Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/06/2020

La necessità dell’amnistia sociale

Sono quasi 54mila le persone private della libertà che affollano le carceri italiane. 54mila persone costrette a spartire celle già anguste con migliaia di persone in più rispetto alla loro capienza regolamentare, determinando un sovraffollamento che impone una forzata prossimità e che annulla di fatto il rispetto di quella dignità umana che di diritto dovrebbe competere a chiunque.

In questi giorni in cui un’emergenza sanitaria ci impone il confronto con la vulnerabilità dei nostri corpi, dopo aver vissuto le nostre abitazioni come luoghi di reclusione forzosi, non possiamo non rimettere al centro di un ragionamento politico all’altezza della fase chi vive una vulnerabilità e una reclusione più assoluta e disperante: quella di decine di migliaia di persone il cui diritto alla incolumità e alla salute è stato negato, salvo qualche debole misura scarcerativa applicabile solo ad un numero esiguo di reclusi, dal decreto “Cura Italia”.

Ma se ieri si è voluta ignorare l’urgenza delle problematiche carcerarie, l’emergenza di oggi rende indifferibile la necessità di una soluzione.

Se guardiamo dentro questi luoghi reietti con occhi liberi dall’istigazione giustizialista di chi ha avuto interesse a trasformare le problematiche sociali in questioni di ordine pubblico, quello che vediamo è una popolazione socialmente ben definita: a riempire le celle sono i poveri, i marginali, i tossicodipendenti, gli stranieri, i senza fissa dimora, gli attivisti politici che contestano un modello politico ed economico che produce e alimenta iniquità sociale e che autorizza il saccheggio finanziario di beni pubblici e territori.

La composizione sociale della popolazione detenuta ci rende immediatamente manifesta quale sia la funzione oggi affidata al carcere: disciplinare la povertà, contenere la marginalità e ammutolire il dissenso.

Al depauperamento progressivo delle risorse destinate al welfare state, alla crisi finanziaria dell’ultimo ventennio, al conseguente aumento dei cittadini privi di un reddito sicuro, o almeno dignitoso, e delle lotte sociali a questi processi collegate, il carcere è diventata la risposta privilegiata, la principale agenzia deputata al contenimento del disagio sociale e delle difficoltà economiche: laddove non arriva la tutela pubblica interviene la cella.

Sempre più, anche (ma ovviamente non solo) con l’utilizzo di strumenti quali l’Alta Sorveglianza o il regime di 41 bis, il carcere è pensato come un contenitore separato dalla società ed opaco, nel quale gettare tutto ciò che è scomodo, non gradito o non confacente al modello della società del “decoro”, la nuova parola d’ordine che ha informato i decreti sicurezza degli ultimi vent’anni.

La funzione della prigione come reclusorio sociale spiega la relazione apparentemente paradossale tra la costante diminuzione dei reati negli ultimi vent’anni e il costante aumento della popolazione reclusa. Nello scegliere selettivamente la propria utenza, il carcere svela dunque la verità della propria funzione: non un luogo destinato alla rieducazione e alla risocializzazione del condannato, come vorrebbe un alibi formale che non regge più e la cui legittimità è sempre stata e resta discutibile, ma un non luogo sordido, spesso fatiscente, nella cui miseria materiale stipare il disagio e reprimere il dissenso.

Negli ultimi mesi questi non luoghi derelitti sono stati lo scenario di episodi balzati alle cronache dei media ma non all’attenzione del governo. Il diffondersi del panico tra i reclusi a seguito delle allarmanti notizie relativi alla pandemia da Covid-19 e le ulteriori restrizioni imposte ai detenuti, hanno portato ad una serie di rivolte che hanno investito le prigioni di tutto il Paese.

I morti, i feriti, i trasferiti (di molti dei quali neppure le famiglie, dopo diversi giorni, hanno potuto avere notizie) causati da queste sommosse e le relative ritorsioni contro i detenuti individuati come rivoltosi, ci urlano che non si può più attendere, e che è ormai indifferibile una decisione che serva realmente a svuotare la carceri – senza dimenticare le strutture detentive per stranieri (CPR) – e sia l’inizio di una seria e rinnovata discussione sulla finalità della pena e sul senso che il carcere può avere nella attuale società.

È allora giunto il momento non solo di parlare di un provvedimento di amnistia ma di adottarlo, e di farlo subito. Un provvedimento che vada al di là del ridottissimo effetto dei recenti interventi emergenziali, e che consenta di guardare con lucidità, oggi, in tempo di pandemia sanitaria, alla pandemia penalistica che ha fagocitato la giustizia italiana negli ultimi decenni, spostando nelle carceri gli effetti della crisi economica e della incapacità della politica di farsi anche mediazione.

