Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/06/2026
14/05/2026
Affaristi vs statisti, il tavolo di Pechino
Volare alto quando hai davanti degli struzzi. È l’effetto che fa leggere i resoconti del discorso fatto da Xi Jinping stamattina accogliendo ufficialmente la delegazione statunitense guidata da Trump.
Non c’è osservatore nel mondo che ignori quanto sia pericoloso – per tutto il Pianeta, non solo per Cina e Usa – che le due principali superpotenze entrino in conflitto. Ma ben pochi sanno cosa si può fare per evitarlo. Non è un problema di intelligenza, ma di modelli di pensiero. Chi è cresciuto con il dogma della “competitività” nella testa difficilmente può superare, o concretamente evitare, l’esito bipolare nascosto nelle premesse: vincere o morire. Il che, trattandosi di potenze nucleari, non è per nulla auspicabile.
A Pechino, però, il mismatch tra le due delegazioni è davvero impietoso. Da un lato i padroni di casa, quasi tutti ingegneri, frutto di una selezione severa fondata su criteri che collegano la prassi dei partiti comunisti con l’esperienza millenaria di “armoniosa amministrazione” confuciana. Dall’altra una banda di affaristi improvvisati come “statisti”, convinti che il miglior affare si fa quando riesci a fregare l’altro, o a cancellarlo dalla faccia della Terra.
Lo sconforto della ragione si fa strada quando Xi Jinping sciorina concetti per nulla nuovi, ma che assumono una maggiore profondità quando sono accompagnati – come in questo caso – dalla possibilità di fare quello che si dice (al contrario, insomma, di commentatori anche molto preparati, ma senza alcun potere).
“Se la Cina e gli Stati Uniti riusciranno a superare la cosiddetta trappola di Tucidide e ad inaugurare un nuovo paradigma nelle relazioni tra le grandi potenze; se saremo in grado di unire le forze per affrontare le sfide globali e infondere maggiore stabilità nel mondo; se saremo in grado di rispondere al benessere dei nostri due popoli e al futuro e al destino dell’umanità, e di creare insieme un futuro radioso per le relazioni bilaterali: queste, si potrebbe dire, sono domande di storia, domande del mondo e domande dei popoli. Sono anche le risposte della nostra epoca, a cui io e voi, in quanto leader di grandi nazioni, dobbiamo rispondere insieme”.
Il senso della Storia a fronte dell’insider trading di borsa per speculare sulle proprie stesse dichiarazioni, pochi minuti prima di aprire bocca e fare cambiare l’orientamento di giornata dei “mercati”. Squilibrio assoluto, che solo un miracolo potrebbe sanare.
Lo si capisce dallo sguardo sperduto di “Narco” Rubio che, come quello di un turista intimidito, vaga per il soffitto istoriato della Grande Sala del Popolo di Pechino. Inutile cercare qualcosa in quello abitualmente vuoto o invasato di Hegseth, oppure di Trump, più volte sull’orlo della “pennica”.
La Cina di Xi Jinping, però, a sua volta non ha alternative. O riesce a “far ragionare” questa amministrazione Usa “comprendendo” i suoi interessi e le sue mosse all’interno della propria visione strategica di lungo periodo, oppure sarà costretta ad un futuro di conflitti che non vuole perché non le servono.
L’approccio win-win, reciprocamente vantaggioso, che Pechino propone a tutti i partner con cui stringe accordi viene insomma offerto anche agli Stati Uniti. Nella speranza che venga capito, o che almeno gli accordi concreti e i contratti che verranno firmati costituiscano una cornice capace di trattenere i peggiori “spiriti animali” della superpotenza che vede sfuggirsi di mano molti primati.
Xi ha citato ovviamente il nodo di Taiwan come ostacolo che potrebbe far deragliare il treno della “collaborazione” tra i due paesi (e sistemi di vita). L’isola è dal 1949 “l’altra Cina”, rifugio dei nazionalisti del Kuo Mintang sconfitti sulla terraferma, nel tempo trasformatasi in propaggine statunitense con grande specializzazione nella produzione di chip. Pechino non ha mai smesso di considerarla una “frattura” da ricomporre, come avvenuto per Hong Kong (protettorato britannico fin dai tempi della “guerra dell’oppio”), possibilmente con le buone.
Ma i problemi che possono crescere sono numerosi, a partire ovviamente dalla guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, paese che esporta buona parte del suo petrolio proprio in Cina, entrato a far parte dei Brics+ e con cui Pechino ha da poco inaugurato una ferrovie di oltre 10.000 chilometri per moltiplicare l’interscambio accorciando tempi di trasporto e molteplici “strozzature” (lo stretto di Malacca, oltre quello di Hormuz) politicamente incerte.
Trump si è portato dietro una pattuglia di amministratori delegati finanziari e delle Big-Tech – Musk, Tim Cook (Apple), Larry Fink (BlackRock), Dina Powell McCormick (Meta), ‘Mr Nvidia’ Jensen Huang e altri – alcuni dei quali hanno contenziosi aperti con Pechino (acquisizioni reciprocamente negate di società ritenute “strategiche”). E chiede apertura del mercato cinese per i loro prodotti e servizi.
Ma è partito inseguito dal lamento disperato dei produttori di automobili: “Se alle case automobilistiche cinesi fosse consentito di spedire le loro scorte in eccesso negli Stati Uniti, la nostra catena di approvvigionamento automobilistica collasserebbe sotto il peso di questi veicoli invenduti”, ha dichiarato Scott Paul, presidente dell’AAM (Alliance for American Manifacturing).
Ottenere “aperture” proponendo “chiusure” protezionistiche non sembra proprio conseguente... Anche se l’automobile non è certamente il settore decisivo per la competizione futura, resta pur sempre rilevante per i livelli occupazionali interni e forse soprattutto per l’immaginario dell’“identità” americana. Già hanno fatto fatica a digerire le auto giapponesi e coreane, con quelle cinesi potrebbe arrivare la mazzata finale.
L’unico accordo pressoché fatto, prima del vertice, riguardava l’acquisto da parte cinese di un discreto quantitativo di aerei Boeing per l’aviazione civile. Qualche affare, nessuna visione strategica – persino “egemonica” – in grado di provare a guidare il mondo. Questa è l’America degli ultimi 30 anni.
E la Storia, come sempre, fa valere una sua antica legge: il dominante, nel momento del suo declino, seleziona la classe dirigente peggiore. Quella che ne accelera la caduta. Purtroppo non sono soltanto “affari suoi”, ma di tutto il mondo.
Fonte
Non c’è osservatore nel mondo che ignori quanto sia pericoloso – per tutto il Pianeta, non solo per Cina e Usa – che le due principali superpotenze entrino in conflitto. Ma ben pochi sanno cosa si può fare per evitarlo. Non è un problema di intelligenza, ma di modelli di pensiero. Chi è cresciuto con il dogma della “competitività” nella testa difficilmente può superare, o concretamente evitare, l’esito bipolare nascosto nelle premesse: vincere o morire. Il che, trattandosi di potenze nucleari, non è per nulla auspicabile.
A Pechino, però, il mismatch tra le due delegazioni è davvero impietoso. Da un lato i padroni di casa, quasi tutti ingegneri, frutto di una selezione severa fondata su criteri che collegano la prassi dei partiti comunisti con l’esperienza millenaria di “armoniosa amministrazione” confuciana. Dall’altra una banda di affaristi improvvisati come “statisti”, convinti che il miglior affare si fa quando riesci a fregare l’altro, o a cancellarlo dalla faccia della Terra.
Lo sconforto della ragione si fa strada quando Xi Jinping sciorina concetti per nulla nuovi, ma che assumono una maggiore profondità quando sono accompagnati – come in questo caso – dalla possibilità di fare quello che si dice (al contrario, insomma, di commentatori anche molto preparati, ma senza alcun potere).
“Se la Cina e gli Stati Uniti riusciranno a superare la cosiddetta trappola di Tucidide e ad inaugurare un nuovo paradigma nelle relazioni tra le grandi potenze; se saremo in grado di unire le forze per affrontare le sfide globali e infondere maggiore stabilità nel mondo; se saremo in grado di rispondere al benessere dei nostri due popoli e al futuro e al destino dell’umanità, e di creare insieme un futuro radioso per le relazioni bilaterali: queste, si potrebbe dire, sono domande di storia, domande del mondo e domande dei popoli. Sono anche le risposte della nostra epoca, a cui io e voi, in quanto leader di grandi nazioni, dobbiamo rispondere insieme”.
Il senso della Storia a fronte dell’insider trading di borsa per speculare sulle proprie stesse dichiarazioni, pochi minuti prima di aprire bocca e fare cambiare l’orientamento di giornata dei “mercati”. Squilibrio assoluto, che solo un miracolo potrebbe sanare.
Lo si capisce dallo sguardo sperduto di “Narco” Rubio che, come quello di un turista intimidito, vaga per il soffitto istoriato della Grande Sala del Popolo di Pechino. Inutile cercare qualcosa in quello abitualmente vuoto o invasato di Hegseth, oppure di Trump, più volte sull’orlo della “pennica”.
La Cina di Xi Jinping, però, a sua volta non ha alternative. O riesce a “far ragionare” questa amministrazione Usa “comprendendo” i suoi interessi e le sue mosse all’interno della propria visione strategica di lungo periodo, oppure sarà costretta ad un futuro di conflitti che non vuole perché non le servono.
L’approccio win-win, reciprocamente vantaggioso, che Pechino propone a tutti i partner con cui stringe accordi viene insomma offerto anche agli Stati Uniti. Nella speranza che venga capito, o che almeno gli accordi concreti e i contratti che verranno firmati costituiscano una cornice capace di trattenere i peggiori “spiriti animali” della superpotenza che vede sfuggirsi di mano molti primati.
Xi ha citato ovviamente il nodo di Taiwan come ostacolo che potrebbe far deragliare il treno della “collaborazione” tra i due paesi (e sistemi di vita). L’isola è dal 1949 “l’altra Cina”, rifugio dei nazionalisti del Kuo Mintang sconfitti sulla terraferma, nel tempo trasformatasi in propaggine statunitense con grande specializzazione nella produzione di chip. Pechino non ha mai smesso di considerarla una “frattura” da ricomporre, come avvenuto per Hong Kong (protettorato britannico fin dai tempi della “guerra dell’oppio”), possibilmente con le buone.
Ma i problemi che possono crescere sono numerosi, a partire ovviamente dalla guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, paese che esporta buona parte del suo petrolio proprio in Cina, entrato a far parte dei Brics+ e con cui Pechino ha da poco inaugurato una ferrovie di oltre 10.000 chilometri per moltiplicare l’interscambio accorciando tempi di trasporto e molteplici “strozzature” (lo stretto di Malacca, oltre quello di Hormuz) politicamente incerte.
Trump si è portato dietro una pattuglia di amministratori delegati finanziari e delle Big-Tech – Musk, Tim Cook (Apple), Larry Fink (BlackRock), Dina Powell McCormick (Meta), ‘Mr Nvidia’ Jensen Huang e altri – alcuni dei quali hanno contenziosi aperti con Pechino (acquisizioni reciprocamente negate di società ritenute “strategiche”). E chiede apertura del mercato cinese per i loro prodotti e servizi.
Ma è partito inseguito dal lamento disperato dei produttori di automobili: “Se alle case automobilistiche cinesi fosse consentito di spedire le loro scorte in eccesso negli Stati Uniti, la nostra catena di approvvigionamento automobilistica collasserebbe sotto il peso di questi veicoli invenduti”, ha dichiarato Scott Paul, presidente dell’AAM (Alliance for American Manifacturing).
Ottenere “aperture” proponendo “chiusure” protezionistiche non sembra proprio conseguente... Anche se l’automobile non è certamente il settore decisivo per la competizione futura, resta pur sempre rilevante per i livelli occupazionali interni e forse soprattutto per l’immaginario dell’“identità” americana. Già hanno fatto fatica a digerire le auto giapponesi e coreane, con quelle cinesi potrebbe arrivare la mazzata finale.
L’unico accordo pressoché fatto, prima del vertice, riguardava l’acquisto da parte cinese di un discreto quantitativo di aerei Boeing per l’aviazione civile. Qualche affare, nessuna visione strategica – persino “egemonica” – in grado di provare a guidare il mondo. Questa è l’America degli ultimi 30 anni.
E la Storia, come sempre, fa valere una sua antica legge: il dominante, nel momento del suo declino, seleziona la classe dirigente peggiore. Quella che ne accelera la caduta. Purtroppo non sono soltanto “affari suoi”, ma di tutto il mondo.
Fonte
13/05/2026
Trump a Pechino, cappello in mano e chiacchiere
Il vertice più importante è anche quello più squilibrato. E il soggetto debole stavolta sono gli Stati Uniti.
Aggressività militare a parte, che ormai è quasi l’unica “specialità della casa”, Washington arranca un po’ in tutti i campi. A voler essere precisi, sta vedendo la Cina in corsia di sorpasso viaggiare a velocità doppia e non riesce a cambiare marcia. Prova a “tenere la posizione” – come nelle gare automobilistiche – con manovre al limite dello scontro (dazi, sanzioni, ecc), che hanno comunque il fiato corto.
Trump si presenta a Pechino con un bilancio di politica estera deficitario quanto a risultati e indigesto quanto a princìpi. La sua aggressività, infatti, ha prodotto un solo risultato di rilievo: il rapimento del presidente venezuelano Maduro, condannato da quasi tutto il mondo (col silenzio dell’Europa) e soprattutto dalla Cina, che ha adottato come regola ferrea la non interferenza negli affari interni di altri paesi, qualsiasi sia il loro regime politico o economico.
L’attacco all’Iran, in particolare, è esplicitamente un attacco anche al sistema di relazioni che vede Pechino al centro di uno schieramento economico-commerciale – i Brics – praticamente alternativo allo “scambio ineguale” gestito dagli Usa. Tehran ne fa parte, come peraltro anche l’Arabia Saudita, e le conseguenze della guerra di certo non fanno un piacere al Celeste Impero.
Ma neanche a Washington. Proprio mentre saliva sulla scaletta dell’aereo Trump è stato salutato dai dati sull’inflazione, salita al 3,8% in aprile a causa soprattutto dell’esplosione del prezzo dei carburanti. Ovvia derivazione della dinamica di petrolio e gas. Anche se gli Usa sono autosufficienti (anzi, addirittura esportatori netti) in fatto di idrocarburi, il prezzo internazionale si è riversato comunque su quelli alla pompa, erodendo significativamente il reddito di cittadini già alle prese con salari che non tengono più il passo.
“Le famiglie americane continuano a subire il peso dell’aumento dei costi energetici, che si aggiunge all’ondata di inflazione affrontata dalla pandemia in poi”, riferisce il sito di notizie Axios. “Inoltre, con lo Stretto di Hormuz ancora di fatto bloccato, cresce il rischio che non abbiamo ancora superato il picco di queste pressioni sui prezzi”.
Gli aumenti salariali soffrono un ritardo su quelli dei prezzi, anche perché non era stato ancora recuperato il gap sorto con la pandemia di Covid. In più, l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi sta eliminando decine di migliaia di posti di lavoro di buon livello. Ed anche negli Usa i nuovi posti sono generalmente “lavoretti” a basso salario, nella ristorazione e nel commercio.
In più, i tagli operati dall’amministrazione Trump alla spesa sociale stanno portando la maggior parte delle organizzazioni no profit verso il fallimento. Questo settore comprende dalle organizzazioni delle banche alimentari e rifugi per senzatetto, ai gruppi di aiuto per immigrati. La cancellazione dei contributi federali non poteva essere compensata da quelli statali, e così milioni di persone indigenti (negli Usa ci sono oltre 100 milioni di “non occupati”, su 350 milioni di abitanti e oltre 200 “in età da lavoro”) si ritrovano abbandonate a se stesse.
Tutt’altro panorama in Cina, che da cinque anni a questa parte può vantare la cancellazione della “povertà assoluta”, pur in presenza di grandi disuguaglianze di reddito. Ma a partire da un livello di sopravvivenza assicurato a tutti (e sono 1,4 miliardi di abitanti).
Le relazioni commerciali tra i due paesi sono insomma al centro della trattativa tra Trump e Xi Jinping, e si tratta di un terreno immenso che vede Pechino esportare verso gli Usa per 453 miliardi di dollari e importare per 145.
Il tycoon aveva provato a correggere lo squilibrio con dei dazi mostruosi (anche il 145%), ma aveva dovuto fare subito marcia indietro davanti a dazi di ritorsione equivalenti e soprattutto al divieto di esportazione delle “terre rare”. Ora dovrà cercare qualche diverso tipo di accordo, ma intanto ha mollato sulla possibilità di vendere alla Cina i chip H200 di Nvidia – al terzo posto nella classifica dei più potenti della casa – sollevando qualche preoccupazione tra gli esperti di sicurezza informatica.
Forse anche per questo è stato invitato all’ultimo momento a far parte della spedizione Jensen Huang, ceo di Nvidia, che si aggiunge così agli altri “re dell’hi-tech” che tengono in pugno il tycoon: l’amministratore delegato di Tesla Elon Musk, quello di Apple Tim Cook e il ceo di Qualcomm, Cristiano Amon,
Molto pubblicizzato, a beneficio della base “Maga”, anche il cosiddetto contenzioso sul Fentanyl, che ha provocato l’anno scorso circa 40.000 morti negli Stati Uniti (erano 75.000 tre anni prima). In realtà la Cina produce una serie di sostanze chimiche considerate “precursori” della droga sintetica, che viene poi prodotta fisicamente da narcotrafficanti latino-americani. Ma gli esperti in materia spiegano che la serie dei prodotti chimici utilizzabili per questa produzione mortifera è praticamente infinita, e arriva da qualsiasi paese.
