Il 4 aprile la Corte costituzionale della Corea del Sud ha confermato all’unanimità l’accusa di impeachment per il presidente Yoon Suk Yeol, arrestato lo scorso 15 gennaio, non senza porre resistenza. Il politico sudcoreano è stato dunque definitivamente rimosso dal suo incarico.
Yoon, che si trovava a governare senza una maggioranza, aveva dichiarato la legge marziale lo scorso 3 dicembre, in vista di una complessa approvazione della legge di bilancio. L’ormai ex presidente aveva giustificato le sue azioni dicendo di voler proteggere il paese dalle “forze comuniste nordcoreane” e di voler “estirpare gli elementi ostili dallo stato”.
Giustificazioni che hanno sempre funzionato bene in un paese teoricamente ancora in stato di guerra col vicino settentrionale e in cui la vita politica è stata costellata da continui colpi di stato. Questa volta però il tentativo golpista non ha trovato nemmeno l’appoggio del partito del golpista, nonostante le guardie presidenziali e molti sudcoreani si siano schierati con lui.
La Corte costituzionale ha infatti sottolineato che Yoon “non si è limitato a dichiarare la legge marziale, ma ha continuato a commettere atti che hanno violato la Costituzione e la legge, tra cui la mobilitazione delle forze militari e di polizia per ostacolare l’esercizio dell’autorità dell’Assemblea nazionale”.
Del resto, Yoon aveva perseguito una linea fortemente conservatrice ed era già stato accusato di aver abusato dei suoi poteri, soprattutto per difendere la moglie coinvolta in alcuni scandali. È il secondo caso nella storia del paese che un presidente viene sottoposto a impeachment, e il primo in cui viene arrestato e detenuto.
Dal Partito del Potere Popolare, che sosteneva l’ex governo, fanno sapere che “è deplorevole”, ma la formazione politica “accetta solennemente e rispetta umilmente la decisione della Corte costituzionale. Ci scusiamo sinceramente con il popolo”. Stessa cosa che ha fatto anche Yoon, che fino a oggi aveva mantenuto invece un atteggiamento decisamente sprezzante.
Il fatto che questa decisione venga etichettata come “deplorevole” deriva probabilmente dal fatto che, dunque, verranno indette nuove elezioni, e l’opposizione del Partito Democratico di Corea, guidato da Lee Jae-myung, è data ovviamente per favorita. Il voto dovrà essere organizzato entro 60 giorni, e alcuni media hanno già indicato il 3 giugno come data papabile.
A guidare la Corea del Sud fino alle elezioni, e a organizzarle, sarà Han Duck-soo, primo ministro e presidente ad interim. Anch’egli era inizialmente finito sotto impeachment, respinto però dalla Corte costituzionale. Ha dichiarato che farà “il massimo per assicurare lo svolgimento regolare e giusto delle elezioni presidenziali”.
Infatti, in molti hanno manifestato a favore della destituzione di Yoon, ma ad ogni modo il paese è piuttosto spaccato. Un sondaggio di Gallup Korea ha mostrato che solo il 60% degli intervistati crede che debba essere permanentemente rimosso dal suo incarico: un buon 40% pensa che magari sia stato anche un atto illegittimo, ma ciò non deve portare alla sua destituzione.
Nel frattempo, continuano le mobilitazioni e anche i disordini causati dai sostenitori di Yoon. I suoi legali continuano a indicare il procedimento come un’azione tutta politica, mentre il loro assistito rischia ora l’ergastolo o addirittura la pena di morte (che non viene comunque eseguita nel paese dalla fine degli anni Novanta).
In occasione della sentenza della Corte costituzionale, erano stati dispiegati nella capitale Seul ben 14 mila poliziotti. Un numero che dà l’idea di quanto si tema una possibile precipitazione della situazione. Un ultimo appunto sulle mobilitazioni: i sostenitori di Yoon sono scesi in piazza con la bandiera sudcoreana e quella statunitense, come si può vedere in questo video de Il Messaggero.
In questa fase di forti tensioni anche tra alleati e di ridefinizione degli equilibri mondiali, bisogna tenere presente che le elezioni di giugno non potranno mai essere solo un affare interno.
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06/04/2025
15/01/2025
Corea del Sud - Arrestato il presidente. Per ora.
