirigente filippina ci sono forti resistenze alla possibile rottura dell’alleanza con gli USA, tanto che anche l’iniziativa di questa settimana di Duterte potrebbe essere ostacolata e forse ribaltata nelle prossime settimane. In molti, ad esempio, hanno già sollevato la legittimità della decisione in assenza di un voto del parlamento. Altri ancora, anche dentro il governo del presidente, si sono affrettati a mettere in guardia dai rischi di una misura che potrebbe andare a tutto beneficio della Cina.
In particolare, le forze armate filippine hanno tradizionalmente legami molto profondi con Washington e il governo americano, fin dall’arrivo al potere di Duterte, ha puntato proprio sui vertici militari del paese asiatico per bilanciare e contenere gli impulsi filo-cinesi del presidente. Le ansie degli alti ufficiali filippini sono evidentissime, tanto che stanno già circolando voci non confermate di piani allo studio per rimuovere Duterte con la forza.
Per il momento sarà la retorica degli oppositori del presidente a tenere banco sui media e negli ambienti di potere a Manila. La minacciata cancellazione del VFA conferma ad ogni modo e di per sé il livello raggiunto dal conflitto interno prodotto dalle manovre anti-cinesi di Washington. Soprattutto, gli sviluppi di questi giorni mostrano ancora una volta come sia sempre più complicato, per le Filippine come per altri paesi coinvolti nella rivalità USA-Cina, conservare una politica estera autonoma ed equilibrata a fronte dell’intensificarsi dello scontro tra le due principali potenze economiche del pianeta.
Fonte
18/10/2017
Lo Stato Islamico sconfitto anche nelle Filippine
“Signori e Signore, dichiaro ufficialmente che la città di Marawi è stata liberata dai terroristi dello Stato Islamico” ha annunciato il presidente filippino Duterte davanti alle truppe che hanno combattuto nell’isola meridionale di Mindanao.
Una lotta combattuta per cinque mesi, dal 23 Maggio scorso, quando i miliziani jihadisti hanno fatto il loro ingresso in città sventolando le bandiere nere dell’ISIS: una battaglia che ha causato oltre 1000 morti, 400mila sfollati e la distruzione quasi totale della principale città dell’isola.
La definitiva sconfitta dei miliziani è stata possibile grazie all’uccisione, nella notte del 16, dei due leader ribelli Omar Maute, comandante dell’omonimo gruppo jihadista “Maute”, e soprattutto di Isnilon Hapilon leader incontrastato dell’organizzazione terroristica Abu Sayyaf, celebre per i numerosi attentati terroristici e per i rapimenti nei confronti anche di occidentali. Hapilon era iscritto nell’elenco dei terroristi internazionali più feroci ed era considerato da numerosi analisti come uno dei principali referenti della missione di Daesh (ISIS) per la creazione di una nuova base operativa nel Sud-Est asiatico dopo le sconfitte nei territori del califfato in Iraq e Siria.
Una vittoria, quella del presidente Duterte che, però, mette in evidenza tutte le contraddizioni e le problematiche dello stato filippino. Se da un lato l’assedio di Marawi ha contribuito ad aumentare il livello di collaborazione nella lotta all’estremismo jihadista tra le diverse intelligence indonesiane, malesi e filippine, in prima linea contro la progressiva ascesa di gruppi jihadisti nell’area, dall’altra ha mostrato le carenze di tutto l’apparato militare filippino ed il malcontento delle fasce più giovani della minoranza islamica del paese.
La principale ragione per cui l’esercito non ha avuto la meglio su un migliaio di terroristi è che non “aveva armamenti sufficienti e quelli di cui disponeva erano antiquati” secondo le parole del generale Padilla. Anche per questo motivo il presidente filippino ha progressivamente allentato i rapporti con lo storico alleato americano ed ha segnato un forte avvicinamento alla Cina. Duterte, infatti, è stato fortemente criticato dall’allora presidente degli USA, Barack Obama, per la violenta e sanguinosa lotta al narcotraffico che ha portato alla morte di oltre 10mila persone. La Cina, in cambio, ha stipulato in questi ultimi mesi numerosi accordi economici ed ha fornito ingenti quantitativi di armamenti all’esercito di Manila proprio per avere la meglio sui miliziani dell’ISIS.
Bisognerà vedere quali saranno le prossime mosse del governo centrale filippino, visto che, durante il periodo di assedio, nello scorso luglio, il presidente aveva emanato la legge marziale in tutta l’isola di Mindanao fino alla fine del 2017. Decisione che ha spinto tutte le opposizioni politiche ad organizzare numerose manifestazioni per denunciare quello che ritengono essere un chiaro abuso di potere ed una palese forma di autoritarismo da parte del presidente. “La nostra principale preoccupazione” – hanno dichiarato numerosi esponenti politici – “è che queste azioni così arroganti ci riportino ai tempi della dittatura di Marcos”.
Da parte sua Duterte ha promesso in parlamento di concedere la «Bangsamoro Basic Law», la legge che concede la possibilità di auto-governo alla popolazione musulmana del meridione ed ha promesso di riavviare i colloqui con il MILF (Moro Islamic Front) il cui intervento, a fianco delle truppe di Manila, è stato decisivo per la definitiva sconfitta delle milizie jihadiste. In questi ultimi anni la delusione del mancato accordo è stata utilizzata dai gruppi jihadisti per arruolare nuovi miliziani, grazie soprattutto alle nuove e cospicue risorse economiche provenienti dallo Stato Islamico dopo l’affiliazione dei gruppi all’Isis.
“La ricostruzione di Marawi” – come dichiarato da esponenti delle opposizioni di sinistra – “dovrà andare al di là dei lavori architettonici (in riferimento agli annunci trionfali sulla ricostruzione da parte di Duterte, ndr) e dovrà puntare a ridurre le distanze sociali ed economiche per la popolazione del sud”.
Fonte
Una lotta combattuta per cinque mesi, dal 23 Maggio scorso, quando i miliziani jihadisti hanno fatto il loro ingresso in città sventolando le bandiere nere dell’ISIS: una battaglia che ha causato oltre 1000 morti, 400mila sfollati e la distruzione quasi totale della principale città dell’isola.
La definitiva sconfitta dei miliziani è stata possibile grazie all’uccisione, nella notte del 16, dei due leader ribelli Omar Maute, comandante dell’omonimo gruppo jihadista “Maute”, e soprattutto di Isnilon Hapilon leader incontrastato dell’organizzazione terroristica Abu Sayyaf, celebre per i numerosi attentati terroristici e per i rapimenti nei confronti anche di occidentali. Hapilon era iscritto nell’elenco dei terroristi internazionali più feroci ed era considerato da numerosi analisti come uno dei principali referenti della missione di Daesh (ISIS) per la creazione di una nuova base operativa nel Sud-Est asiatico dopo le sconfitte nei territori del califfato in Iraq e Siria.
Una vittoria, quella del presidente Duterte che, però, mette in evidenza tutte le contraddizioni e le problematiche dello stato filippino. Se da un lato l’assedio di Marawi ha contribuito ad aumentare il livello di collaborazione nella lotta all’estremismo jihadista tra le diverse intelligence indonesiane, malesi e filippine, in prima linea contro la progressiva ascesa di gruppi jihadisti nell’area, dall’altra ha mostrato le carenze di tutto l’apparato militare filippino ed il malcontento delle fasce più giovani della minoranza islamica del paese.
La principale ragione per cui l’esercito non ha avuto la meglio su un migliaio di terroristi è che non “aveva armamenti sufficienti e quelli di cui disponeva erano antiquati” secondo le parole del generale Padilla. Anche per questo motivo il presidente filippino ha progressivamente allentato i rapporti con lo storico alleato americano ed ha segnato un forte avvicinamento alla Cina. Duterte, infatti, è stato fortemente criticato dall’allora presidente degli USA, Barack Obama, per la violenta e sanguinosa lotta al narcotraffico che ha portato alla morte di oltre 10mila persone. La Cina, in cambio, ha stipulato in questi ultimi mesi numerosi accordi economici ed ha fornito ingenti quantitativi di armamenti all’esercito di Manila proprio per avere la meglio sui miliziani dell’ISIS.
Bisognerà vedere quali saranno le prossime mosse del governo centrale filippino, visto che, durante il periodo di assedio, nello scorso luglio, il presidente aveva emanato la legge marziale in tutta l’isola di Mindanao fino alla fine del 2017. Decisione che ha spinto tutte le opposizioni politiche ad organizzare numerose manifestazioni per denunciare quello che ritengono essere un chiaro abuso di potere ed una palese forma di autoritarismo da parte del presidente. “La nostra principale preoccupazione” – hanno dichiarato numerosi esponenti politici – “è che queste azioni così arroganti ci riportino ai tempi della dittatura di Marcos”.
