Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
11/10/2025
«Questo è morto, dove lo butto?»
Ecco due testimonianze ascoltate in tribunale: un bracciante chiamato quel 17 giugno a fare da interprete e il medico legale Cristina Setacci.
Il bracciante: «Aiutami questo è morto, è finito, dove lo butto? Questa frase mi è stata detta al telefono da Antonello Lovato poco dopo l’incidente. Me lo ha passato al telefono un mio connazionale che non parlava italiano ed era con lui. Io dicevo di chiamare una ambulanza. “Siamo con te non ti preoccupare siamo con te se chiami l’ambulanza si salva, non ti preoccupare”, gli dicevo.
Lui era impaurito». Ho sempre fatto presente che dovevano chiamare l’ambulanza, ho pensato che l’avessero portato in ospedale e io dicevo al telefono “Non ti preoccupare, non muore, chiamate l’ambulanza”, ricordo questo».
Il medico legale: «La morte è stata causata da uno choc emorragico e con cure tempestive si sarebbe salvato. Un intervento di soccorso immediato poteva produrre un successo terapeutico e salvare la vita a Satnam. Si è perso tempo, se in trenta minuti si arrivava al Pronto Soccorso di Latina si poteva bloccare l’emorragia e sarebbe stato l’ideale.
La condizione di Satnam all’arrivo dell’eliambulanza era peggiorata perché era trascorso del tempo. Anche il trasporto su un mezzo come il furgone non è stato utile, non è stata una modalità adeguata. La genesi dello choc emorragico è stata provocata dall’amputazione del braccio destro».
Il processo riprenderà il 2 novembre.
Fonte
16/08/2024
Si chiamava Satnam Singh
di Marco Sommariva
“Si chiamava Satnam Singh. Aveva trentuno anni, un bel pezzo di vita davanti. Per dare dignità a quella vita, dall’India, aveva scelto di venire a vivere e lavorare in Italia tre anni fa con sua moglie. E come tanti altri suoi connazionali si era stabilito nell’Agro Pontino, nella provincia di Latina, dove vivono migliaia di altri braccianti indiani di origine sikh che lavorano per lo più con contratti irregolari e in condizioni di gravissimo sfruttamento, assicurando frutta e verdura ai mercati di mezza Italia.”, così iniziava l’articolo pubblicato il 20 giugno scorso, su Avvenire. Non riesco ad andare avanti perché, subito, il cervello mi riporta ad alcune mie vecchie letture per ricordarmi che è la “solita” storia, è tutto già visto.
Il primo libro che mi viene in mente è I nomadi, una raccolta di articoli di John Steinbeck. I pezzi vengono scritti quando – nel 1936, nel pieno della Grande depressione – il San Francisco News gli commissiona una serie di articoli sulla condizione dei braccianti agricoli immigrati in California: statunitensi del Midwest colpiti dalla crisi e costretti a fuggire dalle tempeste di sabbia della Dust Bowl. Steinbeck salirà su un furgone da panettiere e inizierà il suo viaggio fra le vallate della California, dove s’imbatterà in un’umanità sfinita dal lavoro, umiliata, in un popolo di senza terra, schiacciato dall’economia e dalla natura infuriata.
Braccianti con contratti irregolari e in condizioni di gravissimo sfruttamento che assicurano frutta e verdura ai mercati di mezza Italia, braccianti agricoli immigrati in California sfiniti dal lavoro schiacciati dall’economia: “I migranti sono necessari, e sono odiati. Quando arrivano in una regione, incontrano l’avversione che i residenti dispensano da sempre al forestiero, all’estraneo. L’odio per lo straniero è presente lungo tutto la storia umana, dai villaggi primitivi fino al nostro sistema agricolo industriale altamente organizzato. I migranti sono odiati per diversi motivi: sono persone sporche e ignoranti, portano malattie, richiedono una maggiore presenza delle forze dell’ordine […]. Non vengono mai accolti in una comunità o nella vita comunitaria. Vagabondi di fatto, non è mai concesso loro di sentirsi a casa dove sono richiesti i loro servizi.” Ma, come osserva Avvenire nel prosieguo dell’articolo, sono fatti noti e denunciati da anni e che sono contrassegnati da quattordici ore e più di lavoro al giorno, ma più spesso di notte, con paghe che si aggirano sui tre euro all’ora, meno di un terzo di quanto prevede il contratto collettivo.