Il presidente della Corea del Sud, Yoon Suk Yeol, è stato infine arrestato nella notte. Verso le 2:30 ora italiana (nella penisola dell’estremo oriente era metà mattinata), è stato eseguito il mandato di cattura del politico, posto sotto impeachment per sovversione e abuso d’ufficio dopo che lo scorso 3 dicembre aveva imposto la legge marziale, con la scusa dei contrasti sull’approvazione della legge di bilancio.
Per quanto sia vero che il Partito del Potere Popolare, a cui appartiene Yoon Suk Yeol, governa il paese senza avere però la maggioranza in parlamento, il messaggio inviato con una misura di guerra sembra un po’ troppo forte rispetto a una normale dialettica da sistema democratico.
Sappiamo bene, tuttavia, che la Corea del Sud, a lungo vera e propria occupazione di Washington, alla democrazia non è abituata, avendo attraversato decenni tra un colpo di stato e l’altro. Per quanto l’arresto di questa notte segni un punto di svolta ulteriore: è la prima volta che un presidente in carica finisce in manette.
L’anticorruzione di Seoul ha specificato che non si è trattato di un atto volontario: il presidente del paese non si è consegnato, ma è stato arrestato dalle forze dell’ordine. Questa volta le sue guardie non si sono opposte, a differenza di quando, al primo tentativo di prelevare Yoon Suk Yeol lo scorso 3 gennaio, avevano dato vita a sei ore di scontri.
Al primo interrogatorio ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere, mentre un video preregistrato, diffuso appena dopo essere stato portato via dal palazzo presidenziale, ha dato spiegazione del perché questa volta abbia deciso, se non di collaborare, per lo meno di non opporsi all’arresto.
“Non riconosco l’indagine in corso”, ha chiarito immediatamente. “In qualità di presidente, la mia decisione di rispettare tali procedure illegali e non valide non è un riconoscimento ma piuttosto la volontà di prevenire incidenti spiacevoli e spargimenti di sangue”: un messaggio molto pesante, e che fa intendere che la vita politica del paese è tutt’altro che tornato nell’alveo costituzionale.
Per il Partito Democratico Sudcoreano, all’opposizione, l’arresto “è il primo passo verso il ripristino dell’ordine costituzionale, della democrazia e dello Stato di diritto”. Yoon Suk Yeol, invece, ha affermato che “lo Stato di diritto in Corea del Sud è completamente crollato”.
Come se non bastasse c'è il fatto che, sostanzialmente, un potere non ancora destituito ma certamente sospeso dall’impeachment è protetto da una guardia personale, che non risponde al mandato del parlamento. E che migliaia di suoi sostenitori si erano letteralmente accampati al palazzo presidenziale per impedire l’intervento della polizia: la polarizzazione del paese è evidente.
La vicenda, dunque, è tutt’altro che chiusa. Ora Yoon Suk Yeol si trova in stato di fermo per le prossime 48 ore, durante le quali verrà sottoposto a interrogatorio (anche se, come detto, ha già rifiutato di collaborare al primo di questi). Al termine di questo lasso di tempo, gli investigatori dovranno decidere se rilasciarlo o spiccare un mandato di cattura per un massimo di 20 giorni.
Nel frattempo, la Corte costituzionale sudcoreana continua a esaminare la decisione di destituire il presidente, votata dall’Assemblea nazionale il 14 dicembre. E ha tempo addirittura fino a giugno per pronunciarsi, rischiando di trascinare la questione per mesi e mesi, durante i quali la normale dialettica politica sarà determinata da questa situazione di eccezionalità.
Si tratta insomma di una vicenda ancora in itinere, la cui conclusione non è scontata. Del resto, è impensabile che Yoon Suk Yeol abbia optato per la legge marziale come risultato di una follia momentanea. Un atto del genere, per quanto potrebbe finire senza ripercussioni legali per nessuno, ha sicuramente delle ragioni politiche profonde, che trovano condivisione in importanti pezzi dello stato.
E certamente anche fuori da esso, dall’altra parte del Pacifico...
Fonte
Per quanto sia vero che il Partito del Potere Popolare, a cui appartiene Yoon Suk Yeol, governa il paese senza avere però la maggioranza in parlamento, il messaggio inviato con una misura di guerra sembra un po’ troppo forte rispetto a una normale dialettica da sistema democratico.