Da parte sua Duterte ha promesso in parlamento di concedere la «Bangsamoro Basic Law», la legge che concede la possibilità di auto-governo alla popolazione musulmana del meridione ed ha promesso di riavviare i colloqui con il MILF (Moro Islamic Front) il cui intervento, a fianco delle truppe di Manila, è stato decisivo per la definitiva sconfitta delle milizie jihadiste. In questi ultimi anni la delusione del mancato accordo è stata utilizzata dai gruppi jihadisti per arruolare nuovi miliziani, grazie soprattutto alle nuove e cospicue risorse economiche provenienti dallo Stato Islamico dopo l’affiliazione dei gruppi all’Isis.
“La ricostruzione di Marawi” – come dichiarato da esponenti delle opposizioni di sinistra – “dovrà andare al di là dei lavori architettonici (in riferimento agli annunci trionfali sulla ricostruzione da parte di Duterte, ndr) e dovrà puntare a ridurre le distanze sociali ed economiche per la popolazione del sud”.
Fonte
25/07/2017
Filippine tra autoritarismo presidenziale e jihadismo
Sabato scorso il Parlamento filippino ha votato a larga maggioranza la proroga definitiva della legge marziale nella regione meridionale di Mindanao fino alla fine del 2017, causando forti proteste da parte delle opposizioni.
La situazione diventa sempre più instabile nelle Filippine, dopo la crisi scoppiata il 23 Maggio scorso a Marawi, principale città dell’isola meridionale di Mindanao considerata il nuovo feudo di Daesh nel sud-est asiatico. Il bilancio, dopo 8 settimane di scontri tra l’esercito e i miliziani islamisti, è di diverse centinaia di morti ed oltre 400mila sfollati, almeno stando ai dati diffusi dal governo di Manila la scorsa settimana.
Il conflitto è scoppiato dopo un fallito blitz delle forze armate filippine per arrestare Isnilon Hapilon, ritenuto il comandante del gruppo jihadista Abu Sayyaf e considerato uno tra i terroristi più pericolosi nella galassia jihadista. I miliziani hanno attaccato la città insieme al gruppo islamista “Maute”. Entrambe i gruppi – affiliati all’ISIS – si sono macchiati, in questi ultimi anni, del sangue di numerose vittime civili in attentati o di diversi rapimenti, anche di cittadini occidentali.
Il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, ha dichiarato la “legge marziale” su tutta l’isola con l’intenzione di “poter affrontare meglio la crisi e l’assedio contro i terroristi”. L’atteggiamento del presidente – famoso ai media internazionali per la violenta e repressiva campagna contro la droga che ha già causato 10mila vittime – appare altalenante. In un primo momento, infatti, ha utilizzato il pugno duro dichiarando di non voler rinunciare all’offensiva militare contro la città finché “l’ultimo terrorista non sarà ucciso”. Successivamente, viste anche le difficoltà nel fronteggiare i gruppi jihadisti ben armati e organizzati, è apparso più conciliante tentando di avviare una mediazione con i terroristi per la liberazione degli ostaggi presi durante gli scontri.
Le prime insurrezioni da parte della popolazione musulmana – minoranza storicamente penalizzata dal governo centrale di Manila – risalgono agli anni ‘70 ed hanno causato finora più di 700mila vittime. Nel 2014 il MILF (Moro Islamic Liberation Front) ha siglato un accordo di pace con l’allora presidente Aquino, ma il Congresso di Manila non ha mai approvato la proposta di legge per l’autonomia del sud, che pure era parte integrante dell’accordo. In questi ultimi anni la delusione derivante dal mancato rispetto dell’accordo è stata utilizzata dai gruppi jihadisti per arruolare nuovi miliziani (anche malesiani, indonesiani e ceceni), grazie soprattutto alle nuove e cospicue risorse economiche messe a disposizione dallo Stato Islamico dopo l’affiliazione dei gruppi all’ISIS come riportato da un recente report dell’IPAC (Institute for Policy and Conflict) del 21 Luglio scorso.
L’atteggiamento di Duterte appare ambiguo anche per quanto riguarda le contromisure ad una crisi che potrebbe far implodere il paese. Da una parte, nel suo discorso di martedì al parlamento, ha promesso che entro un anno concederà la “Bangsamoro Basic Law”, la legge che concede la possibilità di auto-governo alla popolazione musulmana del meridione. In questa maniera, in effetti, il presidente spera di ridurre la sfiducia che la minoranza islamica ha nei confronti del governo centrale e di arginare la diffusione dell’ideologia jihadista in quel territorio. Dall’altra parte, però, lo stesso presidente ha esteso la “legge marziale” fino alla fine del 2017. Una scelta subito contestata da diverse forze politiche perché viene associata ad un progressivo abuso dei diritti costituzionali e umani, come ai tempi del regime di Marcos.
Con la proroga dello scorso fine settimana bisognerà vedere se l’estensione della legge marziale – una chiara violazione alla costituzione nazionale che lo limita a 60 giorni – verrà realmente utilizzata per contrastare il fenomeno jihadista, ormai dilagante a Mindanao, o per riportare il paese alla dittatura.
Intanto le forze guerrigliere del New People’s Army (NPA), braccio armato del Partito Comunista delle Filippine, lo scorso mercoledì hanno attaccato un convoglio militare a Marawi, aprendo un nuovo fronte per Manila e congelando, di fatto, i negoziati di pace tra governo e maoisti in corso da diverso tempo ma finora senza grandi frutti.
Fonte
La situazione diventa sempre più instabile nelle Filippine, dopo la crisi scoppiata il 23 Maggio scorso a Marawi, principale città dell’isola meridionale di Mindanao considerata il nuovo feudo di Daesh nel sud-est asiatico. Il bilancio, dopo 8 settimane di scontri tra l’esercito e i miliziani islamisti, è di diverse centinaia di morti ed oltre 400mila sfollati, almeno stando ai dati diffusi dal governo di Manila la scorsa settimana.
Il conflitto è scoppiato dopo un fallito blitz delle forze armate filippine per arrestare Isnilon Hapilon, ritenuto il comandante del gruppo jihadista Abu Sayyaf e considerato uno tra i terroristi più pericolosi nella galassia jihadista. I miliziani hanno attaccato la città insieme al gruppo islamista “Maute”. Entrambe i gruppi – affiliati all’ISIS – si sono macchiati, in questi ultimi anni, del sangue di numerose vittime civili in attentati o di diversi rapimenti, anche di cittadini occidentali.
Il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, ha dichiarato la “legge marziale” su tutta l’isola con l’intenzione di “poter affrontare meglio la crisi e l’assedio contro i terroristi”. L’atteggiamento del presidente – famoso ai media internazionali per la violenta e repressiva campagna contro la droga che ha già causato 10mila vittime – appare altalenante. In un primo momento, infatti, ha utilizzato il pugno duro dichiarando di non voler rinunciare all’offensiva militare contro la città finché “l’ultimo terrorista non sarà ucciso”. Successivamente, viste anche le difficoltà nel fronteggiare i gruppi jihadisti ben armati e organizzati, è apparso più conciliante tentando di avviare una mediazione con i terroristi per la liberazione degli ostaggi presi durante gli scontri.
Le prime insurrezioni da parte della popolazione musulmana – minoranza storicamente penalizzata dal governo centrale di Manila – risalgono agli anni ‘70 ed hanno causato finora più di 700mila vittime. Nel 2014 il MILF (Moro Islamic Liberation Front) ha siglato un accordo di pace con l’allora presidente Aquino, ma il Congresso di Manila non ha mai approvato la proposta di legge per l’autonomia del sud, che pure era parte integrante dell’accordo. In questi ultimi anni la delusione derivante dal mancato rispetto dell’accordo è stata utilizzata dai gruppi jihadisti per arruolare nuovi miliziani (anche malesiani, indonesiani e ceceni), grazie soprattutto alle nuove e cospicue risorse economiche messe a disposizione dallo Stato Islamico dopo l’affiliazione dei gruppi all’ISIS come riportato da un recente report dell’IPAC (Institute for Policy and Conflict) del 21 Luglio scorso.
L’atteggiamento di Duterte appare ambiguo anche per quanto riguarda le contromisure ad una crisi che potrebbe far implodere il paese. Da una parte, nel suo discorso di martedì al parlamento, ha promesso che entro un anno concederà la “Bangsamoro Basic Law”, la legge che concede la possibilità di auto-governo alla popolazione musulmana del meridione. In questa maniera, in effetti, il presidente spera di ridurre la sfiducia che la minoranza islamica ha nei confronti del governo centrale e di arginare la diffusione dell’ideologia jihadista in quel territorio. Dall’altra parte, però, lo stesso presidente ha esteso la “legge marziale” fino alla fine del 2017. Una scelta subito contestata da diverse forze politiche perché viene associata ad un progressivo abuso dei diritti costituzionali e umani, come ai tempi del regime di Marcos.