Soprattutto, però, Trump sbarca portandosi dietro la responsabilità di aver sconvolto il mercato energetico mondiale e messo in mora tutte le organizzazioni sovranazionali (dall’Onu al Wto alla Corte penale, ecc) e l’essere unanimemente considerato, in tutto il mondo, completamente inaffidabile. Un accordo con lui è scritto sull’acqua. Anche se a Pechino non mancano certo i mezzi per inchiodare gli impegni almeno su alcune questioni ritenute fondamentali.
Fonte
Aggressività militare a parte, che ormai è quasi l’unica “specialità della casa”, Washington arranca un po’ in tutti i campi. A voler essere precisi, sta vedendo la Cina in corsia di sorpasso viaggiare a velocità doppia e non riesce a cambiare marcia. Prova a “tenere la posizione” – come nelle gare automobilistiche – con manovre al limite dello scontro (dazi, sanzioni, ecc), che hanno comunque il fiato corto.
Trump si presenta a Pechino con un bilancio di politica estera deficitario quanto a risultati e indigesto quanto a princìpi. La sua aggressività, infatti, ha prodotto un solo risultato di rilievo: il rapimento del presidente venezuelano Maduro, condannato da quasi tutto il mondo (col silenzio dell’Europa) e soprattutto dalla Cina, che ha adottato come regola ferrea la non interferenza negli affari interni di altri paesi, qualsiasi sia il loro regime politico o economico.
L’attacco all’Iran, in particolare, è esplicitamente un attacco anche al sistema di relazioni che vede Pechino al centro di uno schieramento economico-commerciale – i Brics – praticamente alternativo allo “scambio ineguale” gestito dagli Usa. Tehran ne fa parte, come peraltro anche l’Arabia Saudita, e le conseguenze della guerra di certo non fanno un piacere al Celeste Impero.
Ma neanche a Washington. Proprio mentre saliva sulla scaletta dell’aereo Trump è stato salutato dai dati sull’inflazione, salita al 3,8% in aprile a causa soprattutto dell’esplosione del prezzo dei carburanti. Ovvia derivazione della dinamica di petrolio e gas. Anche se gli Usa sono autosufficienti (anzi, addirittura esportatori netti) in fatto di idrocarburi, il prezzo internazionale si è riversato comunque su quelli alla pompa, erodendo significativamente il reddito di cittadini già alle prese con salari che non tengono più il passo.
“Le famiglie americane continuano a subire il peso dell’aumento dei costi energetici, che si aggiunge all’ondata di inflazione affrontata dalla pandemia in poi”, riferisce il sito di notizie Axios. “Inoltre, con lo Stretto di Hormuz ancora di fatto bloccato, cresce il rischio che non abbiamo ancora superato il picco di queste pressioni sui prezzi”.
Gli aumenti salariali soffrono un ritardo su quelli dei prezzi, anche perché non era stato ancora recuperato il gap sorto con la pandemia di Covid. In più, l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi sta eliminando decine di migliaia di posti di lavoro di buon livello. Ed anche negli Usa i nuovi posti sono generalmente “lavoretti” a basso salario, nella ristorazione e nel commercio.
In più, i tagli operati dall’amministrazione Trump alla spesa sociale stanno portando la maggior parte delle organizzazioni no profit verso il fallimento. Questo settore comprende dalle organizzazioni delle banche alimentari e rifugi per senzatetto, ai gruppi di aiuto per immigrati. La cancellazione dei contributi federali non poteva essere compensata da quelli statali, e così milioni di persone indigenti (negli Usa ci sono oltre 100 milioni di “non occupati”, su 350 milioni di abitanti e oltre 200 “in età da lavoro”) si ritrovano abbandonate a se stesse.
Tutt’altro panorama in Cina, che da cinque anni a questa parte può vantare la cancellazione della “povertà assoluta”, pur in presenza di grandi disuguaglianze di reddito. Ma a partire da un livello di sopravvivenza assicurato a tutti (e sono 1,4 miliardi di abitanti).
Le relazioni commerciali tra i due paesi sono insomma al centro della trattativa tra Trump e Xi Jinping, e si tratta di un terreno immenso che vede Pechino esportare verso gli Usa per 453 miliardi di dollari e importare per 145.
Il tycoon aveva provato a correggere lo squilibrio con dei dazi mostruosi (anche il 145%), ma aveva dovuto fare subito marcia indietro davanti a dazi di ritorsione equivalenti e soprattutto al divieto di esportazione delle “terre rare”. Ora dovrà cercare qualche diverso tipo di accordo, ma intanto ha mollato sulla possibilità di vendere alla Cina i chip H200 di Nvidia – al terzo posto nella classifica dei più potenti della casa – sollevando qualche preoccupazione tra gli esperti di sicurezza informatica.
Forse anche per questo è stato invitato all’ultimo momento a far parte della spedizione Jensen Huang, ceo di Nvidia, che si aggiunge così agli altri “re dell’hi-tech” che tengono in pugno il tycoon: l’amministratore delegato di Tesla Elon Musk, quello di Apple Tim Cook e il ceo di Qualcomm, Cristiano Amon,
Molto pubblicizzato, a beneficio della base “Maga”, anche il cosiddetto contenzioso sul Fentanyl, che ha provocato l’anno scorso circa 40.000 morti negli Stati Uniti (erano 75.000 tre anni prima). In realtà la Cina produce una serie di sostanze chimiche considerate “precursori” della droga sintetica, che viene poi prodotta fisicamente da narcotrafficanti latino-americani. Ma gli esperti in materia spiegano che la serie dei prodotti chimici utilizzabili per questa produzione mortifera è praticamente infinita, e arriva da qualsiasi paese.
Soprattutto, però, Trump sbarca portandosi dietro la responsabilità di aver sconvolto il mercato energetico mondiale e messo in mora tutte le organizzazioni sovranazionali (dall’Onu al Wto alla Corte penale, ecc) e l’essere unanimemente considerato, in tutto il mondo, completamente inaffidabile. Un accordo con lui è scritto sull’acqua. Anche se a Pechino non mancano certo i mezzi per inchiodare gli impegni almeno su alcune questioni ritenute fondamentali.
Fonte
20/02/2026
In Cina è l’anno del cavallo. Perché il 2026 sarà cruciale
di Michelangelo Cocco
Il Partito Comunista atteso da una serie di sfide: dare labbrivio al quindicesimo piano quinquennale in una situazione di rallentamento economico, poi il vertice tra Xi e Trump, mentre continua la campagna anticorruzione negli apparati civili e militari.
Fonte
Il Partito Comunista atteso da una serie di sfide: dare labbrivio al quindicesimo piano quinquennale in una situazione di rallentamento economico, poi il vertice tra Xi e Trump, mentre continua la campagna anticorruzione negli apparati civili e militari.
Fonte
03/02/2026
01/02/2026
Perché Xi Jinping purga i vertici dell’esercito
di Michelangelo Cocco
L’arresto del vice capo della commissione centrale militare Zhang Youxia evidenzia la volontà del presidente cinese di mantenere il controllo assoluto su un esercito obbediente. Più che per Taiwan i militari secondo Xi devono servire a fronteggiare qualsiasi minaccia interna sostenuta dall’esterno.
Fonte
L’arresto del vice capo della commissione centrale militare Zhang Youxia evidenzia la volontà del presidente cinese di mantenere il controllo assoluto su un esercito obbediente. Più che per Taiwan i militari secondo Xi devono servire a fronteggiare qualsiasi minaccia interna sostenuta dall’esterno.
Fonte
10/12/2025
La Cina spiegata all’Occidente
Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
“Metto a disposizione dei miei lettori un testo tratto dal volume che ho appena pubblicato, e che tenta di spiegare le ragioni della rinascita della Cina come potenza mondiale non capitalistica ed alternativa all’impero americano che tramonta. Buona lettura!”
“Metto a disposizione dei miei lettori un testo tratto dal volume che ho appena pubblicato, e che tenta di spiegare le ragioni della rinascita della Cina come potenza mondiale non capitalistica ed alternativa all’impero americano che tramonta. Buona lettura!”
*****
di Pino Arlacchi
Il ritorno della Cina in cima ai destini della Terra è stato definito il più grande evento del nostro tempo, ma non è facile da spiegare, a meno che non si voglia chiudere subito il discorso dichiarando scontata la supremazia millenaria della sua civiltà rispetto alle altre, e in particolare rispetto alla civiltà europea.
L’argomento in questo caso può essere che la Cina è così perché è sempre stata così. Il crollo dell’Ottocento e l’incorporazione subordinata della Cina nelle trafile del capitalismo occidentale fino al 1949 sono da considerare poco più di un blip. Un accidente storico lungo una vicenda plurisecolare di stabilità sistemica. Un semplice inciampo che tra cento anni sarà appena menzionato.
Se decidiamo di vedere le cose in questo modo, attraverso il filtro di un determinismo storico assoluto, non c’è molto di cui dibattere, non ci sono speciali indagini da condurre e non ci sono segreti da scoprire.
Seguendo questa linea di pensiero, tuttavia, occorre prendere per buona, senza coglierne l’acuminata dose di paradosso, la celebre risposta del ministro degli Esteri di Mao Tse-Tung, Chou EnLai, alla domanda di Henry Kissinger se la Rivoluzione francese fosse stata un bene per l’umanità: «È troppo presto per dirlo».
Se invece non ci accontentiamo della spiegazione che attribuisce sic et simpliciter alla superiorità della Cina come Stato e come civiltà la straordinaria continuità storica di questi ultimi, e se non vogliamo aspettare cent’anni, la prima domanda che dobbiamo porci è se il governo della Cina post-1949 ha rappresentato o no una rottura completa con il sistema di governo del Celeste Impero e con le sue radici nella cultura e nella filosofia più antiche della Cina stessa. Da questo dilemma – non difficile da sciogliere, come vedremo nella prima sezione di questo studio – ne dipendono altri, molto più ardui. Eccone alcuni.
Da cosa deriva la capacità della Cina di superare il capitalismo proprio nel punto di maggiore vanto di quest’ultimo, cioè nello sviluppo delle forze produttive?
Deriva da un aggiornamento dell’idea di Adam Smith che la Cina era capace di seguire meglio dell’Europa il “cammino naturale dello sviluppo”? Oppure dalla sua singolare dotazione di quella forza vitale chiamata ‘asabiyya dal più grande sociologo di tutti i tempi, Ibn Khaldun, una forza che le ha consentito di rispondere alle minacce interne ed esterne rigenerandosi e diventando ogni volta più forte di prima?
O dall’azione di entrambe?
La Cina odierna è socialista, o è solo una versione più sofisticata del “capitalismo di Stato” già affermatosi nei paesi del socialismo reale del Novecento?
Il marxismo dei dirigenti del Partito Comunista Cinese si è incrociato con i classici confuciani, o entrambe queste culture sono rimaste come bandiera di un modo di pensare e di governare tanto suggestivo quanto, in fondo, obsoleto? Occorre davvero prendere sul serio, insomma, l’algoritmo politico del “socialismo con caratteristiche cinesi”?
La Cina di oggi è ancora l’entità aperta, cosmopolita, non-espansionista e non guerrafondaia dei tempi imperiali oppure è diventata una minaccia per l’ordine internazionale in quanto superpotenza sfidante, orientata ad assumere lo stesso profilo aggressivo e militarista della potenza dominante americana?
Se la Cina attuale è una replica della potenza americana, quanto è probabile un confronto militare tra le due?
Questo volume è un tentativo di rispondere in modo non evasivo a questi e ad altri quesiti. Uno sforzo che non nasce dalla insensata pretesa di pronunciare l’ultima parola su mega narrative sinologiche iniziate in Europa con Marco Polo e che hanno impegnato le menti di molti illustri studiosi nei secoli successivi.
Non nutro questa ambizione, anche se talvolta mi faccio accarezzare dall’idea di scrivere “il grande romanzo della Cina”, magari durante la prossima reincarnazione.
Nelle pagine che seguono proverò a mettere a fuoco le principali forze che hanno animato e animano la società cinese usando la cassetta degli attrezzi delle scienze sociali. La mia ambizione è quella di aiutare il lettore a orientarsi nella marea di approssimazioni, stereotipi e false narrative che circondano il tema della Cina in Occidente. E di fare ciò sintetizzando il meglio della letteratura scientifica sulla Cina.
I magnifici tre
Il disegno di questo libro è relativamente semplice. Nei tre blocchi che lo compongono cerco di delineare i “tre segreti” che consentono di capire l’eccezionalità della vicenda cinese. Quella che molti chiamano “il miracolo cinese” riferendosi alla spettacolare resurrezione del paese dal 1978 in poi, con le riforme di Deng Xiaoping. Resurrezione iniziata in realtà, come vedremo, con la rivoluzione del 1949.
Non si tratta, in verità, di veri e propri segreti ma di mega-fattori quasi sconosciuti al largo pubblico, e poco frequentati anche dai sinologi contemporanei. Fattori che sono anche risorse. Le risorse strategiche che hanno fatto della Cina ciò che è stata e ciò che è.
Il primo è il non-espansionismo della Cina, cioè il suo sinocentrismo universalista e pacifico, collegato a una profonda avversione alla violenza e alla guerra. Il secondo è il suo singolare sistema di meritocrazia politica, “il governo dei migliori”, che la dirige da più di duemila anni. E il terzo è il suo sistema economico-politico fondamentalmente non capitalistico. Socialista. Ritengo che questa triade sia la guida più sicura per capire la Cina post-rivoluzionaria. La Cina di oggi, erede della Cina imperiale molto più di quanto si possa pensare.
Questi tre mega-fattori sono le colonne su cui poggia l’attuale civiltà cinese. Una civiltà molto diversa da quella europea nel suo ethos di fondo, nella sua visione del Mondo e nel suo assetto istituzionale, ma simile a essa nella sua complessità e capacità di rinnovamento.
I tre mega-fattori citati non agiscono separatamente ma si mescolano e rafforzano a vicenda. Come vedremo nel corso della nostra esplorazione, la combinazione di un’arte del buon governo che rifugge l’uso della forza, praticata da una élite meritocratica convinta che il mercato sia uno strumento dello Stato, è passata indenne dall’attacco occidentale dell’Ottocento e dalla creazione della Repubblica cinese nei primi del Novecento. Per poi essere fatta propria dalla rivoluzione socialista di metà secolo.
Il risultato – la Cina di oggi – è un manufatto sociologico complesso, dalle radici storiche profonde, che il governo di Pechino chiama “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”.
Ero diffidente verso questa definizione, che piaceva al mio maestro Giovanni Arrighi ma era liquidata come una massima propagandistica da molti osservatori e studiosi. Ma credo siano i risultati dell’evoluzione della Cina lungo gli ultimi due decenni e in particolare le linee strategiche inaugurate da Xi Jinping – ad avere dato pieno potere euristico a questa espressione.
Discuteremo a lungo di questo apparente ossimoro del “socialismo di mercato”, ma per coglierne appieno il senso non bisogna dissociarlo dalle “caratteristiche cinesi”, cioè dalle sue radici nell’antica civiltà dell’Impero di Mezzo.
Una civiltà il cui profilo si è delineato cinquemila anni fa, e da tremila anni si è fissato in un sistema dotato di una resilienza straordinaria.
Il carattere centripeto e pacifico di questa civiltà – un cosmo che guarda a se stesso e che si considera nel contempo universale, privo perciò di una spinta espansiva di tipo sia territoriale che economico e militare – è l’aspetto forse più difficile da afferrare per chi fa parte di una civiltà dal carattere opposto, “estroverso”, centrifugo e guerresco come quella occidentale, abituata a vivere dal Cinquecento in poi sulle spalle altrui.
Vedremo come il grado di espansività e di bellicosità delle due civiltà sia connesso con i loro caratteri di fondo, forgiati dalla geografia e dalla storia quasi negli stessi anni: l’antichità greco-romana dell’Occidente coincide con l’epoca degli “Stati combattenti” della Cina e della fondazione dell’Impero unificato nel 221 a.C. È proprio in questa epoca che si sono affermate le principali coordinate filosofiche ed etiche delle due civiltà: Confucio, Mencio, Mozi e i legalisti sono vissuti nello stesso arco di tempo di Socrate, Platone e Aristotele.
Ma quale profonda differenza tra le due scuole, specialmente nella loro cosmologia, nella gestione della diversità etnica e culturale, nelle loro concezioni della guerra e dell’uso della violenza, nonché dell’arte di governo e dei diritti dei cittadini!
La questione dell’espansionismo della Cina è il punto più cruciale sotto il profilo dell’attualità politica internazionale, un campo dominato in Occidente da pregiudizi e distorsioni molto radicati. Secoli di eurocentrismo, di razzismo e di colonialismo globale hanno costruito un muro che impedisce agli occidentali di vedere gli aspetti più salienti della civiltà cinese.
Crollata durante l’Illuminismo, questa barriera è risorta nel corso dell’Ottocento e del Novecento. E oggi – a mano a mano che la Cina diventa più vicina spinta dal vigore della sua economia e dal suo crescente status di grande potenza – questo muro è diventato una muraglia sinofobica.
Gli ammalati di sinofobia sono numerosi. Risparmio al lettore la lunga lista di titoli di volumi e di articoli sul pericolo giallo, sulla minaccia cinese, sulla invasione di merci fabbricate in Cina che agirebbero da avanguardie di conquista politica e da cavalli di Troia di un progetto di dominio mondiale. Sparare a zero su Pechino è un vecchio sport, pronto a riemergere a ogni giro di boa della storia. L’Occidente non può resistere alla tentazione di proiettare sulla Cina la propria psicologia aggressiva, formatasi lungo secoli di crociate, conquiste e pretese di dominare il Mondo.
Per mezzo di questo libro spero di contribuire a contrastare l’industria della paura e dell’ignoranza che alimenta gran parte della narrativa sulla Cina diffusa oggi in Occidente.
