Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/06/2026

Libia - Ancora detenuti gli attivisti del Convoy per Gaza. Sono in sciopero della fame

Sono detenuti in Libia ormai da 13 giorni, con pochissime informazioni chiare e nessuna possibilità di comunicare liberamente con le proprie famiglie.

Questo è il trattamento riservato dalle autorità libiche dell’ovest agli attivisti disarmati e pacifici che trasportavano aiuti umanitari destinati alla popolazione palestinese di Gaza negoziando un passaggio che, secondo quanto riportato, era stato precedentemente concordato con le autorità locali.

Tra loro ci sono medici, giornalisti, attivisti e attiviste impegnate in una missione umanitaria. Due di loro, Dina Alberizia e Domenico Centrone, sono italiani.

La loro detenzione è stata prorogata ancora.

Secondo il diritto internazionale si tratta di detenzione arbitraria. Alcune delle persone fermate hanno iniziato uno sciopero della fame per chiedere accesso legale, contatti con le famiglie e informazioni certe sulla propria situazione. Lo stato psicologico e di salute è in rapido deterioramento.

Nel silenzio quasi totale delle istituzioni e dell’informazione.

“Chiediamo ai governi coinvolti, compreso quello italiano, di pretendere accesso consolare immediato e il rilascio delle persone detenute” afferma in una nota la Global Sumud Flotilla.

Gli attivisti del Sumud Convoy detenuti illegalmente sono al sesto giorno di sciopero della fame e della sete (senza cibo né acqua) e le loro condizioni sono preoccupanti.

Da lunedì, i dieci attivisti detenuti a Bengasi stanno rifiutando il cibo, e molte anche l’acqua, per protestare contro una detenzione illegale prolungata, i maltrattamenti e il fatto di non avere accesso a un avvocato. Alcune sono state costrette a interrompere lo sciopero, ma molte continuano nonostante il peggioramento delle loro condizioni di salute.

Le loro vite sono in pericolo. Non hanno ricevuto alcuna assistenza medica e vengono trattenute in “black sites”, luoghi di detenzione segreti o sconosciuti.

“Chiediamo il loro rilascio immediato e abbiamo bisogno che vi mobilitiate subito” – scrive in un appello la Global Sumud Flotilla – “Chiamate. Pubblicate. Fate pressione sulle autorità. 
Condividete questo aggiornamento il più possibile”.

Fonte

31/01/2024

Il “caso Ilaria Salis” fuori dal diritto europeo

Lunedì 29 gennaio si è tenuta al tribunale di Budapest la prima udienza del processo a carico di Ilaria Salis, Tobias Edelhoff e Anna Christina Mehwald, a cui abbiamo assistito come osservatori internazionali per il Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia e per l’Associazione europea dei giuristi e delle giuriste per la democrazia e i diritti umani nel mondo.

Ilaria Salis, maestra e cittadina italiana detenuta in pessime condizioni dallo scorso 11 febbraio in un carcere di massima sicurezza, è stata tradotta in aula con i polsi e le caviglie bloccate da manette e con una sorta di guinzaglio che le cingeva la vita, impugnato da un’agente di polizia penitenziaria.

Gli imputati erano inoltre seduti lontano dai propri difensori e scortati da agenti in tuta mimetica e passamontagna nero che sono rimasti loro vicino per tutta la durata dell’udienza.

Tali circostanze – in netto contrasto con i principi e le tutele previste dal diritto comunitario – oltre a configurare un trattamento degradante e lesivo della dignità, pongono gravi problemi in merito alla possibile influenza sull’imparzialità di giudizio, sulla violazione del diritto di difesa e sulla presunzione di innocenza.

Il reato contestato a Salis è lesioni potenzialmente mortali a fronte di referti medici che attestano lesioni guarite in un lasso di tempo che va dai 5 agli 8 giorni.