Con la proroga dello scorso fine settimana bisognerà vedere se l’estensione della legge marziale – una chiara violazione alla costituzione nazionale che lo limita a 60 giorni – verrà realmente utilizzata per contrastare il fenomeno jihadista, ormai dilagante a Mindanao, o per riportare il paese alla dittatura.
Intanto le forze guerrigliere del New People’s Army (NPA), braccio armato del Partito Comunista delle Filippine, lo scorso mercoledì hanno attaccato un convoglio militare a Marawi, aprendo un nuovo fronte per Manila e congelando, di fatto, i negoziati di pace tra governo e maoisti in corso da diverso tempo ma finora senza grandi frutti.
Fonte
09/02/2017
Filippine. Tregua rotta, Duterte ordina l’arresto dei leader comunisti
Nei giorni scorsi il presidente filippino Rodrigo Duterte, dopo aver fatto saltare i negoziati con la guerriglia maoista in corso da diversi mesi, ha ordinato alle forze armate e di polizia l'arresto dei leader del Partito Comunista e delle altre forze di sinistra sue alleate che erano stati liberati dal suo stesso governo per partecipare ai colloqui.
"Inizieremo a cercarli e ad arrestarli, se erano in prigione prima ed erano stati rilasciati a condizione che fossero necessari per i colloqui", ha spiegato il presidente filippino che ha bollato i suoi ex interlocutori come “terroristi”. «Ho fatto del mio meglio per fare la pace con tutti. Questi comunisti sono marmocchi viziati» ha detto ancora il presidente filippino, esortando i militari a «prepararsi a una lunga guerra» perché la pace «non arriverà durante la nostra generazione».
Il cessate il fuoco proclamato nell’agosto del 2016 dal Nuovo Esercito del Popolo e dalle forze armate in realtà era scaduto da parecchie settimane e i negoziatori maoisti del Fronte Democratico Nazionale, ombrello di organizzazioni militari, politiche, sociali, indigene e femminili che guida la ribellione contro Manila iniziata nel 1969, avevano più volte denunciato le violazioni dei militari e della polizia.
La decisione presidenziale è stata resa nota sabato scorso, 4 febbraio, dopo che tre giorni prima il Nuovo Esercito del Popolo aveva comunicato l’intenzione di interrompere, a partire dalla mezzanotte di venerdì 10 febbraio, la tregua che le due parti avevano decretato in maniera unilaterale l’estate scorsa. La guerriglia accusa da tempo Duterte di non aver rispettato l’impegno preliminare del governo di rilasciare tutti i prigionieri politici entro ottobre (circa 400 rimangono in carcere) ed ha affermato in un comunicato che il governo di Manila si è avvantaggiato a tradimento del cessate il fuoco per invadere alcuni importanti territori controllati dalla ribellione. La provocazione più grave risale al mese scorso quando in uno scontro a fuoco provocato da un’incursione dell’esercito sono morti otto soldati filippini e un guerrigliero maoista.
Negli ultimi giorni la svolta, con Duterte che ha ordinato ai suoi emissari di abbandonare Roma – dove si era svolto l’ultimo round dei colloqui dopo le tappe norvegesi – “di fare i bagagli e di tornare a casa” perché lui non è più “interessato a parlare”. A proposito del conflitto armato in corso da 50 anni tra guerriglia e forze governative Duterte ha minacciato: “Se volete continuarlo per altri 50 anni beh sarò lieto d'accontentarvi".
Intanto nei giorni scorsi Duterte ha prima coinvolto l’esercito nella cosiddetta “guerra contro la droga” che in pochi mesi ha portato all’uccisione di alcune migliaia di presunti spacciatori o consumatori di droga, e poi l’ha temporaneamente bloccata allo scopo “di fare pulizia nei settori corrotti delle forze dell’ordine”. Il presidente ha definito "corrotte fino al midollo" le forze di polizia che finora hanno condotto la “caccia ai drogati”, dopo che una serie di scandali avevano messo in evidenza il fatto che molte delle vittime della guerra proclamata da Duterte non avevano nulla a che fare né con lo spaccio né con il consumo di stupefacenti, e che molti agenti uccidevano, estorcevano e rubavano usando la cosiddetta ‘guerra alla droga’ come copertura.
"Voi poliziotti siete i più corrotti. Siete corrotti fino al midollo. E' il vostro sistema" ha tuonato Duterte attaccando gli agenti colpevoli di aver organizzato l'omicidio di un imprenditore sudcoreano nel quartier generale nazionale della polizia, aggiungendo che quasi 40% della forza di polizia conduce attività illecite.
Lo scorso 5 febbraio la potente Conferenza Episcopale delle Filippine ha emesso un duro comunicato di condanna nei confronti della cosiddetta ‘guerra alla droga’ lanciata personalmente da Duterte, accusando il suo governo di aver instaurato un “regno del terrore” in alcune regioni del paese. Secondo la Chiesa Cattolica molte delle 7000 persone finora uccise dalle forze dell’ordine non sarebbero né consumatori né trafficanti, bensì poveri o addirittura attivisti sociali e ambientalisti eliminati nell’ambito di una vera e propria guerra sporca su vasta scala. Da tempo Duterte è in contrasto con la Chiesa Cattolica e non ha risparmiato critiche al vetriolo ai sacerdoti e alla gerarchia ecclesiastica. «Io ora li sfido – aveva detto il presidente filippino – sfido la Chiesa Cattolica, sono pieni di merda e tutti appestati, dalla corruzione e da tutto» aveva detto il 24 gennaio scorso. Prima ancora Duterte aveva definito “figlio di puttana” il pontefice mentre Papa Francesco era in visita a Manila nel novembre 2015.
Fonte
"Inizieremo a cercarli e ad arrestarli, se erano in prigione prima ed erano stati rilasciati a condizione che fossero necessari per i colloqui", ha spiegato il presidente filippino che ha bollato i suoi ex interlocutori come “terroristi”. «Ho fatto del mio meglio per fare la pace con tutti. Questi comunisti sono marmocchi viziati» ha detto ancora il presidente filippino, esortando i militari a «prepararsi a una lunga guerra» perché la pace «non arriverà durante la nostra generazione».
Il cessate il fuoco proclamato nell’agosto del 2016 dal Nuovo Esercito del Popolo e dalle forze armate in realtà era scaduto da parecchie settimane e i negoziatori maoisti del Fronte Democratico Nazionale, ombrello di organizzazioni militari, politiche, sociali, indigene e femminili che guida la ribellione contro Manila iniziata nel 1969, avevano più volte denunciato le violazioni dei militari e della polizia.
La decisione presidenziale è stata resa nota sabato scorso, 4 febbraio, dopo che tre giorni prima il Nuovo Esercito del Popolo aveva comunicato l’intenzione di interrompere, a partire dalla mezzanotte di venerdì 10 febbraio, la tregua che le due parti avevano decretato in maniera unilaterale l’estate scorsa. La guerriglia accusa da tempo Duterte di non aver rispettato l’impegno preliminare del governo di rilasciare tutti i prigionieri politici entro ottobre (circa 400 rimangono in carcere) ed ha affermato in un comunicato che il governo di Manila si è avvantaggiato a tradimento del cessate il fuoco per invadere alcuni importanti territori controllati dalla ribellione. La provocazione più grave risale al mese scorso quando in uno scontro a fuoco provocato da un’incursione dell’esercito sono morti otto soldati filippini e un guerrigliero maoista.
Negli ultimi giorni la svolta, con Duterte che ha ordinato ai suoi emissari di abbandonare Roma – dove si era svolto l’ultimo round dei colloqui dopo le tappe norvegesi – “di fare i bagagli e di tornare a casa” perché lui non è più “interessato a parlare”. A proposito del conflitto armato in corso da 50 anni tra guerriglia e forze governative Duterte ha minacciato: “Se volete continuarlo per altri 50 anni beh sarò lieto d'accontentarvi".
