Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/05/2026

È già ai domiciliari l’aspirante cecchino sionista

L’unica cosa “normale”, nelle indagini sullo sparatore di Parco Schuster, è stata la rapidità dell’identificazione del colpevole: 48 ore per acquisire le immagini dalle telecamere di sorveglianza nella zona (un’infinità, private e pubbliche, non presenti invece – come dicono – nel luogo in cui Chef Rubio venne pestato dalla “Brigata Vitali”, chiaro legame tra antico fascismo doc e ala sionista della comunità ebraica), dunque controllare chi fosse il proprietario dello scooter risalendo dalla targa e bussare alla sua porta.

Di “anormale”, ma forse comprensibile, l’immediata confessione dello sparatore, un ragazzotto della piccola borghesia sionista: “sono della Brigata ebraica”, ammettendo la sua responsabilità. E se la scomparsa della pistola ad aria compressa usata per l’attentato rientra in qualche modo nell’ovvio – nascondere l’arma del delitto, impedire di verificare eventuali modifiche per renderla più “contundente”, ecc. – l’arsenale che aveva in casa è tutt’altro che banale.

Un’arma da cecchino, una mitraglietta, un fucile a pompa, due revolver e due automatiche. Un migliaio di munizioni, sette caricatori pronti all’uso e diversi coltelli.

A soli 21 anni e senza che ci siano in giro, almeno ufficialmente, dei gruppi armati clandestini noti ai media e ricercati dalla polizia, è decisamente un po’ troppa roba... 

A quell’età, hanno notato giustamente alcuni commentatori, ci sono ancora limitazioni per la patente di guida ad alcuni mezzi, né si può essere eletti in Senato.

Possedeva peraltro solo un porto d’armi “per tiro sportivo”, ossia in un poligono, sotto controllo. E la pistola ad aria compressa serve quasi soltanto a questo. Quel porto d’armi permette appunto il trasporto – dalla residenza fino al poligono cui si è iscritti, e non in altri luoghi – dell’arma scarica e chiusa in apposito contenitore. Una “passione” che può portare a fare gare di tiro, oppure il cecchino per l’Idf... 

La pistola “soft air” non ancora ritrovata è acquistabile anche senza questo documento, se di potenza inferiore a 7,5 joule, ma in quel caso non può essere trasportata o usata fuori di casa (o al poligono), in quanto è catalogata come “arma da difesa domestica”, al pari delle scacciacani (solo rumore, niente proiettili) e delle Ltl (Less Than Lethal), prodotte principalmente dalla Chiappa Firearms.

Di sicuro non consente l’acquisto e la detenzione di armi vere e proprie (pistole con proiettili dal calibro 22 in su, fucili da caccia o da tiro con proiettili di qualsiasi calibro). E meno ancora quella quantità di armi.

Anche con il porto d’armi vero e proprio, molto più difficile da ottenere, anche dimostrando un “giustificato motivo di autodifesa” (come l’essere un negoziante esposto a furti, ecc.), rilasciato dalla Prefettura, si possono comprare fino a tre “armi comuni da sparo” (pistole, in genere), fino a 12 armi sportive o più fucili da caccia.

Ma Eithan Bondì non era titolare di un “regolare porto d’armi”. Ergo non poteva neanche acquistarle in armeria, se non facendolo fare ai genitori. Dunque dove le ha “rimediate”? O da chi gli sono state fornite?

Già chiedere l’intercessione dei genitori presentava qualche problemino, dal punto di osservazione di un poliziotto che analizza una richiesta di porto d’armi. Perché la madre è effettivamente una commerciante – lui no, però – mentre il padre ha “precedenti per rapina, aggravata dall’odio razziale”, spiega il Corriere della Sera. L’ambiente familiare presenta insomma qualche dettaglio – una rapina! – che stona con il possesso legale di armi. A quell’età, poi... 

Insomma, sembrerebbe essere escluso che tutte quelle armi siano state legalmente acquistate e detenute, ed anche regolarmente denunciate (salvo “inghippi” che non risultano noti).