Sappiamo bene, tuttavia, che la Corea del Sud, a lungo vera e propria occupazione di Washington, alla democrazia non è abituata, avendo attraversato decenni tra un colpo di stato e l’altro. Per quanto l’arresto di questa notte segni un punto di svolta ulteriore: è la prima volta che un presidente in carica finisce in manette.
L’anticorruzione di Seoul ha specificato che non si è trattato di un atto volontario: il presidente del paese non si è consegnato, ma è stato arrestato dalle forze dell’ordine. Questa volta le sue guardie non si sono opposte, a differenza di quando, al primo tentativo di prelevare Yoon Suk Yeol lo scorso 3 gennaio, avevano dato vita a sei ore di scontri.
Al primo interrogatorio ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere, mentre un video preregistrato, diffuso appena dopo essere stato portato via dal palazzo presidenziale, ha dato spiegazione del perché questa volta abbia deciso, se non di collaborare, per lo meno di non opporsi all’arresto.
“Non riconosco l’indagine in corso”, ha chiarito immediatamente. “In qualità di presidente, la mia decisione di rispettare tali procedure illegali e non valide non è un riconoscimento ma piuttosto la volontà di prevenire incidenti spiacevoli e spargimenti di sangue”: un messaggio molto pesante, e che fa intendere che la vita politica del paese è tutt’altro che tornato nell’alveo costituzionale.
Per il Partito Democratico Sudcoreano, all’opposizione, l’arresto “è il primo passo verso il ripristino dell’ordine costituzionale, della democrazia e dello Stato di diritto”. Yoon Suk Yeol, invece, ha affermato che “lo Stato di diritto in Corea del Sud è completamente crollato”.
Come se non bastasse c'è il fatto che, sostanzialmente, un potere non ancora destituito ma certamente sospeso dall’impeachment è protetto da una guardia personale, che non risponde al mandato del parlamento. E che migliaia di suoi sostenitori si erano letteralmente accampati al palazzo presidenziale per impedire l’intervento della polizia: la polarizzazione del paese è evidente.
La vicenda, dunque, è tutt’altro che chiusa. Ora Yoon Suk Yeol si trova in stato di fermo per le prossime 48 ore, durante le quali verrà sottoposto a interrogatorio (anche se, come detto, ha già rifiutato di collaborare al primo di questi). Al termine di questo lasso di tempo, gli investigatori dovranno decidere se rilasciarlo o spiccare un mandato di cattura per un massimo di 20 giorni.
Nel frattempo, la Corte costituzionale sudcoreana continua a esaminare la decisione di destituire il presidente, votata dall’Assemblea nazionale il 14 dicembre. E ha tempo addirittura fino a giugno per pronunciarsi, rischiando di trascinare la questione per mesi e mesi, durante i quali la normale dialettica politica sarà determinata da questa situazione di eccezionalità.
Si tratta insomma di una vicenda ancora in itinere, la cui conclusione non è scontata. Del resto, è impensabile che Yoon Suk Yeol abbia optato per la legge marziale come risultato di una follia momentanea. Un atto del genere, per quanto potrebbe finire senza ripercussioni legali per nessuno, ha sicuramente delle ragioni politiche profonde, che trovano condivisione in importanti pezzi dello stato.
E certamente anche fuori da esso, dall’altra parte del Pacifico...
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03/12/2024
Corea del Sud, il presidente dichiara la legge marziale
Con una mossa a sorpresa che infiamma ulteriormente una regione del globo già sottoposta a forti tensioni, il presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol ha dichiarato oggi la legge marziale, assumendo poteri speciali e incaricando l’esercito di “riportare l’ordine”, promettendo di eliminare quelle che ha definito “forze anti-stato”.
Il presidente conservatore sembra così intenzionato a regolare i conti con l’opposizione, che controlla la maggioranza nel parlamento del paese e che Yoon accusa di simpatizzare con la Corea del Nord.
Questa sorprendente mossa, condannata ovviamente dalle forze di opposizione, riporta la Corea del Sud ad un clima autoritario e di caccia alle streghe che il paese non viveva più dagli anni ’80. È la prima volta che in Corea del Sud viene imposta la legge marziale dal processo di democratizzazione della Corea del Sud nel 1987.