Intanto nei giorni scorsi Duterte ha prima coinvolto l’esercito nella cosiddetta “guerra contro la droga” che in pochi mesi ha portato all’uccisione di alcune migliaia di presunti spacciatori o consumatori di droga, e poi l’ha temporaneamente bloccata allo scopo “di fare pulizia nei settori corrotti delle forze dell’ordine”. Il presidente ha definito "corrotte fino al midollo" le forze di polizia che finora hanno condotto la “caccia ai drogati”, dopo che una serie di scandali avevano messo in evidenza il fatto che molte delle vittime della guerra proclamata da Duterte non avevano nulla a che fare né con lo spaccio né con il consumo di stupefacenti, e che molti agenti uccidevano, estorcevano e rubavano usando la cosiddetta ‘guerra alla droga’ come copertura.
"Voi poliziotti siete i più corrotti. Siete corrotti fino al midollo. E' il vostro sistema" ha tuonato Duterte attaccando gli agenti colpevoli di aver organizzato l'omicidio di un imprenditore sudcoreano nel quartier generale nazionale della polizia, aggiungendo che quasi 40% della forza di polizia conduce attività illecite.
Lo scorso 5 febbraio la potente Conferenza Episcopale delle Filippine ha emesso un duro comunicato di condanna nei confronti della cosiddetta ‘guerra alla droga’ lanciata personalmente da Duterte, accusando il suo governo di aver instaurato un “regno del terrore” in alcune regioni del paese. Secondo la Chiesa Cattolica molte delle 7000 persone finora uccise dalle forze dell’ordine non sarebbero né consumatori né trafficanti, bensì poveri o addirittura attivisti sociali e ambientalisti eliminati nell’ambito di una vera e propria guerra sporca su vasta scala. Da tempo Duterte è in contrasto con la Chiesa Cattolica e non ha risparmiato critiche al vetriolo ai sacerdoti e alla gerarchia ecclesiastica. «Io ora li sfido – aveva detto il presidente filippino – sfido la Chiesa Cattolica, sono pieni di merda e tutti appestati, dalla corruzione e da tutto» aveva detto il 24 gennaio scorso. Prima ancora Duterte aveva definito “figlio di puttana” il pontefice mentre Papa Francesco era in visita a Manila nel novembre 2015.
Fonte
19/01/2017
Filippine. A Roma i negoziati tra guerriglia comunista e governo
Nel silenzio assoluto dei media italiani, è iniziato questa mattina a Roma, dopo gli incontri di Oslo, il terzo round dei negoziati di pace tra gli emissari del governo di Manila e i rappresentanti della guerriglia comunista delle Filippine.
L’insorgenza maoista denuncia che una lunga serie di violazioni da parte del governo sul fronte dei diritti umani rischia di costringere il Nuovo Esercito del Popolo a porre fine ad un cessate il fuoco siglato alla fine di agosto del 2016, ma alla vigilia della ripresa dei colloqui il consigliere del presidente Duterte, Jesus Dureza, ha sostenuto che l’esecutivo di Manila si dice ottimista e pieno di aspettative a proposito dell’andamento del nuovo round di negoziati patrocinati dalla Norvegia ed in svolgimento nella capitale italiana. “I vari problemi, anche quelli più complessi, possono essere risolti grazie all’aspirazione alla pace che accomuna entrambe le parti” ha affermato Dureza in un documento.
Uno dei capi della delegazione della guerriglia, Fidel Agcaoili, si è detto invece meno ottimista, non solo a causa della violazione da parte del governo di alcune clausole sul rispetto dei diritti umani contenute in un patto siglato nel 1998, ma anche a causa del rifiuto da parte delle autorità di liberare 400 prigionieri politici, il che per ora rende inattuabile l’estensione del ‘cessate il fuoco’.
La guerriglia ha esplicitamente accusato l’esercito di Manila di aver violato il cessate il fuoco occupando scuole, edifici pubblici ed altre installazioni civili in alcuni villaggi nelle aree dove è attiva l’insorgenza e di aver continuato le attività repressive contro persone accusate di supportare l’opposizione comunista, circostanza però negata dai comandi delle forze armate di Duterte.
Il capo delegazione Agcaoili ha inoltre espresso la propria preoccupazione per la brutale campagna lanciata ormai mesi fa dal presidente Rodrigo Duterte contro lo spaccio e il consumo delle droghe illegali, che ha portato all’uccisione di numerosi innocenti da parte delle forze dell’ordine. “Numerosi innocenti sono stati uccisi nel corso della violenta campagna ingaggiata da Duterte a causa dei brutali e indiscriminati metodi impiegati dalla polizia” sono state le precise parole utilizzate dal mediatore inviato a Roma dalla guerriglia comunista secondo la quale la priorità delle autorità filippine dovrebbe semmai diventare la lotta contro la povertà attraverso il varo di adeguate e urgenti riforme sociali ed economiche. Sarebbero proprio queste misure, insieme alla liberazione dei prigionieri politici, ad essere al centro dei colloqui che si sono aperti oggi a Roma e che si prolungheranno nei prossimi giorni.
Anche la decisione da parte del presidente e del governo di consentire a novembre la sepoltura del corpo del dittatore Ferdinando Marcos nel cimitero degli Eroi di Manila non ha certo contribuito a rasserenare il clima.
E’ la sesta volta che, dalla sua fondazione nel 1968 e dall’inizio della lotta armata nel 1969, il Partito Comunista delle Filippine conduce dei negoziati con altrettanti governi in un paese che da decenni è stato un baluardo degli interessi economici e militari degli Stati Uniti in Asia e delle politiche iperliberiste imposte dall’oligarchia al potere.
A giugno però le elezioni presidenziali sono state vinte dall’ex sindaco di Davao, il populista Duterte. Il nuovo presidente sembra aver cambiato decisamente rotta sul fronte dello schieramento internazionale, affermando la sua distanza – e inimicizia – nei confronti degli Stati Uniti, tanto da mettere apertamente in discussione la collaborazione militare con Washington, a partire dalla permanenza nell’arcipelago di numerose basi militari e navali statunitensi.
Al contempo il presidente delle Filippine ha iniziato una stretta collaborazione sia con la Cina sia con la Russia, sia sul fronte economico e commerciale sia sul fronte militare.
Secondo una stima riservata diffusa da alcuni organi di informazione, la guerriglia filippina avrebbe a disposizione alcune migliaia di combattenti e controllerebbe estese aree dell’arcipelago.
Lo strappo di Duterte rispetto agli interessi di Washington – che comprende anche il varo di alcune politiche dirette a ridurre il potere della Chiesa e a contrastare la povertà – ha convinto il Nuovo Esercito del Popolo a intavolare un nuovo processo di pace con le autorità, sperando che questa volta i colloqui vadano a buon fine e permettano il ritorno dei comunisti e delle organizzazioni sociali alleate – da sempre oggetto di una selvaggia repressione – alla legalità.
Luis Jalandoni, consulente del Fronte Democratico Nazionale (NDF), una coalizione di forze sociali, politiche, sindacali, contadine, indigene e femministe progressiste e rivoluzionarie, ha affermato che i negoziati non devono solo portare alla cessazione degli scontri armati, ma anche alla risoluzione dei problemi che sono alla radice dell’esistenza di un conflitto violento. Al tempo stesso però la guerriglia filippina tende a chiarire che, a differenza di quanto previsto negli accordi di pace siglati recentemente in Colombia dal governo Santos e dalle Farc, il Nuovo Esercito del Popolo non prevede affatto la cessione delle proprie armi alle autorità.
Nei mesi scorsi Duterte ha offerto quattro posti nel suo governo ad altrettanti esponenti del Partito Comunista, che però ha rifiutato, rimandando il tutto all'ottenimento di una soluzione politica complessiva di un conflitto che ha causato ufficialmente circa 40 mila vittime da entrambe le parti. Duterte ha però deciso di includere nel suo esecutivo, in settori chiave – lavoro, riforma agraria, politiche sociali – degli indipendenti che condividono il programma di riforme democratiche radicali difeso dal Fronte Democratico Nazionale, scegliendo i dirigenti di alcune importanti organizzazioni sociali e contadine come interlocutori privilegiati.
Fonte
L’insorgenza maoista denuncia che una lunga serie di violazioni da parte del governo sul fronte dei diritti umani rischia di costringere il Nuovo Esercito del Popolo a porre fine ad un cessate il fuoco siglato alla fine di agosto del 2016, ma alla vigilia della ripresa dei colloqui il consigliere del presidente Duterte, Jesus Dureza, ha sostenuto che l’esecutivo di Manila si dice ottimista e pieno di aspettative a proposito dell’andamento del nuovo round di negoziati patrocinati dalla Norvegia ed in svolgimento nella capitale italiana. “I vari problemi, anche quelli più complessi, possono essere risolti grazie all’aspirazione alla pace che accomuna entrambe le parti” ha affermato Dureza in un documento.
