Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/08/2023

Carcere assassino

Susan John ed Azzurra Campari. Due donne unite da un comune destino: morte in un carcere italiano a poche ore l’una dall’altra. Lo stesso carcere.

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In carcere si muore e non è solo una metafora per dire la non-vita di quel non-luogo: si muore concretamente, suicidati dal carcere.

Susan, quarantatré anni, deceduta nella notte di ieri, dopo un mese di digiuno durante il quale chiedeva invano di poter rivedere il piccolo figlio.

Azzurra, 28 anni, affetta da problemi psichiatrici, trovata impiccata in cella, ieri pomeriggio.

Entrambe erano recluse al Lorusso Cutugno di Torino, una da poco più di un mese, l’altra da alcuni giorni. Con loro il numero dei suicidi nelle carceri italiane nei primi otto mesi del 2023 sale a quarantatré, sedici tra giugno e agosto.

Occupavano due celle di quello che viene pomposamente definito “Reparto di articolazione tutela salute mentale”. In realtà si tratta di due squallide celle, le prime della sezione Nuove Giunte, che differiscono dalle altre solo perché più disadorne, illuminate giorno e notte, sotto l’occhio insonne della telecamera.

Di tutela della salute mentale non c’è neanche l’ombra... caso mai è vero il contrario: non solo non esiste personale specializzato, ma, rispetto al resto della sezione, aumenta l’isolamento, l’impossibilità di socializzare, il controllo poliziesco, il vuoto pesante di un tempo che non passa mai e l’angoscia che sale con la precarietà del futuro.

Il carcere non solo non cura la malattia mentale, ma la crea e la alimenta.

La notizia di queste morti rimbalza sui giornali e mette in moto il rimpallo delle responsabilità, insieme alle dichiarazioni di impotenza. I sindacati delle guardie carcerarie chiedono più agenti, la direzione si giustifica col sovraffollamento e la precarietà delle strutture.

Quanto ai garanti dei diritti dei detenuti, la garante comunale si lagna che “Nessuno ci aveva informati”. E il garante regionale è ancor più sintetico...

In realtà, nella maggior parte dei casi, a garantire il rispetto minimo dei diritti e ad ottenere qualche miglioramento della condizione carceraria sono, come sempre, le lotte dei detenuti, mentre i garanti, più che una presenza concreta, sono un ufficio del palazzo comunale e regionale...

Ieri, insieme al ministro della Giustizia Nordio, giunto in visita alle Vallette, c’erano tutti. Il succo dei colloqui è stato esposto in conferenza stampa. Promesse generiche di risolvere il problema del sovraffollamento carcerario, con progetti fumosi, nel cui orizzonte non entrano indulti né amnistie, caso mai la separazione tra detenuti più e meno pericolosi con l’utilizzo di strutture quali le caserme dismesse: dunque non l’alternativa al carcere, ma il carcere diffuso...

Se c’era qualche timore di inchieste, il ministro ha contribuito a fugare le preoccupazioni dei responsabili. “La mia non è un’ispezione, ma una manifestazione di vicinanza del ministro e del suo staff in questo momento di dolore, ma anche di vicinanza alla direzione e alla polizia penitenziaria...”.

Loro, le vere vittime, i dannati della terra e le ragioni per cui qui “si vive o si muore per un sì o per un no” sono rinchiusi più in là, nei gironi interni della prigione.

Mentre negli uffici della direzione si scattano le fotografie di rito, ai blocchi di detenzione si alza la protesta: fischi, grida, battitura delle sbarre e dei blindi... L’umanità reclusa urla rabbia e dolore, l’invivibilità delle celle sovraffollate, la sete d’aria libera, il sopruso quotidiano di un mondo senza giustizia, il bisogno di dignità e l’angoscia del dopo, di un fuori che si preannuncia come ostile e inospitale.

Sono loro la voce di Susan, Azzurra, Graziana, Antonio, Denys...

Il carcere uccide anche la speranza.

Eppure la soluzione opposta al carcere esiste ed è la giustizia sociale, quella che renderebbe il mondo più bello, più vivibile per tutti.

Questo non è il sogno. È la meta.

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01/04/2020

Nicoletta Dosio è a casa, il carcere resta

Nessuno può conoscere davvero il carcere, se non chi lo vive. Nessuno può immaginare le storie degli ultimi, la desolazione delle esistenze recluse, le violenze subite nel tempo, che diventano colpa per chi si ribella, e prigione.

Nessuno immagina le vite senza nome costrette in questi momenti ad aspettare in catene l’epidemia che, nel silenzio e nell’indifferenza generale, si è già insinuata oltre le mura e tra poco farà strage.

In carcere tanti continuano ad entrare (anche malati, ai quali non vengono praticati controlli sanitari), e pochissimi escono. Il sovraffollamento delle prigioni – anche a Torino – è insostenibile, vergognosa violazione di qualsiasi diritto, di ogni principio minimamente umano.

Nelle sezioni c’è angoscia e richiesta di aiuto, volutamente ignorata da una classe politica cieca e sorda. Il recente decreto, che di per sé è pochissima cosa, non trova alcuna applicazione e si rivela per quello che è: uno specchietto per le allodole, la foglia di fico di un potere inetto e vendicativo.

I detenuti chiedono aiuto, giustizia, umanità, possibilità di mettersi in salvo, respirare aria libera, rivedere le persone care, prima che sia troppo tardi: è questo il messaggio che lasciano a chi esce.

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23/02/2020

Negato il colloquio di Chef Rubio con Nicoletta Dosio

Come noto, il 20 febbraio Chef Rubio si è recato al carcere delle Vallette di Torino a seguito della richiesta di colloquio straordinario da parte di Nicoletta.

Dopo averle notificato l’accoglimento della richiesta confermata al suo Avvocato durante il colloquio al carcere delle Vallette, a Rubio è stato negato l’accesso e così la possibilità di incontrare Nicoletta. Il motivo, a detta del Direttore del carcere, che ne ha respinto la richiesta, è per non meglio precisati motivi discrezionali, che non ha voluto anticipare. L’ennesima ingiustizia contro Nicoletta Dosio.

Su questa vicenda Nicoletta ha scritto una lettera dal carcere diretta a Chef Rubio che pubblichiamo qui di seguito:
Ieri ho atteso invano la visita di un amico. Avevo chiesto di poter effettuare almeno un colloquio con Rubio e mi avevano detto che la richiesta era stata autorizzata, salvo scoprire dopo poche ore che il direttore del carcere l’aveva invece rifiutata, con una motivazione che ancora non mi è stata notificata. Mi metterò a rapporto per chiedere ragioni. Rubio è un amico dei Notav, un compagno e lo aspettavo con gioia. In carcere si era sparsa la voce del suo arrivo e le detenute ed i detenuti erano contenti ….qualche detenuta mi ha anche detto che non vedono più Camionisti in trattoria da quando non c’è lui…in ogni caso lo conoscono e lo apprezzano per la simpatia e l’umanità!

Io avrei voluto che mi raccontasse della sua esperienza in Palestina perchè i Notav sono a fianco del popolo palestinese sin dalla prima Intifada. E avrei voluto ricevere il suo abbraccio.

Anche lui ha ora avuto un saggio di quanto la violenza carceraria sia fatta da precarietà, da regole arbitrarie e dallo stravolgimento dello spazio e del tempo. Ho comunque sentito la sua vicinanza ed il suo affetto perchè l’affetto e la vicinanza dei compagni sgretolano i muri e segano le sbarre. Ci possono togliere la libertà fisica ma non quella interiore che sente la solidarietà del proprio popolo e dona la fierezza e la serenità di chi sta dalla parte giusta. Un grande abbraccio a Rubio, da parte mia e di tutti I detenuti.

AVANTI NOTAV!

Carcere delle Vallette, Torino
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Roma - 5 mila in piazza per ricordare Valerio Verbano


Anche quest’anno, questo quarantesimo anniversario, la manifestazione che ricorda l’omicidio di Valerio Verbano ucciso dentro casa quasi davanti ai genitori, ha visto una enorme partecipazione. Almeno cinquemila persone hanno sfilato per un lungo percorso che ha attraversato i quartieri di Valmelaina, Tufello e Montesacro concludendosi in Piazza Sempione dove c’è stato un affollato concerto. Visibili in piazza tre generazioni politiche: i compagni di Valerio, i giovanissimi studenti medi che sentono l’omicidio di un coetaneo come una ferita aperta anche per loro, le generazione di mezzo, forse quella più dolorosa, più piegata dal “buco” di memoria storica, più sensibile al senso della sconfitta e più incerta.