Non sarà che noi “occidentali” ci stiamo garantendo la sicurezza economica annientando i diritti umani di “altri”, facendo uso di violenza? Scriveva Steinbeck nel ‘36: “Se […] la nostra agricoltura richiede che sia creata e mantenuta a ogni costo una classe di bassa manovalanza, allora si dà per scontato che l’agricoltura californiana non sia economicamente sostenibile in un regime democratico. E se per garantirci la sicurezza economica sono necessari la violenza e l’annientamento dei diritti umani, le fustigazioni, gli omicidi commessi dagli agenti, i rapimenti e il rifiuto di tenere processi davanti a una giuria, si dà anche per scontato il rapido declino della democrazia in California. I metodi fascisti sono più diffusi, vengono applicati con maggior forza e più apertamente in California che in qualsiasi altra parte degli Stati Uniti.”
Nello stesso articolo di Avvenire leggo: “Satnam è arrivato all’ospedale San Camillo di Roma […] trasportato d’urgenza da un elicottero. Mentre lavorava nei campi è stato agganciato da un macchinario avvolgi-plastica a rullo trainato da un trattore, che gli ha tranciato il braccio e schiacciato le gambe. O almeno, questo hanno raccontato gli altri braccianti che erano con lui visto che i suoi datori di lavoro, alla vista della scena, se la sono data a gambe: l’hanno semplicemente caricato sul pullmino (con lui la moglie, anche lei dipendente della stessa azienda, che a bordo implorava di chiamare l’ambulanza) e riportato a casa. Lì l’hanno lasciato, col suo braccio staccato appoggiato in una cassetta per gli ortaggi, moribondo. A quel punto l’allarme dei vicini e la chiamata al 118. Un abisso di disumanità, oltre che un ritardo nei soccorsi che probabilmente gli è stato fatale: il giovane è morto stamane per via delle ferite riportate e delle emorragie.”
Anche sull’abisso di disumanità e sull’uccisione dei migranti, Steinbeck ci aveva già raccontato qualcosa: “Le grandi aziende agricole californiane sono organizzate in modo minuzioso e applicano una gestione centralizzata del lavoro come fanno le industrie e i trasporti, le banche e i servizi pubblici. […] I ranch gestiti da queste grandi aziende agricole speculative dispongono in genere di case per i lavoratori migranti, case per cui chiedono un affitto […]. Nella maggior parte dei casi non è ammesso che un lavoratore si rifiuti di pagare. Se vuole lavorare, deve vivere nella casa, e l’affitto viene scalato dalla sua prima paga. […] La volontà del proprietario del ranch è legge; i suoi sorveglianti sono sempre sul posto, con le pistole bene in vista. Il dissenso equivale alla resistenza a un pubblico ufficiale. Un’occhiata alla lista dei migranti feriti o uccisi in California a colpi di arma da fuoco, nell’arco di un solo anno, per “resistenza a pubblico ufficiale” può dare un’idea precisa della disinvoltura con cui questi “ufficiali” sparano ai lavoratori.”
Pare impossibile essere riusciti a scavare il fondo che avevamo toccato da un pezzo: prima li uccidevamo sparandogli, ora li ammazziamo più lentamente, lasciandoli davanti casa senza un braccio, sanguinanti.
Altro libro che mi è venuto in mente è Delitto e castigo di Fedor Dostoevskij, un romanzo del 1866 di cui ci dice qualcosa l’autore stesso: “È il rendiconto psicologico di un delitto. Un giovane, che è stato espulso dall’Università e vive in condizioni di estrema indigenza, suggestionato, per leggerezza e instabilità di concezioni, da alcune strane idee non concrete che sono nell’aria, si è improvvisamente risolto a uscire dalla brutta situazione. Ha deciso di uccidere una vecchia che presta denaro a usura.”