Uno dei capi della delegazione della guerriglia, Fidel Agcaoili, si è detto invece meno ottimista, non solo a causa della violazione da parte del governo di alcune clausole sul rispetto dei diritti umani contenute in un patto siglato nel 1998, ma anche a causa del rifiuto da parte delle autorità di liberare 400 prigionieri politici, il che per ora rende inattuabile l’estensione del ‘cessate il fuoco’.
La guerriglia ha esplicitamente accusato l’esercito di Manila di aver violato il cessate il fuoco occupando scuole, edifici pubblici ed altre installazioni civili in alcuni villaggi nelle aree dove è attiva l’insorgenza e di aver continuato le attività repressive contro persone accusate di supportare l’opposizione comunista, circostanza però negata dai comandi delle forze armate di Duterte.
Il capo delegazione Agcaoili ha inoltre espresso la propria preoccupazione per la brutale campagna lanciata ormai mesi fa dal presidente Rodrigo Duterte contro lo spaccio e il consumo delle droghe illegali, che ha portato all’uccisione di numerosi innocenti da parte delle forze dell’ordine. “Numerosi innocenti sono stati uccisi nel corso della violenta campagna ingaggiata da Duterte a causa dei brutali e indiscriminati metodi impiegati dalla polizia” sono state le precise parole utilizzate dal mediatore inviato a Roma dalla guerriglia comunista secondo la quale la priorità delle autorità filippine dovrebbe semmai diventare la lotta contro la povertà attraverso il varo di adeguate e urgenti riforme sociali ed economiche. Sarebbero proprio queste misure, insieme alla liberazione dei prigionieri politici, ad essere al centro dei colloqui che si sono aperti oggi a Roma e che si prolungheranno nei prossimi giorni.
Anche la decisione da parte del presidente e del governo di consentire a novembre la sepoltura del corpo del dittatore Ferdinando Marcos nel cimitero degli Eroi di Manila non ha certo contribuito a rasserenare il clima.
E’ la sesta volta che, dalla sua fondazione nel 1968 e dall’inizio della lotta armata nel 1969, il Partito Comunista delle Filippine conduce dei negoziati con altrettanti governi in un paese che da decenni è stato un baluardo degli interessi economici e militari degli Stati Uniti in Asia e delle politiche iperliberiste imposte dall’oligarchia al potere.
A giugno però le elezioni presidenziali sono state vinte dall’ex sindaco di Davao, il populista Duterte. Il nuovo presidente sembra aver cambiato decisamente rotta sul fronte dello schieramento internazionale, affermando la sua distanza – e inimicizia – nei confronti degli Stati Uniti, tanto da mettere apertamente in discussione la collaborazione militare con Washington, a partire dalla permanenza nell’arcipelago di numerose basi militari e navali statunitensi.
Al contempo il presidente delle Filippine ha iniziato una stretta collaborazione sia con la Cina sia con la Russia, sia sul fronte economico e commerciale sia sul fronte militare.
Secondo una stima riservata diffusa da alcuni organi di informazione, la guerriglia filippina avrebbe a disposizione alcune migliaia di combattenti e controllerebbe estese aree dell’arcipelago.
Lo strappo di Duterte rispetto agli interessi di Washington – che comprende anche il varo di alcune politiche dirette a ridurre il potere della Chiesa e a contrastare la povertà – ha convinto il Nuovo Esercito del Popolo a intavolare un nuovo processo di pace con le autorità, sperando che questa volta i colloqui vadano a buon fine e permettano il ritorno dei comunisti e delle organizzazioni sociali alleate – da sempre oggetto di una selvaggia repressione – alla legalità.
Luis Jalandoni, consulente del Fronte Democratico Nazionale (NDF), una coalizione di forze sociali, politiche, sindacali, contadine, indigene e femministe progressiste e rivoluzionarie, ha affermato che i negoziati non devono solo portare alla cessazione degli scontri armati, ma anche alla risoluzione dei problemi che sono alla radice dell’esistenza di un conflitto violento. Al tempo stesso però la guerriglia filippina tende a chiarire che, a differenza di quanto previsto negli accordi di pace siglati recentemente in Colombia dal governo Santos e dalle Farc, il Nuovo Esercito del Popolo non prevede affatto la cessione delle proprie armi alle autorità.
Nei mesi scorsi Duterte ha offerto quattro posti nel suo governo ad altrettanti esponenti del Partito Comunista, che però ha rifiutato, rimandando il tutto all'ottenimento di una soluzione politica complessiva di un conflitto che ha causato ufficialmente circa 40 mila vittime da entrambe le parti. Duterte ha però deciso di includere nel suo esecutivo, in settori chiave – lavoro, riforma agraria, politiche sociali – degli indipendenti che condividono il programma di riforme democratiche radicali difeso dal Fronte Democratico Nazionale, scegliendo i dirigenti di alcune importanti organizzazioni sociali e contadine come interlocutori privilegiati.
Fonte
27/10/2016
Duterte: “via le truppe Usa dalle Filippine”
Continuano le esternazioni del presidente delle Filippine Rodrigo Duterte dopo il suo viaggio in Cina di alcuni giorni fa, durante il quale aveva siglato vari accordi economici e commerciali con Pechino e annunciato la rottura della tradizionale alleanza con Washington.
E’ di nuovo nei confronti degli Stati Uniti che Duterte si è pronunciato nei giorni scorsi, chiedendo che le truppe statunitensi presenti in forze nell’arcipelago asiatico abbandonino il paese entro due anni. Duterte ha detto: "Voglio, magari nei prossimi due anni, il mio Paese libero dalla presenza di truppe militari straniere" riferendosi ovviamente alle truppe statunitensi. "Li voglio fuori e se dovrò emendare o abrogare gli accordi esecutivi, lo farò", ha aggiunto.
L’atteggiamento dell’ex sindaco di Davao rischia seriamente di mandare all’aria i piani di Washington in Estremo Oriente, in cui la presenza militare statunitense nelle Filippine rappresenta un elemento centrale nel tentativo di accerchiamento militare e diplomatico nei confronti del crescente attivismo cinese. Dopo una lunga trattativa, nel 2014 Obama era riuscito ad imporre all’allora leader filippino Aquino la firma del cosiddetto EDCA – Enhanced Defence Cooperation Agreement – un documento programmatico mirante a rafforzare la cooperazione militare tra i due paesi in continuità con il Mutual Defense Treaty del 1951. Una mossa che non era piaciuta al governo cinese, visto che nell’ambito dell’EDCA Manila aveva assicurato a Washington l’utilizzo di ben cinque basi militari – Fort Magsaysay, Basa Air Base, Mactan-Benito Ebuen Air Base, Lumbia Air Base e Antonio Bautista Air Base – che avrebbero consentito all’apparato militare statunitense di controllare una vasta porzione del Mar Cinese. Sono passati solo due anni dalla firma del documento ma sei mesi fa il populista Duterte ha stravinto le elezioni presidenziali e a Manila la musica sembra essere cambiata.
"Questi americani sono davvero matti. E' il loro stile, credono di essere qualcuno" aveva detto Duterte prima di partire per il Giappone per una visita di tre giorni dopo aver appreso dai giornali che l'assistente segretario di Stato Usa Daniel Russell ha sostenuto che la comunità di affari è preoccupato per la campagna antidroga, nella quale sono rimaste uccise dall'arrivo al potere di Duterte 3.700 persone, molte delle quali in esecuzioni extragiudiziali. Russel dice: 'I commenti di Duterte preoccupano la comunità degli affari'. Allora, fate i bagagli e andatevene. Noi ci riprenderemo, ve l'assicuro" ha replicato il capo dello stato filippino.
Poi Duterte è partito per Tokyo, allo scopo di sviluppare gli scambi commerciali con il paese, pari attualmente a vari miliardi di euro.
"Con il Giappone, uno dei principali partner delle Filippine, cercherò un sostegno e un ulteriore rafforzamento dei nostri importanti rapporti economici" ha detto all'aeroporto di Manila. "Voglio incontrare in Giappone – ha continuato – i più importanti imprenditori. Dirò loro chiaramente che le Filippine sono aperte agli affari".
Secondo vari commentatori, però, il premier nipponico Shinzo Abe tenterà di convincere il recalcitrante Rodrigo Duterte a ricucire con gli Stati Uniti, dopo le dure esternazioni del leader di Manila contro Barack Obama e la sua dichiarazione sulla "separazione" dei destini con lo storico alleato (in realtà potenza coloniale subentrata all’impero spagnolo nel controllo delle Filippine).