Effetti, non da ultimo, che l’emergenza sanitaria di oggi, con le gravissime ripercussioni che avrà nel breve e nel lungo periodo sull’economia generale del nostro Paese, ricadranno su una fascia sempre più ampia di soggetti sociali, destinati ad ingrossare le fila già affollate degli indigenti.

Per questo riteniamo che un urgente provvedimento di amnistia riguardi tutti: nell’immediato oggi chi rischia di morire in cella e nel prossimo domani chi rischia di ritrovarsi in carcere come unica risposta ai problemi sociali che questa ennesima crisi è destinata ad inasprire.

È necessario mettere in campo un’iniziativa politica, culturale e sociale per contrastare quel clima di “panico morale” seminato per giustificare le logiche giustizialiste e manettare che hanno prodotto l’attuale ipertrofia penitenziaria e la penalizzazione del conflitto sociale; per contrastare il “populismo penale” che si ripromette, senza andare troppo per il sottile, di risolvere i problemi sociali del neoliberismo a colpi di codice penale, lasciando però irrisolte le contraddizioni che produce.

Quello stesso populismo che confida ciecamente nello stato e nei suoi apparati e che nega ogni forma di garantismo, considerato un inutile orpello politically correct quando si tratta di applicarlo ai soggetti più deboli ma la cui legittimità viene poi invocata quando serve ad assicurare impunità ai soggetti più forti.

Così, infatti, i decreti sicurezza Minniti/Salvini (poi diventati legge) hanno prodotto dettami pervasi da una logica emergenziale, cuciti su misura delle diverse dinamiche sociali. Ci sono normative specifiche per i migranti; ci sono quelle per gli scioperanti; ci sono quelle per chi occupa le case o gli spazi sociali; ci sono quelle per chi va allo stadio; ci sono quelle per chi manifesta nelle strade e nelle piazze; ci sono quelle per chi critica con parole e scritti le azioni dei governi e delle classi dirigenti.

Se non vogliamo lasciare le sfide che ci aspettano nell’immediato futuro alla politica della repressione e della punizione occorre l’intervento di una cultura capace di raccoglierle e di rilanciarle in un nuovo paradigma sociale di cui la richiesta di amnistia può farsi punto di partenza.

Rete cittadina Stop Decreti Sicurezza
Associazione Bianca Guidetti Serra
Associazione di Mutuo Soccorso per il diritto di espressione
Associazione Primo Moroni
Circolo Anarchico Berneri
Làbas
Laboratorio Crash
Laboratorio Smaschieramenti
Noi Restiamo
Potere al Popolo – Bologna e Provincia
Rete bolognese di iniziativa anticarceraria
Rete dei Comunisti
S.I.Cobas
TPO
USB – Federazione del Sociale
VAG61
XM24

Fonte

12/01/2020

La lotta in carcere di Nicoletta Dosio

“Salumi e formaggi tagliati a fettine sottili dello spessore massimo di due millimetri confezionate in fettine non sovrapposte… fettine di carne cotta sottili max 0,5 cm non panate… niente banane e arance… frutta secca solo sgusciata e confezionata ma solo noci nocciole e mandorle...”

Sono alcune delle tante prescrizioni in vigore nelle carceri italiane, in questo caso per chi vuol far avere cibo a detenuti che non possano mangiare quello fornito dallo stato.

Nicoletta Dosio ha 73 anni ed è vegetariana, dal 31 dicembre è reclusa alle Vallette di Torino e tra tutte le difficoltà e i problemi di un carcerato ha dovuto anche affrontare quello di come nutrirsi rispettando i propri principi e la propria salute. Nicoletta stessa sarebbe la prima a dire che c’è ben altro di cui discutere sulle carceri italiane, tuttavia a volte sono le privazioni più piccole che ci fanno capire quanto siano pesanti le più grandi.

In Italia ci sono 60.000 carcerati per 47.000 posti carcere, questo vuol dire che 13.000 reclusi non hanno luogo dove stare e devono occupare ed affollare spazi e servizi fondamentali di altri.

