Sono passate due settimane dal 24 marzo che, in Argentina, non è una data qualunque, ma l’anniversario del colpo di stato del 1976 che portò al potere il generale Videla. Quest’anno si è raggiunto il 50esimo anniversario di quell’esperienza terribile per il popolo argentino, proprio mentre la presidenza Milei fa riemergere la ferita di un governo autoritario e assassino.
Mentre centinaia di migliaia di persone inondavano Plaza de Mayo per gridare “Nunca Más”, Milei rispondeva dalla Casa Rosada con un video ufficiale volto a riscrivere la storia, mettendo sullo stesso piano il terrorismo di stato e le azioni dei rivoluzionari argentini che operavano nel paese contro la violenza antioperaia e anticomunista delle autorità.
Non si può ignorare il fatto che, a guidare questa offensiva culturale e di piazza, ci sia la vicepresidente Victoria Villarruel, nota per le sue posizioni negazioniste rispetto ai crimini della dittatura di Videla. Tuttavia, la massiccia partecipazione alle celebrazioni del cinquantenario dimostra che, per la maggioranza della popolazione, il capitolo della dittatura non è chiuso, ma resta un monito contro le derive autoritarie del presente.
A rincarare le critiche contro questa manipolazione storica e l’indirizzo del governo c’è anche l’ultimo rapporto della Coordinadora contra la repressione policial e institucional (CORREPI). I numeri che riporta presentano un primato inquietante: in soli due anni con Milei al governo, l’esecutivo ha accumulato il 10% di tutte le morti per mano delle forze di sicurezza registrate dalla fine della dittatura, nel 1983.
Delle 10.181 vittime censite in 42 anni, ben 1.056 sono avvenute dopo l’insediamento di Milei nel dicembre 2023. Una “efficienza” repressiva che non ha precedenti nella storia recente argentina e che vede come bersaglio principale i giovani tra i 15 e i 25 anni (40% del totale). Per intensificare la repressione, è stato persino proposto di abbassare l’età della responsabilità penale. Il rapporto denuncia anche il ritorno sistematico del cosiddetto “gatillo fácil” (il grilletto facile), tutelato da protocolli che garantiscono impunità alle forze dell’ordine.
Dietro l’incremento della violenza istituzionale si scorge un disegno politico preciso. L’obiettivo dell’attuale presidenza sembra essere quello di condurre una vera e propria guerra interna contro i “nemici” sociali, ovvero le classi popolari, le loro organizzazioni e le persone che scendono in piazza contro le politiche di massacro sociale di Buenos Aires.
Non è un caso che la repressione si sia inasprita in parallelo a una riforma del lavoro che per vari analisti è volta ad annichilire il sindacalismo e il diritto allo sciopero. Oggi, la ricetta di Milei, fatta di austerità estrema e smantellamento dei diritti sociali, è stata accompagnata da un “regime penale” durissimo: 121.443 detenuti a fine 2024, un record storico.
È tuttavia evidente che Milei sta tirando molto la corda, rispetto a una linea che, anche sul piano internazionale, si vede completamente appiattita sull’amministrazione statunitense, senza concreti guadagni (basti pensare all’annuncio del ritiro argentino dall’OMS). Le proteste continueranno, mentre Buenos Aires rappresenta uno snodo cruciale del tentativo di Washington di riaffermare il proprio dominio sull’America Latina.
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