Secondo fonti del governo di Tokyo, riprese dall'agenzia di stampa Kyodo, Abe chiederà a Duterte di ritornare a un rapporto sereno con gli Stati Uniti, il che però allo stato appare abbastanza improbabile. Duterte ha più volte dato a Obama del "figlio di puttana" e apostrofato gli americani come "stupidi", arrivando nella sua recente visita in Cina a prospettare un rovesciamento dell'alleanza storica con Washington a favore di un nuovo asse con Pechino ed, eventualmente, con Mosca. Un approccio nuovo che l'ha portato a mettere da parte la disputa territoriale sul Mar cinese meridionale, rivendicato all'80 per cento dalla Cina, rispetto alla quale il suo predecessore Benigno Aquino aveva aperto una causa arbitrale risolta dalla Corte Internazionale dell’Aja con una sentenza favorevole a Manila ma non riconosciuta da Pechino.
Come era accaduto con la Cina, Duterte ha lungamente lodato il governo giapponese. "Il Giappone ci è stato davvero di grandissimo aiuto", ha detto, sottolineando la collaborazione sulla costruzione di un aeroporto e di alcune strade. "Il fatto è – ha continuato – che sono davvero gentili". Un modo questo, per attrarre nuovi investimenti nipponici visto il probabile calo di quelli statunitensi nel prossimo periodo. Al tempo stesso però l’endorsement di Manila nei confronti di Pechino potrebbe rappresentare un ostacolo nell’aumento dei rapporti economici con il Giappone, impegnato da tempo in un duro scontro proprio con la Cina. Forse per questo ci ha tenuto a rassicurare Abe che il rapporto tra Manila e Pechino ha un carattere esclusivamente economico: “Le Filippine – ha detto Duterte – continueranno a lavorare a stretto contatto con il Giappone su questioni di interesse comune nella regione e a sostenere i valori comuni della democrazia, dell’adesione alle leggi e della risoluzione pacifica delle dispute, inclusa quella sul Mar Cinese Meridionale.”
Fonte
E’ di nuovo nei confronti degli Stati Uniti che Duterte si è pronunciato nei giorni scorsi, chiedendo che le truppe statunitensi presenti in forze nell’arcipelago asiatico abbandonino il paese entro due anni. Duterte ha detto: "Voglio, magari nei prossimi due anni, il mio Paese libero dalla presenza di truppe militari straniere" riferendosi ovviamente alle truppe statunitensi. "Li voglio fuori e se dovrò emendare o abrogare gli accordi esecutivi, lo farò", ha aggiunto.
L’atteggiamento dell’ex sindaco di Davao rischia seriamente di mandare all’aria i piani di Washington in Estremo Oriente, in cui la presenza militare statunitense nelle Filippine rappresenta un elemento centrale nel tentativo di accerchiamento militare e diplomatico nei confronti del crescente attivismo cinese. Dopo una lunga trattativa, nel 2014 Obama era riuscito ad imporre all’allora leader filippino Aquino la firma del cosiddetto EDCA – Enhanced Defence Cooperation Agreement – un documento programmatico mirante a rafforzare la cooperazione militare tra i due paesi in continuità con il Mutual Defense Treaty del 1951. Una mossa che non era piaciuta al governo cinese, visto che nell’ambito dell’EDCA Manila aveva assicurato a Washington l’utilizzo di ben cinque basi militari – Fort Magsaysay, Basa Air Base, Mactan-Benito Ebuen Air Base, Lumbia Air Base e Antonio Bautista Air Base – che avrebbero consentito all’apparato militare statunitense di controllare una vasta porzione del Mar Cinese. Sono passati solo due anni dalla firma del documento ma sei mesi fa il populista Duterte ha stravinto le elezioni presidenziali e a Manila la musica sembra essere cambiata.
"Questi americani sono davvero matti. E' il loro stile, credono di essere qualcuno" aveva detto Duterte prima di partire per il Giappone per una visita di tre giorni dopo aver appreso dai giornali che l'assistente segretario di Stato Usa Daniel Russell ha sostenuto che la comunità di affari è preoccupato per la campagna antidroga, nella quale sono rimaste uccise dall'arrivo al potere di Duterte 3.700 persone, molte delle quali in esecuzioni extragiudiziali. Russel dice: 'I commenti di Duterte preoccupano la comunità degli affari'. Allora, fate i bagagli e andatevene. Noi ci riprenderemo, ve l'assicuro" ha replicato il capo dello stato filippino.
Poi Duterte è partito per Tokyo, allo scopo di sviluppare gli scambi commerciali con il paese, pari attualmente a vari miliardi di euro.
"Con il Giappone, uno dei principali partner delle Filippine, cercherò un sostegno e un ulteriore rafforzamento dei nostri importanti rapporti economici" ha detto all'aeroporto di Manila. "Voglio incontrare in Giappone – ha continuato – i più importanti imprenditori. Dirò loro chiaramente che le Filippine sono aperte agli affari".
Secondo vari commentatori, però, il premier nipponico Shinzo Abe tenterà di convincere il recalcitrante Rodrigo Duterte a ricucire con gli Stati Uniti, dopo le dure esternazioni del leader di Manila contro Barack Obama e la sua dichiarazione sulla "separazione" dei destini con lo storico alleato (in realtà potenza coloniale subentrata all’impero spagnolo nel controllo delle Filippine).
Secondo fonti del governo di Tokyo, riprese dall'agenzia di stampa Kyodo, Abe chiederà a Duterte di ritornare a un rapporto sereno con gli Stati Uniti, il che però allo stato appare abbastanza improbabile. Duterte ha più volte dato a Obama del "figlio di puttana" e apostrofato gli americani come "stupidi", arrivando nella sua recente visita in Cina a prospettare un rovesciamento dell'alleanza storica con Washington a favore di un nuovo asse con Pechino ed, eventualmente, con Mosca. Un approccio nuovo che l'ha portato a mettere da parte la disputa territoriale sul Mar cinese meridionale, rivendicato all'80 per cento dalla Cina, rispetto alla quale il suo predecessore Benigno Aquino aveva aperto una causa arbitrale risolta dalla Corte Internazionale dell’Aja con una sentenza favorevole a Manila ma non riconosciuta da Pechino.
Come era accaduto con la Cina, Duterte ha lungamente lodato il governo giapponese. "Il Giappone ci è stato davvero di grandissimo aiuto", ha detto, sottolineando la collaborazione sulla costruzione di un aeroporto e di alcune strade. "Il fatto è – ha continuato – che sono davvero gentili". Un modo questo, per attrarre nuovi investimenti nipponici visto il probabile calo di quelli statunitensi nel prossimo periodo. Al tempo stesso però l’endorsement di Manila nei confronti di Pechino potrebbe rappresentare un ostacolo nell’aumento dei rapporti economici con il Giappone, impegnato da tempo in un duro scontro proprio con la Cina. Forse per questo ci ha tenuto a rassicurare Abe che il rapporto tra Manila e Pechino ha un carattere esclusivamente economico: “Le Filippine – ha detto Duterte – continueranno a lavorare a stretto contatto con il Giappone su questioni di interesse comune nella regione e a sostenere i valori comuni della democrazia, dell’adesione alle leggi e della risoluzione pacifica delle dispute, inclusa quella sul Mar Cinese Meridionale.”
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21/10/2016
Pechino. Il filippino Duterte annuncia il divorzio dagli Usa
Il presidente filippino Rodrigo Duterte in visita in Cina ha annunciato ufficialmente il "divorzio" dagli Stati Uniti, tradizionali alleati e tutori di Manila. "Annuncio il mio divorzio dagli Usa", ha dichiarato tra gli applausi nel corso di un incontro a Pechino, dove Duterte è arrivato con una maxidelegazione di 400 imprenditori in cerca di contratti miliardari e di nuovi alleati.
L'annuncio, ventilato già ieri, è arrivato dopo l'incontro con il presidente cinese Xi Jinping nella Grande Sala del popolo a Piazza Tiananmen in cui entrambi hanno sottolineato un clima di reciproca fiducia e amicizia e hanno minimizzato la disputa territoriale sul Mar cinese meridionale, su cui Manila ha ottenuto una vittoria importante nel luglio scorso, che però afferma ora di non volere sfruttare. In un comunicato del ministero degli Esteri si riporta che Xi ha sottolineato che alcuni elementi di tensione tra i due paesi "dovrebbero essere temporaneamente accantonati". Una allusione, neanche troppo velata, alla disputa sulle isole Spratly e sulle installazioni militari di Pechino su questi piccoli pezzi di terra emersa, su cui secondo la Corte per l'arbitrato internazionale dell'Onu, Pechino non ha diritti storici.
