Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
25/09/2026
Usa e Cina non si scontrano, per fortuna
La parte sostanziale viene peraltro discussa tra gli “sherpa”, ovvero i dirigenti dei vari settori economici, politici, militari che costituiscono il vero focus di ogni vertice. Da lì arriva poco o nulla, e quel poco richiede in genere una conoscenza approfondita dei problemi, il che esclude la quasi totalità della stampa, ormai ridotta a “porgitori di microfono” che solo raramente si sente in dovere di fare anche domande.
La valanga di articoli e servizi televisivi che ne discende sono quindi in genere “interpretazioni” del linguaggio diplomatico, che ha una serie di termini standard per indicare lo stato delle relazioni tra i due paesi, sia sul piano “storico” che immediato. Un “confronto franco” sta ad indicare un dialogo tra sordi ai confini della rissa verbale, uno “costruttivo” sta invece per qualche avanzamento in alcuni settori, e così via.
Ovviamente, anche le interpretazioni sono diverse a seconda degli interessi nazionali, aziendali (i media hanno dei proprietari che quasi sempre sono industriali con il core business in altri comparti), la stagione politica, ecc..
Tutta la premessa serve a dire che il confronto tra Trump e Xi, in quel di Washington, nel mentre all’Onu prosegue la passerella dei leader del resto del mondo, si va svolgendo sotto il segno del “bel tempo”. “I nostri rapporti mai così buoni”, “un nuovo modello di convivenza”, e giù grandi sproloqui sul sostegno alla “collaborazione” anziché alla “competizione”.
La realtà è naturalmente assai più complessa. Per esempio è certamente vero che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale – secondo due modelli ormai decisamente differenti, di cui quello “autoritario e centralista” è paradossalmente la versione Usa – è uno dei capitoli più importanti ed urgenti di questo vertice.
È sicuramente vero che Trump è accompagnato dalla nutrita pattuglia dei “chief executive officer” statunitensi – Elon Musk di X-Grok, Jeff Bezos di Amazon, Zuckerberg di Meta, Huang di Nvidia e Altman di OpenAi – ma è altrettanto vero che ai “pari grado” cinesi è stato negato il visto necessario ad entrare negli Stati Uniti.
Buona parte dei grandi capitani d’impresa della Repubblica Popolare è infatti inserita nelle liste nere commerciali statunitensi, e nessuno si è preoccupato per l’evidente e pesante sgarbo fatto alla controparte. Per capirci: personaggi di spicco come Liang Wenfeng (fondatore di DeepSeek) e Yang Zhilin (fondatore di Moonshot AI) sono rimasti a casa. Mentre alcuni industriali cinesi di altri settori sono arrivati solo in un secondo momento.
Non mancano nella delegazione di Pechino funzionari espertissimi in materia, ma è chiaro che l’ostilità Usa verso i “concorrenti” è ai massimi livelli.
Lo sconfinato pragmatismo cinese è in grado di assorbire “scortesie” anche più gravi, ma certamente in qualche altro comparto arriverà prima o poi una reazione uguale e contraria, sicuramente costosa anche in termini economici.
Xi, come al solito, non ha fatto un plissè, limitandosi a ribadire che “Sia la Cina che gli Stati Uniti sono nazioni leader nell’intelligenza artificiale. Abbiamo sia la capacità che la responsabilità di sviluppare e gestire l’IA per il bene comune, e di garantire che lo sviluppo dell’IA sia sempre sotto controllo umano e serva al benessere delle persone”. Una mezza frecciata, insomma, alle recenti “evasioni” avvenute durante esperimenti nell’AI statunitense e alle conseguenti paure diffuse dai “ceo”...
Anche sul piano delle relazioni economiche il mismatch esistente evidenzia le “chiusure” e i divieti americani, con Xi Jinping pronto a ricordare che “La cooperazione tra Cina e Stati Uniti potrebbe non risolvere tutti i problemi del mondo, ma senza la nostra cooperazione sarebbe difficile risolvere molti dei problemi globali. La Cina tiene le sue porte spalancate e accoglie le aziende americane che desiderano investire e fare affari nel nostro paese. Ci auguriamo che le aziende cinesi vengano trattate equamente qui negli Stati Uniti. Lavorando insieme, possiamo ampliare la lista delle aree di cooperazione e ridurre la lista dei problemi”.
