Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Processo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Processo. Mostra tutti i post

16/10/2026

In Germania inizia il processo per il sabotaggio del gasdotto Nord Stream

La reazione dell’Ucraina invasa

Nel settembre del 2022 i gasdotti furono danneggiati da una serie di esplosioni, che li resero inservibili: fu uno dei più eclatanti atti di sabotaggio della storia europea recente. Il processo dovrà valutare, tra le altre cose, se ci fu un coinvolgimento diretto del governo ucraino o di suoi funzionari, come sostiene l’accusa. I gasdotti erano proprietà di un consorzio in cui il socio di maggioranza è Gazprom, la principale azienda energetica russa, ed erano stati costruiti allo scopo di portare il gas russo in Europa, che prima dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 dipendeva da quelle importazioni e poi ha progressivamente diversificato. Il Nord Stream 1 era stato inaugurato nel 2011 e il ‘raddoppio’ era stato deciso e completato nel 2021 nonostante nel frattempo la Russia avesse invaso la Crimea, in Ucraina. A causa della guerra, il Nord Stream 2 non è mai entrato in funzione. I gasdotti Nord Stream, insomma, erano un simbolo e un veicolo dei legami economici mantenuti dall’Europa con la Russia.

L’unico imputato tra tanti nomi noti

L’unico imputato del processo è Serhii Kuznetsov, cittadino ucraino arrestato a Rimini nel 2025 e poi estradato in Germania. È accusato di aver attaccato un’infrastruttura energetica civile, che è un crimine di guerra secondo il diritto internazionale. Secondo l’accusa, Kuznetsov fu il capo della squadra che operò il sabotaggio. C’è un altro uomo ucraino sospettato di avervi partecipato, come sommozzatore: Volodymyr Zhuravlov, che è stato arrestato nel 2026 in Croazia e di cui la Germania attende l’estradizione (in precedenza era stato arrestato in Polonia, che invece l’aveva negata). La procura federale, quando a giugno incriminò Kuznetsov, sostenne che ai tempi del sabotaggio fosse un ufficiale delle forze ucraine. Il processo è molto atteso proprio perché sarà la prima occasione in cui le autorità tedesche renderanno pubbliche le informazioni raccolte durante anni di indagini.

Le indagini tedesche oltre gli imputati

Secondo le indagini tedesche, Kuznetsov avrebbe guidato l’operazione, a cui avrebbero partecipato altre sei persone, tra cui una donna. Il gruppo sarebbe salpato da Rostock, porto tedesco sul mar Baltico, con una barca a vela noleggiata da intermediari, e dopo alcune tappe di rifornimento avrebbe posizionato gli esplosivi sui gasdotti all’altezza dell’isola danese di Bornholm. Le autorità svedesi riscontrarono tracce di esplosivi potenti, solitamente impiegati per scopi militari, e falle su tre delle quattro condotte. Nel 2024 la Svezia archiviò le sue indagini, così come la Danimarca, citando questioni di giurisdizione o mancanza di elementi legali sufficienti. Ragioni soprattutto politiche. Da allora, come sottolinea il Post, solo la Germania ha continuato a indagare. Il sabotaggio non fu mai rivendicato e ci furono accuse reciproche fra Russia, paesi occidentali e Ucraina

Questione giuridica ma soprattutto politica

In Germania le implicazioni politiche del processo sono ancora più grosse. Hanno posizioni filorusse sia il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD), che continua a espandere i suoi consensi e a settembre ha stravinto le elezioni statali in Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania Anteriore, sia la sinistra populista dell’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW). Entrambi i partiti hanno accusato l’Ucraina del sabotaggio e chiedono l’interruzione degli aiuti economici e militari della Germania all’Ucraina: la Germania è il primo paese dopo gli Stati Uniti per valore economico di aiuti forniti. Chiedono anche un riavvicinamento alla Russia e la riapertura dei gasdotti Nord Stream (che all’epoca del sabotaggio erano fermi, proprio come conseguenza dell’inizio della guerra in Ucraina). Recentemente ha chiesto di ripararli anche il governatore della Sassonia, Michael Kretschmer del partito conservatore del cancelliere Friedrich Merz (la CDU).

Le prime scomode rivelazioni

Dei tre paesi che aprirono un’indagine sul sabotaggio dei gasdotti Nord Stream nell’autunno del 2022, la Germania è l’unico ad averla portata avanti per oltre tre anni. Da allora la polizia federale tedesca ha identificato almeno sette persone sospettate di aver partecipato in vari modi al sabotaggio, si parla di un coinvolgimento di funzionari ucraini di alto livello. Riassunto per districarci tra fatti e questioni di diritto. Il 26 settembre del 2022, sette mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, entrambi i gasdotti vennero gravemente danneggiati da più esplosioni. Secondo Scientific Reports crearono una tra le più grandi fuoriuscite di metano provocate dalle attività umane, tanto che a una settimana dall’attacco il metano presente nel mar Baltico era fino a 10mila volte superiore ai livelli normali. Nessuno lo rivendicò mai, ma da subito si parlò di un sabotaggio.

La Russia a colpire sé stessa?

La prima ipotesi a circolare fu che potesse essere stata la Russia, che aveva interesse a sfruttare le proprie esportazioni di energia per fare pressione sui governi occidentali alleati dell’Ucraina. Poi si diffuse l’idea che l’attacco fosse opera di cittadini ucraini (o ucraini e russi), forse vicini al governo ucraino e intenzionati a colpire una delle principali fonti di reddito russe, o forse vicini al governo russo e coinvolti in un’operazione false flag, cioè un’azione russa fatta passare per ucraina. Si diffuse anche una terza ipotesi, mai ritenuta davvero concreta, e cioè che potessero essere stati i servizi segreti statunitensi e norvegesi. E finalmente i fatti. Il gruppo responsabile dell’attacco ai gasdotti sarebbe salpato da Rostock, porto tedesco sul mar Baltico, su una barca a vela di 15 metri presa a noleggio sull’isola tedesca di Ruegen. Il materiale esplosivo sarebbe stato fatto arrivare nei giorni precedenti con un camion.

Artificieri abili e sommozzatori esperti

Una miscela di due potenti esplosivi, solitamente impiegati per scopi militari. Dalle indagini emerge che il gruppo di sabotatori era formato da sette persone: uno skipper, un coordinatore, un esperto di esplosivi, tre sommozzatori e una sommozzatrice. La loro identità non è stata resa nota in modo ufficiale, ma è trapelata attraverso gli atti d’indagine e i documenti della procura che sono arrivati ai giornali. Nei documenti tedeschi sono citati con il nome proprio e l’iniziale del cognome, perché la legge tedesca tutela gli indagati oscurandolo. Secondo le ricostruzioni dei giornali allora l’imputato di oggi ad Amburgo, un veterano dell’SBU, il servizio di intelligence ucraino. Nell’operazione per il sabotaggio dei gasdotti avrebbe avuto un ruolo decisionale e di coordinamento.

Dettagli dei ‘commandos’ Nord Stream

La seconda sommozzatrice sarebbe Valeria T., una cittadina ucraina di 40 anni che prima dell’inizio della guerra insegnava in una scuola di immersioni a Kiev insieme a Zhuravlov e Yevhen U., un altro uomo nella lista dei sospettati. Yevhen U. avrebbe fatto parte di un secondo gruppo, che pianificava di far saltare in aria anche il gasdotto TurkStream, che porta il gas russo in Europa passando per la Turchia. Secondo gli investigatori quell’operazione venne annullata e Yevhen U. si unì in un secondo momento al gruppo diretto nel mar Baltico. Die Zeit ha scritto che al momento sarebbe in Ucraina. Il quinto e il sesto uomo emersi dalle indagini sarebbero Vsevold K., un soldato ucraino che secondo diverse inchieste giornalistiche sarebbe stato addestrato in Germania e che si ritiene sia morto in combattimento in Ucraina nel dicembre del 2024. Infine ci sarebbe lo skipper, un marinaio di Odessa di cui non si conosce il nome vero, ma solo quelli che ha usato sui passaporti falsi usati per l’operazione.

Coperture ufficiali ucraine

Non è chiaro se e quanto il governo o le autorità ucraine fossero coinvolte, ma gli elementi d’accusa sono diversi. Il primo riguarda Zhuravlov (l’uomo arrestato in Polonia) che sarebbe riuscito a scappare in Ucraina a bordo di una macchina con targa diplomatica. Secondo elemento è che alcuni dei documenti dei sospettati nell’operazione erano autentici, anche se i cognomi erano falsi, realizzati da qualcuno dentro l’apparato ucraino. Terzo, emerge da un’indagine dei servizi segreti olandesi e della CIA, secondo cui l’operazione sarebbe stata ideata dall’ex comandante in capo delle forze armate ucraine Valery Zaluzhny. Secondo il quotidiano tedesco Spiegel sarebbe coinvolto anche Roman Chervinsky, ex capo dell’intelligence ucraina. Non sappiamo se il presidente Volodymyr Zelensky fosse a conoscenza dell’operazione.

Fonte

13/09/2026

Santa Maria Capua Vetere, la tortura di Stato arriva al giudizio

Il processo di primo grado entra nelle battute finali. L’associazione Yairaiha ricostruisce la spedizione punitiva dell’aprile 2020: circa 300 agenti coinvolti, detenuti picchiati e umiliati, isolamento, minacce e tentativi di occultare quanto accaduto. In gioco non ci sono soltanto le responsabilità individuali, ma i limiti del potere dello Stato sulle persone private della libertà.

Il processo per le violenze avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nell’aprile del 2020 arriva alle battute finali del primo grado. Nelle conclusioni depositate davanti alla Corte d’Assise dall’avvocata Caterina Calia viene ricostruito quanto accadde tra il 6 e il 14 aprile nei reparti Nilo e Danubio dell’istituto campano.

Una ricostruzione che, secondo l’Associazione Yairaiha Ets, impedisce di continuare a rappresentare quei fatti come una normale operazione di sicurezza degenerata in alcuni episodi di violenza.

La tesi sostenuta nelle conclusioni è molto più grave: le prove raccolte durante il dibattimento descriverebbero una vera e propria azione punitiva organizzata contro i detenuti che avevano manifestato la propria preoccupazione per il rischio di contagio da Covid-19.

È necessario tornare a quei giorni per comprendere fino in fondo il significato del processo. Nell’aprile del 2020 l’Italia era attraversata dalla fase più drammatica della pandemia. Dentro le carceri la paura del contagio era aggravata dal sovraffollamento, dalla difficoltà di mantenere qualsiasi forma di distanziamento e dall’interruzione dei colloqui con i familiari.

A Santa Maria Capua Vetere le proteste dei detenuti per il rischio sanitario furono seguite da un intervento che, secondo la ricostruzione presentata nel procedimento, coinvolse circa 300 operatori della polizia penitenziaria.

I detenuti sarebbero stati prelevati dalle celle e costretti ad attraversare corridoi presidiati da agenti in assetto antisommossa, subendo percosse, minacce e umiliazioni. Alcuni sarebbero stati obbligati a rimanere inginocchiati per lunghi periodi, altri sottoposti alla rasatura forzata di barba e capelli; sarebbero stati danneggiati effetti personali e, per alcuni dei feriti, l’assistenza sanitaria sarebbe stata negata o ritardata.

Non si tratta dunque, nella ricostruzione della parte civile, di una violenza improvvisa prodotta dalla concitazione di pochi minuti, ma di condotte inserite dentro un intervento massiccio e organizzato.

Ed è ciò che avvenne successivamente a rendere ancora più difficile la lettura dei fatti attraverso la rassicurante categoria degli “eccessi” individuali.

Secondo il comunicato di Yairaiha, alle violenze fisiche seguirono comportamenti diretti a mantenere un clima intimidatorio e a ostacolare l’emersione di quanto era accaduto: isolamento prolungato con modalità ritenute contrarie all’ordinamento penitenziario e agli standard del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, limitazioni dei rapporti con i familiari, minacce ai detenuti e alterazioni della documentazione amministrativa e sanitaria.