I detenuti negli ultimi due anni hanno ripreso a crescere, mentre i delitti più gravi sono tutti diminuiti, tranne gli omicidi sul lavoro, per i quali nessuno è in carcere oggi, e la violenza familiare sulle donne, che però non ha un corrispondente incremento di reclusioni. Questo vuol dire semplicemente che la “giustizia” è più dura con chi venne condannato, ma chi viene condannato? Soprattutto i poveri.

Tutto questo lo dicono le statistiche ufficiali, che aggiungono che un terzo dei detenuti sono migranti. Questo non vuol dire affatto che abbia ragione Salvini, ma al contrario che c’è una vasta persecuzione repressiva e giudiziaria per chi non sia tutelato dalla cittadinanza. Negli USA gli afroamericani affollano le carceri in misura ben maggiore di quanto compongano la popolazione libera; ma solo razzisti e reazionari affermano che sia colpa della maggiore propensione a delinquere di chi ha la pelle nera. Se una minoranza è sovra rappresentata in carcere, vuol dire che il sistema la perseguita e le leggi di Minniti e Salvini sono lì a spiegarlo.

Il carcere non dovrebbe essere una vendetta, ma una punizione scontata la quale si dovrebbe avere il diritto e le possibilità di tornare a pieno tutolo nella società. Invece sempre le statistiche ci dicono che il 97% di coloro che entrano in carcere ci sono già stati, cioè il carcere in Italia non ha educato e redento nessuno.

Il circuito del carcere è come la trappola della precarietà sul lavoro, se ci si entra è difficilissimo uscirne. Più di 1000 reclusi ogni anno cercano di uscire da questo circuito tentando il suicidio, più di 50 ci riescono. Oltre 10.000 recluse e reclusi, uno su sei, si infliggono ferite perché non reggono le condizioni delle nostre carceri.

La popolazione carceraria italiana è oggi fatta di poveri, emarginati, esclusi e di ribelli all’ordine esistente, come in una prigione del 1800. E anche le condizioni carcerarie sono sempre più quelle di un’altra epoca.

Qualche giovane ingenuo e generoso compagno, dopo l’arresto di Nicoletta Dosio mi ha chiesto quale indirizzo email e quali social avesse in carcere per scriverle. Siamo così abituati ad avere internet nelle nostre vite che non riusciamo a concepire più una relazione sociale senza di essa. In carcere internet in tutte le sue forme non è permesso e neppure telefonare si può. Si scrivono e si ricevono lettere di carta sottoposte a controllo.

Insomma il carcere è il carcere e quello italiano è al di sotto dei livelli di giustizia e civiltà che normalmente si proclamano. La civiltà di un paese si misura dalle sue carceri, disse per primo Voltaire, oggi possiamo dire che da noi il degrado del sistema pubblico e quello delle carceri vanno di pari passo.

Così come si distruggono servizi e diritti sociali, così la prigione torna ad essere il luogo ove la società cancella la questione sociale e la trasforma in ordine pubblico e detenzione.

“Non vorrete che si spendano soldi per le carceri quando non li abbiamo per gli ospedali”, urlano i reazionari.

“Noi vorremmo spendere più soldi per carceri ed ospedali ma i conti pubblici non lo permettono”, affermano i liberali.

E alla fine con entrambi in galera c’è sempre più gente, in condizioni sempre peggiori.

Nicoletta Dosio era consapevole di tutto questo quando ha deciso di rifiutare le misure alternative e di affrontare il carcere. Perché un sistema che condanna lei e altri undici NOTAV a complessivi diciotto anni di reclusione per aver tenuto 30 minuti le sbarre alzate dell’autostrada, facendo passare gratis gli automobilisti, un sistema, che con un danno complessivo accertato di 700 euro, commina un anno di pena ogni 37 euro di mancati incassi autostradali, è un sistema che sempre più scivola verso lo stato di polizia. E gli stati di polizia sono ingiusti e feroci non solo nelle condanne, ma anche nelle condizioni nelle quali i condannati devono espiarle.

Per questo Nicoletta Dosio ha detto no agli appelli, pur in ottima fede, affinché le sia concessa la grazia. Perché non considera il suo un caso individuale, ma la punta ed il risultato di un processo politico contro tutto il movimento NOTAV. E perché c’è troppa gente condannata per reati che in fondo sono solo un aspetto della questione sociale.

E infine perché tutto il sistema carcerario italiano oggi sta sprofondando nell’inciviltà. Mentre c’è già chi propone come soluzione conclusiva la privatizzazione delle carceri, come è già avvenuto per i servizi sociali e le autostrade; e come e già negli Stati Uniti.