La conclusione è abbastanza obbligata. Eithan Bondì era regolarmente iscritto alla comunità ebraica, nei fascicoli della polizia era segnalato soltanto per volantinaggi e attacchinaggi, con qualche sospetto d’aver partecipato a qualcosa di più, per esempio l’attacco agli studenti del liceo Caravillani, a due passi da casa, sotto la guida esperta di Riccardo Pacifici.

Eithan Bondì ha confessato “a caldo” di far parte della “Brigata ebraica”, o almeno questo è quello che è stato filtrato ai giornalisti che frequentano la sala stampa della Questura. Può darsi che il gruppo a cui appartiene abbia altri nomi (come “brigata Vitali”, attiva a Roma), ma di sicuro quantità e qualità delle armi non sono da “lupo solitario” (non siamo in America, dove le armi si comprano al supermercato senza licenza), né da “insieme informale” di sionisti armati.

Poi l’intervento di un avvocato, presumibilmente di fiducia della “comunità”, che gli ha fatto dare una seconda versione molto più “tranquilla”: “ho fatto un gesto deplorevole, ma non ho legami con la Brigata ebraica”. Proteggere la “comunità” e le sue strutture organizzate, palesi od occulte che siano. È la parte più “normale” che ci si potesse aspettare. I media capiscono al volo, e lo tolgono dalle “notizie in evidenza”, in attesa forse di un’altra versione in cui cercherà di passare da “vittima” o simili.

Detto in termini legali: il “reato associativo” (banda armata) è addirittura più grave del “tentato omicidio” contestato inizialmente (ma che potrebbe facilmente essere derubricato nelle fasi successive del procedimento). E poi ci sono tutte quelle armi in casa. Può insomma essere il filo che permette – cosa che compete alla magistratura – di risalire anche alla maglia fitta di picchiatori-militari con doppio passaporto che combattono o hanno combattuto con l’Idf a Gaza o in Libano e che rappresentano ora oggettivamente una minaccia per la cittadinanza di questo paese.

Se prima dei colpi a Parco Schuster quel pericolo era solo potenziale, oggi è assolutamente attuale. Se si importa la guerra mediorientale in casa, oltretutto con le logiche genocidiarie e il disprezzo totale per la vita dei “non sionisti”, è solo questione di tempo che dalle ferite si arrivi a qualcosa di peggio.

Da questa angolatura la decisione di rimandarlo subito a casa, agli arresti domiciliari, ci sembra una risposta – bruttissima, ma oggettiva – alla domanda che avevamo posto solo due giorni fa: se o quando la tensione della comunità internazionale con Israele salirà ancora, “questa ‘quinta colonna militare’ cosa farà? E verrà neutralizzata oppure in qualche modo ‘accompagnata’?”. Fin qui la scorta mediatica è stata più che abbondante.

Magistratura e governo per ora restano fermi sul “proteggerla”, addirittura. L’assegnazione ai domiciliari, infatti, è la cosa più “anormale” in tutta questa vicenda.

Non c’è infatti osservatore esperto di cronache giudiziarie che dubiti del fatto che, se uno sparo in piazza e tutte quelle armi in casa avessero visto come protagonista un “anarchico” o “uno dei centri sociali”, sarebbe finito chiuso in cella e magari spedito al 41 bis, come accaduto ad Alfredo Cospito e a qualche altro prigioniero politico.

Su queste cose, adottare un “doppio standard”, per uno Stato, è una strada che porta all’inferno. Peraltro già percorsa quando abbiamo sperimentato la strategia delle stragi fasciste ma coperte dallo Stato stesso. Cambiano solo gli interessi in campo...