Un corteo lungo, combattivo fino all’arrivo e che ha declinato in molti modi l’antifascismo come senso comune condiviso, militante, permanente e non disponibile a essere strumentalizzato come spauracchio solo in campagna elettorale. In diversi interventi dal camion e in uno spezzone è stata più volte richiamata la richiesta di scarcerazione per Nicoletta Dosio e i No Tav.

Nel corteo le foto di Nicoletta Dosio e gli slogan per la sua liberazione e la fine dell’accanimento contro gli attivisti NO TAV.


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25/01/2020

Nicoletta Dosio in ospedale. Liberiamola!

Ieri mattina Nicoletta ha subito un piccolo intervento programmato da tempo all’ospedale di Rivoli. A dire il vero l’intervento era programmato per la scorsa settimana ma poi rimandato per “problemi” ancora non giustificati, ci risulta, dall’amministrazione penitenziaria.

Nicoletta ha dovuto affrontare la cura della sua persona confrontandosi con l’oppressione del carcere, infatti è stata portata a Rivoli da una corposa scorta di polizia penitenziaria che non solo ha “presidiato” il piano e la stanza dell’ospedale, ma ha persino visto la presenza di un’agente donna, all’interno della sala operatoria.

Un qualcosa di abominevole, che rappresenta una volta in più la violenza della privazione della libertà, non rispettando niente e nessuno, nemmeno un minimo principio di riservatezza.

Nicoletta sta bene ora, l’intervento di routine è riuscito e purtroppo rientrerà in carcere in giornata, per fortuna non necessita ulteriori cure o medicazioni, anche perchè se così fosse la sezione femminile non ne è attrezzata.

A Silvano è stato concesso insieme all’avvocato di stare un’ora insieme a lei dopo l’operazione, almeno ha potuto avere un po’ di conforto in un contorno orribile.

Nicoletta è forte e consapevole, ma una volta in più la vogliamo libera!

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12/01/2020

La lotta in carcere di Nicoletta Dosio

“Salumi e formaggi tagliati a fettine sottili dello spessore massimo di due millimetri confezionate in fettine non sovrapposte… fettine di carne cotta sottili max 0,5 cm non panate… niente banane e arance… frutta secca solo sgusciata e confezionata ma solo noci nocciole e mandorle...”

Sono alcune delle tante prescrizioni in vigore nelle carceri italiane, in questo caso per chi vuol far avere cibo a detenuti che non possano mangiare quello fornito dallo stato.

Nicoletta Dosio ha 73 anni ed è vegetariana, dal 31 dicembre è reclusa alle Vallette di Torino e tra tutte le difficoltà e i problemi di un carcerato ha dovuto anche affrontare quello di come nutrirsi rispettando i propri principi e la propria salute. Nicoletta stessa sarebbe la prima a dire che c’è ben altro di cui discutere sulle carceri italiane, tuttavia a volte sono le privazioni più piccole che ci fanno capire quanto siano pesanti le più grandi.

In Italia ci sono 60.000 carcerati per 47.000 posti carcere, questo vuol dire che 13.000 reclusi non hanno luogo dove stare e devono occupare ed affollare spazi e servizi fondamentali di altri.

I detenuti negli ultimi due anni hanno ripreso a crescere, mentre i delitti più gravi sono tutti diminuiti, tranne gli omicidi sul lavoro, per i quali nessuno è in carcere oggi, e la violenza familiare sulle donne, che però non ha un corrispondente incremento di reclusioni. Questo vuol dire semplicemente che la “giustizia” è più dura con chi venne condannato, ma chi viene condannato? Soprattutto i poveri.

Tutto questo lo dicono le statistiche ufficiali, che aggiungono che un terzo dei detenuti sono migranti. Questo non vuol dire affatto che abbia ragione Salvini, ma al contrario che c’è una vasta persecuzione repressiva e giudiziaria per chi non sia tutelato dalla cittadinanza. Negli USA gli afroamericani affollano le carceri in misura ben maggiore di quanto compongano la popolazione libera; ma solo razzisti e reazionari affermano che sia colpa della maggiore propensione a delinquere di chi ha la pelle nera. Se una minoranza è sovra rappresentata in carcere, vuol dire che il sistema la perseguita e le leggi di Minniti e Salvini sono lì a spiegarlo.

Il carcere non dovrebbe essere una vendetta, ma una punizione scontata la quale si dovrebbe avere il diritto e le possibilità di tornare a pieno tutolo nella società. Invece sempre le statistiche ci dicono che il 97% di coloro che entrano in carcere ci sono già stati, cioè il carcere in Italia non ha educato e redento nessuno.

Il circuito del carcere è come la trappola della precarietà sul lavoro, se ci si entra è difficilissimo uscirne. Più di 1000 reclusi ogni anno cercano di uscire da questo circuito tentando il suicidio, più di 50 ci riescono. Oltre 10.000 recluse e reclusi, uno su sei, si infliggono ferite perché non reggono le condizioni delle nostre carceri.

La popolazione carceraria italiana è oggi fatta di poveri, emarginati, esclusi e di ribelli all’ordine esistente, come in una prigione del 1800. E anche le condizioni carcerarie sono sempre più quelle di un’altra epoca.

Qualche giovane ingenuo e generoso compagno, dopo l’arresto di Nicoletta Dosio mi ha chiesto quale indirizzo email e quali social avesse in carcere per scriverle. Siamo così abituati ad avere internet nelle nostre vite che non riusciamo a concepire più una relazione sociale senza di essa. In carcere internet in tutte le sue forme non è permesso e neppure telefonare si può. Si scrivono e si ricevono lettere di carta sottoposte a controllo.

Insomma il carcere è il carcere e quello italiano è al di sotto dei livelli di giustizia e civiltà che normalmente si proclamano. La civiltà di un paese si misura dalle sue carceri, disse per primo Voltaire, oggi possiamo dire che da noi il degrado del sistema pubblico e quello delle carceri vanno di pari passo.

Così come si distruggono servizi e diritti sociali, così la prigione torna ad essere il luogo ove la società cancella la questione sociale e la trasforma in ordine pubblico e detenzione.

“Non vorrete che si spendano soldi per le carceri quando non li abbiamo per gli ospedali”, urlano i reazionari.

“Noi vorremmo spendere più soldi per carceri ed ospedali ma i conti pubblici non lo permettono”, affermano i liberali.

E alla fine con entrambi in galera c’è sempre più gente, in condizioni sempre peggiori.

Nicoletta Dosio era consapevole di tutto questo quando ha deciso di rifiutare le misure alternative e di affrontare il carcere. Perché un sistema che condanna lei e altri undici NOTAV a complessivi diciotto anni di reclusione per aver tenuto 30 minuti le sbarre alzate dell’autostrada, facendo passare gratis gli automobilisti, un sistema, che con un danno complessivo accertato di 700 euro, commina un anno di pena ogni 37 euro di mancati incassi autostradali, è un sistema che sempre più scivola verso lo stato di polizia. E gli stati di polizia sono ingiusti e feroci non solo nelle condanne, ma anche nelle condizioni nelle quali i condannati devono espiarle.

Per questo Nicoletta Dosio ha detto no agli appelli, pur in ottima fede, affinché le sia concessa la grazia. Perché non considera il suo un caso individuale, ma la punta ed il risultato di un processo politico contro tutto il movimento NOTAV. E perché c’è troppa gente condannata per reati che in fondo sono solo un aspetto della questione sociale.

E infine perché tutto il sistema carcerario italiano oggi sta sprofondando nell’inciviltà. Mentre c’è già chi propone come soluzione conclusiva la privatizzazione delle carceri, come è già avvenuto per i servizi sociali e le autostrade; e come e già negli Stati Uniti.

Nicoletta ha invece proposto che ci si mobiliti per una amnistia sociale che liberi dalla reclusione chi è stato condannato per aver lottato o anche solo per aver reagito illegalmente a povertà ed emarginazione. Bisogna costruire una grande mobilitazione democratica, che chieda l’abrogazione dei decreti e delle leggi liberticide assieme alla ricostruzione di un sistema carcerario civile, corrispondente alla ricchezza reale del paese. Ma questa ricchezza è in poche mani si dirà, appunto, una ragione ed uno scopo in più per redistribuirla.

La lotta di libertà di Nicoletta Dosio va avanti in carcere.