Nicoletta ha invece proposto che ci si mobiliti per una amnistia sociale che liberi dalla reclusione chi è stato condannato per aver lottato o anche solo per aver reagito illegalmente a povertà ed emarginazione. Bisogna costruire una grande mobilitazione democratica, che chieda l’abrogazione dei decreti e delle leggi liberticide assieme alla ricostruzione di un sistema carcerario civile, corrispondente alla ricchezza reale del paese. Ma questa ricchezza è in poche mani si dirà, appunto, una ragione ed uno scopo in più per redistribuirla.

La lotta di libertà di Nicoletta Dosio va avanti in carcere.

Fonte

21/01/2019

La battaglia per l’amnistia, nella buia Italia del XXI Secolo

Il problema delle iniziative che intendiamo mettere in campo sull’amnistia è capire con che cosa abbiamo a che fare oggi sul piano del modello repressivo e come affrontarlo.

Innanzitutto, a differenza degli anni ’70 – e se volete anche del ventennio fascista – non è più un modello repressivo/redistributivo, oggi insomma c’è poca o niente carota da distribuire e tanto bastone. Le classi dominanti non vogliono redistribuire niente, al contrario concepiscono l’impoverimento e le disuguaglianze come una necessità per l’accumulazione delle risorse nei settori economici più integrati nel mercato, per sopravvivere dentro la crisi e la competizione globale. Siamo in presenza di un processo di concentrazione e centralizzazione brutale delle ricchezze, ispirato apertamente dalle classi dominanti che hanno dato vita all’Unione Europea come strumento nella competizione globale in corso.

Queste classi dominanti non hanno più la preoccupazione di contrastare un movimento operaio e sociale emergente che rivendica spazio politico e potere, al contrario è un modello repressivo che si abbatte contro chi si oppone ma in una fase di fortissimo arretramento dei conflitti sociali e sindacali.

Alcuni economisti registravano pochi anni fa come il livello di disuguaglianza della ricchezza nel nostro paese, sia tornata ai livelli del 1881.

In tal senso il modello Minniti prima ed oggi quello di Salvini, somigliano in molti aspetti più al modello autoritario sabaudo (quello della monarchia dei Savoia che impose la spoliazione del resto del paese per favorire l’accumulazione capitalistica nel Nord) piuttosto che al ventennio fascista. Diciamo che in esso c’è più il codice penale di Zanardelli (1889-1930) che il Codice penale fascista di Rocco. E la monarchia oggi non è quella sabauda ma quella europea, una sorta di “sovrano” invisibile che agisce con una governance multilivello (europea, nazionale, locale) e con un potere coercitivo che non ammette scostamenti, né in Grecia nel 2015, né in Italia nel 2018.

Di fatto agiamo sul piano politico, sindacale, sociale avendo ormai di fronte uno Stato “de-costituzionalizzato” non solo sulle materie strategiche in campo economico e sociale ma anche nel campo delle garanzie democratiche, delle libertà politiche, dello “spirito del tempo” e dell’ipoteca che questo clima esercita nelle decisioni dei tribunali, della magistratura e degli organi di polizia.

Ci troviamo a fare i conti con un sempre più palese modello politico autoritario di società, in cui i diritti di proprietà e quelli di impresa prevalgono brutalmente sui diritti costituzionali all’abitare, al lavoro, alla salute, alla dignità, colpendo preventivamente e repressivamente chi ritiene che l’ordine di tali priorità vada rovesciato e quindi oppone resistenza.

Gli articoli del Decreto Sicurezza che introducono pesanti pene per i blocchi stradali e l’occupazione di edifici sono perfettamente coerenti con questa logica, mentre il carattere razzista degli articoli del Decreto hanno a che fare con quella che possiamo definire come l’eliminazione della forza lavoro in eccesso rispetto alle esigenze della competizione, un inizio di distruzione di capacità produttive – in questo caso gli immigrati poi toccherà a quote di popolazione in esubero – non più funzionali ad un sistema produttivo che ha sempre meno bisogno di lavoratori e sempre più di lavoro servile e schiavistico.

L’Italia emersa in questi anni di restaurazione autoritaria sul piano sociale, giuridico, politico si va conformando poi come una vera e propria vendetta “di classe” contro ciò che rappresentano lavoratori e classi popolari, intellettuali progressisti e attivisti politico/sociali.