È lecito chiedersi cosa c’entra un romanzo del genere con la vicenda Satnam Singh. Corretto. Mi spiego subito: primo, perché si parla di qualcuno che vive in condizioni di estrema indigenza; secondo, perché ricordavo che, fra le tante cose, in quelle pagine c’erano alcuni passaggi interessanti sull’argomento miseria, e ditemi voi se questa non c’entra nulla con l’indiano amputato e poi deceduto: “Nella povertà voi conservate intatta la nobiltà dei vostri sentimenti innati, ma nella miseria nera no, nessuno mai ci riesce. Quando si è in miseria nera, non ti si butta nemmeno fuori a bastonate, ma ti si spazza via da ogni consorzio umano con la scopa, per aggravare l’offesa; ed è giusto, poiché nella miseria nera io per primo sono pronto a offendere me stesso.”
Ecco cos’abbiamo fatto con Satnam Singh quando l’abbiamo lasciato davanti a casa senza soccorrerlo, l’abbiamo spazzato via.
Eppure, chi succhia il sangue ai poveri non dovrebbe prendere troppo sottogamba i pericoli che corre: “Delitto? Quale delitto? […] Perché ho ucciso un pidocchio schifoso, malefico, una vecchia usuraia che non era utile a nessuno, che succhiava il sangue ai poveri, un essere la cui soppressione dovrebbe far perdonare quaranta peccati? Questo sarebbe un delitto? Non ci penso nemmeno, e non intendo affatto lavarlo. Tutti puntano il dito contro di me, e mi sento dire da ogni parte: Delitto, delitto! […] Ah! È la forma che non va, la forma non è esteticamente soddisfacente!… Be’, proprio non capisco: distruggere il prossimo con le bombe, o dopo un regolare assedio; è forse un modo più rispettabile? La preoccupazione estetica è il primo segno di debolezza! Mai, mai me ne sono reso conto prima di adesso, e men che mai capisco in che cosa consiste il mio delitto! Mai, mai sono stato più forte e più convinto di adesso!...”
Immagino, invece, quello che potrebbe essere balzato in testa a chi si è allontanato dopo aver lasciato davanti casa l’indiano senza un braccio: “A tutto finisce per abituarsi, questa carogna che è l’uomo! Oppure, Gente felice quella che non ha nulla da chiudere a chiave!”
Sperando di non mancare di rispetto a Satnam Singh e ai suoi famigliari, e continuando a pescare da Delitto e castigo pur sapendo che un prete nulla c’entra coi sikh, mi sono permesso d’immaginare l’indiano pronunciare queste parole poco prima di morire: “[…] lasciatemi almeno morire in pace […] Che cosa? Un prete?… Non serve… Avete proprio soldi da buttare via?… Non mi lascio dietro peccati, io!… Dio mi deve perdonare anche così… Lui lo sa quanto ho sofferto!… E se non mi perdona, vuol dire che non ha importanza!…”
Visto che stiamo parlando di miseria, credo non sia per nulla fuori luogo parlare di elemosina e riportare un altro estratto del romanzo di Dostoevskij: “[…] non posso approvare, per principio, la beneficenza privata, giacché non solo non elimina radicalmente il male, ma anzi lo alimenta ancor di più […].”
Anche Gandhi diceva qualcosa di simile: “Mi rifiuto di insultare il povero offrendogli dei cenci di cui non ha bisogno invece che del lavoro di cui ha un bisogno estremo.” (da L’arte di vivere)
Ma esiste ancora il povero? Jules Feiffer, scrittore e fumettista statunitense, ci fa notare questo: “Ero solito pensare di essere povero. Poi mi dissero che non ero povero, ero bisognoso. Poi mi dissero che era autodistruttivo pensare a me stesso come bisognoso, ero solo privo di mezzi. Poi mi dissero che privo di mezzi era una cattiva immagine, ero sottoprivilegiato. Poi mi dissero che sottoprivilegiato era abusato, ero svantaggiato. Non ho tuttora un centesimo. Ma di certo ho un gran bel vocabolario.” (in Zona Letteraria, monografico intitolato “La colpa di essere poveri”).
Volendo, all’elenco sopra potremmo aggiungere “i meno fortunati” e chissà quant’altri giochi di parole.