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11/01/2020

Torino - Migliaia in piazza chiedono Nicoletta e No Tav liberi

In migliaia di persone provenienti anche da molte città sono partite in corteo da Piazza Statuto per chiedere la liberazione di Nicoletta Dosio e degli attivisti No Tav ancora in carcere, ma soprattutto la fine delle persecuzioni giudiziarie contro una comunità che da anni si batte per le difesa del proprio territorio dalle devastazioni ambientali e dalla mafia. Chi sostiene il Tav ne è complice, chi si oppone è un esempio da seguire.






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01/01/2020

Nicoletta Dosio, pericolosa attivista e dimostratrice dal vivo che l’età è solo un numero...

Detto senza ironia, la professoressa Dosio è realmente pericolosa e quindi uno Stato debole, davanti al pensiero sovversivo di chi vuole proteggere – ma davvero – l’ambiente, non può che ricorrere all’arresto.

La professoressa Dosio non verrà invitata all’ONU, né verrà invitata in crociere ecosostenibili perché non è un fenomeno strumentalizzabile folcloristicamente fino a neutralizzarne il messaggio autentico.

La professoressa Dosio fa parte del pericoloso manipolo di NO TAV che vogliono salvare la Val di Susa da uno sfregio ambientale che poi è molto più che puro, e comunque criminoso, sfregio ambientale.

C’è una ricca produzione circa la TAV e circa il movimento che si oppone alla sua realizzazione e chiunque può documentarsi, almeno a livello basico, anche solo con qualche clic su Google e, quindi, non parleremo di questo ma della pericolosità di una signora di 73 anni, dato anagrafico sul quale tutti hanno posto l’accento come se a 73 anni non si potesse essere arrestati perché “ormai” inoffensivi.

Quale grande errore! Questa signora di bell’aspetto e di grande determinazione ha un passato, un presente e – lo Stato lo sa – ha anche un futuro. Il passato può essere buttato nell’archivio delle storie minori, il presente invece è fastidioso perché è un esempio per il futuro e allora che si fa? Si cerca di neutralizzarla. Come? Pensando di spaventarla con la galera! Lo ripetiamo: quale grande errore!

È vero che ci sarà di sicuro qualche La Russa di turno pronto a dire “facesse la calza ché questo può fare una donna, ripeto una donna, alla sua età” oppure “badasse ai suoi nipotini”. Lo abbiamo già sentito dire rispetto ad altre donne ricche di anni e dalle menti grandi e lucide, quindi non c’è motivo per ritenere che lo stesso sciocco e offensivo invito non sia stato o non sarà rivolto anche a Nicoletta Dosio, arrestata per una manifestazione trasgressiva (ovviamente trasgressiva, altrimenti a cosa sarebbe servita?) ma pacifica, volta a sensibilizzare i cittadini circa il danno prodotto dalla realizzazione della TAV.

Facendo un passetto indietro vediamo che l’ex professoressa di lettere classiche aveva già abbondantemente superato i 60 quando, nel 2015, aveva osato partecipare agli scontri con la polizia a Chiomonte, perché l’età è solo un numero e, per individui/e come Nicoletta, non sarà certo la carta d’identità a fermare l’azione quando dietro c’è un pensiero convinto e un fisico che lo sostiene.

Sappiamo che fino ad ora solo il sindaco di Napoli, anche lui fastidiosamente trasgressivo, ha espresso un pensiero di tutto rispetto verso quest’attivista, dichiarando che in un Paese normale “meriterebbe una medaglia”. Ma i Paesi “normali” nell’accezione del sindaco De Magistris diventano sempre più rari e l’Italia purtroppo non fa eccezione, così , al posto della medaglia, è arrivata l’esecuzione del mandato di arresto.

Intervistata prima di essere portata via dai carabinieri la professoressa Dosio ha detto cose terribili, cose che magari qualcuno – giustamente, è ovvio – definirà sovversive. Ha detto di voler “dare visibilità a quest’ingiustizia che perseguita chi lotta per il diritto di tutti.”

Ha ammesso di avere un po’ di normale timore per il luogo di pena in cui verrà rinchiusa ma ha aggiunto che però, più che il timore del carcere è forte la rabbia e l’indignazione contro l’ingiustizia e poi, riferendosi alle tante lotte in Italia e nel mondo portate avanti “da chi si ribella ad un potere sempre più ingiusto” ha aggiunto “io penso che questo sia una resistenza, e noi sappiamo che contro l’ingiustizia del potere la resistenza è un dovere”.

La professoressa Dosio, sempre più sovversivamente, parla poi di una famiglia che la lotta in Valle ha messo in piedi. Una famiglia che non conosce le differenze di età, una famiglia non di sangue ma di idee, cui partecipano uomini e donne, giovani e anziani, adulti e bambini ed è “una famiglia di lotta” di cui fanno parte tutti coloro che non si piegano “davanti alle cose ingiuste”.

La rabbia contro l’ingiustizia e l’amore per la libertà “che noi abbiamo tutti insieme” dice la pericolosa attivista, dà “una forza che non conosce età e non conosce neanche limiti fisici” e conclude la sua intervista citando due grandi nomi di grandissime donne. Una tratta dalla cultura che per anni ha trasmesso ai suoi studenti, Antigone, e l’altra tratta dal suo passato politico, Rosa Luxemburg.

E proprio citando Rosa Luxemburg, prima arrestata e poi uccisa, durante la Repubblica di Weimar, prima ancora che il nazismo prendesse possesso della Germania, saluta tutti con le parole della grande militante che dal carcere, nel 1919, proprio cento anni fa, scriveva “Mi sento a casa mia in tutto il mondo, ovunque ci siano nubi e uccelli e lacrime umane” e quindi conclude dicendo che non teme il carcere perché anche lì troverà “compagni e compagne di lotta di vita e di speranza”.

Ecco, grazie al grande errore fatto da uno Stato debole davanti a cittadini ricchi di dignità, di coraggio e, in questo caso, anche di anni, Nicoletta Dosio ha potuto mostrare che la lotta e le lotte per la giustizia e contro l’arroganza del potere non hanno età, non conoscono pensionamenti o collocamenti a riposo.

La staffetta continua e dalla Val di Susa sembra che possa trasmettersi quel testimone che cerca ancora la mano collettiva delle nuove generazioni per non mandar disperso il grande patrimonio formatosi negli anni '60 e '70 del secolo scorso.

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31/12/2019

L’arresto di Nicoletta Dosio: una storia sbagliata

Una storia sbagliata, fin dall’inizio e oggi più che mai: Nicoletta Dosio, 73 anni, condotta in carcere per una condanna definitiva ad un anno di reclusione per una delle manifestazioni “No Tav” più comprensibile a tutti — del 2012! — dopo che un altro attivista (Luca Abbà) era rimasto folgorato nel corso di una pacifica protesta su di un traliccio, manifestazione assolutamente non violenta.

Dall’altra parte, un cantiere infinito di un’opera mastodontica, inutile per i più e dannosa secondo molti, la linea per il Treno ad Alta Velocità che un giorno (forse) collegherà un po’ più velocemente Torino a Lione, dopo che tutti i decisori (da cui, in origine, sono stati escluse legislativamente, con la legge grandi opere, le comunità interessate) avranno completato la militarizzazione dell’area del mega cantiere, diventata, con le disposizioni introdotte furtivamente nella legge “antifemminicidio” del 2013, “sito sensibile” la cui violazione comporta pene aggravate e dopo la conclusione dei lavori (oggi difficilmente immaginabile) a opera delle aziende incaricate, di cui buona parte fallite in corso d’opera e/o in odor di mafia.

La critica ad una simile opera appare del tutto legittima e la repressione di eventuali reati dovrebbe avvenire con lo stesso metro di valutazione utilizzato per altri settori.

Questa mega opera, contestatissima, costosissima e che, se e quando sarà mai ultimata sarà già superata, è costata al territorio su cui insiste decine e decine di processi (più o meno “maxi” e conosciuti, ma comunque pesantemente incidenti sulla libertà delle persone e sulla possibilità di prosecuzione pacifica della protesta) contro chi vi si oppone, misure cautelari, condanne pesanti in procedimenti “simbolici”, su cui la Cassazione è intervenuta ripetutamente negandone, in alcuni casi, la legittimità.

Anni di attività giudiziaria dedicata quasi esclusivamente a punire con condanne esemplari ogni singolo comportamento ostativo a una scelta giustamente criticata da più parti, incluse forze oggi al governo del paese. Una giustizia orientata, “forte con i deboli e debole con i forti”, indifferente alle legittime ragioni di una protesta con caratteri larghi e popolari. Un uso della giustizia in cui non ci riconosciamo.