Sta in questo l’atteggiamento vendicativo dello Stato contro i protagonisti sopravvissuti alla guerra di bassa intensità scatenata alla fine degli anni Sessanta contro il movimento operaio e le forze della sinistra, sia riformista che rivoluzionaria. La gestione della vicenda Battisti ha reso evidente, per ora solo a piccole minoranze, questa filosofia della vendetta e dell’accanimento. Il mantenimento del 41 bis nelle carceri contro i pochi detenuti politici ancora in prigione ne è la dimostrazione concreta.

Su questo c’è da fare una difficilissima battaglia di memoria e giustizia storica che ricostruisca pienamente il contesto degli anni della guerra di bassa intensità, ne riconosca l’interezza e la legittimità politica dei soggetti coinvolti. Ci avevamo provato negli anni ’80, ma senza risultati, per responsabilità dell’avversario ma anche per le divisioni nel nostro campo. Una battaglia di verità storica in cui, ad esempio, non è possibile prescindere dal contesto internazionale in cui quella guerra si è combattuta. Con un mondo diviso e in conflitto con la guerra fredda, l’Europa euromediterranea in mano alle dittature militari e un settore della classe dominante che ha convertito la guerra fredda contro l’Urss in una guerra contro “il nemico interno” in Italia.

L’unico che ha avuto il coraggio di approssimarsi a questa visione è stato l’uomo di Stato che pure ha combattuto con maggiore ferocia e spregiudicatezza quella guerra: Cossiga. Il resto della classe politica – di destra o di sinistra – è stata muta o rabbiosa, pronta a prendere la parola solo per invocare vendetta e accanimento. Il partito della fermezza, di cui pure Cossiga faceva parte, ha continuato negli anni ad agire in nome della vendetta impedendo qualsiasi soluzione politica al conflitto. La nuova classe politica poi ha uno spessore storico e culturale infinitesimale, motivo per cui si è arruolata quasi automaticamente in questa campagna forcaiola.

Questa logica di guerra oggi viene evocata e applicata contro i poveri e ad essa sono state conformate le nuove leggi in materia di ordine pubblico, decoro urbano, immigrazione. Le scene che abbiamo visto questa estate ne sono la conferma più brutale. Da un lato la destra ha perso i freni inibitori e lascia in libertà gli spiriti animali di un insopportabile razzismo, dall’altro c’è chi ha fatto proprio il comportamento delle “tre scimmie” – non vedo, non sento, non ne parlo – accettando di convivere con quanto sta avvenendo ai migranti in mezzo al mare o sull’altra sponda del Mediterraneo, dove tra l’altro stiamo vedendo in azione il colonialismo del XXI Secolo con i soldati e le multinazionali europee che si consolidano in Africa con il pretesto di “aiutarli a casa loro”. Una azione di cui, se non agiremo per tempo e con forza, dovremo sentire vergogna per le generazioni a venire.

Una campagna per l’amnistia oggi

Il problema con cui dobbiamo misurarci è fare in modo che tale modello politico-repressivo di uno stato ormai de-costituzionalizzato venga contrastato e se possibile costretto alla ritirata. Con le iniziative che stiamo discutendo vogliamo discutere il come mettere in campo un percorso inclusivo ed efficace a tale scopo.

Non possiamo nasconderci che proprio mentre “la notte si fa più buia”, abbiamo l’ambizione di volerci opporre a questa situazione, a cominciare dalla denuncia del carattere anticostituzionale del Decreto Sicurezza di cui va chiesta l’abrogazione, l’abolizione del 41bis e dell’ergastolo, per finire con la richiesta di una amnistia per i reati commessi durante le lotte e le manifestazioni in difesa della giustizia sociale.

Dal 2011, l’anno in cui è diventato operativo il “pilota automatico” cioè il commissariamento della Bce e delle istituzioni europee sul nostro paese, il numero di attivisti sociali, sindacali, politici, lavoratori, occupanti di case colpiti da provvedimenti repressivi, ha subito una impressionante escalation.

L’Osservatorio contro la repressione ha reso noti i dati tra il 2011 e la prima metà del 2017.

In manifestazioni, picchetti, resistenza a sfratti e sgomberi, azioni di protesta, blocchi stradali, ci sono stati 852 arresti; 15.602 denunce; 385 fogli di via; 221 decreti di sorveglianza speciale; 139 obblighi di firma; 71 obblighi di dimora. Sui decreti di condanna penale, praticamente senza processo, i dati della sola prima metà del 2017 parlano di 46 attivisti condannati. Tra gli attivisti colpiti troviamo soprattutto molti disoccupati organizzati napoletani, attivisti del movimento No Tav, lavoratori dei servizi e della logistica, occupanti di case, attivisti No Border, attivisti del No Muos e antimilitaristi sardi.

Il 2018 ha aggiunto a questi numeri altre denunce. I lavoratori della logistica sono stati denunciati addirittura per “sabotaggio industriale”. Solo a Roma – per fare un esempio recentissimo – ne sono arrivate una settantina per gli studenti del Virgilio che avevano occupato la scuola e una quarantina per una manifestazione popolare e antifascista a Tiburtino III in cui l’unico sangue che si è visto è quando i fascisti – assediati e presi dal panico – si sono menati tra loro.

Si tratta di un carico penale enorme accumulatosi sulle spalle di migliaia di attivisti che sta diventando una ipoteca pesantissima sulla agibilità politica e le libertà democratiche nel nostro paese. Con il nuovo Decreto Sicurezza e la pesante criminalizzazione di forme di lotta come i blocchi stradali e le occupazioni di edifici, questo carico è destinato a farsi assai più pesante.

Il problema di una amnistia per i reati connessi e commessi nell’esercizio di conflitti politici, sindacali, sociali va messa all’ordine del giorno.

Come è stato scritto anche dal costituzionalista Paolo Maddalena in occasione degli sgomberi delle case occupate a Roma, i diritti sociali costituzionali sono prevalenti rispetto agli interessi privati, ma solo questi ultimi hanno creato a propria tutela una legalità che si vuole imporre con ogni mezzo. Minniti prima e Salvini poi hanno ribadito questa linea come quella che conformerà il rapporto tra esigenze/lotte sociali e le leggi dello Stato in questa fase.

Questa contraddizione tra la legalità del diritto della proprietà privata, dell’impresa e della circolazione delle merci che invoca l’ordine pubblico contro le esigenze naturali – addirittura previste dalla Costituzione – di giustizia sociale contro cui vanno a impattare quasi quotidianamente, merita di diventare una battaglia generale, politica, ideologica, culturale e diffusa nei sindacati, nelle organizzazioni sociali e tra i residui di un mondo democratico oggi intimidito e disorientato dalla brutalità dei tempi.

Fonte

25/09/2017

Il modello repressivo di Minniti, più “sabaudo” che fascista

Relazione introduttiva al convegno di Eurostop a Bologna “Stop Minniti: Ordine pubblico o giustizia sociale?

A maggio di quest’anno Eurostop proprio da Bologna, ha lanciato un appello contro la repressione e per la difesa delle libertà democratiche, un appello che ha raccolto in pochi giorni decine di adesioni di giuristi, sindacalisti, accademici, attivisti sociali e politici.

In questi mesi, i fatti si sono incaricati di confermare l’allarme contenuto in quell’appello e l’urgenza di sbarrare la strada a misure che stanno configurando nel nostro paese uno stato di polizia. Il modello Minniti questo sta realizzando.

Abbiamo scelto di fare questo convegno proprio a Bologna il 23 settembre, non solo perché da qui è partito l’appello di maggio, ma perché in questa città esattamente quaranta anni fa si svolse il “convegno contro la repressione” organizzato dal movimento del ’77.

Quel convegno fu anticipato da un dibattito dentro il movimento sul pericolo della “germanizzazione”, ossia un modello che coniugava repressione e redistribuzione tramite il welfare, caratteristico delle socialdemocrazie europee.

A Bologna dunque, quel modello trovava la sua conferma: da un lato il modello emiliano del Pci attento ad assicurare servizi, welfare, pace sociale e dall’altro, dentro questo modello, si videro un manifestante ucciso dai carabinieri, i carri armati nelle strade, centinaia di arresti e il ministro degli Interni (quel Cossiga che in una foto abbraccia quasi paternamente il suo erede Minniti) pianificare il fatto che a quel movimento bisognava spezzare le reni, con ogni mezzo.

Ma perché scatenare una repressione frontale, anche sul piano ideologico e culturale, contro il movimento del ’77? Perché in qualche modo esso intuì il modello sociale che si voleva imporre al nostro paese fondato sulla precarietà, la flessibilità e la restaurazione del comando capitalistico nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro. La repressione contro il movimento fu il presupposto per l’azzeramento materiale ed ideologico delle conquiste politiche e sociali del movimento operaio e democratico dal dopoguerra fino agli anni ’70 di cui la sconfitta alla Fiat nel 1980, preceduta dai blitz di Dalla Chiesa e della magistratura, fu lo snodo strategico che ha cambiato un'intera fase storica.

Ma in questo convegno non vogliamo parlare di storia e di quaranta anni fa, lo faranno alcuni interventi di storici bolognesi come Sassi e Gattei, perché avere memoria delle cose serve a lottare meglio oggi.

Il problema è capire con cosa abbiamo a che fare oggi sul piano del modello repressivo e come affrontarlo. Innanzitutto, a differenza degli anni ’70 – e se volete anche del ventennio fascista – non è più un modello repressivo/redistributivo, oggi insomma c’è poca o niente carota e tanto bastone. Le classi dominanti oggi non hanno e non vogliono redistribuire niente, al contrario concepiscono l’impoverimento e le disuguaglianze come una necessità per l’accumulazione delle risorse nei settori economici più integrati nel mercato, per sopravvivere dentro la crisi e la competizione globale. Siamo in presenza di un processo di concentrazione e centralizzazione brutale delle ricchezze ispirato apertamente dalle classi dominanti che hanno dato vita all’Unione Europea.

Queste classi dominanti non hanno più la preoccupazione di contrastare un movimento operaio e sociale emergente che rivendica spazio politico e potere, al contrario è un modello repressivo che si abbatte contro chi si oppone ma in una fase di fortissimo arretramento dei conflitti sociali e sindacali.

L’economista Geminello Alvi alcuni anni fa, diceva che il livello di disuguaglianza della ricchezza nel nostro paese, era tornata ai livelli del 1881. In tal senso il modello Minniti somiglia in molti aspetti più al modello autoritario sabaudo (quello della monarchia dei Savoia che impose la spoliazione del resto del paese per favorire l’accumulazione capitalistica nel Nord) piuttosto che al ventennio fascista. Diciamo che in esso c’è più il codice penale di Zanardelli (1889-1930) che il Codice penale fascista di Rocco. E la monarchia oggi non è quella sabauda ma quella europea.

Abbiamo di fronte un sempre più palese modello politico autoritario di società in cui i diritti di proprietà e quelli di impresa prevalgono brutalmente sui diritti costituzionali all’abitare, al lavoro, alla salute, alla dignità, colpendo preventivamente e repressivamente chi ritiene che l’ordine di tali priorità vada rovesciato e quindi oppone resistenza. L’Italia emersa in questi anni di restaurazione autoritaria sul piano sociale, giuridico, politico si va conformando come una vera e propria vendetta “di classe” contro ciò che rappresentano lavoratori e classi popolari, intellettuali progressisti e attivisti politico/sociali.

Il problema con cui dobbiamo misurarci è fare in modo che tale modello politico-repressivo venga contrastato e se possibile costretto alla ritirata. Con questo convegno vogliamo discutere il come mettere in campo un percorso inclusivo ed efficace a tale scopo.

A questa logica di guerra contro i poveri sono state conformate le nuove leggi in materia di ordine pubblico, decoro urbano, immigrazione. Le scene che abbiamo visto questa estate ne sono la conferma più brutale. E fino ad adesso dobbiamo solo alla vergogna delle “tre scimmie” – non vedo, non sento, non ne parlo – il fatto che non si abbia consapevolezza di quanto sta avvenendo ai migranti sull’altra sponda del Mediterraneo, dove tra l’altro ben presto vedremo in azione il colonialismo del XXI Secolo con i soldati e le multinazionali europee che si stabiliranno in Africa con il pretesto di “aiutarli a casa loro”. Una situazione per cui, se non agiremo per tempo e con forza, dovremo provare vergogna per le generazioni a venire.

Abbiamo l’ambizione di volerci opporre a questa situazione, a cominciare dalla denuncia del carattere anticostituzionale delle Leggi Minniti di cui chiediamo l’abrogazione, per finire con la richiesta di una amnistia per i reati commessi durante le lotte e le manifestazioni in difesa della giustizia sociale.

Dal 2011, l’anno in cui è diventato operativo il “pilota automatico” cioè il commissariamento della Bce e delle istituzioni europee sul nostro paese, il numero di attivisti sociali, sindacali, politici, lavoratori, occupanti di case colpiti da provvedimenti repressivi, ha subito una impressionante escalation.