Numerose persone recluse avrebbero riportato non soltanto lesioni fisiche, ma conseguenze psicologiche importanti, comprese manifestazioni riconducibili al disturbo post-traumatico da stress.

Non una semplice aggravante

C’è però un punto giuridico e politico destinato a pesare ben oltre il processo di Santa Maria Capua Vetere. Nelle memorie depositate, l’avvocata Calia richiama la questione recentemente rimessa alle Sezioni Unite della Cassazione in relazione ai fatti del carcere di San Gimignano: stabilire quale sia la natura della tortura commessa da pubblici ufficiali nell’esercizio delle proprie funzioni.

La questione riguarda l’articolo 613-bis del codice penale e non è affatto una disputa tecnica riservata ai giuristi. La tesi sostenuta dalla difesa di parte civile è che le condotte contestate, quando commesse da pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni, debbano essere qualificate attraverso l’autonomo titolo di reato previsto dal secondo comma dell’articolo 613-bis e non considerando la qualifica pubblica dell’autore come una semplice aggravante della tortura comune.

La differenza investe direttamente il modo nel quale viene interpretata la tortura praticata da chi esercita il potere dello Stato. La tortura commessa da un pubblico ufficiale su una persona che si trova sotto la sua custodia presenta infatti un elemento specifico: l’enorme asimmetria di potere tra chi esercita la coercizione e chi non possiede alcuna possibilità di sottrarvisi.

Dentro una cella lo Stato controlla lo spazio, gli spostamenti, i contatti con l’esterno, l’accesso alle cure e una parte enorme delle condizioni materiali dell’esistenza quotidiana. È precisamente questa concentrazione di potere a rendere indispensabili limiti, controlli e responsabilità particolarmente rigorosi.

Il materiale raccolto durante il processo, secondo quanto riferisce Yairaiha, è imponente. Ci sono oltre settanta ore di videoregistrazioni interne al carcere, le testimonianze rese durante il dibattimento, le consulenze mediche e psicologiche e le conversazioni WhatsApp sequestrate agli imputati.

Un insieme di elementi che, secondo le conclusioni depositate, consentirebbe di ricostruire non soltanto la dinamica delle violenze ma anche le successive attività di occultamento. Tra i messaggi acquisiti compare una frase attribuita agli agenti durante l’organizzazione dell’intervento, diventata inevitabilmente uno dei simboli dell’intera vicenda: «li abbattiamo come vitelli».

Il problema della violenza istituzionale

Proprio la dimensione organizzata descritta nelle carte rende insufficiente ricondurre Santa Maria Capua Vetere alla teoria delle mele marce. Le responsabilità penali restano personali e sarà la Corte a stabilire quali condotte possano essere attribuite ai singoli imputati. Ma riconoscere questo principio fondamentale non significa rinunciare a interrogarsi sulle condizioni istituzionali che possono rendere possibile una violenza collettiva dentro un luogo totalmente controllato dallo Stato.

La domanda diventa ancora più urgente alla luce delle altre vicende che negli anni hanno attraversato il sistema penitenziario italiano. Il recente procedimento relativo alle presunte torture nel carcere di San Gimignano ha riportato la questione fino alla Cassazione, mentre le denunce provenienti da diversi istituti continuano a mostrare quanto sia fragile il sistema di prevenzione, controllo e accertamento degli abusi nei luoghi di privazione della libertà.

Non significa sostenere che ogni carcere sia un luogo di tortura o che ogni agente sia responsabile delle violenze commesse da altri. Significa riconoscere che nelle istituzioni caratterizzate da una radicale disparità di potere il controllo democratico non può dipendere esclusivamente dalla capacità della vittima di denunciare chi continua ad avere su di lei un enorme potere materiale.

Il processo di Santa Maria Capua Vetere riguarda anche questo. La tortura non è soltanto la violenza fisica inflitta a un corpo. Quando viene esercitata da chi rappresenta lo Stato contro una persona affidata alla sua custodia, investe direttamente la natura e i limiti del potere pubblico.

Per questo la sua repressione non può essere interpretata come un attacco alle istituzioni o alle forze dell’ordine: è esattamente il contrario. Stabilire che esistono condotte che nessun rappresentante dello Stato può compiere, neppure in nome della sicurezza, significa affermare che il monopolio pubblico della coercizione non equivale a un potere senza limiti.

È anche per questa ragione che la discussione sull’articolo 613-bis rimane decisiva. L’Italia ha introdotto il reato di tortura nel proprio codice penale soltanto nel 2017, dopo un ritardo durato quasi trent’anni dalla ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.

La sua applicazione nei casi che riguardano appartenenti alle forze dell’ordine e alla polizia penitenziaria rappresenta quindi un banco di prova fondamentale: stabilire se la tortura praticata nell’esercizio della funzione pubblica debba essere riconosciuta nella sua specificità significa decidere quanto effettivi siano i limiti imposti all’esercizio della forza statale.

Un processo che riguarda tutti

Santa Maria Capua Vetere assume allora un significato che supera necessariamente il destino giudiziario dei singoli imputati. Non perché le responsabilità individuali possano essere sostituite da una generica responsabilità collettiva, ma perché ciò che viene sottoposto al giudizio della Corte riguarda fatti avvenuti dentro un’istituzione dello Stato, nei confronti di persone che quello stesso Stato aveva il dovere di custodire garantendone l’incolumità e la dignità.

L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Il divieto di tortura pone un limite ancora più radicale, perché non conosce eccezioni determinate dall’emergenza, dall’ordine pubblico o dalla condotta precedente della persona sottoposta alla custodia statale.

Proprio il carcere rappresenta uno dei luoghi nei quali questo limite deve essere più rigorosamente difeso, perché chi vi è rinchiuso non dispone della possibilità di allontanarsi da chi esercita su di lui la forza.

Per Yairaiha, quello di Santa Maria Capua Vetere è quindi un processo che va oltre le singole responsabilità che saranno accertate dalla Corte. È «uno dei principali banchi di prova della giustizia italiana» sul terreno dei diritti umani, del controllo dell’esercizio del potere pubblico e della tutela della dignità delle persone private della libertà.

È probabilmente questo il punto politico più importante dell’intera vicenda. Un sistema democratico non si misura dalla quantità di forza che riesce a esercitare sulle persone che ha rinchiuso, ma dalla capacità di porre limiti effettivi a quella forza e di chiamare a risponderne chi eventualmente li oltrepassa.

Se le violenze ricostruite nel processo saranno riconosciute dalla Corte nei termini sostenuti dalle parti civili, Santa Maria Capua Vetere non potrà essere archiviata come una pagina eccezionale e irripetibile della storia penitenziaria italiana.

Imporrà di interrogarsi sulle condizioni che hanno consentito a un’azione punitiva di quelle dimensioni di svolgersi dentro un carcere e sulle garanzie necessarie perché nessuna persona affidata alla custodia dello Stato possa essere nuovamente esposta a un simile esercizio del potere.

Fonte

20/07/2026

Cascina Spiotta e non solo: quando le condanne sono a vita

di Vincenzo Scalia

Fabrizio De Andrè, nella Ballata degli Impiccati, cantava che “il prezzo fu la vita/per il male commesso in un’ora”. Un verso che, fatte le debite proporzioni, si può applicare all’Italia odierna, in particolare in relazione ai fatti relativi alla lotta armata degli anni Settanta, che vedono coinvolti militanti di formazioni di sinistra.

Se, a differenza degli impiccati di De Andrè, i protagonisti di quelle vicende non vengono soppressi fisicamente, non si può, dall’altro lato, notare come il prezzo che stanno pagando è una vera e propria “pena di vita”. Una formula che venne utilizzata in passato per definire l’ergastolo, ma che può funzionare anche per chi è libero e compì la scelta di militare in formazioni armate.

In particolare, la pena di vita, si articola in tre direzioni: la prima è quella della stigmatizzazione individuale. La seconda è quella della damnatio memoriae, che riguarda tutto il periodo storico in oggetto. La terza dimensione, al contrario delle altre due, non è retroversa, bensì protesa in avanti, e riguarda i militanti presenti e gli eventuali attivisti futuri. Si tratta di andarle ad eviscerare tutte e tre e discuterle in profondità.

Il processo tenutosi per i fatti della Cascina Spiotta, in provincia di Alessandria, il 5 giugno 1975, quando i Carabinieri fecero irruzione per liberare l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, costituisce un esempio della prima direzione. Nel corso del blitz, si verificò una sparatoria, in cui rimasero vittime il brigadiere Giovanni D’Alfonso e Margherita “Mara” Cagol, una delle fondatrici delle BR.

Malgrado una sentenza di prescrizione, poi persa tra i flutti dell’alluvione, la denuncia del figlio di D’Alfonso per accertare le dinamiche in modo più approfondito ha portato ad una riapertura del processo, conclusosi con la condanna a 6 anni di Lauro Azzolini, che ha ammesso di essere stato presente nel corso della sparatoria, e della prescrizione per Renato Curcio e Mario Moretti, ritenuti non colpevoli dell’omicidio del brigadiere.

Insomma, tanto tuonò che non piovve. O forse sì. Mario Moretti ha 80 anni, è in semilibertà, quindi continua a dormire in carcere. Renato Curcio ha qualche anno in più, è un uomo libero, padre di famiglia, editore, intellettuale. Che senso ha portare a processo due ottantenni per fatti avvenuti mezzo secolo fa, in un contesto politico e sociale diverso? Tanto più che non siamo di fronte a persone che non si sono mai proclamate innocenti.

I due leader brigatisti hanno sempre rivendicato la loro scelta di militare in una formazione armata, e hanno pure proclamato, pubblicamente, nel 1987, la fine di questo tipo di lotta. Lo hanno fatto sul piano politico, non su quello penale. Arrivando a chiedere una soluzione politica per tutte le persone coinvolte, a vario titolo, in quella storia.

Una posizione che stona con la lettura degli anni Settanta che predomina, in particolare a livello di apparato statale, per quanto in modo contraddittorio. Da un lato, si insiste sul carattere criminale delle formazioni armate che operarono in Italia negli anni Settanta, facendo riferimento alla violenza politica. Sicuramente, molte di quelle scelte, furono discutibili, ancorché sterili, a lungo termine, sul piano politico. Provocando lutti inutili, insensati, e lacerando ulteriormente la società italiana, la classe operaia e i movimenti sociali, in un periodo in cui non ce n’era bisogno.

Dall’altro lato, l’utilizzo di legislazioni speciali, di carceri di massima sicurezza, di torture, di leggi premiali, evidenziano il fatto che la lotta armata non fu un fenomeno criminale. Quantomeno, non fu solamente quello. Fu un fenomeno politico, che coinvolse centinaia di migliaia di persone, tra regolari, irregolari, simpatizzanti.

Un aspetto che Curcio, Moretti, insieme a migliaia di altri reduci di quella stagione, non smettono di ricordare e di rivendicare e ricordare. E di cui tutti, a vario titolo, siamo consapevoli. Anche lo Stato. Che però, sulle vicende della lotta armata, si costruì uno spazio di rilegittimazione che dura tutt’oggi.

Quindi, chi ricorda il carattere politico della lotta armata e non sceglie la via di un pentimento che è, di solito, più giudiziario che esistenziale, spesso ispirato dai maltrattamenti o dalla paura di subirlo, continua ad essere considerato un delinquente. Ad essere messo al bando dalla società. Meritevole di essere messo sotto processo anche in età avanzata.

La patina del delinquente non la grattano via né periodi lunghi di detenzione, magari in condizioni disumane, né l’ammissione delle proprie responsabilità, se declinate in senso politico. Anche per questo, nel corso del processo, non è stata fatta luce sulla morte di Mara Cagol, laddove le perizie presentate dalla difesa mostrino che la brigatista sia stata uccisa dopo che si era arresa. Era una delinquente, per la vulgata dominante. Quindi, indegna di giustizia.