Bisogna fare molta attenzione all’arma del linguaggio utilizzato da chi muove i fili di questo sistema che crea braccianti con contratti irregolari e in condizioni di gravissimo sfruttamento, sfiniti dal lavoro, schiacciati dall’economia.
E altrettanta attenzione andrebbe riservata a chi si esprime sui motivi che generano questa povertà. Solitamente il pensiero di destra ritiene la povertà un fatto individuale: chi, nella competizione sociale, resta povero è perché è pigro, incolto, ignorante, in qualche misura inferiore. Invece, come ha scritto l’amico Gianfranco Manfredi sulla rivista Zona Letteraria, monografico intitolato “La colpa di essere poveri”, “la teoria della sinistra è […] che la povertà è un fattore strutturale, cioè di sistema. Chi si trova in povertà è in tale condizione perché si trova in settori economici che non riescono ad assicurare loro guadagni adeguati. La mobilità sociale consente a queste persone di non restare eternamente confinate in questi settori, nella misura in cui riescano a spostarsi in settori più remunerativi. Tuttavia, i settori economicamente depressi restano tali, e altre persone vi cadono.” (Gianfranco Manfredi, “Breve storia del pauperismo medievale. Il movimento dei pauperes spiritu da Valdo di Lione a Francesco d’Assisi”)
Non credo di dire un’eresia se scrivo che la povertà sta aumentando proporzionalmente a quanto sta aumentando il denaro che finisce nelle mani di pochi e che, quindi, la lotta contro la povertà non può prescindere dall’intervenire sui processi che permettono l’accumulo di ricchezze sempre e soltanto nelle stesse tasche.
Ma quali sono le mani dei pochi in cui finisce il denaro? Le grandi aziende agricole citate da Steinbeck? I mercati di frutta e verdura di mezza Italia citati da Avvenire? Magari le catene di supermercati che – fresca o surgelata – vendono questa frutta e verdura? Nessun altro? E se queste mani fossero anche le nostre, di noi consumatori, che acquistiamo solo a fronte di prezzi stracciati pur potendo sborsare qualcosa di più e che, risparmiando qua e là, spendiamo quel denaro accantonato in altri generi di consumo spesso e volentieri prodotti dal miliardo circa di poveri sparsi in giro per il mondo?
Sperando l’umanità faccia la scelta giusta fra le due opzioni riportate da Tolstoj nel suo saggio Guerra e rivoluzione del 1906 – “Ora, nella situazione attuale, l’umanità ha due scelte: o aderire alla civiltà esistente che assicura la più grande quantità di felicità a una minoranza, mentre la maggioranza è lasciata nella miseria e nella schiavitù; o sacrificare una parte delle conquiste della civiltà, cioè tutte le conquiste vantaggiose per un piccolo numero di persone, e questo subito, senza procrastinare, una volta che si sarà riconosciuto che sono precisamente questi vantaggi che impediscono alla maggioranza di essere libera dalla miseria e dalla schiavitù.” – mi chiedo... non è che il povero Satnam Singh l’ho anch’io sulla coscienza?
Tutto ben scritto qui sopra, a parte l'ultimo paragrafo in cui il senso collettivo dell'umanità richiamata nella citazione di Tolstoj viene declinata in una chiave individualista da consumatore consapevole che è del tutto fuori luogo e soprattutto fuorviante.
Perché no, il consumo consapevole non sarà mai di massa in quanto il consumatore subisce le dinamiche di mercato senza mai poterle determinare a livello sistemico.
25/06/2024
Italia, una Repubblica fondata sul lavoro irregolare
Per queste parole il padre di Antonello, intestatario dell’azienda, potrebbe ora essere coinvolto nell’indagine, per aver svolto un ruolo attivo nelle vicende. “È costata cara a tutti” la morte di Satnam, come ha detto il signor Lovato, dato che ora arriva quest’onta penale sulla sua famiglia?
No, ad aver pagato è stato solo Satnam, e ha pagato non la “leggerezza” ma un modello di sistematico sfruttamento e riduzione al minimo di ogni tutela sul lavoro. E infatti, l’azienda dei Lovato era già al centro di altre indagini.