Fino a fornire un avvertimento e un richiamo alle antiche prassi stravolte proprio dall’unilateralismo statunitense: “Dovremmo coesistere in pace. Come ho detto molte volte, la Cina e gli Stati Uniti, in quanto due grandi nazioni, trarrebbero vantaggio dalla cooperazione e perderebbero entrambi in caso di confronto. Non dobbiamo evitare di parlare di competizione, ma la nostra competizione dovrebbe essere sana e rimanere entro certi limiti. Dovrebbe essere una corsa per recuperare terreno a vicenda”.
In conclusione, i “buoni rapporti” sono all’insegna della massima vigilanza reciproca, con qualche calcetto sugli stinchi tirato sotto il tavolo.
E comunque, per un mondo sull’orlo della guerra, questa è una mezza buona notizia, perché quanto meno non accelera le dinamiche negative.
Chi appare fuori dai giochi, e anche fuori di testa, è comunque la classe dirigente europea. L’insistenza dei media – e di alcuni politici – sulla questione di Taiwan è indicativa di un orientamento guerrafondaio su tutti i fronti.
Per non farla lunga. Lo status di Taiwan è ritenuto dai cinesi una “questione interna” (l’isola è sostanzialmente indipendente e staccata dalla Cina continentale dal 1949, quando vi si rifugiarono le truppe di Chiang-Kai Schek, sconfitto dalla Rivoluzione). Mentre gli Stati Uniti, che hanno riconosciuto la Repubblica Popolare solo nel 1979, mantengono una posizione storicamente ambigua. Da un lato ufficialmente adottano la linea che ammette esistere “una sola Cina”, dall’altro però Washington prende atto della rivendicazione cinese su Taiwan senza però riconoscerne formalmente la sovranità territoriale. Di fatto, vende armi a Taipei…
Insistere in questa fase sulla “necessità” occidentale di “proteggere Taiwan” significa accentuare fortemente la contraddizione con Pechino. Che sarebbe comunque un problema, per un continente che si va sfaldando economicamente, ma appare anche un’idiozia strategica senza pari in una fase in cui l’“alleato” americano si dimostra ogni giorno un avversario, le relazioni con la Russia sono ad un passo del conflitto aperto a causa della “guerra per procura” fatta combattere dall’Ucraina e i mercati si vanno chiudendo da tutte le parti.
Fonte
14/09/2026
Collaborazione, non confronto: la visita di Xi Jinping negli Stati Uniti
La prossima visita del presidente Xi Jinping negli Stati Uniti deve essere compresa come qualcosa di più di un incontro tra due capi di Stato: deve essere vista come un incontro tra due possibili futuri.
In un futuro, gli Stati Uniti impongono alla Cina una spirale di confronto. Le dispute commerciali si trasformano in guerra economica, la guerra economica si intensifica fino a diventare un blocco tecnologico, i blocchi tecnologici producono un accerchiamento militare e, infine, l’accerchiamento militare genera incidenti, mentre gli incidenti accrescono il rischio di una guerra inimmaginabile.
Nell’altro futuro, i due Paesi riconoscono che nessuno dei due può distruggere l’altro senza distruggere gran parte dell’umanità. Riconoscono che la coesistenza non è un atto di carità e che la collaborazione non è una concessione. Entrambe sono necessità.
Questo è il significato della decisione del presidente Xi di recarsi negli Stati Uniti. Il ministero degli Esteri cinese ha descritto la diplomazia tra capi di Stato come avente un ruolo «insostituibile» nell’orientare le relazioni tra i due Paesi. La visita segue il viaggio del presidente Donald Trump in Cina a maggio e i negoziati tuttora in corso su dazi, commercio e investimenti.
Vi sono indicazioni secondo cui il presidente Xi viaggerà con una nutrita delegazione di esponenti del mondo imprenditoriale cinese. Questi elementi suggeriscono che Pechino voglia allontanare la relazione da una crisi permanente e orientarla verso un confronto pragmatico.
Ma la diplomazia tra Cina e Stati Uniti non può ridursi a un’occasione per scattare fotografie. Né deve essere intesa come una trattativa nella quale una delle due parti deve arrendersi all’altra. Deve basarsi su un riconoscimento lucido della realtà. O, per essere precisi, di quattro realtà.
La prima realtà
La prima realtà è che la Cina non può essere contenuta.
La Cina non è un Paese minore il cui sviluppo possa essere soffocato dalle sanzioni. Ha una popolazione di oltre 1,4 miliardi di persone, un vastissimo sistema industriale, una comunità scientifica sempre più sofisticata e profonde relazioni commerciali in Asia, Africa, America Latina ed Europa.
Qualunque sia l’opinione che si ha della Cina, è assurdo immaginare che possa essere semplicemente esclusa dall’economia mondiale. Il tentativo di contenere la Cina ha già prodotto un catalogo straordinario di restrizioni: dazi, controlli sui semiconduttori, divieti sugli investimenti, sanzioni contro aziende cinesi, pattugliamenti navali lungo le coste cinesi e la costruzione di nuovi accordi militari dal Pacifico all’Oceano Indiano.
Ognuna di queste misure viene presentata come difensiva. Considerate nel loro insieme, tuttavia, esse costituiscono un’architettura di confronto.
A Washington esiste una pericolosa illusione: quella secondo cui la pressione costringerà la Cina ad abbandonare il proprio sviluppo. Nessun governo cinese potrebbe accettare una simile richiesta. Dopo il secolo dell’umiliazione – dalle guerre dell’oppio all’invasione giapponese – il ripristino della sovranità nazionale e il miglioramento delle condizioni di vita non sono questioni negoziabili per il popolo cinese.
Gli Stati Uniti possono rallentare alcuni aspetti dello sviluppo cinese, ma non possono convincere la Cina a tornare alla povertà.
La seconda realtà
La seconda realtà è che la separazione economica non è né semplice né indolore.
Stati Uniti e Cina rimangono profondamente interconnessi attraverso il commercio, gli investimenti, le catene di approvvigionamento, le conoscenze scientifiche e i mercati dei consumatori.
Gli agricoltori statunitensi dipendono dagli acquirenti cinesi. Le aziende statunitensi dipendono dalla produzione cinese e dai consumatori cinesi. La Cina, nel frattempo, trae beneficio dall’accesso alla tecnologia statunitense, ai prodotti agricoli e ai capitali americani.
I negoziatori stanno ora discutendo riduzioni reciproche dei dazi e nuovi meccanismi per il commercio e gli investimenti. Si tratta di misure modeste, ma riconoscono una verità importante: la guerra economica danneggia entrambi i Paesi.
I dazi vengono annunciati attraverso discorsi nazionalistici, ma i loro costi compaiono silenziosamente nelle spese per la spesa alimentare, nella chiusura delle fabbriche, nelle catene di approvvigionamento interrotte e nella perdita di posti di lavoro.
I lavoratori negli Stati Uniti non traggono beneficio dall’indebolimento della Cina. Le loro difficoltà affondano principalmente le radici nelle decisioni prese dalla loro stessa classe dirigente: decenni di deindustrializzazione, il potere della finanza, gli attacchi ai sindacati, la privatizzazione dei servizi pubblici e il rifiuto di realizzare seri investimenti sociali.
La Cina non ha chiuso le fabbriche del Midwest statunitense. Sono stati gli imprenditori americani a chiuderle alla ricerca di profitti più elevati.
La risposta alle disuguaglianze in uno dei due Paesi non è il nazionalismo economico degli Stati Uniti.
La terza realtà
La terza realtà è che l’umanità deve affrontare problemi che nessuno dei due Paesi può risolvere agendo da solo.
La catastrofe climatica non possiede un passaporto. Il carbonio emesso in un Paese riscalda l’atmosfera ovunque.
Gli Stati Uniti dispongono di immense risorse scientifiche e finanziarie, mentre la Cina ha sviluppato una enorme capacità produttiva nel settore dei pannelli solari, delle batterie, dei veicoli elettrici, del trasporto pubblico e delle infrastrutture per le energie rinnovabili.
La collaborazione tra i due Paesi potrebbe accelerare una transizione energetica mondiale. Il confronto la rallenterà proprio nel momento in cui i ritardi sono diventati intollerabili.