Un’impostazione autoritaria, che ha ispirato la cattura in Bolivia dell’ex-militante del PAC, oggi scrittore, Cesare Battisti. Che ispira l’accanimento del governo a volere richiedere l’estradizione dall’Argentina, dopo 47 anni, di Leonardo Bertulazzi. Che spinge il ministro degli esteri a chiedere l’estradizione di un brigatista dal Nicaragua dopo 46 anni, senza curarsi del rischio di crisi diplomatiche.

L’accanimento verso i reduci della stagione della lotta armata, tuttavia, non avrebbe senso se non si inserisse nel progetto collettivo della damnatio memoriae che iniziò negli anni Ottanta, nel periodo del riflusso, e prosegue tuttora. Si parla di “anni di piombo”, usando impropriamente il titolo di un film di Margarethe Von Trotta, a sottolineare la centralità di quelle esperienze per definire in negativo il decennio compreso tra il 1970 e il 1979.

Un’impostazione superficiale, o, se vogliamo, intellettualmente disonesta. Per due motivi.

Gli anni Settanta furono gli anni della chiusura dei manicomi, della riforma penitenziaria, dello statuto dei lavoratori, della scala mobile, dell’aborto e del divorzio legalizzati, della riforma del diritto di famiglia, della soggettività femminista, del decentramento, della valorizzazione dei servizi territoriali, della secolarizzazione. Anni di profondo rinnovamento, che impressero dinamismo alla società italiana.

Non è casuale che la nascita dei populismi e la crescita di una destra parafascista siano direttamente proporzionali all’arretramento o alla messa in discussione di quei diritti, in particolare sul fronte del lavoro. Non si può dimenticare che i processi di emancipazione sono il punto terminale di un ciclo di lotte, di mobilitazioni collettive.

In secondo luogo, se proprio si vuole associare gli anni Settanta con la violenza politica, allora bisognerebbe parlare di anni di tritolo. Da Piazza Fontana (1969) a Bologna (1980), si fanno i conti ancora oggi con eventi tragici, veri e propri crimini di Stato, che coinvolgono la destra eversiva e attori stranieri, di cui non si conosce la verità, oppure si è alle prese con sentenze che ancora oggi non convincono.

Eppure Franco Freda, che contesta lo Stato di diritto, si avvale del principio del ne bis in idem, che gli permette di fare l’editore e l’agitatore di estrema destra, e non gli fa dare conto del suo coinvolgimento in quegli eventi. Stefano Delle Chiaie e Giovanni Ventura sono morti nel loro letto. Delfo Zorzi fa l’imprenditore in Giappone, paese di cui è cittadino. Senza avere il coraggio di rientrare in Italia e comparire davanti a una corte. E di assumersi una responsabilità, anche minima, del suo essere stato militante di un’organizzazione di estrema destra come Ordine Nuovo, che si prefiggeva di rovesciare la Repubblica nata dalla Resistenza antifascista.

La differenza tra questi figuri e gli imputati del processo alla cascina Spiotta, sotto questa luce, è evidente, e si richiama all’assunzione di responsabilità.

La damnatio memoriae, tuttavia, non si limita al passato, ma si protende minacciosa verso il presente. Seguendo una scia minacciosa che ha avuto origine già a Genova nel 2001, ogni volta che i fermenti sociali denotano segni di radicalizzazione, si adotta la strategia della repressione di piazza e della criminalizzazione attraverso il riferimento alle vicende degli anni Settanta.

Processi come quelli sulla Cascina Spiotta, contengono un monito sinistro: chi prova a radicalizzarsi verrà criminalizzato, anche in modo improprio, e sottoposto a processi e condanne che varranno per una vita. Non soltanto sul piano penale, ma anche su quello politico e della memoria collettiva. Come uno di quei film dell’orrore in cui la realtà si sovrappone allo schermo.

È ora di rompere quello schermo.

Fonte

14/07/2026

Francia - Rinviato a ottobre il processo contro l’europarlamentare Rima Hassan

È stato rinviato al 19 e 20 ottobre il processo contro la europarlamentare di France Insoumise Rima Hassan accusata di apologia di terrorismo.

Rima Hassan è stata fermata il 2 aprile 2026 e tenuta in custodia per alcune ore, con l’accusa di “apologia di terrorismo” per aver citato in suo post su X una frase del militante dell’Armata Rossa giapponese Kozo Okamoto, che fu fra gli autori dell’attentato all’aeroporto di Tel Aviv del 30 maggio 1972. L’accusa nasceva dalla denuncia esposto di un deputato della destra lepenista Matthias Renault.

La prima udienza del processo era stata fissata per martedì 7 luglio ma il tribunale ha accolto la richiesta di rinvio degli avvocati della difesa, motivata dalla tardiva comunicazione di numerose carte d’accusa portate dalle numerosissime associazioni filo sioniste e filo israeliane che si sono costituite parte civile, tanto da condurre alla costituzione di uno staff dell'accusa composto da ben 12 avvocati.

In occasione della prima udienza quasi 300 persone solidali con Rima Hassan si sono radunate davanti al tribunale di Parigi per sostenere la rappresentante di La France Insoumise. Sul palco allestito per l’evento spiccava uno striscione con scritto: “Difendere la Palestina non è un reato”. 

In aula e davanti al tribunale erano presenti molti militanti solidali, fra cui il leader di LFI Jean-Luc Mélenchon.

Le parti civili, rappresentanti dei gruppi sionisti e filo-sionisti, hanno contestato il rinvio del processo in cui viene messa sotto accusa qualsiasi forma di contestazione e denuncia dei crimini di Israele.

Questo processo avrebbe dovuto essere il primo a coinvolgere una figura politica accusata di apologia del terrorismo. L’udienza è stata infine rinviata al 19 e 20 ottobre per “garantire che il procedimento potesse svolgersi in un clima sereno”, secondo quanto dichiarato dal giudice presidente del Tribunale penale di Parigi. 

Fonte

21/06/2026

La vendetta dello Stato delle stragi

La richiesta di ergastolo avanzata dai pm Emilio Gatti e Ciro Santoriello nei confronti di Renato Curcio e Mario Moretti per i fatti della Cascina Spiotta non rappresenta un atto di giustizia. Rappresenta piuttosto l’ennesimo capitolo di una lunga vendetta di Stato che attraversa mezzo secolo di storia italiana.

Cinquantuno anni dopo la sparatoria del 5 giugno 1975, davanti a una cascina dell’Alessandrino dove era tenuto sequestrato l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, la procura torna a chiedere il massimo della pena per due uomini oggi ottuagenari. Curcio ha 85 anni, Moretti 80. Nessuno dei due era presente sul luogo dello scontro a fuoco. Nessuno dei due ha sparato quel giorno. Eppure la pubblica accusa ritiene che debbano rispondere dell’uccisione dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso in quanto dirigenti dell’organizzazione che organizzò il sequestro.

La questione non riguarda la storia delle Brigate Rosse. Non riguarda nemmeno il giudizio politico e morale su quella esperienza, che appartiene alla storia e che la storia ha già consegnato al proprio verdetto. La questione riguarda il senso stesso del diritto penale e i limiti che uno Stato democratico dovrebbe imporre al proprio potere punitivo.

Mezzo secolo è un tempo che supera qualsiasi ragionevole orizzonte di giustizia. Lo ha osservato con lucidità lo storico Paolo Persichetti: dopo cinquant’anni le prove si deteriorano, i reperti scompaiono, i testimoni muoiono, le memorie si deformano, i contesti storici diventano difficili da ricostruire. La pretesa di accertare responsabilità individuali con gli strumenti del processo penale diventa inevitabilmente fragile e rischia di trasformarsi in un’operazione simbolica.

Non è un caso che questo procedimento sia nato attraverso una serie di forzature giuridiche necessarie a superare l’ostacolo della prescrizione. Il sequestro Gancia era ormai prescritto da decenni. Per arrivare al processo è stato necessario costruire un impianto accusatorio fondato su aggravanti e concorsi che consentissero di riaprire una vicenda che il tempo aveva ormai consegnato alla storia.

Ancora più inquietante è il fatto che il dibattimento abbia fatto emergere enormi lacune nelle indagini originarie. La scena del crimine fu alterata. I reperti vennero raccolti in modo approssimativo. Le traiettorie dei colpi non furono mai ricostruite in maniera scientifica.

Le difese hanno chiesto nuove perizie per chiarire la dinamica della sparatoria, ma tali richieste non sono state accolte. Eppure proprio chi sostiene di cercare la verità avrebbe dovuto avere interesse a ricostruire ogni dettaglio di quella giornata.

Vi è poi una rimozione che pesa come un macigno. Nel corso delle udienze è riemersa la questione della morte di Margherita Cagol. Testimonianze e ricostruzioni hanno riportato al centro il sospetto che la dirigente brigatista sia stata uccisa dopo essersi arresa. Una circostanza che avrebbe meritato ben altra attenzione da parte della magistratura e della storiografia ufficiale. Ma su quel versante, da cinquant’anni, prevale il silenzio.

È questo il paradosso più insopportabile. Lo Stato che per decenni ha nascosto o coperto le proprie responsabilità nelle stragi, nei depistaggi e nelle zone oscure della strategia della tensione mostra invece una memoria inflessibile quando si tratta di perseguire, anche oltre ogni ragionevole limite temporale, i nemici sconfitti degli anni Settanta.

Le stragi di Piazza Fontana, Brescia, Italicus, Bologna hanno conosciuto depistaggi, insabbiamenti, protezioni istituzionali, apparati deviati e verità negate. Interi pezzi dello Stato hanno lavorato contro la ricerca della verità. Eppure oggi quello stesso Stato pretende di impartire lezioni di inflessibilità morale inseguendo ottuagenari per fatti avvenuti oltre mezzo secolo fa.

Dietro questa ostinazione si intravedono almeno tre ragioni.

La prima riguarda una parte dell’apparato giudiziario che continua a concepire la legalità come una categoria morale assoluta, incapace di distinguere tra giustizia e vendetta. Un apparato che non ha mai elaborato davvero il conflitto degli anni Settanta e che continua a considerare alcune figure come nemici permanenti.

La seconda è politica. In un tempo di crisi della rappresentanza e di crescente sfiducia verso le istituzioni, l’antiterrorismo continua a essere utilizzato come risorsa simbolica. Riaprire processi, evocare fantasmi del passato, mostrare il pugno duro serve a costruire una fragile legittimazione morale per un potere che fatica a trovare consenso nel presente.

La terza ragione è forse la più inquietante. Questo processo parla anche al presente. Dice a chi oggi si oppone in modo radicale all’ordine esistente che il potere non dimentica. Che può attendere decenni. Che può inseguire i suoi avversari per tutta la vita. È un messaggio che va ben oltre gli imputati seduti sul banco della Corte d’Assise.

Per questo la richiesta di ergastolo per Curcio e Moretti non appare come una ricerca di giustizia. Assomiglia piuttosto a un rituale politico. Un atto esemplare. Una rappresentazione simbolica del potere punitivo.

La giustizia dovrebbe servire ad accertare fatti e responsabilità. La vendetta serve invece a riaffermare l’autorità di chi punisce. Quando un processo arriva mezzo secolo dopo, poggia su basi fragili e ignora le proprie zone d’ombra, il confine tra le due cose rischia di scomparire.

E quando la giustizia si trasforma in vendetta, è sempre la democrazia a pagare il prezzo più alto.

Fonte

Carlo Ginzburg e la differenza tra il giudice e lo storico

di Paolo Persichetti 

È morto Carlo Ginzburg, storico di fama mondiale. Ritenuto uno dei maggiori esponenti della microstoria, scuola storiografica emersa nei primi anni '60 dalla fertile corrente della storia sociale. Ginzburg, le cui opere sono state tradotte in decine di lingue, si impose all’attenzione per i suoi lavori sulla stregoneria e i culti agrari tra il '500 e il '600, opere che restano dei pilastri della storia dal basso. I Benadanti, apparso nel 1966, e dieci anni dopo Il formaggio e i vermi, storia del mugnaio Menocchio, due vicende ricavate dagli archivi dei processi per stregoneria, raccontano per un verso il funzionamento dell’apparato repressivo dell’inquisizione cattolica, dall’altro la storia da sempre invisibile dei subalterni. Vite anonime di uomini e donne con le loro visioni del mondo ritenute da sempre irrilevanti nell’indagine storica, al massimo semplici numeri, statistica che non permetteva di emergere come soggetti narranti. Classi subalterne condannate a restare senza storia perché senza parola. Michel Foucault nel 1961 con La storia della follia nell’età classica, Edward P. Thompson nel 1963 con La formazione della classe operaia inglese, a seguire Ginzburg nel 1966 e nel 1976 e poi Jacques Rancière con La notte dei proletari del 1981, consolidarono questo nuovo modello storiografico ridando finalmente voce ai senza voce, riconsegnando loro il proscenio rubato della storia.