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31/12/2025

Sei studenti torinesi ai domiciliari. La vendetta contro le mobilitazioni di questi mesi

A Torino la polizia ha notificato a 6 studenti e studentesse, fra cui un attivista di OSA, l’inizio delle misure cautelari con l’obbligo di dimora in casa per fatti riguardanti gli ultimi mesi di mobilitazioni per la Palestina che hanno caratterizzato l’autunno nel nostro paese. Si tratta di studenti tutti minorenni.

La vendetta del governo Meloni si continua a scagliare contro chi ha animato le piazze per rompere ogni complicità con il genocidio e con lo stato di Israele, un’escalation di azioni repressive preparate e giustificate dalla potente macchina mediatica dei giornali di destra che da mesi ha lavorato per creare un nemico pubblico.

Ricordiamo solo pochi giorni fa gli arresti ai danni degli attivisti palestinesi incriminati con prove direttamente fornite solo dai servizi di sicurezza israeliani, lo sgombero del centro sociale Askatasuna e la minaccia di sgomberi in tutta Italia, le denunce arrivate a tante e tanti attivisti, le sanzioni al sindacato USB per lo sciopero generale del 3 ottobre.

Dopo un autunno in cui centinaia di migliaia di persone in ogni città d’Italia hanno lottato unite contro il genocidio, la guerra e le complicità dell’Occidente, mentre studenti e lavoratori hanno dimostrato che esiste un’opposizione al governo Meloni e ai piani di guerra occidentali, ora si tenta di chiudere una stagione di mobilitazione con la repressione. In particolare, si rafforza l’attacco ai giovani che in massa hanno riempito le strade al fianco dei lavoratori scioperando, occupando le scuole e organizzandosi contro questo governo di fascisti dentro.

“Non possiamo accettare che 6 studenti non potranno tornare a scuola. Vogliamo il ritiro immediato delle misure cautelari e che sia garantito il diritto allo studio di tutti e tutte!” scrive l’organizzazione studentesca OSA in un comunicato diffuso in queste ore.

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27/08/2025

Argentina - Bertulazzi scarcerato. ma ai domiciliari

Dopo un ping pong di un mese e mezzo tra corte federale di cassazione e camera penale, la magistratura argentina ha finalmente scarcerato l’ex brigatista Leonardo Bertulazzi, assegnandolo agli arresti domiciliari sotto controllo delle forze di polizia.

La giudice Servini, dopo aver respinto una prima volta le censure della Cassazione, che aveva annullato con rinvio la sua decisione di incarcerare Bertulazzi, a seguito dell’avviso favorevole alla estradizione, perché violava lo status di rifugiato politico ancora in vigore nei suoi confronti e non teneva conto delle condizioni di salute, si è dovuta piegare alla seconda censura emessa sempre dalla Cassazione contro l’arresto.

Bertulazzi è ora agli arresti domiciliari nella sua casa di Buenos Aires in attesa che il Conare – Consiglio nazionale per i rifugiati – si pronunci sul suo status definitivo di rifugiato politico, concessogli nel lontano 2004 e rimesso in discussione da un decisione del presidente argentino Milei.

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17/05/2024

Il gioco sporco del governo italiano su Ilaria Salis

Non bastava che il governo italiano a conoscenza del caso Salis fin dal giorno dell’arresto si muovesse per trovare una soluzione solo dopo le immagini del Tg3 con ceppi manette e guinzaglio.

No, adesso al danno cercano di aggiungere la beffa, i ministeri della Giustizia e dell’Interno “suggerendo” all’insegnante di Monza l’iscrizione tra gli italiani residenti all’estero al fine di poter più agevolmente vedere rispettato il suo diritto di votare alle elezioni europee.

Giustamente Roberto Salis, il padre della ragazza definisce la proposta assolutamente fuori luogo perché come conseguenza si perderebbe il diritto di poter avere gli arresti domiciliari in Italia invece che a Budapest.

L’ingegner Salis inoltre risponde al ministro Antonio Tajani chiedendo di sapere quali sarebbero i meriti vantati per la soluzione del caso. “La decisione di presentare ricorso contro la negazione dei domiciliari è stata unicamente della famiglia, né suggerita o caldeggiata da nessuna istituzione”, sono le parole del padre della ragazza.