In questa lotta, Nicoletta ha fatto la sua parte con coerenza e dignità e intende dimostrare, con il suo rifiuto di misure alternative al carcere, l’ingiustizia di una repressione contro il movimento No Tav a un livello che non si riscontra in altri settori.

Chiediamo con forza che le sia riconosciuto, come segnale di cambiamento nei rapporti con il conflitto sociale, un provvedimento d’ufficio di concessione della grazia.

I Giuristi Democratici confermano il loro impegno a difesa del sacrosanto diritto alla protesta contro la regina delle grande opere inutili, chiedendo un radicale cambio di rotta nella gestione dei conflitti sociali e ambientali, quale è certamente quello relativo al progetto Tav, che dovrebbe tornare a essere materia di un serio, civile, realistico e produttivo confronto tra comunità e governi locali e centrali, anziché materia di giudizi penali e ostentazione di potere militare e di ordine pubblico.

31 dicembre 2019

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19/11/2019

Sospesa la carcerazione per Nicoletta Dosio, una vittoria politica e morale

La procura generale del Piemonte ha sospeso l’ordine di carcerazione per Nicoletta Dosio, 73 anni, storica attivista del movimento No Tav della Valle di Susa condannata in via definitiva a un anno di reclusione per una azione di protesta dei No Tav.

La condanna definitiva era arrivata per la partecipazione a una protesta del 2012, quando un gruppo di attivisti No Tav si radunò al casello di Avigliana dell’autostrada Torino-Bardonecchia e fece in modo che gli automobilisti passassero senza pagare il pedaggio.

Nicoletta nei giorni scorsi, aveva manifestato pubblicamente l’intenzione di non voler chiedere pene alternative e di essere pronta a scontare la pena in prigione mettendo la Procura di fronte alle proprie responsabilità ovvero mandare in carcere un donna di 73 anni per una manifestazione.

Nicoletta Dosio già tre anni fa non aveva rispettato la misura degli arresti domiciliari, lasciando l’abitazione per prendere parte a iniziative pubbliche come gesti di “disobbedienza civile” contro la repressione e la persecuzione giudiziaria contro gli attivisti del Movimento No Tav.

Lo scorso ottobre la procura torinese ha deciso di procedere nei suoi confronti per il reato di evasione contestandole circa 130 episodi avvenuti nel 2016.

La procura generale ha invece trasmesso gli atti al magistrato di sorveglianza perché disponga, se è il caso, la detenzione domiciliare.

Il provvedimento, secondo quanto si apprende dalla procura, è motivato dal fatto che la condanna è inferiore a 18 mesi: in questo caso, in base a una legge promulgata nel 2010, la magistratura di sorveglianza può concedere la possibilità, a determinate condizioni, di scontare la pena presso la propria abitazione o un altro luogo, pubblico o privato.

La decisione e la determinazione di Nicoletta nell’affrontare fino in fondo il rischio del carcere come azione dimostrativa verso un apparato giudiziario e repressivo pesantissimo contro la resistenza popolare in Val di Susa, ha prodotto una vittoria politica e morale di tutte e tutti.

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15/11/2019

Nicoletta Dosio in carcere

“…Per denunciare tutto questo e per ribadire la dignità di una lotta collettiva che non si piegherà, ho deciso di non chiedere sconti al potere invidioso e vendicativo che, con i tre gradi di giudizio dei suoi tribunali, ha condannato al carcere me e altri undici attivisti..“

Nicoletta Dosio è una professoressa di lettere in pensione di 73 anni. Generazioni di studenti si sono formate con lei in Valle Susa dove ha persino contribuito ad istituire un liceo.

Nicoletta è stata insegnante ed educatrice nel senso laico e civile più profondo e per questo nelle manifestazioni NOTAV ha spesso raccolto gli abbracci dei suoi ex studenti.

Sì, perché Nicoletta Dosio è una attivista della prima ora del movimento che da decenni lotta contro il devastante ed inutile treno ad alta velocità in Valle Susa.

Si possono avere opinioni diverse sull’opera, anche se nessuna di quelle a favore è accompagnata da dati e numeri reali. Tuttavia nessuna persona onesta può negare il radicamento nella Valle di quel movimento, la crescita sociale civile e culturale che ha prodotto, la coscienza e la partecipazione che ha esteso.

Una piccola valle è diventata protagonista della politica e di questo protagonismo Nicoletta è stata parte, serena, buona, pacifica, ma sempre determinata e presente in ogni manifestazione con la sua figura minuta e dritta.

Ora Nicoletta Dosio, assieme a Dana Lauriola e ad altri 10 attivisti NOTAV è stata condannata in via definitiva con pene da uno a fino a due anni di carcere per meno di un’ora di presidio pacifico sull’autostrada che attraversa la Valle Susa, il 3 marzo 2012.

Erano i giorni in cui un militante NOTAV oggi in ancora in carcere, Luca Abbà, era salito su un traliccio della corrente inseguito da un carabiniere e poi era stato folgorato, precipitando e restando tra la vita e la morte per molti giorni.

Negli ultimi giorni di febbraio e nei primi di marzo ci furono proteste e blocchi dell’autostrada con interventi pesanti della polizia. Io stesso ho partecipato a uno di questi blocchi e sono stato fermato dalle forze di polizia.

La più breve e assolutamente pacifica di quelle manifestazioni fu proprio quella del 3 marzo. Alcune centinaia di manifestanti invasero un casello autostradale e permisero per circa 40 minuti agli automobilisti di passare gratis oltre la sbarra. Non ci furono interventi di polizia o scontri, e dopo questa breve azione dimostrativa i manifestanti si ritirarono dalla sede autostradale.

Per tutto questo, per questi 40 minuti di autostrada gratis, Nicoletta e altri dovranno scontare un anno di reclusione, Dana e altri addirittura due.

È una condanna politica e non perché lo diciamo noi, ma perché lo afferma la stessa sentenza. Infatti ogni attenuante di legge e la condizionale agli incensurati sono state negate, secondo la sentenza, “…tenuto conto del carattere altamente organizzato dell’azione delittuosa che dimostra il collegamento degli imputati con l’ala più radicale e violenta del movimento NOTAV e di conseguenza la PERICOLOSITÀ SOCIALE dei prevenuti..”

Una condanna fondata su teoremi senza prove e con un giudizio, quello della pericolosità sociale, rispolverato pari pari dal codice fasciste Rocco. Un giudizio sulle persone e non sui loro comportamenti.

La “pericolosità sociale” di Nicoletta e dei NOTAV è la cittadinanza attiva e cosciente, la solidarietà, la difesa del territorio dalla devastazione ambientale. Mentre il governo tratta con una multinazionale che vuole immunità penale sui disastri ambientali dell’Ilva, chi lotta contro la distruzione di decine di migliaia di alberi in Valle Susa è socialmente pericoloso e deve essere carcerato.

È un mondo rovesciato, contro il quale per me è giusto ribellarsi, come hanno fatto e fanno Nicoletta e i NOTAV.

Nicoletta Dosio, per denunciare la ferocia repressiva di questa sentenza, che si aggiunge a migliaia di procedimenti penali e di polizia che hanno colpito il movimento in Valle Susa, ha deciso di non chiedere misure alternative alla prigione.

Dunque Nicoletta andrà in carcere, lo farà da militante sociale e civile e anche da grande professoressa lettere, visto che come esempio del suo comportamento ha citato “La caduta”, di Giuseppe Parini.

Io credo che sia dovere democratico, anche per chi non condivide sue idee, chiedere la liberazione di Nicoletta Dosio e dei NOTAV. Affrontare con la prigione una protesta sociale è l’atto regressivo di un sistema politico che non vuole capire, non vuole discutere, che sa solo reprimere.

È quindi anche per fermare questa regressione autoritaria, che prima o poi può colpire tutti, che bisogna protestare contro questa brutale sentenza.

Fonte

10/11/2019

“Abrogate i decreti sicurezza". In migliaia sfilano in corteo a Roma


Un corteo tutto al contrario e non solo per la direzione di marcia che questa volta ha visto la manifestazione partire dal Colosseo e concludersi in Piazza della Repubblica. Un corteo al contrario anche rispetto al plumbeo clima politico che ha fatto della sicurezza e della repressione una delle sue cifre principali.