Il paradigma indiziario

Con Spie. Radici di un paradigma indiziario del 1979, un saggio denso e ricco di erudizione, Ginzburg propose un nuovo modello di analisi fondato sulla decifrazione dei dettagli minimi, in apparenza insignificanti, scarti e dati marginali che al contrario potevano mostrarsi rivelatori. Egli notava, sovrapponendo l’evoluzione conoscitiva di discipline come la storia dell’arte, l’investigazione poliziesca tratta dai racconti letterari su Scherlock Holmes e la psicanalisi, una connessione metodologica fondata sulla rilevazione di tracce e indizi che avrebbe potuto far avanzare l’indagine storica. Particolari considerati di solito senza importanza, o addirittura triviali, «bassi», potevano fornire la chiave per accedere ai prodotti più elevati dello spirito umano: «Se la realtà è opaca, esistono zone privilegiate – spie, indizi – che consentono di decifrarla». Idea che a suo avviso costituiva «il nocciolo del paradigma indiziario o semeiotico» e che si era «fatta strada negli ambiti conoscitivi più vari, modellando in profondità le scienze umane».

Paradigma foriero di rischi e malintesi tanto da essere rimesso in discussione dallo stesso autore nel 1986 in Miti emblemi spie. Morfologia e storia, testo nel quale l’autore si chiedeva se la grande ricchezza cognitiva degli indizi non avesse indotto a trascurare l’importanza delle prove. Un dubbio critico che lo portò a riformulare il rapporto tra indizio e prova, avvertendo che l’indizio da solo poteva non essere sufficiente.

Il giudice e lo storico

Nel 1991 si cimentò con un episodio di storia attuale in un volumetto, Il Giudice e lo storico, che affrontava il cosiddetto «processo Sofri», in realtà vicenda giudiziaria che coinvolgeva oltre ad Adriano Sofri anche Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi, i primi due massimi dirigenti di Lotta continua mentre Bompressi era un esponente del livello illegale della organizzazione. Tutti e tre accusati come correi dal pentito Leonardo Marino, reo confesso della uccisione il 17 maggio 1972 del commissario Calabresi, ritenuto responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, ingiustamente fermato nell’immediatezza delle indagini sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e poi trattenuto illegamente nei locali della questura di Milano, dove morì precipitando da una finestra della stanza del quarto piano dove era in corso li suo interrogatorio.
Oltre a quello che fu il primo omicidio politico degli anni '70, Marino confessò anche la realizzazione di diverse rapine di autofinanziamento realizzate dalla struttura illegale di Lotta continua che portarono alla condanna di alcuni ex militanti, in altri casi ad assoluzioni.
Partendo dalle riflessioni del maestro Marc Bloch sulle differenze tra il mestiere del giudice e quello dello storico, Ginzburg analizzava le carte dell’inchiesta e del processo contro i tre esponenti di Lotta continua ma soffermandosi unicamente sulla posizione del suo amico Sofri, registrava le inquietanti analogie con le tecniche dell’inquisizione incontrate nelle carte dei processi che aveva studiato. Un esperimento coraggioso quello di Ginzburg ma riuscito solo parte(1). All’inizio della sua disamina l’autore non esclude completamente l’ipotesi del complotto, ma in assenza di prove si attiene all’errore giudiziario, poiché non vuole avanzare «sul terreno delle congetture». Come egli stesso ammette: «Per parlare di dolo (che in questo caso implicherebbe anche, necessariamente, un complotto), ci vogliono delle prove irrefutabili. Io non ne ho».(2) “Insostenibile” però non vuole dire “impensabile”. E nel libro vi è ben più che un’allusione all’ipotesi del complotto, tant’è che Ginzburg stesso riferisce del dissenso che ha sul tema con Adriano Sofri.(3) Il complotto, la «teoria dei complotti», è per Ginzburg un modello ontologico valido seppur solo a certe condizioni.(4) Dimostrando efficacemente le «inquietanti coincidenze» del processo Sofri con i procedimenti dell’inquisizione, anch’egli rifiuta di trarre delle più ampie conclusioni sul sistema giudiziario dell’emergenza. Le frequentazioni con le «radici del paradigma indiziario» non lo hanno reso avvertito del fatto che un procedimento può essere l’indizio di un sistema ben più ampio. Per Ginzburg il solo «processo alle streghe» dell’Italia moderna è quello Sofri.(5)
Ma tra le differenti caratteristiche che distinguono l’attività dello storico da quella del giudice vi è l’analisi del «contesto», ovvero la presa in considerazione della dimensione storico-sociale da cui la ricerca storica non può in alcun momento prescindere, a differenza dell’attività giudiziaria che si occupa prioritariamente dell’azione individuale, cercando di definirne le singole responsabilità e i relativi risvolti penali, e solo secondariamente – in modo del tutto discrezionale – della dimensione storico-sociale (con strumenti di conoscenza e comprensione che restano largamente inadeguati).
Perché, dunque, questa ossessiva reductio ad unum dell’intera impalcatura politico-giudiziaria che ha dato luogo al processo e alla condanna di Sofri e compagni? Perché questa volontà di circoscrivere la vicenda del processo Sofri alla dimensione del semplice errore giudiziario? Perché altrove il lavoro di analisi dei meccanismi dell’inquisizione del Cinquecento e del Seicento porta Ginzburg a non soffermarsi di fronte alle sole implicazioni metodologiche ma a indagare oltre, per ricercarne le implicazioni politiche, le complesse e profonde interrelazioni con la dimensione delle mentalità, per arrivare così a descrivere i meccanismi di una struttura che agisce come sistema e che svolge una decisiva funzione di controllo e repressione sociale? Sarebbe esatto considerare l’inquisizione come la semplice addizione di un gran numero di processi a streghe, maghi ed eretici impenitenti? Una somma incredibile di errori giudiziari che traversarono due secoli e diversi paesi d’Europa senza legami l’uno con l’altro? Sarebbe giusto considerare questa dimensione spaziale e temporale comune come un fatto puramente accidentale? 

Tutte le ricerche degli storici in materia, oltre che quelle pregiate di Ginzburg(6), mostrano il contrario. Allora, perché di fronte a un fatto come il processo Sofri, uno storico così avvertito viene meno, in modo tanto palese, al rigore del suo mestiere? Alla fine del suo libro, Ginzburg, districandosi tra storici e giudici che cercano la prova delle streghe, arriva soltanto a scoprire l’esistenza degli angeli. Angeli speciali che hanno sorvolato la storia degli anni '70.

Note

1 Il testo è ripreso da un saggio, Gli Angeli e la storia, scritto alla fine degli anni 90 a Parigi e poi pubblicato all’interno del volume Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e stato di emergenza in Italia dagli anni Settanta a oggi, Odradek 1999, scritto insieme a Oreste Scalzone.

2 Le juge et l’historien, Paris, Verdier, 1997, trad. dall’edizione italiana, Einaudi, 1991, con una nuova prefazione dell’autore. cap. XVII, p. 101.

3 Nella Memoria presentata ai giudici e pubblicata dall’editore Sellerio sotto lo stesso titolo, Adriano Sofri scrive a p. 139: «Bisogna stare attenti alla teoria del complotto perché offusca l’intelligenza, e sfocia spesso in una spiegazione comoda».

4 Le juge et l’historien, op. cit.; trad. italiana, 1991, cap. XIV, pp. 64-68.

5 Un episodio per tutti: al Salon du Livre di Parigi, presentando l’uscita del suo libro, Carlo Ginzburg ha risposto a Toni Negri (il quale faceva notare di avere anch’egli «subito un processo alle streghe»), che non c’era ragione di comparare i due casi, poiché «Sofri era veramente innocente e Negri colpevole». Per quello specchio distorto della realtà che è la «verità giudiziaria» i due sono colpevoli allo stesso modo, ma Ginzburg frequentando l’universo delle streghe ha appreso l’arte magica che permette, a lui solo, di essere partecipe dei segreti della «verità storica».

6 Carlo ginzburg, «Traces. Racines d’un paradigme indiciaire» (1979), Mythes, emblèmes, traces: morphologie et histoire, tr. fr. M. Aymard et al., Paris, Flammarion, 1989, p.139-180; «Prove e possibilità», prefazione ed. italiana di N. Zemon Davis, Il ritorno di Martin Guerre, Torino, 1984; «Montrer et citer», Le Débat, n° 56 (settembre-ottobre 1989), pp. 43-54.

Fonte 

15/06/2026

Martedi a Genova udienza decisiva per Mohammed Hannoun e i palestinesi detenuti in Italia

Il 16 giugno 2026, davanti al Tribunale di Genova, si aprirà un capitolo decisivo sulla montatura che ha portato in carcere Mohammed Hannoun ed altri rappresentanti palestinesi in Italia.

Dal 27 dicembre 2025, quattro famiglie vivono questa attesa sospesa: Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad sono ancora rinchiusi in carcere in custodia cautelare.

A maggio la Corte di Cassazione, accogliendo uno dei motivi di ricorso sollevati dalle difese, ha motivato l’annullamento delle ordinanze del Tribunale del riesame di Genova sulla custodia cautelare degli indagati nell’inchiesta genovese sui presunti finanziamenti ad Hamas attraverso enti di solidarietà con il popolo palestinese.

La Corte, in sostanza, ha affermato che il giudice può fondare la decisione solo su materiale acquisito in contraddittorio e di provenienza accertata: le “fonti aperte” indeterminate, prive di indicazione dell’origine e di vaglio di attendibilità, non equivalgono al “fatto notorio” e sono inutilizzabili (al pari del materiale proveniente dai servizi segreti israeliani). La mancata specificazione della fonte e della sua qualità ed attendibilità ne preclude l’utilizzabilità.

Contestualmente, la Corte ha depositato le motivazioni con cui ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura, che insisteva per l’utilizzabilità del materiale di provenienza bellica. 

L’udienza è prevista alle 9 del mattino e durerà fino al pomeriggio. “Chiediamo a chiunque possa esserci, di aggregarsi davanti a quel tribunale” afferma l’API (Associazione dei Palestinesi in Italia) – “Per questo rivolgiamo un appello ad associazioni, gruppi, movimenti, a tutte le realtà e a tutte le persone che credono nella dignità umana e nella vicinanza concreta: portate la vostra presenza, la vostra voce, il vostro simbolo di solidarietà. Unitevi a noi davanti al Tribunale di Genova il 16 giugno, per trasformare la paura in comunità e l’attesa in resistenza condivisa”.

Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad hanno bisogno di sentire che fuori da quelle mura qualcuno li aspetta davvero. Che non sono un numero, non sono un fascicolo. Sono figli, fratelli, compagni, amici. Sono pezzi di vita di qualcuno. “A chi non potrà essere lì fisicamente, lo sia con un pensiero, con un gesto, con un messaggio alle famiglie”.

Ci auguriamo che il 16 giugno venga fatta giustizia e siano scarcerati Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad.

Fonte

27/03/2026

Iniziato il processo contro Maduro e Flores, sequestrati dagli USA

Il Presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores sono comparsi ieri davanti ad un tribunale a New York a due mesi di distanza dal loro rapimento in Venezuela da parte delle forze militari statunitensi e dal successivo trasferimento negli Stati Uniti. In occasione di questa prima udienza ufficiale, manifestazioni che hanno richiesto la loro liberazione si sono svolte a New York e, in Italia, a Roma e Milano.

Maduro, già nella prima udienza a gennaio aveva denunciato: “Sono stato rapito nella mia casa a Caracas”, definendosi un “prigioniero di guerra”.

Il giudice Hellerstein ha scelto di non pronunciarsi né sull’archiviazione del caso né sulla questione cruciale delle spese legali, riservandosi la decisione. La difesa ha ribadito che le sanzioni imposte dagli Stati Uniti impediscono a Maduro di utilizzare fondi pubblici venezuelani per pagare i propri avvocati, compromettendo – secondo i legali – un diritto fondamentale garantito dal sistema costituzionale americano stesso.

Gli avvocati sostengono che l’impossibilità di accedere a risorse economiche adeguate limita concretamente il diritto alla difesa. L’accusa, invece, insiste sul fatto che il procedimento debba andare avanti indipendentemente dalle sanzioni. Il risultato è una situazione giuridica sospesa, in cui il processo procede mentre resta incerta la possibilità stessa di una difesa piena.

Sono molti gli osservatori internazionali che mettono in discussione la legittimità di un sequestro e di un’operazione militare unilaterale condotta in un territorio sovrano, senza mandato internazionale.

Ma se l’arresto è avvenuto in violazione del diritto internazionale, si apre un problema di fondo sulla validità stessa del procedimento giudiziario avviato unilateralmente e arbitrariamente dal governo degli Stati Uniti.

Le accuse statunitensi parlano di “narco-terrorismo” e traffico internazionale di droga, ma queste accuse sono già cadute nel corso di questi mesi, motivo per cui la difesa insiste sulla natura politica del processo. Maduro e Flores si sono dichiarati non colpevoli e continuano a sostenere la propria innocenza.

Nel frattempo, a New York fuori dal tribunale, si sono svolte manifestazioni contrapposte: da un lato personaggi della destra venezuelana che chiedono una condanna esemplare, dall’altro i sostenitori di Maduro e Flores che denunciano un processo politico e chiedono la liberazione dei due leader.

Manifestazioni per la liberazione di Nicolas Maduro e Cilia Flores in occasione dell’apertura del processo a New York si sono svolte ieri nel pomeriggio anche a Roma e Milano rispettivamente sotto l’ambasciata e il consolato degli Stati Uniti.

Fonte

11/10/2025

«Questo è morto, dove lo butto?»

Quarta udienza alla Corte d’Assise di Latina per il processo ad Antonello Lovato, accusato di omicidio colposo con dolo eventuale e omissione di soccorso per la morte il 19 giugno 2024 del bracciante indiano Satnam Singh, abbandonato davanti casa con un braccio amputato.

Ecco due testimonianze ascoltate in tribunale: un bracciante chiamato quel 17 giugno a fare da interprete e il medico legale Cristina Setacci.

Il bracciante: «Aiutami questo è morto, è finito, dove lo butto? Questa frase mi è stata detta al telefono da Antonello Lovato poco dopo l’incidente. Me lo ha passato al telefono un mio connazionale che non parlava italiano ed era con lui. Io dicevo di chiamare una ambulanza. “Siamo con te non ti preoccupare siamo con te se chiami l’ambulanza si salva, non ti preoccupare”, gli dicevo.

Lui era impaurito». Ho sempre fatto presente che dovevano chiamare l’ambulanza, ho pensato che l’avessero portato in ospedale e io dicevo al telefono “Non ti preoccupare, non muore, chiamate l’ambulanza”, ricordo questo».

Il medico legale: «La morte è stata causata da uno choc emorragico e con cure tempestive si sarebbe salvato. Un intervento di soccorso immediato poteva produrre un successo terapeutico e salvare la vita a Satnam. Si è perso tempo, se in trenta minuti si arrivava al Pronto Soccorso di Latina si poteva bloccare l’emorragia e sarebbe stato l’ideale.

La condizione di Satnam all’arrivo dell’eliambulanza era peggiorata perché era trascorso del tempo. Anche il trasporto su un mezzo come il furgone non è stato utile, non è stata una modalità adeguata. La genesi dello choc emorragico è stata provocata dall’amputazione del braccio destro».

Il processo riprenderà il 2 novembre.

Fonte

16/07/2025

Brasile - La Procura chiede la condanna di Bolsonaro per tentato golpe

La Procuradoria-Geral da República (PGR) ha chiesto, nella notte tra lunedì e martedì, la condanna dell’ex presidente Jair Bolsonaro e di altri sette membri del presunto “nucleo centrale” di una trama golpista che il Supremo Tribunal Federal sta indagando da mesi. La richiesta, contenuta in un documento di 517 pagine, è stata inviata al ministro Alexandre de Moraes come parte delle argomentazioni finali dell’accusa, ultimo passaggio prima del processo, che dovrebbe tenersi a settembre.

Secondo il procuratore generale Paulo Gonet, Bolsonaro è il “leader della organizzazione criminale” e “principale ideatore e beneficiario” di un piano per sovvertire l’ordine democratico dopo la sconfitta alle elezioni del 2022. Le accuse sono gravi: associazione criminale armata, tentativo di abolizione violenta dello Stato democratico di diritto, tentato golpe, danneggiamento aggravato e attacco a patrimonio pubblico protetto. Le pene previste superano i 30 anni di reclusione.

Oltre a Bolsonaro, compaiono nella lista degli imputati anche ex generali e ministri del suo governo: Walter Braga Netto, Augusto Heleno, Alexandre Ramagem, Anderson Torres, Almir Garnier, Paulo Sérgio Nogueira e Mauro Cid. Quest’ultimo, ex aiutante di campo del presidente, ha firmato un accordo di collaborazione con la giustizia e potrebbe ottenere la sospensione della pena.

Nella ricostruzione della Procura, Bolsonaro avrebbe utilizzato strutture statali e il sostegno di settori delle forze armate per diffondere disinformazione, alimentare tensioni istituzionali e promuovere misure autoritarie. L’iniziativa rientrava, secondo Gonet, in un disegno più ampio per impedire l’insediamento del presidente eletto Luiz Inácio Lula da Silva.

Dopo la presentazione dell’atto d’accusa, si apre ora il termine per le memorie difensive. Una volta chiuso anche questo passaggio, il Supremo Tribunal Federal fisserà la data del giudizio.

Fonte

29/03/2025

Brasile - Bolsonaro a processo per “tentato golpe”

La Corte Suprema del Brasile ha deciso all’unanimità di rinviare a giudizio l’ex presidente Jair Bolsonaro con l’accusa di aver organizzato un colpo di Stato per rimanere al potere dopo la sconfitta elettorale del 2022 a vantaggio del candidato di centrosinistra Lula da Silva.

L’ex presidente, di estrema destra e nostalgico della dittatura militare durata dal 1964 al 1985, è accusato di essere a capo di una cospirazione diretta a sovvertire il risultato elettorale.

Le indagini della polizia federale hanno rivelato che il gruppo aveva elaborato un decreto per invalidare le elezioni e indire un nuovo scrutinio condizionato.

Inoltre, secondo gli investigatori, i cospiratori avrebbero progettato l’assassinio dell’attuale presidente Luiz Inacio Lula da Silva, del vicepresidente Geraldo Alckmin e del giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes.

Bolsonaro deve rispondere di capi d’accusa gravissimi: “tentativo di colpo di Stato”, “tentativo di abolizione violenta dello Stato di diritto democratico” e “organizzazione criminale armata”. Se condannato, potrebbe scontare una pena superiore ai 40 anni di carcere. Probabilmente, però, l’ex presidente rimarrà in libertà in attesa del processo, che potrebbe iniziare entro la fine dell’anno per evitare di sovrapporsi alle elezioni presidenziali del 2026.

L’ex presidente è già stato dichiarato ineleggibile fino al 2030 per altri reati. Bolsonaro spera di ribaltare questa decisione per poter competere nuovamente nel 2026, ma una condanna per cospirazione metterebbe fine alle sue ambizioni politiche, costringendo la sua area politica a trovare un nuovo leader.

Bolsonaro ha reagito con durezza alla decisione della Corte Suprema, definendola il risultato di un “processo politico” e accusando i giudici di volerlo eliminare dalla competizione elettorale.

La difesa aveva tentato di far ricusare Alexandre de Moraes, uno dei giudici del processo e presunta vittima del piano di assassinio, ma la richiesta è stata respinta. Oltre a Bolsonaro, saranno processati altri sette presunti cospiratori, tra cui alcuni ex ministri e alti ufficiali delle forze armate: Walter Braga Netto (Difesa), Anderson Torres (Giustizia), Paulo Sergio Nogueira (Difesa) e Augusto Heleno (Gabinetto sicurezza istituzionale), l’ex comandante della Marina militare Almir Garnier Santos e l’ex direttore generale dell’intelligence, Alexandre Ramagem.

Nel gruppo rientra anche il tenente colonnello Mauro Cid, l’ex aiutante di campo le cui rivelazioni alla polizia federale, rese in cambio di condizioni processuali agevolate, sono servite da spina dorsale alle indagini.

L’assalto ai palazzi del potere a Brasilia, l’8 gennaio del 2023, di alcune migliaia di estremisti di destra sostenitori di Bolsonaro, che tentavano di ribaltare il risultato delle elezioni rimane una ferita aperta nel paese.

Fonte

13/03/2025

“Mara gridava ‘Non sparate'”

A sorpresa nell’aula della corte di Assise di Alessandria si presenta Lauro Azzolini con un documento scritto per dire: “Alla Cascina Spiotta io c’ero. In un minuto breve di 50 anni fa tutto precipitò in un inferno che ancora oggi mi costa un tremendo sforzo emotivo rivivere, al termine del quale sono morte due persone che non avrebbero dovuto morire, il carabiniere Giovanni D’Alfonso il padre di Bruno e Mara Cagol”.

Bruno D’Alfonso con il suo esposto aveva fatto riaprite le indagini che hanno portato a questo processo. Dove le indagini riaperte non hanno fatto però luce sulla fine di Mara Cagol che Lauro Azzolini ricorda a terra, arresa con le mani in alto dicendo: “Non sparate”.

Azzolini oggi ha 82 anni. Scagiona i suoi coimputati Renato Curcio e Mario Moretti dirigenti nazionali delle Brigate Rosse ma che nulla sapevano del sequestro di Vittorio Vallarino Gancia tutto gestito dalla colonna torinese dell’organizzazione.

Frank Cimini, l’Unità – Qui di seguito il testo della lettera presentata da Azzolini

*****

Per la Corte d’Assise di Alessandria

C’ero io quel giorno di 50 anni fa alla Spiotta!

In un minuto breve di 50 anni fa quando tutto precipitò, un inferno che ancora oggi mi costa un tremendo sforzo emotivo rivivere, al termine del quale sono morte due persone che non avrebbero dovuto morire, il padre di Bruno D’Alfonso e Mara.

Mara, una donna eccezionale, una compagna generosa, e la morte di una persona cara è un dolore incancellabile che ti porti dentro per tutta la vita, per tutti e senza distinzioni.

Un giorno maledetto che non dimenticherò mai, ma visto che a distanza di 50 anni si è deciso di portarlo in un processo pubblico, oggi che di anni ne ho 82, e tutto intorno a me è cambiato rispetto a quando ne avevo meno di 30, quando, nel contesto delle lotte di classe, nel duro conflitto sociale, insieme a tanti altri compagni pensavamo di poter fare la rivoluzione, perché allora il mondo che ci circondava era molto diverso da quello di oggi, seppur in questo presente quotidiano assistiamo a violenze, povertà, sfruttamento, milioni di morti in guerre terribili tra poteri, operai uccisi dal lavoro, una umanità dispersa, ho deciso di raccontare quello che quel giorno è successo.

Prima che questo processo abbia inizio, e prima che lo facciano altri, perché io sono l’unico che ha visto quello che quel giorno è davvero successo.

Cioè che quel giorno è successo quello che avevo scritto allora, in quella ricostruzione fatta per tutti gli altri compagni delle BR, trovata dai carabinieri mesi dopo a Milano e che è stata nominata più volte dalla pubblica accusa.