Tajani replica di non voler rispondere alle polemiche accusando come sempre chi a suo dire avrebbe politicizzato il caso. Non c’era in realtà nulla da politicizzare in una vicenda assolutamente ed esclusivamente politica fin dall’inizio.

Parlando di cose concrete prima del 24 maggio, data della prossima udienza, la famiglia Salis verserà i 40mila euro della cauzione in modo che l’imputata possa essere trasferita nella casa di una privata cittadina disposta ad ospitarla. Ilaria Salis avrà il braccialetto elettronico in modo da poter essere controllata.

In udienza la ragazza in carcere dal 23 febbraio dell’anno scorso non sarà più incatenata e ammanettata per ascoltare nell’occasione i testimoni dell’accusa. Si tratta dei militanti neonazisti che lei avrebbe aggredito provocando ferite guaribili tra i 5 e gli 8 giorni e che nel capo di imputazione sono diventate “letali” al punto da far ipotizzare una condanna a 24 anni di reclusione, 11 anni in caso di patteggiamento.

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15/05/2024

Ilaria Salis ai domiciliari, per ora

Accolto il ricorso, Ilaria Salis va ai domiciliari a Budapest. Il ricorso era stato presentato dai legali di Ilaria Salis contro la decisione del giudice Jozsef Sós che nell’ultima udienza del 28 marzo le aveva negato i domiciliari sia in Italia che in Ungheria. In appello, la richiesta è stata invece accolta e quindi la 39enne attivista milanese potrà lasciare il carcere a Budapest dove si trova da oltre 15 mesi con l’accusa di aver aggredito dei militanti di estrema destra.

Il provvedimento, che prevede il braccialetto elettronico, diventerà esecutivo non appena verrà pagata la cauzione prevista dal tribunale.

“Ilaria Salis avrà il braccialetto elettronico e prima della liberazione dovrà pagare una cauzione di 40mila euro al tribunale“. Lo dice all’AGI l’avvocato Mauro Straini che assieme al collega Eugenio Losco si occupa del caso della donna italiana detenuta a Budapest.

“Ilaria Salis andrà ai domiciliari in casa di una privata cittadina“, riferiscono fonti legali. Il prossimo appuntamento è per l’udienza del 24 maggio, dove il Cred (Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia) sarà presente con sei giuristi.

Tirano su l’orgoglio di lista quelli dell’Alleanza Verdi e Sinistra, il cui rappresentante nel gruppo Misto di Palazzo Madama, Peppe De Cristofaro, consegna a Facebook il messaggio: “Candidare Ilaria Salis nelle liste di Avs per le Europee è stata la scelta giusta. La dimostrazione che era necessario accendere i riflettori sulla vicenda perché si arrivasse a un esito conforme allo stato di diritto. Quello che si è rifiutato di fare il governo Meloni per mesi per non disturbare l’amico Orban, o più semplicemente perché la destra la sentenza sulla Salis l’aveva già emessa. Felice per la sua prossima scarcerazione, ennesima vergogna per il nostro esecutivo“.

“Questo risultato si deve innanzitutto alla tenacia e alla determinazione della famiglia – affermano Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni – e di tutti coloro che invece di stare in silenzio si sono battuti e continueranno a farlo per i diritti di Ilaria e di tutti noi. Siamo felici e ancora più convinti della nostra scelta di candidare Ilaria nelle nostre liste“.

“Ora dopo questa prima vittoria, così importante per lei e tutti noi, vogliamo riportarla in Italia e poi a Bruxelles come Parlamentare europea perché la questione del rispetto dei diritti in Europa diventi una questione pienamente politica“, concludono.

Ricordiamo che Potere al Popolo, assente alle elezioni europee per l’impossibilità di trovare un accordo politico serio con altre liste, ha deciso di riservare ad Ilaria i suoi voti, proprio per rendere possibile la sua liberazione totale, grazie all’immunità parlamentare.