La pena comminabile va da un minimo di 2 a un massimo di 24 anni, lasciando un eccessivo margine di discrezionalità al giudice. La competenza è, peraltro, affidata ad un giudice monocratico nonostante la pena irrogabile sia potenzialmente superiore ai 20 anni.

Inoltre, il giudice che deciderà la causa ha già avuto accesso e conosciuto tutti gli atti dell’accusa, ha già emesso una sentenza di colpevolezza nei confronti del coimputato Edelhoff ed ha rigettato la richiesta di quest’ultimo di sostituzione della misura con altra meno afflittiva, esprimendosi così anche sulla necessità che rimanga in carcere nonostante la pena irrogata sia bassa, 3 anni, di cui uno interamente già scontato.

Nel nostro ordinamento, il reato contestato a Salis non sarebbe perseguibile per assenza della condizione di procedibilità, mancando la querela delle persone offese.

In base alla pena irrogabile sarebbe di competenza collegiale e verrebbe deciso da giudici terzi e imparziali che non hanno accesso agli atti dell’accusa né possono essersi già pronunciati sulla colpevolezza di altri coimputati.

Il diritto di difesa di Salis è stato compromesso anche dal mancato accesso a tutto il materiale probatorio, non avendo avuto la possibilità di visionare i filmati indicati dall’accusa come prove né avendo avuto la disponibilità di tutti i documenti tradotti in lingua italiana.

Infine, fino ad oggi, è stata negata a Salis la possibilità di ottenere gli arresti domiciliari in Italia a fronte della sola esigenza cautelare del pericolo di fuga, non essendole contestato né il pericolo di inquinamento probatorio né quello di reiterazione del reato.

Tale circostanza risulta essere particolarmente allarmante tradendo, di fatto, una completa sfiducia nelle istituzioni italiane. La misura ben potrebbe essere eseguita con l’ausilio del c.d. braccialetto elettronico che offrirebbe le più ampie garanzie di controllo, scongiurando il pericolo cui la misura è sottesa.

Ci auguriamo che le autorità diplomatiche e il Governo siano in tempi rapidi in grado di porre fine alle violazioni riscontrate, ristabilendo le garanzie e il rispetto dei diritti che dovrebbero essere riconosciuti a ogni cittadino e a ogni cittadina italiana ed europea.

Fonte

28/03/2017

Il 25 marzo al Cie di Tor Cervara. Intervista a Nicoletta Dosio

Intervista a Nicoletta Dosio, del Movimento No Tav della Val Susa, realizzata da Radio Città Aperta. Foto di Patrizia Cortellessa.

Abbiamo in collegamento Nicoletta Dosio, attivista del movimento No tav. Ciao Nicoletta, buongiorno prima di tutto.

Ciao, buongiorno a tutti.

Vogliamo parlare della manifestazione di sabato a Roma, in occasione dei Trattati di Roma e, in particolare, di quello che è successo prima e durante la manifestazione alle porte della città, con diversi manifestanti che sono stati fermati prima di arrivare a Roma e ai quali è stato sostanzialmente impedito di unirsi al corteo. Ci racconti un po’ come è andata, che cosa è successo, visto che sei tra coloro che hanno raggiunto i fermati?

