Una decisione presa questa settimana dal presidente delle Filippine,
Rodrigo Duterte, ha confermato come molti paesi alleati degli Stati
Uniti continuino ad attraversare un periodo di turbolenza strategica
principalmente a causa delle tensioni crescenti tra Washington e
Pechino. Il governo di Manila ha effettuato cioè una nuova giravolta,
sospendendo un processo innescato meno di quattro mesi fa che avrebbe
costretto i militari americani ad abbandonare il territorio del
paese-arcipelago.
Al cento della vicenda c’è il cosiddetto “Visiting Forces Agreement”
(VFA), ovvero l’accordo bilaterale del 1998 che aveva fissato le basi
legali della presenza di soldati americani nelle Filippine, sia pure su
base formalmente temporanea e “a rotazione”. Questo accordo era stato
stipulato tra i due storici alleati per annullare di fatto gli effetti
della precedente decisione delle Filippine di chiudere tutte le basi
militari permanenti dell’ex potenza coloniale in conseguenza dell’ondata
di anti-americanismo che aveva attraversato il paese all’inizio degli
anni '90. A livello ufficiale, il VFA serviva invece ad assicurare
l’implementazione del Trattato di Mutua Difesa, sottoscritto tra i due
paesi nel 1951.
Duterte aveva annunciato la cessazione del VFA nel mese di febbraio,
subito dopo la decisione del governo di Washington di cancellare il
visto d’ingresso negli Stati Uniti di alcuni funzionari e politici
filippini accusati di violazione dei diritti umani, tra cui il senatore
Ronald dela Rosa, stretto alleato del presidente. L’iniziativa non era
comunque una risposta istintiva alla provocazione americana, ma il
culmine del rimescolamento strategico perseguito da Duterte fin dalla
sua elezione nel 2016 e che ha portato a un certo allentamento delle
tensioni tra le Filippine e la Cina.
La fine del VFA avrebbe dovuto diventare effettiva il 9 agosto
prossimo, al termine del periodo di 180 giorni previsto a partire dalla
notifica ufficiale di uno dei due paesi firmatari. È facilmente
ipotizzabile che su Duterte ci siano state pressioni enormi per
convincerlo a tornare sui propri passi. Questo accordo è d’altra parte
un elemento cruciale nei piani americani di contrasto e contenimento
della Cina, visto che assicura una presenza militare massiccia e
continuativa in un paese collocato in posizione strategica in caso di
conflitto con Pechino.
Il VFA permette anche agli Stati Uniti di programmare esercitazioni
militari e altre attività marittime congiunte con le forze armate
filippine, considerate come una provocazione dal governo cinese.
L’importanza del trattato bilaterale ha quindi con ogni probabilità
fatto scattare l’allarme a Washington nel momento in cui Duterte ne
aveva deciso la revoca.
Le pressioni statunitensi si sono poi sommate a quelle provenienti
dall’interno della classe dirigente filippina, dove in molti non solo
all’opposizione ma anche nello stesso governo del presidente continuano a
chiedere il mantenimento di una politica estera allineata alle
posizioni del principale alleato di Manila. A riprova di ciò,
recentemente il ministro della Difesa, Delfin Lorenzana, aveva affermato
in un’audizione al Senato che il VFA restava un elemento centrale per
la sicurezza delle Filippine, a suo dire indispensabile soprattutto per
ottenere assistenza immediata in caso di calamità naturali.
Altri politici vicini a Duterte avevano poi appoggiato una richiesta
dei senatori dell’opposizione per costringere il presidente a sottoporre
la sospensione del VFA al giudizio del Parlamento. Per ottenere ciò,
alcuni senatori a inizio marzo si erano anche rivolti alla Corte
Suprema, il cui parere non è però ancora stato espresso. Duterte era ben
consapevole di queste resistenze e aveva allora optato per
l’abrogazione del trattato tramite decreto presidenziale, assumendosi il
rischio di una lunga contesa legale.
Molti commentatori in questi giorni hanno ricondotto la decisione di
Duterte alle recenti manovre di Pechino nel Mar Cinese Meridionale, dove
i due paesi sono coinvolti in contese territoriali, spesso alimentate
da Washington, che negli ultimi anni sono state motivo di pericolosi
scontri. Nella lettera con cui il ministro degli Esteri filippino,
Teodoro Locsin, ha informato l’ambasciata americana della decisione di
Duterte di tenere in vita il VFA si fa riferimento infatti agli ultimi
“sviluppi politici e d’altro genere nella regione”.
Parlando mercoledì ai giornalisti, lo stesso ministro è stato anche
più esplicito, quando ha sostenuto che la mossa di questa settimana per
mantenere la presenza di militari USA nelle Filippine è da collegare
alla “escalation di tensioni tra le [due] superpotenze”. Per il ministro
della Difesa Lorenzana, invece, il presidente avrebbe valutato
“inopportuno” cancellare l’accordo con gli USA nel pieno dell’epidemia
di Coronavirus.
In effetti, nelle ultime settimane si sono verificati alcuni fatti
che devono avere creato una certa ansia a Manila. Ad aprile era
circolata ad esempio la notizia che il governo Duterte nel mese di
febbraio era ricorso ai canali diplomatici per protestare contro
Pechino, dopo che una nave militare cinese aveva puntato le proprie armi
contro un’imbarcazione filippina nelle isole Spratly, rivendicate da
entrambi i paesi. I diplomatici filippini avevano anche espresso
solidarietà al Vietnam dopo l’affondamento da parte cinese di un
peschereccio di questo paese.
La questione più preoccupante per Manila e Washington può essere in ogni
caso la possibile decisione della Cina di dichiarare una Zona di
Identificazione di Difesa Aerea (ADIZ) nel Mar Cinese Meridionale che
vada a sovrapporsi alla Zona Economica Esclusiva delle Filippine. Questa
misura limiterebbe i movimenti aerei in una regione già caldissima, con
conseguenze difficili da calcolare. Per questo motivo, Pechino ha
finora esitato a muoversi in questa direzione, ma è possibile che il
recente consolidamento delle posizioni militari cinesi nell’area contesa
renda a breve fattibile e, soprattutto, difendibile l’istituzione di
un’ADIZ.
La salvaguardia del VFA da parte di Duterte permette senza dubbio
alla Casa Bianca di tirare un sospiro di sollievo. Tuttavia, il futuro
della partnership strategica tra USA e Filippine non può essere dato per
scontato. Ulteriori scosse sono anzi probabili, in particolare se si
tiene conto del peso che avranno in ambito economico e commerciale i
richiami cinesi per Manila nella fase post-Coronavirus.
Se i tempi di preavviso necessari per affondare il trattato del 1998
rendono improbabile un nuovo voltafaccia da parte di Duterte prima della
fine del suo mandato nel 2022, lo stesso presidente non ha mancato di
mettere sull’attenti gli alleati americani. Infatti, giovedì il
portavoce di Duterte ha chiarito la posizione ufficiale del presidente,
per il quale il processo di revoca del VFA, con la conseguente fine
della presenza militare americana sul territorio delle Filippine,
sarebbe solo sospeso, visto che resta uno degli obiettivi primari della
politica estera dell’attuale amministrazione.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento