Il problema delle “internazionali nere” e delle alleanze tra nazionalisti è che alla fine devono fare i conti con le loro stesse regole, ovvero quelle del capitale, del massimo profitto e della competizione internazionale. È ciò che sembra tratteggiarsi all’orizzonte dello scontro per il petrolio delle isole Falkland (Malvinas per gli argentini) tra il governo di Javier Milei e una joint venture tra britannici e israeliani, con i primi certamente sotto maggiore pressione.
In un messaggio a reti unificate, affiancato dall’intero esecutivo, il presidente argentino ha formalizzato una pesante offensiva economica e legale contro il progetto “Sea Lion”: un giacimento scoperto nel 2010 e che si stima possa offrire fino a 1,7 miliardi di barili di greggio. Il consorzio per l’estrazione unisce l’israeliana Navitas Petroleum, con una quota del 65%, e la britannica Rockhopper Exploration, con il restante 35%.
Alla fine del 2025 i due gruppi hanno approvato un piano da oltre 2 miliardi di dollari per avviare la produzione nel 2028, con un ritmo iniziale di 50 mila barili al giorno. Il giacimento, però, è a circa 200 km dalle isole che Buenos Aires rivendica col nome Malvinas, e l’arcipelago e il petrolio si trovano dunque al centro di un dossier diplomatico delicato, dopo la guerra del 1982.
Il 3 settembre, il governo di Milei ha deciso di spingere al Congresso un disegno di legge per la difesa della sovranità nazionale e ha così optato per l’estensione delle sanzioni amministrative e penali a dirigenti, azionisti e fornitori delle imprese attive nel bacino. Lunedì 7 settembre il ministro degli Esteri Pablo Quirno ha annunciato la presentazione formale di denunce penali contro Navitas Petroleum, le sue sussidiarie, i partner operativi e i vertici aziendali per violazione della legislazione argentina.
Quirno ha cercato di spegnere i timori di una crisi diplomatica con Tel Aviv, affermando che il contenzioso non danneggia minimamente le relazioni bilaterali. Tuttavia, è evidente che un terreno di frizione significativo si è aperto con Sea Lion. Non solo in maniera diretta, ma anche perché tra gli stessi azionisti della britannica Rockhopper figurano fondi d’investimento israeliani (Noked Capital, Brosh Funds e ION Fund Management).
Ad aver dato forza alle rivendicazioni argentine c’è stato anche Donald Trump, che recentemente ha dichiarato che sarebbe disponibile a rivedere la tradizionale posizione di neutralità sull’arcipelago atlantico, lamentando il mancato aiuto di Londra nell’aggressione all’Iran e una certa titubanza negli impegni presi all’interno della NATO.
Il legame tra Washington e Buenos Aires viene inoltre rafforzato dal fatto che i due paesi stanno costruendo una base navale integrata a Ushuaia, nella Terra del Fuoco, che in prospettiva sarà utilissima agli States per proiettare la propria presenza nell’Atlantico meridionale e verso l’Antartide. I recenti provvedimenti di Milei prevedono l’accelerazione dei lavori.
Il capo di Stato argentino è uno dei leader più allineati a Israele e al genocida Benjamin Netanyahu, con cui ha sottoscritto intese bilaterali e i cosiddetti “Accordi di Isacco”. Forte delle aperture della Casa Bianca, probabilmente immagina di poter giocare una partita aggressiva con la Navitas Petroleum e, infine, far ricadere i costi maggiori sui partner britannici.
Lo stesso figlio di Netanyahu, Yair, aveva affermato in agosto che le Malvinas dovrebbero appartenere all’Argentina, perché il Regno Unito “è attualmente un paese ostile”. Parole che rimandano proprio alla guerra delle Falkland, durante la quale Israele vendette armi alla dittatura argentina come ritorsione contro l’opposizione di Londra all’invasione del Libano, ripartita dopo le operazioni del 1978 proprio negli ultimi giorni del conflitto per l’arcipelago atlantico.
Per ora non sono arrivati commenti ufficiali da parte di Tel Aviv, mentre la risposta del Regno Unito è stata netta e puntuale. Per Downing Street il referendum del 2013 che ha confermato in maniera schiacciante la volontà degli abitanti delle isole di rimanere sotto la corona è l’unica cosa che conta. Il ministro della Difesa Wes Streeting ha liquidato le uscite della Casa Rosada dicendo che “ci dicono più della politica interna in Argentina che delle isole Falkland”.
Il riferimento è al cambio di rotta scelto da Milei sul nodo delle Malvinas: all’inizio del suo mandato aveva auspicato una “relazione da adulti” con il Regno Unito. A tali diversi indirizzi sembra spingerlo il calo dei consensi e l’incalzante competizione della vicepresidente nazionalista Victoria Villarruel (con importanti agganci nelle forze armate) in vista delle presidenziali del 2027.
Un misto di interessi economici e politico-elettorali stanno muovendo Milei su un terreno scivoloso. Per quanto sia vero che sia Navitas sia Rockhopper sono già sotto sanzioni argentine, l’offensiva attuale potrebbe infastidire alcuni influenti esponenti israeliani, mettendo in difficoltà e imbarazzo anche Trump. Ad ogni modo, il segnale più evidente di questa vicenda è chiaro: la faglia tra Trump, compreso il suo establishment e alleati, e le potenze europee è sempre più profonda, insanabile.
Infine, e non è un dettaglio, proprio le ambizioni sulle Malvines e la sconfitta che ne derivò nello scontro militare con la Gran Bretagna nel 1982, innescarono la crisi e poi la fine della giunta militare argentina. Che questa crisi sia di buon auspicio anche per la dipartita di Milei.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/09/2026
Milei rivendica le Malvinas e il loro petrolio, ma rischia la frattura con Israele
24/08/2026
Il Cile sulla scia di Javier Milei
Quello che il presidente argentino di estrema destra Javier Milei, ideatore della «nuova» medicina per le molteplici malattie di cui l’Argentina soffre da decenni, predica ai suoi sostenitori, non è né nuovo né efficace.
Inutilmente, sia i governi civili democraticamente eletti che le dittature militari hanno tentato di migliorare la situazione, e ora Milei sostiene che ogni fallimento delle politiche liberali, neoliberiste e conservatrici attuate finora sia da imputare esclusivamente a misure non sufficientemente radicali.
Nel frattempo, però, il suo governo è al potere da più di 30 mesi. L’inflazione, il male principale che trascina con sé innumerevoli altri problemi, tutti molto gravi, è comunque ancora ferma al 33% (da luglio 2025 a giugno 2026). Non si può certo parlare di una terapia efficace, nonostante l’uso della famigerata motosega. Il paziente, la seconda economia più grande del Sudamerica, lamenta forti dolori.
Il miliardario Peter Thiel come beneficiario
Intanto, nonostante tutto, a seguito delle elezioni, sei nazioni su dieci della regione sono finite nella scia del neoliberismo e dei «libertari»: Ecuador, Cile, di recente Perù e Colombia, da un’eternità il Paraguay e probabilmente presto anche la Bolivia. La situazione è simile nell’area centroamericana: El Salvador, Honduras, Panama.
L’arsenale della politica economica di Milei è ben conosciuto. Lo strumento principale sembra essere un programma di incentivi denominato «Super-RIGI». Non c’è nemmeno bisogno di indovinare quale sia la sua attrattiva: un massiccio sgravio fiscale per i grandi investitori stranieri interessati.
Secondo «amerika21», lo sgravio «riduce per 30 anni l’imposta sugli utili dal 35% al 15%, abbassa i contributi previdenziali dal 24% al 10%, consente importazioni esenti da dazi doganali secondo necessità e promette ulteriori vantaggi ed esenzioni».
Inoltre, nuove norme per regolare il possesso di terreni. Il principale interessato e beneficiario di queste iniziative sembra essere il miliardario statunitense Peter Thiel, che ha recentemente trasferito la propria residenza in Argentina.
«Ricostruzione nazionale» in Cile
In Cile il governo appena eletto del presidente di estrema destra José Antonio Kast ha lanciato un pacchetto di misure apparentemente preparato da tempo. Sia nella sostanza che in molti dettagli, l’approccio di Milei ha trovato a Santiago un riscontro molto positivo.
Con grande presunzione se ne parla come «Piano di ricostruzione nazionale», come se il predecessore in carica avesse lasciato dietro di sé solo un cumulo di macerie.
Kast era uscito vittorioso dal ballottaggio a dicembre con il 58% dei voti. Nei primi tre mesi del suo mandato, tuttavia, la sua popolarità è scesa in tempo record di 20 punti percentuali, attestandosi al 38%.
Secondo quanto riporta il quotidiano cooperativo tedesco «taz», le promesse con cui aveva vinto le elezioni finora non sono state mantenute: voleva arginare la criminalità, controllare l’immigrazione e rilanciare l’economia.
Lula da Silva guadagna punti nella campagna elettorale – e fa surf nell’Atlantico
Come andrà a finire questo tiro alla corda tra le forze di destra e quelle di sinistra in America Latina dipenderà in misura non trascurabile dalle elezioni presidenziali e congressuali che si terranno in Brasile la prima domenica di ottobre.
Per molto tempo la lotta per il potere nel Paese gigante sembrava essere destinata ad un pareggio, sia al primo che al secondo turno. Ora, però, il divario tra l’attuale presidente di sinistra moderata Luiz Inácio da Silva e il figlio maggiore dell’ex capo di Stato Jair Bolsonaro, l’attuale senatore Flávio Bolsonaro, si sta allargando.
Secondo i sondaggi, Lula avrebbe nel frattempo guadagnato alcuni punti percentuali di vantaggio sull’acerrimo rivale.
Un corrispondente speciale dal Brasile per il quotidiano liberale di destra argentino «La Nación» cerca di approfondire le ragioni di questo cambiamento di tendenza.
Arriva alla conclusione che tre iniziative del governo Lula potrebbero averlo determinato: in primo luogo, l’abile rifinanziamento di una parte del debito dello Stato; poi, il dibattito pubblico su una riduzione generale dell’orario di lavoro settimanale; e infine, l’esenzione dall’imposta sul reddito per i lavoratori che guadagnano meno degli equivalenti 850 Euro. Misure che sarebbero idonee a rafforzare la «nuova classe media» del Paese.
Un altro ambito in cui l’ex leader sindacale potrebbe guadagnare consensi alle urne: Lula da Silva si oppone con determinazione e consapevolezza alle richieste impertinenti del suo collega statunitense Donald Trump.
Le minacce ricorrenti del signore della Casa Bianca di imporre nuovi dazi punitivi contro il Brasile, nel caso in cui il suo amico Jair Bolsonaro non venga scarcerato, sono percepite da molti brasiliani come indegne dei rapporti tra grandi potenze.
Quando Trump ha recentemente annunciato nuove sanzioni commerciali, Brasilia ha reagito prontamente con una nuova linea di credito destinata ai settori industriali direttamente colpiti, come quello calzaturiero, tessile e dell’edilizia residenziale, al fine di neutralizzare il più possibile le ritorsioni di Trump.
Il fatto che l’ottantenne Lula abbia cavalcato le onde dell’Atlantico sulla tavola da surf con la stessa sicurezza di un ragazzo – così ha osservato il corrispondente della «Nación» – sembra aver fatto colpo sugli imprenditori locali, altrimenti piuttosto cauti nei suoi confronti.
Cuba cerca di sfilarsi dal cappio
Nel frattempo – nel contesto dell’attuale svolta a destra della maggior parte dei Paesi dell’America Latina – anche a Cuba si sta delineando un movimento simile, sebbene in questo caso si tratti di un passaggio da posizioni marxiste ortodosse verso un regime di centro-sinistra che si avvicina chiaramente agli ideali socialdemocratici.
E cioè a strutture di politica statale ed economica che attribuiscono maggiore importanza agli obiettivi sociali rispetto al capitalismo puro, così come praticato soprattutto nelle società occidentali fino all’esagerazione e alla follia.
A metà giugno L’Avana ha annunciato riforme di ampia portata, dopo che il presidente Trump aveva adottato ulteriori misure drastiche volte a soffocare definitivamente l’economia cubana e, di conseguenza, a provocare una controrivoluzione totale. Il portale di notizie «amerika21» illustra in modo sommario come il governo cubano stia ora cercando di tirarsi fuori dai guai.
Molte di queste «176 misure» non sono più una novità, poiché dal crollo del comunismo nell’Unione Sovietica, Cuba, passando da una situazione di emergenza all’altra, ha avuto tre decenni e mezzo di tempo per prepararsi a una dolorosa fine della propria rivoluzione.
Lungo questo percorso, i punti chiave da affrontare in caso di una caduta sono stati ripetutamente discussi – e ripetutamente rinviati, ripetutamente accantonati – segnali evidenti di come l’Avana percepisce l’unità in caso di emergenza.
Nel frattempo, Washington continuava a martellare i cubani con sanzioni e blocchi, attentati e sabotaggi, con l’obiettivo di renderli finalmente malleabili per la rivolta contro il regime comunista.
La Cina offre aiuto ai cubani
Il mondo, a parte poche eccezioni e le ricorrenti dichiarazioni all’Assemblea Generale dell’ONU a favore della fine dell’embargo statunitense, ha assistito passivamente e senza intervenire mentre i dieci milioni di abitanti dell’isola venivano ridotti alla fame. Ora la Cina è decisa a dare aiuto ai cubani con progetti che sembrano essere stati pianificati con cura.
L’obiettivo di raggiungere il progresso sociale per la grande maggioranza dei popoli in un contesto democratico credibile non è più una pura utopia. Sono finiti i tempi in cui la socialdemocrazia veniva equiparata senza discussioni al comunismo e poteva quindi essere perseguitata, punita e rovesciata.
Per quanto riguarda l’America Latina: politici come João Goulart in Brasile, Juan Bosch nella Repubblica Dominicana, Jacobo Arbenz in Guatemala e Salvador Allende in Cile avevano perseguito obiettivi socialdemocratici e sono stati comunque costretti a dimettersi, con il decisivo aiuto degli Stati Uniti e della CIA, in quanto presunti comunisti.
Di recente, invece, riformatori moderati come Gabriel Boric in Cile, Gustavo Petro in Colombia, Bernardo Arévalo in Guatemala e, finora, anche Lula da Silva in Brasile sono riusciti a portare a termine i loro mandati nonostante la forte opposizione.
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13/08/2026
L’Argentina scende in piazza contro Milei e la svendita del Paese agli Usa
L’Argentina è tornata a riempire le strade per protestare contro il governo di Javier Milei. Migliaia di persone hanno manifestato a Buenos Aires contro il progetto di legge sull’inviolabilità della proprietà privata, denunciato da sindacati, organizzazioni sociali, movimenti indigeni e opposizioni come un ulteriore passo verso la privatizzazione della terra e delle risorse nazionali.
La protesta, inizialmente pacifica, è stata dispersa dalla polizia con gas lacrimogeni, proiettili di gomma e cannoni ad acqua. Lo slogan “La patria non si vende” riassume il significato politico della mobilitazione.
Il provvedimento discusso dal governo mira a rendere più rapide le procedure di sfratto, modificare le regole sull’utilizzo dei terreni rurali e rafforzare le garanzie per i proprietari privati. Una delle norme prevedeva inoltre l’innalzamento dal 15 al 25 per cento del limite massimo di terra acquistabile da investitori stranieri.
Dopo le difficoltà incontrate in Parlamento, questa disposizione è stata ritirata, ma il progetto ha comunque alimentato il timore di una progressiva cessione della sovranità economica argentina a grandi capitali stranieri, in particolare statunitensi.
Le manifestazioni di agosto non rappresentano un episodio isolato, ma si inseriscono in una mobilitazione sociale che dura da mesi. Già alla fine di luglio, dopo la pausa determinata dai Mondiali, migliaia di argentini erano tornati in piazza contro l’austerità, i bassi salari e il deterioramento delle condizioni dei pensionati. Blocchi stradali e scontri con la polizia si erano verificati anche ad Avellaneda, alla periferia della capitale.
In precedenza, i pensionati avevano organizzato manifestazioni settimanali davanti al Congresso per chiedere aumenti delle pensioni e un migliore accesso alla sanità. Quasi la metà dei 7,8 milioni di pensionati argentini percepisce la pensione minima, che, con il bonus, arriva a circa 330 dollari mensili: una cifra che, secondo le organizzazioni che rappresentano gli anziani, resta largamente insufficiente a coprire i bisogni essenziali.
La protesta ha così assunto una dimensione intergenerazionale. Pensionati, lavoratori, studenti, sindacati e movimenti sociali contestano non soltanto una singola legge, ma l’intero indirizzo economico del governo Milei.
Il modello perseguito dal presidente argentino è fondato su una drastica riduzione della spesa pubblica, sulla deregolamentazione, sulle privatizzazioni e su una forte apertura agli investimenti e ai capitali stranieri.
Una strategia che i sostenitori del governo presentano come l’unica via per rilanciare un’economia segnata da anni di crisi, mentre i suoi oppositori denunciano il rischio di una progressiva perdita di sovranità economica e sociale.
Il governo rivendica alcuni risultati sul piano macroeconomico. In particolare, sottolinea la forte riduzione dell’inflazione rispetto ai livelli raggiunti negli anni precedenti e il ritorno dei conti pubblici in avanzo.
Tuttavia, la stabilità dei bilanci non coincide automaticamente con il benessere della popolazione. La riduzione dell’inflazione è stata accompagnata da una terapia d’urto che ha inciso profondamente su salari, pensioni, consumi e servizi essenziali.
Come ha osservato il sindacalista Horacio Jérez, la macroeconomia è una cosa e la vita quotidiana degli argentini un’altra: il problema del potere d’acquisto rimane centrale per milioni di famiglie.
Il governo sostiene che i sacrifici imposti nel presente creeranno le condizioni per nuovi posti di lavoro, maggiori investimenti e salari più elevati. Per una parte consistente della popolazione, però, il futuro promesso non compensa le conseguenze immediate della perdita di reddito, dell’aumento dei costi abitativi, della precarizzazione del lavoro e delle crescenti difficoltà nell’accesso alla sanità e all’istruzione pubblica.
La contestazione più profonda riguarda quindi la trasformazione dell’Argentina in una piattaforma sempre più aperta ai grandi investitori internazionali. La liberalizzazione dell’acquisto di vaste aree rurali è stata criticata anche da esponenti della Chiesa cattolica, secondo i quali la terra non può essere considerata esclusivamente come una merce.
In questa prospettiva, la legge sulla proprietà privata viene interpretata dai suoi oppositori non come una misura isolata, ma come un tassello di una strategia più ampia: ridurre il ruolo dello Stato, indebolire alcuni vincoli ambientali e sociali e rendere più agevole l’accesso dei grandi capitali a terreni, risorse naturali e infrastrutture.
È questo il rischio denunciato dai manifestanti: un Paese formalmente sovrano, ma sempre più dipendente da interessi economici stranieri. La svalutazione della moneta, l’erosione dei salari e la difficoltà di molte famiglie a mantenere il proprio livello di vita possono inoltre rendere gli asset argentini particolarmente appetibili per gli acquirenti internazionali.
La vicenda argentina assume così anche un significato continentale. L’amministrazione Trump punta a riaffermare una versione aggiornata della dottrina Monroe, nella quale l’America Latina torna a essere un’area strategica prioritaria per gli Stati Uniti. Una regione ricchissima di petrolio, gas, litio, terre rare, acqua, terre agricole e altre risorse naturali, che Washington considera fondamentali nella competizione economica e geopolitica globale.
In questa visione, l’America Latina rischia di essere trattata come una gigantesca riserva di risorse e opportunità d’investimento, disponibile agli interessi delle grandi corporation e dei grandi capitali statunitensi. Una prospettiva che alimenta, in molti Paesi latinoamericani, il timore di un ritorno a forme di dipendenza economica già conosciute nel corso della storia del continente.
Milei, con la sua apertura radicale ai capitali stranieri e il suo stretto allineamento con Washington, rappresenta uno degli interpreti più decisi di questa impostazione.
Le proteste mostrano però che una parte significativa della società argentina non intende accettare passivamente la trasformazione del proprio territorio in una grande piattaforma d’investimento internazionale, priva di adeguate protezioni sociali, ambientali e nazionali.
La resistenza argentina può assumere anche un significato più ampio per il continente. Cuba, Nicaragua e Brasile rappresentano realtà profondamente diverse per storia, istituzioni e orientamenti politici, ma condividono, seppure con modalità differenti, la ricerca di una maggiore autonomia rispetto alle pressioni economiche e geopolitiche degli Stati Uniti.
La piazza argentina, dunque, non chiede soltanto la modifica di una legge. Chiede che la sovranità, il lavoro, la terra, le pensioni e i servizi pubblici non vengano sacrificati sull’altare di un modello economico che promette prosperità futura mentre impone costi sociali immediati a milioni di cittadini.
È la contestazione di un progetto che i suoi oppositori considerano funzionale agli interessi degli ultramiliardari statunitensi e delle élite economiche argentine che sostengono Milei. Ed è, soprattutto, la rivendicazione di un principio semplice: l’Argentina non è una merce da mettere all’asta, ma un Paese la cui terra, le cui risorse e il cui futuro appartengono prima di tutto al suo popolo.
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08/08/2026
Argentina - Milei scatena la repressione, ma la legge sulla proprietà agli stranieri si è fermata
Nonostante le condizioni meteorologiche ostili e l’annuncio del giorno prima che il governo avrebbe rimosso la legge sulla “stranierizzazione della terra” dal suo progetto, una folla di manifestanti ha riempito la Plaza de los Congresos per chiarire che “la patria non è in vendita”.
A quel punto il governo di Milei ha scatenato la repressione poliziesca contro la piazza.
Il primo impatto è avvenuto quando i cordoni della Polizia Federale, schierati dietro le recinzioni, sono avanzati verso la folla. I manifestanti, che occupavano la Plaza Congreso e le stradine laterali, hanno cercato di mantenere i cordoni,ma l’avanzata della polizia è stata accompagnata da proiettili di gomma e da gas lacrimogeni, il che ha costretto le prime file a ritirarsi. Il fumo dei lacrimogeni ha così iniziato a ricoprire la piazza e a disperdere i gruppi di manifestanti più grandi.
Ma l’operazione poliziesca si è estese anche ad altri punti. Su Hipólito Yrigoyen e Entre Ríos, un cannone ad acqua ha fatto irruzione con forza, lanciando getti d’acqua che hanno spinto i manifestanti verso i marciapiedi. A Callao e Bartolomé Mitre, la Gendarmeria è avanzata da dietro le recinzioni ed ha sparato nuovi proiettili di gomma e gas. Diversi giornalisti hanno riferito di essere stati direttamente presi di mira mentre cercavano di registrare gli episodi, il che ha sollevato preoccupazioni tra i media presenti.
Più di 250 persone sono state curate dal Health and Care Post e dal CeProDH,. Tra questi c’è un giornalista di La Izquierda Diario.
Nonostante la repressione, diversi gruppi di manifestanti hanno cercato di riorganizzarsi per sostenere la protesta. Leader politici come Axel Kicillof e Myriam Bregman si sono recati nell’area per affiancare i manifestanti e denunciare pubblicamente le azioni delle forze federali.
La giornata di giovedì si è conclusa in un clima di incertezza e preoccupazione. Sebbene il governo avesse ritirato il capitolo più controverso del disegno di legge – quello che permetteva la vendita di terreni a capitali stranieri – la protesta insisteva anche sugli altri articoli che rendevano la Fire Management Law più flessibile, consentono sfratti e modificano il Codice Civile.
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11/04/2026
Argentina - L’immagine di Javier Milei, in caduta libera a causa della crisi economica
Dal punto di vista della sequenza storica, questo è il momento peggiore del presidente “libertario” (1), perché prima delle elezioni di ottobre 2025 aveva il 37,1 percento di approvazione ed è stato allora che Donald Trump ha firmato l’assegno per 20 miliardi di dollari e ha salvato La Libertad Avanza (LLA) dalla sconfitta.
Ora, il calo è superiore di 4 punti rispetto a ottobre e la disapprovazione è cresciuta rispetto a quel periodo.
Ciò che sta dietro queste opinioni sfavorevoli è che il 55 percento dei cittadini afferma che la propria situazione economica personale è peggiorata negli ultimi 12 mesi e la preoccupazione più importante è che non riescono a far quadrare il mese e che la famiglia contrae debiti.
Una stragrande maggioranza non ha aspettative sul futuro perché considera che il paese, con Milei al timone, stia andando nella direzione sbagliata.
Le conclusioni provengono da un’indagine condotta dalla nota società di consulenza Zuban, Córdoba y Asociados, guidata da Gustavo Córdoba.
In totale, sono state intervistate 2.200 persone, il 70 percento dai siti più utilizzati e il 30 percento tramite email. Il campione, più grande del solito, è stato assemblato rispettando le proporzioni per età, sesso e livello socio-economico.
Nelle ultime settimane, è stato confermato in praticamente tutti i sondaggi che il governo di Milei sta raggiungendo il punto più basso da quando è arrivato alla Casa Rosada nel dicembre 2023.
Alcuni consulenti affermano che il governo non si era ancora deteriorato a settembre e ottobre 2025, prima delle elezioni legislative. In quel periodo, il salvataggio arrivò da Scott Bessent e Donald Trump e il fatto è che l’amministrazione Milei ottenne un buon risultato elettorale e scalò la collina. Tuttavia, da dicembre la tendenza al ribasso è tornata.
Non c’è dubbio che gli scandali colpiscano, ma se si guarda all’elenco delle principali preoccupazioni, quasi tutte puntano sull’economia: arrivare a fine mese, debiti, inflazione, aumento dei prezzi, deterioramento dei salari, disoccupazione. La corruzione è lontana e ancora più lontana è l’insicurezza o l’istruzione.
È noto che la stragrande maggioranza dei cittadini non crede nei dati di Indec e sostiene che i prezzi stiano salendo a un ritmo superiore o molto più alto rispetto a quello stabilito dall’agenzia ufficiale di statistica. I diversi studi mostrano anche livelli di indebitamento e morosità mai registrati nella storia.
Le cose sono in linea con ciò che accade all’interno della casa. Il 55 percento afferma che la loro economia è peggiorata negli ultimi dodici mesi e a questo si aggiunge un altro 19 percento che dice che è “pessima come un anno fa”. Cioè, il 74 percento, tre su quattro argentini, è economicamente in difficoltà nel paese, la maggior parte sta peggio di un anno fa.
D’altra parte, solo il 7 percento afferma che la propria situazione è migliorata e un altro 16 percento afferma di stare bene come un anno fa. Significa che solo un argentino su quattro guarda alle cose con un certo ottimismo.
Ciò che spiega perché una percentuale più alta – il 33 percento – approva la gestione di Milei, è che esiste un nucleo “libertario” duro che sostiene il presidente a prescindere da tutto.
C’è un fatto aggiuntivo verificato in altri sondaggi: il numero di persone che ragionano “Me la passo male, è un sacrificio, ma staremo meglio” si è notevolmente ridotto, si trattava delle persone che avevano aspettative economiche.
E quel punto, la perdita delle aspettative, è centrale per il declino dell’immagine di qualsiasi governo in qualsiasi parte del mondo.
Nell’indagine di Zuban Córdoba, questa domanda si manifesta in un’altra domanda: “Il paese sta andando nella direzione giusta o sbagliata?” Il risultato è devastante. Solo il 28 percento dice che la rotta è giusta e non meno del 63,6 percento afferma che le cose stanno andando nella direzione sbagliata. Cioè, il 63 percento pensa che l’Argentina non migliorerà perché è sulla strada sbagliata.
Milei riuscirà a invertire la sua situazione attuale nei sondaggi? È vero che lo ha già fatto una volta, grazie al sostegno americano.
Ma dobbiamo pensare che oggi i suoi colleghi nel campo ideologico, Donald Trump e l’ungherese Victor Orban, si trovano ad affrontare situazioni simili: una maggioranza di opinioni contrarie e una forte disapprovazione.
Inoltre, questa domenica Orban si trova ad affrontare un’elezione in cui potrebbe essere sconfitto. Il potente apparato statunitense sta cercando in questi giorni di evitare la sconfitta in Ungheria e resta da vedere se riuscirà a ottenere nuovamente un salvataggio in Argentina. Da quanto si può vedere nei sondaggi, la situazione “libertaria” non sembra molto ottimista.
Note
(1) Il termine “libertario” in Argentina ha assunto un connotato decisamente negativo perchè Milei si era presentato sullo scenario politico come libertario, nel senso del totale smantellamento dello Stato e del totale liberismo (Ndr)
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07/04/2026
Argentina - A 50 anni dall’ultimo golpe, Milei rievoca i fantasmi della dittatura
Mentre centinaia di migliaia di persone inondavano Plaza de Mayo per gridare “Nunca Más”, Milei rispondeva dalla Casa Rosada con un video ufficiale volto a riscrivere la storia, mettendo sullo stesso piano il terrorismo di stato e le azioni dei rivoluzionari argentini che operavano nel paese contro la violenza antioperaia e anticomunista delle autorità.
Non si può ignorare il fatto che, a guidare questa offensiva culturale e di piazza, ci sia la vicepresidente Victoria Villarruel, nota per le sue posizioni negazioniste rispetto ai crimini della dittatura di Videla. Tuttavia, la massiccia partecipazione alle celebrazioni del cinquantenario dimostra che, per la maggioranza della popolazione, il capitolo della dittatura non è chiuso, ma resta un monito contro le derive autoritarie del presente.
A rincarare le critiche contro questa manipolazione storica e l’indirizzo del governo c’è anche l’ultimo rapporto della Coordinadora contra la repressione policial e institucional (CORREPI). I numeri che riporta presentano un primato inquietante: in soli due anni con Milei al governo, l’esecutivo ha accumulato il 10% di tutte le morti per mano delle forze di sicurezza registrate dalla fine della dittatura, nel 1983.
Delle 10.181 vittime censite in 42 anni, ben 1.056 sono avvenute dopo l’insediamento di Milei nel dicembre 2023. Una “efficienza” repressiva che non ha precedenti nella storia recente argentina e che vede come bersaglio principale i giovani tra i 15 e i 25 anni (40% del totale). Per intensificare la repressione, è stato persino proposto di abbassare l’età della responsabilità penale. Il rapporto denuncia anche il ritorno sistematico del cosiddetto “gatillo fácil” (il grilletto facile), tutelato da protocolli che garantiscono impunità alle forze dell’ordine.
Dietro l’incremento della violenza istituzionale si scorge un disegno politico preciso. L’obiettivo dell’attuale presidenza sembra essere quello di condurre una vera e propria guerra interna contro i “nemici” sociali, ovvero le classi popolari, le loro organizzazioni e le persone che scendono in piazza contro le politiche di massacro sociale di Buenos Aires.
Non è un caso che la repressione si sia inasprita in parallelo a una riforma del lavoro che per vari analisti è volta ad annichilire il sindacalismo e il diritto allo sciopero. Oggi, la ricetta di Milei, fatta di austerità estrema e smantellamento dei diritti sociali, è stata accompagnata da un “regime penale” durissimo: 121.443 detenuti a fine 2024, un record storico.
È tuttavia evidente che Milei sta tirando molto la corda, rispetto a una linea che, anche sul piano internazionale, si vede completamente appiattita sull’amministrazione statunitense, senza concreti guadagni (basti pensare all’annuncio del ritiro argentino dall’OMS). Le proteste continueranno, mentre Buenos Aires rappresenta uno snodo cruciale del tentativo di Washington di riaffermare il proprio dominio sull’America Latina.
Fonte
19/03/2026
Argentina - Pensionati alla fame protestano sotto il Parlamento, pestati dalla polizia
La coreografia di mercoledì, quel rituale di resistenza sociale e umana che i pensionati materializzano settimanalmente davanti al Palazzo Legislativo, è stata nuovamente interrotta da un’operazione che ha trasformato la domanda di beni dignitosi in uno scenario di arresti e percosse.
Quello che era iniziato come il consueto presidio al Congresso si è concluso con un cordone di polizia che si è abbattuto sui corpi che chiedevano solo di smettere di perdere potere d’acquisto contro l’inflazione.
Il resto della giornata è uno scenario di braccia ferite, manifestanti arrestati e un’ambulanza che trasporta di corsa un uomo con un picco di pressione all’ospedale Ramos Mejía.
Tra i feriti vi sono Carlos Alberto “Chaca” Dawlowski e Delia Luján Montiel. “Chaca”, 76 anni, è stato rilasciato con la pelle segnata dalle botte della polizia, ma con la sua parola è intatta davanti alle telecamere: “Non possiamo più nemmeno marciare sul marciapiede, ma non ci arrenderemo. Lasceremo le nostre vite, ma loro non ci schiacceranno”.
Le loro ferite, mostrate come prova di una democrazia che sta diventando sorda e violenta, riassumono lo spirito di una resistenza che, nonostante il bastone e lo spray al peperoncino, giura di non cedere fino all’ultima goccia di sangue.
“L’abuso di forza contro gli anziani, che non rappresentano alcun pericolo, ci rende ogni giorno più vulnerabili e attacca direttamente la nostra salute”, hanno sottolineato le organizzazioni dei pensionati.
Queste ultime denunciano come la direzione economica e sociale del governo configuri “una politica di sterminio” che non colpisce solo i pensionati, ma anche altri settori vulnerabili come le persone con disabilità e l’infanzia. Con l’ultimo dato sull’inflazione di dicembre diffuso dall’Indec, si può già confermare l’aumento previsto di pensioni, assegni e sussidi dell’Anses che entrerà in vigore a febbraio: appena il 2,8%. Tradotto in cifre più chiare, per l’assegno minimo si tratta di un incremento di soli 9.780,38 pesos, una cifra che non basta nemmeno per comprare un chilo di spalla di maiale.
Con il sistema indicizzato all’indice dei prezzi al consumo, è l’inflazione a determinare gli aumenti mensili dei pensionati. Con il raffreddamento dell’economia ancorato alla depressione dei salari, gli aumenti pagati dall’Anses sono sempre più bassi e non valgono nemmeno per comprare 2 bottiglie di shampoo. Letteralmente.
Secondo un rapporto dell’Osservatorio Mate, ogni pensionato ha perso, in media, quasi 5 milioni di pesos dall’insediamento di Javier Milei. In questo periodo, le pensioni e gli assegni si sono consolidati come uno dei principali assi della stretta fiscale del governo, al punto da concentrare un taglio equivalente a 16,5 trilioni di pesos, mentre l’importo medio è rimasto del 23% al di sotto del livello del 2023. Di conseguenza, la pensione minima oggi basta a malapena a coprire un terzo del costo reale di un paniere di base per gli anziani.
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21/02/2026
Argentina - Milei scatena la “motosega” contro i diritti dei lavoratori
Le parole di Gago sono una chiave di lettura precisa, e soprattutto necessaria: perché la legge sul lavoro non è un provvedimento isolato, non è un “aggiustamento” tecnico, non è una riforma neutra. È un pezzo di un’operazione più ampia, una strategia complessiva di governo che combina precarizzazione, estrattivismo e repressione, cucendo insieme l’agenda economica con un dispositivo disciplinare. E non è un caso che la sua approvazione al Senato sia avvenuta nella stessa notte in cui, fuori dal Parlamento, lo Stato argentino ha messo in scena un’azione repressiva di proporzioni enormi.
Tra l’11 e il 12 febbraio, mentre in aula si consumava una maratona parlamentare di oltre tredici ore, nelle strade intorno al Congresso si combatteva un’altra battaglia: quella della piazza contro la motosega sociale. Le colonne di sindacati, organizzazioni territoriali, studenti e movimenti hanno circondato il Parlamento per denunciare ciò che la legge sul lavoro rappresenta davvero: un attacco frontale alle conquiste storiche della classe lavoratrice argentina. La risposta è stata quella che questo governo ha scelto come linguaggio strutturale: violenza, militarizzazione, caccia.
La polizia federale ha caricato con lacrimogeni, proiettili di gomma, moto lanciate a tutta velocità sulla folla, corridoi di manganelli, inseguimenti, accerchiamenti. Una repressione organizzata e non improvvisata, costruita come parte della scena politica: blindare il voto, impedire che la protesta cresca, produrre paura. Il bilancio è pesantissimo: oltre 300 persone ferite e almeno 30 arrestate. Non si tratta di un “eccesso” di qualche reparto. È l’applicazione coerente di una dottrina: per Milei la violenza non è un effetto collaterale, è un’infrastruttura. La motosega non taglia soltanto bilanci e diritti: taglia anche i corpi.
Secondo l’attivista e sociologa Luci Cavallero: “Molte persone si sono mobilitate contro la riforma del lavoro chiamata, in modo ingannevole, “legge di modernizzazione del lavoro”, perché implica un arretramento storico di quasi cento anni nei diritti del lavoro conquistati dalla classe lavoratrice argentina. Per fare alcuni esempi: significa la fine dei contratti collettivi di lavoro. Significa la possibilità che la parte datoriale frammenti le indennità, che sottragga una parte del salario in caso di congedo per malattia, che si estenda la giornata lavorativa oltre le otto ore. L’arretramento è infinito ed è un attacco alle condizioni generali di vita dell’intera classe lavoratrice mondiale, perché riteniamo che questa riforma si voglia far passare in Argentina come un esperimento, come un laboratorio di ciò che poi si vorrà fare in altre parti del mondo. Per questo ci mobilitiamo: i sindacati, ma anche le organizzazioni femministe, transfemministe, ambientaliste, con lo slogan “abbasso le riforme”, perché non si tratta soltanto di una riforma del lavoro, ma si vuole far passare anche una riforma della Legge sui Ghiacciai e un abbassamento dell’età di imputabilità penale degli adolescenti. Noi ci stiamo mobilitando con lo slogan: “unire le lotte nel compito””.
Questa repressione, infatti, non è separabile dal contenuto della legge sul lavoro. È la sua premessa materiale. Perché quando un governo non riesce a costruire consenso sociale attorno a ciò che sta facendo, deve costruire disciplina. Quando non riesce a convincere, deve imporre. E quando ciò che propone è una vendetta contro le lotte operaie, allora la vendetta deve essere difesa con la forza.
La legge sul lavoro approvata in Senato è il tentativo più avanzato di Milei di riscrivere i rapporti di forza tra capitale e lavoro. È il passaggio dal discorso alla struttura: dalla propaganda della “libertà” alla normalizzazione del ricatto. E avviene in un momento politicamente preciso: dopo le elezioni di ottobre e la nuova composizione parlamentare, il governo prova a usare fino in fondo i numeri e le alleanze costruite con settori dell’opposizione, con blocchi provinciali e con quelle parti del sistema politico che hanno scelto di diventare la stampella “istituzionale” del progetto mileista.
Non è un caso che il governo abbia parlato di “cambio storico” e di “fine dell’industria del giudizio”. Il suo obiettivo non è ridurre i conflitti: è ridurre la possibilità di farli esplodere. Non vuole meno contenziosi perché vuole più giustizia: li vuole ridurre perché vuole un lavoro più docile, più ricattabile, più individualizzato. E il punto più profondo è proprio questo: la legge non si limita a precarizzare. Cerca di costruire un modello in cui il conflitto collettivo diventa impossibile, e dove ogni rapporto di lavoro si trasforma in un contratto privato tra una persona sola e un’impresa armata di potere economico.
È qui che la lettura di Gago torna decisiva, e va ripresa fino in fondo: “Se questa legge venisse approvata, sarebbe una vittoria impressionante del governo: della sua capacità di articolare e dirigere altre forze politiche, di negoziare con le burocrazie sindacali e di stabilire un modello per cui ormai la parola “precarietà” non basta più a descrivere ciò che si sta modificando. Oltre a questioni molto concrete – come il fatto che i salari possano essere pagati attraverso fintech, cioè tramite piattaforme finanziarie – c’è una serie di misure che sono davvero una vendetta contro la storia delle lotte operaie in questo paese, una vendetta contro chi svolge compiti di cura, una vendetta contro le forme con cui in Argentina si è lottato storicamente per il riconoscimento, per esempio, delle economie popolari”.
In questa frase c’è tutto: la legge sul lavoro come vittoria politica, non solo economica. Come prova di forza, non come provvedimento. Come dispositivo di governo, non come “riforma”.
Perché dentro questa legge c’è un attacco sistematico alle tutele che, per decenni, hanno funzionato come argine minimo contro l’arbitrio padronale: ferie, congedi, indennità, contrattazione collettiva, diritto di sciopero, possibilità di organizzarsi in fabbrica e nei luoghi di lavoro. La legge spinge verso un modello in cui gli accordi aziendali e perfino quelli individuali possono prevalere sui contratti collettivi nazionali, anche se peggiorativi. Significa aprire la porta a una pratica già nota: chiamare le persone una per una, far firmare, imporre condizioni. Legalizzare il ricatto e trasformarlo in normalità.
Questa legge può diventare realtà grazie al risultato elettorale dell’ottobre passato? Per Luci Cavallero: “Si è creata una combinazione di diversi elementi. Da un lato, è innegabile la legittimità – seppur scarsa – che conferisce il risultato elettorale dell’anno scorso. Il tentativo di portare avanti queste riforme durante l’estate argentina è un altro elemento da considerare. È importante capire che loro vogliono portare avanti una riforma che cambia i rapporti di lavoro in Argentina quasi senza dibattito, in sessioni straordinarie e presentando il testo definitivo del progetto a pochi minuti dalla votazione. L’altro elemento centrale oggi è la scarsa capacità di opposizione delle centrali sindacali, che in molti casi si vedono costrette – sotto pressione delle basi – a scegliere pratiche di lotta; ma la loro debolezza fa sì che, di fatto, la legge sia avanzata, insieme all’esaurimento dopo anni di mobilitazioni nelle strade”.
Allo stesso tempo, la fine dell’ultra attività dei contratti collettivi – cioè il principio per cui un contratto continua a valere finché non se ne negozia uno nuovo – mette i sindacati in una condizione strutturale di debolezza: se non rinegozi in tempi stretti, perdi. Se non accetti, il pavimento si sgretola. È un modo per trasformare ogni rinnovo contrattuale in una guerra di logoramento, dove la forza non sta nella mobilitazione ma nella capacità di resistere al ricatto del tempo.
Poi c’è la questione dell’orario: il “banco ore”, che sposta l’asse dallo straordinario pagato allo straordinario “accumulato”, compensato in futuro, gestibile e negoziabile in modo asimmetrico. Anche qui, la parola “flessibilità” serve a mascherare un fatto semplice: il tempo di vita viene risucchiato nel tempo produttivo, e restituito solo quando conviene al comando. In un contesto di precarietà generalizzata, non è uno strumento di libertà: è una trappola.
E c’è un elemento che dice molto della fase: il pagamento dei salari attraverso fintech, piattaforme finanziarie. Non è un dettaglio tecnico. È un salto di paradigma. Significa inserire ancora più profondamente la vita di chi lavora dentro la finanziarizzazione, dentro l’estrazione di valore attraverso il debito, le commissioni, l’intermediazione digitale. È l’idea che il salario non sia più un diritto ma un flusso da catturare, da monetizzare, da mettere a profitto. E qui la “motosega” non taglia soltanto diritti: apre un canale di estrazione finanziaria permanente.
Ma soprattutto: la legge sul lavoro non può essere letta da sola. È parte di quel complesso di tre riforme che Gago descrive con lucidità: precarizzazione, estrattivismo, repressione. Da una parte la legge sul lavoro, che abbassa le tutele e spezza la forza collettiva. Dall’altra la riforma della Legge sui Ghiacciai, che serve a liberare il campo per l’estrattivismo minerario in più province: un saccheggio ambientale presentato come “sviluppo”, e usato come moneta di scambio per raccogliere voti territoriali. E infine l’abbassamento dell’età di imputabilità a 14 anni: la demagogia punitiva come strumento per governare la povertà e la crisi sociale prodotta dallo stesso programma economico.
Il governo Milei costruisce così un modello coerente: toglie diritti nel lavoro, apre territori all’estrazione, e prepara la repressione per gestire l’esplosione sociale. È un progetto che non promette benessere, promette disciplina. Non promette futuro, promette obbedienza. Non promette lavoro, promette sopravvivenza.
Per questo il passaggio alla Camera dei Deputati, previsto tra circa quindici giorni e con una data già al centro della mobilitazione – il 25 febbraio – non è un voto qualunque. È uno snodo. Se la legge venisse approvata definitivamente, sarebbe un trionfo politico del governo, la dimostrazione che Milei non solo può tagliare, ma può farlo costruendo maggioranze, articolando altre forze politiche, piegando il Parlamento, negoziando con settori delle burocrazie sindacali, e soprattutto imponendo un modello sociale dove la precarietà non è più una condizione: è un destino.
Ed è qui che si capisce perché la piazza è stata repressa con quella ferocia. Perché chi governa sa benissimo che questa legge sul lavoro non passa “per consenso”: passa perché viene protetta. Passa perché viene imposta. Passa perché la motosega sociale deve tagliare prima che la società trovi il modo di fermarla.
Oggi in Argentina c’è agitazione e mobilitazione. Non per una generica opposizione morale, ma perché la posta in gioco è concreta: ferie, congedi, indennità, sciopero, contratti, vita quotidiana. È la possibilità stessa di resistere. È la possibilità stessa di vivere.
E allora la domanda non è se la legge sul lavoro sia “moderna” o “antica”. La domanda è: a chi serve. E la risposta è già scritta nella notte del Senato e nel gas fuori dal Congresso. Serve a chi vuole un’Argentina dove il lavoro non sia più un terreno di diritti e conflitto, ma un terreno di comando. Serve a chi vuole cancellare la storia delle lotte operaie. Serve a chi vuole vendetta contro chi cura, contro chi si organizza, contro chi sopravvive nelle economie popolari. Serve a chi vuole un paese in cui la violenza diventa politica ordinaria.
La motosega sociale è questa: una legge sul lavoro scritta contro chi lavora, difesa con la polizia, scambiata con l’estrattivismo, e accompagnata dalla demagogia punitiva. Un progetto distruttivo, totale. E proprio per questo, un progetto che può essere fermato solo da ciò che Milei teme davvero: la forza collettiva, organizzata, determinata, capace di trasformare la piazza in un veto sociale.
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22/10/2025
Come FMI e USA hanno intrappolato l’Argentina con il debito
In risposta, il FMI e gli USA si sono messi in moto per salvare il governo Milei. Il FMI aveva già fornito un salvataggio da 20 miliardi di dollari nell’aprile 2025. Ora, il governo USA ne ha fornito un altro da 20 miliardi (sotto forma di una linea di swap valutario tra banche centrali). Inoltre, gli USA hanno espresso la disponibilità a fornire credito stand-by aggiuntivo e persino ad acquistare il debito governativo argentino.
I media si sono concentrati sulla lunga e travagliata storia finanziaria dell’Argentina, sulla difficile situazione inflazionistica ereditata dal presidente Milei e sull’affinità politica del Presidente Trump con Milei. Tuttavia, questo non spiega perché il FMI e gli USA abbiano fornito un’assistenza così ingente all’Argentina, data la sua mancanza di merito creditizio.
Il sostegno a Milei dovrebbe essere inteso come una continuazione dei prestiti passati ai Presidenti Macri (2015-2019) e Menem (1989-1999). Lo scopo è consolidare il Neoliberismo in Argentina e intrappolarla con il debito in dollari. È appoggiato dalle élite locali perché sono le beneficiarie del Neoliberismo, e inoltre hanno la possibilità di saccheggiare lo stato argentino attraverso il processo di intrappolamento del debito.
1. La complicata verità in Argentina
Arrivare alla verità in Argentina è come “pelare una cipolla”. Per prima cosa bisogna scoprire la reale situazione economica, fondamentalmente diversa da quella descritta dai media mainstream. Poi bisogna introdurre la politica e portare in superficie le agende reali che guidano gli eventi. Quindi, bisogna spiegare come funzionano quegli eventi e le loro conseguenze.
Una volta pelata la cipolla, il quadro che emerge è che l’assistenza finanziaria del FMI e degli USA è un’interferenza elettorale finalizzata a salvare il Presidente Milei e il suo estremo programma Neoliberista; a diminuire l’influenza economica della Cina; e ad ammanettare finanziariamente l’Argentina attraverso l’intrappolamento con il debito in dollari.
Inoltre, l’assistenza permette il saccheggio tacito dello stato da parte delle élite argentine e delle multinazionali statunitensi. Questo è un quadro enormemente diverso da quello presentato dai media e dagli economisti mainstream.
2. Il mito del miracolo economico di Milei
Il punto di partenza è la performance economica dell’Argentina, che è stata descritta con entusiasmo dai media mainstream come un “miracolo economico”. Ad esempio, il New York Times dichiara che Milei era “in procinto di realizzare un miracolo economico” prima delle recenti turbolenze finanziarie. Questa cornice è fondamentale perché distorce la percezione pubblica, dando legittimità economica ai prestiti del FMI e degli USA.
La verità è che non c’è stato alcun miracolo.
Le politiche di Milei sono state una catastrofe sia per gli argentini comuni che per il futuro del Paese. Questa realtà spiega l’impopolarità politica di Milei che ha innescato le paure dei mercati finanziari.
Milei ha assunto l’incarico nel dicembre 2023, e da allora l’Argentina è in profonda recessione. La recessione è stata causata da un’estrema austerità fiscale che ha tagliato servizi pubblici e investimenti; un tasso di cambio enormemente sopravvalutato che ha indebolito la bilancia commerciale; e una deregolamentazione che ha aumentato i profitti a scapito dei salari.
La recessione è visibile nel crollo della produzione industriale e del PIL. La produzione industriale rimane in calo, ma finalmente è tornata un po’ di crescita del PIL (come era inevitabile che accadesse perché le economie non si contraggono per sempre). Tuttavia, la ripresa è stata debole e l’economia si è di nuovo contratta.
Inoltre, il quadro è ancora peggiore perché il PIL non cattura la miseria, la fame e l’insicurezza. L’insicurezza alimentare e la fame inizialmente sono aumentate, con un aumento dello scorbuto tra i poveri. Il tasso di povertà ufficiale ora è ridisceso, ma sottostima la situazione poiché non riconosce i prezzi enormemente più alti di acqua, gas ed elettricità. Gli assegni dei pensionati sono stati decimati, i prezzi dei farmaci da prescrizione sono lievitati, e il governo Milei ha anche represso brutalmente le proteste dei pensionati.
Non solo le politiche di Milei hanno causato una recessione economica, ma hanno anche sabotato il futuro dell’Argentina. Il crollo degli investimenti pubblici e privati significa uno stock di capitale inferiore. Il taglio della spesa per istruzione e sanità significa una popolazione meno istruita e più malata. E il taglio dei sostegni a università e arti è un attacco alle industrie ad alto valore del futuro (come la tecnologia dell’informazione, le scienze mediche e la produzione cinematografica), e ha contribuito all’ulteriore fuga di cervelli dall’Argentina.
L’indebitamento estero di Milei significa anche maggiori pagamenti di interessi futuri che graveranno sul bilancio governativo, limiteranno le possibilità di politica economica e minacceranno perennemente una crisi finanziaria.
L’unico risultato economico positivo è il tasso di inflazione che è sceso significativamente, ma anche qui la storia è complicata. Inizialmente l’inflazione è aumentata in modo significativo con Milei. Sebbene sia ridiscesa, viaggia ancora al 35% annuo.
Il precedente governo Fernández aveva perso il controllo dell’inflazione, ma aveva anche ereditato un tasso di inflazione del 50% dal precedente governo Macri. Inoltre, l’inflazione è accelerata solo nel 2022 quando hanno fatto effetto le conseguenze della pandemia di Covid-19.
Il tasso di inflazione argentino è quintuplicato, come è accaduto anche in altri paesi. Tuttavia, dato l’alto tasso di inflazione iniziale dell’Argentina e la sua vulnerabilità strutturale all’inflazione, l’aumento assoluto è stato molto più grande.
In sintesi, non c’è stato alcun “miracolo economico”. Il programma di Milei non poteva né intendeva produrre prosperità condivisa in Argentina. Invece, è un programma ultra liberista mirato ad abbassare l’inflazione attraverso una profonda recessione e un tasso di cambio sopravvalutato; ad aumentare i profitti a scapito dei salari attraverso la deregolamentazione e l’indebolimento del lavoro; a permettere al capitale di sfruttare le risorse naturali dell’Argentina; e a usare l’austerità fiscale per svuotare le istituzioni sociali che promuovono il benessere e il progresso della società.
3. Il FMI e gli USA: la politica del saccheggio e dell’intrappolamento del debito
Il carattere disastroso del programma economico di Milei solleva la questione del perché FMI e USA si siano affrettati a fornire un salvataggio. Qui entra in gioco la politica. Per Milei, un salvataggio è essenziale per il suo futuro politico. Anche le élite argentine sono favorevoli in quanto beneficiarie del programma. Ma per quanto riguarda il FMI e gli USA?
3.a Il FMI come strumento utile per gli USA
Il FMI è il più facile da capire. È dominato dagli USA ed è da tempo una roccaforte neoliberista, che ha aiutato a diffondere e imporre globalmente il neoliberismo negli ultimi quarant’anni. Questo lo rende facilmente incline a sostenere Milei, che è sia sottomesso agli USA che allineato con l’estremo neoliberismo.
L’aspetto insolito del momento attuale è la scoperta complicità del FMI, che lo ha portato a violare i propri protocolli in modi che lo mettono in futuro a rischio legale. Le impronte della corruzione politica sul prestito da 20 miliardi del FMI sono ovunque.
In primo luogo, nonostante una significativa opposizione al prestito all’interno del Consiglio Esecutivo del FMI sulla base del fatto che il prestito non soddisfaceva gli standard creditizi, è stato comunque spinto da USA e suoi alleati.
Se aggiunto ai prestiti preesistenti, oltre il 40 percento del totale dei prestiti del FMI sarà destinato all’Argentina, il che potenzialmente mette a rischio la solvibilità finanziaria del FMI.
In secondo luogo, il nuovo prestito è stato concesso senza le dure condizionalità economiche che sono una parte standard dei pacchetti di prestito del FMI. Questa assenza non dipende dal fatto che il FMI abbia cambiato la sua disposizione neoliberista. È perché tale condizionalità avrebbe minato l’economia argentina, sminuendo così lo scopo politico del prestito, che è aiutare Milei a vincere le elezioni dell’ottobre 2025.
Lo scopo del prestito del FMI, scopertamente politico, è evidente nei commenti dell’aprile 2025 della Direttrice Generale del FMI Kristalina Georgieva, che ha pubblicamente dichiarato all’incontro di primavera annuale del FMI: “Il paese andrà alle elezioni in ottobre ed è molto importante che non deraglino la volontà di cambiamento. Finora, non vediamo il rischio materializzarsi, ma esorterei l’Argentina: restate sulla rotta”.
Le sue dichiarazioni violano i protocolli fondamentali del FMI che proibiscono l’interferenza politica.
3.b Gli USA e l’interferenza elettorale in Argentina
La fornitura di assistenza finanziaria da parte degli USA non supera i test economici convenzionali, e il suo scopo è politico. L’obiettivo è salvare il governo Milei, escludere la Cina e intrappolare l’Argentina con il debito in dollari.
Gli USA sono intervenuti in favore di Milei perché è ideologicamente filo-USA e filo-affari USA, mentre i suoi rivali sono nazionalisti argentini pragmatici. Essi credono che le imprese (incluse le multinazionali USA) debbano rispondere allo Stato argentino, e sono disposti a trattare con la Cina se è a beneficio dell’Argentina. Ma questo è un anatema agli occhi di Washington.
Per gli USA, Milei è “il nostro uomo” che sta dalla parte degli USA e tratta favorevolmente le corporazioni multinazionali statunitensi. Prestare all’Argentina è interferenza elettorale. La speranza è che un prestito massiccio possa scongiurare una crisi finanziaria fino dopo le elezioni congressuali di ottobre, salvando così il governo di Milei.
Inizialmente, gli USA pensavano di poter far superare la linea del traguardo a Milei con prestiti da FMI, Banca Mondiale e Banca Interamericana di Sviluppo (BID). Tuttavia, ciò si è rivelato insufficiente, costringendo il Tesoro USA a intervenire direttamente.
Per inciso, questo processo di prestiti del FMI (e di Banca Mondiale e BID) per scopi di interferenza elettorale non è nuovo. Le stesse tattiche furono usate nel 2019 per sostenere il Presidente Macri, che allora era il candidato favorito dagli USA. Il FMI prestò 40 miliardi di dollari al governo Macri, che fu il prestito più grande nella storia del FMI. Macri perse le elezioni, i 40 miliardi di dollari svanirono, e l’amministrazione successiva fu appesantita dall’onere che ne derivò.
L’astio anti-cinese che motiva la politica USA è evidente dal fatto che l’assistenza USA è condizionata alla sostituzione dell’accordo di swap valutario esistente dell’Argentina con la Cina con un accordo sostenuto dagli USA.
L’accordo di swap Cina–Argentina fu stabilito nel 2009. È radicato nella logica commerciale poiché i paesi hanno un enorme scambio reciprocamente vantaggioso che coinvolge manufatti e prodotti agricoli argentini. Gli USA vogliono sabotare quella relazione in quanto protegge l’Argentina dagli USA, riducendo così il potere statunitense.
Infine, ci sono suggerimenti di trattative private improprie da parte del Segretario al Tesoro USA Bessent. Si riporta che Bessent abbia spinto sia per il prestito del FMI di aprile che per la proposta USA di settembre per salvare il suo associato d’affari a Wall Street, Robert Citrone, e altri fondi di Wall Street che avevano scommesso speculativamente sui bond argentini.
Quelle scommesse erano andate in fallimento con le crescenti difficoltà politiche di Milei. Il salvataggio di Bessent ha alimentato un rimbalzo dei prezzi dei bond argentini che ha salvato e avvantaggiato Wall Street.
4. La meccanica del saccheggio e dell’intrappolamento del debito dell’Argentina
La parte evidente di questi affari è l’interferenza elettorale e l’intrappolamento del debito in dollari. La parte meno evidente è la meccanica del saccheggio.
Il processo di saccheggio si concentra sul tasso di cambio sopravvalutato che rende artificialmente più prezioso il peso. Ciò significa che quelli con pesos in eccesso (cioè l’élite argentina) possono trarre profitto dalla sopravvalutazione comprando dollari a un prezzo sussidiato. Il conto è pagato dallo Stato argentino che vende i dollari che ha preso in prestito e si indebita in dollari.
Questo processo è stato usato ripetutamente da passati governi argentini pro-affari e filo-USA. Spiega come il precedente prestito del FMI del 2019 di 40 miliardi di dollari al Presidente Macri sia svanito senza lasciare traccia.
Il processo è stato alla luce del sole dopo il nuovo prestito del FMI. L’Argentina ha immediatamente sospeso la maggior parte dei suoi controlli sui capitali, permettendo ad affari e individui facoltosi di acquistare dollari sussidiati.
Il processo è stato anche in mostra dopo la dichiarazione di sostegno degli USA. L’Argentina ha temporaneamente sospeso la tassa sull’esportazione di grano e soia, e c’è stata un’istantanea massiccia ondata di esportazioni. Quelle esportazioni sono uscite esentasse, avvantaggiando i grandi esportatori agricoli che sostengono Milei.
Lo Stato argentino ha perso un’enorme quantità di entrate fiscali sulle esportazioni che sono centrali per le finanze pubbliche argentine. Dati i controlli sui capitali più deboli, quelle vendite record di esportazioni potevano poi essere convertite in dollari, con un doppio colpo. Gli esportatori agricoli hanno evitato le tasse e hanno comprato dollari sussidiati. Lo Stato argentino ha perso entrate fiscali e si è indebitato in dollari.
Il dollaro sopravvalutato è stato anche usato per saccheggiare la classe media argentina. Quelle famiglie accumulano dollari come una forma di fondo “per i giorni di pioggia”. La recessione economica causata dalle politiche di Milei li ha costretti a vendere dollari per arrivare a fine mese. Il tasso di cambio sopravvalutato significa che hanno ricevuto di meno, e i loro dollari sono stati aspirati da quelli con pesos in eccesso. Ha così contribuito a un’ulteriore redistribuzione inversa della ricchezza all’interno dell’Argentina.
5. I prestiti del FMI e degli USA sono “debito odioso”
Il debito odioso, anche noto come debito illegittimo, è una dottrina nel diritto internazionale in base alla quale il debito contratto illegittimamente non deve essere ripagato. Di solito, è visto attraverso la lente del carattere del mutuatario, ma la frode può anche essere commessa da finanziatori e mutuatari che collaborano. In effetti, è più facile quando lo fanno.
Per garantire un uso corretto del credito, i finanziatori hanno una responsabilità legale e un dovere di assicurare che i fondi siano usati correttamente e che i mutuatari siano in grado di ripagare. I prestiti del FMI e degli USA falliscono questo test fondamentale, rendendoli “debito odioso”. I prestiti sono stati esplicitamente fatti per scopi politici piuttosto che commerciali, e non superano gli appropriati test di merito creditizio.
Inoltre, il prestito del FMI dell’aprile 2025 ha aggirato una legge argentina del 2021 che richiedeva l’approvazione congressuale per i prestiti del FMI. Quella legge fu esplicitamente approvata per prevenire una ripetizione del saccheggio avvenuto con il prestito del FMI del 2019 di 40 miliardi di dollari al Presidente Macri.
Tuttavia, Milei ha autorizzato i negoziati per decreto esecutivo che può essere annullato solo da una maggioranza di due terzi in entrambe le camere del Congresso. Il FMI e gli USA sono entrambi a conoscenza di quella manovra politica, il che li accusa ulteriormente.
A questo punto, per fermare l’ulteriore saccheggio e l’intrappolamento del debito in dollari dell’Argentina, l’opposizione politica dovrebbe dichiarare che i nuovi debiti con FMI e USA saranno trattati come odiosi e non rimborsati. Anche se la dichiarazione manca di forza legale immediata, dovrebbe scoraggiare prestiti aggiuntivi e delegittimare ulteriormente che avvenga qualsiasi prestito aggiuntivo.
6. Colonizzazione tramite debito: quo vadis Argentina?
La storia di Milei è la storia dei presidenti Macri e Menem, solo più crudele. Ognuno ha perseguito politiche Neoliberiste estreme fondate su un tasso di cambio sopravvalutato, indebitamento estero, spremitura della classe lavoratrice, e privatizzazione e deregolamentazione.
Ognuno di quei periodi è stato presentato come un “miracolo economico”, ma non è mai stato così. Ogni volta lo Stato argentino è stato dipinto come il problema fondamentale, e ogni volta lo Stato è stato saccheggiato e ulteriormente intrappolato con il debito in dollari, mentre la sua ricchezza veniva trasferita alle élite economiche. E ogni volta, il FMI e gli USA sono stati facilitatori chiave della manovra.
I Presidenti Milei, Macri e Menem fanno tutti parte di una storia comune. Quella storia è il saccheggio Neoliberista e l’intrappolamento del debito dell’Argentina. L’interferenza elettorale di FMI e USA potrebbe ancora assicurare la vittoria a Milei.
Se ciò accadrà, l’Argentina diventerà una colonia debitrice degli USA. Diventerà anche più disuguale con un Neoliberismo estremo radicato. I media mainstream e gli economisti lo descriveranno come un miracolo, ma sarà miseria per quelli che vivranno “il miracolo”.
Fonte
27/09/2025
Argentina - Milei rimane a galla coi soldi statunitensi, mentre le legislative si avvicinano
Andiamo con ordine e spieghiamo i fatti. La politica d’austerità messa in atto dall’inizio del suo mandato, a fine 2023, ha portato costi sociali altissimi tra la popolazione. Inoltre, almeno dall’estate, la disoccupazione è tornata a crescere e l’economia del paese sembra essersi inceppata. Nonostante questo, l’inflazione non ha ancora raggiunto il target previsto.
Ci sono poi i problemi sulle riserve valutarie e sugli investimenti. Il pesos ormai è in caduta libera, gli investimenti non ripartono e sono pochi i dollari che entrano nel paese, o comunque meno di quelli che si aspettava il governo. Tra gli attori di mercato si è diffuso il dubbio sulla capacità di Buenos Aires di ripagare i suoi debiti, in particolare quello da 20 miliardi contratto col Fondo Monetario Internazionale ad aprile.
Il tracollo politico ha fatto il resto: del resto, è quello che succede quando la sovranità si cede ai mercati. Infatti, lo scandalo di corruzione che ha colpito direttamente la sorella del presidente argentino, Karina, sua consigliera, e il fatto che siano interessati fondi della sanità, già pesantemente martoriata, hanno innescato forti proteste, fino a costringere i due Milei alla fuga da una sassaiola.
Le elezioni nel distretto della capitale non sono andate bene, e questo da solo rappresenta circa il 40% dell’elettorato attivo. Una prova generale delle legislative che rinnoveranno parte del Parlamento a ottobre, con il partito di Milei, La Libertad Avanza, che già si appoggia ad altri partiti per legiferare: ha solo 7 senatori su 72 e 37 deputati su 257.
Insomma, con un Sud America tutto fuorché vicino agli Stati Uniti, anche il più saldo appoggio che Trump ha nel continente rischia di venir spazzato via, e allora la Casa Bianca ha deciso di venire in aiuto. The Donald ha incontrato Milei a New York, durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 23 settembre.
Il giorno dopo il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha scritto su X: “gli Stati Uniti sono pronti a riacquistare parte del debito argentino denominato in dollari, e lo faranno se le condizioni lo richiederanno”. Ha poi aggiunto: “sono stato anche in contatto con numerose aziende statunitensi che intendono effettuare ingenti investimenti diretti esteri in diversi settori dell’Argentina, in caso di esito positivo delle elezioni”.
È evidente di come si tratti, in realtà, di un appoggio ‘condizionato’. Nel senso che per ora il Tesoro ha fatto l’annuncio, cercando così di tamponare i risultati disastrosi in borsa, il crollo del peso e lo schizzare in alto degli interessi sul debito. Che i soldi vengano dati, e che le aziende statunitensi si impegnino a mantenere a galla il paese, però, è legato alla vittoria di Milei.
Un vero e proprio ricatto contro l’intero popolo argentino, che si associa anche alla competizione con la Cina per la penetrazione nella regione. Buenos Aires ha debiti anche col Dragone, e l’ambasciatore Wang Wei si è detto disposto a “lavorare con l’Argentina per promuovere la cooperazione in tutti gli aspetti”.
Per quanto possa essere un ‘amico’, Trump è pronto a scaricare Milei, nel caso in cui perdesse quest’altro presidio in America Latina. Ipotesi che non può che far preoccupare, considerata la volontà espressa dal Pentagono di indirizzare verso le Americhe l’attenzione delle armi stelle-e-strisce: più Washington perde le presa su quello che considera il ‘cortile di casa’, più potrebbe considerare come unica via quella dell’intervento militare.
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27/08/2025
Argentina - Bertulazzi scarcerato. ma ai domiciliari
La giudice Servini, dopo aver respinto una prima volta le censure della Cassazione, che aveva annullato con rinvio la sua decisione di incarcerare Bertulazzi, a seguito dell’avviso favorevole alla estradizione, perché violava lo status di rifugiato politico ancora in vigore nei suoi confronti e non teneva conto delle condizioni di salute, si è dovuta piegare alla seconda censura emessa sempre dalla Cassazione contro l’arresto.
Bertulazzi è ora agli arresti domiciliari nella sua casa di Buenos Aires in attesa che il Conare – Consiglio nazionale per i rifugiati – si pronunci sul suo status definitivo di rifugiato politico, concessogli nel lontano 2004 e rimesso in discussione da un decisione del presidente argentino Milei.
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01/08/2025
Argentina - Un altro mercoledi di repressione contro i pensionati, che resistono
L’idea dell’apparato repressivo del governo fascista di Milei e del ministro dell’Economia, Caputo, è quella di instillare il terrore nella popolazione. Per dimostrare in un macabro spettacolo di pallottole contro il corpo e spray al peperoncino a volontà, che “la stessa cosa accadrà a coloro che escono a protestare come ai pensionati”.
Ma si sbagliavano di nuovo, questi vecchi e donne coraggiosi non si tirano indietro, per la vergogna delle migliaia e migliaia che dovrebbero accompagnarli, o per indicare quei politici che un giorno vanno, scattano una foto e non si presentano più.
Loro, i nonni e le nonne, non perdono un mercoledì, sanno che stanno andando verso una guerra impari, come quella dei palestinesi con i sionisti, ma non mollano.
Coloro che fanno e passano oltre le lotte sono coloro che “si uccidono” per apparire in questa o quella posizione sulla lista elettorale. Vivono in un altro paese, non sanno nulla della fame o della repressione.
Il vero paese è nelle strade, nei quartieri, dove i compagni non hanno nulla da mangiare se non un piatto al giorno, o nei lavori dove si accumulano i licenziati.
Nel paese di Milei e Caputo, di Pettovello e Bullrich, proprio come il genocida Netanyahu, l’unica cosa a cui pensano i nemici del popolo è sorvegliare la società, disciplinare con i bastoni, calpestare la stampa che cerca di far sì che questi atti brutali non passino inosservati.
Questa è l’Argentina di oggi, saccheggiata, venduta, colonizzata dagli Stati Uniti. Stati Uniti e Israele. Ma ogni mercoledì davanti a quell’edificio dove abbondano gnocchi e camaleonti, che si fa chiamare “Parlamento”, un gruppo di reduci fa capire che ci sono ancora riserve morali e il coraggio di avere speranza.
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17/07/2025
Milei usa l’estradizione di Bertulazzi per riabilitare la dittatura
La mattina di lunedì 16 luglio è stato esaminato davanti la Corte Suprema Federale di Cassazione argentina il ricorso presentato dalla difesa di Bertulazzi contro il nuovo arresto eseguito dopo il parere favorevole alla estradizione concesso dalla Corte Suprema di Giustizia. La Corte si è riservata e la decisione finale verrà comunicata nei prossimi giorni.
In precedenza sempre la corte di cassazione aveva annullato la sua incarcerazione, concedendo la misura dei domiciliari, perché il ricorso presentato contro la revoca dello status di rifugiato politico, riconosciutogli nel 2024, sospendeva l’effetto della decisione unilaterale intrapresa dal governo fascista di Javier Milei. L’avvocato di Bertulazi, Rodolfo Yanzón, ha ribadito che nonostante il parere favorevole concesso alla estradizione: «Bertulazzi continua ad avere lo status di rifugiato presso le Nazioni Unite, poiché è pendente un causa presso il tribunale amministrativo su questa questione». E la Corte Suprema è stata molto chiara sul punto: l’estradizione non può essere materializzata finché non verrà chiarita in modo definitivo la questione del rifugio. Milei ha introdotto una nuova legge su misura che impedisce di concedere protezione alle persone implicate in reati di terrorismo (anche se il sequestro dell’armatore Costa per cui è stato condannato Bertulazzi non lo è perché realizzato prima dell’introduzione delle aggravanti speciali antiterrorismo). Norma anti-Bertulazzi che tuttavia non ha valore retroattivo e non può incidere su una decisione presa ventuno anni prima.
Estradare Bertulazzi per riabilitare la dittatura
Nei giorni scorsi, prima la ministra della sicurezza nazionale, Patricia Bullrich, e successivamente Maria Florencia Zicavo, capo gabinetto del ministero della Giustizia argentino e responsabile della Commissione Nazionale per i Rifugiati (Conare), oltre a rilanciare la menzogna sul ruolo «importante che Bertulazzi avrebbe avuto nell’operazione che portò al rapimento e al successivo omicidio di Aldo Moro», nonostante in quel momento si trovasse nelle carceri italiane da quasi un anno, fake agitato con forza nello spazio pubblico argentino per rafforzare il dossier fragile che sostiene le ragioni della estradizione, hanno proposto un ribaltamento del giudizio storico sul recente passato dittatoriale argentino.
L’estradizione di Bertulazzi fa parte di una più generale riscrittura e cancellazione della storia e dei crimini della dittatura, all’interno della quale i soli colpevoli e responsabili diventano gli oppositori, coloro che hanno combattuto la dittatura e da questa sono stati perseguitati: ex prigionieri politici, i militanti assassinati, le migliaia di desaparecidos, i minori rapiti e adottati dalle famiglie dei militari del regime. L’operazione Bertulazzi serve ad aprire una prima breccia, ribaltando la responsabilità della violenza e dei crimini attribuendola a chi provò ad opporsi alla dittatura o nemmeno fece in tempo a farlo. Un po’ come se oggi in Italia il governo Meloni iniziasse a dare la caccia ai superstiti ancora in vita della resistenza antifascista.
Il gioco delle tre carte
Di fronte a questa operazione la sinistra italiana, il PD, i «democratici», tacciono, fanno finta di non sentire o capire, per soddisfare la pretesa punitiva della giustizia dell’emergenza di cui sono stati i padrini. La procura genovese in mano a giudici di MD, si è portata garante davanti alla giustizia argentina sulla possibilità che una volta in Italia Bertulazzi possa essere riprocessato nuovamente, e giudicato stavolta correttamente, correggendo le pesanti e inique condanne ricevute all’epoca (leggere l’intervista di Mario Di Vito del manifesto). Una bella promessa che purtroppo non è una garanzia poiché la legge italiana dice altro, prevede solo 30 giorni per fare la richiesta di riapertura del processo, ma poi sarà la corte d’appello a decidere. E l’intera giurisprudenza passata ci dice che una cosa del genere non è mai avvenuta. Addirittura in alcuni casi analoghi i giudici hanno fatto partire il conteggio dei trenta giorni non dal momento della riconsegna all’Italia dell’estradato ma da quando questi avrebbe avuto notizia ufficiale delle condanne pendenti. Ovvero in questo caso oltre venti anni fa, quando la giustizia argentina decise di non estradarlo perché condannato in contumacia.
Il sistema giudiziario italiano non ha mai voluto rimettere in discussione i processi di quegli anni. E così la nuova destra argentina oggi al potere potrà sbiancare la storia della dittatura sulla pelle dell’ex brigatista Leonardo Bertulazzi con la complicità delle anime bella della sinistra italiana.
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04/07/2025
La fretta di Milei per “regalare” Bertulazzi a Giorgia Meloni
In tempi record, la Corte Suprema di Giustizia ha deciso ieri pomeriggio l’estradizione del militante e attivista sociale italiano Leonardo Bertulazzi, residente in Argentina con la sua compagna da oltre 23 anni.
Appena pochi minuti dopo la decisione, la Polizia Federale si è presentata alla casa di “Leo”, dove stava scontando gli arresti domiciliari, e lo ha trasferito in una struttura di via Cavia, in attesa di concretizzare la richiesta di estradizione avanzata dall’Italia.
Sia la sentenza che l’operato della polizia violano palesemente il Diritto Internazionale in materia di asilo politico, poiché Leonardo è un rifugiato, nonostante i tentativi arbitrari di Milei e Bullrich di cancellare con un tratto di penna le norme fondamentali della Convenzione che protegge i perseguitati politici e che ha reso gloriosa l’Argentina per il suo impegno nella difesa dei diritti umani.
Il suo avvocato, Rodolfo Yanzón, ha ribadito che “Bertulazzi mantiene lo status di rifugiato presso l’ONU, poiché è in corso una causa presso il tribunale amministrativo su questa questione”.
Per questo, la decisione giudiziaria arbitraria di ieri, su misura per i governi fascisti di Argentina e Italia, lascia sconcertati.
Tra l’altro, l’ordine di arresto per estradizione è stato emesso dalla giudice María Servini de Cubría, la stessa che 22 anni fa aveva stabilito l’improcedibilità dell’estradizione perché Leonardo in Italia era stato processato in contumacia, senza alcuna possibilità di esercitare il diritto alla difesa.
Allo stesso modo, le massime corti di Parigi hanno respinto la richiesta italiana di estradizione per 10 compagni di Bertulazzi, contestando l’applicazione del processo in contumacia e ritenendo che la legislazione speciale italiana, promulgata negli anni ’70 per perseguitare i militanti politici, non garantisca il giusto processo.
Leo ha 73 anni, è liutaio e grafico, e un amato vicino del quartiere di Buenos Aires dove vive da 21 anni. Lo scorso febbraio, durante gli arresti domiciliari, ha avuto un ictus, e il tribunale non gli ha nemmeno permesso di uscire a camminare nonostante le indicazioni mediche per una migliore riabilitazione.
Buenos Aires, 2 luglio 2025
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02/07/2025
Argentina - Milei prova a imporre l’estradizione di Bertulazzi
Lo riferisce all’ANSA il suo avvocato difensore, Rodolfo Yanzón, sottolineando che l’intervento della polizia nel domicilio di Bertulazzi e il suo eventuale trasferimento immediato in Italia “avvengono mentre è ancora aperto un ricorso contro la revoca del suo status di rifugiato politico da parte delle autorità del governo di Javier Milei”.
Gli eventi sono precipitati poche ore dopo che la Corte Suprema argentina aveva espresso parere favorevole all’estradizione di Bertulazzi, agli arresti domiciliari dal 29 agosto scorso proprio sulla base della revoca dello status di rifugiato.
La sentenza del massimo tribunale argentino accoglieva il parere favorevole espresso dal Procuratore della Repubblica, Eduardo Casal, che riteneva “infondate” le ragioni espresse dalla Difesa nell’appello contro una prima sentenza favorevole all’estradizione della giustizia federale. Ma la stessa Corte precisava ad ogni modo nella sentenza che la decisione sull’estradizione non riguarda invece il ricorso presentato dall’ex Br sulla revoca dello status di rifugiato che rimane quindi ancora aperto.
Per l’avvocato Yanzón l’arresto di Bertulazzi e una sua eventuale estradizione immediata rappresenta in tale contesto “uno scandalo” e ha annunciato la presentazione di un ricorso anche “in sede internazionale”. Bertulazzi aveva ottenuto lo status di rifugiato nel 2004 sotto il governo di Néstor Kirchner (centro-sinistra), dopo che nel luglio 2003 il giudice federale María Servini de Cubría aveva stabilito che doveva essere rilasciato perché la giustizia italiana lo aveva condannato “in contumacia”, un’opzione non prevista dalle leggi processuali argentine.
Il 29 agosto scorso, mezz’ora prima di essere arrestato, l’uomo si era visto revocare la decisione amministrativa che sostiene il suo status di rifugiato, una misura tuttavia non completa. Perché, come spiegato all’ANSA dall’avvocato specializzato in diritti umani Rodolfo Yanzón, la perdita definitiva dello status dipende dalla conferma delle autorità giudiziarie.
Fin qui il testo dell’Ansa. Appare evidente che la “fretta” del nuovo arresto è funzionale a “trasportare” Bertulazzi in Italia prima che un’altra Corte si pronunci sulla legittimità o meno delle revoca dello status di rifugiato. Sarebbe del resto questo uno dei “regali” a bassissimo costo che la junta Milei ha promesso a Giorgia Meloni.
Due considerazioni molto sintetiche.
Quale senso politico può avere tanta ostinazione nel portare in galera un 75enne che, pur non avendo in pratica fatto granché – nel linguaggio giuridico: “non ha commesso reati di sangue” – ha a suo tempo assaggiato il carcere in Italia e ha vissuto tutta la vita da esule?
L’unico senso è quello della “deterrenza”, per come il concetto viene inteso a Palazzo Chigi o alla Knesset israeliana: ossia “seminare il terrore” tra quanti contestano l’ordine esistente o potranno farlo domani.
In seconda battuta. Il balletto legale per cui uno Stato concede lo status di rifugiato, un governo – venti anni dopo – lo revoca, una Corte riconosce il vecchio diritto, un’altra (più sensibile al nuovo regime parafascista) decide d’urgenza per anticipare il possibile pronunciamento di una terza Corte, ritenuto “politicamente negativo”... tutto ciò dimostra che “la legge” non ha alcuna consistenza oggettiva riconoscibile e condivisibile.
È solo la volontà del più forte.
Per fortuna la Storia insegna che ogni “potente” è tale solo temporaneamente, poi cade. E maggiore è il rumore della caduta quanto più grande è l’offesa che ha fatto alla giustizia umana...
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06/06/2025
Argentina - Una folla eterogenea si unisce nelle strade contro i tagli di Milei
Il dibattito legislativo si è concluso con una vittoria dell’opposizione: la Camera dei Deputati ha approvato con 142 voti favorevoli, 67 contrari e 19 astensioni un aumento del 7,2% delle pensioni e quasi il raddoppio del bonus complementare per coloro che percepiscono la pensione minima. Se confermata dal Senato, dove il peronismo è la prima minoranza, la normativa porterebbe la pensione minima a circa 400 dollari.
La misura, tuttavia, ha i giorni contati. Milei l’ha definita “demagogia populista” e ha avvertito che la vieterà, così come qualsiasi altra legge che aumenti la spesa statale prevista dal governo, ritenendo che metta a rischio l’equilibrio fiscale. Il presidente ha già esercitato il suo potere di veto l’anno scorso quando entrambe le camere hanno votato a favore di un aumento delle pensioni e del finanziamento delle università pubbliche, e i legislatori sanno che non esiterà a ripetere la misura.
La vicinanza delle elezioni legislative del prossimo 26 ottobre rende l’orizzonte più incerto. Il governo punta tutto sull’economia, in particolare sulla lotta all’inflazione, contro la quale si sono scontrati i suoi predecessori. Con questo argomento, si rifiuta di deviare dal percorso tracciato, ma i tagli al principale ospedale pediatrico del paese, il Garrahan, e gli attacchi ufficiali contro un bambino di 12 anni con autismo sono diventati nuovi limiti segnati dalla società alla “motosierra” di Milei.
Dopo i tentativi falliti di screditare il Garrahan, il governo ha ceduto concedendo un bonus di 500.000 pesos (circa 400 dollari) mensili per integrare lo stipendio dei residenti. Questi hanno rifiutato l’incremento, ritenendolo insufficiente, e hanno annunciato che manterranno le misure di protesta, alle quali iniziano ad unirsi colleghi di altri ospedali. Milei mantiene i tagli alle prestazioni per disabilità, ma si trova di fronte a una crescente pressione per fare marcia indietro.
Nelle strade, gli animi oscillavano tra la speranza e l’indignazione. La mobilitazione è stata molto grande, ma inferiore a quelle che hanno avuto luogo in risposta al definanziamento dell’università pubblica nel 2024 e a quella organizzata lo scorso febbraio in ripudio alle dichiarazioni omofobe di Milei all’ultimo vertice di Davos.
“Neanche un diritto in meno”, “Non è un aggiustamento, è abbandono”, “Uniamoci contro la crudeltà”, si poteva leggere sulle bandiere collocate sul perimetro di sicurezza.
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08/04/2025
Argentina - Le lotte si uniscono e la società civile scende in piazza contro Milei
Il radicale calo dell’inflazione ha fatto sì che il governo argentino potesse “festeggiare” una diminuzione della “povertà” nel secondo semestre del 2024. Un dato pubblicizzato acriticamente dai media di mezzo mondo, ma non da tutti. È stata la CNN a dare spazio a una lettura tutt’altro che rosea della situazione economica, con l’ex presidente della Banca Centrale Argentina, Alejandro Vanoli, a sottolineare un dato, riconosciuto da molti analisti come reale, ovvero che la riduzione dell’inflazione è la chiave per spiegare il calo della povertà grazie alla diminuzione del costo del Paniere Alimentare di Base. Per Vanoli, questo dato, “inverte quello della prima metà dell’anno”. L’economista però aggiunge che è qualcosa che rischia di perdersi nei prossimi mesi poiché “l’inflazione è già aumentata a febbraio 2025 e i dati di marzo parrebbero in crescita. Probabilmente si vedrà una nuova crescita dei prezzi all’arrivo dei dati del primo semestre del 2025, soprattutto se il governo non adotterà misure di compensazione sul lato dei redditi”.
A mostrare “l’altra faccia” dei “risultati di Milei” c’è anche l’Osservatorio del debito sociale (ODSA) dell’Università Cattolica Argentina, secondo cui “i livelli di povertà e indigenza sono simili a quelli di un anno fa, la povertà multidimensionale, l’insicurezza alimentare, l’impossibilità di accedere a farmaci o servizi sanitari, i debiti non pagati o l’impossibilità di riparare l’alloggio hanno continuato ad aumentare”. Nelle scorse ore il Foro de Economía y Trabajo ha pubblicato un rapporto che mette in discussione la strategia economica del governo di Javier Milei. Secondo il documento, le misure attuate dal ministro dell’Economia, Luis Caputo, aggravano la crisi, avvantaggiando un piccolo gruppo di speculatori finanziari e aggravando la recessione e il deterioramento del potere d’acquisto della popolazione.
“Il problema strutturale dell’economia argentina non è la mancanza di valuta estera ma la fuga di capitali, l’evasione fiscale e la speculazione finanziaria”, sottolinea il rapporto. Il Foro evidenzia come l’Argentina sia uno dei pochi Paesi dell’America Latina con un surplus commerciale, il che indica che lo squilibrio economico deriva dalla gestione del debito e da politiche che privilegiano i pagamenti ai creditori esterni rispetto allo sviluppo economico interno. Insomma, Milei con l’accordo con il FMI replicherebbe i drammi delle precedenti amministrazioni ma sembrerebbe che la sua tattica giochi sull’utilizzo dei dollari che arriveranno per “drogare” l’economia del suo paese. Strappando, in questo modo, nuovi e incoraggianti dati che lui vorrebbe utilizzare per rafforzare la sua immagine. Milei è in grande difficoltà. La truffa della cripto moneta, le manganellate a pensionati e pensionate, l’attacco ai movimenti femministi e lgbtqi+ e la costante perdita di ricchezza della popolazione, stanno minando il suo consenso che attorno al suo primo anno di governo era ancora altissimo. Un dato ineludibile è che le manifestazioni politiche contro di lui sono sempre più numerose, più partecipate e sempre più diffuse in tutto il paese. Se il 1 febbraio si è vista la co-azione di movimenti femministi, antifascisti, e lgbtqi+ per rispondere alle accuse e alle violente parole del presidente durante il Foro di Davos, l’8 marzo il maremoto femminista ha occupato il centro di Buenos Aires e di tutte le grandi città del paese.
Il 24 marzo, giorno del ricordo dell’inizio della dittatura civico-militare-ecclesialistica, dopo 19 anni è tornata ad esserci un’unica manifestazione. Nel mezzo si è vista la convergenza di gruppi ultras e tifosi della squadre di calcio nelle piazze dove pensionate e pensionati chiedono i loro diritti. Tifose e tifosi che davanti all’ennesima violenza poliziesca contro chi era in piazza, hanno frapposto i loro corpi e si sono scontrati con la polizia. Dopo quasi un anno di stanchezza e difficoltà, l’opposizione sociale a Milei cresce, senza trovare una degna e importante rappresentanza politica. Il peronismo, responsabile della drammatica situazione economica del paese, non è la soluzione e continua ad avere, nella criticatissima Cristina Kirchner il volto più autorevole. Forse per questo Milei vincerebbe ancora. Però nel solo mese di marzo il consenso verso il governo Milei è caduto del 6% e la scelta del presidente di chiedere soldi al FMI, ovvero chi per il popolo argentino è il grande colpevole della crisi economica, pare non sia stata digerita. In questo scenario, il prossimo 10 di aprile la CGT, la più grande confederazione sindacale argentina, ha convocato uno sciopero generale contro il governo. Le difficoltà di Milei non sono solo fuori dai palazzi del potere, ma anche dentro, tanto che nelle prossime ore si dà quasi per certa la creazione di una commissione d’inchiesta parlamentare sulla cripto-truffa-valuta $LIBRA, lanciata su X dal presidente. La mobilitazione della CGT, appoggiata da movimenti sociali, organizzazioni dei diritti umani, partiti di opposizione, inizierà mercoledì 9 aprile, a mezzogiorno. La scelta è stata quella di unire la protesta di pensionate e pensionati, allungare così lo sciopero a 36 ore, e mostrare una grande unità sociale contro le politiche del governo. In tutto questo Milei incassa anche i dazi imposti da Trump alla traballante economia Argentina. Il capitalismo non ha amici e lo scontro tra gruppi di potere pare superare anche i disperati tentativi dell’uomo della motosega di amicarsi Trump.
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