Sì, certo. Io sono partita al mattino con il treno, mentre un nutrito gruppo di No Tav, insieme a realtà anche torinesi erano partiti la sera prima, dopo l’assemblea che si era tenuta qui a Bussoleno, l’assemblea No Tav. Fin dalla partenza hanno visto come tutte le volte l’auto della Digos che li ha accompagnati fino a Roma, li ha seguiti. Prima di arrivare a Roma Nord li ha superati e li ha aspettati al casello, dove sono stati fermati insieme ad altri pullman che poi hanno ritrovato al centro di identificazione di Tor Cervara. Sono state perquisite le persone... Prima han chiesto i documenti, sembrava tutto risolto, li hanno messi nuovamente sui pullman e invece di lasciarli andare verso il raduno per la manifestazione pomeridiana – quella indetta da Eurostop e dalle realtà del No sociale – si sono visti deviare fuori in questa zona degradatissima, tra l’altro fuori Roma, in questo enorme edificio che è un Cie, centro di identificazione – lo saprete bene voi che lì ci abitate – per tutta quanta l’Italia centrale e meridionale. Quello che ho notato fin da subito era l’arroganza di chi li faceva scendere e li perquisiva. Tra l’altro è pure comparsa una foto – perché noi eravamo in contatto e quindi anche mi mandavano comunicazioni, mi raccontavano... – di uno di questi agenti che si è tirato su la manica e aveva un bel tatuaggio. Un tatuaggio costituito da un pugnale intorno al quale c’era scritto: “si vis pacem, para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra. Questo è il tipo di personale a cui è affidato l’ordine pubblico in questa nostra situazione; che è non solo di vera emergenza democratica, ma ormai direi di fascismo neanche più nascosto, sempre più evidente. Sono stati portati in questo centro in condizioni diverse, perché ad un anziano No Tav è stato trovato un coltellino, un Opinel, a cui tra l’altro aveva attaccato un fischietto all’Opinel. E sono gli strumenti che di solito ci si porta sul pullman perché le manifestazioni, i viaggi in pullman, sono anche un momento di socialità. Ci si porta da mangiare, si sta insieme, si condivide, come facciamo in valle, nella nostra vita, nei luoghi del presidio e via dicendo. Quindi questo coltellino, insieme a forchetta e cucchiaio, aveva questo significato, cioè quello di posata quotidiana per mangiare, per stare insieme. E questa è diventata un’arma particolarmente pericolosa, difatti lui l’han preso immediatamente da parte e l’han chiuso con un altro ragazzino, a cui era stato trovata non una "maschera antigas" sopraffina, ma una di quelle cose che ci si mette sulla bocca e che abbiamo un po’ tutti in tasca, o comunque nelle nostre borse, perché in Clarea spesso e volentieri ci accolgono con i lacrimogeni. Lui tra l’altro, probabilmente, l’aveva persino dimenticata... E quindi questo è stato il motivo per cui anche questo ragazzo minorenne è stato isolato, in camere dove non è stato passato neanche cibo, in vera e propria situazione di detenzione preventiva. E gli altri erano raggruppati insieme, portati anche loro in questo Cie; han preso i documenti e glieli hanno tenuti per tutto il giorno, fino alla fine della manifestazione, praticamente. Ah, oltre a questi nostri due compagni c’erano anche altri 4 ragazzi pisani, che sono stati anch’essi tenuti chiusi, detenuti pure loro in questo Cie, perché gli han trovato nello zaino una felpa, che di solito ci si porta o come cambio o comunque per mettersi addosso perché le giornate non sono proprio di grande caldo. Quindi per una felpa una persona può essere presa, può essere detenuta per 10 ore e può ricevere un foglio di via di tre anni. Lo stesso può succedere ad un anziano per un coltellino con cui tagliava il formaggio. Questa è la situazione democratica del nostro paese...

Più in generale dell’Europa, probabilmente...

Sicuramente il discorso tocca l’Europa, fa parte di quella politica europea, di quella fortezza Europa che innalza confini infiniti contro coloro che fuggono dalla guerra e dalla fame, dove la libertà di pensiero e di parola e di circolazione sono sempre più limitati, garantiti soltanto ai capitali, alle merci, alle banche e negate a tutto il resto. Dove non solo ci sono varie velocità, ma diciamo che ci sono i popoli di troppo, cioè quelli che dovrebbero essere cancellati perché non ci stanno a questa politica oppressiva e sempre più lontana da quelli che sono i bisogni reali delle persone.

Io ho cercato un po’ di ricostruire, ma chiedo a te, perché appunto nessuno meglio di te può spiegarci. Mi sembra che ad un certo punto si è anche cercato di affibbiare ai fermati a Tor Cervara il ritrovamento di bastoni avvenuto però in città. Cioè persone che non sono nemmeno riuscite ad arrivare accusate di un ritrovamento avvenuto in città... Che diventa proprio complicato dal punto di vista logico...

Sicuramente... Ma questo non ci meraviglia. Noi in Valle abbiamo continuamente di queste falsità e di queste menzogne, che vengono messe in piedi per creare il mostro, per allontanare le persone dalla lotta e per poter giustificare questo clima di polizia sempre più insopportabile. Questi sono attentati veri e propri alle manifestazioni, attentati di coloro che si presentano come i tutori della legge, e di quello Stato che dovrebbe essere fedele alla Repubblica fondata sul lavoro, in cui la sovranità appartiene al popolo... E che invece è sempre più, evidentemente, fedele ai capitali, ai pochi grandi che vorrebbero schiacciare il mondo sotto il tallone di ferro della guerra e dello sfruttamento universale. Non è una novità che questo succeda. La Valle di Susa, come molti territori, sono diventati laboratorio di questa sistematica azione poliziesca, intimidatoria, non solo antidemocratica ma, come dicevo prima, apertamente fascista. Un’altra cosa però vorrei mettere in luce, perché mi sembra anche questa particolarmente significativa. Noi abbiamo un motto, per il quale "si parte e si torna insieme", per cui ho sentito assolutamente la necessità di andare a vedere che cosa succedeva e ho portato con me l’unica deputata che era presente al corteo, Eleonora Forenza, con Guido Lutrario, che si è messo a disposizione anche lui per poter portare non solo solidarietà – perché non è solidarietà astratta, è presenza di aiuto concreto e dimostrare che il No a questa Europa è anche il No alla fortezza Europa, ai Cie e a tutto quello che mette in discussione una democrazia. Non solo come potere autentico e popolare, ma addirittura quella che era la democrazia borghese, perché neanche più questo viene rispettata; anche se "i grandi" firmano citando Altiero Spinelli & company. Che cosa abbiamo scoperto? Che la deputata non poteva entrare. Un deputato, un parlamentare, un consigliere comunale all’interno del comune può entrare a fare ispezioni nelle carceri dopo mezzora che chiede di poterlo fare, nel senso che si presenta per poter entrare. E questo è fondamentale per garantire che le cose vengano fuori, che le ingiustizie e i soprusi vengano fuori chiaramente e possono essere controllabili. Eleonora Forenza ha chiesto immediatamente di poter entrare anche con un avvocato, perché c’era un avvocato che è venuta con noi, anche lei per garantire immediatamente la tutela. Questo le è stato negato. Non solo le è stato negato, non le sono state date nemmeno le ragioni per cui non poteva entrare; non sono state date notizie né dei compagni che erano in stato di fermo, né degli altri che dovevano essere identificati. Non solo. E' stata invitata a parole ad andarsene, ma nel momento in cui lei si è fatta avanti per entrare, è pure stata spintonata all’indietro. Siamo stati lì davanti con altri che intanto sopraggiungevano, con i compagni dentro, perché anche quelli che non erano stati ufficialmente fermati erano comunque fittiziamente in stato di libertà. Loro non han voluto andar via intanto perché non venivano restituiti loro i documenti, e poi perché non avrebbero mai lasciato da soli i 4 ragazzi più i 2 nostri compagni che erano fermati e non avrebbero potuto venire via. Hanno improvvisato, sapendo che noi eravamo arrivati, un piccolo corteo. Sono arrivati verso – anche lì non facilmente, perché erano controllati da centinaia di forze dell’ordine all’interno – sono venuti comunque verso le cancellate. Noi avevamo anche avvertito alcuni mezzi di informazione, per cui c’erano alcune televisioni che han potuto riprendere, e quindi di questa pessima giornata per quanto riguarda la garanzia democratica nel nostro paese in questa Europa, qualche immagine ha potuto anche uscire, le notizie sono potute uscire. Per poter entrare e andare a recuperare, a dare non solo solidarietà ma a recuperare letteralmente sia i fermati, sia gli altri compagni, la deputata ha dovuto telefonare al Ministero dell’Interno. Il Ministero dell’Interno sembra cadere dalle nuvole, fittiziamente, chiede il nome dei responsabili, il piantone non vuol fornire il nome dei responsabili del centro, quelli con cui noi avevamo parlato. E quindi altro tempo è passato. Finalmente, quando ormai volgeva al termine la manifestazione, quindi non c’era più possibilità che anche noi potessimo manifestare liberamente, è arrivata la possibilità di entrare. Ormai si erano fatte le nove di sera, e così è passata questa giornata per coloro che volevano andare a dire No a questa Europa delle banche, dei capitali e della guerra e delle barriere, sempre più inavvicinabili, per coloro che vogliono esercitare liberamente il diritto ad una vita minima.

Incredibile. Il tuo racconto è veramente incredibile. Nicoletta, oltre che a raccontarci di una gestione che, probabilmente, è illegale, non esiste un’altra definizione. Però veramente da non crederci. Ti ringrazio molto...

Voglio ancora dire una cosa. Che tutto questo ha un senso nella loro logica. E cioè dovevano giustificare una città letteralmente vuota, degli alberghi nei quali erano state annullate le prenotazioni per il sabato e la domenica da parte dei turisti, perché l’ho visto io con i miei occhi – nell’albergo dove sono andata – dovevano giustificare quel clima di intimidazione totale e dovevano garantire ai grandi sporchi dell’Europa il diritto di poter offendere ulteriormente non soltanto il diritto minimo alla vita, ma la minima decenza della vita. E poi non meravigliamoci, perché è soltanto l’aspetto di una situazione che ormai è ampiamente degenerata. Andiamo a vedere quante custodie di garanzia sono date ormai nel nostro paese, quante misure di detenzioni preventive ci sono, pensiamo al Daspo urbano, che può essere applicato a qualsiasi povero seduto su una panchina se diventa indesiderabile. E questa è il termometro della situazione nel nostro paese, che ci dice due cose: per un verso che è ora che ci svegliamo, e per l’altro verso la paura, loro, che noi ci svegliamo. E quindi è arrivato il momento.

E’ arrivato il momento, decisamente. Grazie, veramente prezioso è stato il tuo contributo Nicoletta. Ti ringrazio.

Grazie a voi. Un saluto a tutti, grazie.

Fonte

29/10/2015

Iran - L'onu prevede più di mille esecuzioni capitali per il 2015

Più di 1.000 esecuzioni potrebbero esserci quest’anno in Iran. E’ quanto ha denunciato ieri all’Assemblea Generale della Nazioni Unite l’investigatore dell’Onu per i diritti umani in Iran, Ahmed Shaheed. Secondo il funzionario, a partire dal 2005 il ricorso alla pena capitale nella Repubblica islamica sta crescendo ad un “tasso esponenziale” al punto tale che l’Iran vanta ora il (poco onorevole) record di Paese con più persone giustiziate al mondo per numero di abitanti. La maggior parte delle condanne a morte, ha denunciato l’investigatore, viola le leggi internazionali che vietano l’utilizzo della pena capitale per reati non violenti e per i minorenni e ha chiesto per questi casi una moratoria. I dati snocciolati da Shaheed sono inquietanti: nel 2014 sono state eseguite 753 esecuzioni, 694 solo nei primi 7 mesi del 2015.

Alcune organizzazioni umanitarie sostengono che finora le persone giustiziate sono state 800. Questo numero, è però solo temporaneo perché, ha aggiunto Shaheed, “ce ne sono decine che attendono uno stesso destino” per cui “si raggiungerà probabilmente quota 1.000 entro la fine dell’anno”. I reati puniti con maggiore frequenza sono quelli connessi alla droga (il 69% delle esecuzioni nei primi sei mesi del 2015), crimini giudicati “più gravi” dalle autorità locali e che vengono equiparati a reati capitali perché danneggiano la salute e mettono in pericolo il popolo iraniano.

Il rapporto di Shaheed presenta, comunque, anche degli aspetti positivi. Sebbene la condizione dei diritti umani nel Paese venga giudicata “tremenda”, tuttavia il funzionario delle Nazioni Unite ha voluto sottolineare come il suo studio sia “leggermente più ottimista” rispetto a quelli degli anni precedenti. Per la prima volta, infatti, ha potuto incontrare le autorità giudiziarie iraniane a Ginevra lo scorso settembre per discutere con loro su come rispondere al problema della droga. Teheran avrebbe mostrato un impegno “concreto” a migliorare la condizione dei diritti umani. In un Paese dove gli investigatori speciali dell’Onu sui diritti umani non mettono piede dal 2005, però, la parola concreto può avere un significato relativo.

In questo contesto “allarmante”, Shaheed ha sottolineato i riflessi positivi che potrebbe avere sulla questione dei diritti umani l’intesa sul nucleare tra l’Iran e le sei potenze mondiali raggiunta lo scorso luglio. L’investigatore Onu ha esortato il presidente iraniano Hassan Rouhani a fare di più per proteggere i diritti umani fondamentali e a migliorare le leggi esistenti che li tutelano pur sottolineando come queste riforme debbano ottenere il sostegno di tutti i rami del governo e dello stato. “La mia speranza è che le autorità iraniane possano avere lo stesso spirito costruttivo che ha permesso di raggiungere l’accordo sul nucleare anche per quel che riguarda gli abusi commessi sui detenuti” ha chiosato Shaheed.

Tra le pratiche denunciate dall’Onu vi è l’isolamento prolungato, la tortura per estorcere confessioni, l’accesso vietato agli avvocati e la criminalizzazione del diritto alla libertà di espressione. Proprio quest’ultimo reato ha portato all’arresto di 46 giornalisti a partire da aprile e ha comminato sentenze severe a chi ha usato i social media per esprimere le proprie opinioni sul governo e sullo stato dei diritti umani nel Paese. “Alcuni – ha concluso con amarezza Shaheed – hanno ricevuto la pena di morte solo per aver postato articoli su Facebook e altri social media [che trattavano questi argomenti]”.

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28/06/2013

Cosa prevede il "decreto carceri"? Una scheda descrittiva

Parziale marcia indietro rispetto alle politiche "chiudi e butta la chiave". Non per cultura progressista, ma per semplice crisi economica e manca di soldi per costruire nuove carceri, si riscopre la "legge Gozzini".


Tm News, 26 giugno 2013

Previsione di "misure dirette ad incidere strutturalmente sui flussi carcerari", agendo in una duplice direzione: quella degli ingressi in carcere e quella delle uscite dalla detenzione.

E "rafforzamento delle opportunità trattamentali per i detenuti meno pericolosi", che costituiscono la maggioranza. Sono i due fronti della cosiddetta "deflazione carceraria" cui tende il decreto legge recante "disposizioni urgenti in materia di esecuzione della pena" varato oggi dal Consiglio dei ministri. Ecco, in dettaglio, che cosa prevede il testo.

Modifica dell'art. 656 c.p.p.

L'obiettivo è riservare l'immediata incarcerazione ai soli condannati in via definitiva nei cui confronti vi sia una particolare necessità del ricorso alla più grave forma detentiva. Stante il particolare allarme sociale suscitato dal delitto di maltrattamenti in famiglia commesso in presenza di minori di 14 anni, tale tipologia di reato è stata inserita nel catalogo di quelli più gravi, cui l'ordinamento penitenziario connette un regime particolarmente gravoso, l'articolo 4 bis. Nei confronti degli altri condannati si è intervenuti sulla cosiddetta "liberazione anticipata", istituto che premia con una riduzione di pena, pari a 45 giorni per ciascun semestre, il detenuto che tiene una condotta regolare in carcere e partecipa fattivamente al trattamento rieducativo. Il decreto prevede la possibilità che il pm, prima di emettere l'ordine di carcerazione, verifichi se vi siano le condizioni per concedere la liberazione anticipata e investa, in caso di valutazione positiva, il giudice competente della relativa decisione.