La manifestazione nazionale che ha sfilato per le strade della Capitale poneva sul piatto una richiesta forte e chiara all’attuale governo. I decreti sicurezza approvati vanno abrogati, per quello che rappresentano e per quello che annunciano: una governance autoritaria che sancisce la guerra contro i poveri come mission delle istituzioni e dei loro apparati repressivi. Una cifra decisamente anticostituzionale, sia verso i migranti sia verso lavoratori e movimenti sociali che devono spesso ricorrere a manifestazioni, blocchi stradali e occupazioni di edifici per portare alla luce le mille emergenze sociali di questo paese in crisi e regredito anche sul piano della civilizzazione.

Tanti i migranti presenti al corteo. I Decreti Sicurezza hanno usato proprio loro per essere imposti nell’agenda politica e istituzionale. E il mondo politico ha chinato la testa troppo spesso e troppe volte di fronte alla clava securitaria agitata da Salvini, vezzeggiata da parte del M5S, criticata dal Pd ma solo sulla parte relativa all’accoglienza dei rifugiati e dei sopravvissuti alle traversate nel Mediterraneo. Troppe poche le voci che si sono alzate contro la criminalizzazione delle lotte sociali e operaie e delle manifestazioni. Eppure la manifestazione di oggi era anche su questo che ha cercato, giustamente, di portare l’attenzione. In piazza c’erano anche gli occupanti delle case, i lavoratori costretti a bloccare le strade per resistere ai licenziamenti e al caporalato e un bello spezzone di studenti che non hanno interrotto un attimo gli slogan.

In apertura del corteo c’era Nicoletta Dosio, abbracciata, salutata e coccolata da tutti. Storica militante del movimento No Tav, a 73 anni e con conclamati problemi di salute, ha scelto di andare in carcere per la condanna inflittagli per un blocco stradale in Val di Susa durante una protesta contro la Tav. Una scelta di coraggio e dignità che suona come un atto di accusa contro un apparato giudiziario che negli anni si è accanito in mille modi contro il movimento No Tav, nonostante figure importanti di questi apparati siano finiti o stiano finendo sotto inchiesta per legami con la ’ndrangheta calabrese, che risulta essere tra i maggiori “azionisti di riferimento” dei cantieri in Val di Susa.

Guarda e ascolta l’intervento di Nicoletta Dosio al corteo di Roma

La partita contro i Decreti Sicurezza e il modello repressivo bonapartista che incarnano sarà difficilissima e in controtendenza, e il fatto di aver costruito un corteo con un percorso al contrario forse è una avvisaglia e una metafora che può spiegare sia questa difficoltà che la necessità di affrontarla, di petto. Ne va della libertà di tutte e di tutti, migranti o italiani che siano.

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27/06/2019

“Sulla Tav non ci sono mediazioni accettabili”

Il Movimento NO TAV è un osso duro: lo hanno sperimentato i governi che, con varia fortuna si sono succeduti negli ultimi trent’anni. Si sono visti sorgere e tramontare speranze e promesse, acchiappavoti spudorati e uomini senza spina dorsale, aperti ad ogni mediazione, ignari del monito evangelico “la tua risposta sia sì, sì; no, no; il resto viene dal maligno”.

In questi decenni, in nome del TAV, sono stati costruiti cantieri, praticati maxisondaggi geognostici già di per sé devastanti, ma neppure un centimetro dell’opera è stata realizzata.

Abbiamo resistito, approfondendo le ragioni dell’opposizione all’opera, trovando sostegno e condivisione nelle lotte popolari di tutto il mondo.

Abbiamo messo in discussione un modello di vita e di lavoro funzionali agli sporchi interessi del capitale che occupa trasversalmente le sedi di potere, nemico irriducibile di diritti e futuro di tutti gli esseri viventi.

Abbiamo sventato attacchi volti a dividerci e ad indebolirci.

Ora la componente Cinque stelle al governo, nel tentativo di “salvare capra e cavoli” cercando una mediazione con la Lega saldamente schierata sul fronte SI TAV, ci riprova: dopo aver approvato tutte le grandi male opere della penisola (in barba alle promesse dei pentastellati che sul No alle Grandi Opere sono andati al governo), tira fuori dal cilindro il mini-TAV.

Si tratterebbe di un progetto TAV “leggero”, con un cambiamento di tracciato ed un tunnel più corto: una proposta pensata dall’ex sindaco di Venaus e portata avanti dal sindaco attuale.

Venaus, un Comune rinato, anche economicamente, sulla lotta NO TAV, sul mito sempre vivo ed attuale della “liberazione di Venaus”, quando, l’8 dicembre 2005, dopo la devastazione poliziesca del campeggio resistente, sessantamila persone, di tutte le età e a viso scoperto, si ripresero i terreni, smantellando le reti del cantiere prontamente delimitato, nella notte, da addetti della CMC mascherati e sotto scorta.

Intanto, mentre questa ipotetica variante catalizza l’attenzione dei mass media, vanno avanti silenziosamente le procedure istituzionali per l’affidamento delle opere cantieristiche legate al maxi TAV.

La nostra risposta, in ogni caso, non può che essere NO, e lo diciamo col cuore e con la ragione, per consapevolezza e fedeltà, perché non abbiamo dimenticato “il fiore azzurro nella stalla”, resistente agli inverni della storia.

Il TAV non è solo un treno, è un sistema di trasporti funzionale alla devastazione ambientale e sociale, che genera lavoro da schiavi e trasforma i territori in invivibili corridoi di traffico; un bancomat per il partito trasversale degli affari, con cui drenare infinitamente soldi pubblici a discapito dei veri bisogni trasportistici e sociali.

Esiste un altro modo di vivere e di lavorare, in pace con se stessi e con la natura, saggio e fraterno, un mondo ricco di diversità e bellezza: è un mondo da conquistare, collettivamente e senza compromessi.

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04/05/2019

Primo maggio a Torino. La gente vera e i morti viventi


Davanti il palazzo, l’apparato istituzionale, politico, sindacale. Grigi, nonostante i colori squillanti delle pettorine CGIL-CISL-UIL e l’inedito arancione di quattro “madamine” SI TAV, giachino-accompagnate, spaesate perché, evidentemente, non avvezze alle piazze dei lavoratori. Non bastano le marcette della banda musicale ad animare questa esigua sfilata di morti viventi.

La vita e la lotta vengono dopo, nella parte sociale, infinitamente più partecipata: migliaia di volti belli, giovani e anziani, di ogni sesso ed età, e un mare di striscioni, di bandiere NO TAV, di storie resistenti. Voci e musica sparati dai furgoni.

Qui è lo spirito del primo maggio, giornata di conflitto e non di festa: non può esistere festa del lavoro, caso mai dei lavoratori; non c’è nulla da festeggiare se il lavoro devasta e uccide, se è lavoro da schiavi, sfruttamento, precarietà.

Tra questi due mondi una barriera di armati, celerini e digos in quantità, spudoratamente organizzati per usare come arma di offesa scudi e manganelli, al fine di impedire che la piazza dei padroni sia disturbata dalla presenza di quel popolo meticcio e solidale che inalbera la rabbia del presente insostenibile e la rivendicazione di un futuro diverso possibile.

Quei manganelli vengono usati per provocare e offendere. Cariche e teste spaccate. Qualcuno tenta di pulirsi il sangue con l’acqua minerale, altri sono portati in ospedale. Un contingente di sbirri arrivati da una via laterale avanza fin sotto i portici, tra la folla che fa ala al corteo. Una donna invalida in carrozzina piange spaventata. Un compagno non più giovane si porta in viso la striscia violacea di una cinghiata infertagli da un energumeno appartenente al servizio d’ordine del PD.

Quando, dopo ore, arriviamo al palco del comizio finale, non c’è più traccia della gente di palazzo.

Piazza San Carlo, finalmente libera, si riempie delle vite, delle istanze, della rabbia di coloro che, da sempre, non hanno altro da perdere se non le proprie catene, ma hanno un mondo intero da conquistare.

Il sole fa splendere di bagliori inattesi gli antichi selciati, gli edifici centenari, mentre il vento di primavera gioca con le bandiere, portando il messaggio di una Valle dove il TAV non passerà.

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14/02/2019

Tav. Più costi che benefici. Adesso è nero su bianco

Finalmente è stata resa pubblica e disponibile a tutti l’analisi costi/benefici del Tav Torino Lione.
Si tratta di un rapporto di 80 pagine argomentate che va letta con attenzione, ma che possiamo già valutare da subito come contenenti tanti costi e ben pochi benefici per la collettività.

Il movimento No Tav l’analisi e il risultato lo ha chiaro da tempo, da quasi 30 anni, da quando ha iniziato ad opporsi ad un’opera inutile, dannosa, imposta con la forza, ed il risultato è sempre stato chiaro: ogni euro usato per il Tav Torino-Lione è un euro rubato alle vere necessità del paese e regalato ad una pletora di prenditori, molti dei quali collusi o vicini alle mafie.