C’è da dire che la “politicizzazione” della sua vicenda, al contrario di quanto blaterava Antonio Tajani, ha in definitiva favorito la sua scarcerazione, mostrando un paese intero al suo fianco, mentre il governo Meloni bofonchiava.

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18/08/2023

Ucraina - Arresti domiciliari e passaporto ritirato per il pacifista Sheliazhenko

Arresti domiciliari, obbligo di reperibilità e firma, ritiro del passaporto. Sono questi i provvedimenti presi il 15 agosto dal giudice Sergienko del Tribunale del Distretto di Solomyanskyi di Kyiv, nei confronti di Yurii Sheliazhenko.

Il pacifista ucraino sta subendo una dura repressione per la sua esposizione mediatica che mostra al mondo l’esistenza di un vasto movimento per la pace in dissenso con la politica del governo Zelensky.

Yurii dovrà rimanere al suo domicilio dalle ore 22 fino alle 6 del giorno successivo (esclusa, bontà loro, la necessità di lasciare l’abitazione in caso di bombardamenti aerei per ricevere assistenza medica d’emergenza), tutti i giorni fino all’11 ottobre prossimo.

Il ritiro del passaporto è un provvedimento beffardo: a tutti i maschi ucraini dai 18 ai 60 anni è già impedito di lasciare il paese.

Le motivazioni della decisione saranno rese note domani, 18 agosto, ma sono la conseguenza delle indagini condotte per più di un anno, con pedinamenti e perquisizioni, dal Servizio di Sicurezza ucraino Sbu, che lo ha accusato di «giustificare la guerra di aggressione russa», reato che comporterebbe una pena di almeno cinque anni di carcere.

La persecuzione del pacifista Sheliazhenko avviene nei giorni in cui il presidente Zelensky ha ordinato il licenziamento di tutti i funzionari regionali incaricati del reclutamento militare «per sradicare un sistema di corruzione che dietro consegna di mazzette consente ai coscritti di sfuggire all’esercito e attraversare illegalmente la frontiera».

Il provvedimento anti-corruzione, dilagante nell’esercito ucraino, vuole nascondere un fatto sostanziale: il diffuso sentimento contrario al reclutamento obbligatorio che riguarda centinaia di migliaia di giovani ucraini.

Yurii non è un caso isolato, ma dà voce a un fenomeno di massa: la renitenza alla leva, la diserzione, l’obiezione di coscienza, il rifiuto dell’arruolamento per essere mandati in guerra, sono al centro dell’azione del Movimento Pacifista ucraino che ha sempre sostenuto queste posizioni antimilitariste e nonviolente, come scritto chiaramente nel documento «Agenda di pace per l’Ucraina e il mondo» che gli è costato l’incriminazione.

«Ho già presentato un ricorso costituzionale contro il falso rapporto della polizia, che mi accusa di cospirazione», ha fatto sapere Yurii Sheliazhenko, che in un video messaggio diffuso su Facebook dice: «Dobbiamo agire contro la vergognosa guerra aggressiva e i crimini dell’esercito russo, ma anche contro la politica militarista del regime Zelensky, responsabile di violazioni dei diritti umani.

La guerra è colpa dell’imperialismo di Putin, ma da parte ucraina c’è puramente una reazione di forza, mancanza di diplomazia e resistenza nonviolenta: vendetta e odio buttano benzina sul fuoco e ci portano all’autodistruzione».

Solidarietà e sostegno a Yurii arrivano da tutto il mondo. L’International Peace Bureau (Ipb) ha annunciato l’intenzione di candidare al Premio Nobel per la Pace 2024 tre organizzazioni: il Movimento russo degli obiettori di coscienza, l’organizzazione bielorussa «Our House» e il Movimento Pacifista ucraino, di cui Yurii è segretario esecutivo, per la costante dedizione nel sostenere il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare e nel promuovere i diritti umani e la pace nei rispettivi Paesi.