La chiave per entrare nella mentalità della Cina e dei cinesi è la conoscenza delle istituzioni politiche originali che essi hanno creato nel corso dei millenni e dentro le quali vivono ancora oggi.
Istituzioni umane, piene perciò di difetti. Ma istituzioni efficaci, sorrette da un larghissimo consenso perché hanno permesso al popolo cinese di raggiungere oggi, nell’arco di una sola generazione, traguardi impensabili, ottenuti usando risorse interne e non sfruttando, invadendo e occupando altri paesi.
Gli attuali successi della Cina all’estero sono di natura esclusivamente economica e non hanno niente a che fare con disegni di dominio regionali o globali.
Il paese non intende esportare le sue istituzioni politiche né condiziona investimenti e aiuti esteri alla sottoscrizione di alleanze politiche o militari contro ipotetici nemici. Il progetto Belt and Road è un ponte verso il resto del Pianeta fondato su investimenti in opere di pubblica utilità e non sulla ricerca di profitti capitalistici. La sua filosofia non è imperialista, ma di cooperazione e amicizia transnazionali.
La nozione che la forza del governo cinese poggi su solide basi proprie è la più dura da afferrare in Occidente perché non c’è un flusso di notizie affidabili su ciò che succede davvero in quel paese e su come la Cina si comporta nella scena internazionale. Media e governi euroamericani riempiono il vuoto di informazioni attendibili alimentando angosce su una sorta di imperialismo cinese che mima quello praticato storicamente dall’Occidente contro la Cina.
Il fattore meritocrazia politica è quasi ignoto al pubblico occidentale perché si trova completamente al di fuori dei radar mediatici e del flusso di conoscenze sulla Cina. Anche gli studiosi stranieri più indipendenti fanno raramente ricorso al concetto di meritocrazia per interpretare le dinamiche politiche cinesi e le strategie più rilevanti adottate da Pechino nel campo dell’economia e della finanza.
La riluttanza a trattare il tema dipende un po’ dal termine stesso di meritocrazia politica. Esso incorpora una valutazione intrinsecamente positiva dell’oggetto, che in questo caso non è altro che il mostro sacro del Partito Comunista Cinese: una istituzione-chiave, poco conosciuta e poco studiata, circondata da un alone di riservatezza e di segreto che occorre superare per comprendere il funzionamento dello Stato, della società civile e della politica della Cina.
Quando parlo di meritocrazia mi riferisco non solo alla sua versione socialista incarnata dal Pcc, ma a una forma di governo basata su un’istituzione denominata “sistema degli esami”, istituito formalmente dalla dinastia Sui (581-618 d.C.) sulla scorta di forme di selezione che esistevano già sotto gli Han (206 a.C. 220 d.C.) e pienamente operativo ancora oggi. Ogni dipendente dello Stato e quasi tutti i dirigenti pubblici di alto grado vengono selezionati in Cina tramite un concorso competitivo che inizia con prove scritte e orali. L’operato di ciascun dirigente è sottoposto in seguito a regolari valutazioni con scadenze fisse e con criteri e procedure predeterminati.
Fin dalle sue origini il sistema soffre di alcuni vizi di fondo quali la corruzione, l’ossificazione e il rischio di perdita di legittimità. Era così nella Cina imperiale ed è così oggi. La differenza è che nel passato la meritocrazia era lo strumento di governo dell’imperatore, mentre oggi è il principio che struttura una leadership comunista che si dichiara al servizio del popolo.
In Occidente siamo abituati a considerare i partiti politici come delle associazioni di cittadini che si propongono di influenzare la gestione dei beni comuni. L’amministrazione dello Stato è da noi una burocrazia indipendente, gelosa della sua autonomia perfino rispetto all’esecutivo cui obbedisce. La pubblica amministrazione occidentale si vanta di dipendere solo dalle leggi, e alcune sue parti – come le banche centrali e la magistratura – sono indipendenti per legge dal potere legislativo ed esecutivo. Le più alte cariche dello Stato in Occidente vengono nominate dal presidente o dal primo ministro di ciascun paese, oppure da organi interni di autogoverno.
Non esistono in Cina né divisione dei poteri né Stato di diritto. Il Pcc in Cina coincide quasi con lo Stato, e rappresenta anche un segmento non indifferente della società civile. Non vige in Cina alcuna forma di indipendenza della magistratura, che è espressione dell’esecutivo e del Partito. Il presidente della Repubblica Popolare è anche segretario del Partito e capo delle forze armate. Il Politburo, il vertice supremo del Partito, indirizza e controlla strettamente l’operato del governo.
La singolarità del Pcc è di essere nello stesso tempo Stato, Partito e società civile. L’élite della società civile cinese governa lo Stato tramite il Partito Comunista, che non è un’associazione politica come le altre ma un gruppo sociale di quasi cento milioni di persone vagliate una per una attraverso metodi la cui selettività cresce man mano che si va verso l’alto.
Alla base il sistema è aperto a tutti, senza riguardo a privilegi di ricchezza e potere. L’ascesa lungo i ranghi è fermamente meritocratica, con filtri e controlli periodici non di facciata. In teoria, chiunque può diventare presidente della Repubblica o segretario del Pcc. In pratica, vige una prassi di cooptazione e di corsie privilegiate per gli eredi e i sodali dei massimi dirigenti.
La presenza del Partito è capillare, ubiqua. Il Pcc è il sistema nervoso della Cina. Grazie alla sua componente civile, esso è sia software che hardware. È il Moderno principe di Antonio Gramsci, le cui riflessioni sono una buona guida per la comprensione del sistema politico cinese di ieri e di oggi. Secondo Gramsci, il Moderno principe è un Partito di intellettuali organici che organizza il consenso della società, la “volontà collettiva” del popolo, tramite la gestione dei beni comuni. La stessa funzione svolta dai literati, gli shi, il corpo dei dignitari-filosofi che ha governato la Cina imperiale per duemilacinquecento anni.
Pur avendo ospitato la più grande economia di mercato del mondo, la Cina non ha mai conosciuto, né nel suo passato remoto né oggi, il capitalismo. La Cina può essere definita capitalista solo rinunciando a usare la preziosa distinzione tra la sfera del mercato, che è universale, da quel prodotto squisitamente occidentale che è il capitalismo.
Dobbiamo a Braudel la migliore definizione dei due separabili compagni. Il mercato ha a che fare con il mondo rumoroso e inquieto degli scambi e dei luoghi di compravendita. È popolato da piccoli felini, audaci, mobili e orientati al profitto. Confucio li chiamava “piccoli uomini” che dovevano essere lasciati in pace e se possibile favoriti, perché fonte di graditi profitti aggiuntivi a quelli dell’agricoltura. Il capitalismo, secondo Braudel, può sembrare simile al mercato, ma in realtà è l’antimercato, popolato dai grandi predatori che scorrazzano nella giungla da essi stessi creata, spesso invisibili e lontani dai luoghi di accumulo delle loro fortune.
Adam Smith è stato celebrato, senza leggere bene i suoi scritti, come l’alfiere del libero mercato e del capitalismo. Nelle sue opere principali Smith sostiene, invece, che il libero mercato deve essere uno strumento dello Stato, e cita proprio la Cina come esempio di uno sviluppo “naturale” del mercato portatore di stabilità e di ricchezza per le nazioni, in contrasto alla strada “innaturale” imboccata dagli Stati europei nelle mani dei capitalisti e dei banchieri dediti allo sfruttamento del commercio coloniale e delle guerre per la supremazia.
Il modello di sviluppo cinese è crollato assieme alla Cina imperiale a metà dell’Ottocento perché colpito nel suo tallone d’Achille della potenza militare. Il modello è risorto nel 1949 con la rivoluzione maoista ed è ridiventato con Deng Xiaoping un “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”. Un sistema economico e politico che sopravanza per forza intrinseca, produttività e saldezza il capitalismo americano dominato dalla finanza parassitaria e pervenuto alla fase terminale della sua egemonia. Questa narrativa è l’argomento della terza parte di questo volume, il terzo “segreto” della potenza della Cina odierna.
La parte conclusiva di questo studio è dedicata alle conseguenze della rinascita della Cina, ai suoi rapporti con gli Stati Uniti e con il sistema internazionale. Tento qui di rispondere all’interrogativo sul possibile scontro armato tra le due massime potenze del Pianeta e alla domanda sul ruolo della Cina nel nuovo ordine mondiale post-americano e post-occidentale che si va consolidando.
La mia risposta alla prima domanda è netta, e risulterà scontata, quasi ovvia, per chi si sia dato la pena di leggere anche poche pagine di questo volume. Non credo alla “trappola di Tucidide”, cioè a una guerra tra Cina e Stati Uniti per la supremazia mondiale diventata inevitabile come quella tra Sparta e Atene del IV secolo prima di Cristo. Gli ostacoli allo scontro nascono dal fatto che per fare la guerra bisogna essere in due, e dal fatto che il declino americano sta avvenendo in un contesto globale sfavorevole all’uso della forza militare.
Quanto al secondo interrogativo, cerco di mostrare nel capitolo finale come l’ascesa cinese sia tutta interna a un riequilibrio storico dei rapporti tra il Nord e il Sud del Pianeta, e come la politica estera cinese sia coerente con il profilo più equo e più pacifico del nuovo ordine multipolare.
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30/10/2025
Incontro Trump-Xi Jinping: guerra commerciale congelata, per ora…
Si è concluso da poche ore il tanto atteso confronto tra il presidente USA Donald Trump e quello cinese Xi Jinping. Il tycoon parla di un accordo in arrivo, ed effettivamente qualche apertura si è vista da ambo le parti (a partire dai dazi e dalle terre rare). Ma non si tratta della composizione dei conflitti, quanto piuttosto di “stabilizzare la rivalità” tra le due maggiori potenze mondiali, come ha suggerito la Rand Corporation.
Ma andiamo con ordine. Il faccia a faccia è durato poco meno di due ore, e non si è concluso con una dichiarazione congiunta finale. Date le condizioni con cui si è arrivati a questo incontro non sembra una sconfitta: previsto da tempo a margine del vertice dell’Asia-Pacific Economic Community (APEC), Trump sembrava vicino a farlo saltare con il rilancio della guerra commerciale promosso nelle ultime settimane.
Ma al solito, abbiamo visto in azione i capisaldi della politica TACO (Trump always chicken out, ovvero ‘Trump si tira sempre indietro’), formula diffusa sui media oltreoceano che fa infuriare The Donald, perché – e diremmo noi, stavolta giustamente – è chiara la logica delle sue dichiarazioni poi spesso ritrattate o ammorbidite: minacciare per poi ottenere un accordo più vantaggioso. Forse è sul carattere intimidatorio di una tale prassi che dovrebbero concentrarsi i giornalisti, ma tant’è...
I contenuti: “su una scala da 1 a 10, l’incontro con Xi è stato 12”, dice Trump. Il presidente USA parla di dettagli ancora da limare, ma un accordo complessivo sarebbe in arrivo. Intanto, Trump ha annunciato la riduzione dei dazi sulle merci cinesi dal 57% al 47%, abbassando dal 20% al 10% la tariffa che aveva imposto sui prodotti di Pechino in virtù del supposto ruolo nel traffico di fentanyl.
In cambio, la Cina si impegna a collaborare contro i flussi di questo stupefacente, a tornare ad acquistare grandi quantità di soia stelle-e-strisce, e anche a sospendere per un anno le restrizioni all’esportazione di terre rare, con un’intesa rinnovabile poi annualmente. Un lasso di tempo molto breve, ma di questi tempi rappresenta una boccata d’aria per la complessità dello scenario geopolitico.
Questa stabilizzazione dei rapporti era stata auspicata dalla Rand Corporation, uno dei think tank principali degli States, che ha avuto un ruolo fondamentale nell’elaborare indirizzi di politica estera per decenni. Nel 2016 ipotizzava vari scenari di guerra con la Cina, entro una decina d’anni, mentre oggi parla di come rendere una lotta senza regole per l’egemonia una competizione su binari prevedibili.
Traducendo dal sito della Rand, leggiamo in un recentissimo rapporto che per limitare i pericoli, pur in un contesto di intensa competizione, è possibile “individuare meccanismi limitati di stabilizzazione in diverse aree problematiche specifiche”, e in particolare gli analisi “offrono raccomandazioni specifiche sia per la stabilizzazione generale della rivalità sia per tre aree problematiche: Taiwan, il Mar Cinese Meridionale e la competizione in ambito scientifico e tecnologico”.
Le terre rare sono un elemento centrale dell’ultimo punto, ma Washington non sembra seguire in tutto e per tutto le indicazioni della Rand. Ad esempio, l’annuncio fatto da Trump tramite il social Truth del rilancio dei test nucleari non si allinea troppo bene con “l’accettazione reciproca della deterrenza nucleare strategica”.
Ma l’aver lasciato da parte, nel confronto a Busan, temi scottanti come Taiwan allontana un confronto militare più o meno diretto. Anduril ha stretto importanti accordi per l’industria bellica con Taipei, ad esempio, ma il rapporto con Washington si è spostato da una difesa senza condizioni a una difesa da pagare profumatamente. Magari anche con il trasferimento, almeno parziale, delle filiere dei chip sul suolo statunitense.
Soprattutto, la Rand ha scritto di “ripristinare diverse linee di comunicazione affidabili tra alti funzionari” e di “migliorare le pratiche di gestione delle crisi, i collegamenti e gli accordi tra le due parti”. L’incontro appena svoltasi va evidentemente in questa direzione: c’era una pletora di figure di spicco di entrambe le amministrazioni accanto ai due presidente.
Xi Jinping ha avallato questo abbassamento dei toni, e la possibilità di intese specifiche su dossier di interesse comune. “La Cina e gli Stati Uniti – ha detto all’inizio dell’incontro – possono assumersi congiuntamente le loro responsabilità di grandi potenze e lavorare insieme alla realizzazione di progetti più ambiziosi e concreti, per il bene dei nostri due paesi e del mondo intero”.
Trump ha già annunciato che si recherà in Cina il prossimo aprile, mentre Xi Jinping farà lo stesso negli Stati Uniti poco dopo, e sembra ci sarà un canale diretto per la negoziazione sulle questioni commerciali. Non un ‘telefono rosso’ come durante la Guerra Fredda, ma è chiaro che questo incontro è stato fatto perché i risultati che ne sono venuti fuori durassero. TACO permettendo.
Un ultimo paio di appunti vanno fatti. Washington e Pechino non sono gli unici attori in gioco. Trump ha annunciato anche nuovi accordi con la Corea del Sud, mentre un paio di giorni fa Cina e ASEAN hanno finalizzato un nuovo accordo commerciale al 47esimo summit dell’organizzazione del Sud-Est asiatico, tenutosi in Malesia. Intanto, l’Indonesia ha emesso per la prima volta obbligazioni sovrane prevalentemente in yuan.
Quello che abbiamo di fronte è un mondo che va cambiando profondamente, e il multipolarismo è un’evidente realtà. Le opportunità di alternative vanno colte anche alle nostre latitudini.
Fonte
Ma andiamo con ordine. Il faccia a faccia è durato poco meno di due ore, e non si è concluso con una dichiarazione congiunta finale. Date le condizioni con cui si è arrivati a questo incontro non sembra una sconfitta: previsto da tempo a margine del vertice dell’Asia-Pacific Economic Community (APEC), Trump sembrava vicino a farlo saltare con il rilancio della guerra commerciale promosso nelle ultime settimane.
Ma al solito, abbiamo visto in azione i capisaldi della politica TACO (Trump always chicken out, ovvero ‘Trump si tira sempre indietro’), formula diffusa sui media oltreoceano che fa infuriare The Donald, perché – e diremmo noi, stavolta giustamente – è chiara la logica delle sue dichiarazioni poi spesso ritrattate o ammorbidite: minacciare per poi ottenere un accordo più vantaggioso. Forse è sul carattere intimidatorio di una tale prassi che dovrebbero concentrarsi i giornalisti, ma tant’è...
I contenuti: “su una scala da 1 a 10, l’incontro con Xi è stato 12”, dice Trump. Il presidente USA parla di dettagli ancora da limare, ma un accordo complessivo sarebbe in arrivo. Intanto, Trump ha annunciato la riduzione dei dazi sulle merci cinesi dal 57% al 47%, abbassando dal 20% al 10% la tariffa che aveva imposto sui prodotti di Pechino in virtù del supposto ruolo nel traffico di fentanyl.
In cambio, la Cina si impegna a collaborare contro i flussi di questo stupefacente, a tornare ad acquistare grandi quantità di soia stelle-e-strisce, e anche a sospendere per un anno le restrizioni all’esportazione di terre rare, con un’intesa rinnovabile poi annualmente. Un lasso di tempo molto breve, ma di questi tempi rappresenta una boccata d’aria per la complessità dello scenario geopolitico.
Questa stabilizzazione dei rapporti era stata auspicata dalla Rand Corporation, uno dei think tank principali degli States, che ha avuto un ruolo fondamentale nell’elaborare indirizzi di politica estera per decenni. Nel 2016 ipotizzava vari scenari di guerra con la Cina, entro una decina d’anni, mentre oggi parla di come rendere una lotta senza regole per l’egemonia una competizione su binari prevedibili.
Traducendo dal sito della Rand, leggiamo in un recentissimo rapporto che per limitare i pericoli, pur in un contesto di intensa competizione, è possibile “individuare meccanismi limitati di stabilizzazione in diverse aree problematiche specifiche”, e in particolare gli analisi “offrono raccomandazioni specifiche sia per la stabilizzazione generale della rivalità sia per tre aree problematiche: Taiwan, il Mar Cinese Meridionale e la competizione in ambito scientifico e tecnologico”.
Le terre rare sono un elemento centrale dell’ultimo punto, ma Washington non sembra seguire in tutto e per tutto le indicazioni della Rand. Ad esempio, l’annuncio fatto da Trump tramite il social Truth del rilancio dei test nucleari non si allinea troppo bene con “l’accettazione reciproca della deterrenza nucleare strategica”.
Ma l’aver lasciato da parte, nel confronto a Busan, temi scottanti come Taiwan allontana un confronto militare più o meno diretto. Anduril ha stretto importanti accordi per l’industria bellica con Taipei, ad esempio, ma il rapporto con Washington si è spostato da una difesa senza condizioni a una difesa da pagare profumatamente. Magari anche con il trasferimento, almeno parziale, delle filiere dei chip sul suolo statunitense.
Soprattutto, la Rand ha scritto di “ripristinare diverse linee di comunicazione affidabili tra alti funzionari” e di “migliorare le pratiche di gestione delle crisi, i collegamenti e gli accordi tra le due parti”. L’incontro appena svoltasi va evidentemente in questa direzione: c’era una pletora di figure di spicco di entrambe le amministrazioni accanto ai due presidente.
Xi Jinping ha avallato questo abbassamento dei toni, e la possibilità di intese specifiche su dossier di interesse comune. “La Cina e gli Stati Uniti – ha detto all’inizio dell’incontro – possono assumersi congiuntamente le loro responsabilità di grandi potenze e lavorare insieme alla realizzazione di progetti più ambiziosi e concreti, per il bene dei nostri due paesi e del mondo intero”.
Trump ha già annunciato che si recherà in Cina il prossimo aprile, mentre Xi Jinping farà lo stesso negli Stati Uniti poco dopo, e sembra ci sarà un canale diretto per la negoziazione sulle questioni commerciali. Non un ‘telefono rosso’ come durante la Guerra Fredda, ma è chiaro che questo incontro è stato fatto perché i risultati che ne sono venuti fuori durassero. TACO permettendo.
Un ultimo paio di appunti vanno fatti. Washington e Pechino non sono gli unici attori in gioco. Trump ha annunciato anche nuovi accordi con la Corea del Sud, mentre un paio di giorni fa Cina e ASEAN hanno finalizzato un nuovo accordo commerciale al 47esimo summit dell’organizzazione del Sud-Est asiatico, tenutosi in Malesia. Intanto, l’Indonesia ha emesso per la prima volta obbligazioni sovrane prevalentemente in yuan.
Quello che abbiamo di fronte è un mondo che va cambiando profondamente, e il multipolarismo è un’evidente realtà. Le opportunità di alternative vanno colte anche alle nostre latitudini.
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20/10/2025
La Cina fa il plenum di tecnologia
Da lunedì a giovedì di questa settimana, a Pechino si svolge la IV sessione plenaria (plenum) del XX comitato centrale del Partito comunista cinese (PCC). Se ti è venuta voglia di cambiare pagina dopo aver letto queste prime due righe, ripensaci: al di là della denominazione stantia, di sovietica memoria (la Repubblica popolare cinese ha costruito la sua impalcatura istituzionale copiando quella dell’URSS), sarà molto interessante seguire questo consesso, e in questo articolo esaminiamo perché.
Anzitutto premettiamo che i plenum tra un congresso nazionale quinquennale del partito e quello successivo sono sette e che il IV è dedicato alle questioni economiche, alla discussione sul piano quinquennale di sviluppo socio-economico (il Piano). E che ciò che i 205 membri effettivi e i 171 supplenti si saranno detti, a porte chiuse nell’hotel Jinxi, dopo l’apertura del plenum nella Grande sala del popolo, lo sapremo attraverso il filtro delle agenzie ufficiali. I plenum sono caratterizzati da un elevato livello di segretezza.
Ma ora veniamo alla prima considerazione che evidenzia l’importanza di questo IV plenum e del Piano quinquennale che verrà discusso, il XV (2026-2030). Nonostante possa sembrare paradossale, per la Cina – una nazione in piena “modernizzazione”, attraversata da un impetuoso sviluppo tecnologico – il vecchio piano quinquennale è tornato più attuale e utile che mai: come strumento per indicare la direzione dello sviluppo socio-economico ai molteplici apparati del Partito-stato, nonché al capitalismo cinese.
Questo per due fattori concomitanti:
- la strategia di Xi Jinping che, da quando si è insediato (novembre 2012), è stata quella di rafforzare il Pcc e le sue istituzioni, tra le quali il Piano rientra a pieno titolo;
- il confronto con gli Stati Uniti, che ha dato ulteriore centralità alla bussola-Piano: in una fase caratterizzata dalla guerra commerciale e dal “containment” politico-tecnologico-militare Usa, per un’amministrazione come quella guidata da Xi il Piano ha un peso specifico maggiore che negli ultimi decenni.
Non a caso il segretario generale del partito, rivendicandone la centralità, ha definito il piano quinquennale un “vantaggio politico unico” della Cina rispetto agli altri paesi.
In risposta a questa capacità di programmazione della Cina incarnata dal Piano, è bene ricordarlo, gli Stati Uniti – a partire dall’amministrazione Biden – hanno riabilitato la politica industriale, cioè il diritto della politica di governare, almeno in parte, l’economia, considerata un’eresia nei precedenti decenni di iper-liberismo.
Importato negli anni Cinquanta dall’Unione Sovietica, sopravvissuto all’irruzione del mercato in Cina un quarto di secolo più tardi, infine rimesso al centro della scena dal leader protagonista di una terza rivoluzione (dopo quelle maoista e denghiana), il XV Piano quinquennale (l’URSS si fermò a 13), dopo essere stato discusso dal plenum, verrà approvato ufficialmente a marzo dall’Assemblea nazionale del popolo.
Detto ciò, è importante chiarire che – anche per la leadership che ha seguìto Xi negli ultimi 13 anni – non si tratta di tornare ai piani maoisti che fissavano irraggiungibili obiettivi e quantificavano nel dettaglio tappe e risultati intermedi per raggiungerli: ciò risulterebbe anacronistico in una fase che lo stesso PCC continua a indicare come caratterizzata da rapidi “cambiamenti mai visti nell’ultimo secolo”.
Piuttosto, il nuovo Piano sarà un mix di:
- indirizzo di politica economica;
- risultati attesi;
- obiettivi vincolanti.
Nei prossimi cinque anni l’economia e la società della Cina dovranno dimostrare se avranno superato lo stress test a cui Xi le ha sottoposte nell’ultimo lustro, segnato dalla “Guerra popolare anti-Covid”, dalla campagna contro “l’espansione disordinata del capitale” (privato), da purghe continue nel partito e nell’esercito, dalla crisi del mercato immobiliare, da uno scontro senza precedenti con gli Usa.
L’ultimo Piano ha accompagnato una fase a dir poco turbolenta ma, nonostante tutto, il Pil del paese è cresciuto in media del 5,4 per cento (in attesa dei dati definitivi sul 2025).
Il XV piano quinquennale sarà chiamato a guidare il paese verso una “modernizzazione socialista di base”, che dovrebbe arrivare nel 2035, con il raddoppio del Pil pro capite (13.400 dollari nel 2024): per raggiungerla, la crescita media dovrà attestarsi ad almeno il 4,5 per cento nel periodo 2026-2030.
Dopo che la Cina, negli ultimi anni, ha sorpreso molti osservatori con i suoi avanzamenti tecnologico-industriali, adesso si apre una fase del tutto nuova, in cui la seconda economia del pianeta è chiamata a consolidare quei risultati, in un quadro di rivalità conclamata e crescente con gli Stati Uniti, decisi a ostacolare la sua ascesa attraverso un “containment” politico-tecnologico-militare.
È chiaro che un simile contesto richiede la ricerca di soluzioni (politiche) più creative, inedite, difficili da praticare e, di conseguenza, sottopone la leadership a uno scrutinio più severo, all’interno e dall’estero. Andare allo scontro o, piuttosto, cercare una mediazione con gli Usa sulle questioni commerciali e tecnologiche così come, ad esempio, la scelta dei settori economici da privilegiare rappresentano in questa fase decisioni cruciali, foriere di conseguenze di grossa portata.
Il secondo motivo per cui questo IV plenum è così importante è che il Piano, tornato così centrale, avrà al suo centro l’innovazione tecnologica. La Cina infatti resta indietro rispetto alle economie più avanzate in settori come i semiconduttori di fascia alta, la meccanica di precisione e i software industriali. Una vulnerabilità diventata più evidente con l’intensificarsi della competizione con gli Usa, che hanno via via inasprito le restrizioni nei settori tecnologici più critici.
Di fronte a questa minaccia, non è sufficiente reagire – come negli ultimi giorni – con le restrizioni all’export verso gli Usa delle terre rare, delle quali la Cina detiene quasi il monopolio, ma è necessario rafforzare quelle filiere industriali hi-tech nelle quali il paese è tuttora dipendente dalle economie più avanzate.
Inoltre, per rafforzarsi la Cina scommetterà sulle cosiddette “nuove forze produttive di qualità”, ovvero sull’ammodernamento delle industrie tradizionali, lo sviluppo di quelle emergenti e la fondazione di quelle del futuro.
Secondo quanto dichiarato da Zheng Shanjie, presidente della Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme (Ndrc), la spesa totale della Cina per la R&S è cresciuta di quasi il 50 per cento tra il 2020 e il 2024, con un incremento di 1.200 miliardi di yuan: un sostegno fondamentale per le industrie emergenti strategiche, dai semiconduttori ai veicoli a nuova energia.
La visione strategica dei leader cinesi negli ultimi dieci anni ha saputo cogliere le industrie del futuro, come, ad esempio, veicoli a nuova energia, pannelli solari, pale eoliche. Anche stavolta la scommessa del Piano sarà quella di individuare in quali nuove tecnologie le imprese cinesi potranno lanciarsi alla conquista dei mercati internazionali (6G, calcolo quantistico, e intelligenza artificiale sono in prima fila).
Il mese scorso la Ndrc ha annunciato di aver istituito un fondo speciale da 70 miliardi di dollari – in grado di mobilitarne 500 – a sostegno di progetti individuati come prioritari, anzitutto quelli nell’ambito dell’innovazione tecnologica.
Non tutto è oro quel che luccica è un proverbio che si adatta perfettamente all’innovazione in Cina. Il paese che procede spedito sperimentando fabbriche intelligenti, robot industriali, intelligenza artificiale (Ia), è infatti lo stesso che sta facendo registrare tassi record di disoccupazione giovanile (18,9 per cento ad agosto).
Gli stessi cambiamenti strutturali che stanno facendo avanzare l’economia cinese stanno bruciando posti di lavoro: l’automazione, l’Ia, le industrie high‑tech a basso impiego di manodopera crescono, ma non compensano il calo occupazionale provocato dalle ristrutturazioni nei settori tradizionali.
Il ministro dell’Industria e della Tecnologia dell’Informazione, Li Lecheng, ha ricordato che la Cina ha messo su il sistema manifatturiero più completo al mondo che vanta, per il quindicesimo anno consecutivo, la più ampia scala produttiva globale, la “fabbrica del mondo” della maggior parte dei 504 principali prodotti industriali ai vertici delle classifiche globali.
Ma il partito dovrà trovare il modo di ridare fiducia agli imprenditori privati che lamentano di essere stati marginalizzati nelle politiche governative degli ultimi anni: si punterà soprattutto su accesso finalmente paritario agli appalti pubblici e a reprimere le angherie dei governi locali nei confronti delle aziende.
Per compensare le ripercussioni del protezionismo statunitense, stimolare i consumi interni è diventata ancora di più una priorità, nel tentativo di riequilibrare un modello tuttora dipendente dalle esportazioni (anche se verso mercati decisamente più diversificati che in passato).
Secondo la Banca mondiale, nel 2024 i consumi interni hanno rappresentato il 56,7 per cento del Pil della Cina, 17 punti in meno rispetto alla media globale. Lo scorso anno, i consumi hanno contribuito per il 44,5 per cento all’espansione del prodotto interno lordo della Cina, con un aumento di 2,2 punti percentuali rispetto al 2023, a conferma che il ruolo della domanda interna resta marginale rispetto agli investimenti e alla produzione industriale.
In linea teorica esiste dunque un ampio margine per spingere i cittadini cinesi ad aumentare la spesa. Più che nei beni durevoli, il potenziale maggiore riguarda i servizi, come dimostra il costante incremento del turismo interno.
Tuttavia, se si vuole convincere una popolazione tradizionalmente incline al risparmio a consumare di più, il nuovo Piano dovrà fornire indicazioni solide su due aspetti cruciali: da un lato una strategia efficace di riduzione delle disuguaglianze (finora affrontate solo con misure parziali o episodiche, come i sussidi per l’acquisto di beni e servizi), dall’altro un rafforzamento del welfare, che includa pensioni, istruzione e sanità.
Fonte
Anzitutto premettiamo che i plenum tra un congresso nazionale quinquennale del partito e quello successivo sono sette e che il IV è dedicato alle questioni economiche, alla discussione sul piano quinquennale di sviluppo socio-economico (il Piano). E che ciò che i 205 membri effettivi e i 171 supplenti si saranno detti, a porte chiuse nell’hotel Jinxi, dopo l’apertura del plenum nella Grande sala del popolo, lo sapremo attraverso il filtro delle agenzie ufficiali. I plenum sono caratterizzati da un elevato livello di segretezza.
Ma ora veniamo alla prima considerazione che evidenzia l’importanza di questo IV plenum e del Piano quinquennale che verrà discusso, il XV (2026-2030). Nonostante possa sembrare paradossale, per la Cina – una nazione in piena “modernizzazione”, attraversata da un impetuoso sviluppo tecnologico – il vecchio piano quinquennale è tornato più attuale e utile che mai: come strumento per indicare la direzione dello sviluppo socio-economico ai molteplici apparati del Partito-stato, nonché al capitalismo cinese.
Questo per due fattori concomitanti:
- la strategia di Xi Jinping che, da quando si è insediato (novembre 2012), è stata quella di rafforzare il Pcc e le sue istituzioni, tra le quali il Piano rientra a pieno titolo;
- il confronto con gli Stati Uniti, che ha dato ulteriore centralità alla bussola-Piano: in una fase caratterizzata dalla guerra commerciale e dal “containment” politico-tecnologico-militare Usa, per un’amministrazione come quella guidata da Xi il Piano ha un peso specifico maggiore che negli ultimi decenni.
Non a caso il segretario generale del partito, rivendicandone la centralità, ha definito il piano quinquennale un “vantaggio politico unico” della Cina rispetto agli altri paesi.
In risposta a questa capacità di programmazione della Cina incarnata dal Piano, è bene ricordarlo, gli Stati Uniti – a partire dall’amministrazione Biden – hanno riabilitato la politica industriale, cioè il diritto della politica di governare, almeno in parte, l’economia, considerata un’eresia nei precedenti decenni di iper-liberismo.
Importato negli anni Cinquanta dall’Unione Sovietica, sopravvissuto all’irruzione del mercato in Cina un quarto di secolo più tardi, infine rimesso al centro della scena dal leader protagonista di una terza rivoluzione (dopo quelle maoista e denghiana), il XV Piano quinquennale (l’URSS si fermò a 13), dopo essere stato discusso dal plenum, verrà approvato ufficialmente a marzo dall’Assemblea nazionale del popolo.
Detto ciò, è importante chiarire che – anche per la leadership che ha seguìto Xi negli ultimi 13 anni – non si tratta di tornare ai piani maoisti che fissavano irraggiungibili obiettivi e quantificavano nel dettaglio tappe e risultati intermedi per raggiungerli: ciò risulterebbe anacronistico in una fase che lo stesso PCC continua a indicare come caratterizzata da rapidi “cambiamenti mai visti nell’ultimo secolo”.
Piuttosto, il nuovo Piano sarà un mix di:
- indirizzo di politica economica;
- risultati attesi;
- obiettivi vincolanti.
Nei prossimi cinque anni l’economia e la società della Cina dovranno dimostrare se avranno superato lo stress test a cui Xi le ha sottoposte nell’ultimo lustro, segnato dalla “Guerra popolare anti-Covid”, dalla campagna contro “l’espansione disordinata del capitale” (privato), da purghe continue nel partito e nell’esercito, dalla crisi del mercato immobiliare, da uno scontro senza precedenti con gli Usa.
L’ultimo Piano ha accompagnato una fase a dir poco turbolenta ma, nonostante tutto, il Pil del paese è cresciuto in media del 5,4 per cento (in attesa dei dati definitivi sul 2025).
Il XV piano quinquennale sarà chiamato a guidare il paese verso una “modernizzazione socialista di base”, che dovrebbe arrivare nel 2035, con il raddoppio del Pil pro capite (13.400 dollari nel 2024): per raggiungerla, la crescita media dovrà attestarsi ad almeno il 4,5 per cento nel periodo 2026-2030.
Dopo che la Cina, negli ultimi anni, ha sorpreso molti osservatori con i suoi avanzamenti tecnologico-industriali, adesso si apre una fase del tutto nuova, in cui la seconda economia del pianeta è chiamata a consolidare quei risultati, in un quadro di rivalità conclamata e crescente con gli Stati Uniti, decisi a ostacolare la sua ascesa attraverso un “containment” politico-tecnologico-militare.
È chiaro che un simile contesto richiede la ricerca di soluzioni (politiche) più creative, inedite, difficili da praticare e, di conseguenza, sottopone la leadership a uno scrutinio più severo, all’interno e dall’estero. Andare allo scontro o, piuttosto, cercare una mediazione con gli Usa sulle questioni commerciali e tecnologiche così come, ad esempio, la scelta dei settori economici da privilegiare rappresentano in questa fase decisioni cruciali, foriere di conseguenze di grossa portata.
Il secondo motivo per cui questo IV plenum è così importante è che il Piano, tornato così centrale, avrà al suo centro l’innovazione tecnologica. La Cina infatti resta indietro rispetto alle economie più avanzate in settori come i semiconduttori di fascia alta, la meccanica di precisione e i software industriali. Una vulnerabilità diventata più evidente con l’intensificarsi della competizione con gli Usa, che hanno via via inasprito le restrizioni nei settori tecnologici più critici.
Di fronte a questa minaccia, non è sufficiente reagire – come negli ultimi giorni – con le restrizioni all’export verso gli Usa delle terre rare, delle quali la Cina detiene quasi il monopolio, ma è necessario rafforzare quelle filiere industriali hi-tech nelle quali il paese è tuttora dipendente dalle economie più avanzate.
Inoltre, per rafforzarsi la Cina scommetterà sulle cosiddette “nuove forze produttive di qualità”, ovvero sull’ammodernamento delle industrie tradizionali, lo sviluppo di quelle emergenti e la fondazione di quelle del futuro.
Secondo quanto dichiarato da Zheng Shanjie, presidente della Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme (Ndrc), la spesa totale della Cina per la R&S è cresciuta di quasi il 50 per cento tra il 2020 e il 2024, con un incremento di 1.200 miliardi di yuan: un sostegno fondamentale per le industrie emergenti strategiche, dai semiconduttori ai veicoli a nuova energia.
La visione strategica dei leader cinesi negli ultimi dieci anni ha saputo cogliere le industrie del futuro, come, ad esempio, veicoli a nuova energia, pannelli solari, pale eoliche. Anche stavolta la scommessa del Piano sarà quella di individuare in quali nuove tecnologie le imprese cinesi potranno lanciarsi alla conquista dei mercati internazionali (6G, calcolo quantistico, e intelligenza artificiale sono in prima fila).
Il mese scorso la Ndrc ha annunciato di aver istituito un fondo speciale da 70 miliardi di dollari – in grado di mobilitarne 500 – a sostegno di progetti individuati come prioritari, anzitutto quelli nell’ambito dell’innovazione tecnologica.
Non tutto è oro quel che luccica è un proverbio che si adatta perfettamente all’innovazione in Cina. Il paese che procede spedito sperimentando fabbriche intelligenti, robot industriali, intelligenza artificiale (Ia), è infatti lo stesso che sta facendo registrare tassi record di disoccupazione giovanile (18,9 per cento ad agosto).
Gli stessi cambiamenti strutturali che stanno facendo avanzare l’economia cinese stanno bruciando posti di lavoro: l’automazione, l’Ia, le industrie high‑tech a basso impiego di manodopera crescono, ma non compensano il calo occupazionale provocato dalle ristrutturazioni nei settori tradizionali.
Il ministro dell’Industria e della Tecnologia dell’Informazione, Li Lecheng, ha ricordato che la Cina ha messo su il sistema manifatturiero più completo al mondo che vanta, per il quindicesimo anno consecutivo, la più ampia scala produttiva globale, la “fabbrica del mondo” della maggior parte dei 504 principali prodotti industriali ai vertici delle classifiche globali.
Ma il partito dovrà trovare il modo di ridare fiducia agli imprenditori privati che lamentano di essere stati marginalizzati nelle politiche governative degli ultimi anni: si punterà soprattutto su accesso finalmente paritario agli appalti pubblici e a reprimere le angherie dei governi locali nei confronti delle aziende.
Per compensare le ripercussioni del protezionismo statunitense, stimolare i consumi interni è diventata ancora di più una priorità, nel tentativo di riequilibrare un modello tuttora dipendente dalle esportazioni (anche se verso mercati decisamente più diversificati che in passato).
Secondo la Banca mondiale, nel 2024 i consumi interni hanno rappresentato il 56,7 per cento del Pil della Cina, 17 punti in meno rispetto alla media globale. Lo scorso anno, i consumi hanno contribuito per il 44,5 per cento all’espansione del prodotto interno lordo della Cina, con un aumento di 2,2 punti percentuali rispetto al 2023, a conferma che il ruolo della domanda interna resta marginale rispetto agli investimenti e alla produzione industriale.
In linea teorica esiste dunque un ampio margine per spingere i cittadini cinesi ad aumentare la spesa. Più che nei beni durevoli, il potenziale maggiore riguarda i servizi, come dimostra il costante incremento del turismo interno.
Tuttavia, se si vuole convincere una popolazione tradizionalmente incline al risparmio a consumare di più, il nuovo Piano dovrà fornire indicazioni solide su due aspetti cruciali: da un lato una strategia efficace di riduzione delle disuguaglianze (finora affrontate solo con misure parziali o episodiche, come i sussidi per l’acquisto di beni e servizi), dall’altro un rafforzamento del welfare, che includa pensioni, istruzione e sanità.
Fonte
19/09/2025
Cosa si pensa nel resto del mondo? Intervista cinese a Putin
Se si guarda con un minimo di distacco emotivo il panorama dell’informazione occidente – quella italica è un caso di morte cerebrale ormai conclamato – ci si accorge subito che ciò che accade nel resto del mondo è sostanzialmente ignorato. Almeno fin quando non ci si inciampa sopra.
Peggio ancora, non sappiamo praticamente nulla di quel che si pensa – e come, e perché lo si pensa – al di fuori degli ormai ristretti confini dell’area euro-atlantica.
L’ammissione involontaria arriva dagli stessi gazzettieri-propagandisti che riempiono i media nostrani con titoli come “cosa c’è nella mente di Putin”, “cosa vuole Xi Jinping”, e naturalmente tutti gli altri che preoccupano appena meno.
Non possiamo garantirvi una copertura completa o sistematica, ma cominciamo a darvi qualche informazione in più, grazie in questo caso a Silvana Sale che ha tradotto un’intervista di Xinhua a Vladimir Putin, fatta poco prima della grande parata del 3 settembre per l’80esimo anniversario della vittoria cinese sull’invasore giapponese.
Come dovrebbe esser noto, non è un personaggio che ci stia particolarmente simpatico (è salito ai vertici con Eltsin, quando veniva distrutta l’Unione Sovietica), ma forse è più attendibile conoscere il suo pensiero direttamente da lui piuttosto che attendere le invenzioni degli “indovini” spiaggiati nelle redazioni del Corriere o di Repubblica.
In fondo, ci piaccia o no, è il presidente di una superpotenza nucleare con alcune migliaia di testate operative... È meglio farsene un’idea realistica, invece che raccontarsi scemenze e crederci pure...
Ecco l’intervista integrale rilasciata da Vladimir Putin all’agenzia Xinhua, pubblicata da China Daily il 30 agosto 2025.
Peggio ancora, non sappiamo praticamente nulla di quel che si pensa – e come, e perché lo si pensa – al di fuori degli ormai ristretti confini dell’area euro-atlantica.
L’ammissione involontaria arriva dagli stessi gazzettieri-propagandisti che riempiono i media nostrani con titoli come “cosa c’è nella mente di Putin”, “cosa vuole Xi Jinping”, e naturalmente tutti gli altri che preoccupano appena meno.
Non possiamo garantirvi una copertura completa o sistematica, ma cominciamo a darvi qualche informazione in più, grazie in questo caso a Silvana Sale che ha tradotto un’intervista di Xinhua a Vladimir Putin, fatta poco prima della grande parata del 3 settembre per l’80esimo anniversario della vittoria cinese sull’invasore giapponese.
Come dovrebbe esser noto, non è un personaggio che ci stia particolarmente simpatico (è salito ai vertici con Eltsin, quando veniva distrutta l’Unione Sovietica), ma forse è più attendibile conoscere il suo pensiero direttamente da lui piuttosto che attendere le invenzioni degli “indovini” spiaggiati nelle redazioni del Corriere o di Repubblica.
In fondo, ci piaccia o no, è il presidente di una superpotenza nucleare con alcune migliaia di testate operative... È meglio farsene un’idea realistica, invece che raccontarsi scemenze e crederci pure...
Ecco l’intervista integrale rilasciata da Vladimir Putin all’agenzia Xinhua, pubblicata da China Daily il 30 agosto 2025.
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Xinhua: A maggio di quest’anno, il presidente cinese Xi Jinping ha fatto visita allo Stato russo e ha partecipato alle celebrazioni per l’80° anniversario della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica, un evento di grande successo.
La tua visita in Cina è imminente: quali sono le tue aspettative? Negli ultimi dieci anni, tu e Xi avete mantenuto stretti contatti, guidando il costante sviluppo delle relazioni bilaterali. Come descriveresti Xi Jinping come leader?
Putin: Certo, la visita del nostro amico, il presidente cinese Xi Jinping, in Russia a maggio è stata un successo clamoroso, ha attirato ampia attenzione internazionale ed è stata molto apprezzata nel nostro Paese. La sua presenza ha coinciso con una data sacra per noi – l’80° anniversario della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica – conferendo un profondo significato simbolico allo sviluppo delle relazioni russo-cinesi. Riaffermiamo la scelta strategica dei nostri popoli per rafforzare le tradizioni di buon vicinato, amicizia e cooperazione mutuamente vantaggiosa e duratura.
Il leader cinese è stato l’ospite d’onore principale alle celebrazioni a Mosca. Durante i nostri colloqui ad alto livello, abbiamo tenuto discussioni molto produttive su questioni chiave della cooperazione bilaterale. Il risultato è stato una dichiarazione congiunta e la firma di un importante pacchetto di documenti bilaterali.
Presto, su invito del presidente Xi, farò visita di ritorno in Cina. Attendo con grande piacere di visitare la città di Tianjin, che ospiterà il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) sotto la presidenza cinese.
Ci aspettiamo che il vertice dia un forte nuovo slancio all’Organizzazione, ne rafforzi la capacità di rispondere alle sfide e alle minacce contemporanee e consolidi la solidarietà nel nostro spazio eurasiatico condiviso. Tutto ciò contribuirà a plasmare un ordine mondiale più equo e multipolare.
Per quanto riguarda i colloqui russo-cinesi, avranno luogo a Pechino. Non vedo l’ora di avere approfondite discussioni con il presidente Xi Jinping su tutti gli aspetti della nostra agenda bilaterale, incluse cooperazione politica e sicurezza, nonché legami economici, culturali e umanitari. Come sempre, scambieremo opinioni su questioni regionali e internazionali urgenti.
A Pechino renderemo omaggio al gesto eroico comune dei nostri padri, nonni e bisnonni, che insieme sconfissero il Giappone militarista, ponendo la parola fine alla Seconda Guerra Mondiale. Onoreremo la memoria di coloro che sigillarono con il loro sangue la fratellanza tra i nostri popoli, difesero la libertà e l’indipendenza dei nostri Stati e garantirono il diritto al libero sviluppo sovrano.
Xi Jinping tratta la storia del suo Paese con il massimo rispetto; lo so per esperienza personale. È un vero leader di una grande potenza mondiale, un uomo di forte volontà, dotato di visione strategica e di una prospettiva globale, saldo nel difendere gli interessi nazionali. Per la Cina è eccezionalmente importante che una figura di tale calibro guida il Paese in questo momento cruciale negli affari internazionali.
Il presidente cinese è un esempio per il mondo di cosa dovrebbe essere oggi un dialogo rispettoso ed equo con partner esteri. In Russia apprezziamo profondamente l’impegno genuino del leader cinese nell’avanzare la nostra partenership complessiva e cooperazione strategica.
Cina e Unione Sovietica, principali teatri della guerra in Asia e in Europa, sostennero enormi sacrifici e diedero un contributo significativo alla vittoria nella lotta globale contro il fascismo.
Qual è, secondo te, l’importanza di preservare la memoria di quella Vittoria nel contesto internazionale odierno? Come dovrebbero Cina e Russia difendere insieme quella memoria storica in un momento in cui certe forze internazionali tentano di distorcerla?
Come ho già detto, quest’anno, insieme ai nostri amici cinesi, celebriamo l’80° anniversario della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica e della capitolazione del Giappone militarista, che segnarono la fine della Seconda Guerra Mondiale.
I popoli dell’Unione Sovietica e della Cina sopportarono il peso maggiore dei combattimenti e subirono le perdite più gravi. Furono i nostri cittadini a patire le sofferenze più atroci nella lotta contro gli invasori e a giocare un ruolo decisivo nella sconfitta del nazismo e del militarismo.
Durante quelle dure prove si forgiarono le tradizioni più nobili di amicizia e mutuo soccorso, tradizioni che oggi costituiscono una solida base per le relazioni russo-cinesi.
Ricordo che già negli anni ’30, quando il Giappone intraprese in modo infido una guerra d’aggressione contro la Cina, l’Unione Sovietica stese una mano amica al popolo cinese.
Migliaia dei nostri ufficiali veterani prestarono servizio come consiglieri militari, aiutando a rafforzare l’esercito cinese e guidando le operazioni di combattimento. Piloti sovietici combatterono coraggiosamente al fianco dei loro fratelli d’armi cinesi.
Tra ottobre 1937 e giugno 1941, l’URSS fornì alla Cina 1.235 aerei, migliaia di pezzi d’artiglieria, decine di migliaia di mitragliatrici, oltre a munizioni, equipaggiamenti e rifornimenti.
La principale via di trasporto fu un corridoio terrestre attraverso l’Asia centrale fino allo Xinjiang, dove specialisti sovietici costruirono una strada in tempi record per garantire consegne ininterrotte.
Il resoconto storico non lascia alcun dubbio sulla scala e ferocia di quelle battaglie. Ricordiamo l’importanza dell’offensiva dei “Cento Reggimenti”, quando le forze comuniste cinesi liberarono un territorio con 5 milioni di abitanti dall’occupazione giapponese. Ricordiamo anche imprese impareggiabili da parte delle truppe e dei comandanti sovietici negli scontri con il Giappone presso il lago Khasan e il fiume Khalkhin Gol.
Nell’estate del 1939, il nostro leggendario comandante Georgy Zhukov ottenne la sua prima grande vittoria sulle steppe mongole, che in effetti prefigurò la successiva sconfitta dell’Asse Berlino–Tokyo–Roma.
Nel 1945, l’Operazione Strategica Offensiva della Manciuria ebbe un ruolo decisivo per liberare la Cina nord-orientale, alterare drasticamente la situazione in Estremo Oriente e rendere inevitabile la capitolazione del Giappone militarista.
In Russia non dimenticheremo mai che la resistenza eroica della Cina fu uno dei fattori cruciali che impedirono al Giappone di pugnalare alle spalle l’Unione Sovietica durante i mesi più bui del 1941–1942.
Ciò permise all’Armata Rossa di concentrare le sue forze sullo schiacciare il nazismo e liberare l’Europa.
La stretta cooperazione tra i nostri Paesi fu anche un elemento importante nella formazione della coalizione anti-Hitler, nel rafforzamento della Cina come grande potenza e nelle discussioni costruttive che plasmarono l’assetto postbellico e contribuirono a rivitalizzare il movimento anticoloniale.
È nostro sacro dovere onorare la memoria dei nostri connazionali che dimostrarono vero patriottismo e coraggio, sopportarono tutte le difficoltà e sconfissero nemici potenti e spietati.
Rinnoviamo il nostro profondo rispetto verso tutti i veterani e coloro che hanno dato la vita per la libertà delle generazioni future e per l’indipendenza dei nostri Paesi.
Siamo grati alla Cina per la sua attenta conservazione dei memoriali ai soldati dell’Armata Rossa caduti nelle battaglie per la liberazione della Cina.
Un atteggiamento tanto sincero e responsabile nei confronti del passato si contrappone nettamente alla situazione in alcuni Paesi europei, dove monumenti e tombe dei liberatori sovietici sono profanati in modo barbarico o distrutti, e fatti storici scomodi sono cancellati.
Vediamo che in certi Stati occidentali i risultati della Seconda Guerra Mondiale sono di fatto riveduti, e i verdetti dei tribunali di Norimberga e Tokyo sono apertamente ignorati.
Queste tendenze pericolose derivano da riluttanza ad ammettere la colpevolezza diretta dei predecessori delle élite occidentali odierne nell’innescare la guerra mondiale, e dalla volontà di cancellare pagine vergognose della propria storia, favorendo così revanscismo e neonazismo.
La verità storica è distorta e silenziata per adattarsi a agende politiche attuali. Il militarismo giapponese è riapparso sotto il pretesto di minacce immaginarie russe o cinesi, mentre in Europa, compresa la Germania, si compiono passi verso la rimilitarizzazione del continente, con scarsa attenzione ai parallelismi storici.
Russia e Cina condannano con decisione qualsiasi tentativo di distorcere la storia della Seconda Guerra Mondiale, di glorificare nazisti, militaristi e loro complici, membri di squadre della morte o assassini, o di diffamare i liberatori sovietici.
I risultati di quella guerra sono sanciti nella Carta delle Nazioni Unite e in altri strumenti internazionali.
Sono inviolabili e non soggetti a revisione.
Questa è la nostra posizione condivisa e incrollabile, insieme ai nostri amici cinesi.
La memoria della lotta congiunta dei popoli sovietico e cinese contro il nazismo tedesco e il militarismo giapponese è per noi un valore duraturo.
Vorrei ribadire che la partecipazione di Xi Jinping alle commemorazioni russe dell’80° anniversario della Grande Vittoria ha avuto un profondo significato simbolico. Per celebrare l’80° anniversario della Vittoria dell’URSS nella Grande Guerra Patriottica, della vittoria della Cina nella Guerra di Resistenza contro l’Aggressione Giapponese e della fondazione delle Nazioni Unite, abbiamo firmato una Dichiarazione Congiunta per approfondire ulteriormente il Partenariato Strategico di Coordinamento per una nuova era tra Cina e Russia.
Questo documento fornisce una risposta consolidata dei nostri Paesi ai tentativi di alcuni Stati di smantellare la memoria storica dell’umanità e di sostituire i solidi principi dell’ordine mondiale e del dialogo forgiati dopo la Seconda Guerra Mondiale con il cosiddetto “ordine basato sulle regole”.
Negli ultimi anni, la cooperazione pratica tra Cina e Russia in settori quali energia, agricoltura, produzione automobilistica e infrastrutture ha prodotto risultati positivi e portato a nuove scoperte, mentre il commercio bilaterale ha raggiunto livelli record. Come valuta lo stato attuale della cooperazione pratica tra Cina e Russia? Quali sono i vostri piani per promuovere ulteriormente una cooperazione di alta qualità e reciprocamente vantaggiosa tra Cina e Russia?
Le relazioni economiche tra Russia e Cina hanno raggiunto un livello senza precedenti. Dal 2021, il commercio bilaterale è cresciuto di circa 100 miliardi di dollari. In termini di volume commerciale, la Cina è di gran lunga il principale partner della Russia, mentre lo scorso anno la Russia si è classificata al quinto posto tra i partner commerciali esteri della Cina.
Vorrei sottolineare che, mentre i dati commerciali sono denominati in dollari statunitensi, le transazioni tra Russia e Cina vengono effettuate in rubli e yuan, con la quota in dollari o in euro ridotta a una discrepanza statistica.
La Russia mantiene saldamente la sua posizione di principale esportatore di petrolio e gas verso la Cina.
Dall’entrata in funzione del gasdotto Power of Siberia nel 2019, le forniture cumulative di gas naturale hanno già superato i 100 miliardi di metri cubi.
Nel 2027, prevediamo di lanciare un’altra importante rotta del gas, la cosiddetta “Rotta dell’Estremo Oriente”. Stiamo inoltre collaborando efficacemente a progetti di GNL nella regione artica russa.
Continuiamo i nostri sforzi congiunti per ridurre le barriere commerciali bilaterali. Negli ultimi anni, è stata avviata l’esportazione di carne suina e bovina verso la Cina. Nel complesso, i prodotti agricoli e alimentari occupano un posto di rilievo nelle esportazioni russe verso la Cina.
I volumi degli investimenti bilaterali sono in crescita. Lo scorso anno, Russia e Cina hanno concordato un Piano aggiornato per la cooperazione bilaterale in materia di investimenti. Quest’anno è stato firmato un nuovo Accordo sulla promozione e la protezione reciproca degli investimenti. Progetti congiunti su larga scala sono in fase di attuazione in settori prioritari.
I nostri Paesi collaborano strettamente nell’industria. La Russia è uno dei principali mercati mondiali per le esportazioni di automobili cinesi.
Allo stesso tempo, la produzione viene localizzata in Russia non solo per le auto cinesi, ma anche per gli elettrodomestici. Insieme, stiamo costruendo impianti di produzione e infrastrutture ad alta tecnologia. Abbiamo anche progetti su larga scala nel settore dei materiali da costruzione.
In sintesi, la cooperazione economica, commerciale e industriale tra i nostri Paesi sta progredendo in molteplici settori. Durante la mia prossima visita, discuteremo sicuramente di ulteriori prospettive di cooperazione reciprocamente vantaggiosa e di nuove iniziative per intensificarla a beneficio dei popoli di Russia e Cina.
Quest’anno segna la conclusione degli anni di scambio culturale tra Cina e Russia. Durante questo periodo, i nostri Paesi hanno sviluppato un’ampia cooperazione nei settori dell’istruzione, del cinema, del teatro, del turismo e dello sport. Come valuta i risultati degli scambi e della cooperazione culturale e umanitaria tra Cina e Russia? Quali prospettive intravede per l’ulteriore promozione dei legami tra i popoli di Cina e Russia?
Le iniziative culturali e umanitarie bilaterali su larga scala contribuiscono in modo significativo a promuovere relazioni amichevoli.
L’Anno russo in Cina e l’Anno cinese in Russia (2006-2007) hanno riscosso un grande successo. I successivi anni tematici dedicati a Lingua, Turismo, Gioventù, Media, Cooperazione regionale, Sport, Scienza e Innovazione, lanciati in successione a partire dal 2009, hanno riscosso un’ampia risonanza pubblica.
Oggi, gli scambi culturali tra Russia e Cina continuano a svilupparsi dinamicamente. La Roadmap Russia-Cina per la cooperazione umanitaria fino al 2030, che comprende oltre 100 importanti progetti, viene costantemente implementata.
Vorrei sottolineare in particolare il successo dell’organizzazione degli Anni della Cultura Russia-Cina, tenutisi nel 2024-2025 in concomitanza con il 75° anniversario delle relazioni diplomatiche tra i nostri Paesi. Il ricco e variegato programma ha riscosso un’accoglienza entusiastica sia in Russia che in Cina.
Vorrei anche sottolineare che la parte russa ha avviato l’International Song Contest Intervision, previsto per il 20 settembre di quest’anno, e siamo lieti che i nostri partner cinesi abbiano mostrato vivo interesse per questo progetto.
Istruzione e scienza rimangono ambiti di cooperazione particolarmente promettenti. La mobilità accademica e i contatti interuniversitari continuano a crescere.
Oggi, oltre 51.000 studenti cinesi studiano in Russia, mentre 21.000 studenti russi studiano in Cina. A maggio, il Presidente Xi e io abbiamo concordato che il 2026-2027 sarà designato come “Anni di istruzione Russia-Cina”.
Anche la cooperazione in ambito scientifico, tecnologico e innovativo si sta espandendo, anche nella ricerca fondamentale e nei progetti di megascienza.
Ad esempio, l’Università Statale di Mosca e l’Università di Pechino prevedono di aprire un istituto congiunto per la ricerca fondamentale. Sosteniamo pienamente la creazione di laboratori moderni e centri avanzati in settori prioritari dell’alta tecnologia per rafforzare la sovranità tecnologica di Russia e Cina.
La produzione cinematografica è un altro vivace ambito di cooperazione.
A febbraio, il film d’avventura russo-cinese “Seta Rossa” è stato presentato in anteprima in Russia e ci aspettiamo che raggiunga presto il pubblico cinese. A maggio, è stato firmato a Mosca un Piano d’azione per la produzione cinematografica. Prevediamo l’uscita di molti nuovi film russo-cinesi nel prossimo futuro: film che promuoveranno sani principi morali e valori spirituali ed etici tradizionali, presentando al contempo resoconti veritieri di importanti eventi storici.
A tal fine, abbiamo anche lanciato una nuova iniziativa, l’Open Eurasian Film Award, una piattaforma cinematografica unica, libera da pregiudizi o intrighi politici.
Il turismo è un altro settore importante che vorrei sottolineare. I dati sono incoraggianti: entro la fine del 2024, i flussi turistici reciproci erano aumentati di 2,5 volte, raggiungendo i 2,8 milioni di persone.
Anche la cooperazione sportiva è stata produttiva. Siamo grati ai nostri partner cinesi per la loro partecipazione attiva agli eventi sportivi internazionali ospitati dalla Russia, tra cui gli innovativi Giochi del Futuro, i Giochi BRICS e molti altri.
La nazionale cinese era tra le delegazioni più numerose a queste competizioni. Crediamo fermamente che lo sport debba rimanere libero da qualsiasi politicizzazione.
Un altro ambito prioritario è la politica giovanile. Apprezziamo molto il lavoro coordinato dei principali media russi e cinesi e la nostra cooperazione tra archivi svolge un ruolo importante nella preservazione della verità storica.
È incoraggiante constatare che la cooperazione culturale e umanitaria bilaterale continui a guadagnare slancio. Questa è senza dubbio una dimensione strategica delle nostre relazioni, che contribuisce a costruire un’ampia base pubblica di amicizia, buon vicinato e comprensione reciproca.
L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), istituita congiuntamente da Cina e Russia, rappresenta un’importante piattaforma per una cooperazione regionale globale, fondamentale per garantire la pace, la stabilità e lo sviluppo nell’area eurasiatica.
La Cina detiene la presidenza di turno della SCO per il biennio 2024-2025 e la 25a riunione del Consiglio dei Capi di Stato della SCO si terrà presto a Tianjin. Come valuta il ruolo costruttivo che la SCO ha svolto per oltre due decenni nel mantenimento della pace e della stabilità regionale e nella promozione dello sviluppo e della prosperità comuni? A suo avviso, in quali ambiti gli Stati membri dovrebbero rafforzare ulteriormente gli scambi e la cooperazione?
La fondazione della SCO nel 2001 ha incarnato l’aspirazione comune di Russia, Cina e degli stati dell’Asia centrale (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan) di costruire fiducia, amicizia e relazioni di buon vicinato e di promuovere la pace e la stabilità nella regione.
Nel corso degli anni, la SCO ha sviluppato un solido quadro giuridico e istituzionale, creando meccanismi che consentono un’efficace cooperazione in ambito politico, di sicurezza, commerciale e di investimento, nonché negli scambi culturali e umanitari.
Da allora, la sua adesione si è ampliata fino a includere India, Pakistan, Iran e Bielorussia, mentre i paesi partner e osservatori, che rappresentano la diversità politica, economica e culturale dell’Eurasia, sono attivamente impegnati in attività congiunte.
Il fascino della SCO risiede nei suoi principi semplici ma potenti: un fermo impegno nei confronti della sua filosofia fondante, l’apertura alla cooperazione paritaria, il non confronto con terze parti e il rispetto per le caratteristiche nazionali e l’unicità di ogni nazione.
Attingendo a questi valori, la SCO contribuisce a plasmare un ordine mondiale più equo e multipolare, fondato sul diritto internazionale, con il ruolo centrale di coordinamento delle Nazioni Unite.
Un elemento fondamentale di questa visione globale è la creazione in Eurasia di un’architettura di sicurezza equa e indivisibile, anche attraverso uno stretto coordinamento tra gli Stati membri della SCO. Consideriamo il Partenariato Eurasiatico Maggiore, che collega le strategie di sviluppo nazionale, le iniziative di integrazione regionale e rafforza i legami tra la SCO, l’Unione Economica Eurasiatica, la CSI, l’ASEAN e altre organizzazioni internazionali, come il fondamento socio-economico di questa architettura.
Sono fiducioso che il vertice di Tianjin, insieme alla riunione della SCO Plus, segnerà una pietra miliare importante nella storia della SCO.
Sosteniamo pienamente le priorità dichiarate dalla presidenza cinese, che si concentrano sul consolidamento della SCO, sull’approfondimento della cooperazione in tutti i settori e sul rafforzamento del ruolo dell’organizzazione sulla scena globale. Attribuiamo particolare importanza all’allineamento di questo lavoro con le misure concrete adottate durante la presidenza russa del Consiglio dei Capi di Governo della SCO. Sono fiducioso che, attraverso i nostri sforzi congiunti, daremo nuovo slancio alla SCO, modernizzandola per soddisfare le esigenze del momento.
Come ha ripetutamente sottolineato il Presidente Xi Jinping, la Cina è pronta a collaborare strettamente con la Russia per rafforzare il sostegno reciproco attraverso le piattaforme multilaterali, tra cui l’ONU, la SCO e i BRICS, per salvaguardare gli interessi di sviluppo e sicurezza di entrambe le nazioni, unire il Sud del mondo e promuovere un ordine internazionale più equo e razionale. Come valuta la cooperazione tra Cina e Russia all’interno di questi quadri multilaterali?
A suo avviso, in quali ambiti Cina e Russia possono stabilire nuovi parametri di riferimento nella governance globale, in particolare per quanto riguarda settori emergenti come il cambiamento climatico, la governance dell’intelligenza artificiale e la riforma dell’architettura di sicurezza globale?
La cooperazione tra Russia e Cina in ambito multilaterale è un pilastro fondamentale delle nostre relazioni bilaterali e svolge un ruolo fondamentale negli affari globali.
I nostri scambi su questioni internazionali critiche hanno ripetutamente dimostrato che Mosca e Pechino condividono ampi interessi comuni e opinioni sorprendentemente simili su questioni fondamentali.
Siamo uniti nella nostra visione di costruire un ordine mondiale giusto e multipolare, con particolare attenzione alle nazioni della Maggioranza Globale.
Il partenariato strategico Russia-Cina funge da forza stabilizzatrice.
In quanto due potenze leader in Eurasia, non possiamo rimanere indifferenti alle sfide e alle minacce che il nostro continente e il mondo intero si trovano ad affrontare.
Questa questione è al centro del nostro dialogo politico bilaterale. Il concetto russo di creare uno spazio comune di sicurezza equa e indivisibile in Eurasia è in stretta sintonia con l’Iniziativa per la Sicurezza Globale del Presidente Xi Jinping.
L’interazione tra Russia e Cina alle Nazioni Unite ha raggiunto un livello senza precedenti, riflettendo pienamente lo spirito di partenariato globale e cooperazione strategica. Entrambi i Paesi attribuiscono particolare importanza al Gruppo di Amici in Difesa della Carta delle Nazioni Unite, un meccanismo fondamentale per il consolidamento del Sud del mondo.
Tra i suoi principali risultati figura la risoluzione “Eradicazione del colonialismo in tutte le sue forme e manifestazioni”, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 4 dicembre 2024.
Russia e Cina sostengono la riforma dell’ONU affinché ripristini pienamente la sua autorità e rifletta le realtà moderne. In particolare, sosteniamo la necessità di rendere il Consiglio di Sicurezza più democratico, includendo Stati di Asia, Africa e America Latina. Qualsiasi riforma di questo tipo deve, tuttavia, essere affrontata con la massima cautela.
La stretta cooperazione tra Mosca e Pechino ha influenzato positivamente il lavoro dei principali forum economici, tra cui il G20 e l’APEC.
All’interno del G20, insieme alle nazioni che condividono gli stessi ideali, e in particolare ai membri dei BRICS, abbiamo riorientato l’agenda verso questioni di reale importanza per la maggioranza globale, rafforzato il formato includendo l’Unione Africana e approfondito le sinergie tra G20 e BRICS.
Quest’anno, i nostri amici sudafricani detengono la presidenza del G20. Grazie ai loro sforzi, contiamo di consolidare i risultati raggiunti dal Sud del mondo e di consolidarli come fondamento per la democratizzazione delle relazioni internazionali. All’interno dell’APEC, si prevede che la presidenza cinese nel 2026 darà nuovo impulso all’impegno tra Russia e Cina.
Stiamo lavorando a stretto contatto con la Cina all’interno dei BRICS per ampliare il suo ruolo di pilastro fondamentale dell’architettura globale. Insieme, promuoviamo iniziative volte ad ampliare le opportunità economiche per gli Stati membri, inclusa la creazione di piattaforme comuni per il partenariato in settori strategici. Prestiamo particolare attenzione alla mobilitazione di risorse aggiuntive per progetti infrastrutturali critici.
Siamo uniti nel rafforzare la capacità dei BRICS di affrontare le urgenti sfide globali, condividere visioni simili sulla sicurezza regionale e internazionale e assumere una posizione comune contro le sanzioni discriminatorie che ostacolano lo sviluppo socioeconomico dei nostri membri e del mondo in generale.
Insieme ai nostri partner cinesi, sosteniamo la riforma del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Siamo uniti nell’idea che un nuovo sistema finanziario debba basarsi sull’apertura e sulla vera equità, garantendo a tutti i Paesi un accesso equo e non discriminatorio ai suoi strumenti e riflettendo la reale posizione degli Stati membri nell’economia globale.
È essenziale porre fine all’uso della finanza come strumento di neocolonialismo, che va contro gli interessi della maggioranza globale.
Al contrario, cerchiamo il progresso a beneficio di tutta l’umanità.
Sono fiducioso che Russia e Cina continueranno a lavorare insieme per raggiungere questo nobile obiettivo, allineando i nostri sforzi per garantire la prosperità delle nostre grandi nazioni.
Fonte
15/08/2025
Gli occhi di Pechino puntati sull'Alaska
di Michelangelo Cocco
Il vertice di Ferragosto tra Vladimir Putin e Donald Trump ad Anchorage sarà seguito dalla leadership cinese con la massima attenzione. Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, Pechino ha fornito a Mosca un sostegno essenzialmente economico (nell’ambito del rafforzamento complessivo delle relazioni bilaterali), mentre i paesi della Nato, con la guerra vicina alle frontiere di alcuni membri, hanno appoggiato Kiev attraverso massicce forniture di armamenti e assistenza finanziaria.
Al termine dell’incontro online di ieri con i leader europei e con il presidente ucraino, Volodymyr Zelenski, Trump ha minacciato “conseguenze molto serie” se Putin non fermerà la guerra dopo il faccia a faccia di domani. L’ipotesi è che si arrivi a una tregua (forse solo nei bombardamenti aerei), che potrebbe essere annunciata proprio nella città dell’Alaska.
Xi Jinping – che da quando è al potere ha puntato tanto sui rapporti con la Russia di Putin – ha fatto sapere che la Cina «sostiene gli sforzi per migliorare le relazioni bilaterali Russia-Stati Uniti e spera di vedere progressi nella risoluzione politica della crisi ucraina».
Proviamo anzitutto a riassumere gli obiettivi dei principali protagonisti – presenti e non invitati – allo storico incontro, che dovrebbe svolgersi nell’enorme base militare di Elmendorf-Richardson.
Gli Stati Uniti di Donald Trump
L’amministrazione Trump ha constatato che la guerra in Ucraina ha reso la Russia più dipendente dalla Cina. Qualche settimana fa il segretario di stato, Marco Rubio, ha dichiarato che Washington punta a “staccare” la Russia dall’abbraccio della Cina, per il semplice motivo che avere come sfidante una sola potenza nucleare è meglio che averne due. Raggiungere un’intesa sull’Ucraina, permetterebbe agli Usa anche di procedere allo sfruttamento delle sue risorse minerarie, come da contratti già sottoscritti tra Washington e Kiev. Trump dunque spingerà per una fine della guerra, tra l’altro anche per l’ambizione di essere insignito del premio Nobel per la pace.
La Russia di Putin
Putin sarà anzitutto riabilitato agli occhi dell’occidente dal summit di Anchorage: colpito da un mandato d’arresto della Corte penale internazionale, si presenterà nello stato Usa (Washington non è firmataria della convenzione che ha istituito la Cpi) a trattare con la principale potenza mondiale: altro che leader isolato. Inoltre, a Mosca accettare una tregua conviene: dimostrerebbe la sua “volontà di pace”, senza impedirle di ricominciare i combattimenti, se gli ucraini rifiutassero concessioni territoriali. Proseguire il dialogo con Trump permetterebbe a Putin di verificare la possibilità di una détente con gli Usa, mantenendo nello stesso tempo i rapporti con la Cina.
L’Ucraina e l’UE
L’Ucraina – paese conteso da anni tra l’Unione europea e la Russia – non può accettare concessioni territoriali come quelle rivendicate dalla Russia: tutto il Donbass più Kherson e Zaporizhzhia. Nella dichiarazione congiunta di ieri, i leader di 26 dei 27 Stati membri dell’UE (l’Ungheria non ha firmato) hanno avvertito che «i confini internazionali non devono essere modificati con la forza». Tuttavia senza il sostegno militare e d’intelligence Usa, potendo contare solo su quello europeo, è estremamente difficile che gli ucraini possano recuperare militarmente i territori perduti in oltre tre anni di guerra. L’Ucraina e la UE possono o entrare in un negoziato dal quale sono stati finora esclusi, cercando di limitare i danni, oppure scegliere di proseguire la guerra.
Venerdì scorso, Putin, dopo aver discusso con Trump del summit di ferragosto, ha fatto a Xi una telefonata che dai cinesi è stata presentata come l’ennesima prova del coordinamento tra le due nazioni, che condividono un confine di 4.300 chilometri.
A Pechino seguono con estrema attenzione gli sviluppi del conflitto in Ucraina, per una serie di importanti motivi:
– la Cina è interessata alla stabilità di uno stato con il quale ha una lunghissima frontiera in comune e con il quale le relazioni nel corso della storia sono state anche burrascose;
– finché gli Usa saranno impegnati con la questione ucraina, per Washington sarà più difficile concentrarsi sulla Cina, che è indicata come il principale avversario globale degli Stati Uniti;
– qualsiasi accordo vantaggioso per la Russia favorito da Trump potrebbe essere letto da Pechino come un’estensione del margine di pressione della Cina su Taiwan tollerato da Washington.
Non ci possiamo permettere che la Russia perda, perché subito dopo gli Usa si rivolgerebbero contro la Cina, si sarebbe lasciato sfuggire il mese scorso il ministro degli esteri, Wang Yi, durante un colloquio con la rappresentante della politica estera dell’UE, Kaja Kallas.
Certo è che le iniziative confusionarie dell’amministrazione Trump hanno offerto alla Cina la ribalta internazionale in quanto potenza stabilizzatrice nel caos di guerre e dazi.
Pechino sta negoziando senza fare sconti agli Stati Uniti, coordinandosi con i paesi del Sud globale colpiti dalle tariffe di Donald Trump: così ha ottenuto il prolungamento (di altri 90 giorni) della tregua nei super dazi “reciproci” scaduta il 12 agosto. Mentre Bruxelles (che si è vista appioppare dazi del 15 per cento sulle importazioni europee negli Usa) si è dimostrata un vaso di coccio tra vasi di ferro, a causa della sua arrendevole non-strategia frutto di divergenti egoismi nazionali e di una classe dirigente non all’altezza delle attuali sfide storiche.
Tariff Man sta facendo valere la forza delle “vecchie” materie prime americane (soia e carburante), mentre Xi Jinping fa leva sul quasi monopolio cinese delle terre rare e dei minerali strategici per le produzioni hi-tech, nonché sul sostegno del gruppo di paesi Brics, ricchi di energia e derrate alimentari. Questa semplice considerazione avrebbe dovuto suggerire a Trump maggiore cautela. Al contrario l’immobiliarista miliardario inquilino della Casa bianca e i suoi consiglieri sono andati avanti a rotta di collo con i dazi contro tutti, salvo poi scoprire che c’è una parte (molto consistente) del Pianeta che si è parzialmente emancipata dai mercati Usa ed è pronta a far fronte comune contro la clava dell’economia brandita per regolare le questioni internazionali.
E così martedì mattina Luiz Inácio Lula da Silva si è consultato al telefono per un’ora con Xi. Il presidente brasiliano e quello cinese hanno convenuto che i paesi del Sud globale devono collaborare per dare un esempio di solidarietà e autosufficienza opponendosi all’offensiva di Trump, che ha imposto dazi del 50 per cento su una vasta gamma di importazioni dalla prima economia dell’America latina. La scorsa settimana Lula aveva sentito il premier indiano, Narendra Modi, il cui paese è stato colpito dalla stessa aliquota tariffaria (la metà della quale per l’acquisto di energia russa, 25 per cento che, per lo stesso motivo, Trump minaccia di applicare anche alla Cina) e il presidente russo Vladimir Putin, la cui economia è soggetta a sanzioni internazionali scattate dopo l’invasione dell’Ucraina. Imposizioni che non funzionano anche perché c’è la Cina, il cui commercio bilaterale con la Russia il mese scorso ha raggiunto il picco del 2025 (19,14 miliardi di dollari, +8,7 per cento rispetto a giugno).
Oltre a questa considerazioni geopolitiche, ci sono quelle di carattere squisitamente economico: grazie alle sanzioni internazionali la Cina ha conquistato nel paese confinante interi mercati (automotive, elettronica e altri) e ha ottenuto a prezzi stracciati l’energia che alla Russia è vietato vendere all’Europa (in cambio di una tregua in Ucraina, Mosca potrebbe ottenere un allentamento delle sanzioni).
La Cina è diventata il primo acquirente del greggio russo sottoposto a embargo internazionale, seguita dall’India e dalla Turchia. Nel 2024, la Russia ne ha venduti alla Cina 108,5 milioni di tonnellate, il 19,6 per cento del totale delle importazioni della seconda economia del pianeta.
Di fronte a questi vantaggi, le sanzioni simboliche contro un paio di piccole banche cinesi varate dall’UE per il loro presunto sostegno alla macchina bellica russa sono nulla. Dunque Pechino avrebbe parecchio da perdere da un riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia, e da un conseguente riavvicinamento di quest’ultima all’Europa.
Tuttavia in Cina la narrazione ufficiale (sulla questione nel paese vige un certo “conformismo”) sostiene che Putin non si fidi di Trump: dunque un compromesso sull’Ucraina sarebbe ancora di là da venire e nessun solco potrebbe essere scavato da Washington tra Mosca e Pechino.
Il vice presidente Usa, alla vigilia dell’incontro Putin-Trump, ha minacciato sanzioni alla Cina per l’acquisto di greggio russo. «Il presidente sta valutando le sue opzioni prima di prendere una decisione», ha detto JD Vance a Fox News. Pechino, Nuova Delhi e Brasilia verrebbero così tutte punite per le importazioni di petrolio russo da Trump, che s’impelagherebbe in una guerra commerciale con tre membri dei Brics.
E se invece sopraggiungesse un’intesa Trump-Putin sul cessate il fuoco in Ucraina?
Il cuore politico di Pechino, piazza Tiananmen e dintorni, da qualche giorno è blindato, inaccessibile. Fervono i preparativi per la parata militare, che si annuncia imponente, senza precedenti, con la quale, il 3 settembre, sarà celebrato il contributo della Cina alla sconfitta delle potenze dell’Asse. A ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, la Cina ripete di voler difendere l’ordine internazionale uscito da quel conflitto, ma in realtà è protagonista di un nuovo mondo multipolare: tratta per la prima volta da pari a pari con gli Stati Uniti sul commercio e difende la sua quasi-alleanza con la Russia di Vladimir Putin alla vigilia dei colloqui tra Mosca e Washington in Alaska.
Secondo Shi Yinhong, quello in Alaska «non è un vertice cinese, né si basa su alcuna proposta o iniziativa cinese. Su questo tema, la Cina non può influenzare in modo significativo né gli Stati Uniti né la Russia». Tuttavia per il docente di Relazioni internazionali dell’Università Renmin (vicina al partito), «finché la Russia manterrà la sua posizione (negoziale) attuale, Trump non sarà in grado di attuare una politica di pacificazione nei confronti di Mosca. Al momento, data la politica estera russa, un riavvicinamento sostanziale e duraturo è impossibile. Ecco perché la Cina non sembra eccessivamente preoccupata».
In definitiva la leadership cinese – che ha contatti diretti e continui con Putin, il suo entourage e il suo partito – ritiene che nel medio periodo a prevalere saranno gli interessi contraddittori di Russia, Stati Uniti ed Unione Europea e che dunque dal summit di Anchorage non potrà venir fuori alcun cambiamento sostanziale nella questione ucraina né nelle relazioni Russia-Stati Uniti.
E così, dopo il faccia a faccia con Trump in Alaska, l’ex funzionario dei servizi segreti di quell’Unione Sovietica che tanto ha influenzato la Repubblica popolare cinese e il suo partito comunista riapparirà altre due volte accanto a Xi (e saranno 49 in 13 anni), in occasione del summit della Shanghai Cooperation Organization a fine mese e per lo spettacolo di potenza di piazza Tiananmen.
Fonte
Il vertice di Ferragosto tra Vladimir Putin e Donald Trump ad Anchorage sarà seguito dalla leadership cinese con la massima attenzione. Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, Pechino ha fornito a Mosca un sostegno essenzialmente economico (nell’ambito del rafforzamento complessivo delle relazioni bilaterali), mentre i paesi della Nato, con la guerra vicina alle frontiere di alcuni membri, hanno appoggiato Kiev attraverso massicce forniture di armamenti e assistenza finanziaria.
Al termine dell’incontro online di ieri con i leader europei e con il presidente ucraino, Volodymyr Zelenski, Trump ha minacciato “conseguenze molto serie” se Putin non fermerà la guerra dopo il faccia a faccia di domani. L’ipotesi è che si arrivi a una tregua (forse solo nei bombardamenti aerei), che potrebbe essere annunciata proprio nella città dell’Alaska.
Xi Jinping – che da quando è al potere ha puntato tanto sui rapporti con la Russia di Putin – ha fatto sapere che la Cina «sostiene gli sforzi per migliorare le relazioni bilaterali Russia-Stati Uniti e spera di vedere progressi nella risoluzione politica della crisi ucraina».
Proviamo anzitutto a riassumere gli obiettivi dei principali protagonisti – presenti e non invitati – allo storico incontro, che dovrebbe svolgersi nell’enorme base militare di Elmendorf-Richardson.
Gli Stati Uniti di Donald Trump
L’amministrazione Trump ha constatato che la guerra in Ucraina ha reso la Russia più dipendente dalla Cina. Qualche settimana fa il segretario di stato, Marco Rubio, ha dichiarato che Washington punta a “staccare” la Russia dall’abbraccio della Cina, per il semplice motivo che avere come sfidante una sola potenza nucleare è meglio che averne due. Raggiungere un’intesa sull’Ucraina, permetterebbe agli Usa anche di procedere allo sfruttamento delle sue risorse minerarie, come da contratti già sottoscritti tra Washington e Kiev. Trump dunque spingerà per una fine della guerra, tra l’altro anche per l’ambizione di essere insignito del premio Nobel per la pace.
La Russia di Putin
Putin sarà anzitutto riabilitato agli occhi dell’occidente dal summit di Anchorage: colpito da un mandato d’arresto della Corte penale internazionale, si presenterà nello stato Usa (Washington non è firmataria della convenzione che ha istituito la Cpi) a trattare con la principale potenza mondiale: altro che leader isolato. Inoltre, a Mosca accettare una tregua conviene: dimostrerebbe la sua “volontà di pace”, senza impedirle di ricominciare i combattimenti, se gli ucraini rifiutassero concessioni territoriali. Proseguire il dialogo con Trump permetterebbe a Putin di verificare la possibilità di una détente con gli Usa, mantenendo nello stesso tempo i rapporti con la Cina.
L’Ucraina e l’UE
L’Ucraina – paese conteso da anni tra l’Unione europea e la Russia – non può accettare concessioni territoriali come quelle rivendicate dalla Russia: tutto il Donbass più Kherson e Zaporizhzhia. Nella dichiarazione congiunta di ieri, i leader di 26 dei 27 Stati membri dell’UE (l’Ungheria non ha firmato) hanno avvertito che «i confini internazionali non devono essere modificati con la forza». Tuttavia senza il sostegno militare e d’intelligence Usa, potendo contare solo su quello europeo, è estremamente difficile che gli ucraini possano recuperare militarmente i territori perduti in oltre tre anni di guerra. L’Ucraina e la UE possono o entrare in un negoziato dal quale sono stati finora esclusi, cercando di limitare i danni, oppure scegliere di proseguire la guerra.
Venerdì scorso, Putin, dopo aver discusso con Trump del summit di ferragosto, ha fatto a Xi una telefonata che dai cinesi è stata presentata come l’ennesima prova del coordinamento tra le due nazioni, che condividono un confine di 4.300 chilometri.
A Pechino seguono con estrema attenzione gli sviluppi del conflitto in Ucraina, per una serie di importanti motivi:
– la Cina è interessata alla stabilità di uno stato con il quale ha una lunghissima frontiera in comune e con il quale le relazioni nel corso della storia sono state anche burrascose;
– finché gli Usa saranno impegnati con la questione ucraina, per Washington sarà più difficile concentrarsi sulla Cina, che è indicata come il principale avversario globale degli Stati Uniti;
– qualsiasi accordo vantaggioso per la Russia favorito da Trump potrebbe essere letto da Pechino come un’estensione del margine di pressione della Cina su Taiwan tollerato da Washington.
Non ci possiamo permettere che la Russia perda, perché subito dopo gli Usa si rivolgerebbero contro la Cina, si sarebbe lasciato sfuggire il mese scorso il ministro degli esteri, Wang Yi, durante un colloquio con la rappresentante della politica estera dell’UE, Kaja Kallas.
Certo è che le iniziative confusionarie dell’amministrazione Trump hanno offerto alla Cina la ribalta internazionale in quanto potenza stabilizzatrice nel caos di guerre e dazi.
Pechino sta negoziando senza fare sconti agli Stati Uniti, coordinandosi con i paesi del Sud globale colpiti dalle tariffe di Donald Trump: così ha ottenuto il prolungamento (di altri 90 giorni) della tregua nei super dazi “reciproci” scaduta il 12 agosto. Mentre Bruxelles (che si è vista appioppare dazi del 15 per cento sulle importazioni europee negli Usa) si è dimostrata un vaso di coccio tra vasi di ferro, a causa della sua arrendevole non-strategia frutto di divergenti egoismi nazionali e di una classe dirigente non all’altezza delle attuali sfide storiche.
Tariff Man sta facendo valere la forza delle “vecchie” materie prime americane (soia e carburante), mentre Xi Jinping fa leva sul quasi monopolio cinese delle terre rare e dei minerali strategici per le produzioni hi-tech, nonché sul sostegno del gruppo di paesi Brics, ricchi di energia e derrate alimentari. Questa semplice considerazione avrebbe dovuto suggerire a Trump maggiore cautela. Al contrario l’immobiliarista miliardario inquilino della Casa bianca e i suoi consiglieri sono andati avanti a rotta di collo con i dazi contro tutti, salvo poi scoprire che c’è una parte (molto consistente) del Pianeta che si è parzialmente emancipata dai mercati Usa ed è pronta a far fronte comune contro la clava dell’economia brandita per regolare le questioni internazionali.
E così martedì mattina Luiz Inácio Lula da Silva si è consultato al telefono per un’ora con Xi. Il presidente brasiliano e quello cinese hanno convenuto che i paesi del Sud globale devono collaborare per dare un esempio di solidarietà e autosufficienza opponendosi all’offensiva di Trump, che ha imposto dazi del 50 per cento su una vasta gamma di importazioni dalla prima economia dell’America latina. La scorsa settimana Lula aveva sentito il premier indiano, Narendra Modi, il cui paese è stato colpito dalla stessa aliquota tariffaria (la metà della quale per l’acquisto di energia russa, 25 per cento che, per lo stesso motivo, Trump minaccia di applicare anche alla Cina) e il presidente russo Vladimir Putin, la cui economia è soggetta a sanzioni internazionali scattate dopo l’invasione dell’Ucraina. Imposizioni che non funzionano anche perché c’è la Cina, il cui commercio bilaterale con la Russia il mese scorso ha raggiunto il picco del 2025 (19,14 miliardi di dollari, +8,7 per cento rispetto a giugno).
Oltre a questa considerazioni geopolitiche, ci sono quelle di carattere squisitamente economico: grazie alle sanzioni internazionali la Cina ha conquistato nel paese confinante interi mercati (automotive, elettronica e altri) e ha ottenuto a prezzi stracciati l’energia che alla Russia è vietato vendere all’Europa (in cambio di una tregua in Ucraina, Mosca potrebbe ottenere un allentamento delle sanzioni).
La Cina è diventata il primo acquirente del greggio russo sottoposto a embargo internazionale, seguita dall’India e dalla Turchia. Nel 2024, la Russia ne ha venduti alla Cina 108,5 milioni di tonnellate, il 19,6 per cento del totale delle importazioni della seconda economia del pianeta.
Di fronte a questi vantaggi, le sanzioni simboliche contro un paio di piccole banche cinesi varate dall’UE per il loro presunto sostegno alla macchina bellica russa sono nulla. Dunque Pechino avrebbe parecchio da perdere da un riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia, e da un conseguente riavvicinamento di quest’ultima all’Europa.
Tuttavia in Cina la narrazione ufficiale (sulla questione nel paese vige un certo “conformismo”) sostiene che Putin non si fidi di Trump: dunque un compromesso sull’Ucraina sarebbe ancora di là da venire e nessun solco potrebbe essere scavato da Washington tra Mosca e Pechino.
Il vice presidente Usa, alla vigilia dell’incontro Putin-Trump, ha minacciato sanzioni alla Cina per l’acquisto di greggio russo. «Il presidente sta valutando le sue opzioni prima di prendere una decisione», ha detto JD Vance a Fox News. Pechino, Nuova Delhi e Brasilia verrebbero così tutte punite per le importazioni di petrolio russo da Trump, che s’impelagherebbe in una guerra commerciale con tre membri dei Brics.
E se invece sopraggiungesse un’intesa Trump-Putin sul cessate il fuoco in Ucraina?
Il cuore politico di Pechino, piazza Tiananmen e dintorni, da qualche giorno è blindato, inaccessibile. Fervono i preparativi per la parata militare, che si annuncia imponente, senza precedenti, con la quale, il 3 settembre, sarà celebrato il contributo della Cina alla sconfitta delle potenze dell’Asse. A ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, la Cina ripete di voler difendere l’ordine internazionale uscito da quel conflitto, ma in realtà è protagonista di un nuovo mondo multipolare: tratta per la prima volta da pari a pari con gli Stati Uniti sul commercio e difende la sua quasi-alleanza con la Russia di Vladimir Putin alla vigilia dei colloqui tra Mosca e Washington in Alaska.
Secondo Shi Yinhong, quello in Alaska «non è un vertice cinese, né si basa su alcuna proposta o iniziativa cinese. Su questo tema, la Cina non può influenzare in modo significativo né gli Stati Uniti né la Russia». Tuttavia per il docente di Relazioni internazionali dell’Università Renmin (vicina al partito), «finché la Russia manterrà la sua posizione (negoziale) attuale, Trump non sarà in grado di attuare una politica di pacificazione nei confronti di Mosca. Al momento, data la politica estera russa, un riavvicinamento sostanziale e duraturo è impossibile. Ecco perché la Cina non sembra eccessivamente preoccupata».
In definitiva la leadership cinese – che ha contatti diretti e continui con Putin, il suo entourage e il suo partito – ritiene che nel medio periodo a prevalere saranno gli interessi contraddittori di Russia, Stati Uniti ed Unione Europea e che dunque dal summit di Anchorage non potrà venir fuori alcun cambiamento sostanziale nella questione ucraina né nelle relazioni Russia-Stati Uniti.
E così, dopo il faccia a faccia con Trump in Alaska, l’ex funzionario dei servizi segreti di quell’Unione Sovietica che tanto ha influenzato la Repubblica popolare cinese e il suo partito comunista riapparirà altre due volte accanto a Xi (e saranno 49 in 13 anni), in occasione del summit della Shanghai Cooperation Organization a fine mese e per lo spettacolo di potenza di piazza Tiananmen.
Fonte
18/06/2025
Il mondo può andare avanti...
Il mondo può andare avanti senza gli Stati Uniti.
100 anni fa, l’Impero britannico dominava il commercio globale, comandando oltre il 20% della ricchezza mondiale. Molti credevano che il suo sole non sarebbe mai tramontato.
200 anni fa, la Francia cavalcava il palcoscenico dell’Europa, i suoi eserciti erano temuti, la sua cultura invidiata. Napoleone si dichiarò immortale.
400 anni fa, la corona spagnola regnava da Manila al Messico, le sue flotte di tesori gemevano sotto il peso di argento e seta. I re pensavano che la loro gloria sarebbe durata in eterno.
Ogni impero si proclamava indispensabile. Ognuno è stato eclissato.
Il potere cala, l’influenza migra e la legittimità muore nel momento in cui viene data per scontata piuttosto che guadagnata. Se l’America dovesse rinunciare al rispetto del mondo, scoprirà ciò che ogni impero caduto ha imparato troppo tardi:
Il mondo va avanti. Sempre
Fonte
100 anni fa, l’Impero britannico dominava il commercio globale, comandando oltre il 20% della ricchezza mondiale. Molti credevano che il suo sole non sarebbe mai tramontato.
200 anni fa, la Francia cavalcava il palcoscenico dell’Europa, i suoi eserciti erano temuti, la sua cultura invidiata. Napoleone si dichiarò immortale.
400 anni fa, la corona spagnola regnava da Manila al Messico, le sue flotte di tesori gemevano sotto il peso di argento e seta. I re pensavano che la loro gloria sarebbe durata in eterno.
Ogni impero si proclamava indispensabile. Ognuno è stato eclissato.
Il potere cala, l’influenza migra e la legittimità muore nel momento in cui viene data per scontata piuttosto che guadagnata. Se l’America dovesse rinunciare al rispetto del mondo, scoprirà ciò che ogni impero caduto ha imparato troppo tardi:
Il mondo va avanti. Sempre
Fonte
07/06/2025
Trump telefona a Xi
di Michelangelo Cocco
Dopo quella, formale, con la quale Xi Jinping, il 17 gennaio scorso, si congratulò per il ritorno alla Casa bianca di Donald Trump, la telefonata di 90 minuti di ieri ha rappresentato il primo vero confronto tra i presidenti di Cina e Stati Uniti, in un contesto mai così teso tra i due paesi negli ultimi anni.
Più volte annunciata da Tariff Man negli ultimi mesi, la comunicazione era stata rimandata a lungo, anche perché la diplomazia di Pechino ha assistito con sconcerto alle due “imboscate” a favore di telecamere tese da Trump al presidente ucraino, Volodymyr Zelenski, e al sudafricano Cyril Ramaphosa, e ha voluto concordare il copione da seguire nei minimi dettagli, in modo che la comunicazione tra il numero uno della potenza in ascesa e il capo di quella in declino procedesse senza sbavature. Soprattutto, così come per il summit Cina-Usa dell’11 maggio scorso a Ginevra, i cinesi hanno puntualizzato che sono stati gli americani a richiederla ufficialmente.
Xi ha utilizzato la telefonata per ricordare ai cinesi che lui è un quasi-imperatore, mentre l’altro tra meno di quattro anni dovrà sloggiare da Capitol Hill; e per confermare la validità delle sue politiche. «Trump ha espresso grande rispetto per il presidente Xi Jinping, sottolineando che le relazioni tra Stati Uniti e Cina sono di grande importanza. Gli Stati Uniti accolgono con favore la continua e forte crescita economica della Cina», ha riferito la CCTV.
I due presidenti si sono scambiati l’invito a visitare al più presto i rispettivi paesi.
Pechino non aveva fretta di confrontarsi col supereroe dei dazi, perché in risposta al suo sfoggio di muscoli ha utilizzato “l’arma fine di mondo” del monopolio delle terre rare (fondamentali in una vasta gamma di prodotti hi-tech, tra cui i caccia F-35), centellinandone l’esportazione.
Inoltre, come in altri momenti difficili nelle relazioni sino-statunitensi (vedi il fallito tentativo di Bill Clinton di togliere alla Cina lo status di “nazione più favorita nel commercio”), ha utilizzato corporate America per ammansire Trump. E così, nei giorni scorsi, mentre a Washington le organizzazioni imprenditoriali statunitensi lanciavano la China Business Conference per convincere Trump a garantire il futuro dei fornitori cinesi, Jamie Dimon, amministratore delegato di JP Morgan, volava in Cina per esprimere al vicepremier, He Lifeng, l’auspicio di ulteriori investimenti nel paese.
Infine, da quando Trump ha imposto tariffe urbi et orbi, la Cina alfiere del libero commercio – secondo uno studio della compagnia d’intelligence Usa Morning Consult – ha un rating favorevole netto di 8,8, rispetto a -1,5 per gli Stati Uniti, un’inversione netta rispetto a gennaio 2024, quando la valutazione degli Stati Uniti era superiore a 20 e quello della Cina era in territorio negativo.
Dopo la comunicazione di ieri, Trump ha ostentato il suo incrollabile ottimismo: la chiamata «è risultata in una conclusione molto positiva per entrambi i paesi», ha assicurato. Quale? Bisognerà attendere i prossimi giorni per capirlo.
Secondo il presidente Usa, il flusso di terre rare dalla Cina riprenderà regolare: «Non dovrebbero più esserci dubbi sulla complessità dei prodotti derivati dalle terre rare. I nostri rispettivi team si incontreranno a breve».
Nel comunicato cinese si afferma che «a Trump fa piacere che i giovani cinesi vadano a studiare negli Stati Uniti», ma non si fa accenno alle terre rare. In quello statunitense si sostiene che Pechino si impegna a riprendere l’export regolare delle terre rare, ma non si parla degli universitari cinesi.
Forse hanno ragione entrambi: l’apparente discrasia è solo un modo – concordato – di mettere in risalto il risultato ottenuto, nascondendo la concessione fatta all’avversario.
Inoltre, secondo Trump si è parlato praticamente solo di commercio, mentre Xinhua riporta che «Xi ha sottolineato che gli Stati Uniti devono gestire la questione di Taiwan con prudenza, affinché i separatisti estremisti che vogliono “l’indipendenza di Taiwan” non trascinino la Cina e gli Stati Uniti nel pericoloso terreno dello scontro e persino del conflitto. [...] Trump ha affermato che gli Stati Uniti rispetteranno la politica di una sola Cina».
Durante la chiamata, Xi ha invitato Stati Uniti e Cina a «cercare risultati vantaggiosi per tutti in uno spirito di uguaglianza e nel rispetto reciproco delle rispettive preoccupazioni», esortando Washington a «rimuovere le misure negative adottate contro la Cina». «Ricalibrare la direzione della gigantesca nave delle relazioni Cina-Usa richiede che prendiamo il timone e impostiamo la rotta giusta», ha detto Xi alla controparte statunitense.
Dopo la tregua di 90 giorni sottoscritta tre settimane fa tra le due amministrazioni a Ginevra – che ha sospeso la maggior parte dei super-dazi reciproci sulle importazioni di merci – Trump aveva accusato Pechino di aver “violato” quell’accordo (probabilmente in riferimento ai controlli sull’export di terre rare da parte della Cina, non oggetto di quell’intesa) e aveva rilanciato imponendo restrizioni all’export in Cina di macchinari per la progettazione di microchip e attraverso l’annuncio del segretario di stato, Marco Rubio, sulla revoca dei visti ai cinesi studenti negli Usa “legati al partito comunista” o che si occupano di “materie sensibili”. La tensione era insomma salita alle stelle, con tanto di retorica da caccia alle streghe maccartista.
Ora secondo Pechino quello raggiunto nella città svizzera è un “buon accordo” e «gli Stati Uniti lavoreranno con la Cina per applicarlo».
Insomma si riparte da lì. Ma per Trump, che ha già dovuto cedere sulla tempistica del dialogo, sarà altrettanto difficile portare a casa risultati sostanziali per quanto riguarda i suoi contenuti. Pechino infatti pretende – prima di eventualmente sedersi a un tavolo per discutere un accordo commerciale con Washington – la rimozione di tutte le tariffe rimaste in vigore sulle sue importazioni negli Usa, che ammontano complessivamente al 45,3 per cento, più che sufficienti per scoraggiare e in parte bloccare l’esportazione di prodotti cinesi negli Usa.
Si tratta di dazi unilaterali, contrari alle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio. Se non otterrà la rimozione totale o almeno della gran parte di questo restante 45,3 per cento, la Cina potrebbe riprendere a “reciprocare”: la guerra commerciale cioè ripartirebbe, con effetti devastanti non solo sui produttori e gli esportatori cinesi, ma anche sugli importatori e sui consumatori americani.
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Dopo quella, formale, con la quale Xi Jinping, il 17 gennaio scorso, si congratulò per il ritorno alla Casa bianca di Donald Trump, la telefonata di 90 minuti di ieri ha rappresentato il primo vero confronto tra i presidenti di Cina e Stati Uniti, in un contesto mai così teso tra i due paesi negli ultimi anni.
Più volte annunciata da Tariff Man negli ultimi mesi, la comunicazione era stata rimandata a lungo, anche perché la diplomazia di Pechino ha assistito con sconcerto alle due “imboscate” a favore di telecamere tese da Trump al presidente ucraino, Volodymyr Zelenski, e al sudafricano Cyril Ramaphosa, e ha voluto concordare il copione da seguire nei minimi dettagli, in modo che la comunicazione tra il numero uno della potenza in ascesa e il capo di quella in declino procedesse senza sbavature. Soprattutto, così come per il summit Cina-Usa dell’11 maggio scorso a Ginevra, i cinesi hanno puntualizzato che sono stati gli americani a richiederla ufficialmente.
Xi ha utilizzato la telefonata per ricordare ai cinesi che lui è un quasi-imperatore, mentre l’altro tra meno di quattro anni dovrà sloggiare da Capitol Hill; e per confermare la validità delle sue politiche. «Trump ha espresso grande rispetto per il presidente Xi Jinping, sottolineando che le relazioni tra Stati Uniti e Cina sono di grande importanza. Gli Stati Uniti accolgono con favore la continua e forte crescita economica della Cina», ha riferito la CCTV.
I due presidenti si sono scambiati l’invito a visitare al più presto i rispettivi paesi.
Pechino non aveva fretta di confrontarsi col supereroe dei dazi, perché in risposta al suo sfoggio di muscoli ha utilizzato “l’arma fine di mondo” del monopolio delle terre rare (fondamentali in una vasta gamma di prodotti hi-tech, tra cui i caccia F-35), centellinandone l’esportazione.
Inoltre, come in altri momenti difficili nelle relazioni sino-statunitensi (vedi il fallito tentativo di Bill Clinton di togliere alla Cina lo status di “nazione più favorita nel commercio”), ha utilizzato corporate America per ammansire Trump. E così, nei giorni scorsi, mentre a Washington le organizzazioni imprenditoriali statunitensi lanciavano la China Business Conference per convincere Trump a garantire il futuro dei fornitori cinesi, Jamie Dimon, amministratore delegato di JP Morgan, volava in Cina per esprimere al vicepremier, He Lifeng, l’auspicio di ulteriori investimenti nel paese.
Infine, da quando Trump ha imposto tariffe urbi et orbi, la Cina alfiere del libero commercio – secondo uno studio della compagnia d’intelligence Usa Morning Consult – ha un rating favorevole netto di 8,8, rispetto a -1,5 per gli Stati Uniti, un’inversione netta rispetto a gennaio 2024, quando la valutazione degli Stati Uniti era superiore a 20 e quello della Cina era in territorio negativo.
Dopo la comunicazione di ieri, Trump ha ostentato il suo incrollabile ottimismo: la chiamata «è risultata in una conclusione molto positiva per entrambi i paesi», ha assicurato. Quale? Bisognerà attendere i prossimi giorni per capirlo.
Secondo il presidente Usa, il flusso di terre rare dalla Cina riprenderà regolare: «Non dovrebbero più esserci dubbi sulla complessità dei prodotti derivati dalle terre rare. I nostri rispettivi team si incontreranno a breve».
Nel comunicato cinese si afferma che «a Trump fa piacere che i giovani cinesi vadano a studiare negli Stati Uniti», ma non si fa accenno alle terre rare. In quello statunitense si sostiene che Pechino si impegna a riprendere l’export regolare delle terre rare, ma non si parla degli universitari cinesi.
Forse hanno ragione entrambi: l’apparente discrasia è solo un modo – concordato – di mettere in risalto il risultato ottenuto, nascondendo la concessione fatta all’avversario.
Inoltre, secondo Trump si è parlato praticamente solo di commercio, mentre Xinhua riporta che «Xi ha sottolineato che gli Stati Uniti devono gestire la questione di Taiwan con prudenza, affinché i separatisti estremisti che vogliono “l’indipendenza di Taiwan” non trascinino la Cina e gli Stati Uniti nel pericoloso terreno dello scontro e persino del conflitto. [...] Trump ha affermato che gli Stati Uniti rispetteranno la politica di una sola Cina».
Durante la chiamata, Xi ha invitato Stati Uniti e Cina a «cercare risultati vantaggiosi per tutti in uno spirito di uguaglianza e nel rispetto reciproco delle rispettive preoccupazioni», esortando Washington a «rimuovere le misure negative adottate contro la Cina». «Ricalibrare la direzione della gigantesca nave delle relazioni Cina-Usa richiede che prendiamo il timone e impostiamo la rotta giusta», ha detto Xi alla controparte statunitense.
Dopo la tregua di 90 giorni sottoscritta tre settimane fa tra le due amministrazioni a Ginevra – che ha sospeso la maggior parte dei super-dazi reciproci sulle importazioni di merci – Trump aveva accusato Pechino di aver “violato” quell’accordo (probabilmente in riferimento ai controlli sull’export di terre rare da parte della Cina, non oggetto di quell’intesa) e aveva rilanciato imponendo restrizioni all’export in Cina di macchinari per la progettazione di microchip e attraverso l’annuncio del segretario di stato, Marco Rubio, sulla revoca dei visti ai cinesi studenti negli Usa “legati al partito comunista” o che si occupano di “materie sensibili”. La tensione era insomma salita alle stelle, con tanto di retorica da caccia alle streghe maccartista.
Ora secondo Pechino quello raggiunto nella città svizzera è un “buon accordo” e «gli Stati Uniti lavoreranno con la Cina per applicarlo».
Insomma si riparte da lì. Ma per Trump, che ha già dovuto cedere sulla tempistica del dialogo, sarà altrettanto difficile portare a casa risultati sostanziali per quanto riguarda i suoi contenuti. Pechino infatti pretende – prima di eventualmente sedersi a un tavolo per discutere un accordo commerciale con Washington – la rimozione di tutte le tariffe rimaste in vigore sulle sue importazioni negli Usa, che ammontano complessivamente al 45,3 per cento, più che sufficienti per scoraggiare e in parte bloccare l’esportazione di prodotti cinesi negli Usa.
Si tratta di dazi unilaterali, contrari alle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio. Se non otterrà la rimozione totale o almeno della gran parte di questo restante 45,3 per cento, la Cina potrebbe riprendere a “reciprocare”: la guerra commerciale cioè ripartirebbe, con effetti devastanti non solo sui produttori e gli esportatori cinesi, ma anche sugli importatori e sui consumatori americani.
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