Voi la leggerete, io non ci riesco, neppure a distanza di 50 anni, perché mi fa rivivere i dettagli di una prolungata sofferenza, per cui vi dirò quello che oggi ricordo di quel giorno di così tanti anni fa e che non avrebbe dovuto succedere.

Da pochi mesi ero arrivato a Torino e da operaio mi ero impegnato al lavoro di coordinamento delle avanguardie nelle fabbriche torinesi; dopo l’arresto di due compagni della Colonna torinese entro anch’io nella clandestinità proprio nel momento in cui per necessità di autofinanziamento l'Organizzazione decise di sequestrare un ricco imprenditore. Era la prima volta e io vi partecipai, il tutto avrebbe dovuto concludersi in pochi giorni senza conseguenze né per il sequestrato né per noi.

Invece già il giorno stesso del sequestro venne arrestato un nostro compagno che si dichiarò ‘prigioniero politico’ e l’indomani successe l’impensabile che stravolse tutto, perché a causa del fatto e della nostra impreparazione ci facemmo prendere alla sprovvista.

Mara e io avremmo dovuto controllare a turno l’unico viottolo di accesso alla cascina, ma d’improvviso sentimmo dei colpi forti alla porta e guardando dalla finestra ci accorgemmo della presenza di un carabiniere. Ad entrambi ci cadde il mondo addosso e ci prese il panico.

Ho sentito dire che saremmo stati istruiti e addestrati per cosa fare in quei casi e altre cose del genere, ma non è vero, non sapevamo assolutamente cosa fare perché non era mai successo, vi fu una improvvisazione di tutto sul momento, quel che ricordo è che decidemmo di fuggire abbandonando l’ostaggio.

La confusione era assoluta, sapevamo che fuori ad attenderci c’erano i carabinieri. Ne avevamo visti due forse tre ma quanti di preciso fossero non lo sapevamo. Raccogliemmo carte e bagagli frastornati cercando di capire come da lì uscirne.

Si decise di usare le due piccole ‘SRCM’, quelle considerate di addestramento, lanciate senza mira alcuna avrebbero prodotto una esplosione tale da disorientare gli stessi CC e così avere lo spazio necessario per aprirci la fuga verso le nostre due auto che erano appena fuori.

Ma tutto precipitò, sentimmo colpi di arma verso di noi, rispondemmo con qualche colpo nel caos di una frazione di secondi.

Prese le nostre auto pensammo di esserci riusciti, ma la carreggiata era sbarrata dall’auto dei CC, io e Mara ci urtammo finendo la corsa sotto il tiro di un altro carabiniere che era spuntato all’improvviso.

Vi fu la resa nostra. Uscito dall’auto mi affiancai a Mara che era già sul prato. Notai che sanguinava da un braccio, le chiesi se era ferita. Mi disse di sì ma che non era niente e che se c’era la occasione di tentare ancora di fuggire e risposi che avevo ancora una ‘SRCM’.

D’accordo, al suo cenno, la lanciai e mi misi a correre verso il bosco, convinto che Mara mi avrebbe seguito. Raggiunto il bosco mi accorsi che lei non c’era e allora guardai verso il prato della cascina e l’ultima immagine che ho di Mara, che non dimenticherò mai, è di lei ancora viva che si era arresa con entrambe le braccia alzate, disarmata, e urlava di non sparare...

Ho continuato a correre a piedi senza guardarmi indietro fino a raggiungere una zona distante, ben oltre il bosco, quando sentii due spari. Continuai a correre per ore cercando un nascondiglio sicuro per aspettare la notte. Ero solo.

Il giorno dopo quando raggiunsi un Paese sulle prime pagine dei giornali seppi di feriti e vidi che Mara era morta distesa su quel prato dove l’avevo lasciata viva.

Lo sconcerto, il dolore mi ha attraversato la carne come una lama.
Poi il bilancio finale: un’altra morte come tragico epilogo di quella giornata.
Con rispetto dovuto, è anche per quei due morti che non avrebbero dovuto esserci che non ho più potuto tornare indietro.

Capisco che OGGI questo sembrerà paradossale, ma ALLORA per la mia coscienza di classe ha significato assumermi la responsabilità della scelta fatta.

Lauro Azzolini
11 marzo 2025

06/03/2025

Brasile - Il processo a Bolsonaro può cambia le carte intavola

La procura della repubblica del Brasile ha accusato l’ex presidente Jair Bolsonaro, assieme ad altre 33 persone, di aver ordito un colpo di stato per impedire l’insediamento del presidente in carica Luiz Inácio Lula da Silva dopo le elezioni del 2022, così come di aver cercato di avvelenare Lula e altri rappresentanti del PT. Secondo l’accusa, l’organizzazione criminale era guidata da Bolsonaro e dal suo candidato alla vicepresidenza, il generale Walter Braga Neto. Il processo a Bolsonaro arriva in una fase storica in cui le destre post fasciste in America Latina e nel mondo occidentale guadagnano sempre più spazio. Per parlare del Brasile, delle destre e della situazione a livello globale anche dopo l’inizio del secondo governo Trump, abbiamo intervistato il sociologo Carlos Eduardo Martins, Dottore in Sociologia e Professore presso l’Università di San Paolo, Brasile, Professore Aggiunto e Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche presso l’Università Federale di Rio de Janeiro.

Il processo contro Bolsonaro per il tentato golpe del 2023 e il possibile avvelenamento di Lula cosa cambia in Brasile?

La possibile condanna di Bolsonaro per la denuncia da parte della Procura Generale è un fatto nuovo in Brasile, perché il Brasile è l’unico paese del continente delle dittature degli anni ’60, ’70 e ’80 a non aver stabilito una giustizia di transizione tanto che si è fatta una legge di amnistia che ha reso impuniti i crimini del terrorismo di Stato. I militari sono rimasti come una sorta di quarto potere, ponendo dei limiti allo sviluppo della democrazia brasiliana.

Questa concezione della legittimazione del colpo di Stato del 1964 in Brasile è sempre stata dominante nelle forze armate.

Si sa che il colpo di Stato del 1964 viene chiamato dittatura militare, ma è un termine impreciso, il termine migliore sarebbe dittatura militare del grande capitale, perché circa 6.000 soldati furono espulsi dalle forze armate: i militari nazionalisti e legalisti sono stati espulsi, di fatto sono stati colpiti dalla dittatura funzionari pubblici militari sei volte di più che i funzionari pubblici civili.

Quindi, questo è un fatto nuovo, anche perché il Brasile ha firmato il Trattato interamericano sui diritti umani e in base a tal trattato i crimini continuativi sono crimini che devono subire sanzioni penali e la legge di amnistia, quindi, non coprirebbe i crimini di sparizione forzata. Però la Corte Suprema Federale del Brasile, nel 2010, si è pronunciata a favore della legge di amnistia ignorando le conseguenze del Trattato interamericano sui diritti umani.

Quindi questa denuncia contro Bolsonaro e i militari che hanno tentato il colpo di Stato l’8 gennaio 2023 è un punto di svolta. Una svolta che si articola anche con una nuova offensiva contro la legge di amnistia così la Corte Suprema Federale sta cercando di far rispettare le norme del Trattato interamericano sui diritti umani.

Verrà creato un meccanismo giuridico per affrontare l’ala fascista delle forze armate brasiliane. Questo è di per sé uno sviluppo molto importante. Dobbiamo tenere d’occhio come andranno le cose.

Penso che ci siano buone possibilità che Bolsonaro sia condannato così come il gruppo che ha lavorato con lui, perché oggi dentro al Supremo Tribunale Federale del Brasile c’è una maggioranza legalista.

È molto difficile per Bolsonaro sfuggire a una condanna a 40 anni di carcere; per le leggi brasiliane potrebbe uscire con un sesto della pena, ma è una situazione molto difficile per lui.

Per di più Bolsonaro non potrebbe accedere all’amnistia, nemmeno se il prossimo presidente lo volesse a meno che non sia supportato da una maggioranza in parlamento dei 2/3 e così cambiare la costituzione.

Credo sia una situazione importante.

Affrontare così le forze armate fasciste è l’espressione di un’alleanza tra il centrosinistra con settori della borghesia brasiliana più tradizionale e più internazionalizzata, settori che si sentivano minacciati dal progetto politico dittatoriale di Bolsonaro. Era chiaro che Bolsonaro voleva promuovere quella borghesia che si sarebbe detta a lui fedele.

Bolsonaro si è scontrato, negli anni, con settori molto tradizionali della borghesia brasiliana cercando di cambiare le gerarchie.

La vicenda Bolsonaro è solo brasiliana o ha dei riverberi internazionali?

Sembra che il Grande Capitale stia fraternizzando a livello internazionale. Ci sono però delle fratture al suo interno. C’è un’ala liberale che vuole uno Stato democratico con un basso livello di impegno sociale e dove la borghesia possa esprimere direttamente i suoi rappresentanti politici.

La visione liberale dello Stato, del Grande Capitale, è una visione in cui lo Stato non genera un monopolio politico in grado di rivaleggiare con i monopoli imprenditoriali.

Questa è la visione liberale, ma ciò che accade è che siamo in un momento di crisi organica del dominio borghese e con ciò il fascismo inizia a guadagnare consenso di massa, soprattutto quando le sinistre si alleano con i settori borghesi e neoliberisti cercando di rianimare una fetta di economia in decadenza.

Questo è quello che si vede spesso in Occidente dove il caso più eclatante è quello della socialdemocrazia dove vediamo un costante declino del consenso verso i partiti socialisti ma è anche il caso degli Stati Uniti e della sinistra legata al Partito Democratico. In Brasile, ad esempio, è il caso del Partito dei Lavoratori che è un partito che ha stabilito un’alleanza con il capitale finanziario così come un’alleanza con i settori tradizionali della borghesia cercando di apportare alcuni cambiamenti molto specifici in questo tipo di dominio.

La crisi del dominio borghese tradizionale colpisce, così, anche il centro-sinistra che ad esso si è legato e apre lo spazio per l’ascesa del fascismo e dei suoi alleati. Il fascismo trascina con sé una borghesia che non faceva parte dei “ranghi alti” e subiva gli effetti della decadenza delle economie tradizionali. I neo-fascisti creano così un’alleanza con questi settori una volta minoritari dentro al mondo imprenditoriale e allo stesso tempo costruisce un discorso, come fatto da Milei, che lega la decadenza dell’economia alla casta politica. Lo stesso fatto da Bolsonaro quando attaccava l’elitarismo del centrosinistra sottolineando che i simpatizzanti del centrosinistra hanno una vita con alto livello di consumo. Milei e Bolsonaro si pongono come uomini popolare.

Mi sembra esistere una divisione tra le forze del grande capitale, una parte di queste forze che si legano al neofascismo soprattutto per convenienza, un’altra parte del grande capitale invece si appoggia e appoggia i partiti tradizionali per conservare la sua posizione di vantaggio e di controllo degli apparati statali.

Tutto questo varia tra le diverse regioni e situazioni, certo è che il grande capitale tradizionale ha due paure: la prima è che le sinistre sviluppino un progetto sociale che vada contro gli interessi capitalistici, ed è questo il motivo per cui in Brasile nel 2017 c’è stata l’unione condivisa del capitale contro il PT. Ma c’è da dire che una parte del capitalismo brasiliano sperava che i liberali del Psdb potessero diventare la prima forza del paese e superare il PT. Quella parte del capitalismo brasiliano ha sofferto quindi quando è emersa la figura di Bolsonaro e dell’estrema destra, mentre la parte meno vincolata alla politica tradizionale ha cavalcato le sue proposte. Lula per tornare al governo ha dovuto garantire più cose di quanto avesse mai fatto come presidente ai gruppi imprenditoriali del Brasile.

Possiamo dire che le democrazie liberali sono morte o fallite?