Il movimento No Tav chiede da subito la smilitarizzazione del cantiere e delle vie ed aree d’accesso alla Val Clarea; la rimozione dei vertici di Telt e dell’Osservatorio.

Qui trovate i documenti integrali dell’analisi costi-benefici

2019.02.13ANALISICOSTI-BENEFICITORINO-LIONE-ACBnuovocollegamentoferroviarioTorino-Lione-1

2019.02.13RELAZIONETECNICO-GIURIDICATAVTORINO-LIONE-1

Qui di seguito, invece, un commento di Nicoletta Dosio, storica militante del Movimento No Tav.

*****

Davvero intollerabile che per affossare l’analisi costi- benefici che definisce il Tav Torino-Lyon un’opera inutile e insostenibile da tutti i punti di vista, economici, sociali, ambientali, il partito trasversale degli affari, ben rappresentato oggi in TV dal presidente della Regione Chiamparino, scopra l’impatto ecologico e la nocività sulla salute dei trasporti su gomma e rinfacci al popolo NO TAV una presunta accondiscendenza nei confronti dell’autostrada e del traforo del Frejus. Forse costoro hanno dimenticato che furono loro stessi a progettare e ad imporre quelle opere che la Valle non voleva, contro le quali si misurò, per quanto agli albori e inesperta, la lotta popolare.

Noi ricordiamo bene un certo Froio, deux ex machina della SITAF, nonché deputato della sesta e settima legislatura e gli appalti alla ndrangheta. E non abbiamo dimenticato un certo amministratore delegato della SITAF rispondente al nome di Mario Virano, sostenitore, con Chiamparino della necessità di raddoppiare il traforo autostradale per attrarre maggior traffico di TIR sull’autostrada della Valsusa: proprio lui, il Mario Virano che, dopo una puntata nel consiglio di amministrazione dell’ANAS, è salito definitivamente sul treno ad Alta Velocità prima come presidente dell’Osservatorio ed ora come presidente generale di TELT (European Lyon-Turin).

Quanto fumo intorno a noi, in questi giorni! Telefoni bollenti di interviste, mass media sguinzagliati per la Valle. Pochi desiderosi di capire, molti in cerca di colore o di contraddizioni; ragionamenti e ricordi ridotti sugli schermi a frasi smozzicate, funzionali a tesi precostituite.

Cadute le cortine fumogene, resteranno i sentieri della Clarea: non abbiamo sempre sostenuto che “fermare il TAV si può. Fermarlo tocca a noi. E lo faremo, come sempre, con chi lotta contro il Terzo Valico, il TAP, il Muos, l’inchino devastante e servile alle Grandi Navi, le guerra delle trivelle a terre e mari, le grandi opere nemiche del presente e negatrici di futuro. Non ci si può salvare da soli: ciascuno e tutti, o tutto o niente.

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06/12/2018

«A Torino una manifestazione cruciale per chi non vuole baratti»

Intervista. Nicoletta Dosio: «L’attacco è a un mondo più vasto del movimento NoTav. Sabato verranno coloro che credono nella partecipazione, nella sostenibilità, nella solidarietà umana»

da il manifesto.it 05.12.2018

Nicoletta Dosio, già docente di greco e latino presso il liceo Norberto Rosa di Bussoleno, è la fondatrice, con un pugno di altri uomini e donne, del movimento NoTav nei primi anni novanta. Intorno alla sua osteria di Bussoleno, gestita con il marito Silvano, si è sviluppato il Comitato di lotta popolare contro l’alta velocità. Comunista, ha 72 anni: è attiva nella rete che supporta i migranti lungo la rotta alpina.

Nicoletta, quella di sabato è la marcia Notav più importante di sempre?

Quella dello scorso novembre è stata presentata dagli organizzatori come una riedizione della «marcia dei quarantamila», che mirava a stroncare le conquiste del movimento operaio di diritti sociali e civili. Mi ha impressionato la leggerezza con cui è stato evocato e rivendicato quell’evento. Ma i tempi sono quelli che sono, evidentemente. Oggi come allora quindi gli obbiettivi sono più vasti del singolo punto simbolico, in questo caso il Tav: ne prendiamo atto. La piazza di sabato vuole respingere questo meccanismo teso a silenziare le voci dal basso di chi difende i beni comuni, l’ambiente e il senso del limite in un modello di sviluppo che sta minando le radici stesse della vita. Per questo è un manifestazione cruciale, perché percepiamo l’attacco ad un mondo ben più vasto del movimento NoTav.

Chi ci sarà in piazza sabato?

Tutti coloro che credono nella partecipazione, in una democrazia non formale ma sostanziale, nel futuro, nella sostenibilità verranno in piazza. Tutti coloro che credono nella solidarietà umana, per prima cosa. Tutti coloro che non vogliono barattare un eventuale no alla Tav in val Susa con il via libera al Terzo Valico, al Tap, al Muos e alle innumerevoli grandi opere, a uno strumento di repressione e di controllo sociale quale il decreto sicurezza di Salvini. Chi è NoTav non può essere dalla parte dei governi Gattopardo che perpetuano l’ingiustizia di sempre. La legge Salvini riprende e aggrava la legge Minniti-Orlando, sia per quanto riguarda la persecuzione dei migranti, sia sul versante della repressione delle lotte sociali e ambientali. Per quanto mi riguarda coloro che sostengono questa politica sabato non saranno i benvenuti.

Si va, forse, verso una sospensione del maxi tunnel in val Susa, mentre altre grandi opere andranno avanti, come il Terzo Valico.

Questo è coerente con il programma economico di questo governo che vede nell’Italia lo sviluppo delle piattaforme logistiche. Ma noi che viviamo in un corridoio da sempre sappiamo quanto sia umiliante e distruttivo questo scenario. In ogni caso in val Susa nessuno è disposto a questo compromesso: noi non rappresentiamo la compensazione di nulla. Le grandi opere devono essere fermate perché distruggono ambiente e lavoro, ovunque. Noi l’abbiamo imparato quando costruirono l’autostrada: quell’infrastruttura ha agevolato la delocalizzazione delle piccole fabbriche non la loro difesa. E così sarà anche per il Tav.

Cosa risponde alle sette donne che hanno portato in piazza migliaia di manifestanti poche settimane fa?

Sono rimasta molto colpita quando una di queste donne ci ha invitato ad andarcene dalla valle, dove abitiamo da sempre, portandoci appresso una mucca e una pecora, con dileggio, oltre che delle persone, degli altri esseri viventi che amiamo e difendiamo. Dalle parole di quelle donne in carriera è emersa una visione del mondo di un’arroganza tutta maschilista, un visione classista che le donne del movimento NoTav hanno imparato a riconoscere e a contrastare da sempre.

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28/03/2017

Il 25 marzo al Cie di Tor Cervara. Intervista a Nicoletta Dosio

Intervista a Nicoletta Dosio, del Movimento No Tav della Val Susa, realizzata da Radio Città Aperta. Foto di Patrizia Cortellessa.

Abbiamo in collegamento Nicoletta Dosio, attivista del movimento No tav. Ciao Nicoletta, buongiorno prima di tutto.

Ciao, buongiorno a tutti.

Vogliamo parlare della manifestazione di sabato a Roma, in occasione dei Trattati di Roma e, in particolare, di quello che è successo prima e durante la manifestazione alle porte della città, con diversi manifestanti che sono stati fermati prima di arrivare a Roma e ai quali è stato sostanzialmente impedito di unirsi al corteo. Ci racconti un po’ come è andata, che cosa è successo, visto che sei tra coloro che hanno raggiunto i fermati?