Secondo l’agenzia di stampa Yonhap, in seguito all’annuncio di Yoon l’esercito ha affermato che il parlamento e l’attività dei partiti politici che potrebbero “causare confusione sociale” dovranno essere sospesi. I telegiornali hanno già mostrato agenti di polizia intenti a tentare di bloccare l’ingresso dell’Assemblea nazionale per impedire l’affluenza dei parlamentari mentre fuori dall’edificio si sono radunati centinaia di manifestanti che hanno tentato di forzare il blocco gridando slogan contro la legge marziale e “la dittatura”. Secondo varie fonti l’esercito avrebbe schierato anche carri armati e vari mezzi blindati nelle strade della capitale del paese e i media più importanti sarebbero stati avvisati della necessità di sottostare alla censura. La legge prevede che chi viola le prescrizioni militari possa essere arrestato senza mandato di un tribunale.
Le forze armate hanno anche imposto di tornare a lavoro entro 48 ore ai medici in sciopero da mesi contro i piani governativi diretti ad aumentare il numero di studenti nelle scuole di formazione di medicina.
Secondo la legislazione, la legge marziale può essere revocata in qualsiasi momento con un voto del parlamento, in cui come detto il Partito Democratico di opposizione detiene la maggioranza. Ed effettivamente, nonostante il blocco delle attività nel Parlamento imposto dal decreto presidenziale e la presenza in aula di un gran numero di membri delle forze speciali dell’esercito in assetto antisommossa, 190 deputati – di entrambi gli schieramenti – sui 300 totali sono comunque riusciti a votare una mozione che chiede la revoca della legge marziale.
Non è per ora chiaro se Yoon si piegherà alla volontà della maggioranza del parlamento o continuerà per la sua strada esautorando del tutto l’Assemblea Nazionale. Per ora gli alti comandi dell’esercito sudcoreano hanno dichiarato che faranno rispettare la legge marziale fino a quando non sarà revocata dal presidente Yoon Suk Yeol.
Subito dopo l’annuncio del presidente Han Dong-hoon, il leader del conservatore Partito del Potere Popolare, di cui Yoon è membro, ha definito “sbagliata” la decisione di imporre la legge marziale e ha giurato di “fermarla insieme al popolo”. Il leader dell’opposizione Lee Jae-myung, sconfitto di misura da Yoon alle elezioni presidenziali del 2022, ha definito l’annuncio di Yoon “illegale e incostituzionale”.
Nel corso di un intervento televisivo Yoon ha affermato che la legge marziale permetterà di “ricostruire e proteggere” il paese impedendogli di “cadere nelle profondità della rovina nazionale”, ed ha promesso di “sradicare” le forze schierate con la Repubblica Popolare di Corea e di proteggere “l’ordine democratico costituzionale”.
“Eliminerò le forze anti-stato il più rapidamente possibile e normalizzerò il Paese”, ha affermato Yoon, chiedendo al popolo di credere in lui e di tollerare “alcuni inconvenienti”.
Yoon ha deciso di imporre quello che è a tutti gli effetti un “autogolpe” dopo che il suo indice di gradimento è fortemente calato. Da quanto ha assunto le funzioni di capo dello stato non è mai riuscito a far valere il suo programma contro un parlamento controllato dall’opposizione liberaldemocratica.
La maggioranza parlamentare ha anche tentato di approvare mozioni per mettere sotto accusa tre procuratori di alto livello, tra cui il capo dell’ufficio del procuratore distrettuale centrale di Seoul, in quella che i conservatori hanno definito una vendetta contro le loro indagini penali su Lee, considerato favorito per la vittoria delle prossime elezioni presidenziali del 2027.
Yoon ha anche respinto le richieste di indagini indipendenti sugli scandali per corruzione che coinvolgono sua moglie e alti funzionari.
L’Amministrazione Biden ha affermato di non essere stata avvertita in anticipo sull’imposizione della legge marziale da parte del presidente sudcoreano Yoon, che Washington ha invitato a rispettare le decisioni del parlamento. Gli Stati Uniti mantengono attualmente in Corea del Sud un contingente militare di quasi 30 mila uomini.
Fonte
Il presidente conservatore sembra così intenzionato a regolare i conti con l’opposizione, che controlla la maggioranza nel parlamento del paese e che Yoon accusa di simpatizzare con la Corea del Nord.
Questa sorprendente mossa, condannata ovviamente dalle forze di opposizione, riporta la Corea del Sud ad un clima autoritario e di caccia alle streghe che il paese non viveva più dagli anni ’80. È la prima volta che in Corea del Sud viene imposta la legge marziale dal processo di democratizzazione della Corea del Sud nel 1987.
Secondo l’agenzia di stampa Yonhap, in seguito all’annuncio di Yoon l’esercito ha affermato che il parlamento e l’attività dei partiti politici che potrebbero “causare confusione sociale” dovranno essere sospesi. I telegiornali hanno già mostrato agenti di polizia intenti a tentare di bloccare l’ingresso dell’Assemblea nazionale per impedire l’affluenza dei parlamentari mentre fuori dall’edificio si sono radunati centinaia di manifestanti che hanno tentato di forzare il blocco gridando slogan contro la legge marziale e “la dittatura”. Secondo varie fonti l’esercito avrebbe schierato anche carri armati e vari mezzi blindati nelle strade della capitale del paese e i media più importanti sarebbero stati avvisati della necessità di sottostare alla censura. La legge prevede che chi viola le prescrizioni militari possa essere arrestato senza mandato di un tribunale.
Le forze armate hanno anche imposto di tornare a lavoro entro 48 ore ai medici in sciopero da mesi contro i piani governativi diretti ad aumentare il numero di studenti nelle scuole di formazione di medicina.
Secondo la legislazione, la legge marziale può essere revocata in qualsiasi momento con un voto del parlamento, in cui come detto il Partito Democratico di opposizione detiene la maggioranza. Ed effettivamente, nonostante il blocco delle attività nel Parlamento imposto dal decreto presidenziale e la presenza in aula di un gran numero di membri delle forze speciali dell’esercito in assetto antisommossa, 190 deputati – di entrambi gli schieramenti – sui 300 totali sono comunque riusciti a votare una mozione che chiede la revoca della legge marziale.
Non è per ora chiaro se Yoon si piegherà alla volontà della maggioranza del parlamento o continuerà per la sua strada esautorando del tutto l’Assemblea Nazionale. Per ora gli alti comandi dell’esercito sudcoreano hanno dichiarato che faranno rispettare la legge marziale fino a quando non sarà revocata dal presidente Yoon Suk Yeol.
Subito dopo l’annuncio del presidente Han Dong-hoon, il leader del conservatore Partito del Potere Popolare, di cui Yoon è membro, ha definito “sbagliata” la decisione di imporre la legge marziale e ha giurato di “fermarla insieme al popolo”. Il leader dell’opposizione Lee Jae-myung, sconfitto di misura da Yoon alle elezioni presidenziali del 2022, ha definito l’annuncio di Yoon “illegale e incostituzionale”.
Nel corso di un intervento televisivo Yoon ha affermato che la legge marziale permetterà di “ricostruire e proteggere” il paese impedendogli di “cadere nelle profondità della rovina nazionale”, ed ha promesso di “sradicare” le forze schierate con la Repubblica Popolare di Corea e di proteggere “l’ordine democratico costituzionale”.
“Eliminerò le forze anti-stato il più rapidamente possibile e normalizzerò il Paese”, ha affermato Yoon, chiedendo al popolo di credere in lui e di tollerare “alcuni inconvenienti”.
Yoon ha deciso di imporre quello che è a tutti gli effetti un “autogolpe” dopo che il suo indice di gradimento è fortemente calato. Da quanto ha assunto le funzioni di capo dello stato non è mai riuscito a far valere il suo programma contro un parlamento controllato dall’opposizione liberaldemocratica.
La maggioranza parlamentare ha anche tentato di approvare mozioni per mettere sotto accusa tre procuratori di alto livello, tra cui il capo dell’ufficio del procuratore distrettuale centrale di Seoul, in quella che i conservatori hanno definito una vendetta contro le loro indagini penali su Lee, considerato favorito per la vittoria delle prossime elezioni presidenziali del 2027.
Yoon ha anche respinto le richieste di indagini indipendenti sugli scandali per corruzione che coinvolgono sua moglie e alti funzionari.
L’Amministrazione Biden ha affermato di non essere stata avvertita in anticipo sull’imposizione della legge marziale da parte del presidente sudcoreano Yoon, che Washington ha invitato a rispettare le decisioni del parlamento. Gli Stati Uniti mantengono attualmente in Corea del Sud un contingente militare di quasi 30 mila uomini.
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