Mentre riceveva fondi europei (131 mila euro negli ultimi otto anni), sulla sua azienda gravava e grava tuttora un’indagine per caporalato. In realtà, è a una quarantina di imprenditori agricoli della zona che è contestato il reato.
L’autodefinitasi vittima ha truffato pure l’INPS. Faceva lavorare i braccianti fino alla maturazione dei requisiti per la disoccupazione, poi li licenziava e li riassumeva in nero: così poteva evitare di pagare i contributi, e magari toglieva dalle paghe già da fame una parte di retribuzione, mettendola in conto alla collettività.
I lavoratori venivano assunti tramite un caporale, senza fornire formazione, vigilanza o garanzia di sicurezza di alcun tipo. Venivano poi fatti lavorare a cottimo, senza pause, riposi e senza ovviamente riconoscergli straordinari.
Inoltre, i braccianti venivano fatti alloggiare in baracche, per le quali erano pure costretti a pagare. A Lovato è stata contestata anche la sottoposizione dei lavoratori a condizioni degradanti.
E chi si rifiutava di stare a queste condizioni da criminale, subiva il più tipico dei ricatti: dopo il finto licenziamento, non veniva richiamato a lavorare in nero nell’azienda, e vedeva perciò sparire la sua fonte di reddito.
Perché, da che mondo è mondo, la mancanza di un contratto è un facile via per evitare di pagare contributi, ma il nodo che spesso ci si dimentica è che nel lavoro dipendente il nero garantisce al datore di lavoro quello che più gli serve: di avere un rapporto di potere sul lavoratore.
Il contratto è uno spauracchio non solo per i costi che impone, ma perché mette in fila tutta una serie di diritti e di tutele che il padrone è poi costretto a rispettare. E inoltre, gli riserva tutta una serie di strumenti con cui, nel caso peggiore, può persino difendersi in un’aula di tribunale.
Il non poter disporre della manodopera come pare e piace è la cosa che va sempre meno giù a padroni e padroncini. E le difese collettive (sindacati con visioni conflittuali e organizzazioni politiche popolari) sono state smantellate in modo così sistematico e profondo da trasformare il senso stesso del lavoro rispetto a come era previsto inizialmente nella Costituzione.
Basti pensare che, nell’ultimo rapporto della Guardia di Finanza, il risultato dei controlli degli ultimi 17 mesi ha segnalato quasi 60 mila lavoratori a nero o in condizioni irregolari. Il 32% in più rispetto alle rilevazioni del periodo analogo precedente.
In sostanza, in nome del dio profitto, la classe imprenditoriale sta facendo quello che gli riesce meglio: sfruttare in maniera sempre più intensiva i lavoratori. Tutto è poi facilmente giustificato con l’aumento del PIL, senza il quale come si farebbe a rientrare nei parametri europei?
Fonte
22/06/2024
Omicidi sul lavoro, austerità, guerra. C’è un pezzo di blocco sociale che non si arrende
Comincerei dall’omicidio di Satnam Singh, un evento brutale nella sua dinamica ma che ha dato seguito a comportamenti orribili, inumani e che dovrebbero essere impensabili per chiunque.
Non solo le condizioni di lavoro, di sfruttamento, a cui era sottoposto lui, sua moglie e chissà quanti altri come lui nelle campagne di Latina che sono l’humus in cui gli eventi che portano alla morte, a mutilazioni, a infortuni gravi avvengono, ma la lucida terribile determinazione del datore di lavoro, del padrone degli schiavi, Antonello Lovato da Latina, nel disfarsi di quel corpo ormai inutile, un bracciante senza braccia che deve essergli sembrato solo un fastidio di cui liberarsi al più presto. Non era più affar suo.
Purtroppo sembra non sia più neanche affar nostro: l’assuefazione ha preso il sopravvento, l’indignazione si conta a minuti secondi, si digerisce tutto, come gli struzzi, a fare da bicarbonato gli europei, il gossip televisivo, il caldo, i propri piccoli e grandi affanni giornalieri.