Sì, certo. Io sono partita al mattino con il treno, mentre un nutrito gruppo di No Tav, insieme a realtà anche torinesi erano partiti la sera prima, dopo l’assemblea che si era tenuta qui a Bussoleno, l’assemblea No Tav. Fin dalla partenza hanno visto come tutte le volte l’auto della Digos che li ha accompagnati fino a Roma, li ha seguiti. Prima di arrivare a Roma Nord li ha superati e li ha aspettati al casello, dove sono stati fermati insieme ad altri pullman che poi hanno ritrovato al centro di identificazione di Tor Cervara. Sono state perquisite le persone... Prima han chiesto i documenti, sembrava tutto risolto, li hanno messi nuovamente sui pullman e invece di lasciarli andare verso il raduno per la manifestazione pomeridiana – quella indetta da Eurostop e dalle realtà del No sociale – si sono visti deviare fuori in questa zona degradatissima, tra l’altro fuori Roma, in questo enorme edificio che è un Cie, centro di identificazione – lo saprete bene voi che lì ci abitate – per tutta quanta l’Italia centrale e meridionale. Quello che ho notato fin da subito era l’arroganza di chi li faceva scendere e li perquisiva. Tra l’altro è pure comparsa una foto – perché noi eravamo in contatto e quindi anche mi mandavano comunicazioni, mi raccontavano... – di uno di questi agenti che si è tirato su la manica e aveva un bel tatuaggio. Un tatuaggio costituito da un pugnale intorno al quale c’era scritto: “si vis pacem, para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra. Questo è il tipo di personale a cui è affidato l’ordine pubblico in questa nostra situazione; che è non solo di vera emergenza democratica, ma ormai direi di fascismo neanche più nascosto, sempre più evidente. Sono stati portati in questo centro in condizioni diverse, perché ad un anziano No Tav è stato trovato un coltellino, un Opinel, a cui tra l’altro aveva attaccato un fischietto all’Opinel. E sono gli strumenti che di solito ci si porta sul pullman perché le manifestazioni, i viaggi in pullman, sono anche un momento di socialità. Ci si porta da mangiare, si sta insieme, si condivide, come facciamo in valle, nella nostra vita, nei luoghi del presidio e via dicendo. Quindi questo coltellino, insieme a forchetta e cucchiaio, aveva questo significato, cioè quello di posata quotidiana per mangiare, per stare insieme. E questa è diventata un’arma particolarmente pericolosa, difatti lui l’han preso immediatamente da parte e l’han chiuso con un altro ragazzino, a cui era stato trovata non una "maschera antigas" sopraffina, ma una di quelle cose che ci si mette sulla bocca e che abbiamo un po’ tutti in tasca, o comunque nelle nostre borse, perché in Clarea spesso e volentieri ci accolgono con i lacrimogeni. Lui tra l’altro, probabilmente, l’aveva persino dimenticata... E quindi questo è stato il motivo per cui anche questo ragazzo minorenne è stato isolato, in camere dove non è stato passato neanche cibo, in vera e propria situazione di detenzione preventiva. E gli altri erano raggruppati insieme, portati anche loro in questo Cie; han preso i documenti e glieli hanno tenuti per tutto il giorno, fino alla fine della manifestazione, praticamente. Ah, oltre a questi nostri due compagni c’erano anche altri 4 ragazzi pisani, che sono stati anch’essi tenuti chiusi, detenuti pure loro in questo Cie, perché gli han trovato nello zaino una felpa, che di solito ci si porta o come cambio o comunque per mettersi addosso perché le giornate non sono proprio di grande caldo. Quindi per una felpa una persona può essere presa, può essere detenuta per 10 ore e può ricevere un foglio di via di tre anni. Lo stesso può succedere ad un anziano per un coltellino con cui tagliava il formaggio. Questa è la situazione democratica del nostro paese...

Più in generale dell’Europa, probabilmente...

Sicuramente il discorso tocca l’Europa, fa parte di quella politica europea, di quella fortezza Europa che innalza confini infiniti contro coloro che fuggono dalla guerra e dalla fame, dove la libertà di pensiero e di parola e di circolazione sono sempre più limitati, garantiti soltanto ai capitali, alle merci, alle banche e negate a tutto il resto. Dove non solo ci sono varie velocità, ma diciamo che ci sono i popoli di troppo, cioè quelli che dovrebbero essere cancellati perché non ci stanno a questa politica oppressiva e sempre più lontana da quelli che sono i bisogni reali delle persone.

Io ho cercato un po’ di ricostruire, ma chiedo a te, perché appunto nessuno meglio di te può spiegarci. Mi sembra che ad un certo punto si è anche cercato di affibbiare ai fermati a Tor Cervara il ritrovamento di bastoni avvenuto però in città. Cioè persone che non sono nemmeno riuscite ad arrivare accusate di un ritrovamento avvenuto in città... Che diventa proprio complicato dal punto di vista logico...

Sicuramente... Ma questo non ci meraviglia. Noi in Valle abbiamo continuamente di queste falsità e di queste menzogne, che vengono messe in piedi per creare il mostro, per allontanare le persone dalla lotta e per poter giustificare questo clima di polizia sempre più insopportabile. Questi sono attentati veri e propri alle manifestazioni, attentati di coloro che si presentano come i tutori della legge, e di quello Stato che dovrebbe essere fedele alla Repubblica fondata sul lavoro, in cui la sovranità appartiene al popolo... E che invece è sempre più, evidentemente, fedele ai capitali, ai pochi grandi che vorrebbero schiacciare il mondo sotto il tallone di ferro della guerra e dello sfruttamento universale. Non è una novità che questo succeda. La Valle di Susa, come molti territori, sono diventati laboratorio di questa sistematica azione poliziesca, intimidatoria, non solo antidemocratica ma, come dicevo prima, apertamente fascista. Un’altra cosa però vorrei mettere in luce, perché mi sembra anche questa particolarmente significativa. Noi abbiamo un motto, per il quale "si parte e si torna insieme", per cui ho sentito assolutamente la necessità di andare a vedere che cosa succedeva e ho portato con me l’unica deputata che era presente al corteo, Eleonora Forenza, con Guido Lutrario, che si è messo a disposizione anche lui per poter portare non solo solidarietà – perché non è solidarietà astratta, è presenza di aiuto concreto e dimostrare che il No a questa Europa è anche il No alla fortezza Europa, ai Cie e a tutto quello che mette in discussione una democrazia. Non solo come potere autentico e popolare, ma addirittura quella che era la democrazia borghese, perché neanche più questo viene rispettata; anche se "i grandi" firmano citando Altiero Spinelli & company. Che cosa abbiamo scoperto? Che la deputata non poteva entrare. Un deputato, un parlamentare, un consigliere comunale all’interno del comune può entrare a fare ispezioni nelle carceri dopo mezzora che chiede di poterlo fare, nel senso che si presenta per poter entrare. E questo è fondamentale per garantire che le cose vengano fuori, che le ingiustizie e i soprusi vengano fuori chiaramente e possono essere controllabili. Eleonora Forenza ha chiesto immediatamente di poter entrare anche con un avvocato, perché c’era un avvocato che è venuta con noi, anche lei per garantire immediatamente la tutela. Questo le è stato negato. Non solo le è stato negato, non le sono state date nemmeno le ragioni per cui non poteva entrare; non sono state date notizie né dei compagni che erano in stato di fermo, né degli altri che dovevano essere identificati. Non solo. E' stata invitata a parole ad andarsene, ma nel momento in cui lei si è fatta avanti per entrare, è pure stata spintonata all’indietro. Siamo stati lì davanti con altri che intanto sopraggiungevano, con i compagni dentro, perché anche quelli che non erano stati ufficialmente fermati erano comunque fittiziamente in stato di libertà. Loro non han voluto andar via intanto perché non venivano restituiti loro i documenti, e poi perché non avrebbero mai lasciato da soli i 4 ragazzi più i 2 nostri compagni che erano fermati e non avrebbero potuto venire via. Hanno improvvisato, sapendo che noi eravamo arrivati, un piccolo corteo. Sono arrivati verso – anche lì non facilmente, perché erano controllati da centinaia di forze dell’ordine all’interno – sono venuti comunque verso le cancellate. Noi avevamo anche avvertito alcuni mezzi di informazione, per cui c’erano alcune televisioni che han potuto riprendere, e quindi di questa pessima giornata per quanto riguarda la garanzia democratica nel nostro paese in questa Europa, qualche immagine ha potuto anche uscire, le notizie sono potute uscire. Per poter entrare e andare a recuperare, a dare non solo solidarietà ma a recuperare letteralmente sia i fermati, sia gli altri compagni, la deputata ha dovuto telefonare al Ministero dell’Interno. Il Ministero dell’Interno sembra cadere dalle nuvole, fittiziamente, chiede il nome dei responsabili, il piantone non vuol fornire il nome dei responsabili del centro, quelli con cui noi avevamo parlato. E quindi altro tempo è passato. Finalmente, quando ormai volgeva al termine la manifestazione, quindi non c’era più possibilità che anche noi potessimo manifestare liberamente, è arrivata la possibilità di entrare. Ormai si erano fatte le nove di sera, e così è passata questa giornata per coloro che volevano andare a dire No a questa Europa delle banche, dei capitali e della guerra e delle barriere, sempre più inavvicinabili, per coloro che vogliono esercitare liberamente il diritto ad una vita minima.