Sono in una crisi molto profonda perché la globalizzazione neo liberale ha accresciuto la disuguaglianza e ha dimostrato che la democrazia era in realtà una plutocrazia e che serviva molto poco alle grandi masse. Anche questa è una realtà delle democrazie occidentali e questo dà forza al fascismo, soprattutto in uno scenario in cui la sinistra è schiava del patto con i settori della borghesia tradizionale ed è parte della contesa per la gestione del neoliberismo con altre forze, quindi in questo scenario la democrazia è in forte crisi in Occidente, soprattutto questo formato liberale della democrazia.

Quello che Trump ed il neofascismo aziendale sta portando avanti è una forma di neocolonialismo?

Penso che Trump stia sviluppando una sorta di imperialismo informale, un “imperialismo territorialista” tanto che parla apertamente di impadronirsi del Canale di Panama, della Striscia di Gaza, della Groenlandia. Penso che Trump stia tornando a forme tradizionali di imperialismo che erano state scartate come forme dominanti a causa del loro alto livello di violenza.

Fonte

30/10/2024

Brigate Rosse: trojan usato su “ignoti” che invece sono “noti”

Ti piazzano addosso il captatore trojan, ti intercettano per mesi confrontando le tue impronte con quanto repertato 50 anni fa, e quando i tuoi difensori eccepiscono l’assenza del decreto autorizzativo da parte del gip il gup rigetta l’eccezione e ti spiega che il decreto non era necessario perché al momento l’inchiesta era “contro ignoti”. Diventata contro “noti” solo dopo aver ascoltato le conversazioni intercettate. Insomma ti metto addosso il mezzo più invasivo possibile e non si può dire che ti sospetto. Sei ignoto.

Stiamo parlando dell’inchiesta sulla sparatoria di Cascina Spiotta il 5 giugno del 1975 quando morirono il carabiniere Giovanni D’Alfonso e Mara Cagol. Ovviamente l’indagine si occupa solo dell’omicidio del carabiniere e non del colpo di grazia con cui fu finita Mara Cagol mentre era per terra ferita, arresa e disarmata.

Il gup Ombretta Vanini ha deciso che non c’erano irregolarità e violazioni dei diritti, apprestandosi il prossimo 30 ottobre a rinviare a giudizio per concorso in omicidio Renato Curcio, Mario Moretti, Pierluigi Zuffada e Lauro Azzolini.

Il captatore trojan insomma veniva usato per “ragioni di assoluta urgenza”. Su un fatto badate bene avvenuto mezzo secolo fa. In una indagine riaperta annullando una precedente sentenza di proscioglimento per Azzolini del 1987, senza leggerla perché le carte erano scomparse nel 1994 durante l’alluvione di Alessandria.

A far riaprire l’indagine era stato l’esposto presentato dagli eredi del carabiniere. In aula, in udienza preliminare sono stati letti articoli di stampa e anche alcune frasi dei libri di Curcio e Moretti per dimostrare che erano stati dirigenti delle Br. Un fatto notorio già all’epoca dei fatti e della prima inchiesta poi “alluvionata”.

Ma allora Curcio e Moretti non erano stati chiamati in causa. Vengono tirati in ballo adesso per spettacolarizzare e mediatizzare l’indagine e consumare una vendetta politica contro un intero periodo storico, quello degli anni ‘70.

Ovviamente davanti a questi veri e propri strafalcioni giuridici non si sente la voce di nemmeno uno dei tanti garantisti che affollano un paese disgraziato. Tutti garantisti solo per gli amici e il proprio clan.

Quando si tratta di quella storia, un conflitto sociale durissimo sfociato in una guerra civile a bassa intensità ma neanche troppo bassa, le garanzie non esistono. Infine ultima considerazione. Con quello che hanno speso per i captatori trojan non si può permettere che la procura di Torino, una delle più forcaiole d’Italia, venga smentita.

Per cui si andrà in corte d’Assise per assistere ai vincitori che processano i vinti. Norimberga due.

Fonte

27/10/2024

Germania - A sentenza il processo contro Junge Welt

Come riportato nell’edizione del fine settimana del 26-27 ottobre 2024 del quotidiano berlinese Junge Welt, è ora disponibile, dopo tre mesi, la sentenza scritta del Tribunale Amministrativo di Berlino nella causa intentata dal giornale contro la Repubblica Federale di Germania, secondo la quale la citazione di Junge Welt nel rapporto dei servizi segreti nazionali sarebbe legale.

Esistono “numerose e sufficientemente condensate prove” che la Junge Welt sta cercando attivamente di “stabilire un ordine sociale anticostituzionale socialista-comunista secondo una concezione marxista classica”.

Il giudice considera tatticamente motivato il fatto che ciò non possa essere dedotto dal giornale stesso e che la JW difenda piuttosto i diritti fondamentali democratici e le norme giuridiche liberali.

Il punto di riferimento centrale della sentenza è l’“approvazione di Lenin e della sua teoria” da parte della Junge Welt, che il tribunale sintetizza come l’introduzione di una dittatura monopartitica. Sebbene la Junge Welt non propagandi un sistema monopartitico, il giornale deve comunque rispondere delle opinioni di Lenin in materia.

La ragione addotta è che la Junge Welt possiede diritti su testi di Lenin, ha pubblicato tre libri di e su Lenin, ha gestito un “Lenin Bar” in un festival della stampa UZ e ha illustrato una rubrica intitolata “Luce rossa” con le teste di Marx, Engels e Lenin.

Come secondo “importante indizio fattuale”, il giudice vede collegamenti tra la Junge Welt e il Partito Comunista di Germania (DKP). Il giudice ha affermato che il presidente di questo partito, Patrick Köbele, “riceve ripetutamente dalla JW l’opportunità di promuovere le sue idee politiche in modo efficace per i media”.

Inoltre, esistono “legami personali”. Il giudice nomina sei degli oltre 100 dipendenti attuali o ex della Junge Welt che hanno dimostrato la loro vicinanza al DKP o sono addirittura membri del partito – e solo due degli oltre 800 autori annuali. È vero che solo alcuni autori e dipendenti potrebbero essere assegnati al DKP, ma anche il rapporto del servizio segreto nazionale “Verfassungsschutz” (Ufficio per la protezione della Costituzione) parla solo di “individui” e “alcuni”, quindi questo è in linea con i fatti.

Il giudice prosegue affermando che la Junge Welt non solo ha “un atteggiamento anticostituzionale”, ma cerca anche attivamente “l’instaurazione” di una dittatura monopartitica.

Le sue dichiarazioni culminano nell’insinuazione che le azioni di questo giornale sono “decisamente motivate dalla volontà di superare l’attuale sistema capitalistico e di invertire la controrivoluzione”.

È quindi “nell’interesse del JW se i lettori, illuminati dalla sua propaganda (…), procedono nello spirito di Lenin ad avviare la rivoluzione socialista con la forza o con crimini politici”. Nonostante tali affermazioni, il giudice ha infine rifiutato di accogliere il ricorso “perché il caso non è di fondamentale importanza”.

Il caporedattore di Junge Welt, Nick Brauns, vede il verdetto e le sue motivazioni come una violazione della libertà di espressione e della libertà di stampa. Egli respinge l’“assurda insinuazione” del giudice secondo cui Junge Welt vorrebbe ripristinare la Repubblica Democratica Tedesca (DDR) attraverso la rivoluzione e abolire la Legge fondamentale.

L’amministratore delegato Dietmar Koschmieder, che rappresenta il querelante nel procedimento, sottolinea che, sebbene fosse prevedibile una sconfitta in prima istanza, le motivazioni della sentenza vanno ben oltre le accuse mosse dall’Ufficio per la protezione della Costituzione al giornale.

Junge Welt si rivolgerà ora al Tribunale amministrativo superiore per ottenere l’autorizzazione a presentare ricorso. Quando la causa è stata presentata nel 2021, Junge Welt e la casa editrice 8. Mai GmbH hanno sottolineato che avrebbero fatto ricorso. Mai GmbH hanno sottolineato che, se necessario, si sarebbero rivolti alla Corte di giustizia europea.

Saremo lieti di rispondere a qualsiasi domanda.

Fonte

19/10/2024

Cascina Spiotta, rigettate le istanze della difesa: il processo si farà

Formalmente la decisione è stata rinviata al 30 ottobre ma il gup Ombretta Vanini rigettando le istanze della difesa a livello di eccezioni preliminari ha già scelto di rinviare a giudizio Renato Curcio, Mario Moretti, Lauro Azzolini e Pierluigi Zuffada ex dirigenti delle Brigate Rosse per l’omicidio del carabiniere Giovanni D’Alfonso del 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta durante le fasi della liberazione dell’imprenditore Vallarino Gancia in precedenza sequestrato.

“È tutto il contrario del matrimonio di Renzo e Lucia che per don Rodrigo non s’ha da fare, questo processo di Torino invece s’ha da fare” commenta l’avvocato Davide Steccanella difensore di Azzolini.

Il gup nel rigettare le eccezioni proposte dagli avvocati è passato sopra una serie di forzature e irregolarità della procura. Parliamo di una indagine riaperta dopo un proscioglimento senza possibilità di leggere quella lontana sentenza poi annullata perché scomparsa nel corso dell’alluvione di Alessandria nel 1994.

Parliamo di un captatore Trojan utilizzato a mezzo secolo dai fatti senza il decreto autorizzativo del gip.

Ci sono anche sette libri dedicati alla stagione dei cosiddetti anni di piombo tra gli “elementi indiziari” presentati dai pm torinesi nel processo a carico degli ex Br. Tra questi ci sono i volumi firmati da Curcio e da Moretti. Alcuni frammenti di questi testi sono stati letti in aula.

“I pm hanno letto dei brani io invece ne ho letti altri – dice l’avvocato Francesco Romeo che assiste Moretti – non ci si può limitare a estrapolare frasi dal contesto. La stessa presenza dei libri in un processo ci rimanda a un passato poco piacevole”.

Va ricordato che il 5 giugno del 1975 moriva anche Mara Cagol colpita quando era terra arresa e disarmata. Ma su quel colpo di grazia non si è indagato nonostante il pm lo avesse promesso a Curcio in sede di interrogatorio. Si andrà in corte di assise a celebrare un processo alla storia di un tentativo fallito di rivoluzione.

I vincitori processano i vinti. Insomma. Norimberga due. Almeno quella numero uno la fecero subito, non mezzo secolo dopo a un gruppo di 80enni.

Fonte

14/08/2024

Ponte Morandi, il processo infinito sei anni dopo il crollo

Sono passati sei anni tondi dal 14 agosto del 2018, quando il viadotto autostradale noto come ponte Morandi, che attraversava il Ponente di Genova, collassò su se stesso uccidendo 43 persone. Ma ne saranno già passati (almeno) sette quando il processo sul disastro arriverà al verdetto di primo grado. Non si vede ancora la luce, infatti, in fondo al tunnel del maxi-dibattimento in corso dal luglio 2022 nel Tribunale del capoluogo ligure, in una tensostruttura allestita solo a questo scopo nel cortile del Palazzo di giustizia. Gli imputati sono 59 tra tecnici e dirigenti, attuali e passati, della concessionaria Autostrade per l’Italia (Aspi), di Spea Engineering (la ex controllata che si occupava delle manutenzioni) e del ministero delle Infrastrutture, accusati a vario titolo di omicidio colposo plurimo, omicidio stradale, crollo doloso, omissione d’atti d’ufficio, attentato alla sicurezza dei trasporti, falso e omissione dolosa di dispositivi di sicurezza sui luoghi di lavoro; tra loro l’ex ad di Aspi Giovanni Castellucci, gli ex super-manager Michele Donferri Mitelli e Paolo Berti e l’ex provveditore alle opere pubbliche Roberto Ferrazza. Le parti civili sono 220, tra cui il Comitato dei parenti delle vittime, ammesso (con una decisione storica) nonostante la sua natura di soggetto costituito dopo il reato. Le due società Aspi e Spea, chiamate a rispondere in base alla legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, sono uscite dal processo tramite un patteggiamento, dimostrando di aver risarcito le vittime e di aver preso le misure necessarie per evitare il ripetersi dell’evento e versando allo Stato un totale di quasi trenta milioni di euro, somma equivalente al profitto del reato, cioè ai lavori mai eseguiti che nell’ipotesi della Procura avrebbero impedito il verificarsi del crollo.