In questo modo, il condannato potrà attendere "da libero" la decisione del tribunale di sorveglianza sulla sua richiesta di misura alternativa. Inoltre, per le donne madri ed i soggetti portatori di gravi patologie viene contemplata l'opportunità di accedere alla detenzione domiciliare, peraltro già prevista dalle norme vigenti, senza dover passare attraverso il carcere, quantomeno nei casi in cui debba essere espiata una pena non superiore ai 4 anni. In pratica, al passaggio in giudicato della sentenza, ove il condannato debba espiare una pena non superiore ai 2 anni (4 anni se donna incinta o con prole sotto i dieci anni, o se gravemente ammalato) il pubblico ministero sospenderà l'esecuzione della pena dandogli la possibilità di chiedere, dalla libertà, una misura alternativa al carcere, che spetterà al tribunale di sorveglianza eventualmente concedere. Ove invece si tratti di autori di gravi reati o di soggetti in concreto pericolosi, ovvero sottoposti a custodia cautelare in carcere, questa possibilità non sarà offerta ed il condannato resterà in carcere fino a quando il tribunale di sorveglianza non ritenga, sulla base di una valutazione da svolgere su ogni caso specifico, che egli possa uscire in misura alternativa.

Lavoro di pubblica utilità

Viene ampliata la possibilità per il giudice di ricorrere, al momento della condanna, ad una soluzione alternativa al carcere, costituita dal lavoro di pubblica utilità. Tale misura, prevista per i soggetti dipendenti dall'alcol o dagli stupefacenti, fino ad oggi poteva essere disposta per i soli delitti meno gravi in materia di droga, mentre in prospettiva potrà essere disposta per tutti i reati commessi da tale categoria di soggetti, salvo che si tratti delle violazioni più gravi della legge penale previste dall'articolo 407, comma 2, lett. a), del codice di procedura penale.

Misure alternative

Nella duplice prospettiva di ridurre i flussi in entrata ma anche di incrementare le possibilità di uscita dal carcere, si collocano le modifiche che prevedono l'estensione degli spazi di applicabilità di alcune misure alternative per determinate categorie di soggetti, che in passato erano invece esclusi, come i recidivi per piccoli reati. La preclusione si caratterizzava per una assoluta astrattezza, impedendo l'accesso alle misure, in particolare la detenzione domiciliare cosiddetta generica (ovvero sotto i 2 anni di pena), anche nei casi in cui i soggetti avevano commesso reati di modesto allarme sociale e magari in un lontano passato. L'eliminazione di tali automatismi consentirà al tribunale (o al magistrato) di sorveglianza di svolgere una valutazione in concreto, sulla base di elementi di giudizio forniti dagli organi di polizia e del servizio sociale del ministero della Giustizia. Nei confronti dei condannati per uno dei delitti di cui all'art. 4 bis dell'ordinamento penitenziario viene mantenuto il divieto di concessione di questa particolare forma di detenzione domiciliare.

Misure incidenti sul trattamento rieducativo

Al fine di alleggerire le tensioni che, in specie nel periodo estivo, possono più facilmente innescarsi sia tra i detenuti sia nei confronti del personale penitenziario, il provvedimento estende la possibilità di accesso ai permessi premio per i soggetti recidivi e prevede l'estensione dell'istituto del cosiddetto lavoro all'esterno anche al lavoro di pubblica utilità.

Fonte

Solite cose fatte alla carlona. In prima battuta bisognerebbe mettere mano al codice penale che condanna al carcere una marea di reati che sarebbe più sensato (e produttivo, anche economicamente) punire con la sanzione pecuniaria, senza contare il fatto che reati come l'immigrazione clandestina e la detenzione di sostanze stupefacenti andrebbero ripensati per mondarli dalla dose inaudita di arretratezza, ignoranza e razzismo che li compone.