Sulla questione dell'invasione della zona economica esclusiva filippina, avvenuta da parte della Cina nel 2012 e in seguito alla quale Manila aveva presentato la sua denuncia all'Onu, Duterte non ha preteso alcunché da Pechino. Il ministero degli Esteri ha reso noto che a proposito della questione Mar della Cina meridionale i due leader "hanno avuto uno scambio amichevole e franco su come risolvere dispute di rilievo" e l'incontro rappresenta "il ritorno sulla strada giusta di dialogo e consultazioni" e inoltre la Cina è pronta a "concludere accordi importanti" per cooperare nel settore della pesca.
Xi ha definito Cina e Filippine due Paesi "vicini di casa attraverso il mare" che "non hanno ragione" di avere un atteggiamento "ostile o di confronto". I due leader hanno intrattenuto colloqui "ampi" e "amichevoli", recita il comunicato ufficiale diffuso alla fine del meeting, ed hanno supervisionato la firma di 13 accordi bilaterali su business, infrastrutture e agricoltura, esattamente l'obiettivo che il populista Duterte si era prefissato alla vigilia del vertice.
Per Duterte l'incontro con Xi è stato "storico". Un atteggiamento, quello del presidente filippino, che fa il paio con le dichiarazioni offensive e al vetriolo riservate ormai da settimane, invece, al presidente degli Stati Uniti Barack Obama. "Stai nel mio Paese per tuo interesse. E' tempo di dirci addio, amico mio", ha dichiarato Duterte davanti alla comunità filippina rivolgendosi agli Usa e ripetendo poi l'offesa a Obama, definito "figlio di puttana".
Duterte ha confermato quanto espresso già nei fatti con la sospensione dei pattugliamenti congiunti tra Usa e Filippine nel Mar della Cina meridionale e la minaccia di interrompere anche le esercitazioni in quell'area, vitale e strategica per Washington. Obama negli ultimi anni, proprio in funzione anticinese, ha aumentato la propria presenza militare nei mari dell’estremo oriente ed ha tentato di coinvolgere il più possibile tutti i paesi dell’area in uno schieramento anti Pechino che però ora sembra vacillare di fronte al voltafaccia di Manila.
La Cina è "buona" e "non ha mai invaso neanche un pezzetto del mio Paese in tutti questi anni", ha dichiarato Duterte, battendo ancora sulla natura dell'alleanza con gli Usa a cui ha detto stop dopo decenni.
Duterte è arrivato al potere a giugno stravincendo le elezioni dopo una campagna in cui ha promesso di riportare l’ordine nel paese a qualsiasi costo ed ha avviato una violenta campagna antidroga, costata finora migliaia di vittime tra trafficanti, spacciatori e tossicodipendenti, in alcuni casi eliminati dalle forze di sicurezza attraverso esecuzioni extragiudiziali.
Fonte
09/09/2016
Washington e Manila tra insulti e strategie
di Michele Paris
Le frizioni tra Stati Uniti e Filippine, che animano il rapporto tra i due alleati da un paio di mesi a questa parte, sono esplose lunedì dopo che il neo-presidente dell’arcipelago del sud-est asiatico, Rodrigo Duterte, ha rivolto un “invito” a dir poco esplicito a Obama a non immischiarsi nelle drammatiche vicende interne del suo paese. Il clamoroso scontro sta impensierendo non poco il governo americano ed è il risultato del processo di revisione delle priorità strategiche filippine in corso a Manila dopo la fine della presidenza del fedelissimo di Washington, Benigno Aquino.
In una conferenza stampa alla vigilia della partenza per il vertice dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) in Laos, a Duterte è stato chiesto come avrebbe risposto a Obama se il presidente americano, nel corso di un vertice bilaterale che avrebbe dovuto tenersi il giorno successivo, avesse sollevato la questione degli assassini extra-giudiziari di presunti criminali nelle Filippine. A partire dall’insediamento di Duterte a inizio luglio, più di 2 mila persone sono state uccise sommariamente dalla polizia o da sicari nel quadro di una sorta di crociata anti-crimine promossa dallo stesso neo-presidente.
Il governo USA aveva lasciato intendere che Obama avrebbe appunto chiesto spiegazioni sulla strage in atto al presidente filippino durante l’incontro previsto in Laos. Duterte ha risposto alla domanda del giornalista, spiegando di non essere un “burattino degli Stati Uniti”, ma il “presidente di un paese sovrano”, dando sostanzialmente a Obama del “figlio di p…”.
Duterte ha chiesto anche le scuse del presidente USA per i 600 mila filippini caduti nella guerra filippino-americana all’inizio del secolo scorso, mentre ha collegato i problemi sociali e di criminalità del suo paese proprio all’eredità del periodo coloniale statunitense.
Che la campagna di assassini sommari che stanno conducendo le forze di sicurezza nelle Filippine con la benedizione del presidente Duterte sia profondamente anti-democratica e di stampo fascista è fuori discussione. Tuttavia, i crimini che ha commesso in poco più di due mesi la nuova amministrazione filippina sono ben poca cosa rispetto a quelli che hanno visto protagonisti gli Stati Uniti nella sola era di Obama.
Soprattutto, gli scrupoli di quest’ultimo, che hanno convinto la delegazione americana in Asia a cancellare l’incontro con Duterte, non hanno niente a che vedere con i diritti umani e democratici della popolazione filippina. Piuttosto, le critiche sia pure misurate rivolte a Duterte sono legate alla crescente impazienza nei confronti del presidente di un paese alleato che continua a esitare nell’allinearsi agli interessi strategici degli Stati Uniti.
Nelle intenzioni americane, Duterte avrebbe dovuto utilizzare tempestivamente la recente sentenza sfavorevole alla Cina, emessa dal Tribunale Arbitrale Permanente de L’Aja sulle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale, per aumentare le pressioni su Pechino. Al contrario, il presidente filippino ha finora tenuto una condotta prudente su questo fronte, cercando anzi di attenuare le tensioni e di promuovere le relazioni commerciali con il vicino cinese.
Questo atteggiamento ha indubbiamente irritato l’amministrazione Obama, la quale, seguendo un copione ben collaudato, ha iniziato a esprimere preoccupazione per la situazione dei diritti umani nelle Filippine, nonostante all’inizio del mandato di Duterte avesse espresso pieno appoggio alla lotta al crimine e al narco-traffico lanciata dal nuovo governo.
Agli
insulti di Duterte, il presidente americano ha comunque reagito in
maniera contenuta, almeno a livello pubblico. Obama si è limitato a
definire “pittoresco” il collega filippino, per poi precisare che il suo
staff è stato incaricato di valutare i modi e i tempi per una
“conversazione costruttiva” con Duterte. Infine, Obama non ha mancato di
mandare un avvertimento all’alleato, ricordando che la questione delle
procedure democratiche, relativamente all’operato della polizia
filippina, “sarà sollevata” in un eventuale faccia a faccia nel prossimo
futuro.
L’apparente pacatezza della risposta dell’inquilino della Casa Bianca non dipende solo dalla consapevolezza che il suo ultimo mandato sta per scadere e che anche la partnership con le Filippine dovrà essere gestita dal suo successore. Soprattutto, l’amministrazione Obama sembra ritenere che ci sia ancora spazio per imbarcare Rodrigo Duterte nel progetto strategico americano in Asia orientale, diretto al contenimento della Cina con pressioni diplomatiche e militari.
Duterte, da parte sua, ha infatti operato una parziale marcia indietro martedì, quando si è scusato con Obama per le parole pronunciate il giorno prima. Duterte ha poi assicurato di non avere alcuna intenzione di volersi confrontare con “il più potente presidente del pianeta”.
In generale, i messaggi provenienti da Manila in questi mesi sono stati spesso ambigui. Alle prese di posizione pubbliche di Duterte contro gli Stati Uniti e alle iniziative per favorire la distensione dei rapporti con la Cina, il governo filippino ha alternato dichiarazioni ostili nei confronti di Pechino.
In questo gioco delle parti, è stato in particolare il ministro degli Esteri, Perfecto Yasay, a prendere frequentemente le parti degli Stati Uniti. Nei giorni scorsi, ad esempio, il capo della diplomazia filippina aveva convocato l’ambasciatore cinese a Manila per chiedere spiegazioni sulla presenza di un’imbarcazione della guardia costiera di Pechino nelle acque contese dell’atollo di Scarborough, nel Mar Cinese Meridionale.
Duterte, da parte sua, ha espresso il proprio appoggio al discusso trattato, firmato dalla precedente amministrazione Aquino, che consente alle forze armate USA di tornare a occupare alcune basi militari in territorio filippino.
Gli Stati Uniti temono in ogni caso che anche le Filippine possano sfuggire al controllo americano sotto la spinta di interessi economici che pendono decisamente in favore della Cina. Pechino ha d’altra parte già offerto ingenti progetti di investimento al paese-arcipelago, evidentemente legati all’ammorbidimento delle posizioni di Manila sulla contese territoriali alimentate invece da Washington.