Incredibile. Il tuo racconto è veramente incredibile. Nicoletta, oltre che a raccontarci di una gestione che, probabilmente, è illegale, non esiste un’altra definizione. Però veramente da non crederci. Ti ringrazio molto...

Voglio ancora dire una cosa. Che tutto questo ha un senso nella loro logica. E cioè dovevano giustificare una città letteralmente vuota, degli alberghi nei quali erano state annullate le prenotazioni per il sabato e la domenica da parte dei turisti, perché l’ho visto io con i miei occhi – nell’albergo dove sono andata – dovevano giustificare quel clima di intimidazione totale e dovevano garantire ai grandi sporchi dell’Europa il diritto di poter offendere ulteriormente non soltanto il diritto minimo alla vita, ma la minima decenza della vita. E poi non meravigliamoci, perché è soltanto l’aspetto di una situazione che ormai è ampiamente degenerata. Andiamo a vedere quante custodie di garanzia sono date ormai nel nostro paese, quante misure di detenzioni preventive ci sono, pensiamo al Daspo urbano, che può essere applicato a qualsiasi povero seduto su una panchina se diventa indesiderabile. E questa è il termometro della situazione nel nostro paese, che ci dice due cose: per un verso che è ora che ci svegliamo, e per l’altro verso la paura, loro, che noi ci svegliamo. E quindi è arrivato il momento.

E’ arrivato il momento, decisamente. Grazie, veramente prezioso è stato il tuo contributo Nicoletta. Ti ringrazio.

Grazie a voi. Un saluto a tutti, grazie.

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14/12/2016

Nicoletta condannata a otto mesi per “evasione”

Un sentenza di primo grado, non esecutiva per esiguità dell'accusa e della stessa condanna, ma egualmente una follia della prepotenza del potere su un'attivista esemplare.

A lei tutta la nostra solidarietà. Cui si aggiunge quella di tutte le strutture antagoniste e popolari.

Piattaforma sociale Eurostop.

*****

Alle 7.00 di questa mattina, mentre Bussoleno cominciava a svegliarsi, i Carabinieri sono andati a prelevare Nicoletta direttamente a La Credenza, la casa della sua evasione e punto di riferimento per il movimento NoTav.

Caricata in auto, si sono recati al Tribunale di Torino dove poco dopo si sarebbe tenuta la comunicazione della sentenza per il processo per reato di evasione.

Una sentenza flash, venti minuti per comunicare la condanna di 8 mesi senza condizionale e il risarcimento delle spese processuali e alle 8:45 era già finito tutto.

In un’aula completamente vuota Nicoletta arriva per prima, ad aggiungersi solo Pm, Giudici, Avvocati Difensori.

Nessun NoTav (di disturbo?) presente, nessun giornalista, nessuna voce che potesse portare fuori informazioni.

Ma il processo, garantiscono tutti, era a porte aperte!

Eppure “qualcuno deve averle inavvertitamente lasciate chiuse”, hanno spiegato in tribunale ai tanti notav presenti che hanno provato ad accedere alla sala senza riuscirci.

E’ interessante come il timore che la notizia prenda forma tocchi così da vicino Spataro e tutto il suo bislacco entourage. E’ davvero ridicolo il modo in cui questo processo prosegue.

Tutto viene fatto in tempi strettissimi e in orari improbabili. Il tutto per tenere a tacere una situazione (folle) in cui si sono andati ad incastrare Giudici e Pm e dalla quale non sanno bene come uscirne.

Tra una quindicina di giorni il verdetto sull’attuazione della pena.

Il gesto di Nicoletta “è un modo per rivendicare la nostra lotta e farla conoscere dappertutto”.

Insieme continueremo a sostenere Nicoletta e le sue scelte, che sono le nostre perché, come lei stessa ha aggiunto: “Il segno della nostra resistenza è una speranza e un esempio per tanti. Noi l’abbiamo detto: questi tribunali ci condannano, ma la storia ci assolverà”

Avanti #notav!

da http://www.notav.info

Fonte

27/11/2016

C’è chi dice NO. Migliaia al corteo di Roma


Migliaia di persone (diecimila nel corteo, altrettante in attesa a Piazza del popolo) hanno manifestato oggi pomeriggio a Roma rispondendo all'appello "C'è chi dice NO" ad una settimana dal referendum sulla controriforma costituzionale del 4 dicembre.

Un corteo con una composizione sociale caratterizzata soprattutto da giovani e immigrati, è partito da Piazza della Repubblica e percorrendo via del Muro Torto (un percorso anomalo rispetto alle manifestazioni) è arrivato in Piazza del Popolo dove era attesa da molti che hanno preferito andare direttamente nella piazza conclusiva. Dal palco sono intervenute diverse realtà territoriali impegnate nel No al referendum e nella difesa dei territori, in primo luogo il movimento No Tav. Applauditi gli interventi di Nicoletta Dosio, storica militante No Tav sulla quale incombe la minaccia del carcere, e Luigi De Magistris. A seguire lo spettacolo animato da numerosi musicisti che si sono schierati per il No.

Inizia adesso una settimana decisiva, l'ultima, per convincere la gente a votare NO e stoppare il pericoloso referendum/plebiscito voluto da Renzi per attuare quella governance autoritaria richiesta dall'Unione Europea, dalle banche e dalle multinazionali. Chi sia NO per poter riaprire la sfida del cambiamento sociale del paese.

Fonte e foto

03/11/2016

Torino, arrestata Nicoletta Dosio

Questa mattina a Torino si sta svolgendo l’udienza del processo d’appello per i fatti del 27 giugno e del 3 luglio del 2011.

La storica attivista e portavoce del Movimento No Tav, Nicoletta Dosio, alla quale nei mesi scorsi era stato notificato prima l’obbligo di firma e poi l'obbligo di dimora e poi imposti gli arresti domiciliari alla Credenza di Bussoleno, stava partecipando al presidio, in solidarietà con gli attivisti processati e per ribadire una volta di più il proprio rifiuto di misure repressive e cautelari che hanno un significato esclusivamente politico.

«Continuo la mia consapevole, condivisa, felice evasione contro provvedimenti preventivi che sono più che mai strumento di intimidazione, tentativo di minare una lotta giusta e collettiva, per questo irriducibile» ha spiegato l'ex insegnante in un volantino letto e distribuito al presidio nel quale definisce la sua evasione «una nuova tappa della lunga resistenza collettiva praticata dal movimento No Tav contro gli interessi del partito trasversale degli affari». «La palese difficoltà del tribunale di Torino di applicare quella che chiamano ‘l’obbligatorietà dell’azione penale’ di fronte al mio pubblico e rivendicato ‘reato’ di evasione – ha aggiunto Nicoletta Dosio – è il maggior riconoscimento della forza di popolo che mi sostiene e insieme un messaggio attivo di fiducia e incoraggiamento per quanto subiscono arbitrii giudiziari che sembrano incontrastabili».

Dopo essere stata a Roma ed in altre città d'Italia per partecipare ad iniziative di informazione sulla lotta del movimento No Tav e non solo, durante la notte tra sabato e domenica scorsi Dosio aveva partecipato ad una "passeggiata notturna" nei boschi della Valsusa e alla successiva battitura delle recinzioni del cantiere/fortino di Chiomonte.

Stamattina, quando Nicoletta Dosio ha deciso di entrare nel tribunale per assistere al dibattimento, una volta superato il primo cancello è stata fermata da alcuni Carabinieri e portata in un ufficio di polizia all’interno del tribunale. Quando Nicoletta Dosio è stata spinta dai militari e da alcuni agenti della Digos all’interno di un’automobile allo scopo di condurla in questura – l'accusa ovviamente è "evasione dagli arresti domiciliari" – un centinaio di persone tra attivisti No Tav e solidali che protestavano in quel momento hanno manifestato la loro rabbia e si sono registrati alcuni momenti di tensione con le forze dell’ordine presenti in gran numero davanti al Tribunale di Torino ed in tenuta antisommossa. Al momento dell'arresto Nicoletta Dosio ha alzato il pugno gridando "vittoria" e "libertà".

La storica attivista del movimento che si oppone alla linea ferroviaria ad Alta Velocità Torino-Lione è indagata per una manifestazione in Valle di Susa svoltasi il 28 giugno 2015, quando un gruppo di dimostranti prese di mira per l’ennesima volta le recinzioni del cantiere di Chiomonte.

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