Grazie alle tre organizzazioni migliaia di giovani bielorussi sono sfuggiti all’esercito di Lukashenko, oltre 700mila ragazzi russi hanno lasciato la Russia di Putin per non essere carne da macello e ora anche in Ucraina chi non vuole essere arruolato da Zelensky trova una dimensione politica senza dover subire l’etichetta di «antipatriota».

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27/10/2016

Genova. Arresti per mafia su lavori Terzo Valico. Ma và?!

Come ci informa il quotidiano di Confindustria e come ci confermano (con dovizia di particolari i giornali di informazione locale), la Guardia di Finanza ha eseguito una operazione anticorruzione che ha portato ad arresti e misure cautelari nei confronti di imprenditori e politici legati ad alcune opere pubbliche tra cui la più corposa è la tratta genovese e del basso Piemonte del TAV nota come Terzo Valico dei Giovi.

Su questa partita (un progetto complessivo nell’ordine di 6,2 miliardi di euro in parte già finanziato dallo Stato e con lavori già avviati) l’operazione consta di 14 indagati tra cui dirigenti passati e attuali del Cociv, il consorzio di imprese che gestisce i lavori e distribuisce i subappalti. Ovviamente conosciamo la differenza tra le indagini della magistratura e i processi e per questo siamo cauti, ma le ricostruzioni e i video prodotti dagli inquirenti sembrano lasciare poco spazio a dubbi di sorta. Le accuse vanno da tangenti vere e proprie fino alla “normale” collusione legata alla gestione dei bandi per gli appalti con il solito contorno di escort provenienti da paesi esotici. La lotta contro il terzo valico aveva già fatto emergere in passato le infiltrazioni e le corruzioni varie legate all’opera. Ad oggi la magistratura aveva già rivelato infiltrazioni mafiose legate a clan conosciuti ma, più che altro, si era accanita contro gli attivisti NO TAV che hanno fatto il pieno di denunce, misure cautelari, fogli di via. Ovviamente per aver lottato contro un’opera inutile dal punto di vista economico, dannosa per l’ambiente e utile al più ad arricchire le casse di qualche imprenditore. Ora sappiamo che era utile anche a distribuire soldi e appalti a corrotti e corruttori. Detto questo, il terzo valico non è soltanto un’opera legata agli interessi di qualche mafioso o imprenditore corrotto ma è tutt’ora un’opera fondamentale per il Governo Centrale, e per il PD in particolare, che continua a destinare fondi, per il Governo locale che per bocca del Sindaco e della Regione continua a considerare quest’opera come prioritaria, per il Sindacato Confederale che è sceso più volte in campo propagandando l’opera.

Ora attendiamo che costoro si indignino, chiedano chiarezza e pulizia. Ovviamente lo faranno con lacrime di coccodrillo mentre coloro che continueranno a pagare saranno gli attivisti convocati in tribunale rei di averci messo la faccia in presidi e cortei, i cittadini che vedranno il loro territorio devastato da scavi e gallerie inutili, i lavoratori (pochi) che faticano per pochi soldi e rischieranno di essere mandati a casa mentre avrebbero potuto essere impiegati in opere utili alla comunità, i cittadini che faticano a capire perché non ci sono i soldi per la sanità, per i trasporti pubblici, per la messa in sicurezza del territorio, per recuperare il patrimonio abitativo pubblico ma ci sono solo per nutrire gli appetiti dei soliti noti, sia quelli onesti che quelli disonesti. Che poi, come spesso capita, son la stessa cosa.

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22/09/2016

Nicoletta Dosio agli arresti domiciliari. Libertà per i No Tav!

Apprendiamo che questa mattina la questura di Torino ha notificato la misura cautelare degli arresti domiciliari a Nicoletta Dosio, attivista NO TAV che ha deciso di violare le misure cautelari che le erano state imposte.