Questi sono i dati tra il 2011 e la prima metà del 2017:

in manifestazioni, picchetti, resistenza a sfratti e sgomberi, azioni di protesta, blocchi stradali, ci sono stati 852 arresti; 15.602 denunce; 385 fogli di via; 221 decreti di sorveglianza speciale; 139 obblighi di firma; 71 obblighi di dimora. Sui decreti di condanna penale, praticamente senza processo, i dati della sola prima metà del 2017 parlano di 46 attivisti condannati. Tra gli attivisti colpiti troviamo soprattutto molti disoccupati organizzati napoletani, attivisti del movimento No Tav, lavoratori dei servizi e della logistica, occupanti di case, attivisti No Border, attivisti del No Muos e antimilitaristi sardi.

Si tratta di un carico penale enorme accumulatosi sulle spalle di migliaia di attivisti che sta diventando un'ipoteca pesantissima sulla agibilità politica e le libertà democratiche nel nostro paese. Il problema di una amnistia per i reati connessi e commessi nell’esercizio di conflitti politici, sindacali, sociali va messo all’ordine del giorno.

Come è stato scritto anche di recente dal costituzionalista Paolo Maddalena in occasione degli sgomberi delle case occupate a Roma, i diritti sociali costituzionali sono prevalenti rispetto agli interessi privati, ma solo questi ultimi hanno creato a propria tutela una legalità che si vuole imporre con ogni mezzo. Minniti ha ribadito questa linea anche in una recente conferenza stampa.

Questa contraddizione tra la legalità che invoca l’ordine pubblico e le esigenze naturali – addirittura previste dalla Costituzione – di giustizia sociale contro cui si va ad impattare quasi quotidianamente, merita di diventare una battaglia generale, politica, ideologica, culturale e diffusa nei sindacati e nelle organizzazioni sociali.

Quindi cominciamo a confrontarci su come agire nel paese gli obiettivi dell’amnistia per i reati sociali, l’abrogazione delle Leggi Minniti-Orlando, le dimissioni dell’uomo forte del dispotismo europeo in Italia, cioè il ministro Minniti.

Bologna, 23 settembre 2017

Fonte

24/09/2017

Stop a Minniti e amnistia sociale. Il convegno di Bologna



Ieri a Bologna si è tenuto il convegno promosso da Eurostop per confrontarsi sulle azioni da mettere in campo per difendere l’agibilità politica e democratica nel nostro paese, minacciata dal modello repressivo incarnato dall’azione delle Leggi Minniti-Orlando. Le proposte emerse ruotano intorno all’obiettivo dell’amnistia per i reati commessi durante le lotte sociali e sindacali, l’abrogazione delle Leggi Minniti-Orlando, le dimissioni di Minniti.

Numerosi gli interventi (qui il VIDEO con tutti gli interventi, mentre la relazione introduttiva di Sergio Cararo la trovate anche nella rubrica dei documenti): gli storici Giorgio Gattei e Roberto Sassi, Italo Di Sabato (osservatorio contro la repressione), Giovanni Russo Spena (Prc), l’avv. Francesco Romeo, Giorgio Cremaschi, Ugo Boghetta, Danilo Ruggieri (Eurostop), Eugenia Tarini (Noi Restiamo), Guido Lutrario (Usb), Massimo Amore (Eurostop Napoli), Nicoletta Dosio (No Tav), Morgan (Collettivo Universitario Autonomo, Bo), l’avv. Marina Prosperi, prof. Vincenzo Ruggiero (università di Londra); Francesco Piccioni, una operaia della Verter, Dafne Anastasi.

Il comunicato finale del convegno di Bologna.

Il convegno di Bologna “Stop a Minniti. Ordine pubblico o giustizia sociale?”, intende concludere i propri lavori con alcune indicazioni di lavoro:

L’avvio di un percorso di iniziativa sull’obiettivo dell’amnistia sociale per i reati che vedono perseguiti centinaia di attivisti sociali, sindacali, politici in tutto il paese;

Attuare l’obiettivo della abrogazione delle leggi Minniti-Orlando e delle dimissioni del ministro Minniti perché oggi giustizia sociale e legalità sono diventate una contraddizione evidente e inaccettabile;

Su questi obiettivi intende lavorare ad una convergenza di forze ampia ed inclusiva, dando mandato per un incontro nel più breve tempo possibile e per dotarsi degli strumenti necessari per agire;

Il convegno di Bologna invierà una lettera di solidarietà ai cinque attivisti italiani ancora in carcere ad Amburgo per le manifestazioni contro il vertice del G7 di luglio

Infine invita tutte e tutti a discutere e convergere con la proposta di manifestazione nazionale che Eurostop intende mettere in campo per novembre sui temi prioritari del conflitto sociale e politico a livello nazionale ed europeo

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