Già i prossimi mesi chiariranno forse le intenzioni del nuovo governo filippino, con il presidente Duterte che, dopo avere nominato uno dei suoi predecessori, Fidel Ramos, a inviato speciale per i negoziati con Pechino, si recherà in visita ufficiale in Cina prima della fine dell’anno.
Se
l’impegno americano in Asia orientale in funzione anti-cinese appare
massimo, i risultati incassati in questi ultimi anni non sembrano
delineare un’espansione significativa dell’influenza degli Stati Uniti.
Anzi, numerose circostanze indicano un inesorabile indebolimento della
posizione di Washington e il venir meno della capacità americana di
indirizzare gli eventi secondo i propri interessi.
Significativo in questo senso è ad esempio il tentativo, frustrato da anni, di inserire in un comunicato ufficiale dell’ASEAN una qualche dichiarazione che punti il dito contro la Cina nelle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale. La stessa ratifica dell’impopolare trattato di libero scambio TPP (Partnership Trans Pacifica) tra una dozzina di paesi asiatici e del continente americano continua inoltre a essere bloccata dal Congresso USA.
L’eventuale naufragio di un trattato che è costato enormi sforzi diplomatici e parecchio capitale politico a molti governi, a cominciare da quello dell’alleato giapponese, rischia di dare un colpo letale alla residua credibilità degli Stati Uniti in Asia.
Il fallimento del TPP aprirebbe ulteriormente la strada alle iniziative di integrazione continentale promosse dalla Cina e già in grado di riscuotere un vasto successo, lasciando gli Stati Uniti a contare ancor più sulla dimensione militare per mantenere in vita quel che resta del miraggio di un mondo unipolare sotto il controllo di Washington.
Fonte
Le frizioni tra Stati Uniti e Filippine, che animano il rapporto tra i due alleati da un paio di mesi a questa parte, sono esplose lunedì dopo che il neo-presidente dell’arcipelago del sud-est asiatico, Rodrigo Duterte, ha rivolto un “invito” a dir poco esplicito a Obama a non immischiarsi nelle drammatiche vicende interne del suo paese. Il clamoroso scontro sta impensierendo non poco il governo americano ed è il risultato del processo di revisione delle priorità strategiche filippine in corso a Manila dopo la fine della presidenza del fedelissimo di Washington, Benigno Aquino.
In una conferenza stampa alla vigilia della partenza per il vertice dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) in Laos, a Duterte è stato chiesto come avrebbe risposto a Obama se il presidente americano, nel corso di un vertice bilaterale che avrebbe dovuto tenersi il giorno successivo, avesse sollevato la questione degli assassini extra-giudiziari di presunti criminali nelle Filippine. A partire dall’insediamento di Duterte a inizio luglio, più di 2 mila persone sono state uccise sommariamente dalla polizia o da sicari nel quadro di una sorta di crociata anti-crimine promossa dallo stesso neo-presidente.
Il governo USA aveva lasciato intendere che Obama avrebbe appunto chiesto spiegazioni sulla strage in atto al presidente filippino durante l’incontro previsto in Laos. Duterte ha risposto alla domanda del giornalista, spiegando di non essere un “burattino degli Stati Uniti”, ma il “presidente di un paese sovrano”, dando sostanzialmente a Obama del “figlio di p…”.
Duterte ha chiesto anche le scuse del presidente USA per i 600 mila filippini caduti nella guerra filippino-americana all’inizio del secolo scorso, mentre ha collegato i problemi sociali e di criminalità del suo paese proprio all’eredità del periodo coloniale statunitense.
Che la campagna di assassini sommari che stanno conducendo le forze di sicurezza nelle Filippine con la benedizione del presidente Duterte sia profondamente anti-democratica e di stampo fascista è fuori discussione. Tuttavia, i crimini che ha commesso in poco più di due mesi la nuova amministrazione filippina sono ben poca cosa rispetto a quelli che hanno visto protagonisti gli Stati Uniti nella sola era di Obama.
Soprattutto, gli scrupoli di quest’ultimo, che hanno convinto la delegazione americana in Asia a cancellare l’incontro con Duterte, non hanno niente a che vedere con i diritti umani e democratici della popolazione filippina. Piuttosto, le critiche sia pure misurate rivolte a Duterte sono legate alla crescente impazienza nei confronti del presidente di un paese alleato che continua a esitare nell’allinearsi agli interessi strategici degli Stati Uniti.
Nelle intenzioni americane, Duterte avrebbe dovuto utilizzare tempestivamente la recente sentenza sfavorevole alla Cina, emessa dal Tribunale Arbitrale Permanente de L’Aja sulle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale, per aumentare le pressioni su Pechino. Al contrario, il presidente filippino ha finora tenuto una condotta prudente su questo fronte, cercando anzi di attenuare le tensioni e di promuovere le relazioni commerciali con il vicino cinese.
Questo atteggiamento ha indubbiamente irritato l’amministrazione Obama, la quale, seguendo un copione ben collaudato, ha iniziato a esprimere preoccupazione per la situazione dei diritti umani nelle Filippine, nonostante all’inizio del mandato di Duterte avesse espresso pieno appoggio alla lotta al crimine e al narco-traffico lanciata dal nuovo governo.
L’apparente pacatezza della risposta dell’inquilino della Casa Bianca non dipende solo dalla consapevolezza che il suo ultimo mandato sta per scadere e che anche la partnership con le Filippine dovrà essere gestita dal suo successore. Soprattutto, l’amministrazione Obama sembra ritenere che ci sia ancora spazio per imbarcare Rodrigo Duterte nel progetto strategico americano in Asia orientale, diretto al contenimento della Cina con pressioni diplomatiche e militari.
Duterte, da parte sua, ha infatti operato una parziale marcia indietro martedì, quando si è scusato con Obama per le parole pronunciate il giorno prima. Duterte ha poi assicurato di non avere alcuna intenzione di volersi confrontare con “il più potente presidente del pianeta”.
In generale, i messaggi provenienti da Manila in questi mesi sono stati spesso ambigui. Alle prese di posizione pubbliche di Duterte contro gli Stati Uniti e alle iniziative per favorire la distensione dei rapporti con la Cina, il governo filippino ha alternato dichiarazioni ostili nei confronti di Pechino.
In questo gioco delle parti, è stato in particolare il ministro degli Esteri, Perfecto Yasay, a prendere frequentemente le parti degli Stati Uniti. Nei giorni scorsi, ad esempio, il capo della diplomazia filippina aveva convocato l’ambasciatore cinese a Manila per chiedere spiegazioni sulla presenza di un’imbarcazione della guardia costiera di Pechino nelle acque contese dell’atollo di Scarborough, nel Mar Cinese Meridionale.
Duterte, da parte sua, ha espresso il proprio appoggio al discusso trattato, firmato dalla precedente amministrazione Aquino, che consente alle forze armate USA di tornare a occupare alcune basi militari in territorio filippino.
Gli Stati Uniti temono in ogni caso che anche le Filippine possano sfuggire al controllo americano sotto la spinta di interessi economici che pendono decisamente in favore della Cina. Pechino ha d’altra parte già offerto ingenti progetti di investimento al paese-arcipelago, evidentemente legati all’ammorbidimento delle posizioni di Manila sulla contese territoriali alimentate invece da Washington.
Già i prossimi mesi chiariranno forse le intenzioni del nuovo governo filippino, con il presidente Duterte che, dopo avere nominato uno dei suoi predecessori, Fidel Ramos, a inviato speciale per i negoziati con Pechino, si recherà in visita ufficiale in Cina prima della fine dell’anno.
Significativo in questo senso è ad esempio il tentativo, frustrato da anni, di inserire in un comunicato ufficiale dell’ASEAN una qualche dichiarazione che punti il dito contro la Cina nelle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale. La stessa ratifica dell’impopolare trattato di libero scambio TPP (Partnership Trans Pacifica) tra una dozzina di paesi asiatici e del continente americano continua inoltre a essere bloccata dal Congresso USA.
L’eventuale naufragio di un trattato che è costato enormi sforzi diplomatici e parecchio capitale politico a molti governi, a cominciare da quello dell’alleato giapponese, rischia di dare un colpo letale alla residua credibilità degli Stati Uniti in Asia.
Il fallimento del TPP aprirebbe ulteriormente la strada alle iniziative di integrazione continentale promosse dalla Cina e già in grado di riscuotere un vasto successo, lasciando gli Stati Uniti a contare ancor più sulla dimensione militare per mantenere in vita quel che resta del miraggio di un mondo unipolare sotto il controllo di Washington.
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