Proprio quegli affanni che si prospettano all’orizzonte grazie a quell’Unione Europea di cui è stata rinnovata la compagine parlamentare con un’astensione record, a segnalare una lontananza abissale di cui nessuno si preoccupa o che nessuno vuole prendere in considerazione.
Ci comunicano con nonchalance e sorriso sulle labbra che dobbiamo di nuovo rientrare dal deficit, che per i prossimi 7 anni dovremo tirare fuori 10 miliardi all’anno e dobbiamo ridurre ulteriormente le spese che, per chi fosse duro d’orecchi, vuol dire tagli alle pensioni, alla sanità, all’istruzione...
Nel mentre ogni giorno si sottoscrivono accordi e impegni per stanziamenti miliardari per sostenere l’invio di armi all’Ucraina e ci si gira dall’altra parte di fronte allo sterminio di massa che Israele sta perpetrando indisturbato ormai da mesi in Palestina ignorando qualsiasi appello al cessate il fuoco pur se questa volta arriva anche da blasonate istituzioni internazionali e la linea che ci divide da un vero e proprio conflitto mondiale si assottiglia ogni giorno di più.
L’ultimo avvenimento che dovrebbe far saltare sulla sedia, o dal divano, tutti noi è l’attacco alla Costituzione da parte del Governo Meloni e della sua compagine che sta lavorando alacremente allo smantellamento della funzione del Parlamento e dell’unità territoriale e politica del Paese.
Certo ha gioco facile, se pensate al fatto che tutti quelli dell’opposizione, quelli del campo largo, del fronte unito, delle manifestazioni indignate erano solo pochi mesi fa tra i principali fautori dell’autonomia differenziata e oggi chiamano alla mobilitazione unitaria per impedirla perché a portarla a termine è Meloni e non Bonaccini.
La grande manifestazione del 1° giugno contro il governo Meloni ha dato un qualche barlume di speranza, ha mostrato un pezzo di società, di blocco sociale che non si arrende allo stato delle cose presente.
C’è da ragionare su come tornare ad occupare l’enorme spazio vuoto, e in parte desolato, che gli estimatori della competizione internazionale hanno lasciato per correre tutti nella stessa direzione, salvo cambiare maglia.
Unione Sindacale di Base
Fonte
20/06/2024
Lavoratore con braccio amputato scaricato per strada, il reato di omicidio sul lavoro è necessario
Quanto successo a Latina nelle ultime ore dimostra tutta la mancanza di scrupoli di una parte dei datori di lavoro nel nostro Paese: un lavoratore indiano ha subito, mentre era addetto al taglio del fieno, l’amputazione di un arto e diverse fratture.
Un infortunio gravissimo, che sarebbe di per sé potuto essere sicuramente evitato se fossero state rispettate tutte le misure a tutela di salute e sicurezza sul lavoro: molto spesso queste vengono ignorate o aggirate, per abbassare costi e tempi delle lavorazioni. Ma, purtroppo, la storia non finisce qui.
Il lavoratore gravemente infortunato, infatti, non è stato soccorso in modo tempestivo, ma è stato prelevato dal datore di lavoro che, invece di portarlo al pronto soccorso o chiamare i soccorsi, lo ha scaricato a pochi metri da casa. Un trattamento che definire orribile sarebbe riduttivo.
Stando alle ultime notizie il lavoratore, solo a quel punto, ha potuto ricevere i soccorsi necessari: ora si trova ricoverato a Roma in gravi condizioni.
Una vicenda che, oltre a suscitare tanta rabbia, deve farci riflettere sulla scarsissima considerazione che una parte consistente della categoria padronale ha della vita dei lavoratori in Italia, in particolari in settori ad alto tasso di sfruttamento come l’agricoltura.
Per fermare questo fenomeno serve un elemento di deterrenza reale: il reato di omicidio sul lavoro, per la cui introduzione nel codice penale USB e Rete Iside si battono da anni, rappresenta l’unica proposta in campo che possa avere un effetto immediato e a nostro avviso porrebbe un vero freno a questa strage quotidiana, così come ad infortuni gravi come quello del lavoratore di Latina cui va tutta la nostra solidarietà e sostegno.
Fonte