In due anni si sono tenute 170 udienze e sono stati ascoltati 324 testimoni, tra cui gli ex ministri Graziano Delrio e Antonio Di Pietro, l’attuale ad di Autostrade Roberto Tomasi e Gianni Mion, ex ad di Edizione, la holding della famiglia Benetton, che controllava Autostrade prima della cessione allo Stato. Quest’ultimo, a maggio 2023, ha ripetuto in aula le dichiarazioni clamorose già rese ai pm in fase d’indagine, secondo cui già nel 2010 in una riunione del management emerse che il viadotto era a rischio crollo. Il dibattimento riprenderà l’11 settembre, ma è il 23 che il collegio giudicante – presidente Paolo Lepri, a latere Ferdinando Baldini e Fulvio Polidori – dovrà prendere una decisione fondamentale a proposito della ricostruzione delle cause del disastro: basarsi solo sulla maxi-perizia già svolta in sede di incidente probatorio (e quindi acquisita con valore di prova) o disporre, come chiedono le difese, un’integrazione di quello studio? Per capire il peso della questione serve ricordare che la perizia, depositata a dicembre 2020, individuava la ragione scatenante del crollo nella corrosione degli stralli, i tiranti d’acciaio ricoperti di calcestruzzo. E concludeva che i controlli e la manutenzione, “se fossero stati eseguiti correttamente, con elevata probabilità avrebbero impedito il verificarsi dell’evento”. La tesi degli avvocati, sostenuta in alcune consulenze di parte, è invece – in estrema sintesi – che esistesse un vizio occulto non individuabile, capace di causare il disastro a prescindere dalle omissioni del gestore. E proprio su questo dovrebbe far luce l’integrazione della perizia.

Se i giudici, come probabilmente avverrà, decideranno di ordinare nuovi accertamenti, i tempi del giudizio potrebbero però dilatarsi di moltissimo, facendo diventare concreto il rischio di prescrizione anche per alcuni dei reati più gravi. Quelli minori infatti stanno già gradualmente andando in fumo: le omissioni d’atti d’ufficio hanno iniziato a prescriversi a ottobre 2023, i falsi a giugno 2024. Il 14 febbraio 2026 – sette anni e mezzo dopo il disastro – si estingueranno invece gli omicidi colposi (e le lesioni colpose) stradali e aggravati dalla violazione della normativa sulla sicurezza sul lavoro per gli imputati cessati dalle cariche prima dell’8 dicembre 2005, quando è entrata in vigore la legge “ex Cirielli” che ha ridotto i termini di prescrizione. Tra loro ci sono alcuni dei dirigenti di maggior peso finiti alla sbarra: ad esempio Pierluigi Ceseri (amministratore delegato di Aspi dal ’94 al 2000) e l’ingegner Gabriele Camomilla (direttore tecnico fino al 2005). Arrivare a una sentenza definitiva entro quella data è già impossibile, a maggior ragione con l’integrazione della perizia, che richiederebbe mesi per essere realizzata e discussa. Nel caso venga disposta, l’istruttoria dibattimentale si concluderebbe probabilmente alla fine dell’anno prossimo: poi toccherebbe alle conclusioni delle parti (centinaia tra imputati e parti civili) e solo allora si potrebbe giungere alla sentenza di primo grado. A 2026 inoltrato, quando dalla strage saranno passati quasi otto anni.

Come ogni anno a Genova si terrà la cerimonia istituzionale in ricordo delle vittime, che inizierà alle 9 con la messa celebrata dall’arcivescovo Marco Tasca nella chiesa di San Bartolomeo della Certosa, il quartiere su cui svettava il viadotto. Alle 10:45, alla Radura della memoria sotto il nuovo Ponte San Giorgio, inizieranno le commemorazioni presenza del sindaco di Genova Marco Bucci, dell’imam Salah Hussein, del prefetto di Genova Cinzia Torraco, del governatore ad interim di Regione Liguria Alessandro Piana e del viceministro alle Infrastrutture e Trasporti Edoardo Rixi, che avrà la delega della presidenza del Consiglio dei Ministri. All’ingresso della radura, dove è stata collocata la piastra metallica con i nomi di tutte le vittime, saranno posizionate le corone del Presidente della Repubblica, della presidenza del Senato e del Consiglio dei Ministri e dei parenti delle vittime. Che non nascondono la loro frustrazione per l’oblio mediatico sulla vicenda: “Il 14 agosto 2018 è lo spartiacque della nostra nuova vita. Un altro anno è trascorso nel silenzio più assoluto, mentre a livello nazionale tutto è ormai dimenticato noi ogni giorno combattiamo e tra le udienze in tribunale, un disegno di legge che solo negli ultimi giorni pare abbia preso una forma, il lavoro instancabile per il memoriale, riunioni, messaggi, discussioni”, scrive Giovanna Donato, ex moglie di Andrea Cerulli, portuale morto mentre andava al lavoro a causa del crollo. Il 14 agosto, scrive, “dovrebbe essere lutto nazionale perché quello che è accaduto riguarda tutti, la sicurezza di ogni cittadino. E invece le autorità politiche si riempiono solo la bocca di frasi fatte sui giornali e tutto finisce lì, in quel maledetto silenzio assordante”.

Fonte

18/07/2024

Cagliari. Processo per i generali accusati di disastro ambientale a Capo Teulada

Il 18 luglio al Tribunale di Cagliari si terrà l’udienza del processo che mira a identificare i colpevoli del disastro ambientale avvenuto nel Poligono Militare di Teulada. Gli imputati del processo sono quattro generali, ex capi di stato maggiore dell’Esercito Italiano, su cui pendono le accuse di disastro ambientale colposo. Il quinto imputato, il generale Graziano, si è suicidato il 17 giugno 2024.

Le indagini hanno riguardato un arco temporale sino al 2016 ma nel capo di imputazione si contestano le condotte solo sino al primo settembre 2014, in evidente contrasto con quanto accertato dalla stessa Procura. Con le indagini si è accertato che, nonostante si fosse attivato il PIA (Piano di intervento ambientale integrato), dal 2008 al 2016 si sono svolte le esercitazioni nella penisola Delta e nel 2016 sono stati rinvenuti n. 4 lunette contaminate di Torio e nel 2018 n. 9 motori di missili Milan.

Gli agenti inquinanti riversati nel territorio hanno la capacità di permeare la terra per decine di metri, raggiungere le falde acquifere, muoversi attraverso l’aria per chilometri e diffondersi nelle acque del mare per distanze difficilmente calcolabili. Queste sostanze entrano all’interno della catena alimentare, inquinando la pesca, l’allevamento, l’agricoltura e i prodotti derivati (es. pane, pasta, formaggi, vini etc).

La tossicità dei materiali e la loro diffusione è alla base di numerose patologie che colpiscono animali, piante e esseri umani, come ad esempio leucemia, tumori solidi, malformazioni neonatali, intossicazione da specifici agenti. Esistono evidenze scientifiche del nesso causale tra questi agenti inquinanti e le patologie riportate, sebbene, ad oggi, non siano mai state effettuate ricerche epidemiologiche serie che mettano alla luce la reale situazione nei pressi dei poligoni.

L’indagine era nata nel 2012 quando una ventina di residenti aveva presentato alcuni esposti segnalando l’insorgenza di alcune patologie come linfomi e diverse neoplasie riconducibili alle attività belliche praticate nel poligono. In realtà la parte legata all’ipotesi di omicidio colposo era stata stralciata quasi subito e archiviata per l’impossibilità di dimostrare, come sostiene il Pubblico Ministero, un nesso causale tra decessi e presenza del poligono. In realtà i l nesso causale tra agenti inquinanti prodotti dalle esercitazioni militari e l’insorgenza di queste patologie è ampiamente dimostrato e documentato dalla letteratura scientifica internazionale.

Quello che manca è uno studio epidemiologico accurato che dimostri l’aumento di incidenza di queste patologie in prossimità dei Poligoni, ma questo genere di studi può essere condotto esclusivamente dalle istituzioni Sarde o Italiane che fino ad oggi hanno latitato. Il processo si configura già come come l’ennesima assoluzione dello Stato verso se stesso. Infatti, il Pubblico Ministero, pur ammettendo che nel Poligono di Teulada è avvenuto un disastro ambientale, continua a chiedere il proscioglimento di tutti gli imputati.

Questo è avvenuto già al termine delle indagini preliminari, durate sette anni, ma in quell’occasione il GIP Alessandra Tedde ed il GUP Giuseppe Pintori hanno rispettivamente ordinato l’imputazione coatta dei presunti responsabili e successivamente rinviato a processo tutti gli imputati. È probabile che il proscioglimento possa essere deciso già nell’udienza del 18 luglio, senza dare inizio al dibattimento.

Al di là del verdetto, il dibattimento potrebbe attestare in maniera più chiara i livelli di inquinamento ambientale, le relazioni con le patologie che affliggono la popolazione e le modalità con cui le esercitazioni hanno determinato il disastro ambientale. Si potrebbero fare studi e produrre documenti che spiegherebbero meglio cosa è accaduto e quali sono, ancora oggi, i rischi che derivano da queste attività. Inoltre, probabilmente, si svilupperebbe un dibattito pubblico che darebbe maggiori informazioni di quanto accade nei territori limitrofi ai poligoni. L’obiettivo sembra essere quello di non voler dare alcuna risposta su ciò che accade nei poligoni militari né trovare responsabilità politiche e penali.

Per questo motivo chiedono il proscioglimento per tutti i generali dei gravissimi capi di imputazione. Due pesi e due misure Secondo la magistratura inquirente tenere i generali sotto processo sarebbe un accanimento inopportuno verso di loro, che dovrebbero sopportare ancora a lungo l’accusa di essere i responsabili del disastro colposo.

Qui la giustizia italiana dimostra di utilizzare due pesi e due misure: mentre per i generali sopra citati si chiede il proscioglimento dalle accuse per disastro ambientale colposo, gli imputati per l’Operazione Lince non hanno ricevuto lo stesso trattamento, ma dovranno sopportare ancora per tanti anni un’assurda accusa di terrorismo. Le più di quaranta persone coinvolte, quasi tutte sotto i quarant’anni, non potranno partecipare a concorsi pubblici, venire assunte nel pubblico impiego, accedere a contributi e finanziamenti in quanto indagate per reati contro lo Stato. Non è questa la sede in cui crediamo di doverci difendere, ma vogliamo solo smascherare, ancora una volta, la bugia che la giustizia è uguale per tutti.

I capi di imputazione dell’operazione Lince sono manifestazione non autorizzata, aver forse divelto delle reti già rotte, resistenza e simili. La somma di tutti questi ha fatto sì che l’accusa principale sia il reato associativo con finalità di sovvertire l’ordine costituito, quindi terrorismo. Rendere, invece, una parte della Sardegna inbonficabile, per lo Stato italiano è un reato che non ha colpevoli e non varrebbe la pena di iniziare il dibattimento.

Il silenzio della politica e la lotta di A Foras Noi non accettiamo che a farsi carico di questo scempio ambientale debbano essere le prossime generazioni di sardi, costretti a vivere in un’isola sfruttata e deturpata come una colonia. Esigiamo risposte per tutte le persone, civili o militari, che si sono ammalate o che sono morte; vogliamo giustizia per le loro famiglie; pretendiamo che la nuova giunta regionale prenda posizione, anziché fantasticare di esercitazioni green. Chiediamo la chiusura di tutti i poligoni, la bonifica e la restituzione dei territori occupati e di poter vivere in una terra di pace.

Ci vediamo quindi il 18 luglio alle 9 davanti al Tribunale di Cagliari, per affermare che per noi lo Stato Italiano e il ministero della Difesa sono colpevoli di tutto questo. Aspetteremo tuttə insieme la decisione dei giudici, per gridare ancora che la lotta non si ferma.

Fonte