Lo stesso vale per la salute pubblica. La pandemia di COVID-19 ci ha mostrato il costo umano della segretezza, della competizione e del nazionalismo vaccinale.
L’intelligenza artificiale rappresenta un’altra area urgente di cooperazione. Queste tecnologie non possono essere governate adeguatamente attraverso dottrine militari contrapposte o lasciandole nelle mani di società private alla ricerca del massimo profitto.
I due Paesi devono sviluppare garanzie comuni contro le armi autonome, i cyberattacchi destabilizzanti, la sorveglianza di massa e l’uso dell’intelligenza artificiale per aggravare le disuguaglianze sociali.
Infine, la quarta realtà
La quarta realtà è la questione della guerra.
Cina e Stati Uniti sono potenze nucleari. Qualsiasi conflitto militare diretto tra loro avrebbe conseguenze impossibili da calcolare.
Per questo Taiwan non deve essere trasformata nel detonatore di un confronto catastrofico. Il principio di «una sola Cina» e gli accordi diplomatici esistenti non devono essere svuotati di significato attraverso provocazioni, vendite di armi o gesti concepiti per il teatro della politica interna.
La pace richiede moderazione da entrambe le parti, ma la moderazione non può significare che gli Stati Uniti circondino la Cina con basi militari e navi da guerra e poi pretendano che sia la Cina, da sola, a mantenere la calma.
La sicurezza non può essere ottenuta attraverso l’insicurezza permanente di un altro Paese.
Ci saranno, naturalmente, disaccordi. La collaborazione non richiede un accordo su ogni questione politica. Né la coesistenza richiede il silenzio sulle differenze.
Ma il disaccordo deve essere gestito attraverso la diplomazia, il diritto internazionale e le istituzioni delle Nazioni Unite, non attraverso sanzioni, minacce ed esercitazioni militari.
I Paesi del Sud globale hanno un interesse particolare al successo di questa visita. Non vogliono che venga loro imposto di scegliere tra Cina e Stati Uniti.
Non vogliono che i loro porti, le loro risorse minerarie, i loro sistemi di telecomunicazione e le loro istituzioni politiche vengano trasformati in campi di battaglia di una nuova guerra fredda.
Vogliono accesso alla finanza, alla tecnologia, alla medicina e ai mercati senza essere sottoposti a subordinazione politica. Vogliono sviluppo, non il reclutamento in campi militari contrapposti.
La visita di Xi Jinping comporta quindi una responsabilità che si estende ben oltre Washington e Pechino.
Il mondo non ha bisogno di un accordo che si limiti a dividere i mercati tra aziende cinesi e statunitensi. Ha bisogno di un impegno a ridurre il pericolo della guerra, smantellare le misure coercitive unilaterali, ripristinare normali relazioni economiche, cooperare sul clima e sulla salute pubblica e rafforzare i principi della Carta delle Nazioni Unite.
L’importanza della visita non risiede nella cerimonia, ma nella possibilità che essa rappresenta.
Offre a entrambi i Paesi l’opportunità di allontanarsi dal precipizio.
Gli Stati Uniti devono abbandonare la fantasia secondo cui possono preservare la propria supremazia impedendo lo sviluppo della Cina.
La Cina, da parte sua, ha ripetutamente affermato di non voler sostituire gli Stati Uniti come potenza egemonica. Questo principio deve diventare la base di una relazione duratura: nessun contenimento, nessuna dominazione, nessuna guerra.
Esiste una vecchia abitudine tra gli Stati potenti: considerare il compromesso come un segno di debolezza.
Nell’era nucleare, è vero il contrario.
Non ci vuole alcun coraggio a ordinare a un’altra nave da guerra di entrare in acque contese. Ci vuole coraggio politico per riconoscere che anche il proprio avversario ha interessi legittimi, che la coesistenza richiede reciprocità e che la sopravvivenza dell’umanità è più importante della vanità della supremazia.
Questa visita dovrebbe quindi portare da Washington al mondo un messaggio semplice: la collaborazione non è resa, la diplomazia non è debolezza e la pace non è un’astrazione.
Il confronto non offre a nessuno dei due Paesi un futuro. La collaborazione offre al mondo una possibilità.
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