La Rete dei Comunisti esprime la sua piena solidarietà a Nicoletta, per la sua determinazione nella lotta contro il TAV e per non aver mai fatto venir meno una forte pratica solidale a tutte le lotte che attraversano il paese in difesa della dei lavoratori, dell’ ambiente e dell’autodeterminazione delle popolazioni.

Nicoletta, sottoposta alla misura di obbligo di firma, e poi quello di dimora, come misura preventiva all’interno dell’indagine sui NO TAV aperta dalla procura, ha deciso di non rispettare questi obblighi e anzi, di mettersi in tour per l’Italia con “Io sto con chi Resiste”, e a portare la sua testimonianza e quella della lotta contro la TAV a tutto il Paese. Non più tardi di una settimana fa è stata ospite a Bologna per raccontare come siano cadute impunite tutte le denunce fatte dagli attivisti nei confronti delle forze dell’ordine, e di come la battaglia sul fronte giudiziario, abbia reso palese come la giustizia non sia impari quando la necessità del capitale è quella di devastare i territori e le comunità per produrre profitto.

Nicoletta è stata anche a Piacenza sabato, in sostegno della lotta dei lavoratori della logistica e in solidarietà di Abd Elsalem, ucciso la settimana scorsa durante un picchetto organizzato da USB. Ha partecipato allo sciopero alla GLS a Torino, e non ha mai smesso di portare il suo sostegno e solidarietà alle lotte sociali e politiche. C’è una differenza tra chi subisce la repressione dello stato e chi decide di reagire. Nicoletta ha più volte dichiarato pubblicamente, in molte occasioni, la sua volontà di non rispettare queste ingiuste imposizioni pur sapendo che la sua posizione si sarebbe aggravata. Una scelta sicuramente coraggiosa e audace, che da a tutti il senso della lotta dura, senza paura.

Oggi la questura arriva con una nuova imposizione di restrizione, imponendole gli arresti domiciliari. Non saranno accolti dal silenzio. Noi stiamo con chi resiste.

Noi stiamo con Nicoletta.

RdC Bologna

Notificati a Nicoletta Dosio gli arresti domiciliari. APPUNTAMENTO

Stamane alle 6 la Questura di Torino si è presentata a casa di Nicoletta notificandole la misura cautelare degli arresti domiciliari emessi dal gip Ferracane in sostituzione a quella dell’obbligo di dimora.

Ricapitolando le tappe di questa vicenda giudiziaria, ricordiamo come Nicoletta fu sottoposta il 23/06 alla misura di obbligo di presentazione quotidiana ai carabinieri di Susa, mai ottemperata, e che in data 27/07 tale misura, su ricorso di Rinaudo, fu aggravata con quella dell’obbligo di dimora in Bussoleno.

Nicoletta in tour in giro per l’Italia con “Io sto con chi Resiste” ha violato sistematicamente anche questa applicazione e dichiarato pubblicamente, in molte occasioni, la sua volontà di non rispettare queste ingiuste imposizioni.

A seguito di due segnalazioni di violazione da parte della polizia, tra le tante, emerge dalle carte consegnate oggi a Nicoletta come ella abbia commesso reato “nonostante avesse ben compreso il contenuto della misura cautelare e delle relative prescrizioni (che ha espressamente dichiarato di rifiutare), addirittura non presentandosi all’interrogatorio di garanzia fissato …” e come “tali condotte dimostrano che la misura originariamente apllicata e nonostante i divieti le fossero stati espressamente ribaditi ella ha ripreso, o meglio, ha continuato a “tresgredire”.

Queste, per noi tutti, sono note di merito che attestano il coraggio di una giusta battaglia.

Come movimento No Tav sosterremo Nicoletta in questa sua lotta di libertà per tutti e tutte e ribadiamo insieme a lei che non ci metterete mai in ginocchio.

Ci diamo appuntamento alle 19 di fronte alla sua abitazione a Bussoleno, in Via San Lorenzo.

Libertà per Nicoletta!

Libertà per tutti i No Tav!

Fonte